Scommetto che in questo teatro tutti vorreste entrare

Se qualcuno dice circuito, è facile che tu sia portato a pensare a piloti e piste di formula uno. O che ti immagini la casa che piomba nel buio, dopo che è saltata la corrente.

Per chi si interessa di teatro, circuito è un’altra cosa. È una costellazione di teatri.

illustrazione di Stefano Mancini

L’Italia è piena di piccole e grandi sale, gioielli architettonici e civili che i singoli enti locali, soprattutto quelli più piccoli, i Comuni, non riuscirebbero a gestire e a programmare con le proprie forze. Figurarsi pensare alla manutenzione.

Eppure questi teatri municipali sono un patrimonio prezioso del nostro Paese. Perché per fare un Comune, in Italia, è spesso bastata una piazza, sulla quale si affacciano sempre un municipio, una chiesa, un teatro.

Negli anni in cui risuonava di continuo la parola decentramento – gli anni ’70 – sono nati i circuiti teatrali. Strutture che si sono occupate, in alcune Regioni, di mettere in rete tutte queste sale e, attraverso una politica culturale coordinata, programmarne l’attività. Per far sì che non solo grandi centri e capoluoghi godessero del teatro maggiore, dei grandi nomi della scena, della regia importante. Ma il bel teatro raggiungesse anche città più piccole, decentrate, a volte ai margini della cultura.

Nel 1969, tra Trieste e Udine, è nato l’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia GiuliaERT FVG (qui potete raggiungere il sito). Un’istituzione che da allora ha programmato buona parte dell’attività teatrale su un territorio che – geograficamente – risulta laterale alle grande arterie culturali d’Italia. Lo sa bene chi deve raggiungere, per esempio Trieste, quassù sulla frontiera.

Quest’anno l’ERT FVG, che gestisce adesso 27 sale, ha dunque compiuto cinquant’anni. E dopo qualche riunione, ha affidato a me il compito di ideare un progetto che andasse a raccontare questi cinque decenni.

Un lungo circuito

Ho pensato a un volume di documentazione, a un’esposizione e a un momento di festa. Un compleanno, appunto. E mi è parso giusto intitolare Lungo circuito tutta l’iniziativa. Tanto per dire che non si è trattato di corto circuito anni ’70, ma di un’evoluzione duratura del sistema teatrale italiano.

libro Lungo Circuito

Non starò a raccontarvi tutto quello che abbiamo pensato e fatto. Il volume è stato pubblicato (grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia: lo potete richiedere scrivendo all’ERT FVG). E la festa di compleanno, lo scorso 28 settembre, è stata un gran bell’evento che ha riempito di amici, artisti, spettatori fedeli e occasionali la sala del teatro Palamostre a Udine.

Ne scrivo qui per rammentare, a chi fosse interessato, che la mostra del cinquantenario, allestita negli spazi espositivi di Villa Manin di Passariano si concluderà – dopo un mese e migliaia di visitatori – domenica 13 ottobre.

Circuiti regionali teatrali

Sono oggi una quindicina di circuiti regionali. Oltre al teatro possono programmare anche musica e danza e – accanto a teatri nazionali e tric – sono la spina dorsale del teatro nel nostro Paese.

Preparare il libro, selezionare nell’archivio e toccare con mano i materiali di cinquant’anni di questo circuito, mi ha fatto ripercorrere anche cinquant’anni di evoluzione culturale e politica italiana. Le scelte, i gusti, la crescita degli spettatori.

È stata un’esperienza che non immaginavo così interessante, vista anche l’idea che di solito abbiamo degli archivi.

Ma mi ha messo entusiasmo anche allestire la mostra, che grazie a una creazione del pittore e illustratore Stefano Mancini, portata a tre dimensioni dallo scenografo Andrea Stanisci, è diventata lo spazio di un allegro, vivido, animato teatro di documentazione. Una sala fantastica e colorata, nella quale scommetto che tutti voi vorreste, una volta nella vita, entrare.

Avete ancora qualche giorno di tempo.

Le immagini sono di Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

Facciamo il punto sulla dislessia. Een scrviaimo propiro ooggi

È in corso, in Italia, la settimana nazionale della dislessia (7-13 ottobre): un disturbo dell’apprendimento che colpisce tra il 5 e il 12% della popolazione europea, secondo i dati ufficiali (puoi andare sul sito dell’AID Associazione Italiana Dislessia) . 

Nel nostro paese sono circa 2 milioni coloro che ogni giorno sono costretti a fare a pugni con lettere, numeri, righe, gli stessi che con sforzo e determinazione provano ogni giorno a leggere pagine di carta o pagine digitali, che ai loro occhi appaiono così.

Pagina di Repubblica del 10 ottobre 2019. giornata mondale della dislessia

In previsione della giornata mondiale della dislessia (the annual day of dyslexia), che cadrà sabato 12 ottobre, La Repubblica ha provato sensibilizzare i propri lettori facendo loro scoprire come una persona dislessica vede la pagina pubblicata oggi.

Io ne approfitto per recuperare dall’archivio di QuanteScene! un articolo pubblicato un anno e mezzo fa, a proposito di uno spettacolo che si occupava del tema: Cronache del bambino anatra, il testo di Sonia Antinori, interpretato da Maria Ariis e Carla Manzon. È un lavoro che meriterebbe, a mio avviso, lunga vita e intensa programmazione, più di quanta ne abbia avuta finora.

Potete leggerlo seguendo il link qui sotto, che vi riporta al marzo 2018.

In fila indiana al Festival dello Spettatore. Dove l’occhio è professionista

Un weekend a Arezzo per il Festival dello Spettatore 2019, dedicato alla partecipazione del pubblico e ai processi di cittadinanza attiva.

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

E se lungo le strade del centro storico, affollate il sabato sera, vi capitasse di incrociare una fila indiana di signore e signori vestiti eleganti. Elegantissimi anzi, da gran sera.

