Daphne Money, sul set delle video chat erotiche

L’hanno chiamato Sinapsi ed è il momento conclusivo di Artefici, progetto triennale di residenze artistiche ideato da Artisti Associati.
Decreti permettendo, giovedì 22 ottobre, Sinapsi raccoglierà il filo e il racconto degli otto progetti di spettacolo dal vivo che sono stati in residenza a Gorizia, Gradisca, Cormons: i tre teatri del Friuli Venezia Giulia coinvolti in Artefici.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Daphne Money

L’erotismo scatena sempre reazioni forti. È successo anche a me, qualche mese fa, di interessarmi in maniera molto forte a Daphne, che è un richiamo mitologico, un nome evocativo, ma è anche un progetto teatrale. Che con l’erotismo ha a che fare.

Daphne si è presentata un giorno, alla fine di luglio, in Sala Bergamas, un piccolo spazio nella cittadina di Gradisca, in provincia di Gorizia. Ma idealmente Daphne aveva come orizzonte l’intero pianeta, visto che il suo progetto si apre al tema erotico e viaggia sui canali della rete. Meglio: di quella parte di rete, opaca, non sempre sicura, ma sicuramente torbida, che ha che fare con il sesso virtuale, a pagamento.

Se vi va di seguirmi per un po’ in questo labirinto, assieme a Daphne e Samuele, continuate a leggere.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Sinapsi, fibre teatrali che si incontrano

Per prima cosa, voglio spiegarvi in che cosa consiste Sinapsi.

Sono 8 le compagnie teatrali che si incontreranno giovedì mattina (ore 11.00, decreti permettendo) al Kinemax di Gorizia per un bilancio sulla sessione 2020 del progetto triennale che Artisti Associati, impresa di produzione teatrale con sede a Gorizia, ha voluto intitolare Artefici e chiudere con questo incontro finale, che si chiama appunto Sinapsi, come le giunzioni dei neuroni.

Sinapsi permetterà di fare il punto su otto diversi momenti di lavoro, che tra gennaio e ottobre 2020, hanno visto risiedere per una decina di giorni, in tre teatri del Friuli Venezia Giulia, compagnie di danza e di teatro. Forse anche di qualcos’altro, che non riusciamo ancora a definire, ma che fa parte di una trasformazione verso cui ci indirizza la forte accelerazione degli scorsi mesi.

Gli artisti delle otto compagnie, che porteranno esempi in video di ciò che hanno elaborato nei giorni di residenza sono :

Dante Antonelli (ATTO DI PASSIONE)
Marco D’Agostin (BEST REGARDS)
Christian Gallucci (DICONO CHE FARA’ CALDO)
Filippo Michelangelo Ceredi (EVE #2)
Giovanni Leonarduzzi (PROFUMO D’ACACIA)
Gaia Magni e Clara Mori (VIETATO PIANGERE)
Carmelo Alù (WOYZECK!)

L’ottava compagnia è quella formata da Daphne Morelli e Samuele Chiovoloni, che a Gradisca hanno cominciato a dar corpo – e la parola qui è proprio esatta – al proprio progetto Daphne/ Money/ Female/Body .

Ascoltateli mentre ne parlano.

“Daphne/Money/Female/Body è una riflessione sul processo di identificazione di una ragazza (eterosessuale) con il suo potere di sedurre e guadagnare crediti col proprio corpo. Riflette sulla questione della inibizione e della disinibizione. Il corpo, in questo senso, è il campo di battaglia per misurarsi con il mondo. Ma Daphne/Money/Female/Body vuole proporre anche uno spunto su come le nuove generazioni interagiscono con internet per costruire mondi alternativi e ipotesi di vita o di narrazioni altrimenti impossibili”.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Curiosità e repulsione

Quando si parla di video chat erotiche, le reazioni possono essere la presa di distanza, l’avversione, a volte la repulsione. Nonostante i cambiamenti di questi ultimi 50 anni e a dispetto di enormi trasformazioni del costume e della morale, l’Italia resta un paese legato ai propri tabu.

Reazioni di questo tipo coesistono però con inevitabili impulsi di curiosità, attrazione, morbosità, che tutti noi percepiamo e che nella civiltà occidentale abbiamo percepito sempre, legati a sessualità e eros.

Daphne e Samuele hanno deciso di esplorare questo quadrante di temi. Per farlo adesso, nel tempo delle reti, altra strada non c’era se non sperimentarne le tante declinazioni in Internet. Che con la propria forza di assorbimento, ha in breve tempo cannibalizzato il sesso.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Linee di frontiera

L’erotismo oggi si colloca su una sorta di linea di frontiera. Si estende certo dalla parte dell’Internet in chiaro, accessibile a tutti gli utenti, perfino ai minori. Ma tocca anche un territorio in larga parte inesplorato, che per molti è un continente selvaggio: dark Internet, l’internet ancora oscuro. Qui regna un’economia delle monete e dei desideri che non è facile a mettere a fuoco. Qui il corpo non è carne, e tuttavia esiste. Qui i consumatori sono allo stesso tempo i produttori di contenuti. Erotici e non solo.

Questo mi interessava e mi attraeva in Daphne Money Female Body, il progetto di Samuele e Daphne, che ho seguito fin dall’inizio, dal momento aurorale, da quando Daphe ha cominciato il proprio percorso dentro le video chat erotiche.

Samuele e Daphne sono entrati dentro il progetto Artefici con alcune idee, delle proposte, e da quelle sono partiti, portandole su un palcoscenico.

Poi, assieme, hanno provato a restituire al pubblico il loro viaggio. E hanno utilizzato il teatro, i telefonini, le cam, i video, i canali di connessione, le app, le chat. Un’altra linea di frontiera, la loro, tra osservazione disincantata del fenomeno e coinvolgimento personale.

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

Queste che state vedendo sono alcune immagini (scattate da Giovanni Chiarot) di una tappa del loro lavoro, quella conclusa a Gradisca lo scorso agosto. Nei due mesi successivi sono poi andati avanti. Giovedì 22 ottobre, nell’incontro di Sinapsi, avremo modo parlarne di nuovo assieme. Io ho parecchie cose da domandare.

Le conseguenze del nome

Una rivista autorevole come Wired, che ha fatto un’analisi dei metacontenuti di Google, rileva che più del 20 per cento delle ricerche da mobile riguardano contenuti pornografici. Le ricerche fatte da associazioni di indirizzo politicamente conservatore sono ovviamente più allarmistiche. Erotismo e pornografia, sono i due corni della sessualità rappresentata?

Anche mettendo da parte i dati sociologici, e osservando solo la locandina di Daphne Money, balza all’occhio il fatto che la l’interprete vera e la protagonista fittizia abbiano lo stesso nome. Che Daphne Morelli e Daphne Money, condividano molte cose. Che parte dell’identità dell’una si sia riversata nell’altra. Sì, ma quale?

Daphne/Money/Female/Body - Artefici  - Artisti Associati - Gorizia

In linea etimologica, Daphne è l’alloro, il lauro, la pianta dei poeti e della poesia, quella della vittoria, quella in nome della quale ci si laurea. Ma è anche il nome mitologico della ninfa che per sfuggire alla brame erotiche di Apollo, si trasforma in pianta, eternamente casta.

Il mito di Daphne e Apollo è stato spesso interpretato come un’opposizione dinamica tra la castità e il desiderio sessuale. E tu, che all’anagrafe sei Daphne, tu ti sei fatta un’idea delle conseguenze del tuo nome?

Giovedì, assieme a Daphne e Samuele, proveremo a capirlo.

video Daphne Money

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DAPHNE/MONEY/FEMALE/BODY
di Samuele Chiovoloni e Daphne Morelli
produzione Ass. Cult. Argo e Micro Teatro Terra Marique
compagnia in residenza Artefici 2020

(le immagini sono di Giovanni Chiarot/Puntozero)

Per saperne di più

Ho parlato di Artefici e delle residenze di Artisti Associati anche in alcuni post precedenti:

Unwrapping Silvia Gribaudi. La grazia e il corpo libero, nel dicembre 2018

Per te perderò la testa, Giuditta, nel novembre 2019.

Domesticalchimia. Donne che collezionano sogni.

Non ci vuole la sfera di cristallo per accorgersi che sogno e teatro hanno in comune parecchio. E non è stato certo necessario a aspettare che Stefano Massini, Federico Tiezzi e Fabrizio Gifuni , due anni fa si trovassero assieme sotto il tetto del Piccolo di Milano, perché la psicanalisi penetrasse, con il loro spettacolo, Freud, nel più nevrotico (così è apparso, almeno, nelle scorse settimane) dei teatri italiani. 

