Volare più in alto. I vincitori di In-Box 2018

Basterà una partita a basket per capire se a vincere, oggi, sono i valori o le convenienze? Per scoprire chi interpreta meglio l’Italia contemporanea: idealismo o utilitarismo? Dare una risposta non è poi difficile. Senza nemmeno stare a pensarci troppo.

Nessuna pietà per l’arbitro, Mamimò

Ma Nessuna pietà per l’arbitro, scritto da Emanuele Aldrovandi, è il lavoro che mi è sembrato migliore, il più pensato, il meglio realizzato, tra i sei titoli che la decima edizione di In-Box dal vivo ha messo in lizza, qualche giorno fa a Siena, grazie alla macchina organizzativa di Straligut Teatro (con Fabrizio Trisciani e Francesco Persone al timone) e al supporto di Fondazione Toscana Spettacolo.

A decidere il vincitore del festival-expo, c’era una giuria di circa sessanta compratori chiamati a scegliere – in quella rosa – gli spettacoli da programmare la prossima stagione nelle proprie sale teatrali: una Rete che copre gran parte delle regioni italiane.

Però non è stato Nessuna pietà per l’arbitro, produzione di Mamimò, il più acquistato. Hanno prevalso invece, vendendo il maggior numero di repliche, i ragazzi sornioni di Bahamut, che avevano facile gioco ironizzando in scena proprio sui videogiochi scaricati sul telefonino (It’s app to you. O del solipsismo). Secondo si è piazzato Lo soffia il vento (prodotto da TrentoSpettacoli), un lavoro dove si incrociano due monologhi di Massimo Sgorbani, che hanno al centro disturbi famigliari di cui spesso leggiamo in cronaca nera.

Aldrovandi, autore di Nessuna pietà per l’arbitro, è il trentenne che nel suo medagliere ha tutti i principali premi italiani alla drammaturgia, e che nei suoi testi sa dosare, come fa anche Stefano Massini, il rapporto tra astrazione e dettaglio quotidiano. Qui, la storia di un brutto incidente sportivo (un braccio rotto in una partita di basket) precipita a cascata verso il peggio (nessuna pietà, appunto, per l’arbitro) e diventa l’occasione per porre qualche domanda sullo spirito della nostra epoca, sul dissolversi delle ideologie (meglio, degli ideali), per mettere in gioco qualche briciola etica.

Per volare insomma un po’ più alti dell’orizzonte del quotidiano, che il teatro insegue oggi ancor più di ieri, il tempo del realismo. Senza riuscirci, però. Perché il cinema, la televisione, le serie netflix, sono molto più adatti a questa rappresentazione .

Quotidiane, anzi quasi istantanee, col fiato corto, e destinate a tramontare velocissime, non solo a teatro, sono le parodie sul consumismo tecnologico e sui videogame. Anche se un eroina come Lara Croft, le sue pose ondeggianti, in attesa che il giocatore decida la prossima mossa, sono la cosa più divertente e piacevole di It’s app to you e della sua interprete femminile, Paola Giannini, anche autrice del testo assieme agli altri due attori, Andrea Delfino e Leonardo Manzan.

It’s app to you, Bahamut

E quotidiani, chiusi in un esasperato edipo famigliare, sono i due testi di Sgorbani, che un’incomprensibile scelta infila in un solo titolo (Lo soffia il cielo, lieve, forse fuorviante, evocazione pasoliniana). Che però toglie al torbido Sgorbani la capacità di raccontare le sue storie e lo annega nel quadretto. La regia dell’altrove bravo Stefano Cordella la tira per le lunghe, però i due interpreti, costretti al divano tivù, Cinzia Spanò e Francesco Errico, lasciano il segno come madre disturbata e disturbato figlio.

Lo soffia il cielo, TrentoSpettacoli

Dunque: se sono questi due titoli ad imporsi nelle scelte dei giurati di In-Box (che supponiamo conoscano bene il proprio pubblico) pare necessario il supplemento di una riflessione che provi a capire come si vanno via via modificando i lati di quel triangolo che vede la drammaturgia, l’allestimento scenico e il pubblico, ridefinire i rapporti reciproci. Problema su cui si discute parecchio. Ma sui cui raramente si è d’accordo.

Ne avevo scritto qualcosa già lo scorso anno, parlando degli spettacoli vincitori di In-Box 2017 (vedi qui).

È una riflessione che proverò di nuovo a fare tra qualche giorno, quando verranno resi pubblici anche gli esiti del Premio Hystrio – Scritture di Scena, contest di drammaturgia pura, cioè ancora senza allestimento.

Per il momento ricordo che gli altri spettacoli candidati a In-Box 2018 erano Phoebuskartell (Il ServoMuto Teatro), Neve di Giovanni Betto e Desidera del Teatro nel Baule, che si sono spartiti le restanti repliche in palio.

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Nessuna pietà per l’arbitro, di Emanuele Aldrovandi, con Filippo Bedeschi, Luca Mammoli, Federica Ombrato, Alessandro Vezzani, regia Marco Maccieri e Angela Ruozzi. Produzione Centro Teatrale Mamimò (vedi la scheda su Sonar).

It’s app to you. O del solipsismo, di e con Andrea Delfino, Paola Giannini, Leonardo Manzan, regia di Leonardo Manzan. Produzione Bahamut (vedi la scheda su Sonar).

Lo soffia il cielo, uno spettacolo tratto da Angelo della gravità e Le cose sottili nell’aria di Massimo Sgorbani, con Cinzia Spanò e Francesco Errico, drammaturgia e regia Stefano Cordella. Produzione TrentoSpettacoli (vedi la scheda su Sonar).

In luglio, con il cuore in gola a Santarcangelo

Come ogni anno – e presto saranno cinquanta – torna il Festival di Santarcangelo. Un’evoluzione instancabile lo ha segnato fin da quando quella tappa estiva in Romagna accompagnava anno per anno, nella mia personale esperienza e nei miei incontri, il Nuovo Teatro. Era il tempo in cui l’Italia e gran parte dell’Europa scoprivano un linguaggio d’arte e una forma di stare insieme completamente diverse da ciò che per i primi settant’anni del ‘900 era stata la lingua dominante della scena occidentale.

Da allora  – cioè dalla fine degli anni ’70 – Santarcangelo ha continuato la sua evoluzione, così come si è evoluto il nostro modo di percepire il teatro. E per alcuni di noi, anche di farlo.

A ridosso della conferenza stampa che ha annunciato la 48esima edizione del Festival, intitolata Con il cuore in gola, condivido volentieri il lungo comunicato, che ne riassume gli appuntamenti, tra il 6 e il 15 luglio 2018.

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Comunicato

La 48^ edizione di Santarcangelo Festival, storica manifestazione dedicata alla performance contemporanea internazionale, si terrà a Santarcangelo di Romagna (RN), da venerdì 6 a domenica 15 luglio 2018, con un programma che, da mattina all’alba, spazia tra le arti e i generi, senza limiti geografici e disciplinari. Titolo dell’edizione 2018: Con il cuore in gola.

Tre falchi, liberi di volare, sfiorano lo spettatore provocando attrazione, timore, persino minaccia. Rapaci potenti, magici, nobili, capaci di risvegliare lo spirito, di ravvivare la curiosità: la condivisione dello spazio con questi animali selvatici provoca le stesse emozioni dei grandi momenti di trasformazione“.

GOLD è la creazione 2011 che Francesca Grilli riprende nella prima serata di Santarcangelo 2018, il 6 luglio.

