Almada, dirimpetto a Lisbona, e un teatro transatlantico

Per andare da Lisbona ad Almada – che sta al di là del fiume Tago – si può naturalmente prendere il lungo e slanciato ponte che collega le due città.

Ma per un avvicinamento che mi è sempre piaciuto, formidabile fonte di suggestione, bisogna imbarcarsi a Cais do Sodré, poco lontano dalla  Praça do Comércio, attraversare in battello il fiume, e approdare sull’altra sponda, nel piccolo porto di Cacilhas.

Là si mangia un boccone, se c’è tempo addirittura un’açorda, il tipico zuppone portoghese, al ristorante O Farol, che in significa il faro. Poi soddisfatti, ci si inerpica lungo il vialone che risale la collina, per arrivare nel cuore di Almada.

Città operaia e centro popolare, a dirimpetto all’aristocratica e monumentale Lisbona, Almada era sede di gloriosi cantieri che oramai, nel tempo dei tablet e degli smartphone, hanno smarrito il ruolo.

Oggi ha un carattere ibrido. Il vento dell’innovazione – incarnato dai velocissimi e silenziosi tram che l’attraversano tutta, e da ragazzini sullo skate ancor più veloci – convive con l’atmosfera assonnata di vie più strette, giardini segreti, belvederi ombreggiati che si aprono sulla vista del Tago. E un grande frinir di cicale, in estate.

D’estate ad Almada si va per il suo festival di teatro

Che in un mio personale atlante, considero uno tra i più interessanti d’Europa. Di più dell’Europa. Perché grazie alla sua estrema posizione atlantica, grazie alla lingua, grazie alle scelte degli spettacoli ospiti, questo festival portoghese è anche una finestra spalancata su Centro e Sud America. Tutte le volte che ho trascorso qui le prime settimane di luglio, per me sono state vere lezioni di teatro transatlantico.

Al Festival di Almada, ho visto il mio primo Spregelburd, l’argentino very very smart. Ho imparato a leggere i testi di Daniel Veronese e del cileno Guillermo Calderòn, drammaturghi che adesso amo. Spesso la scena messicana mi è apparsa sotto altri occhi, vista da qua. Christiane Jatahy, la film-maker brasiliana che si destreggia tra video e scena, prima di arrivare due anni fa in Biennale, è passata da Almada. C’ho visto pure gli esotici spettacoli di Capo Verde.

Le poche cose che so (non così poche, a dire il vero) di teatro portoghese, le ho imparate qui, anche vedendo recitare Miguel Luis Cintra, il loro regista e attore più fascinoso, com’era da noi Mastroianni, o  Ricardo Pais. Oppure scrutando il lavoro di giovani e meno giovani formazioni, con volti che ho riconosciuto poi altrove.

la grafica dello scorso anno

Se il Festival è giunto alla 35sima edizione, il merito è di colui che negli anni Settanta lo ha fondato e diretto fino al 2012, Joaquim Benite. E, dopo la sua scomparsa, di chi tiene oggi in mano il timone artistico: Rodrigo Francisco, occhio allenato a riconoscere quando di buono si fa in Europa (volendo, non è mai stato difficile prendere un aperitivo con lui e con lo svizzero Marthaler …. ) ma attento pure a non tradire lo spirito locale, che porta ogni sera nel grande cortile di una scuola, spettacoli più popolari, ma molto godibili, che non fanno certo storcere il naso agli intellettuali che arrivano dalla vicina Lisbona (loro sì, passano sul ponte).

Dunque anche quest’anno vado ad Almada: per capire meglio come il teatro si muove in Portogallo. E anche altrove naturalmente. Il festival comincia oggi, e nonostante una riduzione significativa del finanziamento statale che ha fatto temere il peggio, da domani si prepara a srotolare un cartellone di spettacoli che lo confermano la più importante delle manifestazioni portoghesi. In fila ci sono nomi che in Italia conosciamo bene o abbastanza bene: Jan Lauwers e la NeedCompany dall’Olanda, i berlinesi della Familie Flöz, i belgi Transquinquennal, il francese Emmanuel Demarcy-Mota. direttore del Theatre de la Ville. C’è anche Pippo Delbono (con La gioia, che qui si chiama A alegria) visto che uno o due titoli del made in Italy ad Almada non mancano mai.

Freccette sul programma

Io però punto su nomi che non ancora conosco. E ho già messo le mie freccette sul programma. Kalakuta Republik, ad esempio, perché ad Avignone pare abbia lasciato il segno. E anche a TorinoDanza, dov’è velocemente passato in ottobre. Il suo coreografo-creatore, Serge Aimé Koulibaly, lo vorrei conoscere: per come ha lavorato sulla musica e sulla vita di Fela Kuti, musicista e attivista africano. Quello del funerale da un milione di persone.

Kalakuta Republik – ph. C. Doune

Poi c’è Liliom di Ferenc Molnár, testo fondante del teatro ungherese, messo in scena da un francese di talento, con il nome italiano, Jean Bellorini. E ancora una Sonnambula (sì, quella di Bellini) con la regia destrutturata di David Marton, che, nato compositore, si avvia a diventare il diretto erede delle malizie musicali di Marthaler e della perizia drammaturgica di Castorf.

La sonnambula – ph. Gabriela Neeb

Cose che mi incuriosiscono, per come possono avverarsi in scena, sono La riunificazione delle due Coree, di Joël Pommerat, con la regia di Paolo Magelli. O Clôture de l’amour, di Pascal Rambert, l’incontro verbale di boxe di una coppia, ma ripensato dal croato Ivica Buljan con il suo attore feticcio Marko Mandić e Pia Zemljič, compagna anche nella vita. 

Del teatro portoghese che vedrò – ce n’è tanto – e del teatro che sta al di là dell’Atlantico, per esempio dei messicani Babel, che in Arizona ci raccontano il muro di Trump, potrei parlare un po’ adesso. Ma è meglio che lo faccia un’altra volta, dopo essere tornato da Almada, per la stessa via d’acqua, traversando di nuovo il Tago sullo stesso battello. Dove credo che, dondolando, scriverò un nuovo post.

Il programma completo del festival è sul sito del Teatro Joaquim Benite di Almada, dateci un’occhiata.

Festival: andar per sentieri a luglio e agosto

Gli appuntamenti che contano, nell’estate teatrale, li conoscete tutti. Più o meno. I festival più vistosi, quelli con più risorse, investono volentieri in comunicazione. Manifesti, striscioni stradali, banner pubblicitari in rete, pagine e inserzioni sui quotidiani che ancora non hanno abbandonato la carta. Così è facile che il turista, anche se di passaggio, si accorga che a Napoli , a Venezia, a Spoleto, a Siracusa, o a pochi chilometri da Rimini, là a Santarcangelo, ogni serata  può diventare un incontro con il teatro. Chissà: lo spettacolo pop, o magari quello un po’ più ricercato. In un teatro antico, o in un’arena, magari sotto le stelle. Comunque un evento, come i media amano ripetere.

Oltre l’Italia dei grand tour, c’è però un’Italia meno vistosa, di provincia, con minori risorse. Una penisola teatrale di piccoli centri e periferie, che è  più complicato trovare sulle mappe. Una toponomastica sconosciuta ai flussi turistici importanti. Lo ricordavo in post di qualche settimana fa. Castrovillari, Fies, Sansepolcro, Polverigi, sono località su cui svettano la bandierine di altri itinerari. Non certo segreti, ma sicuramente più riservati,  percorsi e sentieri che spesso danno maggior soddisfazione.

Perciò, come fanno i ciclisti che amano il viaggio oltre che la meta, potrebbe essere questo il momento di disegnare sulla carta geografica – su Google Maps se risulta più comodo – gli altri sentieri del teatro. Tra i tanti possibili, ne scelgo oggi quattro, quelli che a luglio e agosto invitano a staccarsi dall’autostrada delle grandi manifestazioni, e a preferire  percorsi secondari. Che per paesaggio e visioni, sono anche più belli.

 

Monticchiello

Un po’ per amore, un po’ per il valore, la prima bandierina ho deciso di piantarla a Monticchiello, che sta nelle terre di Siena, più esattamente in val d’Orcia. Sarà il colore, il sapore, il carattere di questa nicchia toscana, ma Montichiello e il suo Teatro Povero, sono una di quelle tappe che, una volta nella vita, bisogna fare. Da più di 50 anni, ogni estate, un nuovo allestimento impegna tutto il paese nelle forme dell’autorappresentazione, con gli abitanti che interpretano se stessi.

Anche stavolta, nella piazzetta centrale, dal 21 luglio al 14 agosto i montichiellesi si raccontano e provano a capire come affrontare i problemi della contemporaneità in una comunità che resta fortemente contadina. Valzer di mezzanotte è il titolo dell’auto-dramma 2018, coordinato come ogni anno da Andrea Cresti (sul sito tutte le informazioni). Nota a margine: c’è chi sostiene che i pici toscani all’aglione, da ordinare dopo lo spettacolo, rappresentino un’esperienza mistica. L’indirizzo è: Taverna di Bronzone.

la piazza di Monticchiello (ph. EG)

Topolò

Qualcosa di simile capita anche a Topolò, in Friuli, un posto che bisogna davvero volerci andare, per trovarlo sulle mappe e poi raggiungerlo. Anche perché, se si presta fede all’ultimo censimento, gli abitanti qui sono 28. Ci troviamo nelle valli del fiume Natisone, a pochi chilometri dal confine di boschi che oggi separano – o uniscono – Italia e Slovenia. Ma per cinquant’anni quella è stata la temibile Cortina di Ferro. Agli inizi degli anni ’90, quando la cortina si è dissolta, è nata Stazione Topolò / Postaja Topolove, che forse non è un festival nel senso proprio della parola. Ma per dieci giorni, dal 6 al 15 luglio, le 67 case del paese, le stalle, i fienili, i prati diventano un incredibile laboratorio di performing arts. 