Domesticalchimia - Banca dei sogni Giacomo-Guarino@Soheil-Rahel
Giacomo Guarino – Soheil Rahel

Sulla convergenza tra sogno e teatro sono però rimasto colpito dal lavoro che il gruppo milanese Domesticalchimia sta facendo in questo periodo nella mia città, Trieste. Ecco perché le ho incontrate (sono per lo più donne) e ho chiacchierato a lungo con loro. L’esito di questo incontro sfocia adesso una conversazione pubblica che si svolgerà domani, sempre qui a Trieste, a conclusione di un periodo di lavoro che Domesticalchimia ha sviluppato nel progetto UFO – Residenze d’arte non identificate, organizzato per la terza edizione consecutiva dal Teatro stabile La Contrada e ideato da Marcela Serli.

I sogni son desideri

Lo sosteneva la Cenerentola di Walt Disney mentre cantava e parlava con i suoi topolini tuttofare. In forma più scientifica, lo diceva anche Sigmund Freud, che dell’importanza dei sogni è stato il divulgatore massimo. Basta andare a vedere quanto vende, ancora oggi, L’interpretazione dei sogni, a 121 anni dalla pubblicazione (nel novembre del 1899): il suo best seller.

Cenerentola e il topino

La storia del significato dei sogni è comunque lunghissima e ha prodotto anche opere d’arte eccellentissime. Per esempio Il sogno di Costantino nel ciclo delle Storie della vera croce ad Arezzo: il grande Piero della Francesca. Naturalmente nel passato si credeva che i sogni annunciassero avvenimenti futuri. Qualcuno ci crede ancora, ma nel sentire comune, in quella psicanalisi pop nella quale siamo oggi immersi, i sogni sono inevitabilmente associati ad alcune costanti, e ancor più spesso a traumi, che stanno acquattati nel nostro inconscio. E si manifestano quando noi, nel sonno, allentiamo un po’ le maglie della sorveglianza. I sogni son quindi i nostri desideri segreti. Più segreti di quelli di Cenerentola, comunque. Che sognava solo di essere felice e maritata.

L’analisi freudiana classica vede nel sogno la via maestra per capire qualcosa dell’inconscio, ma ha il limite – o la forza – di essere molto individuale. Mette in primo piano il soggetto, colui o colei che sogna e racconta poi ciò che ha sognato.

Detto questo, torniamo a teatro.

La banca dei sogni

Il progetto sul quale lavora Domesticalchimia è diverso. Niente psicanalisi, niente interpretazione. L’obiettivo è quello di raccogliere quanti più sogni possibili. E di farne una banca. La banca dei sogni è il titolo del lavoro che il gruppo sta svolgendo per le Residenze UFO.

Quel che mi è parso di capire è che la ricerca, e poi il loro lavoro di allestimento teatrale della compagnia, è di andare a leggere i sogni su un piano sociale, più ampio, più stratificato. I sogni decritti da Freud erano quelli di un limitato numero di pazienti, di una classe sociale che nel primo Novecento si rivolgeva, con spirito avventuroso e con parecchie risorse economiche, a quella nuova scienza. I sogni che i pazienti raccontano oggi allo psicanalista trovano un limite nella disponibilità finanziaria di chi si può permettere di entrare in analisi.

Domesticalchimia - Banca dei sogni
ph. Filippo Manzini

La banca dei sogni di Domesticalchimia è invece interclassista. Interroga tutti, a prescindere dal portafoglio e dalla collocazione sociodemografica. Prescinde da età, geografia, professione, lingua. Che cosa sogna il pescivendolo? L’architetto? La bambina? E il pensionato con la minima? Perché non raccontarlo?

“La banca dei sogni – dice Francesca Merli – è una fotografia della nostra realtà, della nostra comunità, della città in cui agiamo con la nostra indagine. Andiamo in un preciso territorio, inquadriamo precise fasce, quindi è fondamentale il contesto in cui facciamo le interviste, che cambia a seconda del luogo. Le cose che ci hanno detto a Scandicci sono molto diverse da quelle che ci hanno detto a Milano…”.

I tarli del nostro tempo

Questo mi ha interessato: questa radiografia del presente, condotta attraverso uno strumento che abbiamo sempre considerato individuale, intimo. E che invece, a Domesticalchimia serve per mappare – dicono – “i tarli del nostro tempo”.

Non so come questa attività di raccolta e di analisi dei dati si trasformerà poi in un’esperienza teatrale, in uno spettacolo. Scoprirlo è appunto il senso di una residenza, ed è proprio ciò che scoprirò domani, quando prima del nostro incontro pubblico, Francesca Merli, regista, Federica Furlani, sound designer e musicista, e Laura Serena, attrice, restituiranno al pubblico il lavoro svolto.

Le storie più significative – dicono – saranno portate in scena con la partecipazione stessa di coloro che hanno scelto di condividerle, aprendo a loro tre una finestra sul proprio mondo onirico.

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LA BANCA DEI SOGNI
restituzione del progetto di residenza
UFO – Residenze d’arte non identificate
regia e ideazione Francesca Merli
con Federica Furlani, Laura Serena e un gruppo di sognatori
drammaturgia Francesca Merli e Laura Serena
musiche e sound design Federica Furlani
produzione Domesticalchimia 

Polo Giovanni Toti, via del Castello 3, Trieste
11 ottobre, ore 17.00 e 18.00

Contemporanea 20 a Prato. Le oscillazioni, le ancore, le via di fuga

Lo dice la parola stessa. Contemporanea, festival delle arti della scena a Prato, si occupa di ciò che accade sotto i nostri occhi. Ciò che è nuovo, attuale, nascente.

C’è cosa più giusta se non far nascere, a Prato, nel corso di Contemporanea 20, una rivista? Una rivista di teatro, di carta, di pensieri. Cose un po’ fuori moda, dite? Contemporanee, piuttosto.

La Falena

Un’avventura editoriale, magari un azzardo, ha portato quattro teste pensanti della generazione 40enne a buttarsi più a fondo nella mischia delle opinioni sul teatro che inondano la rete. Come del resto fanno le righe che sto scrivendo adesso.

E da quel fondo, liberata dal bozzolo, è nata La Falena, rivista di critica e di cultura teatrale, spiega il sottotitolo. Cartacea, aggiungo.

La Falena - rivista

Alessandro Toppi, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Rodolfo Sacchettini, e assieme a loro il Teatro Metastasio con Franco D’Ippolito e Massimiliano Civica e Massimo Bressan, editori che l’hanno fortemente voluta, sono arrivati al traguardo del primo numero, con una copertina sfidante e un tema di fondo che più contemporaneo non si può: Salto di specie.

Come se le acrobazie biologiche del virus che in questo momento ruba tutti i nostri pensieri, si riflettessero nella trasformazione che le arti dello spettacolo dal vivo in questo momento stanno subendo. Non solo lockdown, distanziamento, massime capienze. Ma una nuova biologia teatrale, al cui centro c’è la questione della liveness, la viva presenza.

Di questo tema, cruciale per il futuro del teatro, sto leggendo adesso, nelle pagine centrali di La Falena. Ci sono, tra gli altri, gli interventi di Laura Gemini e Vincenzo Del Gaudio, che il fenomeno lo osservano da tempo. E volentieri li leggerei assieme a voi, che potete scaricare La Falena gratuitamente (almeno le prime 200 copie) dal sito del Teatro Metastasio.

Se non arrivate in tempo, basteranno solo 2 euro per il pdf.

La liveness

Da parte sua, Edoardo Donatini, che di Contemporanea 20 è il direttore artistico, ha provato a fare la stessa cosa con il programma del festival. Programma che non ha rinunciato alla liveness, perché essa stessa è la ragione di un festival, ma prova a indagarne le oscillazioni, le àncore e le linee di fuga.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain a Contemporanea 20 - Prato
Agrupación Señor Serrano The Mountain

Per esempio: quando intervengono strumenti e media digitali. Solo per dirne uno: il lavoro svolto da anni di Agrupación Señor Serrano (a Prato con The Mountain). Ma anche la superfetazione di video e audio in Gisher di Giorgia Ohanesian Nardin.

Per esempio: quando il flusso tradizionale dello spettacolo, la narrazione, si sfalda su piani diversi e l’acrobazia delle luci, l’ibridazione di live electronis e voce, l’assenza di direzioni, diventano motori dell’evento. Della serata Klub Taiga di Industria Indipendente ho già parlato su QuanteScene! e a quel post vi rimando.

Klub Taiga – Industria Indipendente

Per esempio, infine, quando i formati cambiano, evadono, scartano i binari.

