Ultima replica. Venticinque anni dopo Capaci

Nel calendario laico degli italiani il 23 maggio dovrebbe essere una data importante. E’ il giorno della strage di Capaci. A 25 anni esatti di distanza – era il 1992 – l’ultima replica di Novantadue. Per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Domani, al Teatro Verdi di Pordenone.

Ho sempre pensato che delle ricorrenze bisogna diffidare. Se un evento è importante, non può esserlo solo allo scadere dei dieci, dei venti, dei trent’anni. Ma l’ultima replica di Novantadue, il testo teatrale di Claudio Fava che ricostruisce i fatti di quell’anno, è un’occasione che mi preme mettere in evidenza. Domani, 23 maggio, ultima replica al Teatro Verdi di Pordenone (ore 20.45), di una produzione Bam Teatro che non è solo teatro. Ma del teatro approfitta per raccontare, soprattutto a una generazione che 25 anni fa non c’era, ciò che significò la perdita violentissima di quelle due vite.

La legalità, l’opacità

Giovanni Falcone, investito da una carica di mille chili di tritolo, il 23 maggio 1992, assieme alla moglie e alla scorta all’imbocco della galleria palermitana di Capaci. Paolo Borsellino, ammazzato allo stesso modo, due mesi dopo, sempre a Palermo, nel centro storico in via d’Amelio. I simboli della legalità dello Stato Italiano di fronte all’opacità e alla violenza dello Stato Mafioso. Due realtà territoriali e politiche che, oramai lo sappiamo, non furono sempre contrapposte, ma segretamente intrecciarono invece la rete di connivenze e omissioni, viltà e complicità, sul cui altare venne deciso di far esplodere, con il tritolo, la battaglia che quei due giudici stavano combattendo per un Paese migliore.

In questo video, ecco come comincia Novantadue.

Ma Novantadue, non è solo storia, e non è solo documento. Per com’è stato pensato, per quanto ha girato i palcoscenici italiani in cinque anni di repliche, è anche uno spettacolo di forte impatto emotivo e dal respiro pulito. E questo si deve soprattutto al modo con cui Filippo Dini (che è Falcone), Giovanni Moschella (che è Borsellino) e Pierluigi Corallo (a cui la regia di Marcello Cotugno ha chiesto di disegnare un mondo omertoso di uomini di galera e funzionari dello Stato) si calano dentro e mostrano il carattere, fuori, dei personaggi. Il loro lavoro quotidiano, la loro solitudine. Lontano dalla retorica delle commemorazioni ufficiali, dai monumenti che sono stati loro dedicati, dalle intitolazioni che quei due cognomi hanno prodotto: piazze, scuole, strade, stadi, giardini, colonne, ambienti, alberi…

Capaci, 25 anni dopo

Dovrebbe far pensare anzi, che l’aeroporto di Palermo, si intitoli oggi a Falcone e Borsellino, perché tutto fa pensare che la stagione della mafie, in Sicilia, ma ugualmente a settentrione, non si è affatto conclusa. Come sappiamo bene e come sapevano già i due magistrati. E spettacoli come questo servono appunto a ricordarcelo. Venticinque anni dopo.

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NOVANTADUE – Falcone e Borsellino, 20 anni dopo. Di Claudio Fava. Con Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo. Allestimento e regia di Marcello Cotugno. Luci Stefano Valentini. Suono Gianfranco Pedetti. Produzione BAM teatro in collaborazione con XXXVII Cantiere Internazionale d’Arte e Festival L’ Opera Galleggiante

info:
www.comunalegiuseppeverdi.it
www.bamteatro.com/novantadue/

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Nella bolla della rassegnazione. I trentenni che vincono a In-Box

Un aggiornamento sull’esito di In-Box 2017 Dal Vivo, ve lo devo dare. Dell’iniziativa, che si è svolta a Siena tra mercoledì 17 e sabato 20 giugno, avevo cominciato a parlare in un precedente post. Ed è normale che vi racconti com’è andata a finire.

In-Box è una maniera per dare risposta, una risposta possibile, alla difficoltà che incontrano giovani artisti e compagnie teatrali nel far girare i loro spettacoli. Vuoi per l’affollamento che contraddistingue il mercato italiano, dove l’offerta è decisamente superiore alla domanda. Vuoi per la loro naturale inesperienza in quel settore dell’organizzazione teatrale che va sotto il nome di distribuzione.

