Pippo Delbono, la gioia, per cominciare

La possibilità della gioia è il titolo del volume con cui Gianni Manzella accompagna il lettore dentro l’arte teatrale di Pippo Delbono. Un “itinerario dell’attenzione” che evita il canone della storiografia e suggerisce invece un approccio in cui l’artista e il suo spettatore si mettono personalmente in gioco. Sul medesimo piano.

Pippo Delbono. Ritratto.

C’è chi sostiene che ultimi giorni dell’anno dovrebbero essere votati alla speranza. Sarà per ottimismo, magari per scaramanzia, che in questa mattina di San Silvestro ho deciso di leggere  La possibilità della gioia. Che non è solo un titolo pieno di auspici. Ma è anche il saggio di lungo respiro in cui Gianni Manzella racconta Pippo Delbono. Per essere più precisi: in cui l’autore del libro racconta se stesso attraverso i lavori di una delle figure più rilevanti della scena europea (ma non solo) di questi trent’anni.

Gianni Manzella su Pippo Delbono

Manzella lo può fare, perché oltre ad aver seguito passo dopo passo, titolo dopo titolo, avventura dopo avventura, il percorso d’arte di Delbono, condivide con lui una prossimità invidiabile: un buen retiro, un minuscolo paese delle Alpi che li accoglie entrambi, stagione dopo stagione Me li immagino – forse anche in questo momento – circondati dalla neve là fuori, che si scioglie appena appena al fuoco di un caminetto attorno al quale si raccontano l’uno all’altro. Proprio come li ho visti molte volte fare. Oppure prendere zaino e bastoncini per incamminarsi insieme, d’estate, lungo sentieri sopra i quali veglia la maestosità del Monte Bianco.

Diventa più facile, con queste immagini in mente, muoversi tra le pagine del libro che, una volta scelti il simbolo figurale del viaggio e i versi di Konstantinos Kavafis, veleggia tra scrittura saggistica e passeggiata letteraria. Una rotta che si distende tra tanti scali (i trentanove titoli teatrali e cinematografici che Delbono ha finora inanellato) senza negarsi la possibilità di molteplici escursioni verso altri paesaggi, cari all’autore. Il quale ricorda più volte che Itaca rappresenta la meta, ma ciò che veramente importa è il viaggio.

Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti? (Konstantinos Kavafis, Itaca)

Pippo Delbono. Ritratto.

Può capitare dunque che ci si ritrovi davanti al Grande Cretto di Alberto Burri, il sudario di cemento che lo scultore aveva steso sopra le rovine del paese siciliano di Gibellina, distrutto dal terremoto del 1968. Là nel 2000, Delbono inventava uno dei suoi spettacoli più evocativi, Il silenzio. Oppure davanti a un altro abbandono, quello dell’Hotel des Bains, al Lido di Venezia, alle impalcature che oggi lo soffocano. Mentre poco distante si proiettava Vangelo, il film presentato da Delbono alla Mostra del Cinema 2016. Il titolo è lo stesso di uno spettacolo, inseguito da Manzella fino a Zagabria, al debutto del dicembre 2015, un’occasione per scoprire nella capitale croata anche l’inaspettato Museo delle relazioni infrante, reliquiario dell’abbandono.

Così come si possono riconoscere i luoghi e le figure che contraddistinguono gli anni d’apprendistato di Delbono. La fuggitiva esperienza a Pontedera con l’attore santo di Grotowski, Ryszard Cieslak. Il training estenuante con i seguaci di Eugenio Barba a Hostelbro e a Fara Sabina. Il magistero silenzioso di Pina Baush nella grigia Wuppertal. E intrecciare al tempo stesso i maestri del pensiero novecentesco che costellano l’architettura critica di Manzella. Da Antonin Artaud a John Cage, da Claude Lévi-Strauss a Susan Sonntag. E chiavi di lettura che mettono in circolo i nomi di Sergej Ejzenstein, Giuseppe Bartolucci, Zygmunt Bauman, Giorgio Agamben.

Pippo Delbono, Barboni, Ubulibri, 1999

Ci sono parecchi altri libri che raccontano vita e opere di Delbono. Da quello curato per Ubulibri nel 1999 da Alessandra Rossi Ghiglione, a quello edito sette anni fa per Barbès da Leonetta Bentivoglio, con le fotografie dello spesso Delbono. Per non parlare della vasta bibliografia internazionale. Ma è nella Possibilità della gioia che si dispiega un rapporto tra artefice e osservatore nel quale l’interpretazione – e sarebbe più giusto parlare di conoscenza – trova una mappa simile a quella che Grotowski suggeriva di costruire parlando di “itinerario dell’attenzione”.

Il momento più evocativo del libro, per me. è nel piccolo capitolo di  snodo, in cui riprendendo in mano un suo diario di allora, Manzella ripercorre il viaggio fatto assieme a Delbono, in Israele e Palestina.  A cavallo tra 2002 e 2003, quindici anni fa, esattamente in questi giorni. Un itinerario ad ostacoli tra fili spinati e posti di blocco che li fa muovere da Gerusalemme a Betlemme, a Ramallah, per presentare in 5 teatri palestinesi lo spettacolo Guerra. Le immagini di quell’esperienza si possono ancora rivedere nel film anch’esso intitolato Guerra.

Non sono capace di parlare d’altro che della mia vita, dice Sophie Calle in un momento del film Amore e Carne, un altro film di Delbono. E mi scopro a pensare che, diversamente da Manzella (il quale ha il dono di registrare meticolosamente le proprie visioni su piccoli quaderni ordinati, i Moleskine che gli regala suo figlio Jacopo), i miei appunti li consegno da sempre a fogli sparsi, paginette vaganti. Chissà dove stanno ora, perse nel casino delle mie carte,  le annotazioni che sentivo importanti quando seguivo pure io gli itinerari dell’attenzione, uguali e diversi, che assieme a Delbono e alla sua compagnia mi avevano portato a Quebec City in Canada, a Porto Alegre in Brasile, sulla piazza del Cremlino a Mosca, per squadernare al mondo titoli come Barboni e Esodo.

Pippo Delbono, Pepe Robledo, Il tempo degli assassiniE chissà che in qualche cartella, nell’oscurità di qualche cantina, non ci siano ancora le righe che avevo appuntato in una remota estate 1985, al Teatro della Collegiata di Santarcangelo, quando scoprivo per la prima volta due ventenni (l’altro era Pepe Robledo, da allora sempre al fianco di Pippo) che tra una strizzatina d’occhio ai Blues Brothers e un verso di Rimbaud inventavano Il tempo degli assassini, primo capitolo di una una teatrografia mondiale che dura da più di trent’anni.

“Succede che questi spettacoli li uso un po’ per guarire la vita – dice Delbono nelle pagine finali del libro – Perché mai il teatro non può diventare un percorso di gioia?”. Perché mai, appunto?

