Guardo giù dall’aereo che mi porta ad Almada, in Portogallo

La 36esima edizione del festival che si svolge nella città portoghese di fronte a Lisbona è cominciata il 4 luglio e terminerà il 18. Io ci vado.

Sono nel posto accanto al finestrino. Tra dieci minuti parte il mio volo. Guarderò giù mentre attraverserà la pianura padana e sfiorerà la costa ligure. Poi punterà sulle Baleari. Infine sorvolerà, a diecimila metri d’altezza, gli altipiani aridi della Spagna. Per terminare la sua rotta a Lisbona.

La mèta finale non è la capitale portoghese. Ci vorrà ancora mezz’ora di macchina. Alla fine del viaggio sarò ad Almada, che si trova di fronte a Lisbona, sulla sponda opposta del fiume Tago. Il Tejo, come lo chiamano lì.

Come ogni anno a luglio

Da una decina d’anni almeno, la seconda settimana di luglio, la dedico al Festival di Almada. È uno dei miei festival d’elezione. Tra quelli europei, per me è il più di ricco di scoperte. E di sorprese.

Merito senz’altro di quel respiro atlantico, che a differenza di ciò che accade nel continente, invita gli spettatori a riempirsi i polmoni e soprattutto gli occhi di aria nuova.

Merito anche di una programmazione che da sempre – da quando il Festival di Almada è nato, 36 anni fa – ha la capacità di mettere assieme spettacoli di ricerca e spettacoli popolari, grandi firme della regia internazionale e minuscoli gruppi indipendenti, drammaturghi sudamericani e performer scandinavi.

Isabelle Huppert in Mary Said What She Said (ph. Lucie Jansch)

Solo in un festival come questo può capitare di incontrare una grande dame francese come Isabelle Huppert (in una regia di Robert Wilson, sulla figura di Maria Stuarda regina di Scozia, Mary Said What She Said), subito dopo aver visto un atletico duo di machos argentini impegnati in scherzi da spogliatoio (spettacolo di divertimento immediato e – diciamolo pure – un tantino paraculo, ma va bene, Un poyo rojo).

Un poyo rojo (ph. Paola Evelina)

Negli stessi giorni, il palcoscenico del Teatro D. Maria II ospita Macbettu, la rilettura in lingua sarda che Alessandro Serra ha fatto della tragedia di Shakespeare. Che non certo è una novità per noi italiani (ha vinto l’Ubu nel 2017) ma ha una potenza che parla ben al di fuori dei confini dell’isola e del nostro Paese, ed è il primo spettacolo in sardo che si rappresenta sui palcoscenici portoghesi.

Il cartellone 2019

Ho messo in fila tre spettacoli che, in una maniera o nell’altra, già conosco. Il bello di Almada è che non conosco tutti gli altri. E per questo sono davvero curioso.

Dicevo nel post di un anno fa, che proprio qui ad Almada ho avvicinato e poi approfondito i teatri meridionali al di là dell’oltreoceano. Quello brasiliano, quello argentino, quello cileno. O magari quello di Capo Verde.

Il cartellone 2019 (messo a punto dopo molti viaggi e molte visioni dal direttore artistico Rodrigo Francisco) ha quest’anno un carattere più europeo, invece. Oltre alle produzioni portoghesi (il festival è in qualche misura un portfolio nazionale) c’è una cospicua rappresentanza francese e spagnola, ma non mancano gli scandinavi (quelli di Oslo di occupano di Giovanna d’Arco) o il quintetto di registi transnazionali che hanno dato vita a País clandestino (parla di migrazioni, di cladestinità, di politiche contemporanee, suppongo).

Su due titoli punta però la mia attenzione.

Il primo è Un amour impossible, diretto da Célie Pauthe, che schiera un tandem di attrici che hanno contribuito alla storia del cinema di due Paesi: la francese Bulle Ogier e la portoghese Maria de Medeiros, coinvolte in una storia famigliare dai confini ambigui.

Un Amour Impossible (ph. Elisabeth Carecchio)

L’altro è Se isto é um homem, l’adattamento di Se questo è un uomo, che sceglie il centenario della nascita dello scrittore (1919-1987), per portare in scena le pagine di Primo Levi sull’Olocausto e sulla mostruosità (ma anche la banalità, già indagata da Hannah Arendt) del male. È la prima volta di Levi in Portogallo, e mi pare importante vederlo.

Se isto é um homem (ph. Rui Mateus)

C’è l’Atlantico qui sotto

Ecco. Magari non mi credete, ma tra lo scrivere, il sonnecchiare, un panino e una birra, tre ore di volo sono già passate. E dal finestrino, si distingue già, in lontananza, la linea liquida dell’orizzonte. C’è l’Atlantico qui sotto. Con una virata da gabbiano, l’aereo si è già lasciato alle spalle le spiagge di Caparica, il pittoresco trenino che le attraversa, migliaia di bagnanti, l’azzurro del mare. E punta dritto sull’aeroporto di Lisbona. Tra un’ora sarò ad Almada e so che ci troverò chi come me – portoghesi, italiani, spagnoli, francesi, cileni, … – la sceglie a luglio, per il suo festival. Sul quale, vi terrò informati.

Il programma completo del Festival di Almada, in corso dal 4 luglio, fino a giovedì 18, è sul sito del Teatro Municipal de Almada.

Napoli a spicchi: capricciosa e quattro stagioni. Un fine settimana a NTF19

Napoli è. Così cantava Pino Daniele in uno dei suoi pezzi più famosi. Napoli è tante cose. Lo è anche il suo festival, che per amor di acronimo diventa NTF19.

È un programma sterminato, questo di Napoli Teatro Festival 2019, ora alla dodicesima edizione. Un cartellone che a stento riesce a stare in 140 pagine di catalogo. Che si spande su 40 diversi luoghi. Che mette insieme oltre 150 eventi e si allarga per 37 giornate di programmazione. Dall’inizio di giugno fino al 14 luglio. Anche NTFS 19, proprio come Napoli, non si può cogliere in un colpo d’occhio solo.

NTF19 - manifesto

Ci pensavo guardando la città dall’alto. Napoli è come la pizza. Dal 24esimo piano di una camera d’albergo, ne arraffavo con gli occhi uno spicchio e sapevo che non avrei avuto il tempo, la possibilità, il modo, di portarmene via altri, mentre sotto i miei occhi la città del golfo, del vulcano e delle pizze, cambiava e si muoveva invece viva.