Ma per dirla in maniera ancora più semplice: i sei giovani spettacoli finalisti di In-Box 2017 si contendevano la conquista delle 46 repliche messe in palio dai partner della manifestazione, che sono coloro che selezionano e programmano le stagioni di teatri sparsi per buona parte della penisola. Non una soluzione al problema, ma almeno un incentivo al rinnovamento dei cartelloni, tante volte appiattiti su un gusto medio e nomi che ritornano uguali. Un po’ di aria fresca, insomma. Vincitore dell’edizione risulta ogni anno lo spettacolo che, dopo essere stato visto nei due giorni della finale, strappa ai selezionatori il numero più alto di repliche. E così è successo.

Io non sono il mio lavoro
A garantirsi 26 repliche per la prossima stagione, e dunque a vincere, è stato il Collettivo Controcampo. Dinamico e vivace gruppo di attori provenienti dalla provincia laziale, dove hanno maturato quell’ascolto della realtà che è la forza dello spettacolo che hanno presentato. Sempre domenica, comincia con loro sei, seduti a schiera, e brevi dialoghi a due che piano piano svelano i personaggi. Tutti animati da una parlata romanesca forte, che evoca la grande stagione della commedia all’italiana al cinema. E tutti coinvolti in piccole storie metropolitane, dentro alle quali si scorge il labirinto di un lavoro subordinato dove si perdono fattorini, portieri d’albergo, segretarie di studi d’avvocato, meccanici, insegnanti precari… Personaggi che hanno la stessa età dei loro attori. Ma la vivacità pop di quelle battute, così naturale nel suo riferimento cinematografico, ben presto lascia il posto a un disagio e un tormento che piega i dialoghi a una richiesta dolorosa. Sfuggire al loro lavoro, anzi a un Lavoro che mangia l’anima e l’io. Un lavoro non scelto ma rimediato, che è asfissia, e come gridava la critica anticapitalistica del dopoguerra, aliena da se stessi. Trentenni e studiati (sono compagni di scuola e di università, i sei di Controcampo e la loro regista Clara Sancricca) più che averla imparata dai libri, questa alienazione se la sentono addosso, la vivono come generazione millennials, la soffrono personalmente. Ma sanno anche restituirla con quella grazia realistica che ha reso indimenticabile la rappresentazione di se stessi che gli italiani hanno fatto, grazie al cinema, durante gli anni del Boom, cinquant’anni fa. E tornano oggi a fare, nell’epoca della Crisi Strutturale, dentro il ripiego della rassegnazione.

Nella bolla delle attrazioni mancate
Ha radici lontane e un’ispirazione importante invece, lo spettacolo secondo classificato. Vania, della compagnia lombarda Oyes, ridà vita in un’atmosfera d’oggi alla storia che Anton Cechov ha raccontato centoventi anni fa in Zio Vanja. Come se quella struttura di rapporti, di attrazioni mancate, amori delusi, individui che non sanno far presa sulla realtà, avesse dato al regista Stefano Cordella e al suo gruppo di attori (anche qui, coetanei, che hanno in comune l’esperienza scolastica nella milanese Accademia dei Filodrammatici) il filo sul quale costruire una storia odierna. Senza troppe dimostrazioni o metafore, ma nella limpida osservazione, che ancora una volta punta la lente sulla bolla di un tempo fermo a cui è costretta questa generazione. Ed è bello che si asciughi in soli quattro personaggi il gioco della pigrizia sentimentale tanto caro alle brigate provinciali di Cechov. E che si sognino oggi i viaggi a Londra, come le tre sorelle anelavano di tornare a Mosca. Com’è pure bello l’accurato lavoro di interpretazione, appena appena giocato sui tipi, che sono quelli che incontriamo oggi sul pianerottolo e per strada, o mentre facciamo la spesa all’ipermercato. A muovere quella storia, da dietro, c’è il cantico dell’indolenza preparato da Cechov, ma a darle cuore ecco ancora una volta il senso vivo di rassegnazione che imbeve la generazione oggi trentenne.

E che sembra accomunare i due migliori spettacoli di In-Box 2017. In quella frase scritta 120 anni fa, ma che sembra fatta per loro. “Ho 35 anni, metti che arrivo fino a 70, me ne restano ancora il doppio. Troppi. Cosa faccio tutto questo tempo? ”.

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Vania. Ideazione e regia Stefano Cordella. Drammaturgia collettiva. Con Francesca Gemma, Vanessa Korn, Umberto Terruso, Fabio Zulli. Costumi e realizzazione scene Stefania Coretti, Maria Barbara De Marco. Disegno luci Marcello Falco. Produzione Oyes.
Vedi qui la loro homepage.