Un gioioso augurio per il 2018.

 

Gianni Manzella, La possibilità della gioia. Pippo Delbono, Edizioni Clichy, 2017, 18 euro.

Dove sventola la bandiera dell’innovazione?

Sarà che Natale è prossimo, sarà che vien voglia di far luccicare qualcosa. Insomma, il calendario del teatro si appresta ad accendere tutte insieme le luci dei Premi. In una manciata di giorni, nell’arco breve di due settimane, se ne possono contare sei o sette. Perché almeno alla fine dell’anno, chi fa il mestiere del teatro – che non dà tutte quelle soddisfazioni che ci immaginiamo – un regalo, la speranza di un premio, se lo merita. Meglio ancora se ha qualcosa di nuovo da dire.

Ubu Re con la regia di Jernei Lorenci al Premio Europa per il Teatro 2017
Ubu Re, regia di Jernej Lorenci, uno dei vincitori del Premio Europa per il Teatro 2017  (** vedi alla fine del post).

Tra festival e premi, il cambio di passo

Se l’estate è tempo di Festival, l’inverno si tiene stretti i Premi. Fino alla fine dello scorso secolo, erano i Festival a tenere alta la bandiera dell’innovazione. Con i grandi appuntamenti che avevano segnato le geografie del teatro, all’estero quanto in Italia. Da Avignone a Belgrado. Da Edimburgo a Berlino. E da noi, dando lustro a località di provincia, Santarcangelo, Polverigi, Cividale, le colline torinesi. Gloria dell’altro secolo, comunque.

Il gioco delle correnti, il ridursi degli apporti istituzionali (“signori miei, non ci sono più gli assessori di una volta”), la frammentazione del processo che porta all’allestimento di uno spettacolo, il cambio dei formati comunicativi, tutto ciò ha fatto sì che le bandiere dell’innovazione cominciassero a sventolare sempre più spesso sul terreno dei Premi.

Non è più il Festival, oggi, a segnalare il nuovo, l’evoluzione dei linguaggi, l’apparizione di fenomeni interessanti. Un Premio fa con maggiore agilità e tempestività. Anche perché i festival costano molto più. E perché la macchina organizzativa e comunicativa di un festival è più inerziale e pesante. Ci sono festival che non sono affatto, come vorrebbe il nome, una festa. Ci sono festival che durano settimane, mesi. Cento giorni nel caso più estremo.

Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro
Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro

Non è l’Iva, ma è un valore aggiunto

La leggerezza dei Premi è invece il loro valore aggiunto. Scatenano l’adrenalina che, assieme alla speranza, è il motore del concorso. Esplodono nell’euforia di una vittoria. Nel brindisi che alla fine contagia tutti, crescono i germi della rivincita, perché anche chi non ha vinto sa che potrà giocare le proprie carte alla prossima competizione. Si avvicendano con rapidità, i Premi.

Ne ho contati sei o sette, in queste corte giornate di dicembre. Ad alcuni ho partecipato in veste di giurato, di altri mi sto godendo lo svolgimento. Ve li elenco, con la promessa di tenervi informati su come andrà poi a finire.

The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro
The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro

Andar per Premi

È prossima al botto annuale la serata dei Premi Ubu, forti di quaranta edizioni, eredi di una lungimirante idea anni ’70 di Franco Quadri. Sabato 16 dicembre a Milano, dal vivo (al Teatro Studio Melato), ma anche in diretta radiofonica (su RadioTre nella trasmissione Piazza Verdi, ore 15) l’Ubu farà esplodere i suoi riconoscimenti 2017: una decina di diverse categorie, e alcuni premi speciali (qui il programma della serata).

È in corso di svolgimento e durerà fino a domenica 17, a Roma, l’internazionalissimo Premio Europa per il Teatro. Dopo dopo qualche anno di sospensione (“non ci sono più i mecenati di una volta”) ed edizioni sparse per mezzo continente, si posiziona nella capitale, tra Teatro Argentina, Palazzo Venezia, Teatro Palladium, tentando una ricognizione il più allargata possibile, soprattutto nei confronti della regia in questa complicata Europa odierna (qui il programma delle sei giornate ).

Ha le caratteristiche di un Premio,anche l’Italian and American Playwrights Project. Ideato due anni fa da Valeria Orani , con le associazioni Umanism e 369 Gradi e con un partner statunitense, il Martin E. Segal Theatre Center, il progetto mette in contatto e a concorso drammaturghi italiani e americani, promuove la bisrattata arte della traduzione teatrale e si propone di sviluppare progetti di produzione di qua e di là dell’Atlantico. Oggi, giovedì 14 (il programma della serata al teatro Vascello), le drammaturghe statunitensi selezionate, saranno a Roma, per presentare i loro testi. Allo stesso modo, sono stati presentati a New York, quattro testi italiani.

L’ANCT (l’Associazione nazionale dei critici di teatro, clicca per il sito) ha reso proprio l’altro ieri note le motivazioni delle proprie scelte, mentre i giurati di Rete Critica sono in subbuglio, dopo la finale del Premio omonimo, ospitata la settimana scorsa a Padova dal Teatro Stabile del Veneto (qui i vincitori 2017) . Giocato davvero sul filo di lana di una manciata di voti, il verdetto finale ha suscitato un po’ di malumori, che riversati negli spazi infiammabili di Internet, facilmente si accendono.

Non è passato poi troppo tempo dalla giornata di novembre in cui il Premio Giovani Realtà del Teatro, ha esaminato a Udine presso l’Accademia Nico Pepe, 23 progetti di giovani compagnie e attori under 35, ben decisi a conquistarsi il riconoscimento per un lavoro che sia inedito (in un articolo di Andrea Porcheddu, il resoconto sui vincitori). Con una formula simile – la presentazione di studio scenico di una ventina di minuti che dimostri la buona qualità delle proprie idee – altri concorrenti puntano alla vittoria nel Premio Tuttoteatro.com / Dante Cappelletti che troverà spazio a Roma al Teatro India, lunedì 18 e martedì 19 (qui il programma delle due giornate). Alla finale sono arrivati in nove, ma le candidature pervenute appena uscito il bando si sono attestate sui 120 progetti.

Insomma, stay tuned, perché gli esiti non si faranno attendere.

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(**) La morte, inaspettata, a 49 anni, del protagonista di Ubu ReJernej Šugman, ha costretto la compagnia a cancellare lo spettacolo previsto la sera del 15 dicembre a Roma nell’ambito del Premio Europa per il Teatro.