Giusto allora approfittare di un weekend e cogliere al volo quel che c’era, buono o cattivo che fosse. Tra 150 avvenimenti avvenimenti trovi sempre di tutto, come nella capricciosa. E di tutto ho trovato.

L’ultimo Nekrošius

Ci ho trovato, per esempio, l’ultimo lavoro teatrale di Eimuntas Nekrošius, Zinc. Traduzione immediata: vuol dire zinco. Mi ci sono avvicinato con cautela, sospendendo il giudizio. Se una persona scompare (Nekrošius è morto lo scorso novembre, vedi il post di allora) ti avvicini alle sue opere in modo diverso. Pasolini diceva che la morte compie un montaggio fulmineo della vita e Zinc, che evoca casse di zinco, per me è il suo testamento. L’ultima sua volontà e l’ultima immagine che avrò del suo teatro.

Zinc regia Eimuntas Nekrošius,
Zinc, regia Eimuntas Nekrošius (ph. Laura Vanseviciene)

Non sono riuscito ad amare Zinc, come mi era capitato con altri suoi lavori. I segni del regista lituano ci sono. Leggerli, là dentro, però è più difficile. Quando Nekrošius si dedicava a Shakespeare, a Cechov, a Dostoevskij, a un’enciclopedia che più o meno tutti conosciamo, rimanevamo più o meno tutti strabiliati. In questo spettacolo, che porta in scena due libri della scrittrice e giornalista bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel 2015 per la letteratura, l’approccio del regista viene per forza di cose filtrato dal rapporto che lui, figlio della Lituania, aveva stabilito con la matrigna Russia. O meglio, con l’Unione Sovietica.

Ragazzi di zinco è il libro che Aleksievič ha dedicato alla devastante avventura dell’Urss in Afghanistan (1979-1989, il Vietnam russo). Preghiera per Chernobyl si concentra invece sulle conseguenze umane dell’incidente nucleare del 1986 . Avvenimenti che noi occidentali, non abbiamo vissuto con la stessa ansietà, la stessa ostilità, la stessa desolazione, con i quali li leggevano, in quegli anni i Paesi che stavano rivendicando la propria indipendenza dall’Urss (la nuova Lituania è del 1991). E’ stato perciò difficile, e dico pure faticoso, penetrare i segni, le immagini, le sensazioni che il lungo spettacolo, affastellava per noi, troppo velocemente, troppo ellitticamente. Rimane nella memoria l’immagine di lei, la celebrata e contestata Aleksievič (interpretata da Aldona Bendoriūte Gadliauskienė) mentre vaga per le città-palcoscenico portandosi al guinzaglio l’improbabile registratore a nastro su cui si iscriverà magneticamente il reportage del crollo di un impero.

Tossico Testori

Non sono riuscito ad amare nemmeno il nuovo lavoro di Roberto Latini. Che a NTF19 presentava la sua regia e la sua interpretazione di In Exitu. Questa tossica, sbudellata scrittura di Giovanni Testori, prima romanzo poi lavoro teatrale, nel 1988 era stata “vissuta” da Franco Branciaroli e dallo stesso Testori, in un desolato androne della stazione Centrale di Milano. E aveva fatto gridare al miracolo. Letteralmente, perché sul cristianesimo selvaggio di Testori, sulla sua idea di far diventare imitatio Christi la fine di un tossicodipendente marchettaro, si sono scritte pagine e pagine. 

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In Exitu secondo Roberto Latini

Alcune esplorazioni di Roberto Latini, soprattutto quelle degli anni scorsi, mi hanno entusiasmato. Se parliamo di Pirandello, in particolare, ho trovato che Sei, e dunque perché si fa meraviglia di noi, fosse una delle poche maniere in cui si può mettere in scena oggi quello stanco monumento al teatro nel teatro, senza farne una ricerchina scolastica e banale.

Ma Pirandello e Goldoni sono una cosa: hanno risonanze forti nella nostra percezione culturale. Altra cosa è Testori, che con il personalismo estremo, allora scandaloso oggi datato, rappresenta – a mio parere – una delle sconfitte conclamate della drammaturgia italiana, nella battaglia ingaggiata con la regia sul campo di guerra della seconda metà del Novecento. 

Detto questo si può capire perché, nonostante un egregio lavoro di corpo e di voce (la prova virtuosistica di Latini è pari al suo Arlecchino, in un Servitore di due padroni firmato Latella) sono rimasto freddo e insensibile a tutto quel dolore. Che oggi è tutta letteratura. Incredulo e per niente incantato da quell’asta di microfono che si fa bastone, siringa, stiletto, e su cui piroetta quel cristo in croce. Indifferente a quei segni di scena (un binario ferroviario, una rete e una palla da tennis che si gonfia, enorme, nel finale) che, se nonsono pura trovata, torneranno semmai buoni per titoli di giornale. Ho però paura che Testori sia una problema mio.

A scuola con i morticelli

Dalla sala del Teatro Nuovo, arrampicata sugli stretti e trafficati vicoli dei Quartieri Spagnoli, ci è voluto niente per calarsi poi nella sala Assoli, proprio lì sotto. Era l’occasione per incontrare chi di Napoli e delle sue sfaccettature si è fatto interprete in una carriera di autore, attore, regista che parte fin dal 1980 di Carcioffola. Quarant’anni. Del resto, Enzo Moscato è nato proprio qui, nei quartieri Spagnoli, e la lente urbanistica gli permette di raccontarne in modo spontaneo la miseria e la nobiltà.

Che nel caso di Ronda degli Ammoniti, è quello di una classe elementare. Moscato la fotografa negli anni Dieci dell’altro secolo, quando dalle finestre dell’edificio volarono alcuni bambini, spiaccicandosi nel cortile. Che sia più documento o più invenzione poco importa. Per lo scrittore e regista, che quella scuola ha frequentato negli anni ’50, la presenza dei morticelli suicidi era cosa viva. E il tragico volo di quei bambini è adesso metafora del salto che dall’infanzia porta all’età adulta. E che portò sicuramente in guerra, nel 1917, alcuni di quegli scolari oramai in età di leva. 

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Ronda degli Ammonti (ph Salvatore Pastore)

Su questa trama storica e fantastica assieme, viene facile a Moscato costruire una di quelle rapsodie che, senza pretese monumentali, senza arzigogoli intellettuali, fanno della regia un montaggio di attrazioni, In cui la figura deamicisiana del maestro Ambrosino (“oggi leggeremo “Il piccolo scrivano fiorentino“) fa veleggiare ogni sorta di citazione. Dalla scarpettiana “Vicenzo m’è pate a me“, alla Canzone del Piave alla ronde militare che Milly intonava quando l’Italia era un altro Paese. La classe morta di Kantor, insomma, per una sera, la mia sera, ma per chissà quante altre sere ancora, si trasferisce qui, nella città di N., se volessimo far finta che Moscato sia un po’ anche Agota Kristof.

