Kleine Berlin, la zona. Nel cuore di tenebra di Tarkovskij

Fino al 9 settembre, nei tunnel sotterranei della Kleine Berlin, a Trieste, uno spettacolo permette al pubblico di rivivere gli stati d’animo del film Stalker, capolavoro del regista russo. È l’ultimo appuntamento del festival Approdi.

“La Zona è un sistema molto complesso di trabocchetti, che sono tutti mortali. Non so cosa succeda qui in assenza dell’uomo, ma non appena arriva qualcuno, tutto, tutto si comincia a muovere… le vecchie trappole scompaiono, ne appaiono di nuove… posti prima sicuri, diventano impraticabili. Il cammino si fa ora semplice e facile, ora intricato fino all’inverosimile”. (Stalker, Andrej Tarkovskij, 1979)

Sotto una delle colline sulle quali poggia la città di Trieste si estende un sistema di cunicoli, tunnel, pozzi, condotti scavati durante la seconda guerra mondiale: una architettura sotterranea conosciuta ancora oggi con il nome di Kleine Berlin.

Questa piccola Berlino era uno dei tanti ricoveri antiaerei fatti costruire in città subito dopo l’inizio del conflitto: il più complesso tra i rifugi in cui trovare posto durante i bombardamenti.

Una parte di questa cittadella ipogea era inaccessibile alla popolazione civile. Le milizie tedesche che occuparono Trieste nel ’43 l’avevano riservata a sé e poi collegata, attraverso passaggi tenuti nascosti a tutti, con punti strategici: il quartier generale, il palazzo di giustizia. Nel pieno centro della città, una zona off-limits, proibita, aliena.

La Zona

È  in questo labirinto umido, scandito dall’aprirsi di oscure gallerie laterali, polvere e reperti bellici, lastre arrugginite, che in questi giorni Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi, fanno rivivere La Zona, l’area aliena attorno a cui Andrej Tarkowskij aveva costruito un capolavoro della cinematografia anni Settanta: Stalker.

un’immagine dal film (1979)

Nel film, lo stalker è la guida clandestina, l’esperto del territorio, colui che a pagamento accompagna due visitatori, uno scienziato e uno scrittore, verso un luogo dove, corre voce, potrebbero verificarsi fatti straordinari, la Stanza.

“Vent’anni fa, circa, sembra che proprio qui sia caduto un meteorite che rase al suolo il villaggio. Cercarono questo meteorite, ma naturalmente non trovarono nulla. Poi la gente cominciò a sparire. Venivano qui, ma non tornavano indietro… Alla fine decisero che il cosiddetto meteorite non era proprio un meteorite e per cominciare misero tutto intorno del filo spinato, per evitare che i curiosi corressero rischi. Così cominciò a correre voce che ci fosse un posto, la Stanza, nella Zona, dove si esaudivano i desideri, e così decisero di proteggerla come la pupilla degli occhi. Chissà quali desideri potevano venire in mente a qualcuno!”.

Immergersi nella Zona

Lo spettacolo è un evento immersivo, che sollecita i sensi del pubblico – non più di 45 persone per replica – condotte, come i personaggi del film, attraverso gli ambienti sotterranei. Il contatto con le pareti, il buio, l’umidità, la pavimentazione impervia, trasformano in sensazioni fisiche ciò che la pellicola restituiva visivamente. Un disagio emotivo, un nodo enigmatico, entro cui scivolano i dialoghi, fedeli alla sceneggiatura originale, per mantenere la tensione con cui Tarkovskij esplorava le sabbie mobili di un pensiero non-razionale, la dimensione mistica verso cui può incamminarsi una diversa vita.

Lo scrittore è Giovanni Boni, irascibile, scettico, fatalmente deluso dall’inefficacia della scrittura. Lorenzo Zuffi è il fisico, scienziato ambizioso, in apparenza cinico: se ne scopre piano piano la fragilità, cui non viene in soccorso alcuna meccanica. Figure scelte per rappresentare due sguardi che scrutano insoddisfatti la superficie della vita. Incapaci entrambi di penetrarla nella profondità che dovrebbe essere il loro traguardo, Quello dell’artista, o per altro verso, quello dello scienziato.

Scrittore e Professore incarnano l’arroganza e il limite dei processi conoscitivi. Lo stalker (che è Lorenzo Acquaviva) possiede invece la ritrosia degli uomini segnati dal destino. La sofferta capacità della fede, che accetta il mistero contro il quale i suoi due clienti si accaniscono.

Stalattiti e un velo d’acqua

Giunti in prossimità della Stanza, davanti agli spettatori si dirama il tunnel che conduce nella tenebra della terra. La meraviglia inquieta della volta in cemento, ricamata da stalattiti e concrezioni calcaree. Sotto i piedi corre un velo d’acqua. È qui che Diana Höbel,  convincentissima nel filmato che suggella La zona, dà voce alla moglie dello stalker e ne disegna in controluce il profilo amaro, l’infelicità necessaria.

Sapete… mamma era molto contraria. Forse l’avrete già capito: non è normale! La gente rideva di lui e lui era così smarrito, poverino. Mamma mi diceva: “È uno stalker, un condannato a morte, un eterno carcerato, e i bambini? Pensa ai bambini degli stalker!” e io… io non volevo… non volevo nemmeno discutere. Ma io lo sapevo benissimo che era un condannato a morte, un eterno carcerato e anche dei bambini… ma che cosa potevo farci io? Ero sicura che insieme a lui sarei stata… bene! Sapevo che avrei avuto tante amarezze, ma è meglio una felicità amara che una vita grigia e noiosa. Be’, questo devo essermelo immaginato dopo. Allora egli si avvicinò a me e disse semplicemente queste parole: “Ti prego, vieni con me!”. Andai… e non me ne sono pentita, e non ho mai invidiato nessuno, mai, in nessun momento della mia esistenza. Il destino è fatto così. Così è la vita, così siamo noi. E se nella nostra vita non ci fosse dolore non sarebbe meglio, sarebbe peggio: perché allora non ci sarebbe la felicità né la speranza… ecco”.

un’altra immagine dal film

LA ZONA
con Giovanni Boni, Lorenzo Acquaviva, Lorenzo Zuffi. Nel filmato Diana Höbel. Regia di Giovanni Boni e Lorenzo Acquaviva. Per Approdi Festival, fino al 9 settembre.

Con Tiago Rodrigues, disegnando l’Europa

“Si sono fatti una promessa, molto tempo fa. Ritrovarsi ogni anno, in questo stesso giorno, in questo stesso luogo. Da allora ne è passato di tempo. Lui è tornato là ogni anno. Lei mai. Almeno finora. Ora però si incontreranno. Hanno alle spalle strade diverse. Parlano lingue diverse. Questa sarà la loro storia. E non sarà soltanto una”.

L’Ecole des Maîtres è un corso internazionale e itinerante di perfezionamento teatrale. Ogni anno (da quando Franco Quadri l’ideò, cioè da 28 anni) l’Ecole dà a una ventina di giovani attori tra i 24 e i 35 anni la possibilità di lavorare con i maestri della scena mondiale. Maestri che, in più un quarto secolo, sono stati leoni bianchi della regia europea – Ronconi, Stein, Dodin – o gli esponenti di un nuovo teatro d’autore – Fabre, Delbono, ricci/forte – o ancora i nomi di spicco di un altro continente – l’argentino Rafael Spregelburd, la brasiliana Christane Jatahy.

Fossero britannici come Matthew Lenton, o lituani come Eimuntas Nekrošius, croati come Ivica Buljan, il problema che l’Ecole e i suoi “studenti” internazionali hanno sempre posto loro era lo stesso: la lingua, le lingue, la necessità di un territorio comune nella diversità delle provenienze. Ognuno dei maître l’ha risolto a modo proprio: perché ciascuno portava nel proprio lavoro e nella pedagogia, una certa idea d’Europa e di ciò che dovrebbe essere un attore oggi, in questa Europa. Progettare l’attore europeo è del resto la mission dell’Ecole.

“Finché ci saranno i caffè ci sarà l’Europa” dice ora Tiago Rodrigues, regista, attore e autore portoghese, maître di questa edizione 2018 (qui una breve scheda su di lui e sul progetto). “I caffè sono luoghi dove ci si incontra si scambiano idee, nascono pensieri nuovi, senza l’assillo del risultato. Sono il simbolo di un’Europa che, più che sulla libera circolazione delle merci, dovrebbe poggiare sulla libera circolazione di persone e idee”.