È un segno, se un regista già minimalista come Massimiliano Civica, sceglie la forma austera della lectio, per una affascinate escursione tra racconti chassidici, ispirazioni zen, parabole sufi, e con L’Angelo e la Mosca, si interroga sulla presenza del misticismo nel teatro.

È un segno se Sergio Blanco, uruguaiano, autore (anzi di più: architetto) di audaci drammaturgie (come El bramido de Düsseldorf, vedi il post), riconduce i propri pensieri sulla morte, Memento mori, alle 30 short-stories di una conferenza-spettacolo. Deludente, peraltro nonostante le belle fotografie sullo sfondo di Matilde Campodónico.

Memento mori  - Sergio Blanco a Contemporanea 20 - Prato
Sergio Blanco – Memento mori

Il corpo non si immola

La resilienza – un termine che piace, oggi – è però quella del corpo in scena. Che non ci sta. Che non si immola nel gioco degli opposti, che vorrebbe fare di lui uno sfidante nel duello con il digitale, il visuale, l’immateriale del broadcasting, e con le furbizie di Skype, Zoom e compagnia bella.

Contemporanea 20 fa il suo dovere e registra: l’atletismo di Michele Scappa in Hello (produzione Kinkaleri), le evoluzioni concentriche ideate da Elisabetta Consonni (con Plutone), le grafiche nudità esposte in Kokoro da Luna Cenere, l’iconico Marco Chenevier con il suo abito di piume nere d’uccello. E la simpatica Masako Matsushita che il guardaroba ce l’ha tutto addosso.

Masako Matsushita -Un/dress (ph. Kylestevenson.com)

Certo si impone poi, nella serata finale, la maestà ipnotica di Alessandro Sciarroni. Il moto di rotazione con cui gira su se stesso in Chroma dura oramai da sei anni. E una volta di più conferma che questo titolo è uno di quelli da mettere nella capsula del tempo, quando andremo ad archiviare ciò che teatro e danza hanno inventato in questo decennio.

Chroma - Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto
Chroma – Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto

Scrivere per la scena

Cenerentola del contemporaneo, apparirebbe a questo punto la scrittura drammatica. Pratica obsoleta – sostiene qualcuno – adesso che la morte del personaggio, la prevalenza della performance, l’ingaggio del pubblico, sembrano sempre di più alimentare il fiume del post-drammatico. Con rischio di esondazione, anche.

Ma Cenerentola, niente affatto. La drammaturgia ha tenuto e tiene la posizione. Non bastassero tutti i copioni che mi capitano addosso, quando mi vesto da giurato nelle competizioni che ancora grazieaddio premiano chi scrive bene. Tipo Scritture di Scena, il premio organizzato dalla rivista Hystrio. Tipo Tuttoteatro.com, Premio Cappelletti, che ha appena lanciato un nuovo bando.

Tornando al punto. Di scrittura e di personaggi c’era, c’è e ci sarà, bisogno. Come di attori, del resto. Negli otto giorni di Contemporanea 20, la casella della drammaturgia, quella seria, con una storia, dei personaggi, un percorso di senso, era occupata tutta dalla compagnia Vico Quarto Mazzini. Sul cui spettacolo, infine, voglio soffermarmi un momento.

Livore

Livore è il titolo del più recente lavoro di Vico Quarto Mazzini. Livore, come quello che provava Salieri nei confronti di Mozart

La velenosa rivalità è un falso storico, ma il rancore resta e dà a Francesco D’Amore l’occasione mettere sulla carta una storia, che ne conserva i nomi: Antonio e Amedeo. Una vicenda essenziale, dinamica, tramata di mistero. Come aveva fatto Puškin. Come avevano fatto Peter Shaffer e poi Milos Forman in Amadeus

Nello spettacolo che ha debuttato a Prato, la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà colora il lutto del Requiem mozartiano con la tinta livida delle barbabietole. 

Contemporanea 20 - Prato - Livore - drammaturgia Francesco D'Amore - regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà - ph. Rocco Malfanti
Livore – drammaturgia Francesco D’Amore – regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà – ph. Rocco Malfanti

In un loft di quelli eleganti, nel quartiere bene, si consumano i preparativi di una cena importante: la cena che deciderà una carriera. A mettere di fronte l’attore talentuoso e senza una lira (Altamura) e l’altro, che ha successo in tv, grazie a potenti raccomandazioni (D’Amore), è la visita di una figura del mistero, vestita di scuro, inzuppata di pioggia. La stessa che – si racconta – era apparsa dal niente e aveva commissionato a Mozart la sua ultima opera.

Ai giorni nostri, il gioco delle parti è tutto psicologico, tagliente. Come i coltelli che brillano nella cucina e fanno a fette le verdure da cui già cola il succo viola dell’astio. Il padrone di casa (Paolocà) è un agente che conosce bene “il giro” delle serie televisive, della popolarità, dei soldi.

In tipica sequenza pinteriana, l’attore sfigato diventa un intruso, si insinua nella vita della coppia di successo, e a forza di remissione e umiliazione, ne incrina il legame.

Ma le cose non sono mai come sembrano. La dinamica degli opposti spalanca lo spazio della scena e sposta il riflettore sull’oggi, sulla condizione instabile dell’attore, sulla cabala del successo che, spesso, è un’ambigua questione di sguardi.

O magari, di barbabietole fatte a fette, per una preparazione al cartoccio.

Livore - Vico Quarto Mazzini - locandina

Danser sur le réseau. Jérôme Bel, coreografo a distanza

“Ho a cuore il destino dell’ambiente”. Per questo, Jérôme Bel ha rinunciato all’aereo. Per questo, ha rinunciato anche alla coreografia. O meglio, alla coreografia come di solito ci capita di immaginarla.

Danze per Laura Pante è un lavoro coreografico creato attraverso Skype e tante email. Debutta questa sera a Udine per Teatro Contatto.

Danze per Laura Pante -  Jérôme Bel

Fino a oggi DAD voleva dire Didattica a Distanza. D’ora in poi ci puoi anche leggere dentro anche danza a distanza.

Tra gli infiniti disastri che l’epidemia Covid ha comportato, uomini e le donne di buona volontà sono però riusciti a scovare anche alcuni aspetti positivi. Pochi: ma ce ne sono. Nel periodo più critico, tra lockdown, cancellazioni, limitazioni, distanziamenti, il virus ci ha costretti ad aguzzare le connessioni digitali: comunicazione in remoto, videoconference, smart working. Potevano gli artisti sottrarsi alla richiesta del momento?

Jérôme Bel, coreografo francese, che alle convenzioni del vivere e del danzare è sempre stato insofferente, ha colto l’opportunità al volo. Pervenuta a lui dal CSS – teatro stabile di innovazione del FVG, l’offerta gli calzava giusta. Una programmazione Covid-free (com’è la stagione Teatro Contatto 2020/21 Blossom-Fioriture, avviata a Udine già lo scorso luglio) lo ha stimolato a concentrarsi su un progetto a cui già stava pensando.

Circa due anni fa ho pensato di modificare i miei metodi di lavoro, per ridurre l’impatto dell’inquinamento sull’ambiente. Così mi sono deciso a non utilizzare più l’aereo, né per i miei progetti francesi, né per quelli internazionali” spiega Bel, in collegamento Skype dalla sua casa di Parigi.

Sono stato un po’ deriso, perfino attaccato per questa scelta, che non mi ha impedito però di realizzare in remoto alcuni progetti in Sudamerica e in Asia. Il risultato è stato discreto e ho pensato perciò che fosse necessario affinare queste tecniche, visto che i dispositivi per farlo non mancano“.

Bel e io stiamo a quasi 1500 km di distanza e la connessione Skype ogni tanto congela il suo volto in qualche simpatica smorfia. Ma dal suo punto di vista non è un problema.

Jérôme Bel è uno di quelli che l’opinione degli altri se la lascia alle spalle. Emancipazione e sperimentazione sono stati per lui principi da seguire sempre. Anche a costo di sentirsi rincorso dai mugugni di sacerdoti e sacerdotesse della danza fatta-come-si-deve.

La sua Shirtology, nel 1997, aveva fatto storcere il naso a molti. Dov’era il coreografo?

Eppure Shirtology e il suo interprete, che si sfila via via di dosso, spiritoso e disinvolto, una trentina di t-shirt decorate, è ancora oggi in repertorio.

E così Disabled Theater. Creazione che, come dice il titolo, portava in scena nel 2012 una decina di performer non canonici, disabili e di una una forza espressiva emozionante. Dov’erano i danzatori? Dov’era la danza?