E se questi signori e signore, sfilando leggeri sulla musica di Louis Armstrong, muovessero braccia e mani per disegnare nell’aria geroglifici deliziosi.

Non potreste far altro che guardarli incuriositi, invidiosi, o magari contrariati, per l’irruzione di tanta bellezza nel tran tran di un sabato in provincia.


Non è difficile, nelle città del mondo, imbattersi in una Nelken Line. Si tratta di una sequenza di movimenti tratta da uno spettacolo di Pina Bausch (intitolato appunto Nelken, garofani) che con pochi simbolici gesti racconta le quattro stagioni. Sono figure semplici: le possono imparare tutti. Non occorre essere danzatori. Basta essere spettatori. Spettatori partecipi e attenti. E decidere di unirsi alla Nelken Line.

la Nelken Line a Prato – Italia

Movimentare il corso

Una Nelken Line ha movimentato lo scorso sabato sera il corso principale di Arezzo. È stato uno dei momenti più spettacolari del Festival dello Spettatore, alla sua quarta edizione (leggete qui qual era il programma).

Potreste chiedervi: ma con tutti i festival che ci sono in Italia, c’era davvero bisogno di un Festival dello Spettatore. Sì, ce n’è bisogno.

Perché uno spettatore partecipe e attento, uno spettatore che sa cosa significa essere spettatore, ricava una soddisfazione maggiore da ciò che vede. E non è poco.

Ma migliora anche la qualità della vita: la sua e quella degli altri. Essere spettatori migliori significa condividere i valori di una comunità, piccola o grande che sia, impegnarsi assieme ad altre persone e approfondire qualcosa insieme, discutere e condividere, esprimere e motivare scelte e giudizi. Essere insomma essere cittadini migliori. Ed è tanto.

Spettatori Erranti

Dalla chiusura (per restauro) del teatro Petrarca a Arezzo è nata dieci anni fa l’idea degli Spettatori Erranti (qui il loro sito), una piccola comunità di appassionati, ma disorientati da quella assenza, comunità che si è organizzata, grazie a Laura Caruso, Isabela Lops e Alessandra Stanghini, mettendo in rete l’attività di diverse sale e compagnie teatrali che agivano in quella provincia.

Selfie con spettatori erranti

Il fenomeno ha preso poi piede in molte altre parti d’Italia, e in un decennio gli spettatori organizzati si sono moltiplicati. Tanto che oramai si contano più di venti di gruppi ben strutturati.

Ogni anno si ritrovano qui, a Arezzo, per la Gran Reunion che li vede protagonisti. Una volta tanto non tocca agli attori, ma proprio a loro, spettatori e professionisti. Attorno alla convention si sviluppa poi un programma di spettacoli e incontri, in collaborazione pure con le scuole (Arezzo vanta in Italia l’unico Liceo statale a indirizzo teatrale, il Vittoria Colonna). E anche di momenti conviviali.

Mi piace questa iniziativa, perché sottintende che l’arte e la bellezza non sono cose per specialisti. Ma costituiscono, al contrario, un patrimonio comune, a cui ciascuno può accedere, basta dotarsi di desiderio, curiosità e voglia di imparare.

Spettatori professionisti

Con la loro voglia di imparare questi spettatori professionisti hanno attirato a Arezzo, nel corso degli anni, organizzatori teatrali e economisti della cultura, responsabili di musei e ideatori di manifestazioni, esperti di rigenerazione urbana e social media manager, progettisti di residenze d’arte.

Un tessuto di conoscenze e di esperienze che fa oggi fa del Festival dello Spettatore (promosso e sostenuto dalla Rete Teatrale Aretina) un unicum in Italia. Dove il fenomeno della partecipazione – contrariamene a quel che si crede – sta aumentando. Delusi o indifferenti alla militanza nelle attività politiche, sempre più cittadini guardano con interesse alle partecipazioni civiche: quella ambientale, quella del volontariato, quella culturale. Cittadini migliori, fatemelo dire.

(ph. Mara Giammattei)

Il Festival dello Spettatore 2019, si racconta sulle sue pagine Facebook e Instagram, ma anche in un volume appena pubblicato da Morlacchi editore, che raccoglie tutti i documenti e le discussioni di questi anni.

Lettura utile per chi, da un po’ di tempo, si riempie la bocca di termini come Audience Development o ingaggio, ma non ha ancora partecipato a un’iniziativa che dimostra come l’audience, il pubblico, anzi i pubblici, stanno sviluppando le proprie forze e ci tengono a diventare protagonisti. Co-protagonisti, almeno.

Perché anche di artisti, possibilmente bravi, c’è bisogno, parecchio.

Spettatori partecipanti

Hanno partecipato all’edizione 2019 del Festival dello Spettatore i gruppi organizzati:
Avanguardie 20-30 (Bologna)
Casa dello Spettatore (Roma)
CasaTeatro, Murmuris e Unicoop (Firenze)
Direzione Teatro, Ateatro ragazzi (Bastia Umbra, PG)
I Pionieri della visione, Cy Twain (Tuscania, VT)
I Visionari, Sosta Palmizi (Arezzo)
La Konsulta, Teatro dei Venti / Festival Trasparenze (Modena)
L’Italia dei Visionari – Be SpectACTive!, CapoTrave / Kilowatt (Sansepolcro, AR)
Officine Papage, Teatro dei Coraggiosi (Pomarance, PI)
Palchetti Laterali, Università del Salento (Lecce)
Pubblico non privato / Spettatori mobili, Teatro Magro e Zero Beat (Mantova)
SpettAttori, Libera Accademia (Arezzo)
Spettatori Erranti, Rete Teatrale Aretina (Arezzo)
Spettatori Erranti Valdarno, Rete Teatrale Aretina (Valdarno)
Spettatori Erranti Valdichiana, Rete Teatrale Aretina (Val di Chiana)
Spettatore professionista (Foligno)
Under 25, Dominio Pubblico (Roma)

controselfie con spettatori partecipanti (ph. Mara Giammattei)


Qui è quando andava tutto bene. Il teatro sensibile di Gabriella Salvaterra

Si può chiamare in tanti modi. Sensoriale. Esperienzale. Immersivo. Ma per lo spettatore, anche il più smaliziato, è sempre un’occasione unica. Al Festival di Napoli e a Contemporanea a Prato, Un attimo prima rafforza la biodiversità del teatro.