Quattrocento gradi

C’è un ultimo spicchio di NTS19, che andrebbe raccontato. E che è venuto subito dopo Ronda degli Ammoniti, a nemmeno cento metri di distanza.

Uno spicchio di pizza fritta, di quella con i friarelli, o la sublime pizza al sugo di genovese. Ma in definitiva tutte le pizze che si cuociono nei forni della Pizzeria Rapuano, soprannominata 400°, avrebbero bisogno di post di antica cucina. Che i miei strumenti di blogger non mi permettono ancora. Forse.

Marta Cuscunà: il canto delle altre muse

Oggi a Milano, nella serata finale organizzata dal trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio, Marta Cuscunà riceverà il Premio Hystrio – Altre Muse.

Sono passati dieci anni giusti da quando È bello vivere liberi, il primo titolo di Marta Cuscunà, riceva il Premio Scenario per Ustica. Creato “per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo”, lo spettacolo raccontava la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana (1925-2003), una donna indipendente e anticonformista che era cresciuta nella stessa Venezia Giulia in cui è crescita anche lei, Marta, altrettanto indipendente, di sicuro non conformista.

La storia teatrale di Cuscunà è continuata in questo decennio, con altri titoli. Tra i quali La semplicità ingannata (2012), Hello, boys (2015), Etnorama 34074 (2017), Il canto della caduta (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima.

L’intervista

“I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore”. 

Proviamo a spiegarlo attraverso la tua storia.

“Nella mia esperienza i premi sono qualcosa di diverso rispetto a una pagella e a seconda di come vengono pensati, possono avere valore e finalità diverse. Il mio percorso artistico è iniziato nel 2009 con il Premio Scenario per Ustica, che consisteva innanzitutto in un piccolo budget per allestire lo spettacolo, in un numero di repliche prestabilito per farlo girare, una grande visibilità, ma soprattutto un percorso di selezione con obiettivi e scadenze precisi che mi hanno guidata nella realizzazione del mio primo progetto indipendente”. 

Marta Cuscunà Bello vivere liberi
È bello vivere liberi (2009)


“Significativo è stato anche il Premio Rete Critica che prevedeva un momento di confronto con la giuria e il pubblico. Per Rete Critica ho realizzato insieme a Paola Villani e Marco Rogante (rispettivamente la scenografa e l’assistente alla regia di Sorry, boys) il primo Making of di uno dei miei lavori. Cioè un racconto performativo del percorso di creazione che sta dietro allo spettacolo. Un format che poi ho scelto di replicare anche per l’ultima produzione Il canto della caduta, perché riesce a dare ulteriori chiavi di lettura per la fruizione dello spettacolo”.

Ora è la volta del Premio Hystrio, e lo ricevi per la categoria Altre Muse. Ritieni che questa categoria abbia un particolare significato?

“Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po’ fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un’assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d’arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove”.


Prova a tirare le fila di questi tuoi dieci anni in scena.

“Mi sento molto privilegiata: sono riuscita a realizzare i miei spettacoli grazie all’impegno di realtà italiane e straniere che condividono un’impostazione coraggiosa e anticonformista delle scelte produttive. Il merito principale è di Barbara Boninsegna, direttrice artistica di Centrale Fies, che oltre a ospitarmi in lunghissime residenze artistiche, è sempre stata disponibile a sperimentare metodi di produzione inconsueti come il microcredito (che prevedeva da parte mia la restituzione delle quote di finanziamento) oppure la costruzione dei pupazzi attraverso un processo di prototipizzazione, simile a quello usato nella produzione industriale ma decisamente inconsueto per i laboratori di scenografia italiani”.

Questa sera, a Milano, avrai accanto gli altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente). Che cosa ti interessa, adesso, nel lavoro dei tuoi colleghi?

“Grazie al progetto Fies Factory, ho la fortuna di seguire da vicino il percorso artistico di Anagoor e Sotterraneo, che spesso arrivano agli spettacoli dopo lunghe ricerche teoriche e multidisciplinari. Con i loro lavori ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa”. 

Marta Cuscunà - Il canto della caduta
Il canto della caduta (2018)

“Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell’opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato”.

È bello vivere liberi ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana, tua conterranea. È stata la tua regione, il Friuli Venezia Giulia, a darti la prima spinta per raggiungere i tuoi traguardi?

“Devo molto a questa terra che nel periodo dell’adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite”.

Marta Cuscunà
Sorry, boys – backstage

Mentre ora… 

“Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell’Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata domenica 9 giugno 2109 sul quotidiano IL PICCOLO].

Se vuoi leggere di più

In questi dieci anni su Marta Cuscunà ho scritto parecchio. Ecco ad esempio le mie riflessioni su È bello vivere liberi, su La semplicità ingannata, su Sorry, boys, su Etnorama 34074 e su Il canto della caduta.

Perché non si guarisce mai dalla propria infanzia?

Ogni venerdì è un venerdì speciale. Almeno da quando la sedicenne Greta Thunberg si è messa in piedi davanti al parlamento di Stoccolma con il cartello Sciopero da scuola per il clima. Da allora i Friday for Future, i venerdì in cui gli studenti si impegnano, non in classe, ma manifestando per le strade, si sono moltiplicati in tutto il mondo.

Friday for Future Siena maggio 2019
Il Friday for Future a Siena, maggio 2019

Prima che la casa bruci

Venerdì scorso a Siena, ho incrociato la colorata marcia per il clima di un Friday for Future che scendeva verso piazza del Campo, la più bella piazza d’Italia. Bambini, ragazzi, adolescenti volevano ricordarci, seguendo Greta, che bisogna sbrigarsi, perché la nostra casa è in fiamme. Che è anche il titolo del suo libro. Preoccupati – ne sono sicuro – ma anche allegri, decisi, compatti, insieme a genitori e insegnanti, si muovevano al ritmo delle parole d’ordine lanciate dai megafoni.

Un po’ come succedeva anche a me, cinquant’anni fa, quando ero ancora teen, ma scendevo in piazza. Le ragioni erano altre. Anche se, a pensarci bene, pure allora la richiesta era una richiesta di futuro. Un futuro che è stato migliore – non si può negare – di quello che aspetta loro, se qualcosa non cambia. Appunto.