I lavori di Bel si sono da allora in poi affacciati sul vasto filone del teatro sociale e partecipato e, senza che venisse meno per un solo attimo la volontà autoriale, nelle nuove creazioni si sono fatte strada, piuttosto che una pratica coreografica fine a se stessa, la danza di comunità, l’elogio delle differenze (dilettanti, bambini, persone con disabilità…). “Gente in cui prevale il desiderio di danzare, il processo di emancipazione attraverso l’arte“.

Gala -  Jérôme Bel
Gala (2015) – Jérôme Bel

Di altre mie idee, che riguardavano la danza a distanza, erano già a conoscenza in molti” aggiunge ancora Jérôme Bel. “Desideravo scrivere partiture che fossero di per sé eloquenti e non esigessero il lavoro in presenza con gli interpreti. Quando Fabrizio Arcuri del CSS di Udine, mi ha chiesto di anticipare di un anno il mio nuovo lavoro, ho pensato che era il momento giusto“.

Laura Pante durante l'elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel
Laura Pante durante l’elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel

Con Laura Pante – danzatrice, ma anche coreografa e graphic designer – Bel ha dato avvio a un fitto epistolario via email, e poi a sessioni Skype, durante le quali, in un paio di mesi, si è andata consolidando la nuova creazione: Danze per Laura Pante (vedi qui la locandina).

L’interesse del coreografo era rivolto a una co-autrice che, nel momento in cui veniva meno il controllo del coreografo sullo spazio (piattamente restituito dal monitor del computer), “potesse sostanziare ciò che manca con l’intelligenza del proprio corpo e dello spazio locale“.

In modo che un progetto coreografico globale, spendibile in tutto il mondo, possa di volta in volta acquisire un profilo locale, grazie a un lavoro specifico, territoriale.

Il che significa tradurre glocal (globale/locale) in danza. Un’esperimento.

Così, a cominciare da stasera, al Teatro S. Giorgio di Udine, la coreografia a distanza di Jérôme Bel prende corpo.

Danze perLaura Pante -  Jérôme Bel

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DANZE PER LAURA PANTE
concept Jérôme Bel
di e con Laura Pante
musiche originali Guglielmo Bottin, Beatrice Goldoni
assistente Chiara Gallerani
crediti fotografici Dido Fontana

una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con Institut français Italia e Fondazione Nuovi Mecenati
Il lavoro di Jérôme Bel è sostenuto da Direction régionale des affaires culturelles d’Ile-de-France, Ministero della Cultura–Francia

30 spettatori ammessi a ciascuna replica
2-3-4-28-29-30 ottobre
14-15-26-27-28 novembre
3-4-5-6 dicembre
Udine, Teatro S. Giorgio

L’inchiostro di Papaioannou. L’acqua, la luce, i riflessi del nero.

L’uomo ci dà le spalle. Nera la camicia, neri i pantaloni. Neri sono anche fondale e pavimento. Il buio di un inchiostro in cui si legge netta la figura umana. Illuminata in controluce da un graffito di gocce d’acqua, vive, impalpabili, nebulose.

(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono) 

Ink è il titolo della più recente creazione di Dimitri Papaioannou, un regalo d’arte fatto in esclusiva italiana a TorinoDanza e a I Teatri di Reggio Emilia.

Significa inchiostro. Doveva essere solo uno studio, rielaborato qui in Italia, in vista di una più ampia composizione che debutterà nel dicembre prossimo a Atene.

È diventato invece un lavoro d’intensità. Cattura con le visioni che offre. Si rivela aperto, perfino confuso, per le suggestioni che insinua nello spettatore. Non perfetto, grazieaddio. Ma in quello stadio germinale che potrebbe precipitare nel fallimento o nel capolavoro.

Difficile, quando si parla di Dimitris Papaioannou, è definirlo. Chi lo chiama regista, chi coreografo, chi designer e performer. Per alcuni è un maestro – così se la sbrigano senza problemi. Basta vedere una soltanto delle sue creazioni per rendersi conto che questo 56enne, greco di Atene, fisico asciutto, tratti mediterranei, preciso e imperturbabile, è ossessionato dalla materia e dai materiali. Uno che dei corpi forza le membra e le articolazioni. Con impegno, lucidità, ostinazione. Architetto perfezionista di immagini in bilico sempre tra natura e cultura.

Sorgenti primordiali

Per Ink ha preferito tubi d’irrigazione, corde bagnate, creature che salgono dai fondali marini, campi di spighe, bocce trasparenti. L’energia del getto d’acqua con cui si innaffiano i campi e il potere vitale che attribuiamo ai liquidi, sorgenti primordiali. Il fruscio di vecchi dischi e alcune cellule musicali, rubate a Vivaldi. Forse il ricordo di qualche Mantegna, o di Caravaggio.  Magari niente di tutto ciò. Solo acqua. Solo il corpo. Soltanto i materiali.

Dopo titoli entrati con prepotenza sulla scena mondiale – Primal Matter, Still Life, The Great Tamer. Dopo performance colossali negli stadi – l’inaugurazione delle Olimpiadi di Atene nel 2004, quella dei Giochi europei di Baku del 2015. Dopo eventi da galleria d’arte, come Sisyphus visto lo scorso anno proprio qui a Reggio Emilia (questo il link). Ink è la prova ulteriore della sapienza con cui Papaioannou compone il quadro, la visione dello spettatore. Meglio ancora, per lo spettatore E per i suoi sensi.

C’è acqua dappertutto in Ink. Scaturisce, gorgoglia, inonda, sale in alto, ricade, riflette la luce. Riempie la boccia trasparente e inzuppa i corpi e i vestiti. Accanto a Papaioannou, uniforme all black, c’è il giovane partner di scena, Šuka Horn, 23 anni, quasi sempre nudo, roseo e pallido come può esserlo un tedesco al sole.

Grandi fogli di plastica, traslucidi, sottili, servono a ammorbidire e imprigionare la nudità. Pareti di nylon vibrano umide come membrane. Una sfera moltiplica la luce. I due uomini, sempre in lotta tra loro, raccontano a forza di movimenti una storia che è quasi inutile decifrare.

Ink 2020- Papaioannou - ph. J. Mommert

La bestia del desiderio

Sono un padre e un figlio? Può essere. Due amanti? Ci può stare. L’impulso animale in lotta con il controllo della ragione? C’è chi ha visto anche questo. Ecco Ercole avvinghiato a Anteo, come in tanta iconografia. Ecco Calibano che sfida Prospero, come sussurrava Shakespeare. C’è mutua attrazione tra il sapiente che regge le corde e governa i tubi, e il selvaggio giovane animale che si fa strada nella selva color oro, pronto ad azzannare. “La bestia del desiderio”, butta là Papaioannou interrogato, così tanto per dire.

In Ink c’è tutto (o quasi tutto) quel che ciascuno ci vuol vedere. Per me è anche il ricordo di un vecchio pescatore che continua a sbattere un polpo sul molo. Lo avevo visto fare nel porto di Amalfi. Lo si vede ancora fare su tutte le coste di questo mare, come assicura il breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic.

Lo rivedo adesso, quel pescatore, nell’ultima immagine di Ink, riflesso nell’acquitrino in cui si è trasformato il palcoscenico.

Perché così funziona l’arte. Deve sempre restituire il riflesso, per durare.

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Ps: Appena ho in mano le date, acquisto un biglietto per Atene, dove la nuova composizione di Papaioannou debutterà a dicembre. Per chi non ha fretta, c’è Napoli Teatro Festival, che lo programma a febbraio. C’è anche chi vorrebbe resistere alla tentazione, e allora, qui sotto un breve trailer. Tanto per dargli l’idea.

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INK
ideazione Dimitris Papaioannou
con Šuka Horn + Dimitris Papaioannou
scene e costumi Dimitris Papaioannou
disegno luci Stephanos Droussiotis + Dimitris Papaiaonnou
sound design David Blouin
musica Antonio Vivaldi, Donald Novis, Isham Jones, Sofia Vempo, Leo Rapitis
produttore creativo – esecutivo – assistente di direzione Tina Papanikolaou
foto e video di scena Julian Mommert
oggetti di scena Nectarios Dionysatos
scultura realizzata da Joanna Bobrzynska-Gomes

coproduzione Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Fondazione I Teatri / Festival Aperto – Reggio Emilia
produttore esecutivo 2WORKS
Dimitris Papaioannou è sostenuto da MEGARON THE ATHENS CONCERT HALL

D’Annunzio karaoke e un playboy da strapazzo. Biennale 2020

Ciuffo identico a John Travolta in Grease (1978). Parole di Una lacrima sul viso a Sanremo (1964). Canta Gabriele D’Annunzio. La città morta (1896), modalità karaoke.

