A Maribor, il miglior teatro sloveno contemporaneo

Si è avviata oggi in Slovenia, la 53esima edizione del Maribor Theatre Festival (Festival Borštnikovo Srečanje), il più importante appuntamento della scena slovena contemporanea.

In oltre cinquant’anni di vita la manifestazione – con i suoi  Premi Borštnik, che vengono assegnati agli spettacoli migliori – è diventata lo show-case delle produzioni annuali di quel Paese.

Ma soprattutto nel decennio scorso, il Festival si è trasformato: ha acquisito un ruolo internazionale, ha stretto nuovi rapporti, ha arricchito e diversificato il cartellone, che non si limita solo agli spettacoli nazionali. Diretta da Aleš Novak, questa edizione 2018 comprende anche produzioni invitate dall’estero, workshop e attività di formazione e di sviluppo del pubblico, con una particolare attenzione per gli studenti – Maribor ospita una affollata Università – che potranno partecipare a convegni, tavole rotonde, eventi professionali realizzati in collaborazione tra partner sloveni e stranieri. O portare in scena gli allestimenti realizzati nei numerosi corsi di teatro .

Non manca, come è oramai indispensabile, un percorso di valorizzazione turistica e eno-gastronomica per accreditare Maribor, seconda città dopo Lubiana, capitale della Stira slovena e capitale europea della Cultura nel 2012, al ruolo di Città degli Eventi.

Tra i quali appunto questo Festival, già dedicato a Ignacij Borštnik (1858 – 1919), la figura che più ha contribuito allo sviluppo della scena nazionale tra ‘800 e ‘900. Di lui conserva memoria il Premio più ambito: l’Anello Borštnik, che va alla carriera teatrale.

Ma superato di un balzo il secolo che ci separa da allora, il Maribor Theatre Festival rappresenta un’occasione di confronto internazionale oggi. In diverse lingue, inglese, tedesco, italiano, oltre che sloveno, qui si misura anche il clima teatrale europeo.

Se l’anello di Borštnik andrà quest’anno a un attore del Teatro nazionale Drama di Lubiana, Janez Škof,  il cartellone squaderna spettacoli che arricchiranno lo spazio teatrale internazionale nei prossimi giorni.

 Pippo Delbono, La gioia

Va ricordata ad esempio la presenza italiana di Pippo Delbono (con due titoli: Vangelo e la più recente creazione, La gioia), o quella sempre spiazzante del gruppo Via Negativa che assieme al Freies Theater di Duesseldorf presenta 365fall

Via Negativa, 365fall (ph. Marcandrea)

Parecchie produzioni slovene concorrono invece all’assegnazione dei Premi Borštnik. Si va da Odilo.Oscuration.Oratorio (diretto da Dragan Živadinov, per il Mladinsko Gledališče) un colpi di teatro sulla spietata carriera nazi di Odilo Globočnik a The Wall, The Lake (del Drama di Lubiana). Dalle sei ore da passare (a piacere) con Leja Jurišić e Marko Mandičin Together, al classico Ivan Cankar di Scandalo nella valle di San Floriano (regia di Eduard Miler), fino a Our Class che mette insieme la cordata formata dai teatri di Ptuj, Kranj e dal MiniTeater di Lubiana. Ma non dovrebbero mancare altre sorprese durante la premiazione finale.

Together (ph. Matija Lukić)

Premiazione he si svolgerà il 28 ottobre, data in cui il festival si conclude. Il programma completo si può leggere sul sito ufficiale, da dove è anche possibile scaricare il catalogo pdf.

Marionette e salute. Check-up per i Piccoli di Podrecca

Anche le teste di legno parlano. Se poi, come marionette, hanno avuto la fortuna di far parte di quella grande famiglia che Vittorio Podrecca aveva fondato e chiamato “I Piccoli”, tanto più importante è la loro voce. O meglio, quella dei loro marionettisti.

I Piccoli (ph. Eugenio Spagnol)

Fenomeno tra i più clamorosi dello spettacolo italiano di cento anni fa, I Piccoli di Podrecca ne avrebbero di storie e di racconti. “A rappresentare l’Italia nel mondo erano, in quel periodo, Arturo Toscanini e i Piccoli – spiega Alfonso Cipolla, uno dei massimi esperti di teatro di figura – in altre parole: l’opera lirica rappresentata tradizionalmente, e la bellezza della modernità che Podrecca vi aggiungeva”.

Un’infinita storia di bauli

Dagli anni ’10 (la compagnia venne fondata a Roma, nel 1914) la storia delle marionette Podrecca è anche una storia infinita di bauli che hanno fatto più volte il giro del mondo. “Quando partivano, era un treno che partiva… una compagnia di 40 persone, tra marionettisti e orchestrali fissi, tecnici e macchinisti, più un’enorme quantità di materiale” ricorda ancora Faustina Braga, marionettista quasi 90enne, restituendo i vividi ricordi di quei viaggi e le decine di casse, all’imbarco nelle stive dei transatlantici che a cominciare dagli anni ’30 trasportarono anche oltre oceano l’arte canora e gestuale di quegli straordinari pupazzi.

Marionettisti sul ponte e marionette dello spettacolo Varietà

Pupazzi che per decenni, dopo lo scioglimento della compagnia, hanno dormito là, dentro i loro bauli. E che adesso, tutti assieme, possono tornare a mostrarsi.

Si è infatti concluso il progetto di inventario, catalogazione (e in parte di restauro), avviato su bando del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che ha visto in prima fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (dal 1979 proprietario di quelle marionette) e la Cooperativa Cassiopea, che da decenni si dedica al restauro e alla manutenzione viva di questo patrimonio d’arte. (Leggi quanto scrivevo tre anni fa sullo spettacolo Una meravigliosa invenzione).

Alla Centrale Idrodinamica del Porto Vecchio di Trieste, giovedì 11 ottobre, è stata perciò annunciata la conclusione del lavoro di inventario e catalogazione. Alle quale hanno partecipato, oltre al personale dello Stabile Fvg, anche Barbara Della Polla e Ennio Guerrato della Cooperativa Cassiopea, e una ventina di studenti liceali che hanno incluso questa attività nei progetti di alternanza scuola – lavoro (in particolare i ragazzi della IV H, del Liceo Petrarca, coordinati da Patrizia Picamus).