Francesca Grilli, Gold

Al secondo anno di direzione artistica di Eva Neklyaeva – nata a Minsk e formatasi ad Helsinki come curatrice e direttrice di istituzioni artistiche internazionali, tra cui Baltic Circle Festival – e Lisa Gilardino – manager internazionale di performing arts e curatrice – il Festival conferma e rilancia il suo ruolo nella scena contemporanea internazionale, configurandosi come una piattaforma intercontinentale che offre al pubblico una nuova ampia visione su ciò che di rilevante accade oggi nell’ambito delle performing arts.  

Nei primi due weekend di luglio, Santarcengelo ospiterà una proposta di spettacolo audace e avventurosa, che rompe alcune consuetudini, accogliendo 54 formazioni da tutto il mondo, quasi 200 artiste e artisti le cui voci sono ancora poco ascoltate, le cui creazioni hanno formati speciali o trattano tematiche difficili da presentare nel circuito tradizionale, ma sono urgenti per il dibattito artistico e politico contemporaneo.

Spaziando tra linguaggi e stili molto differenti, gli oltre 150 appuntamenti di Santarcangelo Festival 2018 conducono il pubblico al di là dei confini dell’ovvio e del conosciuto, anche geografico, e disegnano un articolato paesaggio emotivo: cuore in gola, claim di questa 48^ edizione, individua proprio la manifestazione corporea dell’intensità di un’emozione, la sensazione viscerale, pre-verbale che attraversa il corpo in alcune condizioni emotive. Gli spettatori sono invitati a immergersi in questa intensità, a esplorarla e a prenderne consapevolezza, attraversando luoghi sconosciuti del territorio e del proprio inconscio, con modalità di visione non convenzionali e immersive.

Al centro della riflessione sulle emozioni, la paura: elemento cruciale del contemporaneo, strumento di manipolazione politica ed economica, di cui riappropriarsi come comunità e come individui, recuperandone l’originaria funzione, elemento di forza e coesione quando vissuta in un ambiente protetto e condivisa. L’intelligenza emotiva collettiva oggi è offuscata, relegata a qualcosa di esoterico: performance, teatro, danza, concerti, cinema, dj set, escursioni, pratiche sportive e dedicate al benessere e alla cura del corpo saranno l’occasione per riattivarla e riscoprire un rapporto con la natura nel suo senso più ampio, spazio in cui tornare a sperimentare la libertà, entrare in contatto con il mistero, il magico, il rituale.

 

Il paesaggio naturale

Un rituale collettivo contemporaneo, che accade nella natura e che parla di natura. Come nel caso delle creazioni di Ingri Fiksdal, coreografa norvegese per la prima volta in Italia: Night Tripper e Diorama for Santarcangelo lavorano sulla percezione e sul suo impatto. Night Tripper è una passeggiata nel bosco, una performance-concerto, un rituale e un evento sociale. Il progetto mette in scena, in mezzo alla natura e al crepuscolo, sei performer, insoliti strumenti musicali, un coro e molti spiriti potenti. Il progetto viene re-immaginato per Santarcangelo in una versione site-specific lungo il letto del fiume Marecchia. In Diorama for Santarcangelo la coreografia diventa una lente attraverso la quale Ingri altera o interviene sulla percezione del paesaggio naturale, in un’esperienza onirica e indimenticabile, su una spiaggia di Rimini all’alba.

Artista associato, Markus Öhrn dalla Svezia con The Unkown crea una cornice per otto artisti, che presenteranno ogni sera un progetto inedito: un palco temporaneo nel bosco, lungo il fiume Uso, accoglie ogni notte il pubblico, che compirà un passo verso l’ignoto. Gli artisti invitati, quattro svedesi e quattro italiani, sono Makode Linde, artista visivo, musicista e dj, Linnea Sjöberg, artista visiva e performativa, Linnea Carlsson, scultrice, disegnatrice e creatrice di installazioni sonore, Oskar Nilsson, pittore, Damiano Bagli, musicista, inventore e pensatore, Mara Oscar Cassiani, coreografa, performer e new media artist, Federica Dauri, performer, e Maurizio Rippa, cantante lirico e performer.

In Don’t be frightened of turning the page, Alessandro Sciarroni prende spunto dal movimento migratorio di alcuni animali che al termine della loro vita tornano a riprodursi e a morire nel luogo dove sono nati. Con il mondo animale si relaziona anche Francesca Grilli, artista associata del Festival, che in Gold invita gli spettatori a condividere lo spazio con tre falchi, alcuni falconieri e tre cantanti. Nei suggestivi Orti dei Frati Cappuccini agisce Cristina Kristal Rizzo con ikea: un flusso continuo e ipnotico di movimento crea uno spazio di vicinanza nel quale chi guarda è invitato ad amplificare i propri sensi. Anche Muna Mussie con Oasi, coproduzione del Festival, riflette sulla natura e sulle paure connesse ai sGecko) Version/11.0.1 Safari/604tto, chiusa in a una sfera trasparente, in solitudine. Muna presenterà anche Punteggiatura, un’opera d’arte collettiva realizzata grazie al dialogo con un nucleo di donne di differenti provenienze del territorio bolognese. Il libro di stoffa, un “tessuto sociale” che si mette in pratica e si traduce in ricamo, è promosso da ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, nella cornice di Atlas of Transtions Biennale I Right to the City, a cura di Piersandra Di Matteo. L’opera è realizzata in collaborazione con la Scuola delle Donne | Pilastro (CESD), Biblioteca Italiana delle Donne, con il coinvolgimento delle cooperative Camelot e Mondo Donna, Cantieri Meticci, Ars Aemilia e Santarcangelo dei Teatri.

Il paesaggio umano

Donne di Bologna, adolescenti italiani e islandesi, un coro di Santarcangelo, ma non solo… Nella creazione dei 150 appuntamenti sono coinvolti quasi 200 tra adulti, adolescenti e bambini del territorio. È il caso di Multitud di Tamara Cubas, dall’Uruguay, che aprirà il Festival il 6 luglio con una performance nello spazio pubblico a ingresso libero che coinvolge circa 70 volontari. La domanda di partecipazione è aperta a tutte e tutti (il workshop si terrà dal 28 giugno al 5 luglio). Tamara, coreografa con formazione legata alle arti visive, analizza la condizione sociale dell’essere umano contemporaneo, la nozione di eterogeneità all’interno di un collettivo, l’idea di “altro”, le relazioni interpersonali e la possibilità di dissenso.

Tamara Cubas, Multitud
Tamara Cubas, Multitud

Dalla Grecia Panagiota Kallimani, per la prima volta in Italia, presenta Arrêt sur image, performance frutto di un laboratorio con bambini che si svolge nei luoghi da loro frequentati: una scuola, un giardino, una piazza. Lo spazio della loro vita quotidiana prende una dimensione surreale, straniante. In una danza lenta, dal ritmo inusuale.

Il pubblico è chiamato ad essere in alcuni casi co-creatore dell’esperienza di spettacolo e il Festival può davvero dirsi realizzato con il supporto delle comunità, quella locale e quella temporanea di spettatori, performer, attivisti, operatori. Come in Your word in my mouth, creazione prodotta da e per il Kunstenfestivaldesarts di Bruxelles da Anna Rispoli, Lotte Lindner&Till Steinbrenner in cui gli spettatori sono invitati a dare la loro voce alle parole di alcune persone intervistate sul tema dell’amore, mettendo in discussione la loro stessa tolleranza o indifferenza.

Il paesaggio emotivo

Santarcangelo Festival 2018 disegna un paesaggio emotivo variegato e cangiante. Un Panorama vasto e inaspettato, in cui addentrarsi senza pregiudizi e limitazioni, come nello spettacolo omonimo di Motus, artisti associati del Festival: una biografia plurale e visionaria del gruppo interetnico di performer del mitico teatro dell’East Village newyorkese, La MaMa. Sempre di Motus anche CHROMA KEYS di Enrico Casagrande, Daniela Nicolò e Silvia Calderoni, performance-scheggia impazzita di Panorama, un’immersione dal sapore cinematografico sui bordi della visione e negli angoli inquieti di noi stessi dove predominano le inquadrature sull’elemento umano. Una ricerca in cui i vecchi artifici, Truka e Chroma Key faranno apparire mondi altri, forse mostruosi.