Greta Thunberg a Stoccolma

E proprio come succedeva cinquant’anni fa c’è ovviamente qualcuno che rimprovera a quei piccoli manifestanti di marinare la scuola e far festa. Come il premier australiano Scott Morrison. Dopo che migliaia di studenti lo scorso marzo hanno scioperato per il clima, Morrison ha tuonato chiedendo “più apprendimento e meno attivismo”. Stupisce sapere che è stato appena riconfermato e che è di destra? No.

Friday for Future Australia 2019
Il Friday for Future degli scolari australiani, marzo 2019

Girotondi verdi

Mentre il girotondo allegro di questo venerdì verde circondava anche piazza del Campo, in testa mi ronzava il tema di uno degli spettacoli che sempre a Siena era tra i finalisti di In-Box, il progetto teatrale di cui ho parlato in un post precedente.

Il Friday for Future Siena maggio 2019
Il Friday for Future a Siena, maggio 2019

Lo spettacolo si intitola La Classe e lo ha ideato Fabiana Iacozzilli. La definizione che lei stessa ne dà è docupuppet per marionette e uomini, ma è molto più di una creazione per pupazzi. L’autrice e regista ricostruisce la figura di una certa suor Lidia, che deve aver angosciato la sua vita di scolara, quando frequentava un istituto retto da religiose. Un tipo poco raccomandabile, suor Lidia. Minacce, derisioni, botte, altro che Montessori. La spaventosa pedagogia di quella educatrice è rimasta nella memoria di tutti i compagni di quella classe. Rappresentati nello spettacolo da pupazzi, mentre soltanto l’oscura creatura dominante, la suora con i baffi, ha movenze umane. 

La classe Fabiana Iacozzilli
La Classe (ph. Cosimo Trimboli)

Quei primi anni di scuola

Ma è alla luce della memoria di quegli scolari – i loro racconti registrati dalla stessa Iacozzilli in un specie di audio-inchiesta sull’infanzia – che il tema della paura, il ricordo delle cicatrici psicologiche, la persistenza forte dei primi anni di scuola, si trasformano in uno studio sulle vocazioni. Non tanto ecclesiastiche, piuttosto teatrali. Le quali, come ha ben raccontato Goethe nascono proprio lì, nell’infanzia. Così accadrà che l’impulso alla scena e al teatro si fissi nella testa della scolara Fabiana, maltrattata in classe, quando proprio suor Lidia la spinge alla regia di una recita scolastica. C’è qualcosa di torbido e di curioso in quelle voci, in quei pupazzi, nella loro narrazione, qualcosa di teatralmente interessante. Tanto è vero che, dopo essere stato finalista a I Teatri del Sacro 2017 (vedi il programma di quest’anno) e al Premio Tuttoteatro.com Cappelletti 2017, La Classe è risultata vincitrice anche nella selezione In-Box 2019.

La Classe - Fabiana Iacozzilli
La Classe (ph. Piero Tauro)

Allora, il cortocircuito tra questo spettacolo e il girotondo di quella decina di classi, sulla piazza di Siena, alle prese con la battaglia per il clima, finisce con l’essere ancora più interessante.

Almeno per me. O almeno per chi, come me, è convinto che le esperienze di quella manciata d’anni, pochi in fin dei conti, gli anni della scuola, racchiudano in sé il destino dell’individuo adulto. Perché – dice con spirito da profeta Fabiana Iacozzilli – nessuno guarisce mai dalla propria infanzia.

La Classe, studio presentato al premio Tuttoteatro.com 2017

LA CLASSE, uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
Collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
Collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti Giada Parlanti Emanuele Silvestri
Performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
SceneMarionette Fiammetta Mandich
Luci Raffaella Vitiello
Suono Hubert Westkemper
Fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
Foto di scena Tiziana Tomasulo
Consulenza Piergiorgio Solvi
Organizzazione, Comunicazione Giorgio Andriani, Antonino Pirillo
Coproduzione CrAnPi, Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie | n.o.t
Supporto Residenza IDRA, Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018 e con il supporto di Settimo Cielo/ Residenza Teatro di Arsoli e di Nuovo Cinema Palazzo

Tutti pazzi per Siena e Castrovillari. Due dritte per il fine settimana

A In-Box (Siena, in questi giorni) e a Primavera dei Teatri (Castrovillari, da venerdì 25) i primi appuntamenti con gli spettacoli che gireranno l’Italia nella stagione prossima.

Non ditemi che basta qualche giorno di pioggia a rovesciare i calendari. A Castrovillari, provincia di Cosenza, puntuale arriva una Primavera, per segnalare l’avvio di quella che, nella lingua di chi fa teatro, è la stagione dei festival. Anche a Siena, che ha sempre scelto la strategia dell’anticipo, è pronto il festival dal vivo che si chiama In-Box 2019.

Se vi capita perciò di stare in Toscana questo weekend, o in Calabria anche in quello successivo, provate a mettere in agenda qualcuno dei loro spettacoli. Perlopiù novità, debutti, o spettacoli che finora non hanno avuto grande circuitazione e che invece la meritano. La curiosità (la mia, perlomeno) insomma paga. E l’esperienza dimostra che ne vale la pena.

In-Box, nella scatola delle sorprese

Di In-Box e della sua originale formula avevo scritto lo scorso anno. Ci sono tornato sopra quando, a maggio, la compagnia Bahamut con il suo It’s app to you si era distinta tra un centinaio di proposte in concorso (leggi qui).

In questo momento, esattamente un anno dopo, viaggio sul treno che mi porta di nuovo là, nei pressi quella incredibile Piazza, che a starci in mezzo – senza la confusione del Palio e con la gente che tranquilla invece si siede per terra, in attesa che il sole la baci in faccia – in questa piazza dicevo, senti comunque uno stordimento. E’ la radice profonda della città italiana, l’umanesimo ancora vivo che ti parla da quei palazzi, disposti a semicerchio e (ovviamente) color terra di Siena. Provate per credere.

Piazza del Campo - Siena

Ci sarebbe qualcosa da dire pure sul Teatro dei Rozzi, poco distante, che ospita i momenti più importanti della manifestazione. Vale la pena ricordare il motto della congrega di artigiani che decisero di costruirlo, a metà del 1500. “Chi qui soggiorna acquista quel che perde“. Un indovinello che potreste provare a risolvere (la soluzione nel prossimo post).