Sempre Domenica. Regia Clara Sancricca. Con Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero. Produzione Controcanto Collettivo.
Vedi qui la loro homepage.

In-Box si è svolto tra il 17 e il 20 maggio a Siena, ideato da Stratligut Teatro e sostenuto da Fondazione Toscana Spettacolo, Regione Toscana, Comune di Siena.
Vai al loro sito.

Capitani coraggiosi. Uno su trenta ce la fa. I giovani registi del College Biennale Teatro

Guardateli, ascoltateli, uno dopo l’altro, i trenta under trenta che Antonio Latella ha esaminato nella prima selezione del bando della Biennale. In palio c’è una produzione da 110mila euro. Tra loro, il regista ne ha adesso individuati sei. Alla fine ne verrà scelto uno. Uno su trenta ce la fa.

Nel precedente post parlavo di alcune soluzioni che il teatro italiano prova a dare alla difficoltà che i giovani artisti incontrano nel far vedere e apprezzare al pubblico le proprie opere. E’ un sistema in cui l’offerta è decisamente superiore alla domanda, ed è perciò inevitabile che il valore economico del loro lavoro precipiti verso il basso. Di conseguenza, anche la possibilità di farne una professione. Il che, detto in due parole, è grave.

Con rimedi diversi, il tessuto teatrale italiano prova a far fronte a questa prospettiva. Una delle proposte più ambite (nonché più dibattute negli scorsi mesi, per l’aspetto economico, davvero inconsueto) è il bando lanciato in marzo da Antonio Latella, direttore per questo quadriennio della sezione Teatro della Biennale di Venezia. Un premio di produzione di 110mila euro (al massimo) per la produzione di un regista under 30, da presentare nel cartellone 2018 del Festival. Niente male, che dite?

Alla scelta finale si arriverà dopo una progressiva selezione che, dai primi 30 registi accolti ed ascoltati, ha già portato a 6 i candidati, e porterà infine, tra qualche mese, al vincitore (il bando si può leggere qui).

La discussione in rete si è concentrata soprattutto sulla cifra, effettivamnete cospicua, e sulla scelta di destinare l’intero budget a una produzione sola. Ragionamenti convincenti dall’una e dall’altra parte, e motivati, com’è ovvio, dalla posizione dalla quale ciascuno parla. Il tema, quasi irrisolvibile, del rapporto qualità/quantità. Latella ha fatto la sua scelta. E tant’è: il bando è quello. A me pare interessante, piuttosto, ascoltare quello che hanno detto i trenta candidati. Li volete sentire? Volete mettervi dentro i loro pensieri?

“Facciamo molta fatica a volte a capire cosa è bello, cosa è vero, cosa è lecito. Ma soprattutto cosa è sacro”.
“Siamo molto condiscendenti con la violenza che facciamo. Ha sempre un fine”.
“Mi sono chiesto: che cosa succede se non c’è più nessuno a guardarti, se non c’è più il pubblico, se non c’è più l’altro…”.
“Questa solitudine però forse anche gioiosa”.
“E’ difficile stare al passo con le avanguardie dei primi del ‘900”.
“Reimparare a narrare delle storie, io mi sono innamorato del teatro, per le storie”.
“Sei un’attrice, sei una performer, non sei una regista. E’ vero che tutte queste tre cose, per come tento di farle, corrispondono allo stesso ventre”.
“Non un’idea a priori, ma un contenuto, nella sua giusta forma, fruibile, comprensibile”.
“Alla mia età, mio padre mi aveva già avuto”.

E così via. Le loro idee. I loro timori. Le loro ambizioni. Il loro spaesamento. D’accordo: sono spot di pochi secondi. Però, se vi prendete il tempo per guardare questi altri quattro video, trovate delle riflessioni in più, i titoli dei loro progetti, e i loro nomi.

Da poco si conoscono i nomi di quelli che, tra loro, sono stati selezionati per la seconda fase, tre registi e due registe, che presenteranno trenta minuti di lavoro espositivo in chiusura del College. Una sfida a sei.

Sono Leonardo Lidi (che concorreva con il progetto Spettri), Filippo Renda (Closer), Maria Chiara C. Pederzini (Furore), Fabio Condemi (Il sonno del calligrafo), Jacopo Squizzato (Nikola Tesla) e Francesca Caprioli (E’ un continente perduto). Potete rivederli tutti e sei in questo altro video.