I ministri, le ministre e il minestrone dei generi

È normale provare un certo imbarazzo, se lo spettacolo a cui assisti non rientra tra i generi ai quali sei abituato. Ti tranquillizza l’allestimento di un classico, di un nuovo lavoro contemporaneo, la serata di cabaret, il musical. Mentre ti mette una certa smania il fatto di non poter ricondurre a un’etichetta consueta altri spettacoli, creazioni lontane dalle sicurezze dei generi.

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Riparliamo allora di genere

A Venezia, al teatro Santa Marta, confuso tra gli studenti universitari di Ca’ Foscari, ho visto The gender show, teoria del gender questo sconosciuto. Uno spettacolo che non esce soltanto dal ventaglio delle abitudini. Ma che sui generi dice anche qualcosa in più. Meglio: lo fa dire ai suoi protagonisti. Che di genere sono esperti, più che esperti, visto che hanno vissuto con il proprio corpo e nei propri comportamenti, quel complicato percorso che va sotto il nome di transizione. Per loro, fino a qualche anno fa, il lessico quotidiano usava la parola trans. Io evito di usarla, per il peso e le ironie che si porta appresso.

The gender show fa parte di una nutrita serie di spettacoli che Marcela Serli – drammaturga, regista, performer, metà argentina metà italiana – ha creato in questo decennio assieme alla compagnia Atopos Teatro. Una decina di titoli dedicati alle tematiche di genere. Proprio il temibile gender, le sue minacciose teorie, alle quali qualche mese fa ho dedicato un altro post, che metteva al centro dell’attenzione la scrittura teatrale di Liv Ferracchiati (vedi qui).

La sfida della propria vita

Più aggressivo, più ammiccante, The gender show porta in scena persone (attori professionisti e no) che con il problema dell’identità maschile e femminile si sono scontrati personalmente. Spesso in modo duro, sempre con sofferenza, mai senza tenacia. Sono loro ad assicurarci, con una bella dose di ironia, che una via risolutiva esiste. Per quanto non sia uguale per tutti, non facile né immediata. La sfida della vita, della propria vita, insomma.

All’Università di Venezia, The gender show è stato preceduto da un incontro durante il quale chi ha ideato e chi interpreta lo spettacolo, ha conversato con Maria Ida Biggi (la docente di discipline teatrali che è al timone della programmazione del teatro Santa Marta), Sergia Adamo (che si occupa di letterature comparate e di gender studies), Liv Ferracchiati e con gli studenti. Studenti che forse non militavano tutti nei ranghi del movimento LGBT, ma ai quali sicuramente interessava comprendere meglio un aspetto della vita quotidiana che oggi ha una visibilità superiore a ciò che accadeva dieci o quindici anni fa. Quando Vladimir Luxuria – deputat* in Parlamento – dovendo aprire una porta o l’altra al momento di servirsi del bagno, scatenava i pruriti dei media. Che avrebbero volentieri spiato dal buco della serratura.

Con le sue zampate, uno stile disinvolto e cialtrone, la sincerità dei fatti, i tanti momenti di emozione e i bei versi di Mariangela Gualtieri, The gender show è uno spettacolo che raccomando. E che suscita in me una inevitabile serie di domande.

Il ministro e le tette

Prima fra tutte, quella che lo oppone a un incontro a cui mi è capitato di partecipare proprio qualche giorno prima. In quell’occasione al centro del discorso c’era la rivendicazione dell’identità – in particolare quella femminile – e del genere (grammaticale) nel linguaggio dei media. Forte della sua professione, di numerosi contributi alle commissioni ministeriali istituite sull’argomento, del riconoscimento dell’Accademia della Crusca, una delle nostre più impegnate studiose di linguistica, Cecilia Robustelli, giustamente sosteneva, in quel seminario di studi, che le desinenze di genere vanno rispettate. Anche se c’è chi afferma che un’espressione come” la ministra Valeria Fedeli” non si può sentire. Perché sa di minestra, dicono. E c’è chi ritiene che sia preferibile scrivere l’architetto Zaha Hadid, poiché il femminile evocherebbe le tette (dovremmo allora cancellare dal vocabolario anche l’aggettivo protetta?).

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Insomma, tra il battersi per le desinenze al femminile e l’asterisco che evita ogni discriminazione (cercasi cuoc* ) le vie della ragionevolezza e della sensibilità sono tante. Uno spettacolo come The gender show ci aiuta a percorrerne alcune. E ci invita ad aprire finestre di senso che l’abitudine e la pigrizia mentale – per non parlare dei pregiudizi – preferiscono tenere chiuse.

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A questo punto, se avete ancora un po’ di tempo, diciamo un’ora, potreste seguire una conversazione tra Marcela Serli e il filosofo Umberto Galimberti. E così dischiudere ancora altre  finestre.

[le fotografie sono di Giovanni Tomassetti]

NID 2017. Che cosa viene dopo la coreografia?

È un po’ di tempo che continuano a girami in testa immagini di danza. Sarà perché la settimana scorsa, qui a Nordest, a Gorizia, alla NID Platform 2017, ne abbiamo fatto una scorpacciata.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)
Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

NID, piattaforma contemporanea per la danza

In soli quattro giorni la piattaforma NID – che sta per New Italian Dance – è riuscita a portare a Gorizia, quassù sul confine, lontano dai grandi snodi dello spettacolo in Italia, più di quattrocento tra artisti, compagnie, operatori, programmatori, esperti, giornalisti e media, figure istituzionali: buona parte di coloro che formano il tessuto della danza contemporanea italiana. Ed è riuscita a mettere in fila in un long weekend, ben sedici spettacoli, sedici titoli che si sono distribuiti tra i quattro teatri che la città sull’Isonzo e la sorella slovena Nova Gorica avevano messo a disposizione.

Nel cartellone degli eventi anche due tavoli tematici su aspetti rilevanti della situazione attuale, un passaggio del testimone istituzionale tra regione Friuli Venezia Giulia e regione Emilia Romagna (per NID 2019) e un expo ininterrotto di produttori negli spazi del Centro Culturale Santa Chiara. La meccanica fluida degli eventi – approntata dagli organizzatori A.Artisti Associati e dal direttore Walter Mramor – assicurava tenuta e tempismo a un progetto che ha raccolto l’eredità dei NID svolti negli anni scorsi. Ma l’ha anche messa a punto, equilibrando la modalità artistica, quella promozionale e le opportunità di incontro tra chi lavora nel settore. Un’occasione formidabile – insomma – di visibilità, scambio, prospettive per tutti. Che tutti hanno apprezzato.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

La forza dell’esposizione

Sono rimasto a Gorizia per gli interi quattro giorni e ho seguito quasi tutto. Mi sono dilungato nel raccontare adesso come si è svolta NID Platform perché credo che un impianto organizzativo ben fatto, valorizzi in modo esponenziale il prodotto che intende promuovere. Mi è parso che programmatori e buyer nazionali e internazionali abbiamo trovato qui ciò che cercavano: la misura di ciò che coreografi e danzatori pensano, creano ed esprimono oggi in Italia. Qualcuno racconta che pure gli affari – spettacoli venduti e comprati, o almeno contatti avviati – sono andati bene. È un altro segnale di buona riuscita e un punto di merito per la commissione di sei membri (3 italiani e 3 stranieri) che ha fatto la cernita fra le proposte pervenute, e consegnato nelle mani dei sedici selezionati un momento di visibilità, altrimenti irraggiungibile.