In-Box è naturalmente molto più contemporaneo e, venendo al programma, va detto che una prima selezione ha già individuato, tra 400 proposte, i 12 finalisti (di cui 6 per In-Box Verde, riservato a produzioni per infanzia e adolescenza). Il mio interesse è però rivolto agli altri 6, che vi elenco di seguito, assieme ai 5 hashtag esplicativi che per ciascuno sono stati individuati da Straligut Teatro, la compagnia di Siena che assieme a Fondazione Toscana Spettacoli organizza la Rete e la finale In-Box.

Il programma

Domani 23 si parte con Così Lontano, così Ticino – Cronaca da NN, una produzione di Teatro Città Murata e Mumble Teatro ( i tag sono: #svizzera #mina #memoriamigrante #tinder #rapirela gioconda, qui il link alla scheda sul portale Sonar). Subito dopo, Farsi fuori di Luisa Merloni per Psicopompoteatro (#annunciazione #femminismo #orologiobiologico #scelta, qui la scheda).

Così Lontano, così Ticino - Cronaca da NN - Teatro Città Murata - Mumble Teatro
Così Lontano, così Ticino – Cronaca da NN

Venerdì 24 è la volta di 46 tentativi di lettera a mio figlio di Claudio Morici (#mancanza #divertimento #paternità #giocattoli #separaziongenitori, qui la scheda). Segue Aplod, produzione di Fartagnan Teatro (#distopia #videosharing #nerdworld #gattini #like, qui la scheda). Si termina, in serata, con La Classe – un docupuppets per marionette e uomini nato da un’idea autobiografica di Fabiana Iacozzilli ( #laclasse #docupuppets #vocazione #zigomi #compagnidiclasse, qui la scheda).

Sabato 25, ultima giornata, si comincia con Maze, produzione 2018 di Unterwasser (#livecinematicperfomance #videopoems #epiphanies #percorsi #sguardi, qui la scheda) e si finisce con la proclamazione della compagnia che sarà riuscita ad ottenere il maggior numero di repliche nella sessantina di teatri-compratori aderenti a In-Box, per la stagione 2019/20.

La classe (ph. Cosimo Trimboli)

Con Jan Fabre a Sud, per cominciare

Anche Castrovillari è un avamposto di novità. Spesso è dalla sala maggiore (il teatro Sybaris) e dalle altre piccole sale del Protoconvento che fanno la loro prima tappa i titoli di compagnie che scelgono Primavera dei Teatri per conquistare una visibilità speciale. Per quanto stia arroccata sul monte Pollino, per quanto sia complicato raggiungerla, la città calabrese è ogni anno punto di riferimento per operatori, critici (e anche criticoni). Tutta gente la quale, oltre che in teatro, è specializzata in buon cibo. E in questo senso svolgono un compito eccellente la taverna situata sotto Castello Aragonese (l’indispensabile Osteria della Torre Infame) e Kamastra, il ristorante di Civita dove si ci ritrova in piatto la tradizione culinaria arbëreshë, quella della antica comunità degli albanesi d’Italia, stanziati nei territori del meridione fin dal XV secolo.

Ma qui non siamo in un blog di ristorazione, ed è preferibile passare al programma del festival. Che si avvia, clamorosamente, venerdì 25, con la prima italiana del più recente spettacolo di Jan Fabre, The Night Writer. Giornale notturno di cui è protagonista uno dei migliori attori italiani contemporanei, Lino Musella (qui la scheda).

Primavera dei teatri 2019

Ma c’è poi tanto da vedere a Primavera dei Teatri, e sfogliare il programma (che va avanti fino al 1 giugno) è davvero indispensabile. Lo potete scaricare da questa pagina.

Se volete un po’ di consigli – e so che sono faccende squisitamente personali – i miei andrebbero a… Ma no, meglio se vi studiate da soli il programma di tutto il festival. E poi scegliete voi.

Se un ventaglio può dire: ti odio. Il fascino discreto di ciò che è superfluo, e indispensabile

A Gorizia, nella aristocratica residenza dei conti Coronini Cronberg, un racconto di Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne, diventa spettacolo. Una nuova interpretazione di Marcela Serli per il Cta – Centro Teatro Animazione e Figure.

Ci sono oggetti, a prima vista superflui, che si rivelano poi indispensabili. Il bastone da passeggio, il fazzoletto ricamato, la tabacchiera. Anche il ventaglio: protagonista del racconto e dello spettacolo che accompagneranno nei prossimi giorni la mostra in corso a Palazzo Coronini Cronberg a Gorizia, e intitolata appunto L’indispensabile superfluo.

Gli accessori di moda di una famiglia

In teche e vetrine che espongono accessori di moda appartenuti all’aristocratica famiglia goriziana, fanno bella mostra di sé anche guanti, scialli, pizzi. Ma è sui ventagli, alcuni frivoli, alcuni preziosi, che lo spettacolo prodotto da Cta-Gorizia con la regia di Roberto Piaggio sposta l’attenzione: da questa sera fino a venerdì 24 maggio.

Quanto sia indispensabile, nelle giornate più calde, sventolarsi un po’ lo sanno tutti. Invece mica tutti sanno che un ventaglio si può trasformare in un’arma. Lo lascia capire, nelle pagine dell’avvincente racconto intitolato Il destino in un ventaglio, lo scrittore ottocentesco A. M. Barnard. Un’altra cosa che pochi sanno è che questo era lo pseudonimo maschile dietro il quale si nascondeva nientemeno che Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne.

locandina Piccole Donne con Liz Taylor

A differenza dell’indimenticabile bestseller, che ha accompagnato l’adolescenza di molte lettrici ed è stato trasformato in almeno quattro film, i racconti della Alcott sono di ben diverso stile. Assillata da problemi economici, Louisa doveva campare scrivendo soprattutto per riviste e giornali e adattarsi alle aspettative dei lettori. Che esigevano vicende sensazionali, melodrammatiche, colpi di scena e trame avvincenti. Condite magari con il mistero e il delitto. Insomma, racconti d’appendice.

Il destino in un ventaglio è tra questi. Mentre lo impugna risoluta, nel salone al pianoterra di palazzo Coronini, l’attrice Marcela Serli ne illustra al pubblico i pericoli e i segreti. Accessorio di moda, ma soprattutto strumento di seduzione, il ventaglio aveva un preciso codice, un linguaggio d’amore. Passato sulla guancia, lasciava intendere: “ti amo”. Appoggiato sulle labbra: “mi puoi baciare”. Fatto sventolare lentamente: “ahimè, sono sposata…”. Ma attenzione, se disegnava sulla mano immaginarie linee, non c’era speranza. Perché significava: “ti odio”.