In tempi così controversi per questo continente, può essere salvifica l’immagine proposta da un regista che alla fine di quest’anno riceverà a San Pietroburgo, il Premio Europa per il Teatro. Rodrigues parla seduto in mezzo ai suoi sedici studenti. Vengono da Francia, Belgio, Portogallo, Italia, e hanno superato la selezione che li ha portati qui, in provincia di Udine, a Villa Manin di Passariano. Proprio la villa che ospito Napoleone, nei giorni del trattato di Campoformido. Tanto per restare in tema d’Europa.

Perigo Feliz – Felice Pericolo

Per i suoi allievi Rodrigues ha creato la storia che ho raccontato all’inizio. E ha lasciato che per una settimana, a coppie, lavorassero attorno a quella situazione. Ciascuno nella propria madrelingua, ma anche nelle altre lingue, con tutte le incomprensioni, gli inciampi, gli errori. Con il pericolo felice – è titolo di questa sessione dell’Ecole – che scaturisce dall’incontro e ancor più dallo scontro delle lingue. Così la situazione iniziale si è moltiplicata, le figure del racconto si sono caricate di senso, hanno acquisito voci e corpi, e ciascuna storia ha preso una direzione diversa.

“Penso a un ramo che si spezza per il peso della neve appena caduta. Ma l’albero a cui io penso – un pino – non è per forza di cose l’albero a cui pensi tu – un larice, una betulla -. Ci sono mondi diversi dietro alle stesse parole”.

A Villa Manin, l’altra sera, in una delle barchesse, Rodrigues ha aperto al pubblico le porte di questo lavoro, sviluppato sotto l’egida del Css – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila italiano dell’Ecole. Pericolo Felice proseguirà anche nelle prossime settimane, quando nel suo percorso internazionale, l’Ecole si riaprirà anche al pubblico di Roma (nel cartellone di Short Theatre, al Teatro India, il 5 settembre) e poi di Coimbra e Lisbona, Reims e Caen, infine Liegi, il primo ottobre.

Un continente di traduzioni

“Io credo nella forza lingue locali – continua Rodrigues – nel mio caso la lingua portoghese, perché contengono una ricchezza, una cultura, una storia, che vengono loro da radici profonde. Ma oggi chi fa teatro – prosegue – non può pensare più a un pubblico locale. Vedo in futuro un continente di traduzioni, in cui ciascuno si sforza di capire e farsi capire. Ma al rischio dell’incomprensione, del tradimento linguistico, antepongo la sfida creativo dell’invenzione. Tradurre è tradire, ma anche sollecitare conoscenze nuove”.

“Fin dal primo momento – riassume Nicola Borghesi, uno dei quattro italiani selezionati per questa Ecole 2018 – mi è sembrato un approccio al lavoro del palcoscenico molto diverso da quello della regia tradizionale. Del lavoro con Rodrigues, mi ha colpito sopratutto la tranquillità di chi non ha bisogno di giungere a un risultato immediato, di confezionare un prodotto da mostrare, e si prende invece il tempo per esplorare i pensieri e le parole degli altri”.

Proprio come succede al caffè, quando per ristorarci un attimo, mettiamo da parte l’ansia del lavoro e ci lasciamo andare al gusto della chiacchiera. Anche senza pensare che finché ci saranno caffè, ci sarà Europa.

[le immagini sono di Miguel Mando e Giovanni Chiarot].

Teatro in quattro portate: chilometro zero e tovaglie a quadri

Metti un’antica città in Toscana. La piazzetta, di sera, proprio sopra le mura. Un’infilata di tavoli apparecchiati per un centinaio di persone. Fiaschi di vino e teatro.

È un teatro che parla dalle finestre e dai portoni, da strette rampe di scale e botole che si aprono sulle cantine. E che si muove tra le tavolate. La fisarmonica, i canti e gli stornelli toscani per innaffiare il menù. A dettarlo è la storia locale, i suoi personaggi, le sue vicende. Ma non solo quelle, anzi: qui è lo sguardo di una piccola comunità che si pone domande sulle trasformazioni del pianeta. Si cena tutti assieme. Quattro portate, su colorate tovaglie a quadri.

Teatro a chilometro zero

Ci sono angoli della nostra penisola dove si pratica un teatro a chilometro zero: popolare, schietto, non abitudinario. Tre, in Toscana, li posso segnare a dito.

Monticchiello, in Val d’Orcia, era il tema di un post del mese scorso.  Montelpulciano con il suo Bruscello vanta la tradizione più lunga e ha storie antiche da raccontare (qui il loro sito). 

Ad Anghiari sono stato pochi giorni fa. Da ventitré anni nelle sere d’agosto – davanti alla piana che con la sua battaglia ispirò Leonardo – qui si distende la Tovaglia a quadri che dà il titolo alla manifestazione. E qui si fa quel teatro.

Anghiari (AR) – Tovaglia a quadri

È teatro popolare, per molte ragioni. Perché a farlo è la gente di Anghiari, che nel vestirsi da personaggio, racconta le proprie storie, così come le vive, così come le ha sentite.  È teatro popolare, perché i modi della messa in scena sono comprensibili, scanzonati, per forza di cose saporiti. Anche se il tema che affrontano non sempre è ridanciano. Anche se qualche volta si parte da problemi, paure, preoccupazioni. È teatro popolare, perché anche Tovaglia a quadri, si iscrive in una tradizione italiana di culture subalterne che rivendicano, oggi come secoli fa, i propri valori davanti all’egemonia dei potenti. Non è più il conflitto di classe, non è nemmeno lo scontro tra metropoli e campagna, la sordità della burocrazia e delle istituzioni. Adesso è un tema di portata globale. Ma ha conseguenze immediate, pratiche, spesso drammatiche sulla realtà locale.

Amazon ci ammazza

Basta guardarsi intorno. Chiude il negozio di abbigliamento, croce e delizia delle donne del vicinato, ora che gli sconti di Groupon e Zalando lo hanno stritolato. Chiude la libreria new age e libertaria, messa in ginocchio dai prezzi di Amazon. E Genio, il giovanotto tuttofare che riparava ogni cosa, dal frullatore al televisore, si arrende alla obsolescenza programmata: consiglia pure lui di ricomprare nuovi il minipimer, lo smartphone, l’automobile che non funzionano più: basta riparazioni. Anche l’osteria locale, rinomata per la pasta fatta in casa (qui si chiamano brìngoli, ma altrove sono i pici) si adatta a consegne in stile Foodora.

Strizzando l’occhio al gigante del commercio elettronico mondiale, il titolo che Tovaglia a quadri ha scelto quest’anno – Ci Ammazzon – racconta l’impatto del tecnologico digitale sulla vita delle piccole comunità. Quelle delle botteghe sotto casa, della fila all’ufficio postale il giorno della pensione, dell’osteria dove si va a pranzo ogni domenica. Oggi invece whatzapp e home banking.

Ma non è rimpianto né voglia di conservazione. E non è affatto retroguardismo. Progressi e danni delle nuove tecnologie sono un problema complesso che il teatro permette di oggettivare, lasciando a nudo le chiacchiere e le polemiche, smascherando la demagogia dei politici. E le urla degli agitatori.

Ciò che faceva – con lo stesso piglio – la commedia nella Grecia antica, quando chiamava in assemblea i cittadini  e sottoponeva loro i problemi, interrogandoli con il ghigno laico della risata. 

Nomi profondi come radici

Così, da 23 anni, si snodano le storie di Tovaglia a quadri. A volte toccano episodi di cronaca locale, a volte rievocano momenti del passato, di Anghiari o della Val Tiberina. Le hanno sempre elaborate i due fondatori , Andrea Merendelli (anche regista dell’evento) e Paolo Pennacchini. E chi lavora con loro, con il naturale ricambio generazionale, son tutti gente del luogo, memoria vivente e comunità operante. C’è chi di anni ne ha quasi ottanta e chi nemmeno venti. Cittadini-attori e collaboratori dai nomi profondi come radici: Ermindo, Armida, Maris. Attori-cantori che si esprimono in quella  parlata locale che fa la salubre biodiversità del nostro Paese.