A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)
A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)

Guardare indietro, guardare avanti

Diventa così più facile spiegare che i sedici titoli in programma a NID Platform rappresentavano un campione ampio, quasi esaustivo, delle diverse maniere in cui si crea danza contemporanea nel nostro Paese. E se contemporaneo significa odierno, è naturale che – oggi – ci siano artisti con lo sguardo rivolto al passato e artisti che lo puntano sul futuro. È l’incessante gioco di forze tra tradizione e innovazione: il solo che garantisce vita ai processi culturali, tanto più a quelli che si svolgono dal vivo, com’è questo. Il solo che possa tener conto dei diversi interessi dei diversi pubblici, che formano l’audience della danza.

Detto ciò, e premesso che il mio occhio e la mia inclinazione guardano più volentieri ai fenomeni di innovazione che non alla tradizione, metterò di seguito in fila quei tre-quattro spettacoli che mi sono sembrati incarnare meglio una tendenza, sulla quale da un po’ di tempo vado riflettendo.

 

Una danza post-coreografica?

In una delle due tavole tematiche ho provato anch’io a portare un contributo di riflessione che si potrebbe qui tradurre così: se nel teatro contemporaneo si è andata via via affermando una modalità post-drammatica (detta in maniera diversa: una fuga dai modelli con cui si è creato teatro negli ultimi tre secoli) possiamo anche supporre che esista, oggi nella danza, una modalità post-coroegrafica? voglio dire un modello di creazione in cui la componente coreografica non sia totalizzante, come lo è stata per buona parte del Novecento. Forse così, la domanda è un po’ troppo schematica, ma spero, che almeno ad intuito, qualcuno mi capisca.

 

Sopratutto penso che questa impressione sia rimbalzata vivace nella testa di chi, a Gorizia, ha visto le produzioni recenti firmate da Francesca Pennini, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, Igor e Moreno. Quelle che più hanno suscitato negli spettatori intorno a me il dubbio: “si può ancora parlare di coreografia?”

Io mi domando invece: è davvero protagonista la coreografia se un computer e una sua applicazione video (in At Home Alone di Sciarroni, qui sotto), se una performer simpatica e oversize (nella creazione di Gribaudi, qui sopra), se un macchina da caffè espresso (in quella di Igor e Moreno) rubano la scena a quell’idea di danza che per un intero secolo si è concentrata sulle architetture mobili e sulle dinamiche del corpo?

 

Dovete essere davvero interessati, e disposti a una bella fatica, per arrivare a leggere fino a questo punto. Tanto più che adesso il post si è fatto troppo lungo per cominciare ad osservare assieme, più da vicino questi quattro titoli. Andate a rivedere intanto, se vi fa piacere, i video e i teaser che avete incontrato più sopra. E ne riparliamo con calma tra qualche giorno, al prossimo post.

Pressburger, che sognò il sogno una nuova Europa

Non è stato facile trovare un titolo in cui riassumere la personalità, il carattere, l’intuito e soprattutto il segno lasciato da Pressburger nella letteratura, nel teatro, nella cultura musicale, nella radio, non solo in Italia. Anche in Europa. Volevo mostrare il contributo di un questo intellettuale complesso, lettore vorace della realtà e capace di restituirla in forma di idee, progetti che volavano alti. A volte molto alti. L’occhio puntato sull’utopia, a volte realizzabile, ma sempre in fuga dalla banalità e dall’ordinario.

Giorgio Pressburger

Stregone della radio

Aveva cominciato giovane, Giorgio Pressburger, a sfuggire all’ordinario. E anche all’ordine, inteso come gabbia. Fuggito nel ’56 dalla sua Budapest invasa, era arrivato in Italia come oggi arriva un migrante. Solo un cappotto. E nel panorama di quell’Italia, già pronta per la televisione e il boom, aveva scelto le strade per niente facili della ricerca, della sperimentazione, del nuovo in campo artistico. L’immigrato con il cappotto era diventato regista in Rai e con i suoi progetti aveva conquistato almeno quattro Prix Italia, ciò che oggi chiameremmo l’eccellenza nell’innovazione culturale italiana.

Era la stessa Rai in cui lavoravano Carlo Emilio Gadda e Umberto Eco: la Rai delle buone pratiche. Pressburger amava lavorare con chi stava creando la musica inquieta di quelli anni, l’ingegneristico sound dell’elettronica di allora. Con Bruno Maderna (Ages, nel 1972) e Luciano Berio (Diario immaginario, 1975) si ingegnava a costruire miraggi sonori dentro lo stregonesco Studio di Fonologia Musicale. Fiore all’occhiello di una Rai, ancora colta e ancora popolare, con una missione in testa: migliorare l’Italia e gli Italiani.

Pressburger ai tempi dello Studio di Fonologia Musicale di Milano

E lavorando con loro, scrivendo sceneggiature e progetti, aveva definito subito la sua immagine d’intellettuale d’avanguardia, alchimista di idee che avrebbe presto trasferito dalla radio, al teatro, alla televisione, all’insegnamento all’Accademia nazionale “Silvio d’Amico”. A Trieste, la città prescelta dopo Roma, aveva trovato nel Teatro Stabile lo spazio per dare corpo e suono a certe intuizioni di scena, curiose e ambiziose. Si può dimenticare l’aeroplano che aveva voluto in scena per rievocare il caustico cabarettista Karl Valentin? I tonfi degli zoccoli sul pavimento di vera maiolica vera con cui aveva ricoperto il palcoscenico per La brocca rotta di Kleist? Il ritratto d’amore e di palcoscenico che aveva fatto a Alexander Moissi, fantasma glorioso e trascurato genio della scena mitteleuropea. Un filo speciale lo legava a Pasolini, del quale aveva tradotto in immagini, teatrali e televisive, il difficile Calderon, con la sontuosa citazione della pittura di Velasquez.

Una nuova Mitteleuropa

Disincantato da questa Trieste, di cui vedeva la mancanza di coraggio, aveva intuito che Cividale del Friuli, cittadina al margine nord-orientale d’Italia, e ambiziosa anch’essa, poteva essere il luogo ideale per la sua persistente idea di nuova Mitteleuropa, Paese di cui si sentiva cittadino ideale.