Il ventaglio decide un destino

È con la tecnica degli antichi teatrini di carta e delle loro figurine, che Serli comincia quindi a animare la storia. Una giovane donna, un padre padrone, due giovanotti esperti nel gioco delle carte. E tra di loro il misterioso ventaglio, utilizzato proprio come un’arma che – dice il titolo – deciderà un destino.

Marcela Serli - Il destino di un ventaglio
Marcela Serli a palazzo Coronini Cronberg

Meglio non svelare altri particolari. E lasciare allo spettatore il gusto della scoperta di figurine d’epoca, e la soluzione di un giallo che la Alcott e la sua attrice conducono abilmente in porto tra gioco d’azzardo e sacrificio.

Occasioni per una passeggiata nel bel parco goriziano, in viale XX settembre, le repliche di Il destino in un ventaglio sono previste fino a venerdì 24, ore 20.30.

ventaglio di struzzo
Un prezioso ventaglio di struzzo, esposto nella mostra L’indispensabile superfluo

[pubblicato sull’edizione 20 maggio 2019 del quotidiano IL PICCOLO]

Stasera porto una sedia a teatro. È il mio regalo per il compleanno di Erik Satie

Musica d’arredamento da oggi sabato 11 e fino a venerdì 17 maggio, giorno del compleanno del compositore francese. Eccentriche e affettuose, ecco le serate di SatieRose, al Teatro Miela di Trieste

In un soleggiato giorno di maggio del 1992, John Cage buonanima (ma allora ancora in vita) spedì un fax al Teatro Miela di Trieste.

Si complimentava, quel genio, per un’iniziativa con cui al Miela si sarebbe festeggiato, il 17 maggio, il compleanno di Erik Satie. Un evento che nel corso degli anni successivi – quasi trenta – si trasformerà in vera e propria SatieMania.

Ideata da Rosella Pisciotta e Cesare Piccotti (estroversi e affettuosi, avevano scelto il compositore francese, loro beniamino) la SatieMania di Trieste non ha mai perso un colpo.

Così nacque la SatieMania

Purtroppo John Cage non arrivò a Trieste (e scomparirà nell’agosto di quell’anno). Ma altri eccellenti nomi della musica internazionale hanno poi scelto di partecipare, entusiasti, alle annuali celebrazioni. Che sono via via diventate un eccentrico festival: Steve Lacy, Uri Caine, René Aubry, Wim Mertens, Giancarlo Cardini… Tutta gente che nel proprio dna nasconde una sequenza di geni sicuramente appartenuti al compositore delle Gymnopédies. Sequenza responsabile appunto della Satiemania e capace di contagiare anche i tanti pianisti coinvolti nelle maratone di 24 ore e 840 ripetizioni di Vexations.

Rosella è scomparsa quasi da due anni e per ricordarla il festival ha cambiato titolo: SatieRose. “Ma qui al Miela siamo tutti dell’idea che festeggiare, nel suo nome, una personalità come Erik Satie resti una buona occasione per far incontrare la qualità dell’offerta musicale, il piacere della condivisione e, perché no, anche il guizzo della provocazione” spiega Eleonora Cedaro, che ha curato il programma 2019, incrociando l’eredità creativa di Rosella con solida competenza e giovane passione.

Proprio da Cedaro nasce l’idea di svuotare completamente la sala del teatro per collocarvi al centro, monumentale, il pianoforte. Attorno al quale, come costellazioni, andranno collocati i dispositivi di seduta che ciascuno spettatore dovrà portarsi da casa: il proprio regalo all’arte liberatoria di Satie. Sedie, sedili, sgabelli, cuscini, poltrone, sofà, ottomane: le più disparate “sedute per musica d’arredamento“.

La musica d’arredamento secondo Erik Satie

Satie definiva infatti la sua tarda produzione – quella degli anni in cui divampava la prima guerra – musica d’arredamento. E divertendosi forse ancora di più: musica tappezzeria. Da questa idea è partita la “chiamata” che Cedaro ha rivolto a una decina di artisti del pianoforte. I quali con identico spirito ludico, andranno a comporre fino a venerdì 17 (e certamente per scaramanzia) il programma della manifestazione.

Il programma

Così la prima serata, oggi, vedrà un talento del pianoforte italiano, Agnese Toniutti, cimentarsi sì con le musiche di Satie, Glass, Shiomi, ma anche con una personale lettura dello spartito grafico del compositore e artista di Fluxus, Dick Higgins, e con la prima assoluta di un pezzo di Philip Corner: A really lovely piece made for e by Agnese (2019).

Attorno al pianoforte, dalle pareti del Teatro Miela, occhieggeranno intanto le partiture grafiche, i manifesti, le fotografie, i libretti di sala che il collezionismo raffinato di Cristina Burelli e Sara Candotti ha saputo mettere insieme come omaggio a Fluxus, la corrente artistica che in Satie aveva visto certo un precursore.

Preludio per un canarino, su musica e parole di Silvio Mix (1900-1927)

Ognuno degli appuntamenti di SatieRose, ha comunque una ragione speciale d’attenzione. La riscoperta che due veterani satie-maniaci, Aleksander Rojc e Stefano Dongetti, hanno fatto dell’opera di Silvio Mix, compositore futurista nato nel 1900 (Preludio per un canarino, martedì 14) Oppure le due suite colorate di blu, come i suoi abiti, i video, i tratti del volto, che Alessandra Celletti, presenterà domenica 12: Cellettiblue.

Alessandra Celletti in Cellettiblue

Nella stessa serata, anche la performance (o “informance”, come la chiama lui) che il regista sloveno Dragan Zivadinov, pensa di dedicare a Edvard Zajec, artista di una Trieste un tempo innovativa e pioniere, già negli anni Sessanta, della grafica computerizzata.

Gli studenti del Conservatorio Tartini (Jeunes pour Satie, mercoledì 15), il quartetto jazz di Gianni Bertoncini (Il meccanismo demolito, giovedì 16) e la presentazione del volume Silenzio di John Cage (a cura di Veniero Rizzardi, venerdì 17) completeranno l’offerta.

Il Meccanismo Demolito di Gianni Bertoncini

Fino all’imprevedibile concerto finale in cui Triadic Memories, che Morton Feldman aveva pensato come composizione per piano sì, ma “a fisarmonica” (variabile cioè da 65 a 120 minuti), concluderà sotto le dita di Anna D’Errico, una settimana intera di libertà percettiva.