Chi abita qui, comprende ogni accenno, ogni sfumatura. Chi invece viene da lontano – sono tanti ogni sera – entra in rapporto con il carattere indipendente e sapido degli anghiaresi. Intanto – alternate ai quattro quadri di questo teatro glocal – passano disinvolte altrettante portate, frutto eccellente della cucina toscana. Crostini rossi e neri, brìngoli al sugo finto, spezzatino di chianina con patate arroste (ma ogni anno c’è una sorpresa speciale). E infine, cantucci col vin santo.

Ed è già notte quando la storia sembra finita. Ma la storia non finisce mai, e le tovaglie a quadri, solo un po’ stropicciate, saranno presto pronte per una nuova replica, per un’altra puntata. Basta distenderle di nuovo sotto le mura medievali.

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CI AMMAZZON

una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, regia di Andrea Merendelli, con la gente del Poggiolino:  Katia Talozzi, Elisa Cenni, Stefania Bolletti, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Alessandro Severi, Rossano Ghignoni, Andrea Valbonetti, Ermindo Santi, Gabriele Leoni, Andrea Finzi, Pietro Romanelli, e HALDO, intelligenza artificiale. Appunti musicali ricomposti da Mario Guiducci. Produzione Associazione Culturale Tovaglia a quadri.

Anghiari (Arezzo), il Poggiolino, dal 10 al 19 agosto 2018

Jakop Ahlbom. Anche il teatro reclama l’horror

Svedese, adottato dall’Olanda, Jakop Ahlbom è un bizzarro autore, regista, inventore, attore e acrobata, che condivide con molti cinefili la passione per i film di genere: le lunghe saghe degli horror che costellavano gli anni ’60, le commedie ridicole dei tempi Buster Keaton, il cinema surreale. O pellicole di culto, come Shining.

Da qualche anno, con determinazione, Ahlbom prova a reinventare per la scena tutte le meraviglie, i trucchi, le emozioni, ma soprattutto le paure che quelle pellicole nel secolo scorso suscitavano.

Jakop Ahlbom – Horror

Giunto alle fasi finali il Festival di teatro contemporaneo della Biennale mette in campo proprio Alhbom, uno dei suoi campioni.

Horror è lo spettacolo che lo ha reso famoso (oggi, venerdì 3, al Teatro delle Tese, Arsenale, ore 21.45) e rappresenta il manifesto del suo stile, unico e pieno di sorprese.

Nella casa infestata dai fantasmi

Nella classica tradizioni dei thriller Horror racconta di una donna che assieme a due amici torna nella vecchia casa dei genitori. Per scoprire che sull’edifico pesa il ricordo di una cruenta tragedia famigliare. Nessuno dei tre sa cosa sia accaduto alla sorella maggiore, ma lo spirito della defunta è là, pronto a accogliere i nuovi venuti. E sono i flashback e i teatralissimi colpi di scena a far riemergere il passato. L’unico modo per sopravvivere in quell’ambiente, infestato e pericoloso, sarà confrontarsi con la terribile verità sepolta. Personaggi e spettatori assieme.

“Ahlbom sa usare gli effetti speciali come un maestro” ha scritto la stampa internazionale. “Riesce a inventare un orrore terrificante, oscuro, immondo, ma anche comico, nella tradizione dell’assurdo, e soprattutto ben recitato. Dimostrazione di un talento unico, stupefacente”.

L’altra creazione di Ahlbom ospitata in questa Biennale, Lebensraum, vuole invece onorare la grandezza di Buster Keaton (sabato 4, Teatro Piccolo Arsenale, 22.00).

“Keaton è una delle grandi fonti di ispirazione per il mio lavoro” spiega l’autore. “Lo spettacolo parla di due uomini che si sono creati una vita perfetta, un loro piccolo habitat. Ma in questo mondo manca qualcosa. Così decidono di costruire una bambola meccanica, che sbrighi le faccende di casa. E non solo”. Teatro fisico con una punta di magia. Come nei racconti ottocenteschi.

Un teatro atmosferico

In queste giornate finali, La Biennale ospita anche altri artisti di valore, esponenti di quel tema che il direttore Latella, ha scelto come titolo dell’edizione 2018: il confronto tra attore e perfomer.

Uno è lo svizzero Thom Luz, che per il suo “teatro atmosferico” spesso attinge al “Manuale dei fenomeni naturali insoliti” di William R. Corliss. A Venezia Luz presenta due spettacoli: When I die (venerdì 3, Tese dei Soppalchi, 19.00) e Girl from the Fog Machine Factory (sabato 4, Teatro alle tese, 19.00). “Amo raccontare storie come non si raccontano di solito – dice Luz – attraverso suoni e atmosfere”.

Thom Luz – Girl from the Fog Machine Factory – ph. Sandra Then

L’altro è l’italiano Giuseppe Stellato, con la prima mondiale del suo “Mind the gap” (Foyer delle Tese, ore 20.45, oggi e domani) e la ripresa di “Oblò”, (domani, ore 18), viaggio dentro il cestello di una lavatrice. In movimento, naturalmente.

Una maratona di baci

Giunge alle fasi finali anche la Biennale College, il percorso educational della Biennale Teatro 2018 (vedi un precedente post). Per dieci giorni, più di 150 giovani attori hanno lavorato con nove maestri di teatro italiano e internazionale attorno al tema del bacio. “Baciarsi non vuol dire amarsi – è lo spunto lanciato mesi fa da Latella – ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella vita.

Ne è nata Kiss me, la maratona di brevi performance di baci che avrà inizio domenica 5 al Teatro alle Tese, alle 15.00, e concluderà le 17 giornate del Festival.

 

Dopo Basaglia. Quel che resta di Marco Cavallo

Carlo Muscatello ed io c’eravamo, nel febbraio del 1973. Quando dentro al manicomio di San Giovanni a Trieste, assieme a gruppo di persone che guardavano avanti, Franco Basaglia dava avvio a una rivoluzione che avrebbe dovuto attendere cinque anni per manifestarsi.

Carlo ed io parleremo di quel decennio formidabile domani, giovedì 2 agosto, nella nuova puntata della trasmissione radiofonica Basaglia Live (ascolta qui le puntate precedenti), che per tutto il mese di luglio e per quello di agosto, ripercorre la strada che ci separa da allora. Ricordando che sono passati 40 anni giusti dalla pubblicazione – nel 1978 – della Legge 180. La legge che, grazie a Basaglia, ha trasformato la condizione del disagio mentale nel nostro Paese.

Se tutto ciò è avvenuto, è anche merito di un cavallo. Diventato famoso per il suo straordinario colore azzurro. Marco Cavallo.

 

Marco Cavallo a San Giovanni nel 2010 (ph. Damiano Skrbec)

A inventare e dare forma, con legno e cartapesta a Marco Cavallo furono due artisti, Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia. Peppe Dell’Acqua, psichiatra, che era là con loro, ricorda i dettagli di quella avventura in una bella intervista di qualche anno fa con Claudio Magris. Poi ci sono i libri che Giuliano ha scritto, quelli scritti da Peppe, la lunga sequenza di viaggi che ha portato Marco Cavallo dappertutto, addirittura dentro l’Expo di Milano.

Marco Cavallo all’Expo di Milano, con Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua

Ma a me e a Muscatello piace ripartire da un’altra fotografia . L’aveva scattata Neva Gasparo il 25 febbraio del 1973.

Si sfonda il recinto del padiglione P (1973)

Nell’immagine si riconosce Franco Basaglia. Ha sollevato una panchina e con un movimento un po’ teatrale, la usa come un ariete. Con altre persone, vogliono sfondare la recinzione del reparto P, uno dei padiglioni del manicomio di San Giovanni. Perché si tratta di far uscire, in quella fredda giornata di sole, il cavallo azzurro che là dietro, in secondo piano, attende e scalpita impaziente. La prima uscita di Marco Cavallo porterà lungo le vie di Trieste e fin sul colle di San Giusto tutti coloro che, dentro al manicomio, lo hanno immaginato, costruito e dipinto di quello straordinario colore azzurro.

Mancano ancora cinque anni – il 1978 – affinché la Legge 180 riconosca che tanti altri cancelli, tante altre istituzioni psichiatriche vanno sfondate. Ma intanto il teatro ha fatto da apripista.