Pressburger pensava che si potesse rigenerare un tessuto di uomini, di donne,  di culture e di lingue che aveva tenuto assieme l’Europa centrale cento anni prima. Un tessuto che due conflitti, guerre fredde, guerre non guerreggiate, avevano lacerato e distrutto. La sua era l’idea di nuova Mitteleuropa delle culture, che contrastasse la nascente Europa fondata su economie . Era il 1990, l’anno delle speranze. E a trasformare quel sogno in qualcosa di concreto c’era lui, poliglotta e cosmopolita, pronto a fondare 27 anni fa un festival chiamato Mittelfest.

Pressburger durante le prove di Danubio (1997)
Pressburger durante le prove di Danubio (1997)

Lavorando lassù a Cividale con Carlo De Incontrera, Mimma Gallina, Cesare Tomasetig, aveva per quasi 15 anni tenuto il timone della manifestazione da considerare adesso il più prezioso titolo della sua carriera di regista. Territorio dove cimentarsi con un teatro che invadeva la città (spettacoli itineranti come Praga Magica da Ripellino, oppure Danubio e Microcosmi, i due libri di Claudio Magris) o con la ricerca di un’identità sua e al tempo stesso comune a tanti, che gli aveva fatto nascere sulla carta i copioni di Le tre madri e di Il rabbino di Venezia.

Manoscritti in bottiglia

Sarà la Storia però a dargli torto. Dopo aver aperto speranze sopranazionali (Mittelfest era riuscito a riunire anche 20 lingue in una sola edizione), piccole patrie e nazioni egoiste si sarebbero riconvertite alla costruzione di muri, steccati, fili spinati da mettere sui confini. In un solo decennio. A questa deriva Pressburger non si era arreso.

Giorgio Pressburger

Con la forza dei suoi settanta e poi ottant’anni, si era rimboccato le maniche. E aveva con maggior lena ripreso a scrivere. Dalle Storie dell’ottavo distretto (del 1986, scritto assieme al gemello Nicola, per ricordare la Budapest ebraica della sua infanzia) l’attività di scrittore e giornalista aveva accompagnato quella del regista. Ma in anni recenti aveva intensificato la scrittura per racchiudere in altre opere, altri libri, altri articoli per i giornali, le sue speranze. Manoscritti in bottiglia per la generazione a venire. Come Messaggio per il secolo, il film di Mauro Caputo che lo vede raccontare la propria storia. Come Sulla fede e  Don Ponzio Capodoglio (il suo ultimo libro). O il manoscritto a cui stava recentemente lavorando, messaggio e testamento, attraversato però da una sovrana ironia. Quell’ironia, spiegava Freud, che a gente come lui, mitteleuropea, si addice.

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[questo articolo rielabora un mio ritratto di Giorgio Pressburger, andato in onda la sera del 5 ottobre 2017 nel programma RadioTre Suite di Rai RadioTre e l’articolo pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il giorno dopo]

Con la Barcolana veleggiano anche i teatri

Vuoi che a Trieste, adesso che c’è la Barcolana, non si parli ovunque di mare? La manifestazione velica internazionale sta raccogliendo quest’anno adesioni che domenica prossima porteranno nel golfo forse più duemila barche. Nel frattempo il programma prevede una serie di iniziative collaterali. Quella della Notte Blu dei teatri, per esempio, che ha mobilitato per una notte le sale della città, con estemporanee proposte di spettacoli dedicate a temi velistici e marinari.

barcolana, foto G. Crozzoli

Così domenica scorsa mi sono inoltrato anch’io nella Notte Blu. Ma solo quando è cominciato a far notte, appunto. Ho tralasciato per esempio un concerto d’ispirazione cinematografica previsto al pomeriggio al Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Filo conduttore era la colonna sonora del film Master and Commander (2003) , kolossal marinaro di Peter Weir con Russell Crowe. E mi è sfuggito pure, al Teatro La Contrada, il monologo che Antonello Avallone ha tratto da Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano, best-seller anni Novanta di Alessandro Baricco.

notte blu al Teatro Sloveno

Acqua senz’acqua

Insomma, la notte era già bella che scesa quando ho varcato la soglia del Teatro Sloveno per H2OPS, un percorso per spettatori negli spazi del teatro, foyer e sottopalcoscenico compresi, su tema marino. Acqua senz’acqua, ha sicuramente pensato il regista dell’operazione, Igor Pison. Ispirato da un’idea dell’artista brasiliano Hélio Oiticica ha predisposto per esempio in palcoscenico una tempesta di vento per spettatori incapottati e disseminato qua e là piccole distese di sale, alghe, plastiche inquinanti, oppure tappeti elastici e materassini gonfiabili dove trattenersi, ascoltando i classici, Sapore di saleLe mille bolle blu, messi con ironia in bocca agli attori.

Straulino signore del mare

Al Politeama Rossetti tra vele issate e video d’epoca, scorrevano invece le imprese di Agostino “Tino” Straulino, che nel secolo scorso ha portato ai livelli più alti il velismo sportivo italiano. Primati eccelsi  (l’oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, affiancato dai primi posti nei campionati italiano, europeo e mondiale). Ma anche episodi passati nella leggenda, come l’uscita a vele spiegate della Vespucci – “il veliero più bello del mondo” – dal canale navigabile di Taranto . Un’impresa. E con gli attori della Compagnia Stabile del FVG, che sfogliavano le pagine del bel volume Straulino signore del mare di Tiziana Oselladore, il racconto è diventato epico.

Vespucci a Taranto 1965

Ai limiti estremi

Così come drammatico, altamente drammatico, era il punto d’arrivo finale della Notte Blu dei teatri: 74 giorni sospesi. Al Teatro Miela, il regista Massimo Navone aveva scelto di rievocare il naufragio che aveva spinto Ambrogio Fogar e Mauro Mancini alla deriva per due mesi e mezzo su una zattera, nell’Oceano Atlantico, al largo dell’Argentina, senza risorse, fino allo stremo. Uno dei naufragi più lunghi della storia nautica recente. Il diario di chi prova a raccontare i limiti ultimi che due uomini possono varcare, tenuti a galla da un istinto di sopravvivenza, che ne cancella via via le fisionomie umane, portando allo scoperto le forze genetiche e animali che sono alla base della vivere, e del sopravvivere. Senza però mai perdere speranza e lucidità del pensiero. Ivan Zerbinati e Alessandro Mizzi, insieme a una zattera di salvataggio, in una difficile prova di endurance, anche teatrale. “È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde”, scriveva Conrad nei suoi ‘Taccuini’.

L’immagine della regata Barcolana (1.) è di Gabriele Crozzoli.