Una carta d’identità per le marionette

Si è trattato di aprire bauli che non venivano aperti da decenni, più di 50, riportare alla luce quelle antiche marionette (alcune risalgono agli anni ’20), valutarne lo stato …di salute, e infine  attribuire loro un’identità, provando a capire a che spettacolo della Compagnia Podrecca appartenessero.

Varietà, i toreri (ph. Roberto Canziani)

Dunque un check-up in piena regola, finalizzato alla compilazione di una carta d’identità marionettesca per ciascuno degli oltre 500 pezzi di cui si compone la collezione. (Altri pezzi appartengono invece alla collezione di Maria Signorelli, ospiti del Centro Internazionale Podrecca -Signorelli, inaugurato nel 2016 a Cividale Del Friuli, città d’origine dei Podrecca).

Dai bauli sono scaturite sorprese. “È stato un lavoro meticoloso – spiega Barbara Della Polla – perché già in passato erano stati avviati alcuni inventari, mai completi però. Ora quei contenitori hanno svelato i loro segreti, e in qualche caso ci hanno entusiasmato”.

Varietà, i mariachi (ph. Roberto Canziani)

Nel dare respiro alle antiche teste di legno, oltre a immancabili segni del tempo (e a tarli e tarme), gli specialisti e gli studenti hanno trovato pezzi di altissimo artigianato. Ad esempio: la marionetta della Scimmia fumatrice, che grazie a un ingegnoso sistema di fili e tubicini permetteva al pupazzo i tipici movimenti scimmieschi. Ma anche di godersi davanti al pubblico una fumigante sigaretta (a fumare e a soffiare nei tubi, dall’alto del ponte di manovra, era ovviamente il marionettista).

Inedito e di gran bella fattura (“quasi un’opera scultorea”) il Formichiere, appartenuto a chissà quale spettacolo. Bella e ben conservata anche la marionetta “tropicale” di Carmen Miranda, regina delle lunghe tournée mondiali dei Piccoli.

Varietà, Carmen Miranda (ph. Roberto Canziani)

“Dopo aver allestito opere musicali in tutta Europa – spiega Della Polla – i Podrecca capirono di dover varcare l’oceano e si misero in viaggio per Nord e Sudamerica. Ma dall’altra parte dei mari i gusti del pubblico erano differenti. Ecco allora l’idea di concentrarsi sulle meraviglie visive di uno spettacolo intitolato Varietà in cui confluivano i più disparati generi musicali e i più incredibili virtuosismi tecnici”.

Varietà diventa un’attrazione  mondiale

Con quel carosello di numeri, Varietà e i suoi pupazzi divennero un’attrazione mondiale – ciò che appunto ricordava Cipolla. Esemplare in questo senso la storia di una marionetta in abito di Arlecchino, diventata famosa negli Stati Uniti, come “presentatore” di show serali.

Varietà, il coro jazz (ph. Roberto Canziani)

La scoperta più curiosa è quella di un pezzo risalente forse agli anni ’20. Catalogato come “giovane giullare”, il corpo della marionetta è privo della testa, ma alle estremità spuntano incomprensibili zampe d’uccello. “È stata una bella sorpresa ritrovare, però in un altro baule, una testa di pappagallo che combacia perfettamente con quel corpo. Una figura antropomorfa, con caratteri animali” segnala infine Della Polla.

Dai pezzi storici, il catalogo della collezione si estende a creazioni più recenti. Sono inventariate anche le marionette che registi come Francesco Macedonio, Furio Bordon, Roberto Piaggio, Giulio Ciabatti hanno fatto costruire ex novo per i loro spettacoli: Flauti Magici, Belle Addormentate, o le favole di Carlo Goldoni e Carlo Gozzi. Che sono andati a comporre, a cominciare dagli anni ’80, il nuovo teatro di figura in Fvg, eredità della tradizione “mondiale” dei gloriosi marionettisti Podrecca.

L’Arcadia in Brenta, di Goldoni e Galuppi, regia Francesco Macedonio, 1985

Una versione ridotta di questo post è appara sull’edizione cartacea del quotidiano IL PICCOLO, venerdì 12 ottobre 2018.

A Prato, Contemporanea 18. Ma io direi futura

A Prato, torno sempre volentieri. Qualcuno sostiene che lo faccio per i biscotti, che in effetti sono un motivo forte di attrazione. Un pacco da un chilo di mattonelle del biscottificio Mattei, a casa mia, si vaporizza in mezza giornata. Sostengono altresì che lo faccio per un ristorante di tradizione, Soldano vicino a piazza del Duomo, un posto da cui esci sempre soddisfatto.

La verità sta da un’altra parte. A Prato, in autunno, ci vado per Contemporanea.

La scena futura

Contemporanea, a cui sovraintende Edoardo Donatini, è una delle iniziative che costellano le attività del toscano Teatro Metastasio, ed è un festival della scena teatrale appunto contemporanea. Che come i biscotti e i menu succulenti esercita un fortissimo potere di attrazione.

Fosse per me, più che Contemporanea, lo chiamerei Futura. Frequentandolo in questi anni, mi è sempre capitato di scoprire – e tra i primi – artisti che due o dieci stagioni dopo sarebbero diventati di dominio pubblico. Nomi allora quasi sconosciuti in Italia, con un futuro poi da star delle premiazioni.

Metti Rodrigo Garcia, del quale avevo visto qui, anni fa, lo “scandaloso” Matar para comer (e il suo controverso astice “torturato”). Metti Rimini Protokoll, o Anagoor: un decennio dopo, Leoni alla Biennale.

Nelle sale a disco volante del Centro per l’arte contemporanea Pecci, nello storico spazio neutro del Fabbricone, o nelle stanzette dell’Istituto Magnolfi, ritorno perciò volentieri, con la certezza che magari una soltanto delle creazioni che vedo, la locandina nella quale non riconosco alcun nome, avrà un futuro radioso, del quale riparlare e scrivere tra qualche anno.

Questa volta sono riuscito a seguire Contemporanea solo nei giorni finali. Accanto a un incontro-seminario intitolato Il ruolo culturale dei festival (di cui si possono immaginare portata e estensione degli interventi, oltre che degli intervenuti), il cartellone in quei giorni ha messo in fila soprattutto episodi di danza.