Marco Cavallo esce da San Giovanni (1973)

Perché l’avventura di Marco Cavallo non è stato solo un episodio nella storia della psichiatria e della percezione della malattia mentale.

E’ stata anche uno dei primi momenti in cui il teatro, in Italia, ha cominciato a manifestarsi fuori dei teatri. E’ stata la sua uscita dai recinti, il rifiuto della prosa, l’apertura a un panorama di problemi più vasto, decisamene più urgenti dei pur rispettabili tormenti – chessò – del giovane principe Amleto.

A 45 anni anni di distanza le cose sono cambiate. Oggi il teatro non sembra non occuparsi granché di chi vive il disagio della malattia mentale, la reclusione in carcere, la condizione di rifugiato, di chi si percepisce minoranza. Il “teatro sociale” ha corso difficile, proprio oggi che ce ne sarebbe fortemente bisogno.

Qualcosa però rimane. Ed è frutto di quella stagione, inaugurata da Basaglia, da Scabia, da giovani artisti e gruppi che aderirono allora, dentro quei padiglioni, trasormati in laboratori, alle loro proposte: il Centro d’espressione teatrale “Il cantiere”, per esempio. O il Teatro Studio di Claudio Misculin e Maurizio Soldà.

Claudio Misculin continua oggi il suo percorso con le attività dell’Accademia della Follia: un lungo percorso d’arte non imbrigliata, raccontato in un film da Anush Hamzehian (2015) e in numerose pubblicazioni.  Lo si può seguire sul profilo FB dello stesso Misculin, leggendo i numerosi articoli in rete, assistendo alle creazioni dei suoi attori “matti” (la più recente proprio ieri, sempre negli spazi del parco di San Giovanni).

 

Obelix e Asterix – Accademia della Follia

Cresciuta nel gruppo “Il cantiere”, Andreina Garella non ha tradito il mandato di quel “teatro sociale”. Ora lavora in Emilia, dove assieme a Mario Fontanini ha fondato Festina Lente Teatro. Una loro recente proposta, lo spettacolo La vita fragile, pieno della stessa forza che accompagnava le uscite di Marco Cavallo, ha mobilitato alcune settimane fa la Cavallerizza di Reggio Emilia, su proposta del Dipartimento di salute mentale di quella provincia.

La vita fragile - Festina Lente Teatro 2018
La vita fragile – Festina Lente Teatro 2018

E ha restituito alla gente gli allegri suoni di banda, le storie di inclusione, il diritto a essere diversi ma uguali, che molti di noi avevano dimenticato.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sull’edizione di martedì 31 luglio del quotidiano IL PICCOLO di Trieste].

… e tutto perché Ibsen ed io siamo nati in provincia

Leonardo Lidi, classe 1988. Nemmeno trent’anni. Nato a Piacenza, anzi –  come ci tiene a precisare – a Rottofreno, 12mila abitanti, in provincia. La sua ipotesi di regia per Spettri, di Ibsen, ha vinto lo scorso anno il concorso per giovani registi under 30 ideato da Antonio Latella per la Biennale College Teatro (vedi il post del 2017).

Adesso, su uno dei palcoscoscenici della Biennale, questi Spettri hanno debuttato. Cento minuti giocati come una partita a scacchi con il drammaturgo scandinavo. Anche lui nato in provincia: a Skien, Norvegia meridionale, quasi 200 anni fa.

Ci sono, nella versione di Lidi, tutti i temi del teatro borghese di Ibsen, tutti i  personaggi di Spettri, le loro battute. Ma è come se il giovane regista li avesse risistemati sulla scacchiera a modo suo, conservando il cuore che pulsa in quella vicenda di famiglia. Però mettendone in scena un’altra. Si potrebbe ben dire contemporanea. Se non sentissimo risuonare nelle orecchie battute su cui tanta regia si è concentrata. Nella mia personale memoria, gli spettacoli di Ronconi e di Castri, soprattutto.

Per me è stata una scelta molto personale. Non mi sono minimamente preoccupato di tutto l’Ibsen che è venuto prima. Non mi preoccupo troppo di come verrà fruito adesso. Ho lavorato lucidamente sui contenuti. E credo che alla fine, adesso, lo spettacolo abbia diverse chiavi di lettura, le lascio allo spettatore, a cui demando una grossa percentuale dell’incontro” dice Lidi.

Gli Spettri di Luca Ronconi – 1982 – ph. Archivio Ronconi

Ibsen, Lidi l’ha smontato come si fa con i mattoncini del Lego. Per rimontarlo in una costruzione nuova. Dentro la quale – è la mia chiave di lettura – l’ambiguo groppo della famiglia assume proporzioni ancora più grandi.  Per le pulsioni e la violenza che in quel nucleo si annidano. E che il teatro ha da sempre registrato, facendo della Famiglia l’argomento preferito, il soggetto più frequentato. In tutti i tempi.

Senza che Lidi ne faccia a tutti i costi una tragedia. Si è ispirato anzi alla spensieratezza di Enzo Jannacci, a cui sottotraccia egli dedica lo spettacolo.

Tanto per cominciare, Lidi non esita a smantellare lo storytelling di Ibsen. Infatti, fa morire chi nel testo originale ancora vive (la vedova Alving e la cameriera Regina). Ridà la vita a chi è da tempo stato sepolto (il maschio alfa della situazione: il dissoluto capitano Alving). Oppure riscrive tutto Osvald, il figlio malato. Il quale, lasciato a lungo nella sua condizione di disabile,  con sindrome spastica, riserva agli spettatori una sorpresa finale, forse un progetto segreto, che illumina obliquamente tutto il tempo trascorso.

Un posto davvero sinistro, questa famiglia, che si stringe su una panca, unico elemento di scena, alludendo così, parodisticamente, a quei salotti di Ibsen, dove i protagonisti si accomodano per essere attraversati dal proprio passato.

Gli Spettri di Leonardo Lidi – 2018

Gli spettri non sono necessariamente fantasmi. Spettro è la presenza di un passato che continua a vivere in noi, nel presente, in questo flipper che è la nostra testa. Perciò ho chiesto agli attori di non immaginare mai, di non essere mai altrove, di essere sempre presenti. Non abbiamo quasi mai lavorato su scene singole, ma andando sempre avanti, difilato. Perché ciò che mi piace del teatro, è proprio il lavoro che facciamo assieme, io e gli attori“. 

Tutto questo si vede, tradotto nel risultato intenso offerto dagli interpreti (nella diposizione della fotografia, Christian La Rosa, Michele Di Mauro, Matilde Vigna e Mariano Pirrello). Tra loro quattro Lidi ridistribuisce le battute dei cinque personaggi del dramma originale.

Ora li fa rimanere seduti, ma sempre in bilico, nella zona d’ombra, dentro la quale noi spettatori riusciamo a intravedere la lotta di vizio e perbenismo, di sangue e convenienza. Ora li costringe sotto una pioggia incessante, che torna come un leit-motiv di tanto Ibsen, “perché tutta la sua vita è stata circondata dall’acqua”. Per questo Lidi si immagina vivano in un acquario.

Ma anche, jannaccescamente, si preoccupa di seminare qua e là gli aghi di un divertimento pungente.  Come la mazurca di periferia, che sulle note dei Casadei rimette in ballo le diverse coppie. Come l’estratto radiofonico da “Tutto il calcio minuto per minuto”. O le pinne e la maschera da sub. O la t-shirt feticcio dell’Hard Rock Cafè che indossa Osvald. Tutto giustificato?

L’importante è sapere di poter sbagliare. Ho messo in conto una percentuale di fallimento. Avrei potuto tentare una regia rassicurante. Ma non adesso, non ora che non ho nemmeno 30 anni, e che grazie al teatro sono riuscito a trovare il coraggio e a vincere la mia indole di ragazzo pigro. Per vedere spettacoli, ho preso aerei, ho visitato luoghi, ho fatto viaggi. Sono uscito da quel mondo emiliano in cui sono nato. E ho cominciato da Ibsen. Forse perché io e lui, tutti e due, siamo nati in provincia“.