La volta che spensero le luci. Ma proprio tutte. E finimmo con Vargas e McIntosh nel teatro del buio

Dici che non hai paura del buio? Bugiardo. Del buio abbiamo paura tutti. È istintivo. Se non riesci a vedere, se i tuoi occhi non misurano e non controllano il mondo là fuori, scatta subito l’ansia.
Di recente ho partecipato a due spettacoli dove il buio era il protagonista. E come tutti, ho avuto un po’ paura.

vargas filo di Arianna

Seguendo Arianna e il suo filo

Devi immaginarti in piedi, solo, nel buio totale. Non vedi nulla, ma ti accorgi che una mano gentile ha preso la tua mano e ti invita ad avanzare. Verso dove, verso chi? Senti il terreno inconsistente sotto i piedi scalzi. Forse è sabbia. Però un metro più in là potrebbero essere sassi, vetri, scalini, il vuoto. Io mi sono fidato di quel gesto d’incoraggiamento e sono andato avanti. Rischiando.

Il filo di Arianna è una creazione di Enrique Vargas, regista e antropologo. Settantasette anni, colombiano, Vargas è uno di famiglia a Pistoia, dove le accoglienti sale del Funaro Centro Culturale da quasi dieci anni danno spazio ai suoi titoli e ai suoi seminari. Il gruppo che Vargas ha fondato si chiama Teatro de Los Sentidos perché il suo modo di fare teatro è un lavoro sui cinque sensi degli spettatori. O meglio, dello spettatore. I suoi allestimenti sono infatti percorsi d’esperienza sensoriale e si rivolgono a uno spettatore/viaggiatore solo. Uno solo per volta, quaranta minuti di gioco teatrale, cinquantaquattro viaggiatori a sera. Odori, sapori, rumori, cose da toccare, e soprattutto il buio, sono i primi attori di Vargas. Solo dopo vengono i suoi collaboratori.

vargas filo arianna 2

Così, seguendo le raccomandazioni sussurrate da un alchimista, ho annusato spezie e maneggiato polverine. Mi sono incamminato seguendo l’unico inizio di una corda che tenevo tra le mani. Ho sentito fruscii e suoni di campanellini che attiravano la mia attenzione. Il buio, la semioscurità, restavano sovrani. Ho capito che dovevo accucciarmi, proseguire a carponi, mi sono seduto su un minuscolo sgabello e una voce, pacatamente, si è messa a raccontarmi una storia.

La storia, come dice il titolo, è un mito: quello del labirinto di Creta, del potente Minosse, del mostruoso Minotauro. Ripercorrevo le strade di chi, migliaia di anni, fa si era perso nel dedalo a Cnosso. Sono rimasto nuovamente solo. Un lumino lontano, flebile, mi diceva vieni da questa parte. In uno specchio opaco ho intravisto la mia immagine, ma si confondeva con quella di una creatura infernale, le corna e il ghigno inconfondibile. Forse era il Minotauro. O forse era il mostro che è in me. Vuoi non aver paura?

Sono finito in un armadio, vestiti polverosi mi hanno sfiorato il viso, le braccia. Ho aperto a tentoni una valigia per ritrovare oggetti di un secolo fa. Una clessidra, che aveva smaltito la sua sabbia, mi ha invitato a proseguire e ho fatto un’esperienza che non so riscrivere, perché va sentita, ma con il corpo. Alla fine sono sbucato in una radura. Calma, tranquilla, in penombra, un’oasi di pace dopo l’emozione. Una vestale mi ha offerto un infuso caldo. E sono rimasto là, chissà quanti minuti, a rimettere a posto i miei pensieri. Un viaggio fuori della realtà: ma quando ho guardato l’orologio ne erano passati 40.

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Ditelo con le mani

Il secondo spettacolo, visto al Festival Contemporanea a Prato, era tutt’altra cosa. Nessuna storia da raccontare, niente misteri. Ancora una volta però era in ballo il mondo dei sensi. Primo fra tutti, il tatto. A cui il buio regala potenza.

In many hands è stato inventato da Kate McIntosh, una versatile artista neozelandese, che ha fatto base a Bruxelles, al Kaaitheater. E come dice il titolo, sono le mani, più che gli occhi, le protagoniste di quest’altro gioco esperienziale.

Macintosh many hands

Seduti davanti a lunghi tavoli disposti sul palcoscenico, noi, una quarantina di spettatori, sconosciuti gli uni agli altri, con la consegna del silenzio, ci passiamo di mano in mano una fettuccina di carta, piena di istruzioni. Poi, attraverso questa catena di mani curiose passano pietre, conchiglie, gusci d’insetti, crani di uccelli, pezzi d’animale imbalsamato. Oppure martelli e altri arnesi pesanti. Le mani si toccano e si incrociano, i polpastrelli si parlano.

E poi capelli, terra umida, fondi di caffè, materiali molli e ripugnanti. E polveri colorate. Abbiamo tutti le mani sporche, impiastricciate, impregnate di odori, quando improvvisamente cala il buio. Ma gli oggetti continuano a correre di mano in mano. Un brivido, se nell’oscurità ti agguanta le dita un filo di ferro attorcigliato. Paura, mentre la corda che stai passando sembra volerti strappare dalla seggiola, e una pioggia di sassolini, grandine o chissà che cosa ti si rovescia addosso. Terrore, se non vedi nulla e non sai quale potrebbe essere il prossimo accidente che ti toccherà tra le mani.

Due spettacoli fuori dal comune. I bene informati parlano di sensotopia, il luogo dove regnano i sensi. Altri parlano di audience engagement, coinvolgimento intenso del pubblico, oppure di un teatro immersivo. E a me pare che abbiano ragione, ma che si tratti soprattutto di tentativi del Teatro di scrollarsi di dosso le solite storie di famiglie borghesi,  le forme rappresentative che si porta dietro almeno da tre secoli. E per il secolo in cui noi abitiamo, di darsi una nuova vita.

 

Le fotografie di Il filo di Arianna sono di Stefano Di Cecio
Qui trovi altre informazioni su Il Funaro Centro Culturale.
Qui trovi altre informazioni su Festival Contemporanea 2017 al Teatro Metastasio e in altre location a Prato.