Holistic Strata, Hiroaki Umeda, ph. de_buurman

Gira la testa e via

Ho visto Holistic Strata del giapponese Hiroaki Umeda, gli short italiani di Barbara Berti, Claudia Caldarano, Siro Guglielmi, i lavori di Davide Valrosso e Silvia Gribaudi. Perlopiù formati corti, come piacciono a me, occasioni da arraffare al volo, venti minuti di visione intensa. Poi, come accadeva nelle sale del Pecci, si ruota la testa di 180 gradi e via: un altro titolo e un altro creatore.

Siro Guglielmi, Pink Elephant, ph. Roberto Cinconze

Posso dirlo. Non sempre ne sono uscito soddisfatto. Non è sbagliato il formato, anzi. In venti minuti, un buon coreografo, una danzatrice eccellente, possono davvero tenere alta l’attenzione, che in creazioni più lunghe – i canonici 50 o 60 minuti – magari si allenta. Qui, in alcuni episodi, si leggeva il lavoro sviluppato dal coreografo. Ma veniva a mancare poi, per lo spettatore, la soddisfazione di trovarsi davanti a un risultato. Mentre il tempo passava – testimoniando esercizi, ricerche, tentativi onesti – mancava alla fine il piacere dell’opera finita, per quanto short.

Così la ricerca di Caldarano (che si faceva leggere solo di spalle, con una maschera indossata sulla nuca, e gli arti curiosamente rovesciati “all’indietro”) non mi è sembrata andare oltre la dimostrazione di un’idea (Sul vedere). Né le capacità fisiche di Siro Guglielmi e il suo sgargiante mutandone da mare (Pink Elephant) hanno saputo lasciare in me un segno di memoria più forte. Davide Valrosso giocava sulla propria nudità tutte le carte (Biografia di un corpo), e maneggiava pile e lumini per mostrarla o per schermarla, ma il senso di estenuazione era predominante.

Sempre al Pecci, Silvia Gribaudi ha presentato un estratto da uno dei suoi titoli già noti, What age are you acting? L’ha intitolato, Primavera Contemporanea, un po’ pensando al Festival, un po’ perché la primavera, nel segno quasi di Botticelli, è nelle corde e nei tendini di questa coreografa, di cui preferirò però parlare tra alcune settimane in un post più ampio.

Silvia Gribaudi, Primavera contemporanea

I piumaggi di un emisfero esotico

Alla fine la mia soddisfazione l’ho trovata. Stava nell’ultimo degli spettacoli del programma: 45 minuti di teatro fisico, di colore e riflessi smaglianti, di crescendo sonoro, che porterò abbastanza a lungo nella memoria. Combattimento, ideato dalla regista Claudia Sorace per Muta Imago, mette di fronte due donne. Ma io c’ho visto due creature animali, due esseri mossi da una biologia antica, che li spinge attraverso il rituale bellico del corteggiamento, a trovare un’unione, un patto finale.

Dal gym gear delle palestre – braghetta e vogatore nero – la scena si colora via via di piumaggi, stringhe, creste e code fantastiche, armature da uccello e attrezzi da sciamano, che raccontano combattimenti in un emisfero meridionale e esotico. Un fisico poderoso, sul filo del body building, per Sara Leghissa. Linee più morbide e caparbietà per Annamaria Ajmone. Sono due nomi che i bene informati della danza già conoscono, ma che trovano qui, sotto l’egida di una regista teatrale, e una colonna sonora che trascina, il modo per rievocare iconografie e letterature enciclopediche. Da Tancredi e Clorinda a Pentesilea e Achille. Su cui domina l’immaginario western dei combattimenti al tramonto di Ennio Morricone, l’impetuoso sound del duello.

Combattimento, Muta Imago, ph. Claudia Pajewski

COMBATTIMENTO
regia Claudia Sorace, con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi, costumi Fiamma Benvignati
produzione Muta Imago

Squeeze It in Trieste. An international contest squeezes creative people out into the open

An international call is touring Europe. Its name is Squeeze It and it calls young European artists under 30 years old: those who create and give shape to contemporary ideas at the crossroads of visual arts, theatre and communication technologies.

   

The launcher of Squeeze It (for a new international edition, the third one) is Trieste Contemporanea, a think-tank based at the eastern margin of Italy, but working on the horizon of Europe for decades. The deadline for submitting applications is November 12th.

    

Conceived in 2014 as a sustainable, low cost, small size project, Squeeze It features its title as a motto. If a lack of resources prevents young people from emerging, Squeeze It’s recommendation is to move on by developing new formats and skills: i.e. squeezing them.

Fluidity as a relationship between the arts

The biennial contest is aimed at a new generation of international artists and encourages future professionals to create new projects characterized by “the dynamic meeting between the new creativity of the Theatre, the languages of the Visual Arts and Information Technology integrated into the New Media”. A contemporary focus for the arts, that increasingly leans toward fluidity in performance, dance, poetry, sound engineering and video mapping, interweaving stimuli and mutually reinforcing signals.

Previous editions were promising. In 2014 and 2016 Squeeze It winners were a Croatian team (Komična Hunta) and a performer from Belgium (Bastien Poncelet). Both under 30, of course.

Dedicated to that activist of culture Franco Jesurun, in the past two editions Squeeze It has defined its peculiar profile. The basic proposal, aimed at young European creatives, is to build a low budget live project in small format, which lasts no more than 16 minutes and can be placed in a space of 4m x 4m x 4m. The competition does not involve registration fees, but the sending of a video clip which is an abstract of the project (maximum duration 4 mins.).

Side by side with video-makers

The goal is also a sustainable and low-cost award. In addition to a few days’ workshop in Trieste with professionals of the individual sectors, Squeeze It’s prize consists of a collaboration with a video-maker and international director.

Alongside the winner (or winners), this director will be in charge of creating an artistic video product of professional quality and impact. In the first edition the award consisted of the days that Komična Hunta spent side by side with the Italian-Albanian artist Adrian Paci. For the second edition, the director assigned to Poncelet was the Croatian Dalibor Martinis (www.dalibormartinis.com). The 2018 edition foresees as the ‘prize’ the Polish Mirosław Bałka (www.miroslaw-balka.com), who will conduct the videoproduction workshop.

Workshop 2014 with Adrian Paci
Workshop 2016 with Dalibor Martinis

The final stages of the 2018 edition will take place in Trieste, in the second week of December. Final evening with the proclamation of the winner will be Saturday December 15th, at Studio Tommaseo, where Trieste Contemporanea is based.