(ph. Salvatore Pastore)

Nella penombra

Sei andato a teatro. Ma ti hanno fatto sedere in un vecchio banco di scuola e hai di fronte a te, nella penombra, qualcuno che ti chiede chi sei, dove sei nato, quando sei nato. Poi, annota tutto su un foglio.

Ti intimidiscono quelle richieste: preferiresti restare un anonimo spettatore di teatro. Ti tranquillizza, a un certo punto, il fatto che la stessa persona cominci a disporre davanti ai tuoi occhi una decina di fotografie. E ti propone di sceglierne una.

(ph. Salvatore Pastore)

Io ho scelto una vecchia polaroid, con le montagne sbiadite di rosa e l’utilitaria da cui emerge sbieco il volto di una donna. Potrebbe essere mia madre. Estate. Prati. Gli anni Sessanta. Le piccole vacanze di noi piccoli italiani. “Qui è quando andava tutto bene. Quando tutto sembrava perfetto” mi ricorda la voce che ho di fronte. E mi prende per mano.


Per un teatro dei sensi

Gabriella Salvaterra è stata, fin dal 1999, collaboratrice indispensabile di Enrique Vargas, il maestro colombiano del Teatro de los Sentidos, colui che ha diffuso in Europa spettacoli a cui non si assiste, ma si partecipa con i sensi, come viaggiatori. Singoli, solitari, unici.

Spesso bendati, appena appena guidati e accuditi da presenze umbratili e silenziose, i viaggiatori degli spettacoli di Vargas (da Oracoli a Fermentación, da Piccoli esercizi per il buon morire a Renéixer) vagano dentro a labirinti di stoffe, camminano a piedi nudi sopra terreni vaghi, odorano e tastano come se fossero ciechi, oggetti e corpi, e ne ricavano sensazioni. Ne ho scritto due anni fa, quando a Il Funaro, il suo punto di riferimento italiano a Pistoia, Vargas e Gabriella Salvaterra avevano presentato Il filo di Arianna. (Leggi qui).

È un’esperienza di tatto, di udito, di odori, il teatro di Vargas e di chi ne segue il magistero. Non è un teatro della vista. Ogni volta una storia diversa, alla cieca, ogni volta un percorso diverso, sconosciuto. E ogni volta il brivido o la curiosità di ciò che potrebbe succedere.

L’acqua, le voci, un ballo

Scoprire che devi immergere le mani in un bacile d’acqua profumata. Farti sfiorare l’orecchio da voci che ti raccontano un frammento della propria vita. Lasciarti andare in un ballo con un fantasma oscuro e sconosciuto, come in un dipinto di Magritte.

Qui, a Contemporanea a Prato, in Un attimo prima, sono stato preso per mano e invitato a sedere, con altri dodici ospiti come me, viaggiatori e commensali, a una tavola da pranzo sontuosamente apparecchiata. Sotto i miei occhi un piatto antico di porcellana, con una vistosa crepa. La sfioro con il dito.

(ph. Salvatore Pastore)

“Qui è dove tutto comincia. È quando mia madre si è ammalata” ci racconta Gabriella Salvaterra, seduta al centro. Padrona di casa, sfiora anche lei la crepa del suo piatto. “C’è chi sostiene che a tutto c’è rimedio. Io non credo che sia proprio così. Ci sono cose che sono irreparabili. O diventano irreparabili. Mentre per riparare c’è un tempo, un tempo giusto“. Lo dice, mentre ciascuno di noi cerca di risalire il proprio tempo e trovare nella memoria l’attimo in cui anche per noi si è aperta quella crepa, mai più rimediata da allora, quel bordo che taglia ancora. Intanto qualcuno, da dietro, con delicatezza, mi mette sugli occhi una benda.

Come si arriva all’intimità? Alla memoria nascosta dentro le persone? Noi lo facciamo attraverso i sensi. In questo spettacolo c’è una drammaturgia olfattiva che accompagna tutto il percorso del viaggiatore. C’è una drammaturgia sonora, pensata proprio per risvegliare questa memoria profonda, a cui solo i sensi possono accedere“, spiega Salvaterra in un’intervista.

La stanza delle giostre

Poi vengo invitato a ballare, con la benda sugli occhi, in balia di braccia e corpi che non vedo. Poi entro in una stanza dei giochi e delle giostre in cui c’è un posto riservato a me, e dove trovo una valigetta di ricordi. La scarpetta di quando avevo 3 anni. O forse soltanto le somiglia. La boccetta di inchiostro di china. Matite smozzicate. Una tessera del domino. Una macchinina. Tanti altri oggetti di un passato, forse non mio, ma quasi mio. E di nuovo quella fotografia. Strappata e rimediata alla buona, col nastro adesivo. C’è anche un foglietto bianco. Molti lo usano per scrivere le proprie impressioni. O ringraziare l’autrice per questo viaggio a ritroso.

(ph. Salvatore Pastore)

Sono passati quasi 50 minuti, usciamo assieme, tutti e dodici, da questo labirinto di ricordi. Molti sono commossi.

Rifletto: sono soltanto io a chiedermi perché il teatro dei sensi – questo teatro biologicamente diverso, questo gioco potentemente emotivo – si occupi soprattutto del passato? Potrebbe invece spingerci a immaginare il futuro? Potrebbe guardare in avanti? Superare la melanconia e il rimpianto di ciò che siamo stati, per aiutarci a capire ciò potremmo essere?