Motus, Panorama

Emozioni e vita vissuta anche al centro di minor matter in cui la coreografa dominicana Ligia Lewis affronta questioni relative alla percezione del corpo e dell’etnia, combinando danze popolari e uno score musicale che attraversa generi e epoche. Da Nuova Delhi Mallika Taneja con Be careful affronta il tema della violenza sulle donne con un solo, fra teatro e danza, dotato di grande intelligenza e ironia. Dall’Australia Nicola Gunn, artista rivelazione dell’ultima edizione del Coil Festival di New York, presenta per la prima volta in Italia il suo Piece for Person and Ghetto Blaster, di cui è autrice e interprete: da un semplice episodio, un litigio con un uomo che lancia dei sassi a una papera in uno stagno, s’innesca un’esplosione di testo, movimento ed energia; una ricerca coreografica precisa ed incalzante si fonde con una drammaturgia testuale originalissima, che spazia dalla filosofia al racconto personale per aneddoti, con un’ironia sovversiva.

Anche in Gentle Unicorn, di Chiara Bersani, coproduzione del Festival al suo debutto, il pubblico si confronta con il corpo politico dell’artista attraverso la metafora del leggendario animale (in partnership  con Operaestate/B.Motion Festival di Bassano del Grappa e Graner di Barcellona). Si basa su una biografia, ma del nonno, RH negativo di Asia Giannelli, una performance-video installazione che include un breve documentario, un testo e una lastra di ghiaccio.

L’emozione è al centro anche di I am within, prima tappa di una progetto che troverà forma compiuta nel 2019, di Dewey Dell: una bambina, sola in scena, si confronta con la paura, con la fuga da ciò di cui non si può sopportare la vista o l’udito.

Artista affermata in Brasile e ancora poco conosciuta in Europa, Michelle Moura presenta per la prima volta in Italia il suo lavoro: FOLE esplora la ricerca fra respiro, voce e movimento, invitando gli spettatori a un viaggio, alterando gli stati percettivi. Si dipana tra movimento, testo, drammaturgia, immagine e intervento sociale anche 105: society for the creatively maladjusted di Nana Biluš Abaffy, per la prima volta ospitata con il suo lavoro fuori dall’Australia. Nana è stata nominata al prestigioso Premio Kier come più talentuosa coreografa emergente nel suo Paese.

Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, con Francesco Alberici, presentano Scavi, coproduzione del Festival, prima ed unica restituzione pubblica della ricerca per il nuovo spettacolo teatrale Quasi Niente, liberamente ispirato al capolavoro di Michelangelo Antonioni Deserto Rosso, che debutterà ad ottobre 2018. Il film del 1964, creato a partire da un breve racconto di Tonino Guerra, ha come protagonisti il paesaggio, una Romagna trasfigurata, e una Monica Vitti indimenticabile.

Dal Libano Tania El Khoury con As Far As My Fingertips Take Me propone una conversazione attraverso un muro fra un unico spettatore e un rifugiato. Attraverso il contatto fisico e il suono, vengono condivise storie con persone che hanno subito recentemente discriminazioni a causa dei confini.

Il paesaggio pubblico

Da spettacoli per uno spettatore alla volta ad appuntamenti pensati per lo spazio pubblico, aperti a tutti e tutte, a ingresso libero. Dall’inaugurazione del Festival con Multitud di Tamara Cubas a Those ghels di Buhlebezwe Siwani & Chuma Sopotela, per la prima volta in Italia dal Sudafrica. Chuma è attrice, regista e performer, Buhlebezwe è artista e sciamana: insieme presentano una performance tra danza e video, con cui decostruiscono la rappresentazione del corpo femminile nei video musicali. Sempre nello spazio pubblico, l’intervento performativo pensato ad hoc per Santarcangelo da Sissi che con Unravelling vein immaginerà il paese come un corpo emotivo, grazie alle vene e alle arterie del sottosuolo.

La musica

Il programma musicale, a cura di Stefania Pedretti e Francesca Morello, a ingresso libero, si dipana tra concerti e DJ-set sotto lo chapiteau di Imbosco. Dalla Germania Bleedingblackwood: Timo C Engels, musicista e dj di stanza a Berlino, si esibirà con Martina Bertoni, suonatrice di cello italiana, di formazione classica, in un concerto fortemente connesso alla natura. Father Murphy, una delle più interessanti entità musicali italiane, porterà il suo live tra concerto, rito e performance artistica. Dalla Svezia Trepaneringsritualen, progetto da solista del musicista svedese Thomas Martin Ekelund, si configura come un live act estremo che esplora i temi della religione, del magico e dell’occulto. Sequoyah Tigerproporrà un live set danzato del progetto musicale della produttrice e compositrice veronese Leila Gharib, tra canzone, reminiscenze melodiche dei gruppi doo-wop anni ’50, bizzarrie elettroniche, video e atletiche azioni sonico-gestuali condivise con la danzatrice e coreografa Sonia Brunelli (insieme sono Barokthegreat). DalSudafrica il duo dei FAKA: Fela Gucci e Desire Marea esplorano una combinazione di linguaggi e discipline che variano dai concerti alla performance, alla letteratura, dal video alla fotografia, per creare un’estetica eclettica con la quale trasmettono la loro esperienza di corpi neri queer nell’Africa post-coloniale

Ad Imbosco, il tendone da circo nascosto tra gli alberi ai piedi del Parco Cappuccini, quando cala la notte e gli spettacoli sono terminati hanno inizio la musica e il ballo, con DJ italiani e internazionali in consolle da mezzanotte all’alba: Deep Soulful Sweats – Australia, Dani – Belgio con Habibi / Al Queer, GEGEN – Germania, Lilith Primavera, Tropicantesimo, Lady Maru & Valerie Renay – Germania/Italia, Matteo Vallicelli, The Expandig Universe, The Good Chance Radio.

 

Progetti speciali

La collaborazione tra Santarcangelo Festival e MACAO, centro per le arti, la cultura e la ricerca di Milano, prosegue quest’anno con l’attivazione di un dispositivo che mette al centro la cura e l’amore, per sé, l’uno nei confronti dell’altro e per le comunità, come azione radicale attraverso cui immaginare nuove forme sociali. Crypto Rituals incrocia l’economia circolare con la costruzione di comunità, prima di tutto affettiva, introducendo nel Festival una criptomoneta, Santa Coin (con il supporto tecnico di dyne.org e commonfare.net) e coinvolgendo alcuni professioniste/i del territorio che si occupano di benessere e cura del corpo. Piazza Ganganelli sarà invasa durante i fine settimana da rituali a cui prender parte: i servizi offerti dagli artigiani del corpo coinvolti, un’acconciatura o un massaggio, una manicure o una lettura di tarocchi, entreranno nella programmazione del Festival e saranno acquistabili con le Santa Coin, così come tutta l’offerta di spettacolo.

 

Progetti realizzati con la comunità di teenager locali sono la non-scuola / Teatro delle Albe, Let’s Revolution! e WASH UP con Eva Geatti & Slander, percorsi che coinvolgono i ragazzi durante tutto l’anno e che culminano nel Festival.

In aggiunta al programma di performing arts, Santarcangelo Festival ospita, come ogni anno, il mercatino artigianale Garage Sale, un’offerta di ristorazione vegan-friendly, con alimenti eco-sostenibili locali, un programma di proiezioni cinematografiche gratuite all’aperto ogni sera, una serie di attività sportive all’aperto. Oltre a questi progetti, la programmazione comprende workshop, talk, momenti di condivisione.