“Dopo il tramonto”, “nel pomeriggio”, “verso sera”, “con il buio” sono i soli orari conosciuti qui, alla Stazione, da dove non parte ovviamente nessun treno. Basta però immaginarlo. Così come immaginari, ma perfettamente funzionanti, sono gli altri luoghi di questo incredibile paese-installazione: le 5 ambasciate, l’Istituto di Topologia e Paesologia, l’ufficio postale per stati di coscienza , la sala d’aspetto per  scrittori e registi in transito , l’Officina Globale della Salute, l’Istituto per le Acque , la Pinacoteca Universale, l’ Università, la biblioteca per i libri del cuore, le antiche sinagoghe, le terme, l’ostello per i suoni trascurati. Provate a un’occhiata al programma, ideato da Moreno Miorelli e Donatella Ruttar, e ditemi se non vi viene voglia di andare a vedere.

gli spazi di Topolò Stazione (ph. Tanja Marmai)

La Cupa

Dall’estremo nord del Friuli alle piane meridionali del Salento il salto è grande: un’Italia intera. Ma anche qua,  nell’estrema Puglia, che pure conta centri di forte attrazione turistica – Lecce barocca, Gallipoli chiassosa – si possono  scegliere strade alternative. Tra campi di ulivi, masserie fortificate, torri colombaie e neviere, la nostra conduce a un avvallamento che fin dal nome è suggestivo: la valle della Cupa. Campi Salentina a qualcuno è nota per aver dato i natali a Carmelo Bene, ma Novoli e il suo Palazzo Baronale, Trepuzzi, il Santuario di Santa Maria a Cerrate, sono invece luoghi da esplorazione.

Impresa che I Teatri della Cupa (festival quest’anno alla 4a edizione e quindi giovanissimo) ci aiutano a fare. Dal 27 luglio al 3 agosto Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro congegnano un programma che sembra pensato per far percepire anche qui, tra le campagne, il respiro di un teatro che non è solo calendario di debutti e prime a tutti i costi, ma parla al pubblico di questi paesi. E ne tiene alta la temperatura, come del resto sanno fare  Licia Lanera, Antonella Questa, Oscar De Summa. Tanto per segnalare alcuni nomi, tra i tanti in cartellone. Altre notizie si  possono trovare qui.

il pubblico dei Teatri della Cupa (ph. Eliana Manca)

Albenga

L’ultima bandierina, oggi, mi piace piantarla ad Albenga, in Liguria sulla riviera di Ponente. Dove un progetto mette assieme originalità ideativa, tessuto economico-produttivo (le aziende flori-orto-frutticole locali), spazi non abituali (i loro stabilimenti, riallestiti scenograficamente e aperti al pubblico), convivialità legata al cibo, che si consuma tutti assieme. Terreni Creativi è un festival che ha fatto del seminare e del coltivare, soprattutto dubbi e cultura, la propria chiave di riconoscibilità teatrale. E con i suoi spettacoli in serra,  è riuscito a vincere almeno finora la sfida di un periodo tanto arido di contributi. Il progetto, cominciato otto edizioni fa, è valso a Kronoteatro uno dei premi di Rete Critica 2017. E l’invito cheAntonio Latella ha  fatto alla compagnia, di portare alla prossima edizione della Biennale Teatro, una personale dei loro spettacoli, vuole anche dire qualcosa.

Ma al di là del riconoscimento, la forza del festival (forse, di questi tempi, anche la sua debolezza) sta nell’essere sul territorio, inteso letteralmente, come humus e prospettiva agricola, là sulla riviera ligure dei fiori e delle palme (le  provincie di Imperia e di Savona). Diverse dalla fertilità turistica che arricchisce invece la riviera di Levante: Portofino e Cinque Terre in testa. E’ per questo che tra l’11 e il 13 agosto, la nona edizione di Terreni Creativi merita un attenzione speciale. Oltre che un viaggio verso questa Liguria, meno glamorous di quell’altra.  Ecco il link al sito, anche se in questo momento (fine giugno) il programma non è stato ancora ufficialmente presentato.

una delle serre di Terreni Creativi

 

Com’è giusto, com’è bello, rottamare Pirandello

Roberto Latini prende in mano Sei personaggi. E a Castrovillari, durante la 19sima edizione di Primavera dei teatri, prova a dimostrare che Pirandello si può ancora portare in scena. Facendolo giustamente a pezzi.

Roberto Latini – ph Fabio Lovino

Non sarà stato il mio post della settimana passata – Tante buone ragioni per prendere il bus per Castrovillari – però a Primavera dei teatri, nei giorni scorsi, c’era davvero un sacco di gente.

La manifestazione calabrese, che apre l’estate dei festival, si è appena conclusa e ha registrato sale piene e liste d’attesa. Per la soddisfazione di chi la programma: la compagnia Scena Verticale.

Ma anche per la gioia degli esercenti: bar affollati, alberghi e b&b al completo, tempi biblici ai tavoli dei ristoranti, nel mescolarsi di pubblico locale, facilmente riconoscibile, e artisti, programmatori, responsabili di festival, giornalisti e blogger, studiosi e studenti: la varia umanità specializzata che rappresenta la linfa del settore. Un manipolo di spettatori d’avanguardia, che fin da maggio comincia a sciamare per luoghi e città della penisola, all’inseguimento di debutti che dovrebbero marcare l’originalità di ciascuna manifestazione. Dalle colline torinesi (qui il programma) ai lungomare adriatici (qui), da città feticcio come Napoli (qui) alle montagne calabresi appunto.

In realtà l’espressione debutto, che in teatro sarebbe sinonimo di prima assoluta, da parecchio tempo si sbriciola tra le mani, visto come si è trasformato il tessuto produttivo del teatro italiano, soprattutto le sue regole. Invece, anteprime, studi, schegge, prove aperte, trailer, spoiler, perfino le temibili restituzioni, si sono decuplicate, nella variopinta tipologia di prime che si accavallano l’una con l’altra durante la lunga stagione dell’Italia dei festival.

A Castrovillari, per questa Primavera assai generosa nell’offerta di titoli – tre al giorno – la mia attenzione era appuntata proprio su uno di questi debutti, il più solido, a mio avviso. Molte altre prime hanno mostrato infatti chiaro il limite di una precoce e timida uscita. Da Calcinculo di Babilonia Teatri, con i suoi tre quarti d’ora di tentativi, all’Eracle odiatore ma ancora dispersivo del Teatro dei Borgia, alle tre proposte di Europe Connection (in collaborazione con Fabulamundi, Playwriting Europe), progetto di drammaturgie internazionali, alle quali si potrebbero però augurare migliori selezionatori.

Mi va allora di parlare di Sei – E dunque, perché si fa meraviglia di noi? – il nuovo tuffo di Roberto Latini nel teatro importante di Pirandello.

Come alcool, il testo è un distillato

Sei sono i Sei personaggi, che con un radicale lavoro da dramaturg, Latini, compatta, spreme, asciuga, comprime fino a cavarne un distillato di parole, di cui incarica un solo attore, Piergiuseppe Di Tanno. La memoria va a I giganti della montagna, che lo stesso Latini aveva interpretato in solitudine, quattro anni fa. Operazioni simili si sono viste pure altrove: Fausto Russo Alesi aveva preso in carico tutti i ruoli di Natale in Casa Cupiello, per esempio. Ma è chiaro che il realismo popolare di Eduardo poco ha a che fare con la densità concettuale del titolo principe fra i titoli pirandelliani: Sei.

I giganti della montagna

Ho scritto spesso che, a mio parere, Pirandello non è più rappresentabile. Almeno così com’è scritto, nei modi in cui di solito si rappresenta, con tutti i suoi valori in vista. Come se non fosse passato un secolo – e quale secolo! – da allora e da quei valori. E ho scritto e riscritto che la via per salvaguardare Pirandello, per liberarlo dall’orribile pirandellismo di primo Novecento, mi sembra sia solo quella di rottamarlo.

Chissà se la parola è giusta. Di fatto attorno alla questa proposta di rottamazione, la rivista Hystrio ha realizzato nel numero di luglio 2017 un vasto questionario di opinioni, al quale un certo numero di pirandellisti doc, e non solo i più conservatori, hanno risposto con i soliti luoghi comuni. Quelli scolastici.

Rottamare Pirandello per me significa invece privarlo della sua scolasticità: demolire la rete di valori storici e sociologici che regge quei personaggi, quelle situazioni, quelle infinite discussioni su adulteri, paternità e maternità contese, reputazione civile. E con ciò che resta – problemi di estetica, diciamo per semplificare – dare forma contemporanea a certi snodi, a certi specchi di pensiero capaci di riflettere, oggi, alcune delle nostre domande. Ripeto: nostre. Non del 1921. La luce che restituiscono i classici, quando noi, oggi, li interroghiamo, illuminandoli: solo quella luce è ciò che li rende classici.