È un aspettativa. O un dubbio. Me lo sarei dovuto porre un attimo prima?

Un attimo prima
di Gabriella Salvaterra – Teatro de los Sentidos
con la collaborazione di Nelson Jara
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo e Nelson Jara
visto a Contemporanea 2019, Prato


Tutte le transizioni. Phia Ménard e le altre, a Contemporanea a Prato

Da venerdì 20 settembre (fino a domenica 29) nella città più cinese d’Italia, un “alveare” di creazioni. Di donne, soprattutto. Contemporanea è nata nel 1999. Ha vent’anni quindi.

Gonfles - Compagnie Didier Théron
Sono gonfi d’aria quelli della Compagnia Didier Théron

Ne avevo sentito parlare lo scorso anno in Francia, quando era a Avignone. L’ho incontrata questa estate a Almada in Portogallo, con uno spettacolo memorabile. Adesso la rivedrò a Prato, in uno dei festival italiani che seguo più volentieri: Contemporanea.

Non so se Phia Ménard mi perseguita. O se piuttosto non sono io a perseguitare lei, a ogni tappa di festival. Resta il fatto che trovo interessante questa performer francese, che mi sembra condividere la stessa spinta radicale che trovavo nei migliori spettacoli di Romeo Castellucci, in certe incursioni provocatorie di Rodrigo Garcìa o di Angélica Liddell. Dissacrante, iconoclasta.

Devo averlo già scritto, anzi, l’ho scritto sicuramente, dopo aver visto il suo Saison Sèche, nel cartellone del festival portoghese. In quello spettacolo c’era in scena tutta la sua compagnia. Per essere precisi, la scena, quelle sette scatenate attrici la distruggevano tutta. La compagnia si chiama Non Nova e ha sede a Nantes. “Non inventiamo niente, la vediamo solo in modo diverso” è il loro motto.

Qui a Prato, c’è invece solo lei, Phia. E distrugge pure qualcosa: una copia in cartone del Partenone di Atene. Cioè la proporzione aurea che ci accompagna da due millenni e mezzo.

Si intitola Contes immoraux – partie 1: Maison Mére e non è un monologo. Perché quello di Phia Ménard non è teatro. Non è un solo, perché non è nemmeno danza. Si colloca oltre i generi, questa performer, radicalmente. Tanto che quando ha cominciato a lavorare, nel 1994, si chiamava ancora Philippe.

Più critica, meno ricreativa

Ma non è questa la transizione che conta. Conta piuttosto la metamorfosi che da allora – da quand’era giocoliere in spettacoli che chiamavamo di nuovo circo – l’ha condotta verso creazioni sempre più “critiche”, sempre meno “ricreative”. Da L’après midi d’un phon (2011, i patiti della danza storceranno il naso) a Belle d’Hier (2015).

Comunque. Non è solo per Phia Ménard che vale la pena fiondarsi a Prato per Contemporanea. Il programma 2019 mette in cartellone un bouquet di produzioni internazionali. Se non le avete viste altrove, Prato è il posto giusto. Capoluogo speciale, laboratorio di coabitazione etnica (è la più cinese delle città italiane), posto dove si mangia bene. Ogni volta che ci passo, non posso fare a meno di fermarmi all’antico biscottificio Antonio Mattei per portarmi a casa qualche chilo di cantucci alle mandorle (qui le chiamano mattonelle) che poi spaccio presso i miei vicini casa. E poi un ristorante d’elezione: Soldano (lo devo aver segnalato anche lo scorso, ma vale la pena).

In realtà, tutta la gente del festival, artisti e spettatori, si ritrova a fine giornata al Contemporanea Bistrot, nell’ex Chiesa di San Giovanni, uno degli edifici più antichi di Prato, diventato da qualche anno un hub contemporaneo.

L’atlante e l’alveare

Sto divagando. Parlavamo di produzioni internazionali e nazionali. Tra le principali, inserite nel cartellone di Contemporanea 2019, metterei Granma dei Rimini Protokoll (ne ho parlato dal debutto italiano a Bologna), della ricerca in un’enciclopedica della parola della francese Joris Lacoste, dei catalani di Agrupacion Senor Serrano, della portoghese Marlene Monteiro Freitas, dell’indiana Malinka Taneja, dell’irlandese Ooana Doherty, della belga Miet Warlop, della street dance della jamaicana Cecilia Bengolea, e dei ballerini d’aria della Compagnie Didier Théron (i ciccioni che avete visto nella prima foto).

Un atlante, insomma. A cui personalmente aggiungo l’italiano Alessandro Sciarroni. Anche se il suo ultimo titolo, Augusto, che ha debuttato lo scorso giugno alla Biennale di Venezia, non mi aveva convinto per niente. Sciarroni è capace di altri risultati (come il lavoro di restauro della polka chinata di cui ho scritto qui).

Silvia Gribaudi - Graces
In programma a Contemporanea c’è anche Graces di Silvia Gribaudi

Un atlante, comunque. Anche vasto, non vi pare? Che si coniuga perfettamente con un’altra invenzione di Contemporanea, l’Alveare, progettato dal direttore Edoardo Donatini come un “sciame di visioni” che dai processi di creazione porta via via alle opere.

L’alveare di quest’anno è affidato a 12 artiste: Silvia Costa, Sara Leghissa, Rita Frongia, Elena Bucci, Francesca Macrì, Katia Giuliani, Elisa Pol, Chiara Bersani, Licia Lanera, Chiara Lagani, Ilaria Drago e Daria Deflorian. Se ne conoscete qualcuna, anche solo di nome, capite che razza di esperienza ne può venire fuori.

Insomma, proprio a metà settembre, quando il clima si fa più mite, un veloce city escape a Prato, magari in questo primo weekend (dal venerdì 20 a domenica 22) o nel secondo (da venerdì 27 a domenica 29) è quello che ci vuole. Fidatevi, non ve ne pentirete.