Il Festival collabora anche quest’anno con La Notte Rosa / Pink Your Life, il capodanno estivo su 170 km di Riviera, nella notte del 6 luglio 2018.

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Il programma completo sul sito del Festival di Santarcangelo.

Santarcangelo Festival è realizzato grazie al Comune di Santarcangelo di Romagna e ai Comuni di Rimini, Longiano, Poggio Torriana e San Mauro Pascoli. È sostenuto dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Regione Emilia-Romagna, Goethe-Institut Mailand, Institut français Italia, Australia Council for the Arts, Swedish Arts Council, Performing Arts Hub Norway, Reale Ambasciata di Norvegia, e dagli sponsor Gruppo Hera, Gruppo Maggioli, CAMAC, Romagna Acque Società delle Fonti, Amir Onoranze Funebri, Camera di Commercio della Romagna, Banca Popolare dell’Emilia Romagna.

In-Box dal vivo. Bacia la rana e scopri il giovane principe del teatro italiano

Baciami, dice la rana che quest’anno occhieggia dal sito di In-Box dal vivo. Festival e contest di teatro contemporaneo, In-Box 2018 giunge domani  e dopodomani, 18 e 19 maggio, a Siena, alle fasi conclusive. Dalle quali – come vuole la fiaba – emergerà un giovane principe. Quello baciato dal maggior numero di repliche.

Perché il meccanismo di In-Box è ingegnoso e al tempo stesso virtuoso. Fatto apposta per sostenere e dare visibilità ad artisti emergenti, assicurando loro il lavoro (le repliche) e riconoscendo dignità economica alle loro creazioni (i cachet).

Come funziona

Selezionati tra oltre 500 candidature, i sei spettacoli finalisti di In-Box dal vivo saranno presentati in concorso venerdì e sabato a Siena (altri sei sono già andati a formare nei giorni scorsi la rosa finale di In-Box verde, riservata al teatro per l’infanzia e l’adolescenza).

In palio ci sono le 86 repliche (52 e 34, rispettivamente) che porteranno queste produzioni, la stagione prossima, negli oltre 60 teatri della Rete che sostiene In-Box: sale che operano in quasi tutte le regioni italiane, dal Trentino alla Puglia, passando per la Toscana, dove il progetto è nato, nel 2009, grazie all’intraprendenza di Straligut Teatro, compagnia che ancora oggi tiene il timone dell’iniziativa sostenuta da Regione Toscana, Mibact e Fondazione Toscana Spettacolo Onlus, assieme anche al Comune e all’Università di Siena.

I titoli e gli artisti che avranno convinto all’acquisto di una replica il maggior numero di teatri risulteranno vincitori di In-Box 2018. E si andranno aggiungere a quelli delle scorse edizioni del  virtuoso contest, che ha già visto premiate formazioni come Punta Corsara, Caroline Baglioni, Carullo-Minasi, Musella-Mazzarella.

 

Il programma delle due giornate

Ecco di seguito, anticipati dai materiali di presentazione di In-Box dal vivo  2018, i sei titoli finalisti, in attesa tutti quanti – come la sospirosa rana dell’immagine precedente – di quel bacio che li potrebbe trasformare. In giovani principi del palcoscenico italiano.

Nessuna pietà per l’arbitro del Centro Teatrale Mamimò (venerdì 18, Teatro dei Rozzi, ore 16) si insinua in un intreccio familiare e usa la passione per il basket per raccontare una perdita di valori condivisi.

nessuna pietà per l'arbitro

 

Neve di Giovanni Betto (venerdì 18, Teatro del Costone, ore 18) ripercorre la storia di un soldato italiano disperso nella ritirata di Russia del ’43.

neve

 

Phoebuskartell di Il ServoMuto Teatro (venerdì 18, Teatro dei Rozzi, ore 21.30) sceglie i modi del racconto brechtiano per indagare le vicende del Cartello Phoebus, tra capitani d’industria, operai, lampadine e obsolescenza programmata.

phoebuskartell

 

Desidera di Il Teatro nel Baule (sabato 19, Teatro dei Rozzi, ore 16) insegue la storia di un uomo, dei suoi ricordi e dei suoi amori vissuti, perduti e ritrovati.

desidera

 

It’s app to you, o del solipsismo di Bahamut (sabato 19, Teatro del Costone, ore 18) è un videogame teatrale che si interroga sui limiti della libertà degli individui nell’epoca degli algortirmi e della realtà virtuale.

It's App to You

 

Lo soffia il cielo. Un atto d’amore di TrentoSpettacoli (sabato 19, Teatro dei Rozzi, ore 21.30) è infine un dramma familiare che porta in scena il rapporto tra una madre e un figlio ai tempi della società dei consumi e delle immagini.

lo soffia il cielo

 

La proclamazione finale

Sabato, alle 23.30, dopo la riunione sempre animatissima durante la quale ciascun teatro in Rete acquisterà le repliche, decretando così il vincitore, è in programma alla Birreria La Diana la proclamazione finale. Con l’ancor più animata festa conclusiva.

Scopri altre informazioni sul sito ufficiale di In-Box Dal Vivo 2018.

Nekrošius. L’arte di chi digiuna. E quella di chi consuma

“Si provi a spiegare a qualcuno l’arte del digiuno! Chi non la conosce, non può neanche averne l’idea”. Dopo aver scritto Un artista della fame (tradotto malamente in italiano Un digiunatore) Franz Kafka non fece in tempo a vedere pubblicato in volume il suo racconto. Morì di tubercolosi nel 1924.

Quando il digiuno era un’arte

Il sospetto è che – parlando di un tipo che del digiuno ha fatto un’arte e si rammarica di quanto quest’arte sia caduta in disgrazia – lo scrittore di Praga parlasse in realtà di sé e di ogni artista, della diversità dagli uomini che abitano la vita di ogni giorno, spesso fatta di superficialità e insensatezza.

A Hunger Artist

Un asceta, dunque, il maestro del digiuno di Kafka. Proprio come ascetico, figlio severo di un mondo a parte, mi è sempre sembrato Eimuntas Nekrošius. Il regista che quel racconto di Kafka ha portato in scena qualche anno fa (Bado Meistras) in uno spettacolo ripresentato adesso tra gli appuntamenti di Flux: il festival delle arti della Lituania, grazie al quale quel Paese – da dove Nekrošius proviene – ci permette di apprezzare in questi giorni a Roma i maestri contemporanei lituani di teatro, musica, danza, arti figurative e video.

Nekrošius regista domatore

Sospetto ci sia una somiglianza forte tra il modo in cui Nekrošius concepisce la propria arte – quella della scena, quella a cui come un domatore inflessibile piega i suoi interpreti – e il modo in cui Kafka intendeva il proprio rapporto con la letteratura. “Non sono altro che letteratura, e non posso né voglio essere altro”, scriveva in Lettera al padre.

Fatto sta che questa riscrittura teatrale di Un digiunatore mi è sembrata molto bella, una pietra preziosa, capace di sfuggire al realismo cupo a cui la lettura del racconto invece invita. Niente gabbie in cui l’artista del digiuno si mostra a un pubblico di curiosi. Niente guardiani che ne spiano avidi e impressionati la lunga astensione dal cibo. Niente circo. Ma un visionario spazio teatrale – un interno domestico, con qualche sedia e un pianoforte – arredato dai gesti di quattro attori, tra i quali il maestro digiunatore. Anzi la maestra, poiché si tratta di una attrice da lungo tempo legata alla carriera di Nekrošius, Viktorija Kuodyté, quindi capace di mettere in pratica tutti i rigorosi precetti  del regista.