Le sedute per musica d’arredamento, accompagnate dal proprietario/a, devono pervenire in teatro oggi, 11 maggio, tra le 9.00 e le 15.00.

[parzialmente pubblicato nell’edizione del 10 maggio 2019 del quotidiano di Trieste, IL PICCOLO]

Quattro nonni, quattro nipoti. Così Rimini Protokoll racconta sogni, speranze, illusioni a Cuba

Granma. Metales de Cuba. Per due serate in scena a Bologna, la più recente creazione del gruppo tedesco Rimini Protokoll, coproduzione di nove istituzioni internazionali, tra cui Emilia Romagna Teatro Fondazione.

Trombones en La Habana (ph. Mikko Gaestel Expander)

Mi è piaciuto subito, il titolo. Ma solo alla fine ho capito perché. Perché in tre parole riassume ed esaurisce uno spettacolo e un progetto, i più recenti tra quelli di Rimini Protokoll. Granma. Metales de Cuba è la creazione che nel corso di tre anni ha portato Stefan Kaegi e il suo gruppo di lavoro a Cuba.

Granma è il nome del piroscafo con il quale, nel 1956, partiti dal Messico, Fidel Castro e un’ottantina di esuli cubani raggiunsero una spiaggia dell’isola. E da là diedero il via a una tra le più longeve rivoluzioni del secolo passato.

Lo sbarco dei rivoluzionari cubani sulla spiaggia di Las Coloradas, 2 dicembre 1956

Ma Granma, in quell’inglese che anche a Cuba si mastica volentieri, vuol anche dire grandmother, nonna. E di nonne e nonni cubani parla lo spettacolo che nel titolo contiene ancora un’altra cosa: los metales, cioè gli ottoni: quattro sontuosi tromboni.

Nonni e nipoti

Milagro, Daniel, Christian e Diana sono quattro giovani cubani, tra i 24 e i 34 anni. Ciascuno di loro ha avuto un nonno o una nonna che ha dato il proprio sostegno alla rivoluzione castrista. Chi nei modi più semplici e quotidiani, cucendo vestiti, o suonando in un’orchestra. Chi investito di un ruolo politico e ufficiale. Quattro nipoti, perciò, raccontano quattro nonni. Ne ripercorrono la storia e gli ideali. Li confrontano con la propria storia e i propri ideali. Sempre che esistano ancora, gli ideali.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Sulla sinistra, in palcoscenico, un podio. Come quello dei discorsi ufficiali, pronunciati al microfono davanti a migliaia di persone. Ce ne sono infinti, trascritti negli annali della storia di Cuba. A destra, una macchina da cucire, di quelle di un tempo, a pedale. A turno i quattro nipoti si danno da fare e cuciono il lungo nastro di stoffa che dal 1956, l’anno che diede il via alla Rivoluzione, si estende fino al nostro decennio, nel quale, la rivoluzione a Cuba, è sopratutto quella turistica.

Su tre schermi, si srotolano intanto fotografie e filmati, grazie ai quali conoscere i quattro vecchi e al tempo stesso la storia e la rivoluzione di Cuba viste con gli occhi di chi le ha fatte, credendoci fino in fondo. Quello sguardo che Carlo Ginzburg e gli storici francesi ci hanno insegnato a definire microstoria, piena di indizi oltre che di documenti ufficiali.

Granma (ph. Ute Langkafel)

Le microbigradas

Grazie a Diana, che aveva il nonno musicista, i quattro hanno formato una microbrigada, formula che per cinque decenni è stata il modello di lavoro cooperativo a Cuba. Sotto la guida di un professionista, chi non è affatto esperto comincia, esegue e porta a termine un lavoro. Grazie alle microbrigadas, a L’Avana si sono costruite case, palazzi, strade. Si sono portate quasi ovunque acqua ed elettricità. Si sono avviate aziende e ospedali. Loro, i quattro nipoti, una microbrigada, hanno imparato a suonare uno strumento: il trombone.

E della musica di questi ottoni, los metales, e di canzoni, si riempie via via lo spettacolo. Oltre che di frequenti lanci di baseball, il più diffuso sport cubano. In cui si impegnano però gli spettatori, che tirano in palcoscenico palle fatte di stracci, come quelle con cui si sono divertite generazioni di ragazzini sull’isola. E la mazza è una bottiglia di plastica.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Gli esperti del quotidiano

Con Granma, Kaegi e il suo team tornano a quel prototipo di lavoro teatrale che ha fatto conoscere Rimini Protokoll, e li ha fatti diventare campioni di un teatro post-drammatico. Il portare in scena non interpreti, ma Experten des Alltags, esperti del quotidiano. Persone che possano restituire al pubblico la propria esperienza in un particolare campo, settore, nicchia del mondo, nella quale è stato pensato il progetto.

Meno clamoroso di Shooting Boubaki (2002, cinque tredicenni con la pistola in mano), meno estremo di Nachlass (2016, dove lo spettatore si confrontava direttamente con l’avvicinarsi della morte), Grandma mette però in primo piano e delicatamente ritraccia il solco che c’è tra l’utopia e la vita. Tra l’ideale e la pratica, tra la speranza e la sua realizzazione: l’immaginario ideale democratico che l’Europa progressista riconobbe nella rivoluzione cubana: una delle più iconiche del ‘900, con i suoi eroi mediatici (Fidel e “Che” Guevara), ma soprattutto con i suoi working class heroes.

Cioè sarte, suonatori di trombone, donne e uomini che presero in mano le armi, tagliarono la canna da zucchero, soffrirono, si sacrificarono. Motivati e fiduciosi. Sognatori. Forse non con lo stesso sogno che porta oggi, sul bellissimo lungomare di L’Avana – il Malecón, spazzato dalle onde – le orde del turismo globale. Meglio o peggio di ieri, chissà, sembra sottolineare lo struggimento dell’ultimo filmato di Granma.

Il filmato di una storia scritta nei libri, tanti, ma riscritta da questi nipoti. Perché le leggi dell’ereditarietà insegnano che è tra la loro generazione e quella dei nonni – non quella dei genitori – che si stabiliscono le affinità più forti.

Se vuoi vedere com’è stato costruito Granma, metales de Cuba, vai qui.

Granma Rimini Protokoll 2.jpg
Granma (ph. Dorotea Tuch)

Granma. Metales de Cuba
un progetto di Rimini Protokoll, concept e regia Stefan Kaegi, drammaturgia Yohayna Hernández e Ricardo Sarmiento
con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena
ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación
produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel, con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe in collaborazione con Goethe Institut Havanna.