Se il Bengala mette le zampe su Monfalcone. La mitologia locale secondo Marta Cuscunà

Nei cantieri navali che hanno visto nascere le più grandi fra le principesse dei mari – Crown Princess, Regal Princess, Majestic Princess – una tigre si aggira indisturbata, semina il panico, fa vittime. Come in un mito indiano e seguendo l’ispirazione di un antropologo indiano, Marta Cuscunà legge il presente della sua città. E lo aggiunge al mosaico di Ritratto di una nazione. Da questa sera al Teatro di Roma.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

È un viaggio in Italia. Non come quello di Goethe, alla ricerca di antichità e bellezza. È un viaggio, invece, attraverso i punti sensibili del Paese contemporaneo, osservato e sezionato con il bisturi del lavoro.
Un progetto speciale apre questa sera la stagione 2017/2018 del Teatro di Roma. Il titolo è Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro. La formula in due fasi prevede venti brevi pièce teatrali che, per ciascuna regione, inquadrano un punto critico, uno snodo dal quale guardare la complessità di una trasformazione in corso, di cui nessuno conosce l’esito né la durata.

ritratto-nazione-1

Quassù a Nord-est

Uno di questi venti capitoli, quello che punta sul Friuli Venezia Giulia e si intitola Etnorama 34074, nasce dal lavoro di drammaturgia di Marta Cuscunà, performer che a Monfalcone e a un frammento del suo passato prossimo aveva dedicato già il primo lavoro È bello vivere liberi! Poiché ne vive il quotidiano, Cuscunà conosce bene la linea di faglia che nella città dei cantieri interseca lavoro e immigrazione.
“Monfalcone si sta trasformando – dice – temo di non riconoscere più la storia particolare, operaia, di questa città. Il tema dell’immigrazione coinvolge tutti, anche chi si sentiva distante dalla politica, anche chi continua a dimostrare buona volontà nei confronti del problema. Nessuno è escluso. Mi preoccupa un conflitto sociale che si sta esasperando e non sarà senza conseguenze”.

Etnorama 34074

È ciò che Cuscunà prova a raccontare nei 30 minuti del suo testo, nel quale disegna il contorno di una comunità che si oppone al desiderio di un gruppo di ragazzini di giocare a cricket. Cosa spinge i monfalconesi a impedire loro di giocare? È che si tratta di ragazzini di origine bengalese?
“Mentre seguivo la vicenda che ha occupato le recenti cronache locali – prosegue Cuscunà – leggevo anche il saggio intitolato Modernità in polvere in cui l’autore, l’antropologo statunitense di origine indiana Arjun Appadurai, studia i flussi culturali globali. Il cricket, ci spiega Appadurai, è uno degli elementi che in epoca coloniale è servito a costruire l’identità indiana. Così che nel mondo post-colonialista un modo di vita tipicamente inglese è diventato tipicamente indiano”.
Tanto da alimentare l’ironico paradosso secondo il quale gli “ultimi inglesi viventi” sono proprio gli indiani. La storia dei cantieri navali ha rappresentato d’altra parte il motivo di identità della città conosciuta proprio per le sue grandi navi da crociera. Ecco perché in Etnorama 34047 (il numero rappresenta il C.A.P di Monfalcone), tra simboli, mito e realtà, una tigre compare all’improvviso tra gli operai del Cantiere, semina il panico, fa vittime. Una tigre del Bengala, ovviamente.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

“La città – conclude Cuscunà – e i suoi luoghi di lavoro sono stati coinvolti da un discorso in cui a prevalere è l’aggressività. Non occorre aver letto libri di antropologia per capire che il cricket ha a che fare con un’identità alla quale gli immigrati dal subcontinente indiano cercano di dare un nuovo contesto, modellato sul territorio in cui si trovano a stare. Molti la percepiscono come un’invasione”.

Il ritratto di una nazione

Tra i dieci autori che hanno collaborato alla prima fase di Nascita di una nazione ci sono anche scrittori come Vitaliano Trevisan, Michela Murgia, Wu Ming 2, performer come Davide Enia e Saverio La Ruina, interpreti come Giuseppe Battiston, Michele Placido, Francesca Mazza (sarà la protagonista del pezzo di Cuscunà, che ha la regia di Fabrizio Arcuri).

La prima fase di Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro va in scena dall’11 al 16 settembre. Qui trovi il programma.

immagini fotografiche (1. e 3.) Futura Tittaferrante

Ecole des Maîtres 26. La Scuola dei Maestri. Quella senza Maestri

Si sono dati questo nome: Transquinquennal. Un po’ troppo lungo e complicato da scrivere. Ma il significato è chiaro. Abbastanza chiaro. Transquinquennali. Già l’anno prossimo potrebbero chiamarsi transquadriennali. Poi transtriennali e così via, fino alla data di scadenza. Il collettivo teatrale belga formato da Bernard Breuse, Miguel Decleire e Stéphane Olivier ha scelto un assetto originale, se non altro, per collocarsi sul grande arco sulla scena europea. Un progetto di eutanasia, o autodistruzione, che porterà il gruppo a cessare l’attività il 31 dicembre del 2022. Sappiatelo: Andrebbero consumati preferibilmente prima del.

Intanto lavorano, creano, si danno da fare, secondo le tappe di un disegno, scandito anch’esso in cinque tempi poiché riproduce, applicato al teatro, le famose fasi che la psichiatra Elisabeth Kübler-Ross (scomparsa nel 2004) aveva individuato studiando l’elaborazione del lutto: Rifiuto. Rabbia. Contrattazione. Depressione. Accettazione.

A sentirli parlare di sé, i Transquinquennal si trovano ora a esplorare la terza fase. E proprio il tema della Contrattazione ha dato loro lo spunto per progettare il lavoro che in queste settimane stanno svolgendo come maître dell’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri (le informazioni, qui).

Il corso itinerante per giovani attori europei ideato 26 anni fa da Franco Quadri è riuscito, in questo quarto di secolo, a raccogliere nelle proprie “classi” tutti i più importanti maestri della fine del millennio. Dai registi “signori della scena” come Stein, Nekrosius, Dodin, Ronconi, alla nuova regia autoriale di gente come Pippo Delbono, Antonio Latella, Ivica Buljan, fino alla post-drammaturgia di Rodrigo Garcìa, Rafael Spregelburd, ricci/forte, Christiane Jathay. La particolarità di questa edizione 2017 è che gli odierni “maestri”, i Transquinquennal, su questa idea di magistero nutrono sostanziosi dubbi. Da una parte negano di aver qualcosa da insegnare (un metodo di pensiero, tutt’al più), dall’altra sembrano allergici a quel principio di potere che riesce a far funzionare in maniera fluida tanti sistemi e tanti strumenti sociali, dall’esercito, ai partiti tradizionali, alla scuola, fino ad arrivare anche al teatro, almeno così come lo conosciamo abitualmente. I Transquinquennal sono un collettivo antigerarchico, che in nome della parola democrazia e (in questo momento) della contrattazione si propone di ribaltare le regole del gioco.

Ora: tutto ciò può risultare interessante sul piano della riflessione, e forse dei processi mentali che vengono attivati nel costruirsi professionale di un attore. Ma diventa un po’ ostico – e diciamolo, pure palloso – se lo si orienta verso un’esperienza da portare sulla scena, e da far vedere al pubblico. Proprio questa, invece, mi sembra fosse l’idea alla base della dimostrazione che i tre Transquinquennal assieme a 14 attori dell’Ecole 2017 hanno presentato a un piccolo pubblico convenuto a Udine per scoprire qualcosa sul loro lavoro. Udine, sotto l’egida del CSS – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, è stata la tappa iniziale del percorso internazionale di lavoro che continua  a svilupparsi adesso a Bruxelles, toccherà poi Roma, Reims e Caen (Francia), e in conclusione Coimbra (Portogallo) il 24 settembre.