Viktorija Kuodyté - A Hunger Artist

Le sue invenzioni – minuziosamente sorvegliate in lunghi mesi di prove – sono un continuo aderire e allontanarsi dalla lettera del racconto. Che si prende così la scena, trasformato in silhouette di stomaci, collezioni sparse di coppe e diplomi (i primati del digiunatore), euforie di fiori, giochi e trucchi con scarpe, corde, scale, vassoi, infine sentori di sciacquoni di cesso. Un carosello che ricorda imbonitori e artisti del varietà d’altri tempi. Fino alla morte del digiunatore, sostituito nella gabbia da una pantera nera e selvaggia, dagli scintillanti denti bianchi. Che Kafka evoca, e che noi non vedremo, se non nel portamento e nella malinconia della magnetica Viktorija.

Scandendo codici a barre

Era il controcanto, questo Digiunatore, a ciò che qualche giorno prima, sempre nel cartellone di Flux, mi aveva fatto vedere la compagnia di Vilnius, Operomanija. Il giovane gruppo musicale ha riallestito una rappresentazione epica del consumo alimentare. Geros Dienos! (e cioè, Buona Giornata!) è il titolo di questa composizione musicale per cassiere, lettori di codici a barre e pianoforte, dominata dal ritornello che le dieci addette alle casse del supermercato intonano nelle sequenze di un minimalismo operistico memore un po’ del Philip Glass anni ’80.

Operomanija Vilnius - Have a Good Day1

Tanto che, sedute a schiera, sotto la luce dei neon, con la loro pistola scanner in mano, le dieci cantanti lituane sicuramente piacerebbero a Bob Wilson. Divertono, ma strizzano anche il cuore, le vite di queste signore che solfeggiano di cetrioli e ravanelli, panna acida e pannoloni, mentre aprono squarci personali sulla propria alienazione. Una rimpiange la laurea riposta a forza nel cassetto, l’altra è uscita di casa che era ancora buio ed è in pensiero per i bambini soli a casa, un’altra ancora fantastica una viaggio low-cost a Londra.

E si fa ancora più struggente allora il contrasto tra la geometria wilsoniana dell’impianto, e quei canti, dentro ai quali scopriamo i pensieri segreti di tutte le anonime signore che, alle casse, meccanicamente, come automi, giorno per giorno passano sul nastro il nostro menù di mayonese, pizza surgelata, biscotti senza glutine, ravioli scontati, acqua frizzante.

 

Visita il sito di Meno Fortas, la compagnia di Eimuntas Nekrošius.

Visita il canale YouTube di Operomanija.

David Foster Wallace. A teatro, cavalcando il web

Per chi ha amato, e ancora ama, i libri di David Foster Wallace. Per chi ne ha orecchiato, solo qualche volta, il nome. Anche per chi a teatro vuole uscire dai soliti schemi, mettersi in sintonia con un presente di interferenze e contaminazioni.

Si intitola Infinite Wallace il progetto teatrale che prima sul web e poi in lunga serie di serate a teatro affronta – con una modalità che oggi si direbbe liquida, trasversale, inclusiva –  l’eredità dello scrittore suicida a 46 anni, proprio un decennio fa. Ma che già nel 1996, con romanzo di mille pagine, aveva impresso una svolta ai modi nei quali fare oggi letteratura. Forse anche teatro.

Si intitolava Infinite Jest quel romanzo, e proprio dal titolo parte Infinte Wallace, progetto di web-reading della compagnia BluTeatro e del regista Luca Bargagna. Una compilation di contributi originali che chiunque può postare su Facebook e che andranno a comporre la staffetta dei due primi episodi teatrali – FunHouse Chapter 1 e FunHouse Chapter 2 – che prendono il via venerdì 18 maggio al Teatro Giovanni da Udine e martedì 22 al Teatro Verdi di Pordenone.

Da qui era partito  DFW

Nell’ultimo atto dell’Amleto, il principe di Danimarca palleggia tra le mani il teschio e dice la sua famosa battuta:  “Ahimè, povero Yorick! Io lo conoscevo: era un tipo di spasso infinito – infinte jest scrive Shakespeare – e con una eccellente fantasia! Mi avrà portato sulle spalle mille volte”.

“Se a casa possedete un libro di Foster Wallace, uscite a fargli prendere una boccata d’aria” incita Luca Mascolo, attore che si è formato all’Accademia Silvio D’Amico, ha lavorato con Lavia e con Ronconi, e fa ora parte di BluTeatro.

Detto altrimenti, la proposta che la compagnia ha lanciato è di costruire un’opera web collettiva, linkando uno all’altro i video di un minuto in cui chiunque si può cimentare leggendo, interpretando, commentando pagine dello scrittore americano. Basta postare il video sull’evento Facebook “Infinite Wallace”, aggiungere gli hashtag #infinitewallace e #webreading e condividere con i propri amici, suggerendo loro fare altrettanto (vedi qui tutte le istruzioni).

Raccolti a mosaico, i materiali si integreranno in palcoscenico con “FunHouse 1 e 2”, spettacoli ugualmente ispirati a un titolo di Foster Wallace: “Verso Occidente l’impero dirige il suo corso”. Nelle pagine di quel racconto, spesso etichettate come esempio di un contemporaneo “realismo isterico”, lo scrittore immaginava la grande riunione che, in una cittadina dell’Illinois, avrebbe messo assieme tutti i quarantaquattromila figuranti comparsi negli spot McDonald’s.

Quarantaquattromila è anche l’ambizioso traguardo di contributi video che BluTeatro si è proposto di raggiungere con il suo progetto “infinito” o almeno pluriennale.

Vai al progetto  INFINITE WALLACE  di Bluteatro.

“Il nostro progetto – spiega Luca Bargagna, regista dell’operazione – è frutto di riflessioni scaturite da un’idea precisa: vedere se anche a teatro funzionano i principi di apertura e serialità, tipici già della letteratura, del cinema, della televisione. Apertura perché lo spettacolo nasce da un laboratorio permanente, alimentato da una modalità partecipativa, quella del web-reading. Serialità perché l’occasione offerta dai teatri di Udine e Pordenone (che si sono uniti per ospitare i due capitoli di FunHouse) ci ha consentito di immaginare una modulazione dei lavori di Wallace, che favorisce il movimento: un flusso di spettatori che si spostano. È una sfida, un esperimento, com’è nella natura di Bluteatro”.

[pubblicato su IL PICCOLO, 10 maggio 2018]

La nuova Lituania. Un po’ flux un po’ trans

In Europa, c’è una Repubblica dentro un’altra Repubblica. Con la sua Costituzione, il Parlamento, la Bandiera e un Presidente. Ma i parlamentari si riuniscono in un bar, le leggi costituzionali sono scritte in 23 lingue, su tavole traslucide esposte in pubblico, e la bandiera cambia colore quattro volte all’anno, come le stagioni. Questa Repubblica si chiama Užupis. E la cittadinanza, là, è una scelta d’arte.

Se non la conoscete, dovreste conoscerla. Perché Užupis è una di quelle cose più facili da scoprire che da immaginare. E il modo migliore per fare la sua conoscenza è prendere un volo per Vilnius, alloggiare in centro e oltrepassare uno dei ponti che dividono questo quartiere-stato dal resto della capitale della Lituania.

Užupis – tradotto – significa “oltre il fiume”, ed è in questo quartiere alieno, abitato per lo più da artisti, con porte e finestre che si aprono su atelier, laboratori, gallerie d’arte, che si possono misurare i fermenti della nuova Lituania. Quella post-post-sovietica.