The call, in Italian and English, can be viewed at this address. 

The Squeeze It site also features a gallery with videos sent by all the finalists : an excellent atlas on which one can draw today a route for young European creativity.

Squeeze It. Il concorso che spreme i giovani creativi


Un bando sta facendo il giro dell’Europa. Si intitola Squeeze It e chiama a concorso gli artisti under 30 del continente. Quelli che creano e danno forma a idee contemporanee situate sul crocevia di arti visive, teatro e nuove tecnologie di comunicazione.

A lanciare Squeeze It, per una nuova edizione internazionale – la terza – è Trieste Contemporanea, think tank che ha sede all’estremità orientale dell’Italia, ma da decenni lavora sull’orizzonte d’Europa. La scadenza per la presentazione delle candidature è il 12 novembre 2018.

   

Nato nel 2014 come progetto sostenibile, a basso costo e di piccole dimensioni (low cost & small format contest), Squeeze It prende le mosse dal verbo inglese che significa spremere. Ma diventa in questo caso un motto: se la mancanza di risorse impedisce ai giovani una agile emersione, l’indicazione è di muoversi elaborando formati e competenze nuove. Spremile! raccomanda il titolo.

Fluidità come rapporto tra le arti

Il concorso biennale si rivolge a questa nuova generazioni di artisti internazionali e incentiva i futuri professionisti a realizzare progetti inediti che si caratterizzino per “l’incontro dinamico tra la nuova creatività del Teatro, i linguaggi delle Arti Visive e l’Information Technology integrata nei Nuovi Media”. Un territorio oramai centrale per le arti che sempre di più tendono alla fluidità dei linguaggi – performance, danza, poesia, sound engineering e video mapping – nell’intreccio degli stimoli e dei segnali che si amplificano reciprocamente.

Promettenti sono già state le edizioni che hanno messo in luce – nel 2014 e nel 2016 – un collettivo croato (Komična Hunta) e un performer proveniente dal Belgio (Bastien Poncelet). Naturalmente under 30.

Dedicato a quell’attivatore di culture che è stato Franco Jesurun, già nelle due edizioni passate Squeeze It ha definito il suo profilo originale. La proposta di base, rivolta ai giovani creativi europei, è di ideare un progetto dal vivo, low budget e in formato small, che duri non più di 16 minuti e possa trovare posto in uno spazio di 4m x 4m x 4m. Il concorso non comporta spese di iscrizione, ma l’invio di un videoclip di presentazione del progetto (durata massima 4′).

Fianco a fianco con i video-maker

Sostenibile e a basso costo è anche il traguardo della vittoria.  Oltre a un workshop di alcuni giorni a Trieste con professionisti dei singoli settori, Squeeze It mette in palio ogni due anni la collaborazione con un video-maker e regista internazionale a fianco del quale il vincitore o i vincitori elaboreranno un prodotto video artistico di impatto e qualità professionale. Nella prima edizione il premio consisteva nelle giornate che Komična Hunta ha trascorso fianco a fianco con l’artista italo-albanese Adrian Paci. Per la seconda, il premio assegnato a Poncelet, ovvero il regista, è stato il croato Dalibor Martinis (www.dalibormartinis.com). L’edizione 2018 prevede che a condurre il workshop di videoproduzione sia il polacco Mirosław Bałka (miroslaw-balka.com).

Workshop 2014 con Adrian Paci
Workshop 2016 con Dalibor Martinis

Le fasi conclusive dell’edizione 2018 si svolgeranno a Trieste, nella seconda settimana di dicembre. La serata finale con proclamazione del vincitore, sabato 15 dicembre, allo Studio Tommaseo, dove ha sede Trieste Contemporanea.

   

Il bando, in lingua italiana e in lingua inglese si trova a questo indirizzo.

Nel sito di Squeeze It esiste anche una galleria con i video di presentazione inviati da tutti i finalisti. Ottimo atlante sul quale disegnare oggi una rotta per la giovane creatività europea.

Kleine Berlin, la zona. Nel cuore di tenebra di Tarkovskij

Fino al 9 settembre, nei tunnel sotterranei della Kleine Berlin, a Trieste, uno spettacolo permette al pubblico di rivivere gli stati d’animo del film Stalker, capolavoro del regista russo. È l’ultimo appuntamento del festival Approdi.

“La Zona è un sistema molto complesso di trabocchetti, che sono tutti mortali. Non so cosa succeda qui in assenza dell’uomo, ma non appena arriva qualcuno, tutto, tutto si comincia a muovere… le vecchie trappole scompaiono, ne appaiono di nuove… posti prima sicuri, diventano impraticabili. Il cammino si fa ora semplice e facile, ora intricato fino all’inverosimile”. (Stalker, Andrej Tarkovskij, 1979)

Sotto una delle colline sulle quali poggia la città di Trieste si estende un sistema di cunicoli, tunnel, pozzi, condotti scavati durante la seconda guerra mondiale: una architettura sotterranea conosciuta ancora oggi con il nome di Kleine Berlin.

Questa piccola Berlino era uno dei tanti ricoveri antiaerei fatti costruire in città subito dopo l’inizio del conflitto: il più complesso tra i rifugi in cui trovare posto durante i bombardamenti.

Una parte di questa cittadella ipogea era inaccessibile alla popolazione civile. Le milizie tedesche che occuparono Trieste nel ’43 l’avevano riservata a sé e poi collegata, attraverso passaggi tenuti nascosti a tutti, con punti strategici: il quartier generale, il palazzo di giustizia. Nel pieno centro della città, una zona off-limits, proibita, aliena.

La Zona

È  in questo labirinto umido, scandito dall’aprirsi di oscure gallerie laterali, polvere e reperti bellici, lastre arrugginite, che in questi giorni Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi, fanno rivivere La Zona, l’area aliena attorno a cui Andrej Tarkowskij aveva costruito un capolavoro della cinematografia anni Settanta: Stalker.

un’immagine dal film (1979)

Nel film, lo stalker è la guida clandestina, l’esperto del territorio, colui che a pagamento accompagna due visitatori, uno scienziato e uno scrittore, verso un luogo dove, corre voce, potrebbero verificarsi fatti straordinari, la Stanza.