Nelle parole con cui Roberto Latini dà avvio alla sua operazione di drammaturgia e di regia (già anticipata con I giganti e poi con il Goldoni del Teatro Comico) trovo riflessa proprio questa operazione. Soprattutto, la trovo realizzata nello spettacolo Sei. Sottotitolo: E dunque, perché si fa meraviglia di noi?

ph Angelo Maggio

Pirandello dissugato

Guardate allora quel trespolo, quella piccola piattaforma che galleggia a quasi due metri da terra. Guardate quel performer lassù, con mezza maschera, collare a gorgiera, blusa bianca, le gambe fasciate di lattice nero, le unghie smaltate, un improbabile taglio di capelli orientale. Niente a che fare con i Pirandelli di maniera. Con gli abitucci borghesi che si vedono sempre. Dietro, solo un telo bianco, mosso ogni tanto dal vento del ventilatore nascosto. Nient’altro.

A lui, Piergiuseppe Di Tanno, toccano tutte le voci dei personaggi dei Sei personaggi. Didascalie comprese. E non si comincia dall’inizio. Via tutto lo spiegone iniziale, via la compagnia degli attori che arriva alle prove alla spicciolata, via l’ingresso grottesco della famigliola dei fantasmi. Si comincia con la battuta citata nel sottotitolo – E dunque, perché si fa meraviglia di noi?–  e siamo già a pagina 100.  Ma la battuta va al cuore del problema. Quello del personaggio. Quello dei personaggi. Non solo questi sei, di tutti i personaggi. Di loro come creature.

Infatti subito dopo, nella sola voce del performer, si manifesta la situazione chiave. Non il quadretto oramai insopportabile del Padre che nel bordello-sartoria di Madama Pace incontra la Figliastra: Latini non si cura proprio di quella patetica vicenda. La situazione chiave è quella del personaggio. Del suo statuto.

La figliastra: (venendo avanti come trasognata) È vero, anch’io, anch’io signore, per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo scrittojo, all’ora del crepuscolo, quand’egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l’ombra gl’invadesse la stanza e che quell’ombra brulicasse di noi, che andavamo a tentarlo…

Chi è, che cos’è, il personaggio per l’autore. E per l’attore? Che cos’è per lo spettatore? Un fantasma, una creatura, un’allucinazione che ci turba non il sonno, ma la veglia. La domanda che ognuno sarebbe invitato a porsi davanti a un lavoro di spettacolo dal vivo. E che a volte autori, attori e spettatori si pongono. Così l’opera – il classico – si libera da tutto il ciarpame (i cappellini di Madama Pace, la busta cilestrina con i soldi dentro) e come dice la Figliastra, “si dissuga”.

In un approccio che destruttura, o dissuga, l’opera, e che la fa diventare un nettare di parole, per quasi tutti i sessanta minuti di Sei, Roberto Latini sembra concentrarsi su questo problema. Più di quanto facesse Ronconi con In cerca d’autore. Il grottesco che Ronconi metteva in bocca ai suoi giovani attori (resta indimenticabile la Madre di Sara Putignano) diventa nella regia di Latini, nella sua indole barocca, una super-recitazione, una modalità non post ma iper-drammatica. Piena di strappi, contorcimenti, amplificazioni di voce, ma anche allucinazioni di gesti, su quella minuscola piattaforma. In un immaginario fast rewind io mi immagino recitassero così, se ne avessimo testimonianza audiovisiva, le mitiche Figliastre pirandelliane: Vera Vergani, Marta Abba. Forse è la mia allucinazione. Ma intanto l’opera vola, perché è fatta solo di parole.

Per questo, forse, sono stato attento, e anche incantato, per quasi tutta la durata dello spettacolo ideato da Latini, sempre più dissugato e culminante in un prosciugamento estremo. A un certo punto si assenta persino l’attore. Il palco è vuoto e sul velatino che intanto si è sollevato, il regista proietta le parole raggianti che emanano dal testo. Realtà. Finzione. Personaggio. Rappresentare. Solo quelle poche, null’altro, luminescenti nel buio.

E dovremmo appunto finirla qui, la commedia, con questi pochi lacerti di senso in cui si riassume tutto Sei personaggi, oggi. Rottami di ciò che cento anni fa suscitò contestazioni e che adesso potrebbe essere invece un grimaldello per riaprire il teatro.

Ma all’indole barocca di Latini, il cuore magmatico dei Sei Personaggi non sembra del tutto sufficiente. Sbagliando – almeno a me pare – la regia fa dire a Di Tanno, sceso dal trespolone, in lingua quasi inglese, l’intermezzo shakespeariano dei becchini dell’Amleto. La Bambina di Pirandello – pensa qualcuno – annega così come annegò l’Ofelia di Danimarca. Domando: che c’entra? Concludo: mi pare svii l’attenzione.

Certo, a tutto lo sforzo precedente, a tutta questa muscolare prova d’interprete, al congegno registico che rottama Pirandello, manca il gran finale. Ma Latini, con la complicità di Gialuca Misiti alle musiche e l’impianto luci di Max Mugnai ce lo aveva preparato piano piano. Lo attendevamo e finalmente si svela.

Quasi nel buio, un macchinario kafkiano viene fatto entrare in scena. In primo piano un groviglio indistinto, che sembra simulare un contenitore, più esattamente una vasca: la vasca dove è affogata, dove affogherà sempre, la Bambina.

Parte una musica leggera, l’interprete si libera di tutto, si tuffa nella vasca, e la macchina misteriosa comincia a vomitare schiuma. Iconico flashback: Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza. O molte altre dive gambe lunghe fra le bolle, pensiamo un po’ tutti. Come se Latini ci strizzasse l’occhio.

ph Angelo Maggio

Ma la musica è quella di Midnight, the Stars and you, uno standard da sala da ballo degli anni venti, composto da Ray Noble e cantata da Al Bowlly. E mi viene in mente che Stanley Kubrick l’aveva usata in Shining, nella scena che ricostruisce la festa all’Overlook Hotel, nel geniale avanti e indietro con la fotografia-ricordo in cui compare la data del 1921. Che poi è l’anno in cui al Teatro Valle di Roma debuttava Sei personaggi. Se i conti tornano. Ma temo che sia un’altra allucinazione: mia.

 

SEI.  E DUNQUE, PERCHE’ SI FA MERAVIGLIA DI NOI?

da Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
drammaturgia e regia  Roberto Latini
musica e suono  Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica  Max Mugnai
assistente alla regia  Alessandro Porcu
con  PierGiuseppe Di Tanno
produzione  Fortebraccio Teatro
con il sostegno di  Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di  MiBACT, Regione Emilia-Romagna

 

 

Tante buone ragioni per prendere il bus per Castrovillari

Dal 27 maggio al 2 giugno, a Castrovillari, si svolge la diciannovesima edizione di Primavera dei Teatri. Ho un sacco di buone ragioni per arrivare fino laggiù, in Calabria, sotto il monte Pollino. E per vedere altrettanti spettacoli accanto alla Torre Infame.

Santarcangelo. Pontedera. Polverigi. Gibellina. Nomi che mai sarebbero emersi dalle mappe geografiche, si affermarono alla fine del secolo scorso grazie al teatro e ai suoi festival.

L’era successiva ha piantato sulle carte altre bandierine eccellenti. Chiamateli festival millenials. Castiglioncello. Fies e Dro. Sansepolcro. Ma soprattutto Castrovillari: poco più di ventimila abitanti, Calabria interiore, qualche decina di chilometri dal monte Pollino.

Chi ha portato alla luce una Castrovillari sconosciuta ai più, e ne ha fatto il polo del teatro in un’area geograficamente disagiata, estranea ai flussi della contemporaneità, è stata Scena Verticale. Saverio La Ruina e Dario De Luca, cresciuti come compagnia negli anni ’90 (La stanza della memoria, ’96, era il loro primo spettacolo), inventarono nel ’99 il festival che già con il nome, Primavera dei teatri, indicava un progetto di fioritura, puntualmente realizzato.

Domani, 27 maggio, prende il via la diciannovesima edizione (vedi il programma sul sito del festival).

Su uno sperone di roccia

Chi segue i calendari del teatro sa che Primavera dei Teatri segna ogni anno l’inizio della stagione dei festival. E sa che arrivando Castrovillari – itinerario che non sempre è comodo – potrà ripartire, qualche giorno dopo, soddisfatto, con una valigia di visioni che difficilmente avrebbe previsto. Coerente con la sua immagine, Primavera dei teatri apre ogni anno finestre su altri paesaggi di teatro: compagnie, artisti, fenomeni, titoli nuovi. Sono tanti anni che – preso un aereo, un treno, in alcuni casi anche il bus – mi ritrovo sul corso principale e poi proseguo a piedi verso lo sperone di roccia , la città vecchia, dove il festival ha il suo centro vitale.