SPETTRI
da Henrik Ibsen
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Mariano Pirrello, Matilde Vigna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Graziella Pepe
suono Gup Alcaro
assistente alla regia Isacco Venturini
produzione La Biennale di Venezia

Biennale Teatro. Baciarsi non vuol dire amarsi

Baciarsi non vuol dire amarsi. Ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella nostra vita. Lo dice Antonio Latella. E non sarebbe sbagliato prenderla come augurio per la seconda edizione della Biennale Teatro da lui diretta, dopo quella del 2017. Si comincia domani, 20 luglio. Si va fino al 5 agosto. A Venezia, nell’Arsenale.

Fammi capire – dirà qualcuno – cosa c’entra baciarsi e la Biennale. Se è Biennale, vuol dire che capita ogni due anni. E se è Biennale Teatro, significa che ospita il meglio della scena teatrale internazionale. Sarebbe questo il compito che la Mostra veneziana – da sempre votata alle arti contemporanee – si è data nei suoi 125 anni (quasi) di storia.

Non è proprio così

Non è così per delle buone ragioni. Primo perché la Biennale, per alcune delle sue attività prevede una cadenza annuale. Succede per la Mostra del Cinema, per esempio. E succede anche per il Festival di Musica, quello di Danza, e appunto quello di Teatro. Che insieme fanno la Biennale dal vivo. Secondo perché la direzione del Teatro, affidata da due edizioni a Latella, non predilige il criterio del “meglio”.

Ciò che Latella ha cercato di fare nel 2017, definendo il tema della regia al femminile, e ciò che cerca di fare in questo 2018, ora che il tema è Attore/Performer, sarebbe piuttosto muoversi su una mappa di artisti e di processi artistici che, senza rappresentare l’olimpo della scena contemporanea, al contrario, abitano periferie, confini, le zone più movimentate, probabilmente le più inquiete di ciò che chiamiamo teatro. Ecco perché molti di loro, quelli chiamati a Venezia, sono figure poco o per niente note, anche a chi segue da vicino le scene. Parlo di gente come Jakop Ahlbom, svedese trapiantato in Olanda, o dello svizzero Thomas Luz, o dell’italiano Giuseppe Stellato. E penso anche alla parola Performer, che condivide il titolo di quest’anno con la parola Attore. Non è difficile immaginare chi è e che cosa fa un attore, o un’attrice. Più complesso inquadrare una o un performer. Collocarlo. Definirlo. Spiegare qual è il “mestiere” del performer. E perché si chiama così.

Potremmo lanciare in una sfida. O per farla più semplice, seguire da vicino il programma della Biennale 2018. Che è quello che farò da domani.

Giuseppe Stellato – Oblò – ph. Luna Cesari

Sì, ma il bacio. Che c’entra il bacio?

Ancora non lo so. So che il bacio è lo stimolo che Latella ha lanciato ai “maestri” che lavoreranno nella Biennale College (cioè nel settore formativo di questa edizione, circa una dozzina, soprattutto italiani, ma anche qualche straniero). “Il bacio è uno dei gesti più forti e misteriosi che esistano in natura. Conosciamo molti modi di baciare o di baciarsi che coinvolgono più parti del corpo” scrive Latella. Volete che la performance, il lavoro del performer non abbia a che fare con tutto questo? Mi incuriosisce pensare al bacio come atto performativo, alla sua antropologia, al fatto che coinvolga diverse sfere di comportamento, dalla più intima a quella istituzionale e religiosa, alla sua ritualità, e alla sua spinta alla trasgressione,  visto che in alcune zone del pianeta è ancora un tabù. Mi incuriosisce e mi farà guardare con un’attenzione speciale tutto quanto avverrà negli Spazi dell’Arsenale veneziano in questi quindici giorni.

 

E’ proprio vero che il primo bacio non si scorda mai?

Certo. Allo stesso modo è impossibile dimenticare il primo incontro con un artista che con il suo lavoro segna una trasformazione anche nel tuo modo di percepire il teatro, e in generale, nelle trasformazioni di questo linguaggio.

Non so se tutti gli incontri che mi capiterà di fare alla Biennale Teatro 2018 saranno memorabili. Non ne sono sicuro. Magari ve lo racconto alla fine. Ma so, o perlomeno intuisco, che alcune cose voglio a tutti i costi vederle.

Gisèle Vienne – Jerk

Ci sono le creazioni della franco-austriaca Gisèle Vienne (con i suoi lavori su figure inanimate e altamente sensuali, come quelle di I apologize, o di Jerk), della neozelandese Simone Aughterlony (che crea spazi attraverso nuove forme di narrazione), di Davy Pieters (l’olandese che muove dal vivo gli attori come in una clip di youtube). Mi aspetto molto da  Jakop Ahlbom,  che con l’amore per il cinema di genere, con thriller e horror teatrali, fa accapponare la pelle anche ai più smaliziati spettatori. E ancora Vincent Thomasset, un francese che si muove dentro le sfaccettature del linguaggio, Thomas Luz, svizzero e sperimentatore di una forma personale di teatro musicale, Clement Layes, con studi in coreografia, teatro, arti circensi. O l’italiano Giuseppe Stellato, che per esempio si è domandato che cosa succede se posizioniamo un microfono all’interno di una lavatrice e ne ha tratto il suo Oblò.

Jakop Ahlbom – Horror

Tutti invitati a presentare, non uno spettacolo, come accadeva nei decenni scorsi, ma una personale di lavori. Che si accompagna a ciò che su di loro ci racconta il catalogo di questa Biennale 2018. Tempestivamente pubblicato prima che il Festival prenda avvio (io l’ho avuto in mano più di un mese fa) e sapientemente costruito con la forza delle domande dal suo curatore, Federico Bellini.

Made in Italy. Infine una nota ci vuole.

Non trascuro, in chiusura, la prospettiva nazionale. Anche se non è nel mio carattere fare il tifo. Ma bisogna ricordare che entrambi i Leoni che incoronano questa edizione 2018 vanno a formazioni italiane. Il che non mi sembra sia mai capitato. Il duo Rezza/Mastrella (Leone d’oro) e il collettivo Anagoor (Leone d’argento): sono entrambe esperienze fuori dal mainstream teatrale. Lavorano su un percorso di confine, affacciato dove non saprei ben dire. Si intravede attorno il Rezza il territorio della performance. E ha a che fare con una spinta verso la pittura, la letteratura, la filosofia, forse verso una pedagogia del pubblico, anche la linea portante di Anagoor. Entrambi, e questo è sicuro, sono molto caratterizzati da visioni originali.

Anagoor – Socrate il sopravvissuto

C’è poi da mettere un segnalino speciale su Kronoteatro. Dopo aver visto due dei loro spettacoli, Latella si è convinto che valeva la pena puntare su questa formazione ligure, sul loro teatro di scontri generazionali. Così oltre ai due titoli precedenti, Cannibali e Educazione sentimentale, il 31 luglio debutta a Venezia anche la nuova produzione Cicatrici.

Kronoteatro

Ultima cosa da mettere in evidenza. Il contest di nuova regia under 30 che aveva preso avvio nell’edizione precedente (vedi un post del maggio 2017) arriva al suo primo esito. E Il cartellone mette in programma il progetto vincitore: gli ibseniani Spettri, di Leonardo Lidi, e la menzione speciale, a Fabio Condemi per Jakob von Gunten, romanzo-diario scritto nel 1909 da Robert Walser.

È con loro due, e non solo loro, che mi aspetto di vedere cosa possa diventare la futura regia In Italia. Sempre che regia sia la parola giusta.

Il programma completo è sul sito della Biennale.

Almada, dirimpetto a Lisbona, e il teatro transatlantico

Per andare da Lisbona ad Almada – che sta al di là del fiume Tago – si può naturalmente prendere il lungo e slanciato ponte che collega le due città.

Ma per un avvicinamento che mi è sempre piaciuto, formidabile fonte di suggestione, bisogna imbarcarsi a Cais do Sodré, poco lontano dalla  Praça do Comércio, attraversare in battello il fiume, e approdare sull’altra sponda, nel piccolo porto di Cacilhas.

Là si mangia un boccone, se c’è tempo addirittura un’açorda, il tipico zuppone portoghese, al ristorante O Farol, che in significa il faro. Poi soddisfatti, ci si inerpica lungo il vialone che risale la collina, per arrivare nel cuore di Almada.