Spettacolo in lingua spagnola sopratitolato in italiano (135 minuti)

Non sono esperto in matematica: ma 12k mi pare un buon risultato

La fotografia di Marcello Norberth per la prima scena di La vita è sogno di Calderon – Ronconi

Due anni fa, aprile 2017, pubblicavo il primo post di questo blog di cose di teatro. Da allora a adesso, in 24 mesi esatti, QuanteScene! è stato letto da 12k utenti singoli: più di 12mila persone diverse. Questo dice il contatore. Che ha misurato anche il tempo medio di lettura per ciascun articolo: 3 minuti e 10 secondi.

Francamente, non so come prendere questi numeri. Non ho un metro di paragone con altre pubblicazioni. In Rete chi scrive di teatro, utilizza i formati più disparati. Dalla rivista online, colta, impegnata e perciò piena di articoli impegnativi, ai blog d’autore, ai tweet istantanei e spiritosi che durano un trillo di telefono.

Qualcuno pubblica parecchie volte al giorno, compulsivamente. Qualcun altro lo fa una volta ogni tanto: per pigrizia di scrittura, come me per esempio. O piuttosto perché certe cose hanno bisogno del loro tempo. Ogni testata è diversa. Ogni testa hai i propri estimatori.

Così com’è, nudo e crudo, 12k dice poco. Almeno a chi non è esperto di matematiche e metriche della Rete. Io non lo sono: però me ne rallegro lo stesso.

Buoni 12k a tutti e grazie a ciascun lettore di questo blog.

Di nuovo vergini. Come non li avete mai visti prima. La fotografia aumentata di Klimbim

Sbalorditivi ritratti, ottenuti da fotografie di un’altra epoca. Ma sembrano scatti di oggi e ridanno vita a uomini e donne straordinari. Provate a scorrere questa galleria.

No, non è Gerard Depardieu giovane, prima di toccare i 120 chili. Non ci credevo, eppure alla fine mi sono convinto anch’io. È Vladimir Majakovskij.

Un’occhiata di sbieco, la sua, che vale più di cento versi. Lo sapeva bene la sua musa poetica, Lilja Brik.

E si può anche capire perché il marito di Lilja, Osip Brik, appena saputo che la moglie era finita letto con Vladi, avesse pronunciato la sconsolata frase: “è un uomo a cui non si può negare nulla”.

Dopo Majakovskij, le foto di due signori più anziani, più inoffensivi. Che tanto anziani poi non sono. Perlomeno: non lo erano al momento dello scatto. Attorno al 1860 Fëdor Dostoevskij (a sinistra) aveva solo 40 anni. La barba lasciata andare, i capelli radi gli regalano qualche lustro di più. Impressionano i dettagli del ritratto di destra: Lev Tolstoj. Nel 1880, quando venne scattata questa fotografia, aveva poco più di 50 anni.

La fotografia aumentata

Eppure – sarete d’accordo con me – sembrano scatti di ieri. Il colore, la definizione, la qualità complessiva, fanno pensare a immagini recenti. Sembrano selfie appena fatti, al massimo ieri: una antica realtà aumentata.

Sergej Esenin e Isadora Duncan

Guardate questi due. Il giovanotto ha 26 anni e si chiama Sergej Aleksandrovič Esenin, poeta prodigio. La signora ne ha 53 e si chiama Isadora Duncan, pioniera della danza moderna. “Si sposarono il 2 maggio 1922, nonostante il fatto che la Duncan conoscesse solo una dozzina di parole in russo, mentre Esenin non parlava nessuna lingua straniera” avverte Wikipedia. Trascura però un altro fatto: che oltre a un “amore a prima vista”, fu anche un’abile operazione di marketing, visto che entrambi esibivano stili di vita anticonvenzionali. Che oggi si definirebbero LGBT+.

Il passatempo di Olga

A compiere queste meticolose ricostruzioni visive, e a ridare la vita a personaggi vissuti cento o più anni fa, è Olga Shirnina, che di mestiere fa la traduttrice, in Russia. Per passatempo, la signora Olga mette quotidianamente mano a Photoshop e, dopo aver lavorato di fino, decine e decine di layer sovrapposti, riconsegna al presente i personaggi di una storia che è la sua Storia.

Dalla famiglia imperiale Romanov al temibile Grigorij Rasputin. Da Lenin a Stalin a Krushov. E ancora scrittori, danzatori e danzatrici: la Russia ne è stata prodiga. Ma anche soldati, contadini, uomini e donne qualsiasi.

Questo è sempre Majakovskij. La giustapposizione spiega bene le difficoltà, non solo tecniche, che si incontrano nel voler immaginare ciò che la tecnologia fotografica dell’epoca ignorava: il colore. Cioè la vita. Di che colore erano le cravatte preferite da Majakovskij? E soprattutto, di che colore gli occhi, così penetranti.

Klimbim, colorista

Per evitare interferenze con il proprio mestiere di traduttrice, e o forse perché le piace giocare, la signora Olga non firma i ritocchi con il proprio nome.

Preferisce firmare “Colors by Klimbim“. Ed è con questo alias che potete trovare in rete molte delle sue rielaborazioni. Colorized by Klimbim.

Ad avermi colpito è una specie di Augmented Reality che percepisco, ad esempio, quando Klimbim si impegna su Anton Cechov. Il colore ne fa davvero un nostro contemporaneo. Augmented Anton.



Sembra davvero un selfie scattato poche ore fa. Struggente Anton. Ricordate che non vivrà a lungo. La sua ultima fotografia è stata scattata nell’anno in cui va in scena Il giardino dei ciliegi, il 17 gennaio 1904. E lui ha 43 anni. Morirà il 15 luglio: una coppa di champagne, il suo ultimo desiderio.

Nei suoi album, la signora Olga ha raccolto centinaia e centinaia di foto. Ogni volta mi incanto a guardarle e le scruto con curiosità morbosa. Forse perché mi tornano in mente le riflessioni che Roland Barthes faceva in un suo libro di anni, anzi decenni fa, che reputo una bibbia: La camera chiara.

Per non privarvi del piacere della scoperta, vi linko infine l’indirizzo del blog dove Klimbim pubblica una copiosa selezione delle proprie foto. E aggiungo solo un’altra immagine, lasciando a voi immaginare la didascalia. Una foto di quelle che ieri, ma anche oggi grazie a Klimbim, fanno storia.