 

 

 

Di scoperte, a Castrovillari, ne ho fatte tante. Sopratutto qui, sugli spalti del Castello Aragonese, nei due cortili e nelle celle del Protoconvento. Magari a tavola, nelle sale sempre affollate della Torre Infame – dove i piatti non si ordinano, ma vengono contesi – ho visto muoversi quel teatro italiano che mi piace, gli artisti di cui riesco a vedere la forza propulsiva, i nomi che non conosco ancora ma, mi pare di intuire, si affermeranno. I millenials della nostra scena.

Per questo torno anche quest’anno a Castrovillari. Da una parte non voglio perdermi gli spettacoli più recenti di chi, negli anni scorsi, ha dato frequenti input al mio interesse.

So che vedrò Eracle odiatore del Teatro dei Borgia, l’anteprima del nuovo progetto di Babilonia Teatri, Calcinculo, e di quello di Quotidiana.com, che si intitola Prima che arrivi l’eternità. Ho messo in calendario un appuntamento con il Teatro delle Ariette, Attorno a un tavolo, l’esito di La teoria del Cracker (di Occhisulmondo, che in dicembre avevamo premiato, in forma di studio, nella finale del Premio Tuttoteatro.com – Dante Cappelletti).

E ancora il debutto della nuova produzione di Fortebraccio Teatro, Sei – e dunque, perché si fa meraviglia di noi?, lo scavo che Roberto Latini ha fatto per decostruire i Sei personaggi di Pirandello. So inoltre che incontrerò Massimiliano Civica, Simone Nebbia, il Teatro della Maruca: i loro laboratori danno ulteriore sostanza al calendario degli spettacoli. Poi il percorso Kids, con la nuova produzione dei padroni di casa, Il diario di Adamo ed Eva. E ancora Europe Connection per promozione e diffusione della nuova drammaturgia europea attraverso la messa in relazione con la produzione artistica regionale.

Dall’altra parte, a creare in me un’attrazione più forte, sono le compagnie, gli autori, gli attori che non conosco, o non conosco a sufficienza, o magari non ho mai incrociato. Li trovate anche voi, tutti in fila nel calendario del festival, che da domani si distende fino al 2 giugno (scarica il pdf).

Vi lascio infine, quasi un appunto, il breve video che Dario (De Luca) e Saverio (La Ruina), hanno registrato per annunciare, personalmente, la loro creatura 2018.

 

 

A che cosa si riferisca Saverio, quando parla della Fuoco di Bacco, lo sanno tutti coloro che, una volta almeno, si sono seduti a un tavolo all’osteria della Torre Infame. Gli altri, come dice nella battuta finale, bisogna proprio che prendano il bus per Castrovillari.

 

 

Volare più in alto. I vincitori di In-Box 2018

Basterà una partita a basket per capire se a vincere, oggi, sono i valori o le convenienze? Per scoprire chi interpreta meglio l’Italia contemporanea: idealismo o utilitarismo? Dare una risposta non è poi difficile. Senza nemmeno stare a pensarci troppo.

Nessuna pietà per l’arbitro, Mamimò

Ma Nessuna pietà per l’arbitro, scritto da Emanuele Aldrovandi, è il lavoro che mi è sembrato migliore, il più pensato, il meglio realizzato, tra i sei titoli che la decima edizione di In-Box dal vivo ha messo in lizza, qualche giorno fa a Siena, grazie alla macchina organizzativa di Straligut Teatro (con Fabrizio Trisciani e Francesco Persone al timone) e al supporto di Fondazione Toscana Spettacolo.

A decidere il vincitore del festival-expo, c’era una giuria di circa sessanta compratori chiamati a scegliere – in quella rosa – gli spettacoli da programmare la prossima stagione nelle proprie sale teatrali: una Rete che copre gran parte delle regioni italiane.

Però non è stato Nessuna pietà per l’arbitro, produzione di Mamimò, il più acquistato. Hanno prevalso invece, vendendo il maggior numero di repliche, i ragazzi sornioni di Bahamut, che avevano facile gioco ironizzando in scena proprio sui videogiochi scaricati sul telefonino (It’s app to you. O del solipsismo). Secondo si è piazzato Lo soffia il vento (prodotto da TrentoSpettacoli), un lavoro dove si incrociano due monologhi di Massimo Sgorbani, che hanno al centro disturbi famigliari di cui spesso leggiamo in cronaca nera.

Aldrovandi, autore di Nessuna pietà per l’arbitro, è il trentenne che nel suo medagliere ha tutti i principali premi italiani alla drammaturgia, e che nei suoi testi sa dosare, come fa anche Stefano Massini, il rapporto tra astrazione e dettaglio quotidiano. Qui, la storia di un brutto incidente sportivo (un braccio rotto in una partita di basket) precipita a cascata verso il peggio (nessuna pietà, appunto, per l’arbitro) e diventa l’occasione per porre qualche domanda sullo spirito della nostra epoca, sul dissolversi delle ideologie (meglio, degli ideali), per mettere in gioco qualche briciola etica.

Per volare insomma un po’ più alti dell’orizzonte del quotidiano, che il teatro insegue oggi ancor più di ieri, il tempo del realismo. Senza riuscirci, però. Perché il cinema, la televisione, le serie netflix, sono molto più adatti a questa rappresentazione .

Quotidiane, anzi quasi istantanee, col fiato corto, e destinate a tramontare velocissime, non solo a teatro, sono le parodie sul consumismo tecnologico e sui videogame. Anche se un eroina come Lara Croft, le sue pose ondeggianti, in attesa che il giocatore decida la prossima mossa, sono la cosa più divertente e piacevole di It’s app to you e della sua interprete femminile, Paola Giannini, anche autrice del testo assieme agli altri due attori, Andrea Delfino e Leonardo Manzan.

It’s app to you, Bahamut

E quotidiani, chiusi in un esasperato edipo famigliare, sono i due testi di Sgorbani, che un’incomprensibile scelta infila in un solo titolo (Lo soffia il cielo, lieve, forse fuorviante, evocazione pasoliniana). Che però toglie al torbido Sgorbani la capacità di raccontare le sue storie e lo annega nel quadretto. La regia dell’altrove bravo Stefano Cordella la tira per le lunghe, però i due interpreti, costretti al divano tivù, Cinzia Spanò e Francesco Errico, lasciano il segno come madre disturbata e disturbato figlio.

Lo soffia il cielo, TrentoSpettacoli

Dunque: se sono questi due titoli ad imporsi nelle scelte dei giurati di In-Box (che supponiamo conoscano bene il proprio pubblico) pare necessario il supplemento di una riflessione che provi a capire come si vanno via via modificando i lati di quel triangolo che vede la drammaturgia, l’allestimento scenico e il pubblico, ridefinire i rapporti reciproci. Problema su cui si discute parecchio. Ma sui cui raramente si è d’accordo.

Ne avevo scritto qualcosa già lo scorso anno, parlando degli spettacoli vincitori di In-Box 2017 (vedi qui).

È una riflessione che proverò di nuovo a fare tra qualche giorno, quando verranno resi pubblici anche gli esiti del Premio Hystrio – Scritture di Scena, contest di drammaturgia pura, cioè ancora senza allestimento.

Per il momento ricordo che gli altri spettacoli candidati a In-Box 2018 erano Phoebuskartell (Il ServoMuto Teatro), Neve di Giovanni Betto e Desidera del Teatro nel Baule, che si sono spartiti le restanti repliche in palio.

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Nessuna pietà per l’arbitro, di Emanuele Aldrovandi, con Filippo Bedeschi, Luca Mammoli, Federica Ombrato, Alessandro Vezzani, regia Marco Maccieri e Angela Ruozzi. Produzione Centro Teatrale Mamimò (vedi la scheda su Sonar).

It’s app to you. O del solipsismo, di e con Andrea Delfino, Paola Giannini, Leonardo Manzan, regia di Leonardo Manzan. Produzione Bahamut (vedi la scheda su Sonar).

Lo soffia il cielo, uno spettacolo tratto da Angelo della gravità e Le cose sottili nell’aria di Massimo Sgorbani, con Cinzia Spanò e Francesco Errico, drammaturgia e regia Stefano Cordella. Produzione TrentoSpettacoli (vedi la scheda su Sonar).

In luglio, con il cuore in gola a Santarcangelo

Come ogni anno – e presto saranno cinquanta – torna il Festival di Santarcangelo. Un’evoluzione instancabile lo ha segnato fin da quando quella tappa estiva in Romagna accompagnava anno per anno, nella mia personale esperienza e nei miei incontri, il Nuovo Teatro. Era il tempo in cui l’Italia e gran parte dell’Europa scoprivano un linguaggio d’arte e una forma di stare insieme completamente diverse da ciò che per i primi settant’anni del ‘900 era stata la lingua dominante della scena occidentale.

Da allora  – cioè dalla fine degli anni ’70 – Santarcangelo ha continuato la sua evoluzione, così come si è evoluto il nostro modo di percepire il teatro. E per alcuni di noi, anche di farlo.

A ridosso della conferenza stampa che ha annunciato la 48esima edizione del Festival, intitolata Con il cuore in gola, condivido volentieri il lungo comunicato, che ne riassume gli appuntamenti, tra il 6 e il 15 luglio 2018.