Il programma completo è sul sito. Basta cliccare qui. Ma se volete il libretto completo, cento pagine, scaricatevelo invece qui.

Lungo circuito: i 50 anni di ERT FVG. La mostra si inaugura sabato 14

Cinquant’anni sono un anniversario importante. ERT FVG il circuito teatrale del Friuli Venezia Giulia li celebra con un progetto intitolato LUNGO CIRCUITO: una mostra, una festa e la pubblicazione di un libro.

Catalogo Mostra 50 ERT FVG a cura di Roberto Canziani

Sabato 14 settembre (ore 11.00) a Villa Manin di Passariano (Udine) nella Barchessa di Levante, le iniziative di LUNGO CIRCUITO si inaugurano con l’apertura ufficiale della mostra sui cinquant’anni di vita dell’Ente, raccontati attraverso fotografie, manifesti, video, documenti, oggetti d’arte teatrale e, inoltre, brevi performance.

A tagliare il nastro saranno il presidente ERT FVG Sergio Cuzzi, il direttore Renato Manzoni, la vicepresidente Annamaria Poggioli, insieme all’ideatore e curatore del progetto, del libro e della mostra Roberto Canziani.

programma Iniziative Cinquantenario ERT FVG
l’illustrazione di Stefano Mancini è il motivo visivo portante del progetto LUNGO CIRCUITO

Cinquanta. E non li dimostra.

“Cinquant’anni sono un anniversario importante. Tanto più per un circuito teatrale. Un’occasione come questa serve per ripercorrere una storia che è anche la storia del nostro Paese, delle sue trasformazioni, del suo bisogno di teatro”.

“A 50 anni, l’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia ha l’aspetto di una bella signora, vivace, piena di entusiasmi e di idee, attenta alla crescita, alla cura, al benessere di intere generazioni. Che altro non sono se non il suo pubblico, i suoi spettatori, ai quali offre un impegno e un piacere comune”.

“È un compito che questa signora, l’ERT, svolge da mezzo secolo, dal settembre del 1969. Ha cinquant’anni. Ma è così dinamica che non li dimostra proprio”.

In un prossimo post, dopo l’inaugurazione, il viaggio completo dentro alla mostra.

Mi illumino al tramonto. Il mio amico Gianfranco Pagliaro e la Casina di luce

Si illuminerà al calar del sole, mercoledì 11 settembre, la Casina di luce che Gianfranco Pagliaro aveva disegnato trent’anni fa e che sarebbe poi diventata il logo del Teatro Miela, a Trieste.


L’11 settembre 2019 Gianfranco Pagliaro avrebbe compiuto sessant’anni. Ne aveva poco più di trenta quando è scomparso, nel 1991, in un incidente stradale, lasciando nella memoria della città il suo segno grafico, “ironico e gentile“.


Artista, sperimentatore, attivista su tanti fronti, dagli acquarelli alla moda, dalla computer graphic alla fotografia, Pagliaro era stato anticipatore e movimentatore delle tendenze che attraversavano fluide gli anni ’80, e che lui frequentava tutte, scomodando e ibridando cinema, musiche, immagini, modelli di vita.


Assieme a lui, una generazione intera di trentenni provava a trasformare Trieste, città soffocata da storia, passato, rimpianti, in un hub (ma non si diceva ancora così) in cui avrebbero voluto far rimbalzare idee e, prima di tutto, fatti.

La più incisiva tra quelle idee fu l’invenzione della Cooperativa Bonawentura, seguita subito dopo dal fatto: la fondazione del Teatro Miela nel 1990 ( https://www.miela.it/storia/). Un milione di lire per un milione di idee era il motto di un progetto visionario e ambizioso. Che diventò realtà, con la donazione milionaria di oltre 300 “signori Bonawentura”. Gianfranco Pagliaro accompagnò la ristrutturazione di quello spazio e ne disegnò il logo: lo stilizzato contorno alludeva all’edificio che oggi è la Casa del Cinema di Trieste, con la sala teatrale, la bandierina svelta, e il fiotto di luce: fulgido, solare, di un giallo intenso, un invito ad affrontare gli anni Novanta. Quelli che lui non conobbe.

Per ricordare i suoi sessant’anni mancati e i trent’anni imminenti del Teatro Miela, i “signori Bonawentura” di allora, gli amici di Gianfranco, e tanti altri ancora, più giovani, disposti a seguirne la traccia, hanno deciso di illuminare, proprio l’ 11 settembre, giorno di un non-compleanno, la Casina di luce.

Illuminiamola insieme

Mercoledì 11 settembre, ore 18, sul terrazzo della Casa del Cinema, si inaugurerà l’esposizione che presenta quindici opere inedite dell’artista: una struttura espositiva aerea e leggera, come le nuvole e come il cloud digitale dove queste opere, subito dopo, troveranno casa. Quindi, al calar del sole la Casina si accenderà esattamente come avrebbe voluto il suo creatore.

Il catalogo dell’iniziativa, insieme al Livre de Dessin (riproduzione del libro di disegno che Pagliaro acquistò a Parigi nell’87 e diventò il suo diario visivo, pubblicato in edizione limitata per la mostra del ’93) sono in vendita, singolarmente o insieme, anche online, in un pacchetto che comprende l’invito numerato per la serata dell’11, al quale si aggiunge una plaquette di poesia.

Hanno contribuito al progetto Casina di luce (voluto, ideato e portato avanti con determinazione da Lella Varesano) molti di coloro che videro nascere quel disegno. Ma la riuscita dell’evento di mercoledì si deve in particolare al contributo tecnico e artistico degli architetti Roberto D’Ambrosi e Livia Rossi, del designer Ilario Bontempo, del dj Nazareno Bassi, e alle voci dell’attrice Barbara Della Polla e di Oriana Varesano.