Città operaia e centro popolare, a dirimpetto all’aristocratica e monumentale Lisbona, Almada era sede di gloriosi cantieri che oramai, nel tempo dei tablet e degli smartphone, hanno smarrito il ruolo.

Oggi ha un carattere ibrido. Il vento dell’innovazione – incarnato dai velocissimi e silenziosi tram che l’attraversano tutta, e da ragazzini sullo skate ancor più veloci – convive con l’atmosfera assonnata di vie più strette, giardini segreti, belvederi ombreggiati che si aprono sulla vista del Tago. E un grande frinir di cicale, in estate.

D’estate ad Almada si va per il suo festival di teatro

Che in un mio personale atlante, considero uno tra i più interessanti d’Europa. Di più dell’Europa. Perché grazie alla sua estrema posizione atlantica, grazie alla lingua, grazie alle scelte degli spettacoli ospiti, questo festival portoghese è anche una finestra spalancata su Centro e Sud America. Tutte le volte che ho trascorso qui le prime settimane di luglio, per me sono state vere lezioni di teatro transatlantico.

Al Festival di Almada, ho visto il mio primo Spregelburd, l’argentino very very smart. Ho imparato a leggere i testi di Daniel Veronese e del cileno Guillermo Calderòn, drammaturghi che adesso amo. Spesso la scena messicana mi è apparsa sotto altri occhi, vista da qua. Christiane Jatahy, la film-maker brasiliana che si destreggia tra video e scena, prima di arrivare due anni fa in Biennale, è passata da Almada. C’ho visto pure gli esotici spettacoli di Capo Verde.

Le poche cose che so (non così poche, a dire il vero) di teatro portoghese, le ho imparate qui, anche vedendo recitare Miguel Luis Cintra, il loro regista e attore più fascinoso, com’era da noi Mastroianni, o  Ricardo Pais. Oppure scrutando il lavoro di giovani e meno giovani formazioni, con volti che ho riconosciuto poi altrove.

la grafica dello scorso anno

Se il Festival è giunto alla 35sima edizione, il merito è di colui che negli anni Settanta lo ha fondato e diretto fino al 2012, Joaquim Benite. E, dopo la sua scomparsa, di chi tiene oggi in mano il timone artistico: Rodrigo Francisco, occhio allenato a riconoscere quando di buono si fa in Europa (volendo, non è mai stato difficile prendere un aperitivo con lui e con lo svizzero Marthaler …. ) ma attento pure a non tradire lo spirito locale, che porta ogni sera nel grande cortile di una scuola, spettacoli più popolari, ma molto godibili, che non fanno certo storcere il naso agli intellettuali che arrivano dalla vicina Lisbona (loro sì, passano sul ponte).

Dunque anche quest’anno vado ad Almada: per capire meglio come il teatro si muove in Portogallo. E anche altrove naturalmente. Il festival comincia oggi, e nonostante una riduzione significativa del finanziamento statale che ha fatto temere il peggio, da domani si prepara a srotolare un cartellone di spettacoli che lo confermano la più importante delle manifestazioni portoghesi. In fila ci sono nomi che in Italia conosciamo bene o abbastanza bene: Jan Lauwers e la NeedCompany dall’Olanda, i berlinesi della Familie Flöz, i belgi Transquinquennal, il francese Emmanuel Demarcy-Mota. direttore del Theatre de la Ville. C’è anche Pippo Delbono (con La gioia, che qui si chiama A alegria) visto che uno o due titoli del made in Italy ad Almada non mancano mai.

Freccette sul programma

Io però punto su nomi che non ancora conosco. E ho già messo le mie freccette sul programma. Kalakuta Republik, ad esempio, perché ad Avignone pare abbia lasciato il segno. E anche a TorinoDanza, dov’è velocemente passato in ottobre. Il suo coreografo-creatore, Serge Aimé Koulibaly, lo vorrei conoscere: per come ha lavorato sulla musica e sulla vita di Fela Kuti, musicista e attivista africano. Quello del funerale da un milione di persone.

Kalakuta Republik – ph. C. Doune

Poi c’è Liliom di Ferenc Molnár, testo fondante del teatro ungherese, messo in scena da un francese di talento, con il nome italiano, Jean Bellorini. E ancora una Sonnambula (sì, quella di Bellini) con la regia destrutturata di David Marton, che, nato compositore, si avvia a diventare il diretto erede delle malizie musicali di Marthaler e della perizia drammaturgica di Castorf.

La sonnambula – ph. Gabriela Neeb

Cose che mi incuriosiscono, per come possono avverarsi in scena, sono La riunificazione delle due Coree, di Joël Pommerat, con la regia di Paolo Magelli. O Clôture de l’amour, di Pascal Rambert, l’incontro verbale di boxe di una coppia, ma ripensato dal croato Ivica Buljan con il suo attore feticcio Marko Mandić e Pia Zemljič, compagna anche nella vita. 

Del teatro portoghese che vedrò – ce n’è tanto – e del teatro che sta al di là dell’Atlantico, per esempio dei messicani Babel, che in Arizona ci raccontano il muro di Trump, potrei parlare un po’ adesso. Ma è meglio che lo faccia un’altra volta, dopo essere tornato da Almada, per la stessa via d’acqua, traversando di nuovo il Tago sullo stesso battello. Dove credo che, dondolando, scriverò un nuovo post.

Il programma completo del festival è sul sito del Teatro Joaquim Benite di Almada, dateci un’occhiata.

Festival: andar per sentieri a luglio e agosto

Gli appuntamenti che contano, nell’estate teatrale, li conoscete tutti. Più o meno. I festival più vistosi, quelli con più risorse, investono volentieri in comunicazione. Manifesti, striscioni stradali, banner pubblicitari in rete, pagine e inserzioni sui quotidiani che ancora non hanno abbandonato la carta. Così è facile che il turista, anche se di passaggio, si accorga che a Napoli , a Venezia, a Spoleto, a Siracusa, o a pochi chilometri da Rimini, là a Santarcangelo, ogni serata  può diventare un incontro con il teatro. Chissà: lo spettacolo pop, o magari quello un po’ più ricercato. In un teatro antico, o in un’arena, magari sotto le stelle. Comunque un evento, come i media amano ripetere.

Oltre l’Italia dei grand tour, c’è però un’Italia meno vistosa, di provincia, con minori risorse. Una penisola teatrale di piccoli centri e periferie, che è  più complicato trovare sulle mappe. Una toponomastica sconosciuta ai flussi turistici importanti. Lo ricordavo in post di qualche settimana fa. Castrovillari, Fies, Sansepolcro, Polverigi, sono località su cui svettano la bandierine di altri itinerari. Non certo segreti, ma sicuramente più riservati,  percorsi e sentieri che spesso danno maggior soddisfazione.

Perciò, come fanno i ciclisti che amano il viaggio oltre che la meta, potrebbe essere questo il momento di disegnare sulla carta geografica – su Google Maps se risulta più comodo – gli altri sentieri del teatro. Tra i tanti possibili, ne scelgo oggi quattro, quelli che a luglio e agosto invitano a staccarsi dall’autostrada delle grandi manifestazioni, e a preferire  percorsi secondari. Che per paesaggio e visioni, sono anche più belli.

 

Monticchiello

Un po’ per amore, un po’ per il valore, la prima bandierina ho deciso di piantarla a Monticchiello, che sta nelle terre di Siena, più esattamente in val d’Orcia. Sarà il colore, il sapore, il carattere di questa nicchia toscana, ma Montichiello e il suo Teatro Povero, sono una di quelle tappe che, una volta nella vita, bisogna fare. Da più di 50 anni, ogni estate, un nuovo allestimento impegna tutto il paese nelle forme dell’autorappresentazione, con gli abitanti che interpretano se stessi.