Nekrošius, Koršunovas e gli altri

Per chi  va a teatro, Lituania è sinonimo di Nekrošius, il 65enne regista che ha studiato a Mosca, ma ha poi fatto conoscere al mondo intero una poetica intrisa fin nel profondo dallo spirito nazionale del suo Paese. Memorabili Pirosmani Pirosmani e Zio Vanja, i due primi spettacoli approdati in Italia, al Festival di Parma, nell’89, proprio quando la Lituania, nei flussi della glasnost di Gorbacëv, rivendicava l’indipendenza. Sarebbero poi venuti i suoi Shakespeare, i suoi Cechov, la sua Divina Commedia. E ci saremmo poi abituati a riconoscere nei cartelloni il nome della sua compagnia, Meno Fortas (che significa “la fortezza dell’arte”).

Un digiunatore, da Kafka. Regia Eimuntas Nekrošius
Un digiunatore, da Kafka. Regia Eimuntas Nekrošius

Eccettuato il più giovane Oskaras Koršunovas (che, comunque, ne ha quasi 50) non è granché ciò che si sa, qui da noi, della scena contemporanea lituana. Qualche nome: un drammaturgo come Marius Ivaškevičius, e registi come Paulius Ignatavičius, Artūras Areima e Rugilė Barzdžiukaitė. Tutt’al più qualche approfondimento: un dossier di parecchie pagine su Hystrio, quattro anni fa, li raccontava nei dettagli.

I bassifondi, da Gorkij. Regia Oskaras Koršunovas
I bassifondi, da Gorkij. Regia Oskaras Koršunovas

Eppure, non solo Užupis, ma l’intera Vilnius e anche la poco distante Kaunas, hanno conosciuto in questo decennio una crescita esponenziale di gruppi e singoli artisti. E di drammaturghi, registi, coreografi, danzatori, tutti in grande fermento. A Užupis, quartiere-stato dichiaratosi indipendente nel 1997, un simbolico pianoforte mezzo annegato sulla riva del fiume Vilna, segnala che non basta un po’ d’acqua a spegnere il fuoco dell’arte. E molti degli edifici dove nel recente passato sovietico erano stati prodotte merci e cultura di regime (stabilimenti industriali e tipografie, per esempio) sono stati riconvertiti in sale e spazi espressivi, di esposizione o di formazione, per una popolazione che a differenza del vecchio occidente d’Europa, spicca per giovani valori demografici. Basta guardarsi in giro, camminando per strada a Vilnius.

Gli zeppelin, a cena con il Presidente

Per capire che cosa sia questa Lituania post-post-sovietica, un Paese che nei confronti di quel periodo sembra ora nutrire un rapporto controverso (come è il caso di tutte le nostalgije post-comuniste), bisogna insomma inoltrarsi tra le viuzze di Užupis, ordinare uno zeppelin(*) in una delle sue trattorie, e conversare con questi parlamentari artisti. Il primo Presidente di Užupis, Romans Lileikis, è pure poeta, musicista e regista.

Tuttavia, se non avete già in programma un viaggio in Lituania, sarà la Lituania a venire a voi. Anzi, a noi, in Italia. Roma è la sede scelta per FLUX, il primo festival lituano delle arti, promosso in occasione del centenario della prima indipendenza, quella dall’impero russo, nel 1918. La seconda, come si può immaginare, è quella del 1991, dall’impero sovietico.

Tra il 4 e il 15 maggio 2018, l’iniziativa dell’Istituto Culturale di Lituania, in collaborazione con Fondazione Musica per Roma, invita ad aggiornare fluidamente i nostri file internazionali. Tre mostre, due rassegne video, quattro concerti, cinque spettacoli: in tutto 12 giornate di arte, teatro, danza, musica performance, proiezioni, architettura e fotografia, per dare smalto baltico al calendario culturale della capitale italiana, in alcune delle sue sedi più autorevoli: Auditorium Parco della Musica, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Teatro Argentina, Teatro India, Palazzo Braschi, Museo Baracco.

Alcune anticipazioni

La presentazione ufficiale del cartellone è prevista all’Auditorium Parco della Musica, giovedì 26 aprile, ore 12.00. Ma per voi teatranti, magari già attanagliati dall’impazienza, posso anticipare che tra i tanti appuntamenti, oltre ai titoli già conosciuti di Nekrošius (Un digiunatore, da Kafka) e  di Koršunovas (I bassifondi da Gorkij), FLUX prevede uno spettacolo creato da Kamilė Gudmonaitė, esponente ribelle di una liquidità di genere (Trans trans trance), le creazioni di danza urbana di Airida Gudaitė e Laurynas Žakevičius e un’opera musicale contemporanea. Scritto per pianoforte e supermarket sound, il lavoro si intitola Buona giornata! ed è basato sulla routine canora (e non solo) di dieci cassiere di un centro commerciale. L’idea è di Lina Lapelytė e Vaiva Grainytė, compositrice e librettista giovanissime, associate sotto le bandiere della compagnia Operomanija.

Trans Trans Trance. Regia Kamilė Gudmonaitė
Trans Trans Trance. Regia Kamilė Gudmonaitė

Altre informazioni su mostre d’arte, esposizioni fotografiche, rassegne video, concerti, più il calendario completo di tutte le proposte di FLUX, saranno disponibili sul sito dell’Auditorium a cominciare da giovedì 26 aprile.

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(*) La forma richiama il dirigibile tedesco Zeppelin, ma non altrettanto digeribile è questo tradizionale piatto della cucina lituana: in pratica un gigantesco gnocco. Un guscio di patate bollite e patate grattugiate, modellato a ogiva e riempito di carne e cipolla stufate, ricucinato in acqua con erbe aromatiche, e servito con panna acida e pancetta croccante. Da provare, senz’altro.

Il bambino anatra e lo stagno della dislessia

Sono età fragili, l’infanzia e la vecchiaia. Fragili e indifese davanti ai colpi d’ariete che natura e cultura preparano loro, all’insaputa. Per un bambino, la conquista delle abilità dei grandi è pari al disagio che un anziano prova quando comincia a capire che quelle abilità ormai le sta perdendo.

cronache bambino anatra 2

Cronache del bambino anatra è un testo teatrale, e poi uno spettacolo, che con toni da favola quotidiana, affronta i problemi di chi in quelle difficoltà si imbatte. Lo ha scritto Sonia Antinori, dopo una ricerca di quasi due anni che l’ha portata a studiare i disturbi dell’apprendimento. In particolare la dislessia, il meccanismo che fa sì che alcuni bambini non raggiungano lo standard di lettura che viene considerato adeguato a una certa età della vita.

Empatia per la dislessia

Maria Ariis e Carla Manzon, dirette da Gigi Dall’Aglio, da due anni portano in scena lo spettacolo, che ha come primo obiettivo una riflessione empatica su quel disturbo. Che fino a un decennio fa non veniva riconosciuto come tale. E spesso giustificava una diagnosi di ritardo mentale in chi lo manifestava. Oppure la solita spiegazione: “è intelligente, è sveglio, ma non si applica”. Non era, e non è un ritardo. Neppure era svogliatezza. Ma un diverso comportamento delle reti neuronali, che rendono più lento e più difficile l’adeguamento alle aspettative degli altri.

Cronache del bambino anatra sono una madre e un figlio, che nel pieno degli anni Sessanta, si trovano ingabbiati in quella situazione. Maestra lei. Scolaro lui. Un rapporto che diventa sempre più difficile e conflittuale mano mano che l’adesione alle norme delle età, evidenzia quel deficit nella lettura. Mentre l’intelligenza sembra crescere a grandi passi, quasi per compensazione.

Riletta con gli occhi smagati e contemporanei di un’autrice teatrale, questa è la fiaba del brutto anatroccolo. Alla quale sia stato tolto il fiabesco, sostituito con le difficolta quotidiane di chi, suo malgrado, sente che il mondo richiede altro da ciò che lui può dare.