“E non finisce qui – vuole aggiungere Lella Varesano, a cui non è mai mancata fiducia nel proprio progetto, nonostante la complessità – la Casina di luce di Pagliaro è un gesto artistico pubblico, non una una memoria nostalgica, e intende stimolare un progetto futuro. Il Cloud Project : la realizzazione di un archivio digitale degli artisti contemporanei. Il primo passo sarà la versione beta dell’archivio online di una parte della sua produzione di Pagliaro da affidare sempre alla rete, quella rete che non ha potuto abitare, ma che avrebbe certamente sperimentato con la curiosità di un coraggioso pioniere”.

La presentazione del Cloud Project avverrà il 13 settembre (ore 11.30) nella sala Predonzani della Regione Friuli Venezia Giulia a Trieste (piazza Unità 3, ).

Per sostenere l’intero progetto è stato aperto un crowfunding online, pagina sulla quale è anche possibile ottenere l’invito per la serata. Altre notizie e aggiornamenti sulla pagina Facebook della Casina di Luce.

Ma per entrare davvero nella vita e nelle opere di Gianfranco, la strada maestra è il sito che lo racconta.

Lascia l’ultima polka per me. Alessandro Sciarroni e la manutenzione della danza.

Save the last dance for me da domani a B Motion. A Bassano il punto sul contemporaneo, fuori dai soliti schemi.

Sostiene Sciarroni che “le danze sopravvivono solo se c’è qualcuno che le conosce”. La polka chinata, specialità emiliana, anzi proprio bolognese, la conoscono pochi. E ancora di meno la ballano. Magari perché è un ballo per soli uomini. Non per uomini soli, però. Si balla in due e ci vuole pure un fisico speciale.

“Alla fine del 2018 ho incontrato il maestro Giancarlo Stagni, titolare di una scuola di ballo a Castel San Pietro – racconta Alessandro Sciarroni, che si incammina ancora una volta sui percorsi più laterali, i meno battuti della danza. “Da lui ho appreso che erano ormai solo due le coppie di ballerini che sapevano ancora ballare questa particolare danza acrobatica maschile. Salvaguardarla, secondo me, significa evitare che venga cancellata dalla memoria delle persone”.

(ph. Claudia Borgia)

Appunto perché una danza esiste fino a quando qualcuno ancora la sa ballare, e fino quando c’è ancora qualcuno che è lì, testimone, e la guarda.

Dentro un percorso che Sciarroni coltiva da parecchi anni, è nato così Save the last dance for me, che non è solo un vecchio hit degli anni Sessanta (in Italia la fecero conoscere i Rokes). Ma è anche l’idea poetica che prenderà corpo domani sera a Bassano, nel programma di B Motion.

Dopo essere stata verificata a Venezia e a Santarcangelo, la più recente proposta di Sciarroni – un workshop per salvaguardare la polka chinata – apre domani 21 agosto la sezione dedicata al contemporaneo di OperaEstate39 a Bassano del Grappa. Nella 5giorni di danza non ci sarà solo Sciarroni naturalmente. Gribaudi, Foscarini, Bertozzi, Ninarello, sono altri nomi italiani importanti che, insieme a un folto gruppone internazionale (leggetevi il programma completo), garantiscono un’attrattiva forte al festival.

Inoltre, la visibilità di Sciarroni (che a giugno ha conquistato un Leone d’oro alla Biennale di Venezia) e il tipo di proposta (che vive in un più ampio fenomeno di attenzione, recupero e manutenzione della coreografia contemporanea e non solo, vedi il progetto RIC.CI) suscitano una curiosità speciale. E meritano certo un viaggio alla volta Bassano.

Dentro la storia di un ballo maschile

Forse perché è un ballo per soli uomini – in cerca di donne, si dice – e sicuramente per le qualità acrobatiche necessarie, la polka chinata suscita uno spunto particolare di attenzione. Vale la pena seguirlo.

(ph. Claudia Borgia)

C’è polka e polka, infatti. Le danze nate nel Centroeuropa (valzer, mazurke e polke, soprattutto) sono da oltre un secolo elementi saldi del repertorio popolare, che oramai le raccoglie sotto l’ombrello del ballo liscio (detto così perché, tradizionalmente, si va via lisci, facendo scivolare, ovvero strusciare i piedi).

L’orchestra Casadei ha elevato il liscio romagnolo a genere di massa, ma esiste anche un liscio tipicamente emiliano, bolognese per essere esatti, che conobbe nel secondo dopoguerra, con le donne ancora a casa, e i maschi in balera, un momento di fulgore.

Il sito dedicato al liscio emiliano (o più esattamente filuzziano) lo spiega bene:

“Alla fine della guerra, la città era uscita pesantemente martoriata dai bombardamenti, ma la fatica nel ricostruire tutto non schiacciava la voglia di divertirsi dopo estenuanti ore di lavoro. Nonostante la miseria e i tempi difficili, ovunque capitasse, in città ci si metteva a ballare accompagnati da un semplice organino e da una chitarra.

Mancavano però le donne, che ancora non potevano permettersi di lasciare le case a causa sia della complicata gestione familiare, sia di una mancante emancipazione femminile giunta solo successivamente.

Gli uomini, trovandosi da soli in balera, erano costretti a ballare tra di loro, e la maggiore potenza fisica permise di creare delle variazioni ai balli in voga. Nella polka inventarono la possibilità di ballarla chinata, cioè portandosi in tale posizione durante le fasi di sviluppo del ballo, mantenendo comunque inalterate le figure tipiche di coppia tra uomo e donna.

A Bologna, la polka fu oggetto di sfide giudicate oggi impossibili, si ballava sotto i portici del centro con una determinazione tale che era quasi inutile un grosso accompagnamento orchestrale: l’importante era che ci fosse almeno un organino o in alternativa una fisarmonica per permettere lo sviluppo delle spettacolari tenzoni a tempo di polka!