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Comunicato

La 48^ edizione di Santarcangelo Festival, storica manifestazione dedicata alla performance contemporanea internazionale, si terrà a Santarcangelo di Romagna (RN), da venerdì 6 a domenica 15 luglio 2018, con un programma che, da mattina all’alba, spazia tra le arti e i generi, senza limiti geografici e disciplinari. Titolo dell’edizione 2018: Con il cuore in gola.

Tre falchi, liberi di volare, sfiorano lo spettatore provocando attrazione, timore, persino minaccia. Rapaci potenti, magici, nobili, capaci di risvegliare lo spirito, di ravvivare la curiosità: la condivisione dello spazio con questi animali selvatici provoca le stesse emozioni dei grandi momenti di trasformazione“.

GOLD è la creazione 2011 che Francesca Grilli riprende nella prima serata di Santarcangelo 2018, il 6 luglio.

Francesca Grilli, Gold

Al secondo anno di direzione artistica di Eva Neklyaeva – nata a Minsk e formatasi ad Helsinki come curatrice e direttrice di istituzioni artistiche internazionali, tra cui Baltic Circle Festival – e Lisa Gilardino – manager internazionale di performing arts e curatrice – il Festival conferma e rilancia il suo ruolo nella scena contemporanea internazionale, configurandosi come una piattaforma intercontinentale che offre al pubblico una nuova ampia visione su ciò che di rilevante accade oggi nell’ambito delle performing arts.  

Nei primi due weekend di luglio, Santarcengelo ospiterà una proposta di spettacolo audace e avventurosa, che rompe alcune consuetudini, accogliendo 54 formazioni da tutto il mondo, quasi 200 artiste e artisti le cui voci sono ancora poco ascoltate, le cui creazioni hanno formati speciali o trattano tematiche difficili da presentare nel circuito tradizionale, ma sono urgenti per il dibattito artistico e politico contemporaneo.

Spaziando tra linguaggi e stili molto differenti, gli oltre 150 appuntamenti di Santarcangelo Festival 2018 conducono il pubblico al di là dei confini dell’ovvio e del conosciuto, anche geografico, e disegnano un articolato paesaggio emotivo: cuore in gola, claim di questa 48^ edizione, individua proprio la manifestazione corporea dell’intensità di un’emozione, la sensazione viscerale, pre-verbale che attraversa il corpo in alcune condizioni emotive. Gli spettatori sono invitati a immergersi in questa intensità, a esplorarla e a prenderne consapevolezza, attraversando luoghi sconosciuti del territorio e del proprio inconscio, con modalità di visione non convenzionali e immersive.

Al centro della riflessione sulle emozioni, la paura: elemento cruciale del contemporaneo, strumento di manipolazione politica ed economica, di cui riappropriarsi come comunità e come individui, recuperandone l’originaria funzione, elemento di forza e coesione quando vissuta in un ambiente protetto e condivisa. L’intelligenza emotiva collettiva oggi è offuscata, relegata a qualcosa di esoterico: performance, teatro, danza, concerti, cinema, dj set, escursioni, pratiche sportive e dedicate al benessere e alla cura del corpo saranno l’occasione per riattivarla e riscoprire un rapporto con la natura nel suo senso più ampio, spazio in cui tornare a sperimentare la libertà, entrare in contatto con il mistero, il magico, il rituale.

 

Il paesaggio naturale

Un rituale collettivo contemporaneo, che accade nella natura e che parla di natura. Come nel caso delle creazioni di Ingri Fiksdal, coreografa norvegese per la prima volta in Italia: Night Tripper e Diorama for Santarcangelo lavorano sulla percezione e sul suo impatto. Night Tripper è una passeggiata nel bosco, una performance-concerto, un rituale e un evento sociale. Il progetto mette in scena, in mezzo alla natura e al crepuscolo, sei performer, insoliti strumenti musicali, un coro e molti spiriti potenti. Il progetto viene re-immaginato per Santarcangelo in una versione site-specific lungo il letto del fiume Marecchia. In Diorama for Santarcangelo la coreografia diventa una lente attraverso la quale Ingri altera o interviene sulla percezione del paesaggio naturale, in un’esperienza onirica e indimenticabile, su una spiaggia di Rimini all’alba.

Artista associato, Markus Öhrn dalla Svezia con The Unkown crea una cornice per otto artisti, che presenteranno ogni sera un progetto inedito: un palco temporaneo nel bosco, lungo il fiume Uso, accoglie ogni notte il pubblico, che compirà un passo verso l’ignoto. Gli artisti invitati, quattro svedesi e quattro italiani, sono Makode Linde, artista visivo, musicista e dj, Linnea Sjöberg, artista visiva e performativa, Linnea Carlsson, scultrice, disegnatrice e creatrice di installazioni sonore, Oskar Nilsson, pittore, Damiano Bagli, musicista, inventore e pensatore, Mara Oscar Cassiani, coreografa, performer e new media artist, Federica Dauri, performer, e Maurizio Rippa, cantante lirico e performer.

In Don’t be frightened of turning the page, Alessandro Sciarroni prende spunto dal movimento migratorio di alcuni animali che al termine della loro vita tornano a riprodursi e a morire nel luogo dove sono nati. Con il mondo animale si relaziona anche Francesca Grilli, artista associata del Festival, che in Gold invita gli spettatori a condividere lo spazio con tre falchi, alcuni falconieri e tre cantanti. Nei suggestivi Orti dei Frati Cappuccini agisce Cristina Kristal Rizzo con ikea: un flusso continuo e ipnotico di movimento crea uno spazio di vicinanza nel quale chi guarda è invitato ad amplificare i propri sensi. Anche Muna Mussie con Oasi, coproduzione del Festival, riflette sulla natura e sulle paure connesse ai sGecko) Version/11.0.1 Safari/604tto, chiusa in a una sfera trasparente, in solitudine. Muna presenterà anche Punteggiatura, un’opera d’arte collettiva realizzata grazie al dialogo con un nucleo di donne di differenti provenienze del territorio bolognese. Il libro di stoffa, un “tessuto sociale” che si mette in pratica e si traduce in ricamo, è promosso da ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, nella cornice di Atlas of Transtions Biennale I Right to the City, a cura di Piersandra Di Matteo. L’opera è realizzata in collaborazione con la Scuola delle Donne | Pilastro (CESD), Biblioteca Italiana delle Donne, con il coinvolgimento delle cooperative Camelot e Mondo Donna, Cantieri Meticci, Ars Aemilia e Santarcangelo dei Teatri.

Il paesaggio umano

Donne di Bologna, adolescenti italiani e islandesi, un coro di Santarcangelo, ma non solo… Nella creazione dei 150 appuntamenti sono coinvolti quasi 200 tra adulti, adolescenti e bambini del territorio. È il caso di Multitud di Tamara Cubas, dall’Uruguay, che aprirà il Festival il 6 luglio con una performance nello spazio pubblico a ingresso libero che coinvolge circa 70 volontari. La domanda di partecipazione è aperta a tutte e tutti (il workshop si terrà dal 28 giugno al 5 luglio). Tamara, coreografa con formazione legata alle arti visive, analizza la condizione sociale dell’essere umano contemporaneo, la nozione di eterogeneità all’interno di un collettivo, l’idea di “altro”, le relazioni interpersonali e la possibilità di dissenso.

Tamara Cubas, Multitud
Tamara Cubas, Multitud

Dalla Grecia Panagiota Kallimani, per la prima volta in Italia, presenta Arrêt sur image, performance frutto di un laboratorio con bambini che si svolge nei luoghi da loro frequentati: una scuola, un giardino, una piazza. Lo spazio della loro vita quotidiana prende una dimensione surreale, straniante. In una danza lenta, dal ritmo inusuale.

Il pubblico è chiamato ad essere in alcuni casi co-creatore dell’esperienza di spettacolo e il Festival può davvero dirsi realizzato con il supporto delle comunità, quella locale e quella temporanea di spettatori, performer, attivisti, operatori. Come in Your word in my mouth, creazione prodotta da e per il Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles da Anna Rispoli, Lotte Lindner&Till Steinbrenner in cui gli spettatori sono invitati a dare la loro voce alle parole di alcune persone intervistate sul tema dell’amore, mettendo in discussione la loro stessa tolleranza o indifferenza.

Il paesaggio emotivo

Santarcangelo Festival 2018 disegna un paesaggio emotivo variegato e cangiante. Un Panorama vasto e inaspettato, in cui addentrarsi senza pregiudizi e limitazioni, come nello spettacolo omonimo di Motus, artisti associati del Festival: una biografia plurale e visionaria del gruppo interetnico di performer del mitico teatro dell’East Village newyorkese, La MaMa. Sempre di Motus anche CHROMA KEYS di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Silvia Calderoni, performance-scheggia impazzita di Panorama, un’immersione dal sapore cinematografico sui bordi della visione e negli angoli inquieti di noi stessi dove predominano le inquadrature sull’elemento umano. Una ricerca in cui i vecchi artifici, Truka e Chroma Key faranno apparire mondi altri, forse mostruosi.