“Vent’anni fa, circa, sembra che proprio qui sia caduto un meteorite che rase al suolo il villaggio. Cercarono questo meteorite, ma naturalmente non trovarono nulla. Poi la gente cominciò a sparire. Venivano qui, ma non tornavano indietro… Alla fine decisero che il cosiddetto meteorite non era proprio un meteorite e per cominciare misero tutto intorno del filo spinato, per evitare che i curiosi corressero rischi. Così cominciò a correre voce che ci fosse un posto, la Stanza, nella Zona, dove si esaudivano i desideri, e così decisero di proteggerla come la pupilla degli occhi. Chissà quali desideri potevano venire in mente a qualcuno!”.

Immergersi nella Zona

Lo spettacolo è un evento immersivo, che sollecita i sensi del pubblico – non più di 45 persone per replica – condotte, come i personaggi del film, attraverso gli ambienti sotterranei. Il contatto con le pareti, il buio, l’umidità, la pavimentazione impervia, trasformano in sensazioni fisiche ciò che la pellicola restituiva visivamente. Un disagio emotivo, un nodo enigmatico, entro cui scivolano i dialoghi, fedeli alla sceneggiatura originale, per mantenere la tensione con cui Tarkovskij esplorava le sabbie mobili di un pensiero non-razionale, la dimensione mistica verso cui può incamminarsi una diversa vita.

Lo scrittore è Giovanni Boni, irascibile, scettico, fatalmente deluso dall’inefficacia della scrittura. Lorenzo Zuffi è il fisico, scienziato ambizioso, in apparenza cinico: se ne scopre piano piano la fragilità, cui non viene in soccorso alcuna meccanica. Figure scelte per rappresentare due sguardi che scrutano insoddisfatti la superficie della vita. Incapaci entrambi di penetrarla nella profondità che dovrebbe essere il loro traguardo, Quello dell’artista, o per altro verso, quello dello scienziato.

Scrittore e Professore incarnano l’arroganza e il limite dei processi conoscitivi. Lo stalker (che è Lorenzo Acquaviva) possiede invece la ritrosia degli uomini segnati dal destino. La sofferta capacità della fede, che accetta il mistero contro il quale i suoi due clienti si accaniscono.

Stalattiti e un velo d’acqua

Giunti in prossimità della Stanza, davanti agli spettatori si dirama il tunnel che conduce nella tenebra della terra. La meraviglia inquieta della volta in cemento, ricamata da stalattiti e concrezioni calcaree. Sotto i piedi corre un velo d’acqua. È qui che Diana Höbel,  convincentissima nel filmato che suggella La zona, dà voce alla moglie dello stalker e ne disegna in controluce il profilo amaro, l’infelicità necessaria.

Sapete… mamma era molto contraria. Forse l’avrete già capito: non è normale! La gente rideva di lui e lui era così smarrito, poverino. Mamma mi diceva: “È uno stalker, un condannato a morte, un eterno carcerato, e i bambini? Pensa ai bambini degli stalker!” e io… io non volevo… non volevo nemmeno discutere. Ma io lo sapevo benissimo che era un condannato a morte, un eterno carcerato e anche dei bambini… ma che cosa potevo farci io? Ero sicura che insieme a lui sarei stata… bene! Sapevo che avrei avuto tante amarezze, ma è meglio una felicità amara che una vita grigia e noiosa. Be’, questo devo essermelo immaginato dopo. Allora egli si avvicinò a me e disse semplicemente queste parole: “Ti prego, vieni con me!”. Andai… e non me ne sono pentita, e non ho mai invidiato nessuno, mai, in nessun momento della mia esistenza. Il destino è fatto così. Così è la vita, così siamo noi. E se nella nostra vita non ci fosse dolore non sarebbe meglio, sarebbe peggio: perché allora non ci sarebbe la felicità né la speranza… ecco”.

un’altra immagine dal film

LA ZONA
con Giovanni Boni, Lorenzo Acquaviva, Lorenzo Zuffi. Nel filmato Diana Höbel. Regia di Giovanni Boni e Lorenzo Acquaviva. Per Approdi Festival, fino al 9 settembre.

Con Tiago Rodrigues, disegnando l’Europa

“Si sono fatti una promessa, molto tempo fa. Ritrovarsi ogni anno, in questo stesso giorno, in questo stesso luogo. Da allora ne è passato di tempo. Lui è tornato là ogni anno. Lei mai. Almeno finora. Ora però si incontreranno. Hanno alle spalle strade diverse. Parlano lingue diverse. Questa sarà la loro storia. E non sarà soltanto una”.

L’Ecole des Maîtres è un corso internazionale e itinerante di perfezionamento teatrale. Ogni anno (da quando Franco Quadri l’ideò, cioè da 28 anni) l’Ecole dà a una ventina di giovani attori tra i 24 e i 35 anni la possibilità di lavorare con i maestri della scena mondiale. Maestri che, in più un quarto secolo, sono stati leoni bianchi della regia europea – Ronconi, Stein, Dodin – o gli esponenti di un nuovo teatro d’autore – Fabre, Delbono, ricci/forte – o ancora i nomi di spicco di un altro continente – l’argentino Rafael Spregelburd, la brasiliana Christane Jatahy.

Fossero britannici come Matthew Lenton, o lituani come Eimuntas Nekrošius, croati come Ivica Buljan, il problema che l’Ecole e i suoi “studenti” internazionali hanno sempre posto loro era lo stesso: la lingua, le lingue, la necessità di un territorio comune nella diversità delle provenienze. Ognuno dei maître l’ha risolto a modo proprio: perché ciascuno portava nel proprio lavoro e nella pedagogia, una certa idea d’Europa e di ciò che dovrebbe essere un attore oggi, in questa Europa. Progettare l’attore europeo è del resto la mission dell’Ecole.

“Finché ci saranno i caffè ci sarà l’Europa” dice ora Tiago Rodrigues, regista, attore e autore portoghese, maître di questa edizione 2018 (qui una breve scheda su di lui e sul progetto). “I caffè sono luoghi dove ci si incontra si scambiano idee, nascono pensieri nuovi, senza l’assillo del risultato. Sono il simbolo di un’Europa che, più che sulla libera circolazione delle merci, dovrebbe poggiare sulla libera circolazione di persone e idee”.