Anche stavolta, nella piazzetta centrale, dal 21 luglio al 14 agosto i montichiellesi si raccontano e provano a capire come affrontare i problemi della contemporaneità in una comunità che resta fortemente contadina. Valzer di mezzanotte è il titolo dell’auto-dramma 2018, coordinato come ogni anno da Andrea Cresti (sul sito tutte le informazioni). Nota a margine: c’è chi sostiene che i pici toscani all’aglione, da ordinare dopo lo spettacolo, rappresentino un’esperienza mistica. L’indirizzo è: Taverna di Bronzone.

la piazza di Monticchiello (ph. EG)

Topolò

Qualcosa di simile capita anche a Topolò, in Friuli, un posto che bisogna davvero volerci andare, per trovarlo sulle mappe e poi raggiungerlo. Anche perché, se si presta fede all’ultimo censimento, gli abitanti qui sono 28. Ci troviamo nelle valli del fiume Natisone, a pochi chilometri dal confine di boschi che oggi separano – o uniscono – Italia e Slovenia. Ma per cinquant’anni quella è stata la temibile Cortina di Ferro. Agli inizi degli anni ’90, quando la cortina si è dissolta, è nata Stazione Topolò / Postaja Topolove, che forse non è un festival nel senso proprio della parola. Ma per dieci giorni, dal 6 al 15 luglio, le 67 case del paese, le stalle, i fienili, i prati diventano un incredibile laboratorio di performing arts. 

“Dopo il tramonto”, “nel pomeriggio”, “verso sera”, “con il buio” sono i soli orari conosciuti qui, alla Stazione, da dove non parte ovviamente nessun treno. Basta però immaginarlo. Così come immaginari, ma perfettamente funzionanti, sono gli altri luoghi di questo incredibile paese-installazione: le 5 ambasciate, l’Istituto di Topologia e Paesologia, l’ufficio postale per stati di coscienza , la sala d’aspetto per  scrittori e registi in transito , l’Officina Globale della Salute, l’Istituto per le Acque , la Pinacoteca Universale, l’ Università, la biblioteca per i libri del cuore, le antiche sinagoghe, le terme, l’ostello per i suoni trascurati. Provate a un’occhiata al programma, ideato da Moreno Miorelli e Donatella Ruttar, e ditemi se non vi viene voglia di andare a vedere.

gli spazi di Topolò Stazione (ph. Tanja Marmai)

La Cupa

Dall’estremo nord del Friuli alle piane meridionali del Salento il salto è grande: un’Italia intera. Ma anche qua,  nell’estrema Puglia, che pure conta centri di forte attrazione turistica – Lecce barocca, Gallipoli chiassosa – si possono  scegliere strade alternative. Tra campi di ulivi, masserie fortificate, torri colombaie e neviere, la nostra conduce a un avvallamento che fin dal nome è suggestivo: la valle della Cupa. Campi Salentina a qualcuno è nota per aver dato i natali a Carmelo Bene, ma Novoli e il suo Palazzo Baronale, Trepuzzi, il Santuario di Santa Maria a Cerrate, sono invece luoghi da esplorazione.

Impresa che I Teatri della Cupa (festival quest’anno alla 4a edizione e quindi giovanissimo) ci aiutano a fare. Dal 27 luglio al 3 agosto Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro congegnano un programma che sembra pensato per far percepire anche qui, tra le campagne, il respiro di un teatro che non è solo calendario di debutti e prime a tutti i costi, ma parla al pubblico di questi paesi. E ne tiene alta la temperatura, come del resto sanno fare  Licia Lanera, Antonella Questa, Oscar De Summa. Tanto per segnalare alcuni nomi, tra i tanti in cartellone. Altre notizie si  possono trovare qui.

il pubblico dei Teatri della Cupa (ph. Eliana Manca)

Albenga

L’ultima bandierina, oggi, mi piace piantarla ad Albenga, in Liguria sulla riviera di Ponente. Dove un progetto mette assieme originalità ideativa, tessuto economico-produttivo (le aziende flori-orto-frutticole locali), spazi non abituali (i loro stabilimenti, riallestiti scenograficamente e aperti al pubblico), convivialità legata al cibo, che si consuma tutti assieme. Terreni Creativi è un festival che ha fatto del seminare e del coltivare, soprattutto dubbi e cultura, la propria chiave di riconoscibilità teatrale. E con i suoi spettacoli in serra,  è riuscito a vincere almeno finora la sfida di un periodo tanto arido di contributi. Il progetto, cominciato otto edizioni fa, è valso a Kronoteatro uno dei premi di Rete Critica 2017. E l’invito cheAntonio Latella ha  fatto alla compagnia, di portare alla prossima edizione della Biennale Teatro, una personale dei loro spettacoli, vuole anche dire qualcosa.

Ma al di là del riconoscimento, la forza del festival (forse, di questi tempi, anche la sua debolezza) sta nell’essere sul territorio, inteso letteralmente, come humus e prospettiva agricola, là sulla riviera ligure dei fiori e delle palme (le  provincie di Imperia e di Savona). Diverse dalla fertilità turistica che arricchisce invece la riviera di Levante: Portofino e Cinque Terre in testa. E’ per questo che tra l’11 e il 13 agosto, la nona edizione di Terreni Creativi merita un attenzione speciale. Oltre che un viaggio verso questa Liguria, meno glamorous di quell’altra.  Ecco il link al sito, anche se in questo momento (fine giugno) il programma non è stato ancora ufficialmente presentato.

una delle serre di Terreni Creativi

 

Com’è giusto, com’è bello, rottamare Pirandello

Roberto Latini prende in mano Sei personaggi. E a Castrovillari, durante la 19sima edizione di Primavera dei teatri, prova a dimostrare che Pirandello si può ancora portare in scena. Facendolo giustamente a pezzi.

Roberto Latini – ph Fabio Lovino

Non sarà stato il mio post della settimana passata – Tante buone ragioni per prendere il bus per Castrovillari – però a Primavera dei teatri, nei giorni scorsi, c’era davvero un sacco di gente.

La manifestazione calabrese, che apre l’estate dei festival, si è appena conclusa e ha registrato sale piene e liste d’attesa. Per la soddisfazione di chi la programma: la compagnia Scena Verticale.

Ma anche per la gioia degli esercenti: bar affollati, alberghi e b&b al completo, tempi biblici ai tavoli dei ristoranti, nel mescolarsi di pubblico locale, facilmente riconoscibile, e artisti, programmatori, responsabili di festival, giornalisti e blogger, studiosi e studenti: la varia umanità specializzata che rappresenta la linfa del settore. Un manipolo di spettatori d’avanguardia, che fin da maggio comincia a sciamare per luoghi e città della penisola, all’inseguimento di debutti che dovrebbero marcare l’originalità di ciascuna manifestazione. Dalle colline torinesi (qui il programma) ai lungomare adriatici (qui), da città feticcio come Napoli (qui) alle montagne calabresi appunto.

In realtà l’espressione debutto, che in teatro sarebbe sinonimo di prima assoluta, da parecchio tempo si sbriciola tra le mani, visto come si è trasformato il tessuto produttivo del teatro italiano, soprattutto le sue regole. Invece, anteprime, studi, schegge, prove aperte, trailer, spoiler, perfino le temibili restituzioni, si sono decuplicate, nella variopinta tipologia di prime che si accavallano l’una con l’altra durante la lunga stagione dell’Italia dei festival.

A Castrovillari, per questa Primavera assai generosa nell’offerta di titoli – tre al giorno – la mia attenzione era appuntata proprio su uno di questi debutti, il più solido, a mio avviso. Molte altre prime hanno mostrato infatti chiaro il limite di una precoce e timida uscita. Da Calcinculo di Babilonia Teatri, con i suoi tre quarti d’ora di tentativi, all’Eracle odiatore ma ancora dispersivo del Teatro dei Borgia, alle tre proposte di Europe Connection (in collaborazione con Fabulamundi, Playwriting Europe), progetto di drammaturgie internazionali, alle quali si potrebbero però augurare migliori selezionatori.

Mi va allora di parlare di Sei – E dunque, perché si fa meraviglia di noi? – il nuovo tuffo di Roberto Latini nel teatro importante di Pirandello.

Come alcool, il testo è un distillato

Sei sono i Sei personaggi, che con un radicale lavoro da dramaturg, Latini, compatta, spreme, asciuga, comprime fino a cavarne un distillato di parole, di cui incarica un solo attore, Piergiuseppe Di Tanno. La memoria va a I giganti della montagna, che lo stesso Latini aveva interpretato in solitudine, quattro anni fa. Operazioni simili si sono viste pure altrove: Fausto Russo Alesi aveva preso in carico tutti i ruoli di Natale in Casa Cupiello, per esempio. Ma è chiaro che il realismo popolare di Eduardo poco ha a che fare con la densità concettuale del titolo principe fra i titoli pirandelliani: Sei.