Motus, Panorama

Emozioni e vita vissuta anche al centro di minor matter in cui la coreografa dominicana Ligia Lewis affronta questioni relative alla percezione del corpo e dell’etnia, combinando danze popolari e uno score musicale che attraversa generi e epoche. Da Nuova Delhi Mallika Taneja con Be careful affronta il tema della violenza sulle donne con un solo, fra teatro e danza, dotato di grande intelligenza e ironia. Dall’Australia Nicola Gunn, artista rivelazione dell’ultima edizione del Coil Festival di New York, presenta per la prima volta in Italia il suo Piece for Person and Ghetto Blaster, di cui è autrice e interprete: da un semplice episodio, un litigio con un uomo che lancia dei sassi a una papera in uno stagno, s’innesca un’esplosione di testo, movimento ed energia; una ricerca coreografica precisa ed incalzante si fonde con una drammaturgia testuale originalissima, che spazia dalla filosofia al racconto personale per aneddoti, con un’ironia sovversiva.

Anche in Gentle Unicorn, di Chiara Bersani, coproduzione del Festival al suo debutto, il pubblico si confronta con il corpo politico dell’artista attraverso la metafora del leggendario animale (in partnership  con Operaestate/B.Motion Festival di Bassano del Grappa e Graner di Barcellona). Si basa su una biografia, ma del nonno, RH negativo di Asia Giannelli, una performance-video installazione che include un breve documentario, un testo e una lastra di ghiaccio.

L’emozione è al centro anche di I am within, prima tappa di una progetto che troverà forma compiuta nel 2019, di Dewey Dell: una bambina, sola in scena, si confronta con la paura, con la fuga da ciò di cui non si può sopportare la vista o l’udito.

Artista affermata in Brasile e ancora poco conosciuta in Europa, Michelle Moura presenta per la prima volta in Italia il suo lavoro: FOLE esplora la ricerca fra respiro, voce e movimento, invitando gli spettatori a un viaggio, alterando gli stati percettivi. Si dipana tra movimento, testo, drammaturgia, immagine e intervento sociale anche 105: society for the creatively maladjusted di Nana Biluš Abaffy, per la prima volta ospitata con il suo lavoro fuori dall’Australia. Nana è stata nominata al prestigioso Premio Kier come più talentuosa coreografa emergente nel suo Paese.

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, con Francesco Alberici, presentano Scavi, coproduzione del Festival, prima ed unica restituzione pubblica della ricerca per il nuovo spettacolo teatrale Quasi Niente, liberamente ispirato al capolavoro di Michelangelo Antonioni Deserto Rosso, che debutterà ad ottobre 2018. Il film del 1964, creato a partire da un breve racconto di Tonino Guerra, ha come protagonisti il paesaggio, una Romagna trasfigurata, e una Monica Vitti indimenticabile.

Dal Libano Tania El Khoury con As Far As My Fingertips Take Me propone una conversazione attraverso un muro fra un unico spettatore e un rifugiato. Attraverso il contatto fisico e il suono, vengono condivise storie con persone che hanno subito recentemente discriminazioni a causa dei confini.

Il paesaggio pubblico

Da spettacoli per uno spettatore alla volta ad appuntamenti pensati per lo spazio pubblico, aperti a tutti e tutte, a ingresso libero. Dall’inaugurazione del Festival con Multitud di Tamara Cubas a Those ghels di Buhlebezwe Siwani & Chuma Sopotela, per la prima volta in Italia dal Sudafrica. Chuma è attrice, regista e performer, Buhlebezwe è artista e sciamana: insieme presentano una performance tra danza e video, con cui decostruiscono la rappresentazione del corpo femminile nei video musicali. Sempre nello spazio pubblico, l’intervento performativo pensato ad hoc per Santarcangelo da Sissi che con Unravelling vein immaginerà il paese come un corpo emotivo, grazie alle vene e alle arterie del sottosuolo.

La musica

Il programma musicale, a cura di Stefania Pedretti e Francesca Morello, a ingresso libero, si dipana tra concerti e DJ-set sotto lo chapiteau di Imbosco. Dalla Germania Bleedingblackwood: Timo C Engels, musicista e dj di stanza a Berlino, si esibirà con Martina Bertoni, suonatrice di cello italiana, di formazione classica, in un concerto fortemente connesso alla natura. Father Murphy, una delle più interessanti entità musicali italiane, porterà il suo live tra concerto, rito e performance artistica. Dalla Svezia Trepaneringsritualen, progetto da solista del musicista svedese Thomas Martin Ekelund, si configura come un live act estremo che esplora i temi della religione, del magico e dell’occulto. Sequoyah Tigerproporrà un live set danzato del progetto musicale della produttrice e compositrice veronese Leila Gharib, tra canzone, reminiscenze melodiche dei gruppi doo-wop anni ’50, bizzarrie elettroniche, video e atletiche azioni sonico-gestuali condivise con la danzatrice e coreografa Sonia Brunelli (insieme sono Barokthegreat). DalSudafrica il duo dei FAKA: Fela Gucci e Desire Marea esplorano una combinazione di linguaggi e discipline che variano dai concerti alla performance, alla letteratura, dal video alla fotografia, per creare un’estetica eclettica con la quale trasmettono la loro esperienza di corpi neri queer nell’Africa post-coloniale

Ad Imbosco, il tendone da circo nascosto tra gli alberi ai piedi del Parco Cappuccini, quando cala la notte e gli spettacoli sono terminati hanno inizio la musica e il ballo, con DJ italiani e internazionali in consolle da mezzanotte all’alba: Deep Soulful Sweats – Australia, Dani – Belgio con Habibi / Al Queer, GEGEN – Germania, Lilith Primavera, Tropicantesimo, Lady Maru & Valerie Renay – Germania/Italia, Matteo Vallicelli, The Expandig Universe, The Good Chance Radio.

 

Progetti speciali

La collaborazione tra Santarcangelo Festival e MACAO, centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano, prosegue quest’anno con l’attivazione di un dispositivo che mette al centro la cura e l’amore, per sé, l’uno nei confronti dell’altro e per le comunità, come azione radicale attraverso cui immaginare nuove forme sociali. Crypto Rituals incrocia l’economia circolare con la costruzione di comunità, prima di tutto affettiva, introducendo nel Festival una criptomoneta, Santa Coin (con il supporto tecnico di dyne.org e commonfare.net) e coinvolgendo alcuni professioniste/i del territorio che si occupano di benessere e cura del corpo. Piazza Ganganelli sarà invasa durante i fine settimana da rituali a cui prender parte: i servizi offerti dagli artigiani del corpo coinvolti, un’acconciatura o un massaggio, una manicure o una lettura di tarocchi, entreranno nella programmazione del Festival e saranno acquistabili con le Santa Coin, così come tutta l’offerta di spettacolo.

 

Progetti realizzati con la comunità di teenager locali sono la non-scuola / Teatro delle Albe, Let’s Revolution! e WASH UP con Eva Geatti & Slander, percorsi che coinvolgono i ragazzi durante tutto l’anno e che culminano nel Festival.

In aggiunta al programma di performing arts, Santarcangelo Festival ospita, come ogni anno, il mercatino artigianale Garage Sale, un’offerta di ristorazione vegan-friendly, con alimenti eco-sostenibili locali, un programma di proiezioni cinematografiche gratuite all’aperto ogni sera, una serie di attività sportive all’aperto. Oltre a questi progetti, la programmazione comprende workshop, talk, momenti di condivisione.

Il Festival collabora anche quest’anno con La Notte Rosa / Pink Your Life, il capodanno estivo su 170 km di Riviera, nella notte del 6 luglio 2018.

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Il programma completo sul sito del Festival di Santarcangelo.

Santarcangelo Festival è realizzato grazie al Comune di Santarcangelo di Romagna e ai Comuni di Rimini, Longiano, Poggio Torriana e San Mauro Pascoli. È sostenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Emilia-Romagna, Goethe-Institut Mailand, Institut français Italia, Australia Council for the Arts, Swedish Arts Council, Performing Arts Hub Norway, Reale Ambasciata di Norvegia, e dagli sponsor Gruppo Hera, Gruppo Maggioli, CAMAC, Romagna Acque Società delle Fonti, Amir Onoranze Funebri, Camera di Commercio della Romagna, Banca Popolare dell’Emilia Romagna.

In-Box dal vivo. Bacia la rana e scopri il giovane principe del teatro italiano

Baciami, dice la rana che quest’anno occhieggia dal sito di In-Box dal vivo. Festival e contest di teatro contemporaneo, In-Box 2018 giunge domani  e dopodomani, 18 e 19 maggio, a Siena, alle fasi conclusive. Dalle quali – come vuole la fiaba – emergerà un giovane principe. Quello baciato dal maggior numero di repliche.

Perché il meccanismo di In-Box è ingegnoso e al tempo stesso virtuoso. Fatto apposta per sostenere e dare visibilità ad artisti emergenti, assicurando loro il lavoro (le repliche) e riconoscendo dignità economica alle loro creazioni (i cachet).

Come funziona

Selezionati tra oltre 500 candidature, i sei spettacoli finalisti di In-Box dal vivo saranno presentati in concorso venerdì e sabato a Siena (altri sei sono già andati a formare nei giorni scorsi la rosa finale di In-Box verde, riservata al teatro per l’infanzia e l’adolescenza).

In palio ci sono le 86 repliche (52 e 34, rispettivamente) che porteranno queste produzioni, la stagione prossima, negli oltre 60 teatri della Rete che sostiene In-Box: sale che operano in quasi tutte le regioni italiane, dal Trentino alla Puglia, passando per la Toscana, dove il progetto è nato, nel 2009, grazie all’intraprendenza di Straligut Teatro, compagnia che ancora oggi tiene il timone dell’iniziativa sostenuta da Regione Toscana, Mibact e Fondazione Toscana Spettacolo Onlus, assieme anche al Comune e all’Università di Siena.