In tempi così controversi per questo continente, può essere salvifica l’immagine proposta da un regista che alla fine di quest’anno riceverà a San Pietroburgo, il Premio Europa per il Teatro. Rodrigues parla seduto in mezzo ai suoi sedici studenti. Vengono da Francia, Belgio, Portogallo, Italia, e hanno superato la selezione che li ha portati qui, in provincia di Udine, a Villa Manin di Passariano. Proprio la villa che ospito Napoleone, nei giorni del trattato di Campoformido. Tanto per restare in tema d’Europa.

Perigo Feliz – Felice Pericolo

Per i suoi allievi Rodrigues ha creato la storia che ho raccontato all’inizio. E ha lasciato che per una settimana, a coppie, lavorassero attorno a quella situazione. Ciascuno nella propria madrelingua, ma anche nelle altre lingue, con tutte le incomprensioni, gli inciampi, gli errori. Con il pericolo felice – è titolo di questa sessione dell’Ecole – che scaturisce dall’incontro e ancor più dallo scontro delle lingue. Così la situazione iniziale si è moltiplicata, le figure del racconto si sono caricate di senso, hanno acquisito voci e corpi, e ciascuna storia ha preso una direzione diversa.

“Penso a un ramo che si spezza per il peso della neve appena caduta. Ma l’albero a cui io penso – un pino – non è per forza di cose l’albero a cui pensi tu – un larice, una betulla -. Ci sono mondi diversi dietro alle stesse parole”.

A Villa Manin, l’altra sera, in una delle barchesse, Rodrigues ha aperto al pubblico le porte di questo lavoro, sviluppato sotto l’egida del Css – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila italiano dell’Ecole. Pericolo Felice proseguirà anche nelle prossime settimane, quando nel suo percorso internazionale, l’Ecole si riaprirà anche al pubblico di Roma (nel cartellone di Short Theatre, al Teatro India, il 5 settembre) e poi di Coimbra e Lisbona, Reims e Caen, infine Liegi, il primo ottobre.

Un continente di traduzioni

“Io credo nella forza lingue locali – continua Rodrigues – nel mio caso la lingua portoghese, perché contengono una ricchezza, una cultura, una storia, che vengono loro da radici profonde. Ma oggi chi fa teatro – prosegue – non può pensare più a un pubblico locale. Vedo in futuro un continente di traduzioni, in cui ciascuno si sforza di capire e farsi capire. Ma al rischio dell’incomprensione, del tradimento linguistico, antepongo la sfida creativo dell’invenzione. Tradurre è tradire, ma anche sollecitare conoscenze nuove”.

“Fin dal primo momento – riassume Nicola Borghesi, uno dei quattro italiani selezionati per questa Ecole 2018 – mi è sembrato un approccio al lavoro del palcoscenico molto diverso da quello della regia tradizionale. Del lavoro con Rodrigues, mi ha colpito sopratutto la tranquillità di chi non ha bisogno di giungere a un risultato immediato, di confezionare un prodotto da mostrare, e si prende invece il tempo per esplorare i pensieri e le parole degli altri”.

Proprio come succede al caffè, quando per ristorarci un attimo, mettiamo da parte l’ansia del lavoro e ci lasciamo andare al gusto della chiacchiera. Anche senza pensare che finché ci saranno caffè, ci sarà Europa.

[le immagini sono di Miguel Mando e Giovanni Chiarot].

Teatro in quattro portate: chilometro zero e tovaglie a quadri

Metti un’antica città in Toscana. La piazzetta, di sera, proprio sopra le mura. Un’infilata di tavoli apparecchiati per un centinaio di persone. Fiaschi di vino e teatro.

È un teatro che parla dalle finestre e dai portoni, da strette rampe di scale e botole che si aprono sulle cantine. E che si muove tra le tavolate. La fisarmonica, i canti e gli stornelli toscani per innaffiare il menù. A dettarlo è la storia locale, i suoi personaggi, le sue vicende. Ma non solo quelle, anzi: qui è lo sguardo di una piccola comunità che si pone domande sulle trasformazioni del pianeta. Si cena tutti assieme. Quattro portate, su colorate tovaglie a quadri.

Teatro a chilometro zero

Ci sono angoli della nostra penisola dove si pratica un teatro a chilometro zero: popolare, schietto, non abitudinario. Tre, in Toscana, li posso segnare a dito.

Monticchiello, in Val d’Orcia, era il tema di un post del mese scorso.  Montelpulciano con il suo Bruscello vanta la tradizione più lunga e ha storie antiche da raccontare (qui il loro sito). 

Ad Anghiari sono stato pochi giorni fa. Da ventitré anni nelle sere d’agosto – davanti alla piana che con la sua battaglia ispirò Leonardo – qui si distende la Tovaglia a quadri che dà il titolo alla manifestazione. E qui si fa quel teatro.

Anghiari (AR) – Tovaglia a quadri

È teatro popolare, per molte ragioni. Perché a farlo è la gente di Anghiari, che nel vestirsi da personaggio, racconta le proprie storie, così come le vive, così come le ha sentite.  È teatro popolare, perché i modi della messa in scena sono comprensibili, scanzonati, per forza di cose saporiti. Anche se il tema che affrontano non sempre è ridanciano. Anche se qualche volta si parte da problemi, paure, preoccupazioni. È teatro popolare, perché anche Tovaglia a quadri, si iscrive in una tradizione italiana di culture subalterne che rivendicano, oggi come secoli fa, i propri valori davanti all’egemonia dei potenti. Non è più il conflitto di classe, non è nemmeno lo scontro tra metropoli e campagna, la sordità della burocrazia e delle istituzioni. Adesso è un tema di portata globale. Ma ha conseguenze immediate, pratiche, spesso drammatiche sulla realtà locale.

Amazon ci ammazza

Basta guardarsi intorno. Chiude il negozio di abbigliamento, croce e delizia delle donne del vicinato, ora che gli sconti di Groupon e Zalando lo hanno stritolato. Chiude la libreria new age e libertaria, messa in ginocchio dai prezzi di Amazon. E Genio, il giovanotto tuttofare che riparava ogni cosa, dal frullatore al televisore, si arrende alla obsolescenza programmata: consiglia pure lui di ricomprare nuovi il minipimer, lo smartphone, l’automobile che non funzionano più: basta riparazioni. Anche l’osteria locale, rinomata per la pasta fatta in casa (qui si chiamano brìngoli, ma altrove sono i pici) si adatta a consegne in stile Foodora.