Ma come sempre accade, il tempo e la natura alla fine hanno ragione. Dell’uno e dell’altra. Lui, dislessico, diventerà uno scienziato di fama, confortato da onorificenze e stima. Lei, sensibile e comprensiva nella sua pedagogia elementare, accuserà via via i sintomi di quell’Alzheimer, che qui ci appare come l’opposto speculare dei disturbi dell’apprendimento: la perdita di quelle abilità che poco tempo prima sembrano capacità naturali. E sono invece frutto di cultura.

Una forte adesione ai personaggi. Un clima che la regia sottolinea musicalmente: dalla fiaba beatlesiana di Eleanor Rigby agli urli psichedelici dei primi Pink Floyd. E tutti gli accessori del caso: il mangiadischi, i 45 giri, lo stereo, il registratore Geloso.

Una forte empatia con il pubblico, infine, che facilmente si lascia vincere una storia che, come tutte le storie autentiche e sincere, non conosce né lieto né brutto fine. Ma l’inoppugnabile capacità della vita, di condurre ciascuno al suo traguardo. Con, senza, o magari grazie alle proprie imperfezioni.

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Informazioni sui disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) si possono trovare sul sito dell’Associazione Italiana Dislessia (www.aiditalia.org).

Venerdì 6 e sabato 7 aprile 2018, l’Associazione SOS Dislessia organizza a Torino il convegno nazionale “Guardare, provare, imparare: dai neuroni a specchio alla didattica a scuola”, due giornate dedicate alle origini dei processi di apprendimento implicito che costituiscono le basi per la costruzione della conoscenza e dell’apprendimento anche scolastico.

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Cronache del bambino anatra, di Sonia Antinori. Con Maria Ariis e Carla Manzon, regia di Gigi Dall’Aglio. Scene Enzo Sammaritani, costumi  Ilaria Bomben. Produzione  Associazione Malte  & A.Artisti Associati, Teatro Verdi di Pordenone, con il sostegno di Fondazione Crup, con il patrocinio di Associazioni Italiana Dislessia e di Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani-Lombardia.

(le fotografie dello spettacolo sono di Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2016)

Ave Maria, priva di grazia. Sara Alzetta è Maria Farrar

Rinchiusa in carcere per il suo crimine, Maria Farrar veniva uccisa dalle altre detenute. A lei e a tutte le donne che per miseria, ignoranza, disperazione, compiono atti che indignano la società, Bertolt Brecht dedicava, cento anni fa, nel 1922, una delle sue poesie più toccanti.

Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue.

Per anni, la storia di questa minorenne che uccide il neonato che ha appena messo al mondo, aveva raggiunto il pubblico grazie anche alla voce di Milva, in una famosa selezione di poesie e canzoni, fatta da Giorgio Strehler. Come il verbale di una stazione di polizia, i versi raccontavano povertà e sfruttamento, neve e fame, solitudine, mancanza di alternative. Una giovanissima madre senza domani, il gesto di un momento. E il ritornello, tornava più volte a reclamare quel po’ di umanità che ancora oggi sembra non abitare il pensiero di chi richiama la legge cruda del respingimento.

Contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.
Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri.

Manlio Marinelli, autore che lavora in Sicilia, ha preso in mano la storia di Maria Farrar. L’ha accompagnata lungo le strade d’Italia, oggi, tra parlate e dialetti del Nord e del Sud, e ha scritto la sua Maria Farrar. L’ha affidata quindi a un’attrice, non solo a una voce, ma alle tante voci di Sara Alzetta. Che ne ha fatto la sua Maria senza domani.

Questa Maria, che prima è una figlia mai voluta. Poi una bambina sfigurata dalla bruttezza. Poi sguattera in un convento di suore. Poi ragazzina abusata e gravida. Infine infanticida.

Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.

Alzetta Maria Farrar 1

Il monologo dell’attrice triestina che si è formata alla scuola di Strehler, negli scorsi giorni ha esaurito tutti i posti a sedere del Ridottino, la piccola sala che il Teatro Miela riserva agli spettacoli più raccolti, si potrebbe anche dire più intimi.

Ma Alzetta è una donna determinata e la sua interpretazione è tanto forte, che il tono crudo e documentario della poesia di Brecht, ripreso in mano e rielaborato da lei e Marinelli, diventa ciò che oggi risuona come un pianto e una risata tragica. Pietoso e derisorio allo stesso tempo.

Un neo-espressionismo in cui il senso di pietà che proviamo per quella vittima si sfrange nel comico dei suoi carnefici. Genitori, suore, parroci, bulli di periferia, carabinieri, nei loro diversi dialetti, nelle loro crudeltà ignoranti.

Con l’apparizione infine di una Madonna, luminosa, bellissima, madre di un figlio diventato giustamente famoso. La quale, con accento emiliano e gesti televisivi da salotto, rimprovera alla sua devota omonima, il peccato più grave, il più mortale, oggi nella società dell’apparenza. Quello della bruttezza: Ave Maria Farrar, priva di tutte le grazie.

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La Maria Farrar, di Manlio Marinelli, interpretata da Sara Alzetta, produzione Bonawentura, si replica ancora oggi 20 marzo, al Teatro Miela.

La traduzione della poesia, dal Libro di devozioni domestiche (Einaudi) è di Emilio Castellani e Roberto Fertonani.

Transquinquennal. Teatro con data di scadenza

“Transquinquennal si scioglierà il 31 dicembre 2022. Nel frattempo avrà fatto la sua storia” annunciano.

Come yogurt e formaggi, pelati e piselli in scatola, Transquinquennal ha una data di scadenza. Anche se questa compagnia di teatro belga ha poco a che fare con latticini e scatolame. Sul loro sito, un orologio conta comunque a ritroso il tempo che manca.

Transquinquennal è un collettivo composto da tre uomini (Bernard Breuse, Stéphane Olivier, Miguel Decleire, registi e performer) e una donna (Brigitte Neervoort, manager), che del teatro hanno deciso di fare una pratica anti-autoritaria. “L’autoritarismo, anche a teatro, è una maniera per semplificare la complessità del reale” sostengono. E poi passano ad illustrare il proprio metodo di regia collettiva. Se un attore ad esempio chiede loro: “Perché nel terzo atto il mio personaggio uccide la propria madre?”, uno risponde in un modo (“perché ha cercato di sedurre il fidanzato di tua sorella”), un altro dà una risposta completamente diversa, e il terzo dice: “Boh, arrangiati un po’ tu”.

Transquinquennal ha grande stima del filosofo francese Clément Rosset, autore di oltre trenta titoli nei quali – semplifico un po’ – si argomenta che “la realtà è idiota”, in quanto non possiede una sua propria intelligenza.

Maestri, senza nulla da insegnare

Tutte queste cose, Transquinquennal le ha raccontate nell’incontro che a Teatro Contatto, a Udine, precedeva il debutto italiano del loro più recente spettacolo. Io avevo incontrato i Transquinquennal già lo scorso agosto, quando conducevano, sempre Udine, e poi a Bruxelles, Roma, Reims Caen e Coimbra, la 26esima edizione dell’École des Maîtres, il corso internazionale di perfezionamento per attori (ecco ciò che ne scrivevo allora).

École des Maîtres, sì, la scuola dei maestri. Ma nel loro caso “senza maestri e senza nulla da insegnare, se non un metodo di pensiero”. Già ad agosto mi erano sembrati un po’ complicati. Adesso quell’impressione è confermata.