I titoli e gli artisti che avranno convinto all’acquisto di una replica il maggior numero di teatri risulteranno vincitori di In-Box 2018. E si andranno aggiungere a quelli delle scorse edizioni del  virtuoso contest, che ha già visto premiate formazioni come Punta Corsara, Caroline Baglioni, Carullo-Minasi, Musella-Mazzarella.

 

Il programma delle due giornate

Ecco di seguito, anticipati dai materiali di presentazione di In-Box dal vivo  2018, i sei titoli finalisti, in attesa tutti quanti – come la sospirosa rana dell’immagine precedente – di quel bacio che li potrebbe trasformare. In giovani principi del palcoscenico italiano.

Nessuna pietà per l’arbitro del Centro Teatrale Mamimò (venerdì 18, Teatro dei Rozzi, ore 16) si insinua in un intreccio familiare e usa la passione per il basket per raccontare una perdita di valori condivisi.

nessuna pietà per l'arbitro

 

Neve di Giovanni Betto (venerdì 18, Teatro del Costone, ore 18) ripercorre la storia di un soldato italiano disperso nella ritirata di Russia del ’43.

neve

 

Phoebuskartell di Il ServoMuto Teatro (venerdì 18, Teatro dei Rozzi, ore 21.30) sceglie i modi del racconto brechtiano per indagare le vicende del Cartello Phoebus, tra capitani d’industria, operai, lampadine e obsolescenza programmata.

phoebuskartell

 

Desidera di Il Teatro nel Baule (sabato 19, Teatro dei Rozzi, ore 16) insegue la storia di un uomo, dei suoi ricordi e dei suoi amori vissuti, perduti e ritrovati.

desidera

 

It’s app to you, o del solipsismo di Bahamut (sabato 19, Teatro del Costone, ore 18) è un videogame teatrale che si interroga sui limiti della libertà degli individui nell’epoca degli algortirmi e della realtà virtuale.

It's App to You

 

Lo soffia il cielo. Un atto d’amore di TrentoSpettacoli (sabato 19, Teatro dei Rozzi, ore 21.30) è infine un dramma familiare che porta in scena il rapporto tra una madre e un figlio ai tempi della società dei consumi e delle immagini.

lo soffia il cielo

 

La proclamazione finale

Sabato, alle 23.30, dopo la riunione sempre animatissima durante la quale ciascun teatro in Rete acquisterà le repliche, decretando così il vincitore, è in programma alla Birreria La Diana la proclamazione finale. Con l’ancor più animata festa conclusiva.

Scopri altre informazioni sul sito ufficiale di In-Box Dal Vivo 2018.

Nekrošius. L’arte di chi digiuna. E quella di chi consuma

“Si provi a spiegare a qualcuno l’arte del digiuno! Chi non la conosce, non può neanche averne l’idea”. Dopo aver scritto Un artista della fame (tradotto malamente in italiano Un digiunatore) Franz Kafka non fece in tempo a vedere pubblicato in volume il suo racconto. Morì di tubercolosi nel 1924.

Quando il digiuno era un’arte

Il sospetto è che – parlando di un tipo che del digiuno ha fatto un’arte e si rammarica di quanto quest’arte sia caduta in disgrazia – lo scrittore di Praga parlasse in realtà di sé e di ogni artista, della diversità dagli uomini che abitano la vita di ogni giorno, spesso fatta di superficialità e insensatezza.

A Hunger Artist

Un asceta, dunque, il maestro del digiuno di Kafka. Proprio come ascetico, figlio severo di un mondo a parte, mi è sempre sembrato Eimuntas Nekrošius. Il regista che quel racconto di Kafka ha portato in scena qualche anno fa (Bado Meistras) in uno spettacolo ripresentato adesso tra gli appuntamenti di Flux: il festival delle arti della Lituania, grazie al quale quel Paese – da dove Nekrošius proviene – ci permette di apprezzare in questi giorni a Roma i maestri contemporanei lituani di teatro, musica, danza, arti figurative e video.

Nekrošius regista domatore

Sospetto ci sia una somiglianza forte tra il modo in cui Nekrošius concepisce la propria arte – quella della scena, quella a cui come un domatore inflessibile piega i suoi interpreti – e il modo in cui Kafka intendeva il proprio rapporto con la letteratura. “Non sono altro che letteratura, e non posso né voglio essere altro”, scriveva in Lettera al padre.

Fatto sta che questa riscrittura teatrale di Un digiunatore mi è sembrata molto bella, una pietra preziosa, capace di sfuggire al realismo cupo a cui la lettura del racconto invece invita. Niente gabbie in cui l’artista del digiuno si mostra a un pubblico di curiosi. Niente guardiani che ne spiano avidi e impressionati la lunga astensione dal cibo. Niente circo. Ma un visionario spazio teatrale – un interno domestico, con qualche sedia e un pianoforte – arredato dai gesti di quattro attori, tra i quali il maestro digiunatore. Anzi la maestra, poiché si tratta di una attrice da lungo tempo legata alla carriera di Nekrošius, Viktorija Kuodyté, quindi capace di mettere in pratica tutti i rigorosi precetti  del regista.

Viktorija Kuodyté - A Hunger Artist

Le sue invenzioni – minuziosamente sorvegliate in lunghi mesi di prove – sono un continuo aderire e allontanarsi dalla lettera del racconto. Che si prende così la scena, trasformato in silhouette di stomaci, collezioni sparse di coppe e diplomi (i primati del digiunatore), euforie di fiori, giochi e trucchi con scarpe, corde, scale, vassoi, infine sentori di sciacquoni di cesso. Un carosello che ricorda imbonitori e artisti del varietà d’altri tempi. Fino alla morte del digiunatore, sostituito nella gabbia da una pantera nera e selvaggia, dagli scintillanti denti bianchi. Che Kafka evoca, e che noi non vedremo, se non nel portamento e nella malinconia della magnetica Viktorija.

Scandendo codici a barre

Era il controcanto, questo Digiunatore, a ciò che qualche giorno prima, sempre nel cartellone di Flux, mi aveva fatto vedere la compagnia di Vilnius, Operomanija. Il giovane gruppo musicale ha riallestito una rappresentazione epica del consumo alimentare. Geros Dienos! (e cioè, Buona Giornata!) è il titolo di questa composizione musicale per cassiere, lettori di codici a barre e pianoforte, dominata dal ritornello che le dieci addette alle casse del supermercato intonano nelle sequenze di un minimalismo operistico memore un po’ del Philip Glass anni ’80.

Operomanija Vilnius - Have a Good Day1

Tanto che, sedute a schiera, sotto la luce dei neon, con la loro pistola scanner in mano, le dieci cantanti lituane sicuramente piacerebbero a Bob Wilson. Divertono, ma strizzano anche il cuore, le vite di queste signore che solfeggiano di cetrioli e ravanelli, panna acida e pannoloni, mentre aprono squarci personali sulla propria alienazione. Una rimpiange la laurea riposta a forza nel cassetto, l’altra è uscita di casa che era ancora buio ed è in pensiero per i bambini soli a casa, un’altra ancora fantastica una viaggio low-cost a Londra.

E si fa ancora più struggente allora il contrasto tra la geometria wilsoniana dell’impianto, e quei canti, dentro ai quali scopriamo i pensieri segreti di tutte le anonime signore che, alle casse, meccanicamente, come automi, giorno per giorno passano sul nastro il nostro menù di mayonese, pizza surgelata, biscotti senza glutine, ravioli scontati, acqua frizzante.

 

Visita il sito di Meno Fortas, la compagnia di Eimuntas Nekrošius.

Visita il canale YouTube di Operomanija.

David Foster Wallace. A teatro, cavalcando il web

Per chi ha amato, e ancora ama, i libri di David Foster Wallace. Per chi ne ha orecchiato, solo qualche volta, il nome. Anche per chi a teatro vuole uscire dai soliti schemi, mettersi in sintonia con un presente di interferenze e contaminazioni.

Si intitola Infinite Wallace il progetto teatrale che prima sul web e poi in lunga serie di serate a teatro affronta – con una modalità che oggi si direbbe liquida, trasversale, inclusiva –  l’eredità dello scrittore suicida a 46 anni, proprio un decennio fa. Ma che già nel 1996, con romanzo di mille pagine, aveva impresso una svolta ai modi nei quali fare oggi letteratura. Forse anche teatro.

Si intitolava Infinite Jest quel romanzo, e proprio dal titolo parte Infinte Wallace, progetto di web-reading della compagnia BluTeatro e del regista Luca Bargagna. Una compilation di contributi originali che chiunque può postare su Facebook e che andranno a comporre la staffetta dei due primi episodi teatrali – FunHouse Chapter 1 e FunHouse Chapter 2 – che prendono il via venerdì 18 maggio al Teatro Giovanni da Udine e martedì 22 al Teatro Verdi di Pordenone.