La città morta - regia Leonardo Lidi - Biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

Non ho visto tutti gli spettacoli programmati a Venezia, per la 48esima edizione del festival della Biennale Teatro. Ma una buona parte sì. L’impressione di fondo è che il tema lanciato dal direttore Antonio Latella – la censura, l’autocensura – sia rimasto un tema. E che ciascuno degli artisti invitati abbia intrapreso la propria avventura. L’avventura che avrebbe intrapreso comunque. A prescindere dal tema. 

Geltrude Stein, che la sapeva lunga, sosteneva che una rosa è una rosa è un rosa. Ugualmente, un tema è un tema è un tema. E si può svolgere a piacere, rischiando, come succedeva a scuola, di finirne fuori. Il fuori tema resta, a mio modo di vedere, la cosa più interessante di questa Biennale Teatro 2020. Forse di tutte le Biennali.

Censura e autocensura

Certo, un giovane come Leonardo Manzan, ci si è messo d’impegno. Su censura e autocensura ha ricamato parecchio. Ha proposto agli spettatori un muro bianco e lo ha animato per una buona ora e mezza. Con giochini paradossali di senso battuti sulla tastiera. Con fori, pertugi, buchetti da cui sono spuntati mani e altri oggetti (anche un pene, a dire il vero). Con dialoghi immaginari tra Giordano Bruno, Pasolini, il marchese De Sade. Perfino con un karaoke snobbato un po’ dagli spettatori (per la cronaca, Felicità di Al Bano e Romina). 

Glory Wall - di Leonardo Manzan e Rocco Placidi - Biennale 2020
Glory Wall – di Leonardo Manzan e Rocco Placidi

Che sono trovate divertenti, pure ben congegnate, discretamente colte e giovanilmente pop. Ma ben lontane dal fare di questo Glory Wall, uno spettacolo memorabile e circuitabile. Anche se la Giuria internazionale ha giustamente deciso di premiare tanta intraprendenza, con la targa di migliore spettacolo di questa Biennale. 

Per un ventottenne, che si era fatto valere lo scorso anno, con Cirano deve morire (sempre scritto a quattro mani con Rocco Placidi) non è male. “Niente da dichiarare, oltre il mio genio”, dice lui, azzardando tanto. Più cauti, noi preferiamo stare a vedere.

Un tema è un tema è un tema

Il fuori tema di due fra i nomi più interessanti della scena italiana oggi – Liv Ferracchiati e Leonardo Lidi – è la faccenda che più mi ha colpito. Entrambi si sono occupati di rivitalizzare testi di oltre un secolo fa. Nel caso di Ferracchiati la Commedia senza titolo, conosciuta anche come Platonov, di Anton Cechov (1881). Nel caso di Lidi, La città morta (1896) di Gabriele D’Annunzio, tragedia poco rappresentata, e anche poco rappresentabile, oggi. 

Io non so cosa spinga due trentenni a prendere in mano testi che sono stati scritti cent’anni prima che loro nascessero, e che non sono nemmeno i prodotti migliori di quegli autori. Avrebbero un sacco di altre cose di cui occuparsi, oggi, Liv e Leonardo. E a dire il vero, se ne sono occupati. 

Ma a parte la necessità di circuitare gli spettacoli (entrambi prodotti dal Teatro Stabile dell’Umbria, per il quale Cechov e D’Annunzio suonano come una sicurezza), suppongo che il loro sia l’impeto di una sfida, un coraggioso orgoglio che li spinge a tentare imprese difficili, su testi laterali. Tutti e due hanno personalità forti e idee chiare. Per dirla con parole più difficili: piace a loro rigenerare i testi. In veste di registi quanto di autori – sarebbe bello qui usare il termine ri-autori – smontano il testo e gli assicurano una struttura nuova. Ma ne mantengono la superficie, e in parte, la riconoscibilità. Potremmo chiamarla retro-drammaturgia, se fossimo in vena di definizioni.

La città morta - Leonardo Lidi - biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

In La città morta, Leonardo Lidi si sbarazza di almeno due personaggi (sui quattro originali), aggiunge al cast lo stesso autore, Gabriele il Vate, e lo fa cantare come Bobby Solo. Invece che nell’antica Micene, dov’era ambientato l’originale, qui siamo sulla tribunetta di un campus universitario americano, con tanto di Gigi il bibitaro. Incontriamo inoltre il Travolta di Grease e l’Harrison Ford dell’Arca perduta. La modalità prevalente è la parodia.

Infatti il pubblico ride. Non per il meccanismo parodico però: per le strizzatine d’occhio. Sono pur bravi Christian La Rosa, Mario Pirrello e Giuliana Vigoga. Ma La città morta non è I Promessi sposi. E loro non sono il trio Solenghi-Marchesini-Lopez. Intelligente com’è, Lidi non li spinge a tanto. In compenso Insieme a te non ci sto più di quei due geni di Pallavicini e Conte, che è un bel finale per una tragedia, resta per un bel po’ nelle orecchie. Si muore un po’ per poter vivere.

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Si muore per poter vivere anche in Platonov. Punture d’ironia sembrano attraversare il testo riscritto da capo da Liv Ferracchiati. A tratti è proprio sarcasmo nei confronti di quel playboy da strapazzo che è il protagonista. Ferracchiati ci si immedesima un po’. Anzi tanto. Ma l’understatement che è la sua arma migliore, consiglia di farlo interpretare a un altro (Riccardo Goretti, a cui l’aria piaciona sta proprio bene) mentre per sé Ferracchiati riserva il ruolo di Lettore (“che prende troppo su serio quello che legge”).

Lettore che entra a gamba tesa nello spettacolo, interloquendo con i personaggi. Intanto, con la forbice, Ferracchiati ha già tagliato due terzi del cast, salvando solo le femmine innamorate di quel Don Giovanni ubriacone che sta nel titolo. Francesca Fatichenti, Alice Spisa, Petra Valentini e Matilde Vigna potrebbero essere le donne di un girotondo schitzleriano, invece sono quattro figurini, spassosi come sarebbe piaciuto a Cechov. E la pistolettata finale capita un po’ per caso. 

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Lidi e Ferracchiati

Li ammiro entrambi per questo coraggio. Ma ho l’impressione che lo strumento con cui destrutturano il testo – la parodia nel caso di Lidi, l’ironia nel caso di Ferracchiati – non sempre porti al miglior risultato. 

Inevitabilmente i testi, scelti da loro con cura e con impegno rigenerati, si sviliscono, diventano tracce, perdono valore. E nel caso in cui non siano universalmente noti (come questi titoli) non si comprende tutto il lavoro costato al ri-autore regista. Forse non si capisce nemmeno quel che succede in scena. Il fascino è il fascino della superficie. A me, tutti e due, paiono capaci invece di ben altro.

Però li stimo (vedi qui un post su Ferracchiati, vedi qui per Lidi, oppure qui) e mi fa anche piacere vederli avventurarsi fuori tema. 

P.S. Qualcuno mi dovrà spiegare come mai questi trentenni, questa generazione, dovendo citare, cita preferibilmente il pop musicale che è appartenuto alla mia, di generazione. Bobby Solo, Salvatore Adamo, Caterina Caselli. Romina e Albano… In altri spettacoli di questa Biennale risuonavano di continuo Mina, Battiato, Patty Pravo, la Carrà… Bisognerà capire.

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GLORY WALL
di Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini
regia Leonardo Manzan
scene Giuseppe Stellato
produzione Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello / Elledieffe

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LA CITTÀ MORTA
da Gabriele D’Annunzio
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Christian La Rosa, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna scene Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Dario Felli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e La Corte Ospitale

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LA TRAGEDIA È FINITA, PLATONOV
dal Platonov di Anton Čechov
riscrittura di Liv Ferracchiati
con Francesca Fatichenti, Liv Ferracchiati, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna
regia Liv Ferracchiati
dramaturg di scena Greta Cappelletti
scene Lucia Menegazzo e Emiliano Austeri
costumi Francesca Pieroni
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

Venezia a media luz. Il Klub Taiga alla Biennale 2020.

Venezia è sempre bellissima. E carissima. Ma a settembre ancora di più. E poi c’è il virus, che seleziona turisti e spettatori. Non sono pochi: sono giusti. Così Venezia ritorna vivibile. Soprattutto la sera, con le sue ombre, le penombre, le oscurità.

E l’Arsenale, dove La Biennale Teatro presenta la maggior parte degli spettacoli, è un luogo fantastico, a media luz.

Chincaglierie

Vi parlo adesso dello spettacolo che ho visto ieri sera. Anch’esso a media luz.