Strizzando l’occhio al gigante del commercio elettronico mondiale, il titolo che Tovaglia a quadri ha scelto quest’anno – Ci Ammazzon – racconta l’impatto del tecnologico digitale sulla vita delle piccole comunità. Quelle delle botteghe sotto casa, della fila all’ufficio postale il giorno della pensione, dell’osteria dove si va a pranzo ogni domenica. Oggi invece whatzapp e home banking.

Ma non è rimpianto né voglia di conservazione. E non è affatto retroguardismo. Progressi e danni delle nuove tecnologie sono un problema complesso che il teatro permette di oggettivare, lasciando a nudo le chiacchiere e le polemiche, smascherando la demagogia dei politici. E le urla degli agitatori.

Ciò che faceva – con lo stesso piglio – la commedia nella Grecia antica, quando chiamava in assemblea i cittadini  e sottoponeva loro i problemi, interrogandoli con il ghigno laico della risata. 

Nomi profondi come radici

Così, da 23 anni, si snodano le storie di Tovaglia a quadri. A volte toccano episodi di cronaca locale, a volte rievocano momenti del passato, di Anghiari o della Val Tiberina. Le hanno sempre elaborate i due fondatori , Andrea Merendelli (anche regista dell’evento) e Paolo Pennacchini. E chi lavora con loro, con il naturale ricambio generazionale, son tutti gente del luogo, memoria vivente e comunità operante. C’è chi di anni ne ha quasi ottanta e chi nemmeno venti. Cittadini-attori e collaboratori dai nomi profondi come radici: Ermindo, Armida, Maris. Attori-cantori che si esprimono in quella  parlata locale che fa la salubre biodiversità del nostro Paese.

Chi abita qui, comprende ogni accenno, ogni sfumatura. Chi invece viene da lontano – sono tanti ogni sera – entra in rapporto con il carattere indipendente e sapido degli anghiaresi. Intanto – alternate ai quattro quadri di questo teatro glocal – passano disinvolte altrettante portate, frutto eccellente della cucina toscana. Crostini rossi e neri, brìngoli al sugo finto, spezzatino di chianina con patate arroste (ma ogni anno c’è una sorpresa speciale). E infine, cantucci col vin santo.

Ed è già notte quando la storia sembra finita. Ma la storia non finisce mai, e le tovaglie a quadri, solo un po’ stropicciate, saranno presto pronte per una nuova replica, per un’altra puntata. Basta distenderle di nuovo sotto le mura medievali.

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CI AMMAZZON

una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, regia di Andrea Merendelli, con la gente del Poggiolino:  Katia Talozzi, Elisa Cenni, Stefania Bolletti, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Alessandro Severi, Rossano Ghignoni, Andrea Valbonetti, Ermindo Santi, Gabriele Leoni, Andrea Finzi, Pietro Romanelli, e HALDO, intelligenza artificiale. Appunti musicali ricomposti da Mario Guiducci. Produzione Associazione Culturale Tovaglia a quadri.

Anghiari (Arezzo), il Poggiolino, dal 10 al 19 agosto 2018

Jakop Ahlbom. Anche il teatro reclama l’horror

Svedese, adottato dall’Olanda, Jakop Ahlbom è un bizzarro autore, regista, inventore, attore e acrobata, che condivide con molti cinefili la passione per i film di genere: le lunghe saghe degli horror che costellavano gli anni ’60, le commedie ridicole dei tempi Buster Keaton, il cinema surreale. O pellicole di culto, come Shining.

Da qualche anno, con determinazione, Ahlbom prova a reinventare per la scena tutte le meraviglie, i trucchi, le emozioni, ma soprattutto le paure che quelle pellicole nel secolo scorso suscitavano.

Jakop Ahlbom – Horror

Giunto alle fasi finali il Festival di teatro contemporaneo della Biennale mette in campo proprio Alhbom, uno dei suoi campioni.

Horror è lo spettacolo che lo ha reso famoso (oggi, venerdì 3, al Teatro delle Tese, Arsenale, ore 21.45) e rappresenta il manifesto del suo stile, unico e pieno di sorprese.

Nella casa infestata dai fantasmi

Nella classica tradizioni dei thriller Horror racconta di una donna che assieme a due amici torna nella vecchia casa dei genitori. Per scoprire che sull’edifico pesa il ricordo di una cruenta tragedia famigliare. Nessuno dei tre sa cosa sia accaduto alla sorella maggiore, ma lo spirito della defunta è là, pronto a accogliere i nuovi venuti. E sono i flashback e i teatralissimi colpi di scena a far riemergere il passato. L’unico modo per sopravvivere in quell’ambiente, infestato e pericoloso, sarà confrontarsi con la terribile verità sepolta. Personaggi e spettatori assieme.

“Ahlbom sa usare gli effetti speciali come un maestro” ha scritto la stampa internazionale. “Riesce a inventare un orrore terrificante, oscuro, immondo, ma anche comico, nella tradizione dell’assurdo, e soprattutto ben recitato. Dimostrazione di un talento unico, stupefacente”.

L’altra creazione di Ahlbom ospitata in questa Biennale, Lebensraum, vuole invece onorare la grandezza di Buster Keaton (sabato 4, Teatro Piccolo Arsenale, 22.00).

“Keaton è una delle grandi fonti di ispirazione per il mio lavoro” spiega l’autore. “Lo spettacolo parla di due uomini che si sono creati una vita perfetta, un loro piccolo habitat. Ma in questo mondo manca qualcosa. Così decidono di costruire una bambola meccanica, che sbrighi le faccende di casa. E non solo”. Teatro fisico con una punta di magia. Come nei racconti ottocenteschi.

Un teatro atmosferico

In queste giornate finali, La Biennale ospita anche altri artisti di valore, esponenti di quel tema che il direttore Latella, ha scelto come titolo dell’edizione 2018: il confronto tra attore e perfomer.

Uno è lo svizzero Thom Luz, che per il suo “teatro atmosferico” spesso attinge al “Manuale dei fenomeni naturali insoliti” di William R. Corliss. A Venezia Luz presenta due spettacoli: When I die (venerdì 3, Tese dei Soppalchi, 19.00) e Girl from the Fog Machine Factory (sabato 4, Teatro alle tese, 19.00). “Amo raccontare storie come non si raccontano di solito – dice Luz – attraverso suoni e atmosfere”.