E sicuramente un ballo difficile da eseguire, in virtù del fatto che la pavimentazione non è sempre delle migliori, e che lo sforzo è notevole”.

Danze urbane, danze sportive

Lo sforzo e la tecnica, aggiungerei io. Visto che l’aggettivo chinato niente ha a che fare con il vermouth – tanto per dire – ma si riferisce alle particolari pose che, a ginocchia piegate, i danzatori assumono nel momento più spettacolare del ballo, il cosiddetto frullone. Provate un po’ a farlo, e poi ditemi.

Sciarroni ha riscoperto e reso accessibili agli occhi del pubblico le tecniche dei lanciatori di birilli (Untitled) e quelle degli Schuhplatten tirolesi (Folk’s), per fare solo due esempi di ciò che va sotto il nome di danza sportiva. Il suo, mi sembra perciò il nome più adatto: per salvare sì dall’estinzione la polka di Bologna, ma anche per aiutare la coreografia italiana a uscire da una chiusura al nuovo, e da una progressiva estinzione quindi, che – secondo me – la incarta su se stessa da due decenni almeno. Se non di più.

Una bella intervista a proposito si trova su PAC – Paneacquaculture. Leggetevela, mi raccomando. E guardatevi infine questo video.

Sì, ma la Huppert…

Sì, ma la Huppert… pensavo tra me e me l’altra sera, seduto in uno dei 1451 posti dell’Auditorium Grande del Centro Culturale di Belém a Lisbona. Davanti agli occhi mi si srotolavano i 90 minuti di Mary Said What She Said. Monologo che Robert Wilson ha creato per Isabelle Huppert, anti-diva in un tempo in cui anche l’anti-divismo è passato di moda.

Sì, ma la Huppert… quasi come come sessant’anni fa Giovanni Testori aveva scritto Sì, ma la Masiero…

È uno spettacolo di forte impatto visivo, Mary Said What She Said. Basta vedere le foto.

Sì, però peccato…

Peccato, pensavo ascoltando il regale monologo di Huppert. Peccato che un maestro della scena come Robert Wilson – uno che ha segnato con il suo stile il teatro del ‘900 – da quel ‘900 non riesca proprio a uscire. Peccato che vent’anni dopo la fine del secolo, intelligente e bravo com’è (o com’era), Wilson viva esclusivamente di rendita, copiando e ricopiando se stesso. Regie perfette. Non una sbavatura. L’indispensabile e il necessario. Nulla di troppo. Spettacoli dell’altro secolo, però. Gioielli antichi.

Al Festival Almada, in Portogallo, mi sono fermato una settimana (lo raccontavo nel precedente post). E al centro del programma del Festival, in una serata in collaborazione con il Centro Culturale di Belém, c’era lo spettacolo che Wilson regista, Isabelle Huppert interprete, e Darryl Pinckney autore del testo, hanno dedicato a Mary Stuart, pugnace ma sfortunata regina di Scozia.

Titolo allusivo e capzioso: Mary ha detto quel che ha detto. Interprete aristocratica e precisa come un macchina per monologhi. Allestimento impeccabile. Identico però a tutti gli ultimi dieci o quindici spettacoli di Wilson. Le stesse luci, gli stessi fondali sfumati pastello, la stessa rigidità, la stessa ossessione per le ripetizioni. Giurerei che il testo di Pinckney sia stato ripetuto almeno tre volte: riprese, riattacchi, reiterazioni. Lo stile che ha reso grande Wilson dai tempi di Einstein on the Beach. Anche lo stesso movimento del corpo, che taglia il palcoscenico in diagonale. Allora c’era Lucinda Childs, ora c’è Huppert. Allora il compositore era Philip Glass, ora c’è Ludovico Einaudi. Ma il risultato non mi sembra cambiato.

Ma la Huppert…

… è un’attrice iconica. Niente da obiettare. C’era la Lisbona bene a vederla e sentirla, a complimentarsi per la precisione ingegneristica della regia, ad applaudire in piedi per minuti e minuti. Beh, volete saperlo? A quell’iceberg di spettacolo, ho preferito sette attrici altrettanto francesi che, tutte assieme magari non fanno una Huppert, ma con il loro lavoro mi hanno riportato di colpo al presente. La loro torrida performance si intitola Saison séche.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Stagione secca, titolo altrettanto forte nel cartellone di Almada 2019, è una caduta nelle imperfezioni del teatro. Nell’imprecisione dei generi. Né rappresentazione né coreografia, né maschile né femminile. Anzi le due cose assieme. O forse nessuna. L’opposto di Wilson.

Sono figure nude, e poi vestite. Sono colori violenti – rossi, gialli, viola, blu – che macchiano, sporcano, manomettono i corpi e il bianco abbagliante di una scenografia vergine. È un caos di drammaturgia che sembra evocare il rito e si manifesta come un combattimento. È un gesto che insulta, marcia aggressivo, ma è anche atto di accoglienza o di sottomissione, a gambe spalancate.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Una banda di erinni

Orchestrata da una banda di erinni, o da una gang di maschi violenti, Stagione secca – dice la creatrice, Phia Ménard – è la condizione storica della femmina, ma anche una punizione vaginale: secchezza. Mentre con la faccia al muro, sette maschi, incarnazioni del potere, pisciano liberamente. E piscia anche la scena: da insospettabili aperture cola a un certo punto un blob nero come la pece, che distrugge ogni bellezza, se mai ce n’è stata una. Le pareti si accartocciano. I neon del soffitto sbarellano. Potete leggerci dentro un’apocalisse futura. Forse è soltanto, pessimisticamente, il presente.

(ph.  Christophe Raynaud de Lage)

Avrete capito che Saison Séche non è facile da raccontare. Meglio se vi guardate tre minuti di estratto video, e ve ne rendete conto.