Entrando nel Teatro delle Tese: divani, abat-jour verdi, luci soffuse, candelieri, tavolini, sopra uno di questi un piccolo mappamodo, tappeti, vassoi, stracci, scialli, ciaffi, sgabelli intagliati, bottiglie di vodka. Ma soprattutto nebbia, che non ci si vede quasi nulla. Detto così sembra tutto un po’ antico, l’antiquariato cheap di cui Venezia è regina, art-decò, chincaglieria.

Klub Taiga - Industria Indipendente 1

E invece, via via che la nebbia si dirada, e non sparirà mai del tutto, via via che il suono si fa musica dal vivo, via via che le luci diventano lame, e puntano dritto in faccia allo spettatore, ecco che lui, lei, gli spettatori, con gli occhi strizzati da bagliori e ombre, hanno la percezione di trovarsi su di un orlo, sul limite. Precisamente non saprei dire quale limite. Di sicuro è il limite al di qua del quale ci sono i testi ben scritti, le storie, i messaggi, i personaggi, la regia. Al di qua del quale ci sono anche il concerto, la performance, l’evento.

Niente di tutto questo in Taiga Klub, che è solo atmosferico. E credo che così mi piace.

Klub Taiga - Industria Indipendente 2

Atmosferico

“Nel KLUB TAIGA non esistono temperature tropicali, fa sempre freddo. Chi abita questo luogo oscilla tra la ricerca di saperi nascosti, sedute spiritiche e pratiche di conservazione. Le creature che abitano il KLUB TAIGA tendono a essere multiformi, cambiano spesso aspetto e sono fluide nel tentativo di sopravvivere alle rovine. KLUB TAIGA è un dispositivo in divenire, un luogo nascosto e scuro, all’interno del quale vive e cresce un organismo pluripensante e agente, un unicocorpo fatto di più corpi”.

Klub Taiga. Cosi lo raccontano loro, i creatori. Un po’ siberiano effettivamente. La produzione è del Teatro di Roma – teatro nazionale. Ma dentro al gruppo di lavoro di Industria Indipendente ci sta gente assai poco istituzionale.

Klub Taiga - Industria Indipendente 3

“Con i nomi Bunny Dakota e Stigma Rose creiamo ambienti a quattro mani, in cui la pratica del tatuaggio e della trasmissione di saperi si mescola alla musica live e ai DJ set, dando vita a universi immaginari aperti e da abitare insieme”.

Anche se in testa si è infilata un burqa, o uno scialle – non so, non vedo bene – riconosco l’andatura tipica di Federica Santoro e i suoi modi di dire inconfondibili. Nei movimenti sinuosi serpenteschi di una dea Kalì, in primo piano, mi pare di capire che c’è Annamaria Ajmone. E là nell’oscurità interiore (Dear darkness è il sottotitolo) dev’esserci Luca Brinchi che sposta i cursori e si occupa di live electronics. A media luz, naturalmente.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Immersivo

Ora la luce taglia la nebbia e crea altri piani d’orizzonte. Emerge da questo mare obliquo, un fantasma in controluce, poi graffiti colorati, fucilate di lampi, abat-jor intermittenti. La figura nera si immerge, scompare, e poi riemerge.

Tra i suoni che si accumulano senza interruzione, Shazam mi restituisce Ritual dei Bunlots e Breachbreze di Nic Toms, ma a prevalere è un basso profondo, loundness che mette in agitazione lo stomaco. La materia sonora può essere poesia concreta. Federica Santoro parla parla parla, come immagino facesse Majakovskij cent’anni fa.

“Ossa di spirochete
Mandibola impavida
Riconosce le macchie in fondo allo stagno
Corre veloce morde forte
La parola dentro la pietra
Non c’è formula,
Nessun numero pericolante
Ma un certo tipo di melodia”.

Se non fosse una brutta parola, oggi, direi, avanguardia. Tra il pubblico, infatti, qualche signora abbandona la gradinata, sgaiattolando via silenziosa. Determinata, Santoro impone “10 secondi di silenzio”. Ed così.

Venezia Arsenale

Subito dopo tutto riprende ed è un imbuto di nuvole roteanti che ci inghiotte. Da un ceppo, o chissà, un tronco d’albero, sulla sinistra, sgorga qualcosa come sangue. E si muovono invasate le quattro donne: seduta spiritica, o conciliabolo mediorientale. “Pausa Pausa Pausa“.

L’anta di uno mobiletto sbatte da sola, meccanicamente. La casa è quella delle finestre che ridono. Salta fuori un tamburo. Tribale. Ma anche una batteria. Parossistico il beat. Le donne poi fanno circolo. Come a Beirut distrutta. Fine.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Insomma, lo avete – capito: lo show immersivo di Klub Taiga mi è piaciuto. Parecchio. Delle altre cose che ho visto in questi giorni, vi parlo nei prossimi post. Stay tuned.

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KLUB TAIGA
(Dear Darkness)

di Industria Indipendente
con Annamaria Ajmone, Erika Z. Galli, Steve Pepe, Martina Ruggeri, Federica Santoro, Yva&The Toy George e con Luca Brinchi
immagini / visioni / segni Dario Carratta, Timo Performativo, Floating Beauty costumi TEIN clothing
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale con il sostegno di Angelo Mai

Con Jan Fabre risorge Cassandra, profetessa a cui nessuno crede

Cassandra è bionda. Cassandra ha una voce profonda da uomo. Cassandra parla in tedesco e dice cose che potrebbero uscire dalla bocca della svedese Greta Thunberg.

Regista, ma soprattutto maestro multidisciplinare del vedere contemporaneo, Jan Fabre intende così il mito della profetessa che non veniva creduta.

Aggiungi che Fabre sostiene di discendere da uno dei più importanti naturalisti dell’Ottocento, l’entomologo belga Jean-Henry Fabre, e c’ha la fissa con gli animali. Ecco perché la sua Cassandra manifesta una spiccata, inquietante, passione per le tartarughe.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 1

Resurrexit Cassandra è il titolo che fa resuscitare l’inascoltata sacerdotessa nel cartellone internazionale di Napoli Teatro Festival. Il testo è del direttore del Festival, Ruggero Cappuccio. La regia dello spettacolo, pensato per la manifestazione e presentato al Teatro Bellini, è di Fabre. Le parole, profetiche, catastrofiste, confliggono un po’ con le immagini, perfettissime e suadenti. Ma questo è nei patti, essendo Fabre uno dei maître visionari e urticanti del teatro contemporaneo, quelli che viaggiano sempre al limite del rischio, se non della strafottenza.

Passino le molte chiacchiere che si fecero (oramai è passato del tempo) sul suo utilizzo degli animali in scena, e anche su certi atteggiamenti sessisti. Resta il fatto che a Fabre piace torturare un po’ anche lo spettatore, sottoponendolo a delle perfide corvée che mica tutti apprezzano.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 2

Modelli

Mi chiedo se vale la pena ricordare la serata di molto tempo fa, in cui protagonista in scena era uno spaventoso ragno nero e peloso, accanto a Els Deceukelier in abito bianco da sposa (Elle était et elle est, même ). O quella in cui la disinvolta performer Lisbeth Gruwez, tutta invischiata d’olio, giocava a far scomparire un’oliva nei posti più impensabili (Quando l’ uomo principale è una donna). Il modello però è ancora una volta lo stesso.

Per fortuna in Resurrexit Cassandra le tartarughe non sono vive. E lei – pur ricoperta dai peggiori insulti, come vuole il mito – si limita a rotolarsi per una buona mezz’ora sul palcoscenico di terriccio, scuro, eterno, materia di madreterra. Di cui fa piacere percepire l’odore.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 3

A convincere meno è l’architettura d’insieme. Cassandra sta in piedi, immobile, in proscenio, di fronte al pubblico. Inascoltata, aveva predetto la caduta e la strage a Troia, e adesso inascoltata sempre perora la causa di quell’allarme ambientalista a cui La nostra casa è in fiamme di Greta Thunberg ci ha educati.

Istanze onorevoli, certo. Onorevolissime. Ma purtroppo risapute e certo non inascoltate. Almeno dalla maggior parte popolazione mondiale che già sopporta i guai dell’innalzamento delle acque marine, della desertificazione dei terreni, del dissesto idrogeologico.

Invece, dovrebbero stare a sentire questa Cassandra 2020 gli inquinatori con il salvacondotto istituzionale, le fameliche multinazionali abituate al ricatto lavoro-salute, i potenti e i potentati del mondo. Ma è tutta gente che frequenta poco i teatri, lo sapete bene.