École des Maîtres, 2018

Philip Seymour Hoffman, per esempio

Il loro più recente spettacolo si intitola Philip Seymour Hoffman, par exemple. Non si tratta una biografia teatrale dell’attore e premio Oscar scomparso quattro anni fa – precisano – e tutto sommato non riguarda nemmeno la sua indimenticabile carriera cinematografica e la sua inaspettata morte. Lo spettacolo – dicono – ha invece a che fare con il concetto di identità e le sue conseguenze. Se si prova a seguirne la trama, a un certo punto si capisce che uno dei personaggi (che ha lo stesso nome dell’attore belga che lo interpreta, Stéphane Olivier) viene sistematicamente confuso con Philip Seymour Hoffman, l’attore statunitense. Tanto da ingenerare una infinita serie di malintesi e paradossi, su cui ruotano i 130 minuti della rappresentazione. Non bastasse ciò a complicare le cose, la trama principale è affiancata da un trama secondaria, nella quale sono coinvolti un attore giapponese e una concorrente di quiz televisivi che risponde a domande sulla carriera dell’attore giapponese. Vi venisse la curiosità di sapere se l’attore giapponese è vivo, è scomparso, o se è mai esistito, Transquinquennal vi risponderà che è una domanda da rivolgere all’autore del testo, non a loro.

Rivolgersi all’autore

L’autore del testo è quel simpatico e divertente argentino che risponde al nome di Rafael Spregelburd. Personalmente, lo considero uno dei più intelligenti drammaturghi contemporanei. Per una ragione soprattutto: perché non si prende mai troppo sul serio.

Così credo abbia fatto anche con i Transquinquennal quando gli hanno chiesto di scrivere una trama con due ingredienti: primo, che avesse nel titolo il nome di Philip Seymour Hoffman, secondo che avesse a che fare con le opere del filosofo francese Rosset e la sua teoria della “realtà idiota”.

Transquinquennal e Rafael Spregelburd (quello con il maglione chiaro)

Appassionato del teatro della complessità, Spregelburd il risultato l’ha sfornato in poche ore: Philip Seymour Hoffman, par exemple, appunto. Che i belgi hanno diligentemente allestito, e presentato in Belgio, in Francia e adesso anche in Italia, nel cartellone di Teatro Contatto. In mancanza di un attore giapponese, hanno pensato che bastasse uno di loro a interpretarlo. Tanto la realtà è un’idiozia e le identità si confondono.

Prima dello spettacolo, è stata comunque data una dritta agli spettatori. “Se nei primi 30 minuti vi sembra di non capire nulla – ha detto Stéphane Olivier – non vi preoccupate. E’ fatto apposta”.

Ma sinceramente: io ci ho capito poco anche nei 100 minuti successivi.

Questa sera ci vediamo al bar. Offre Harold Pinter

Non mi era mai capitata un’edizione così. Un’edizione così alcolica, così sbandata, di Notte, gioiello in miniatura fra la cinquantina di testi che Harold Pinter ha scritto per il teatro. Assieme a Il calapranzi e a altri piccoli episodi di scrittura, Notte fa parte di una breve playlist firmata Pinter che Valerio Binasco ha allestito per il Teatro Metastasio di Prato e lo Stabile di Genova. Titolo complessivo Night Bar. Un’intuizione personale e originale, che ha spinto il regista a raccogliere sotto le insegne di un locale aperto fino a tardi alcuni temi ricorrenti dell’autore inglese scomparso dieci anni fa.

Di Harold Pinter credo di conoscere tutti i testi, i collegamenti più intimi tra i diversi lavori, persino quel nucleo aurorale da cui ciascuno dei suoi titoli è nato. Nei tanti incontri e nelle tante interviste con lui – raccolte in quasi quindici anni e nel libro che lo racconta  – era ogni volta possibile strappargli un dettaglio, un’immagine, forse un segreto, che illumina meglio la sua elusiva drammaturgia.

RobertoCanziani, Gianfraco Capitta, Harold Pinter. Scena e potere, Garzanti 2005

Elusiva solo in apparenza. E per niente enigmatica, come vuole l’opinione comune e la storia del teatro. In realtà, il rapporto tra Pinter e le sue storie e i suoi personaggi assomiglia molto al rapporto che intratteniamo con la realtà. Che non conosciamo mai completamente. Che non possiamo ricondurre sempre a una logica. Che ci sorprende con svolte inaspettate e gioca con la nostra memoria, approssimativa, labile. “Io ricordo cose che possono non essere mai accadute ma, poiché le ricordo, sono accadute” dice uno dei personaggi di Vecchi tempi. Credo che sia una buona chiave per fare chiarezza sull’apparente mistero dei suoi lavori.

La memoria ubriaca

Notte, scritto nel 1969, racchiude in poche pagine questo tema. E’ così limpido e così compatto che tornerei a vederlo sempre. Per questo sono andato al Metastasio di Prato. Perché Notte concludeva con una nota superalcolica, la selezione dei quattro testi scelti da Binasco. E a questa nota ubriaca, che nella vicenda rende protagonisti anche il gin e la vodka, non avevo mai pensato. Cioè che Notte, non sia solo dimostrazione della volatilità della memoria, ma abbia anche a che fare con quel filone di bottiglie e bicchieri che sono una costante della drammaturgia anglosassone. Poi si sa: il vino bianco, secco, ghiacciato, Pinter lo apprezzava sempre.

In Notte, che dura meno di dieci minuti, ho trovato perfetti Arianna Scommegna e Nicola Pannelli. Interpretano due coniugi quarantenni, intenti a rievocare il loro primo incontro, decenni prima. Era successo sul ponte. No, sulla cancellata. Eravamo a un festa. Non ricordo bene. Faceva freddo. Sì, ti avevo messo le mani sotto il maglione. Davvero? Le mie mani sul tuo seno. Forse non ero io, era un’altra. Insomma non se lo ricordano proprio l’incipit della loro storia, brilli come sono, ma molto convincenti. E tutto quell’alcool li aiuta a confondere meglio le cose, che sembrano dissolversi in una nebbia lattiginosa. La stessa che mi accoglieva a Prato quella sera, infatti.

Interpretare Pinter

Di Arianna Scommegna (alle prese con Pinter anche in Il ritorno a casa di qualche anno fa, regia di Peter Stein) potevo già anticipare la bravura. Nicola Pannelli, per me, è ogni volta una rivelazione. Provate a guardarlo nella foto qui sopra (credo Binasco avesse in mente Marlon Brando e quel suo Ultimo tango). Non capisco perché il suo stesso teatro, lo Stabile di Genova che se li tiene sempre stretti i propri attori, non valorizzi di più Pannelli. O perché lui stesso, liberandosi, non provi a bucare la rete che lo tiene legato a personaggi di spalla.

Con Sergio Romano, che è il terzo interprete di Night Bar, aveva provato a farlo nella messa in scena di un testo di Agota Kristof (un’altra regia di Binasco, ne ho scritto qui). Ora, in questo spettacolo pinteriano, anche Romano ha i suoi spazi, ma nella riuscita della serata, nelle figure che tratteggia, a volte al limite del caricaturale, a me è sembrato meno interessante.

Anche perché il Calapranzi, in cui Romano interpreta un killer un po’ sopra le righe, non si inquadra perfettamente nel mondo di quel bar notturno. Mentre lo fanno bene Tess, monologo disinvolto e un po’ puttanesco di Scommegna, e L’ultimo ad andarsene, con quei due tipi che discorrono di giornali e buttano giù il bicchiere della staffa. Ma è un episodio minore della drammaturgia pinteriana. Che la colonna sonora disco anni ’70 però rafforza. Voulez-vous, un rendez-vous? Tomorrow…

 

Night Bar, con Nicola Pannelli, Sergio  Romano, Arianna Scommegna e la regia di Valerio Binasco, è in scena fino al 4 marzo al Teatro Duse di Genova. Versione italiana di Alessandra Serra. Scene Lorenzo Banci, musiche Arturo Annecchino, costumi Sandra Cardini, luci Roberto Innocenti.

Le fotografie sono di Duccio Burberi.