Mi voglio spiegare: ho l’impressione che la democrazia sia un utensile un po’ troppo ingombrante per essere usato a teatro. E che la contrattazione non sia il procedimento che mette in relazione gli attori con il pubblico. Su che cosa dovrebbero negoziare quando il contratto (generalmente siglato con l’acquisto di un biglietto) è già stato concluso. Ed è davvero opportuno che una decisione artistica (oppure  semplicemente espressiva) venga presa a maggioranza?

Insomma: aspettarsi che scena e platea si confrontino democraticamente, che il pubblico negozi con agli attori che cosa devono fare, che un’esperienza di scena vada avanti a forza contrattazioni – ciò che probabilmente era nel programma della serata a cui ho assistito – si dimostra talmente ambizioso da scivolare subito nel fallimento. Nonostante un pubblico un po’ abituato a considerare la condivisione, l’interazione, la partecipazione attiva alla cosa pubblica come comuni processi quotidiani. Poiché il mondo digitale, oggi, verso tali modalità si sta indirizzando:  il famoso approccio 2.0.

Eppure – lo abbiamo sperimentato un po’ tutti – essere pubblico, essere spettatori, mettersi in una condizione di ricezione, visione, ascolto, perché no, accomodarsi in una comodità passiva, è un privilegio al quale non siamo quasi mai disposti a rinunciare. Chi fa attivamente teatro lo sa (dovrebbe saperlo). Per venti minuti, invece, siamo rimasti così, i 14  attori e noi del pubblico, silenziosi, in attesa, a guardarci negli occhi. E nei successivi quaranta minuti, beh, non è successo granché.

Lo dico in modo sbrigativo: in platea si ragiona così: se scelgo di fare lo spettatore perché mai dalla scena tu mi inviti, mi solleciti, mi costringi a fare pure il co-protagonista. Stai al posto tuo. Fai quello che devi fare. Lascia che mi goda lo spettacolo. Tranquillamente. Alla faccia del 2.0.

E’ pur vero che l’Ecole des Maîtres non ha l’ambizione né l’intenzione di mettere in scena spettacoli: si tratta di un’attività di pedagogia per attori. Però sentitemi, maestri non maestri cari, progettisti a scadenza, per i prossimi cinque anni, pensate anche a noi spettatori, che siamo un po’ pigri e un po’ comodoni, non costringeteci a fare un mestiere che non è il nostro. Si fa già tanta fatica a farne uno, bene.

Devo aggiungere qualcosa. Vale la pena conoscere meglio il lavoro dei Transquinquennal e qualcuno dei loro 41 titoli di progetto. Provate a dare un’occhiata a questo breve teaser, che mostra l’idea che stava dietro a  L’un d’entre nous.

O al trailer del loro spettacolo – questo sì, uno spettacolo – Capital Confiance.

O ancora a quel simpatico pasticcio intitolato : We want more.

E su questa pagina (clicca qui) trovate invece tutte le informazioni sull’edizione 2017 dell’Ecole des Maîtres.

 

 

Prima di maltrattare il gender, prova a capirlo

Come tutte le parole che vengono da fuori, gender non piace agli italiani. Alle nostre orecchie suona più vicino a gendarme, che a genere, che è il suo significato. Con il gender ce l’hanno su quelli che tengono alla purezza della lingua. E soprattutto quelli che tengono alla saldezza dei valori. Anche se il più delle volte, né gli uni né gli altri sanno con precisione di che si tratta.

È invece con parole semplici, quasi elementari, che Livia Ferracchiati racconta il gender. E siccome le sue sono le parole del teatro, non di un faticoso dibattito sui media, viene più facile darle ascolto, e provare a capire meglio quel significato.

Peter Pan guarda sotto le gonne (2015)

Tra le signore della scena europea che Antonio Latella ha invitato con i loro spettacoli alla Biennale Teatro, alcuni dei quali davvero imponenti e impegnativi, Livia è la più giovane: trent’anni. Teatralmente è la più ingenua, con i suoi spettacoli semplici, di gruppo, tutto sommato lineari, come sono le sue parole. Forse perché Livia non è una signora del teatro. E ci tiene a dirlo: no, non sono una signora.

Lo spiega ai media senza malizia, senza scalpori, enunciando un semplice dato di fatto: la sua identità di genere è maschile. Anche se il nome e il corpo sono femminili. Transessuale si dovrebbe scrivere, se la parola non facesse ancora più paura di gender. Ma trilogia sulla transessualità è un progetto che Ferracchiati sta costruendo da qualche anno assieme al suo gruppo, The Baby Walk, e al Teatro Stabile dell’Umbria, e usarla è inevitabile. Prima Peter Pan guarda sotto le gonne, poi Stabat Mater (tutti e due tra gli appuntamenti della Biennale), tra qualche mese anche Un eschimese in Amazzonia, che ha già avuto un riconoscimento iniziale al Premio Scenario.

Un eschimese in Amazzonia (2017, Premio Scenario)

Dice di non voler fare autobiografia, Ferracchiati, autrice e regista. Però è inevitabile riferire a lei le storie che racconta. A proposito: sarà più opportuno scrivere lui? e autore? Perché sta proprio là il problema, nelle parole, nelle gabbie di una lingua e di valori che non sanno o proprio non possono uscire dal dualismo del genere. E sul gender appunto si inceppano.

Perciò la miglior cosa da fare è andarli a vedere, questi spettacoli, ora che cominceranno a girare, suscitando – si sa – piccoli scalpori provinciali tra i guardiani della lingua e dei valori (com’è capitato all’altro spettacolo giocato su questo tema, Fa’afafine di Giulio Scarpinato). Vederli e provare a capire, senza malizia, senza scalpore, di che si tratta, perché gender e identità di genere sono parole e concetti che valgono per tutti, ma proprio per tutti. Anche se può non piacere.

Stabat Mater (2017, Premio Hystrio Scritture di Scena)

Si potranno così capire i modi che la generazione dei ventenni ha di rapportarsi con quei problemi, che problemi sono anche per chi si sente abbastanza evoluto, come il nostro/nostra autore/autrice Ferracchiati. Capire è sempre una buona cosa. Inoltre, con un po’ di sforzo, si potrà provare a sintonizzare su questo tema anche la nostra lingua che – dico io –  molto più della morale è difficile cambiare.

Todi is a small town in the center of Italy (2016)

Se vuoi saperne di più, qui trovi Federico Bellini , che ti dà alcune informazioni su Livia Ferracchiati. Oppure puoi andare al sito della compagnia The Baby Walk, e scoprire la loro storia. Te lo consiglio.