Devo riconoscere che alcuni miei colleghi, di osservanza cattolica, in tali lunghe querele, che a me sono sembrate abbastanza ovvie, hanno invece rilevato ispirazioni francescane (come se fossero lo stampo al negativo delle laudi di San Francesco) e reminiscenze di encicliche papali. Bravi. Io invece ne sono rimasto deluso.

Deluso…

… e annoiato pure. Perché questa Cassandra, le sue profezie le dice in sequenza. Per farlo, si cambia ogni volta d’abito, con spogliarelli, movenze e musiche da danza del ventre. Così dopo il vestito verde e quello nero, capisco che mi toccherà attendere anche quello blu, quello rosso, quello bianco. Una buona oretta prima che lo spettacolo prenda un’altra piega.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 4

Piega che si risolve in un’altra mezz’ora durante la quale cinque schermi in contemporanea mi rimandano l’immagine di lei che si dimena e ulula, neanche fosse una baccante, su quella stessa terra, mosaico di cinque elementi: nebbia, vento, fuoco, vapore, pioggia.

Se poi brandisce e eleva al cielo le oramai famose tartarughe (che nei filmati sono vere e vive), sarà perché Fabre ha promosso a “pietre oracolari” queste creature sopravvissute “a tutti gli incendi del mondo”. E sul cui guscio i profeti leggerebbero il futuro. Ma forse, in tempi frenetici, le tartarughe sono soltanto un elogio della lentezza.

Stella Höttler che avevo visto agire straordinariamente nelle 24 ore (altra piccola tortura) di Mount Olympus (se lo volete rivedere ecco la sintesi di un’oretta ), è qui un po’ meno straordinaria. Per quanto brava. Tranne che a cantare. E non sono riuscito a capire perché debba essere proprio Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt il titolo feticcio del sua Cassandra.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 5

Ma strizzare l’occhio a Marlene D. fa bene comunque. Mentre resta l’impressione – dicevo prima – di una grande maestria teatrale. Che cela, ma lascia anche trasparire, la debolezza dell’impianto. Però, a uno dei maître del teatro odierno non si può mica chiedere ogni sei mesi un capolavoro. Giusto?

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RESURREXIT CASSANDRA

ideazione e regia JAN FABRE
testo RUGGERO CAPPUCCIO
musiche originali ARTHUR LAVANDIER
performer STELLA HÖTTLER
voce maschile GUSTAV KOENIGS
drammaturgia MARK GEURDEN
light design JAN FABRE, WOUT JANSSENS
costumi JAN FABRE, KASIA MIELCZAREK
produzione TROUBLEYN/JAN FABRE (ANTWERP, BE)
in coproduzione con FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA (NAPOLI, IT), TANDEM SCÈNE NATIONALE (ARRAS-DOUAI, FR), TOVSTONOGOV BOLSHOI DRAMA THEATRE (SAN PIETROBURGO, RU), CHARLEROI DANSE, CENTRE CHORÉGRAPHIQUE DE WALLONIE-BRUXELLES (BE)

immagini di Wonge Bergmann 

L’arte del miscelare i classici. Gassman, Pagliai, Babilonia

Mixology è l’arte del miscelare. Miscele d’alcol per lo più. Quelle che di solito chiamiamo cocktail. Ma la mixologia non si applica solo al bere.

I maestri miscelatori amano ripetere che “ogni drink è una voce e racconta una storia”. Sarà allora vero anche l’inverso: che tutte le storie, anche quelle di teatro, nascono da mix particolari, originali, spesso inediti.

Vi parlo adesso del mix teatrale che mi sono trovato davanti l’altra sera, al Teatro romano di Verona, all’aperto, sulle pietre nude. Il debutto di un particolare, inedito Romeo e Giulietta nel cartellone shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese, diretta da quest’anno da Carlo Mangolini, mixologist teatrale della situazione.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Parliamo di ingredienti

Primo ingrediente, tradizionale: il sapore di base, un marchio di quelli solidi, che si portano dietro una storia leggendaria. Un po’ come il Campari. La coppia formata da Paola Gassman e Ugo Pagliai. Attori di lungo corso e nobili natali. Lei, tanto per dire, è figlia di Vittorio e Nora Ricci, e vanta ascendenze che vanno su su, fino a Renzo Ricci e Ermete Zacconi.

Il secondo ingrediente è invece contemporaneo, aromatico, contrastante. La ginger beer, per esempio. Enrico Castellani e Valeria Raimondi sono anche loro una coppia, titolari di una compagnia, Babilonia Teatri (vedi il loro sito), che ha segnato tappe importanti del teatro italiano recente . E un Leone d’argento alla Biennale Teatro 2016.

Infine, visto che siamo a Verona, visto che Shakespeare è di casa con i suoi due eterni amanti, Romeo e Giulietta come terzo ingrediente. Ma in purezza, distillato. Ne sentiremo solo i monologhi e i duetti più celebri.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Stir, do not shake

Certi cocktail è meglio non scuoterli troppo, una veloce girata e via…

Così, questo remake di Shakespeare non ripercorre per intero la romantica e tragica storia che abbiamo tante volte sentito. Azzarda invece un’operazione più semplice. O più complessa, se volete.

Entrare nel vissuto teatrale della prima coppia, quella matura, nella loro vita nell’arte. E farlo attraverso i formati teatrali della seconda coppia, più giovane, più post-drammatica. Formato visto, ad esempio, in un altro spettacolo di Babilonia, Pinocchio, in cui si usavano voce fuori campo e microfono come bisturi biografici. E con le domande stile intervista e con le risposte dei protagonisti veniva disegnata l’architettura dello spettacolo.

Ugo, qual è stato il momento più pericoloso della tua carriera?” domanda Castellani all’inizio, dalla platea del Teatro romano. “Questo, questo!” risponde Pagliai dal palco.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

È un gioco scoperto, perché un attimo prima lui e lei si erano trovati schiacciati contro una parete e un lanciatore di coltelli, nel primo e rischioso numero della serata, li aveva sfiorati con le sue lame. Impeccabile lui. Coraggiosi, ma pure preoccupati, loro.

Shakespeare’s greatest hits

Si sarebbe potuto leggere, in quel coup de théatre d’avvio, una certa cattiveria registica. Ma il lancio dei coltelli è giustificato da un testo come Romeo e Giulietta, dove le lame luccicano e i duelli abbondano. Giustificata anche la scelta dei greatest hits dell’opera (Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo, nella traduzione eccellentissima di Salvatore Quasimodo) per raccontare la storia d’amore di Ugo e Paola. Storia nata – come si scoprirà presto – nell’aver preso entrambi parte all’Orlando Furioso di Ronconi, la grande festa di un teatro nuovo, battezzato nel 1969.

Quasi che quell’anno fosse uno spartiacque. In effetti, lo è stato. Da una parte il canone recitativo dell’Accademia nazionale d’arte drammatica del dopoguerra. Le intonazioni, le impostazioni, la dizione espressiva, le pause, i crescendo di cui Pagliai e Gassman sono i detentori. Sull’altro versante, il buttato via, l’immediato, il quotidiano, lo slogan scandito, i graffiti della scena pop rock di Babilonia, nati e cresciuti in provincia. Un teatro sempre in bilico tra il cinico e la provocazione, di cui i veronesi Castellani e Raimondi sono fra i campioni.

Nozze d’oro?

Se si contano gli anni, dal 1969 a oggi, sono più di cinquanta quelli che hanno visto Pagliai e Gassman fare coppia e ditta. Infatti mano mano che il talk show va avanti, alternato ai brani shakespeariani, si comincia a capire quanto sia l’affetto che la coppia più giovane nutre per quella matura.

Con quanta cura li accompagnano in un questo decorso d’arte che prevede in successione: cavalli da giostra, dediche di canzoni, immaginari bagliori di spade, un balcone improvvisato, giochi di prestigio, bottiglioni con il veleno fatale. Anche un matrimonio – finto, per carità: siamo a teatro – perché Paola e Ugo, non sono sposati. È un assessore vero a celebrarlo, ma per finta.

Però, “Wherever you’re going, I’m going your way” (ovunque andrai, andrò con te) canta il Sinatra di Moon River e sarà tutto un volteggiar di lucciole nel finale, mentre Verona notturna e l’Adige sullo sfondo, fanno da naturale e ovvia scenografia. Applausi.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Questo per dire quanto sia sorprendente che i Babilonia, campioni di un teatro potentemente shakerato, alle prese con un cocktail romantico di amore e morte, sospiri e sfide, ce lo servano mescolato con delicatezza. Che in inglese si dice to stir.

Raccomandava James Bond, che di cocktail se ne intendeva: “Shaken, not stirred“. Ma non sempre James Bond ha ragione.