Insomma, Phia Ménard, che assieme a Jean-Luc Beaujault ha realizzato tutto questo, è una che ha la stoffa terrorista di Angelica Liddel, di Romeo Castellucci. Non per niente è stata l’exploit dello scorso anno ad Avignone. E ha lasciato senza parole anche il pubblico portoghese, magari lo stesso che una sera prima aveva visto Wilson. E in mezzo a tutto quello sporco, lo ha congedato con la provocazione dell’intramontabile Femme Fatale dei Velvet Undeground. Fatale, e anche geniale.

Sì, ma la Huppert… Vabbè, se proprio insistete, Mary Said What She Said, sarà a Firenze al Teatro della Pergola, dall’11 al 13 ottobre 2019. Io vi ho avvisati.

Guardo giù dall’aereo che mi porta ad Almada, in Portogallo

La 36esima edizione del festival che si svolge nella città portoghese di fronte a Lisbona è cominciata il 4 luglio e terminerà il 18. Io ci vado.

Sono nel posto accanto al finestrino. Tra dieci minuti parte il mio volo. Guarderò giù mentre attraverserà la pianura padana e sfiorerà la costa ligure. Poi punterà sulle Baleari. Infine sorvolerà, a diecimila metri d’altezza, gli altipiani aridi della Spagna. Per terminare la sua rotta a Lisbona.

La mèta finale non è la capitale portoghese. Ci vorrà ancora mezz’ora di macchina. Alla fine del viaggio sarò ad Almada, che si trova di fronte a Lisbona, sulla sponda opposta del fiume Tago. Il Tejo, come lo chiamano lì.

Come ogni anno a luglio

Da una decina d’anni almeno, la seconda settimana di luglio, la dedico al Festival di Almada. È uno dei miei festival d’elezione. Tra quelli europei, per me è il più di ricco di scoperte. E di sorprese.

Merito senz’altro di quel respiro atlantico, che a differenza di ciò che accade nel continente, invita gli spettatori a riempirsi i polmoni e soprattutto gli occhi di aria nuova.

Merito anche di una programmazione che da sempre – da quando il Festival di Almada è nato, 36 anni fa – ha la capacità di mettere assieme spettacoli di ricerca e spettacoli popolari, grandi firme della regia internazionale e minuscoli gruppi indipendenti, drammaturghi sudamericani e performer scandinavi.

Isabelle Huppert in Mary Said What She Said (ph. Lucie Jansch)

Solo in un festival come questo può capitare di incontrare una grande dame francese come Isabelle Huppert (in una regia di Robert Wilson, sulla figura di Maria Stuarda regina di Scozia, Mary Said What She Said), subito dopo aver visto un atletico duo di machos argentini impegnati in scherzi da spogliatoio (spettacolo di divertimento immediato e – diciamolo pure – un tantino paraculo, ma va bene, Un poyo rojo).

Un poyo rojo (ph. Paola Evelina)

Negli stessi giorni, il palcoscenico del Teatro D. Maria II ospita Macbettu, la rilettura in lingua sarda che Alessandro Serra ha fatto della tragedia di Shakespeare. Che non certo è una novità per noi italiani (ha vinto l’Ubu nel 2017) ma ha una potenza che parla ben al di fuori dei confini dell’isola e del nostro Paese, ed è il primo spettacolo in sardo che si rappresenta sui palcoscenici portoghesi.

Il cartellone 2019

Ho messo in fila tre spettacoli che, in una maniera o nell’altra, già conosco. Il bello di Almada è che non conosco tutti gli altri. E per questo sono davvero curioso.

Dicevo nel post di un anno fa, che proprio qui ad Almada ho avvicinato e poi approfondito i teatri meridionali al di là dell’oltreoceano. Quello brasiliano, quello argentino, quello cileno. O magari quello di Capo Verde.

Il cartellone 2019 (messo a punto dopo molti viaggi e molte visioni dal direttore artistico Rodrigo Francisco) ha quest’anno un carattere più europeo, invece. Oltre alle produzioni portoghesi (il festival è in qualche misura un portfolio nazionale) c’è una cospicua rappresentanza francese e spagnola, ma non mancano gli scandinavi (quelli di Oslo di occupano di Giovanna d’Arco) o il quintetto di registi transnazionali che hanno dato vita a País clandestino (parla di migrazioni, di cladestinità, di politiche contemporanee, suppongo).

Su due titoli punta però la mia attenzione.

Il primo è Un amour impossible, diretto da Célie Pauthe, che schiera un tandem di attrici che hanno contribuito alla storia del cinema di due Paesi: la francese Bulle Ogier e la portoghese Maria de Medeiros, coinvolte in una storia famigliare dai confini ambigui.

Un Amour Impossible (ph. Elisabeth Carecchio)

L’altro è Se isto é um homem, l’adattamento di Se questo è un uomo, che sceglie il centenario della nascita dello scrittore (1919-1987), per portare in scena le pagine di Primo Levi sull’Olocausto e sulla mostruosità (ma anche la banalità, già indagata da Hannah Arendt) del male. È la prima volta di Levi in Portogallo, e mi pare importante vederlo.

Se isto é um homem (ph. Rui Mateus)

C’è l’Atlantico qui sotto

Ecco. Magari non mi credete, ma tra lo scrivere, il sonnecchiare, un panino e una birra, tre ore di volo sono già passate. E dal finestrino, si distingue già, in lontananza, la linea liquida dell’orizzonte. C’è l’Atlantico qui sotto. Con una virata da gabbiano, l’aereo si è già lasciato alle spalle le spiagge di Caparica, il pittoresco trenino che le attraversa, migliaia di bagnanti, l’azzurro del mare. E punta dritto sull’aeroporto di Lisbona. Tra un’ora sarò ad Almada e so che ci troverò chi come me – portoghesi, italiani, spagnoli, francesi, cileni, … – la sceglie a luglio, per il suo festival. Sul quale, vi terrò informati.

Il programma completo del Festival di Almada, in corso dal 4 luglio, fino a giovedì 18, è sul sito del Teatro Municipal de Almada.