Thom Luz – Girl from the Fog Machine Factory – ph. Sandra Then

L’altro è l’italiano Giuseppe Stellato, con la prima mondiale del suo “Mind the gap” (Foyer delle Tese, ore 20.45, oggi e domani) e la ripresa di “Oblò”, (domani, ore 18), viaggio dentro il cestello di una lavatrice. In movimento, naturalmente.

Una maratona di baci

Giunge alle fasi finali anche la Biennale College, il percorso educational della Biennale Teatro 2018 (vedi un precedente post). Per dieci giorni, più di 150 giovani attori hanno lavorato con nove maestri di teatro italiano e internazionale attorno al tema del bacio. “Baciarsi non vuol dire amarsi – è lo spunto lanciato mesi fa da Latella – ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella vita.

Ne è nata Kiss me, la maratona di brevi performance di baci che avrà inizio domenica 5 al Teatro alle Tese, alle 15.00, e concluderà le 17 giornate del Festival.

 

Dopo Basaglia. Quel che resta di Marco Cavallo

Carlo Muscatello ed io c’eravamo, nel febbraio del 1973. Quando dentro al manicomio di San Giovanni a Trieste, assieme a gruppo di persone che guardavano avanti, Franco Basaglia dava avvio a una rivoluzione che avrebbe dovuto attendere cinque anni per manifestarsi.

Carlo ed io parleremo di quel decennio formidabile domani, giovedì 2 agosto, nella nuova puntata della trasmissione radiofonica Basaglia Live (ascolta qui le puntate precedenti), che per tutto il mese di luglio e per quello di agosto, ripercorre la strada che ci separa da allora. Ricordando che sono passati 40 anni giusti dalla pubblicazione – nel 1978 – della Legge 180. La legge che, grazie a Basaglia, ha trasformato la condizione del disagio mentale nel nostro Paese.

Se tutto ciò è avvenuto, è anche merito di un cavallo. Diventato famoso per il suo straordinario colore azzurro. Marco Cavallo.

 

Marco Cavallo a San Giovanni nel 2010 (ph. Damiano Skrbec)

A inventare e dare forma, con legno e cartapesta a Marco Cavallo furono due artisti, Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia. Peppe Dell’Acqua, psichiatra, che era là con loro, ricorda i dettagli di quella avventura in una bella intervista di qualche anno fa con Claudio Magris. Poi ci sono i libri che Giuliano ha scritto, quelli scritti da Peppe, la lunga sequenza di viaggi che ha portato Marco Cavallo dappertutto, addirittura dentro l’Expo di Milano.

Marco Cavallo all’Expo di Milano, con Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua

Ma a me e a Muscatello piace ripartire da un’altra fotografia . L’aveva scattata Neva Gasparo il 25 febbraio del 1973.

Si sfonda il recinto del padiglione P (1973)

Nell’immagine si riconosce Franco Basaglia. Ha sollevato una panchina e con un movimento un po’ teatrale, la usa come un ariete. Con altre persone, vogliono sfondare la recinzione del reparto P, uno dei padiglioni del manicomio di San Giovanni. Perché si tratta di far uscire, in quella fredda giornata di sole, il cavallo azzurro che là dietro, in secondo piano, attende e scalpita impaziente. La prima uscita di Marco Cavallo porterà lungo le vie di Trieste e fin sul colle di San Giusto tutti coloro che, dentro al manicomio, lo hanno immaginato, costruito e dipinto di quello straordinario colore azzurro.

Mancano ancora cinque anni – il 1978 – affinché la Legge 180 riconosca che tanti altri cancelli, tante altre istituzioni psichiatriche vanno sfondate. Ma intanto il teatro ha fatto da apripista.

Marco Cavallo esce da San Giovanni (1973)

Perché l’avventura di Marco Cavallo non è stato solo un episodio nella storia della psichiatria e della percezione della malattia mentale.

E’ stata anche uno dei primi momenti in cui il teatro, in Italia, ha cominciato a manifestarsi fuori dei teatri. E’ stata la sua uscita dai recinti, il rifiuto della prosa, l’apertura a un panorama di problemi più vasto, decisamene più urgenti dei pur rispettabili tormenti – chessò – del giovane principe Amleto.

A 45 anni anni di distanza le cose sono cambiate. Oggi il teatro non sembra non occuparsi granché di chi vive il disagio della malattia mentale, la reclusione in carcere, la condizione di rifugiato, di chi si percepisce minoranza. Il “teatro sociale” ha corso difficile, proprio oggi che ce ne sarebbe fortemente bisogno.

Qualcosa però rimane. Ed è frutto di quella stagione, inaugurata da Basaglia, da Scabia, da giovani artisti e gruppi che aderirono allora, dentro quei padiglioni, trasormati in laboratori, alle loro proposte: il Centro d’espressione teatrale “Il cantiere”, per esempio. O il Teatro Studio di Claudio Misculin e Maurizio Soldà.

Claudio Misculin continua oggi il suo percorso con le attività dell’Accademia della Follia: un lungo percorso d’arte non imbrigliata, raccontato in un film da Anush Hamzehian (2015) e in numerose pubblicazioni.  Lo si può seguire sul profilo FB dello stesso Misculin, leggendo i numerosi articoli in rete, assistendo alle creazioni dei suoi attori “matti” (la più recente proprio ieri, sempre negli spazi del parco di San Giovanni).

 

Obelix e Asterix – Accademia della Follia

Cresciuta nel gruppo “Il cantiere”, Andreina Garella non ha tradito il mandato di quel “teatro sociale”. Ora lavora in Emilia, dove assieme a Mario Fontanini ha fondato Festina Lente Teatro. Una loro recente proposta, lo spettacolo La vita fragile, pieno della stessa forza che accompagnava le uscite di Marco Cavallo, ha mobilitato alcune settimane fa la Cavallerizza di Reggio Emilia, su proposta del Dipartimento di salute mentale di quella provincia.

La vita fragile - Festina Lente Teatro 2018
La vita fragile – Festina Lente Teatro 2018

E ha restituito alla gente gli allegri suoni di banda, le storie di inclusione, il diritto a essere diversi ma uguali, che molti di noi avevano dimenticato.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sull’edizione di martedì 31 luglio del quotidiano IL PICCOLO di Trieste].