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ROMEO E GIULIETTA
una canzone d’amore

di Babilonia Teatri
da William Shakespeare
traduzione Salvatore Quasimodo
con Paola Gassman, Ugo Pagliai, Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Luca Scotton
produzione Teatro Stabile di Bolzano – Teatro Stabile del Veneto
nel cartellone 2020 di Estate Teatrale Veronese

foto di Andrea Bianco

Alfa Romeo Jankovits. Un sogno aerodinamico a 160 all’ora

Al centro di questa storia c’è un’automobile. L’Alfa Romeo 6C 2300 Aerodinamica Spider. Meglio però chiamarla Alfa Romeo Jankovits. Attorno ci sono gli Anni Trenta, il confine orientale d’Italia, Fiume e il Quarnaro. E poi la sete di velocità, il miracolo del design che traduce la forma in bellezza, la furia montante della guerra e i suoi esiti mesti.

Alfa Romeo Jankovits 1

Come le storie, anche i sogni sono belli da raccontare. Se poi li racconti molte volte, possono pure diventare veri. Questa è la vera storia dei fratelli Eugenio (Gino) e Oscar Ferruccio (Uccio) Jankovits, meccanici e sognatori.

A narrare per filo e per segno la vicenda dei due Jankovits sarà uno spettacolo, che debutterà nel marz02021 a Rijeka-Fiume (Croazia) al Teatro Ivan pl. Zajc, prodotto dalla compagnia del Dramma Italiano.

Intanto, una lettura scenica – o per restare nel tema, un prototipo – verrà presentato questa sera a Science in the City, il programma di spettacoli e iniziative che a Trieste anticipa Esof 2020, l’Euroscience Open Forum internazionale in programma tra il 2 e il 6 settembre. L’Alfa Romeo Jankovits è stato scritto da Laura Marchig, Tommaso Tuzzoli ne ha curato drammaturgia e regia.

Alfa Romeo Jankovits - locandina

Tra Fiume e Trieste

L’Alfa dei fratelli Jankovits sfreccia dunque sull’asfalto del Quarnaro e imbocca poi le arterie della Storia: gli anni che precedono la seconda guerra mondiale, la competizione nella ricerca tecnologica, le complicate e dolorose vicende del confine orientale d’Italia.

Ingredienti giusti per far riemergere dalla storia, quella vera, le tre generazioni degli Jankovits. Il nonno (Eugen Fabich, imprenditore del legno che fece fortuna nella Fiume italiana del primo dopoguerra), la madre (Iginia, fascinosa e malinconica creatura che si muove tra le ville di Abbazia) e soprattutto loro, Gino e Uccio, impresari del proprio sogno.

Eugenio studia ingegneria. Ferruccio architettura. Come studenti falliscono, ma trionfano come visionari sognatori. In una Fiume anni ’30, attraversata da poche automobili, vetture di ricchi e di arricchiti, Gino e Uccio decidono di aprire un garage. Fiuto e lungimiranza. L’autorimessa Lampo, in via Ciotta 27, è un lussuoso beauty center per autovetture, 100 posti macchina, concessionaria esclusiva Alfa Romeo per l’intera regione. Avrà subito successo. È dolce la vita per chi ha i soldi. 

Alfa Romeo Jankovits - Autorimessa Lampo

Ma l’ambizione dei due giovani Jankovits è più ardita, l’aspirazione punta più in alto. Le contemporanee imprese di Tazio Nuvolari li eccitano. Vogliono mettersi in corsa anche loro. Il progetto nasce nell’officina della Lampo alla metà degli anni ’30. L’impegno economico e la sfida sono altissime. Anticipare Porsche, Union, Mercedes Benz, nella costruzione di una vettura sportiva che superi tutte le altre per prestazioni e bellezza. Utilizzare il potente motore 6C 2300, prototipo per le vetture da corsa dell’Alfa Romeo. Modellare una nuova creatura meccanica. Aerodinamica, filante, seducente. Linee mai viste prima. Un profilo sportivo che mantiene però l’eleganza di un’automobile da strada.

i fratelli Gino e Uccio Jankovits - Fiume
I fratelli Jankovits a bordo del loro prototipo (senza carrozzeria)
Alfa Romeo Jankovits - disegni 1935

Occhi di lucertola

Voglio che assomigli a un animale, a un incrocio fra una mantide e un primate, con gli occhi da lucertola…“. Lo sterzo al centro. Il telaio ribassato. 160 chilometri all’ora. Un bolide con la targa: FM 2757. Fiume, città di frontiera, è un incubatore di idee in quegli anni. L’automobile è il futuro. 

Alfa Romeo Jankovits 3

Ci vollero 5 anni per progettarla, 4 per costruirla. Bastò una guerra per azzerare il sogno. Gino finì sul fronte russo. Uccio a Livorno, artiglieria contraerea. A Fiume, all’officina Lampo, prima gli ufficiali nazisti, poi gli ufficiali di Tito. La stessa arroganza, lo stesso potere. Distruggere il sogno e la libertà di sognarlo.

Gli Jankovits tornano a Fiume. La città asburgica in cui sono nati, ora è jugoslava. La ricchezza adesso è un problema. È il 1946. Da sotto il telone, che per tutti quegli anni di guerra l’ha nascosta, i due fratelli tirano fuori la loro Alfa. E azzardano un nuovo disperato progetto. Sottrarla alla Jugoslavia comunista e portarla a Trieste italiana, o meglio alleata. È la vigilia di Natale, i posti di blocco sono ridotti. le guardie di frontiera saranno ubriache. Imboccano la tortuosa strada che taglia l’Istria. Una fuga a 160 km all’ora. A fari spenti nella notte. Tanto per evitare le pallottole della Storia. Che li sfiorano. Ma l’Alfa, con pneumatici bucati e qualche proiettile nella carrozzeria, è oramai a Trieste.

Sopravvivere da esuli non è facile, non basteranno i gioielli che nonna Fabich ha loro affidato. Dovranno vendere anche il sogno. L’auto passa di mano, probabilmente a un ufficiale americano. Comincia allora un altro viaggio, misterioso e malinconico.

Raccogliere i fili

In L’Alfa Romeo Jankovits, il testo che Marchig e Tuzzoli hanno messo a punto, a raccogliere i fili della lunga saga degli Jankovits, a rovistare tra le carte di famiglia, è Enrico, il discendente, figlio di Gino, nipote di Uccio.

“Nessuno può dire cosa sia realmente accaduto dopo la vendita” spiega Enrico. “Nel dopoguerra l’auto passò negli Stati Uniti. E poi? In giro per il mondo: America, Irlanda, Inghilterra, Italia, Germania, cambiando proprietari e padroni. Nel 1979, un nostro parente che abitava a Trieste, leggendo la rivista Quattroruote, riconobbe l’auto dai disegni. L’articolo raccontava di un curioso veicolo visto a Ballymena presso il concessionario nord irlandese dell’Alfa Romeo”. 

Qui comincia un’altra storia, ancora da scrivere. “Papà, morì nel 1993, zio Ferruccio nel 2000, prima che il restauro dell’auto terminasse – aggiunge Enrico – il mondo è carogna!“.

Alfa Romeo Jankovits - l'automobile restaurata

Il restauro dell’Alfa Romeo Jankovits è stato completato nel 2004 ( raccontata da Enrico, la storia è anche qui). Il progetto è degli anni ’30, ma sembra un modello contemporaneo. Più elegante, più sontuosa, meno aggressiva delle vetture e dei suv che sfrecciano oggi sulle nostre strade. Perché dentro quell’auto c’è la Storia. E c’è il sogno che 70 anni dopo si è realizzato.

[questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2020 sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste]

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ALFA ROMEO JANKOVITS
di Laura Marchig
drammaturgia e lettura scenica a cura di Tommaso Tuzzoli
con Bruno Nacinovich, Mirko Soldano, Andrea Tich, Elena Brumini, Serena Ferraiuolo

produzione Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc Fiume /Golden Show srl – Impresa Sociale / Tinaos 
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia | ESOF | Umjetnička organizacija Fedra art projekt – Rijeka / Associazione Stato Libero di Fiume – Udruga Slobodna Država Rijeka

lettura scenica 
31 agosto 2002 (ore 21). Teatro Franco e Franca Basaglia, via Edoardo Weiss – Trieste
3 settembre (ore 20.30). Comunità degli Italiani di Fiume 
4 settembre (ore 21). Festival internazionale del Teatro da Camera Leone d’oro – Umago

debutto (in lingua italiana)
marzo 2021. Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc – Rijeka-Fiume