Da qui era partito  DFW

Nell’ultimo atto dell’Amleto, il principe di Danimarca palleggia tra le mani il teschio e dice la sua famosa battuta:  “Ahimè, povero Yorick! Io lo conoscevo: era un tipo di spasso infinito – infinte jest scrive Shakespeare – e con una eccellente fantasia! Mi avrà portato sulle spalle mille volte”.

“Se a casa possedete un libro di Foster Wallace, uscite a fargli prendere una boccata d’aria” incita Luca Mascolo, attore che si è formato all’Accademia Silvio D’Amico, ha lavorato con Lavia e con Ronconi, e fa ora parte di BluTeatro.

Detto altrimenti, la proposta che la compagnia ha lanciato è di costruire un’opera web collettiva, linkando uno all’altro i video di un minuto in cui chiunque si può cimentare leggendo, interpretando, commentando pagine dello scrittore americano. Basta postare il video sull’evento Facebook “Infinite Wallace”, aggiungere gli hashtag #infinitewallace e #webreading e condividere con i propri amici, suggerendo loro fare altrettanto (vedi qui tutte le istruzioni).

Raccolti a mosaico, i materiali si integreranno in palcoscenico con “FunHouse 1 e 2”, spettacoli ugualmente ispirati a un titolo di Foster Wallace: “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso”. Nelle pagine di quel racconto, spesso etichettate come esempio di un contemporaneo “realismo isterico”, lo scrittore immaginava la grande riunione che, in una cittadina dell’Illinois, avrebbe messo assieme tutti i quarantaquattromila figuranti comparsi negli spot McDonald’s.

Quarantaquattromila è anche l’ambizioso traguardo di contributi video che BluTeatro si è proposto di raggiungere con il suo progetto “infinito” o almeno pluriennale.

Vai al progetto  INFINITE WALLACE  di Bluteatro.

“Il nostro progetto – spiega Luca Bargagna, regista dell’operazione – è frutto di riflessioni scaturite da un’idea precisa: vedere se anche a teatro funzionano i principi di apertura e serialità, tipici già della letteratura, del cinema, della televisione. Apertura perché lo spettacolo nasce da un laboratorio permanente, alimentato da una modalità partecipativa, quella del web-reading. Serialità perché l’occasione offerta dai teatri di Udine e Pordenone (che si sono uniti per ospitare i due capitoli di FunHouse) ci ha consentito di immaginare una modulazione dei lavori di Wallace, che favorisce il movimento: un flusso di spettatori che si spostano. È una sfida, un esperimento, com’è nella natura di Bluteatro”.

[pubblicato su IL PICCOLO, 10 maggio 2018]

La nuova Lituania. Un po’ flux un po’ trans

In Europa, c’è una Repubblica dentro un’altra Repubblica. Con la sua Costituzione, il Parlamento, la Bandiera e un Presidente. Ma i parlamentari si riuniscono in un bar, le leggi costituzionali sono scritte in 23 lingue, su tavole traslucide esposte in pubblico, e la bandiera cambia colore quattro volte all’anno, come le stagioni. Questa Repubblica si chiama Užupis. E la cittadinanza, là, è una scelta d’arte.

Se non la conoscete, dovreste conoscerla. Perché Užupis è una di quelle cose più facili da scoprire che da immaginare. E il modo migliore per fare la sua conoscenza è prendere un volo per Vilnius, alloggiare in centro e oltrepassare uno dei ponti che dividono questo quartiere-stato dal resto della capitale della Lituania.

Užupis – tradotto – significa “oltre il fiume”, ed è in questo quartiere alieno, abitato per lo più da artisti, con porte e finestre che si aprono su atelier, laboratori, gallerie d’arte, che si possono misurare i fermenti della nuova Lituania. Quella post-post-sovietica.

Nekrošius, Koršunovas e gli altri

Per chi  va a teatro, Lituania è sinonimo di Nekrošius, il 65enne regista che ha studiato a Mosca, ma ha poi fatto conoscere al mondo intero una poetica intrisa fin nel profondo dallo spirito nazionale del suo Paese. Memorabili Pirosmani Pirosmani e Zio Vanja, i due primi spettacoli approdati in Italia, al Festival di Parma, nell’89, proprio quando la Lituania, nei flussi della glasnost di Gorbacëv, rivendicava l’indipendenza. Sarebbero poi venuti i suoi Shakespeare, i suoi Cechov, la sua Divina Commedia. E ci saremmo poi abituati a riconoscere nei cartelloni il nome della sua compagnia, Meno Fortas (che significa “la fortezza dell’arte”).

Un digiunatore, da Kafka. Regia Eimuntas Nekrošius
Un digiunatore, da Kafka. Regia Eimuntas Nekrošius

Eccettuato il più giovane Oskaras Koršunovas (che, comunque, ne ha quasi 50) non è granché ciò che si sa, qui da noi, della scena contemporanea lituana. Qualche nome: un drammaturgo come Marius Ivaškevičius, e registi come Paulius Ignatavičius, Artūras Areima e Rugilė Barzdžiukaitė. Tutt’al più qualche approfondimento: un dossier di parecchie pagine su Hystrio, quattro anni fa, li raccontava nei dettagli.

I bassifondi, da Gorkij. Regia Oskaras Koršunovas
I bassifondi, da Gorkij. Regia Oskaras Koršunovas

Eppure, non solo Užupis, ma l’intera Vilnius e anche la poco distante Kaunas, hanno conosciuto in questo decennio una crescita esponenziale di gruppi e singoli artisti. E di drammaturghi, registi, coreografi, danzatori, tutti in grande fermento. A Užupis, quartiere-stato dichiaratosi indipendente nel 1997, un simbolico pianoforte mezzo annegato sulla riva del fiume Vilna, segnala che non basta un po’ d’acqua a spegnere il fuoco dell’arte. E molti degli edifici dove nel recente passato sovietico erano stati prodotte merci e cultura di regime (stabilimenti industriali e tipografie, per esempio) sono stati riconvertiti in sale e spazi espressivi, di esposizione o di formazione, per una popolazione che a differenza del vecchio occidente d’Europa, spicca per giovani valori demografici. Basta guardarsi in giro, camminando per strada a Vilnius.

Gli zeppelin, a cena con il Presidente

Per capire che cosa sia questa Lituania post-post-sovietica, un Paese che nei confronti di quel periodo sembra ora nutrire un rapporto controverso (come è il caso di tutte le nostalgije post-comuniste), bisogna insomma inoltrarsi tra le viuzze di Užupis, ordinare uno zeppelin(*) in una delle sue trattorie, e conversare con questi parlamentari artisti. Il primo Presidente di Užupis, Romans Lileikis, è pure poeta, musicista e regista.

Tuttavia, se non avete già in programma un viaggio in Lituania, sarà la Lituania a venire a voi. Anzi, a noi, in Italia. Roma è la sede scelta per FLUX, il primo festival lituano delle arti, promosso in occasione del centenario della prima indipendenza, quella dall’impero russo, nel 1918. La seconda, come si può immaginare, è quella del 1991, dall’impero sovietico.

Tra il 4 e il 15 maggio 2018, l’iniziativa dell’Istituto Culturale di Lituania, in collaborazione con Fondazione Musica per Roma, invita ad aggiornare fluidamente i nostri file internazionali. Tre mostre, due rassegne video, quattro concerti, cinque spettacoli: in tutto 12 giornate di arte, teatro, danza, musica performance, proiezioni, architettura e fotografia, per dare smalto baltico al calendario culturale della capitale italiana, in alcune delle sue sedi più autorevoli: Auditorium Parco della Musica, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Teatro Argentina, Teatro India, Palazzo Braschi, Museo Baracco.

Alcune anticipazioni

La presentazione ufficiale del cartellone è prevista all’Auditorium Parco della Musica, giovedì 26 aprile, ore 12.00. Ma per voi teatranti, magari già attanagliati dall’impazienza, posso anticipare che tra i tanti appuntamenti, oltre ai titoli già conosciuti di Nekrošius (Un digiunatore, da Kafka) e  di Koršunovas (I bassifondi da Gorkij), FLUX prevede uno spettacolo creato da Kamilė Gudmonaitė, esponente ribelle di una liquidità di genere (Trans trans trance), le creazioni di danza urbana di Airida Gudaitė e Laurynas Žakevičius e un’opera musicale contemporanea. Scritto per pianoforte e supermarket sound, il lavoro si intitola Buona giornata! ed è basato sulla routine canora (e non solo) di dieci cassiere di un centro commerciale. L’idea è di Lina Lapelytė e Vaiva Grainytė, compositrice e librettista giovanissime, associate sotto le bandiere della compagnia Operomanija.

Trans Trans Trance. Regia Kamilė Gudmonaitė
Trans Trans Trance. Regia Kamilė Gudmonaitė

Altre informazioni su mostre d’arte, esposizioni fotografiche, rassegne video, concerti, più il calendario completo di tutte le proposte di FLUX, saranno disponibili sul sito dell’Auditorium a cominciare da giovedì 26 aprile.

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(*) La forma richiama il dirigibile tedesco Zeppelin, ma non altrettanto digeribile è questo tradizionale piatto della cucina lituana: in pratica un gigantesco gnocco. Un guscio di patate bollite e patate grattugiate, modellato a ogiva e riempito di carne e cipolla stufate, ricucinato in acqua con erbe aromatiche, e servito con panna acida e pancetta croccante. Da provare, senz’altro.