I giganti della montagna

Ho scritto spesso che, a mio parere, Pirandello non è più rappresentabile. Almeno così com’è scritto, nei modi in cui di solito si rappresenta, con tutti i suoi valori in vista. Come se non fosse passato un secolo – e quale secolo! – da allora e da quei valori. E ho scritto e riscritto che la via per salvaguardare Pirandello, per liberarlo dall’orribile pirandellismo di primo Novecento, mi sembra sia solo quella di rottamarlo.

Chissà se la parola è giusta. Di fatto attorno alla questa proposta di rottamazione, la rivista Hystrio ha realizzato nel numero di luglio 2017 un vasto questionario di opinioni, al quale un certo numero di pirandellisti doc, e non solo i più conservatori, hanno risposto con i soliti luoghi comuni. Quelli scolastici.

Rottamare Pirandello per me significa invece privarlo della sua scolasticità: demolire la rete di valori storici e sociologici che regge quei personaggi, quelle situazioni, quelle infinite discussioni su adulteri, paternità e maternità contese, reputazione civile. E con ciò che resta – problemi di estetica, diciamo per semplificare – dare forma contemporanea a certi snodi, a certi specchi di pensiero capaci di riflettere, oggi, alcune delle nostre domande. Ripeto: nostre. Non del 1921. La luce che restituiscono i classici, quando noi, oggi, li interroghiamo, illuminandoli: solo quella luce è ciò che li rende classici.

Nelle parole con cui Roberto Latini dà avvio alla sua operazione di drammaturgia e di regia (già anticipata con I giganti e poi con il Goldoni del Teatro Comico) trovo riflessa proprio questa operazione. Soprattutto, la trovo realizzata nello spettacolo Sei. Sottotitolo: E dunque, perché si fa meraviglia di noi?

ph Angelo Maggio

Pirandello dissugato

Guardate allora quel trespolo, quella piccola piattaforma che galleggia a quasi due metri da terra. Guardate quel performer lassù, con mezza maschera, collare a gorgiera, blusa bianca, le gambe fasciate di lattice nero, le unghie smaltate, un improbabile taglio di capelli orientale. Niente a che fare con i Pirandelli di maniera. Con gli abitucci borghesi che si vedono sempre. Dietro, solo un telo bianco, mosso ogni tanto dal vento del ventilatore nascosto. Nient’altro.

A lui, Piergiuseppe Di Tanno, toccano tutte le voci dei personaggi dei Sei personaggi. Didascalie comprese. E non si comincia dall’inizio. Via tutto lo spiegone iniziale, via la compagnia degli attori che arriva alle prove alla spicciolata, via l’ingresso grottesco della famigliola dei fantasmi. Si comincia con la battuta citata nel sottotitolo – E dunque, perché si fa meraviglia di noi?–  e siamo già a pagina 100.  Ma la battuta va al cuore del problema. Quello del personaggio. Quello dei personaggi. Non solo questi sei, di tutti i personaggi. Di loro come creature.

Infatti subito dopo, nella sola voce del performer, si manifesta la situazione chiave. Non il quadretto oramai insopportabile del Padre che nel bordello-sartoria di Madama Pace incontra la Figliastra: Latini non si cura proprio di quella patetica vicenda. La situazione chiave è quella del personaggio. Del suo statuto.

La figliastra: (venendo avanti come trasognata) È vero, anch’io, anch’io signore, per tentarlo, tante volte, nella malinconia di quel suo scrittojo, all’ora del crepuscolo, quand’egli, abbandonato su una poltrona, non sapeva risolversi a girar la chiavetta della luce e lasciava che l’ombra gl’invadesse la stanza e che quell’ombra brulicasse di noi, che andavamo a tentarlo…

Chi è, che cos’è, il personaggio per l’autore. E per l’attore? Che cos’è per lo spettatore? Un fantasma, una creatura, un’allucinazione che ci turba non il sonno, ma la veglia. La domanda che ognuno sarebbe invitato a porsi davanti a un lavoro di spettacolo dal vivo. E che a volte autori, attori e spettatori si pongono. Così l’opera – il classico – si libera da tutto il ciarpame (i cappellini di Madama Pace, la busta cilestrina con i soldi dentro) e come dice la Figliastra, “si dissuga”.

In un approccio che destruttura, o dissuga, l’opera, e che la fa diventare un nettare di parole, per quasi tutti i sessanta minuti di Sei, Roberto Latini sembra concentrarsi su questo problema. Più di quanto facesse Ronconi con In cerca d’autore. Il grottesco che Ronconi metteva in bocca ai suoi giovani attori (resta indimenticabile la Madre di Sara Putignano) diventa nella regia di Latini, nella sua indole barocca, una super-recitazione, una modalità non post ma iper-drammatica. Piena di strappi, contorcimenti, amplificazioni di voce, ma anche allucinazioni di gesti, su quella minuscola piattaforma. In un immaginario fast rewind io mi immagino recitassero così, se ne avessimo testimonianza audiovisiva, le mitiche Figliastre pirandelliane: Vera Vergani, Marta Abba. Forse è la mia allucinazione. Ma intanto l’opera vola, perché è fatta solo di parole.

Per questo, forse, sono stato attento, e anche incantato, per quasi tutta la durata dello spettacolo ideato da Latini, sempre più dissugato e culminante in un prosciugamento estremo. A un certo punto si assenta persino l’attore. Il palco è vuoto e sul velatino che intanto si è sollevato, il regista proietta le parole raggianti che emanano dal testo. Realtà. Finzione. Personaggio. Rappresentare. Solo quelle poche, null’altro, luminescenti nel buio.

E dovremmo appunto finirla qui, la commedia, con questi pochi lacerti di senso in cui si riassume tutto Sei personaggi, oggi. Rottami di ciò che cento anni fa suscitò contestazioni e che adesso potrebbe essere invece un grimaldello per riaprire il teatro.

Ma all’indole barocca di Latini, il cuore magmatico dei Sei Personaggi non sembra del tutto sufficiente. Sbagliando – almeno a me pare – la regia fa dire a Di Tanno, sceso dal trespolone, in lingua quasi inglese, l’intermezzo shakespeariano dei becchini dell’Amleto. La Bambina di Pirandello – pensa qualcuno – annega così come annegò l’Ofelia di Danimarca. Domando: che c’entra? Concludo: mi pare svii l’attenzione.

Certo, a tutto lo sforzo precedente, a tutta questa muscolare prova d’interprete, al congegno registico che rottama Pirandello, manca il gran finale. Ma Latini, con la complicità di Gialuca Misiti alle musiche e l’impianto luci di Max Mugnai ce lo aveva preparato piano piano. Lo attendevamo e finalmente si svela.

Quasi nel buio, un macchinario kafkiano viene fatto entrare in scena. In primo piano un groviglio indistinto, che sembra simulare un contenitore, più esattamente una vasca: la vasca dove è affogata, dove affogherà sempre, la Bambina.

Parte una musica leggera, l’interprete si libera di tutto, si tuffa nella vasca, e la macchina misteriosa comincia a vomitare schiuma. Iconico flashback: Marilyn Monroe in Quando la moglie è in vacanza. O molte altre dive gambe lunghe fra le bolle, pensiamo un po’ tutti. Come se Latini ci strizzasse l’occhio.

ph Angelo Maggio

Ma la musica è quella di Midnight, the Stars and you, uno standard da sala da ballo degli anni venti, composto da Ray Noble e cantata da Al Bowlly. E mi viene in mente che Stanley Kubrick l’aveva usata in Shining, nella scena che ricostruisce la festa all’Overlook Hotel, nel geniale avanti e indietro con la fotografia-ricordo in cui compare la data del 1921. Che poi è l’anno in cui al Teatro Valle di Roma debuttava Sei personaggi. Se i conti tornano. Ma temo che sia un’altra allucinazione: mia.

 

SEI.  E DUNQUE, PERCHE’ SI FA MERAVIGLIA DI NOI?

da Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello
drammaturgia e regia  Roberto Latini
musica e suono  Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica  Max Mugnai
assistente alla regia  Alessandro Porcu
con  PierGiuseppe Di Tanno
produzione  Fortebraccio Teatro
con il sostegno di  Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di  MiBACT, Regione Emilia-Romagna