Li ascolteremo più a lungo nei prossimi mesi, li vedremo all’opera, staremo a scrutare quei trenta minuti di idee e di speranza, che metteranno assieme e presenteranno, a fine festival, ai maestri e agli allievi del College. Sei ritratti dell’artista da giovane.

In-Box. Quella vetrina di animali da compagnia (teatrale)

Chi si trova a passare in Toscana questo fine settimana, una sosta a Siena deve farla. E non solo per i pici, che qui sono un piatto inarrivabile, se conditi con briciole, o cacio e pepe. Ma per quella bella occasione di teatro che è In-Box , festival e vetrina di compagnie emergenti, intitolata quest’anno Animali da compagnia. Capito adesso il gioco di parole?

My Place – il corpo e la casa, finalista In-Box 2017

Sono tante le soluzioni che il nostro sistema teatrale si è dato per rendere visibile il lavoro dei gruppi più giovani. Bandi, call, contest, rassegne, festival e festivalini. Per lo più a costo zero. Che in realtà, per chi fa teatro, significa a guadagno zero. Le soluzioni young oriented sono poi le più disparate. Talvolta le più disperate. Se la generazione dei quarantenni – che in Italia sono ancora giovani, ovviamente – fa fatica a mettere assieme tre o quattro date in un mese, figuratevi che cosa possono fare gli under 35. Ai quali manca la disinvoltura organizzativa che i fratelli maggiori hanno dovuto conquistarsi. E manca pure la base economica per dare gambe alle proprie idee. Spesso molto belle, queste idee. E spesso annegate nel doversi arrangiare.

Un’amica, che il teatro lo conosce bene, dice che il FUS (il capitolo finanziario che lo Stato riserva allo spettacolo dal vivo) dovrebbe essere diversamente decifrato nel loro caso: Famiglie Unite per lo Spettacolo. Perché i loro produttori sono genitori, zii, nonni, disposti a investire i risparmi nella carriera artistica di figli e nipoti. Sempre che i risparmi ci siano.

In-Box è un progetto di visibilità per giovani compagnie teatrali, nato da un’idea di Straligut Teatro e fondato su una rete che conta finora una quarantina di partner e sale teatrali che coprono buona parte della penisola. In-Box si è dato da fare a trovare qualche soluzione (artistica ed economica) alla situazione di cui stiamo parlando. “Sosteniamo gli artisti emergenti dando loro lavoro (repliche) e riconoscendone la dignità economica (cachet)” hanno spiegato Fabrizio Trisciani e Francesco Perrone nel loro bando-manifesto (che si può sfogliare qui ).

My Place – il corpo e la casa

Oggi alla 9a edizione, tra miglioramenti e aggiustamenti, In-Box ha raggiunto una solidità che lo pone in evidenza nell’agenda teatrale italiana. Tanto che a sostenerlo e a dagli una mano ci sono il circuito teatrale regionale (e cioè la Fondazione Toscana Spettacolo), assieme a Comune di Siena e Regione Toscana.

La formula è un po’ complessa, ma si può spiegare così: per i 10 spettacoli selezionati nei due filoni (In-Box Blu e In-Box Verde, che fa riferimento al circuito del teatro ragazzi) quest’anno vengono messe a disposizione 76 repliche nei teatri della rete, a cachet prefissato.

Tra mercoledì 17 e sabato 20 maggio, a Siena, al Teatro dei Rozzi e al Teatro del Costone, per In-Box Dal Vivo, quei dieci spettacoli finalisti vanno in scena. E alle 22.30 di sabato, il conclave dei quaranta partner di rete proclamerà i due vincitori, nel corso di un Savana Party ospitato da una birreria. Insomma, non quelle paludate cerimonie che di solito concludono i Premi. Ma un evento più divertente e spumoso. Da associare magari a quel buon piatto di pici.

Homologia, finalista In-Box 2017

Tra i 10 finalisti ci sono nomi e titoli che si sono già conquistati un certo numero di estimatori, con le proprie forze e grazie ad altre occasioni (come il Premio Scenario o il Premio Giovani Realtà del Teatro). A me per esempio è capitato di vedere Homologia (di Dispensa Barzotti), quarantacinque minuti filati e silenziosi che richiamano immagini estratte certo dall’album iconico di Samuel Beckett. Ma trovano pure la via di spettacolari sorprese che strappano al pubblico degli oooohhhh di ammirazione.

Oppure Vania (della compagnia Oyes, cresciuta nella factory del milanese Teatro dei Filodrammatici) che va ben oltre l’ispirazione a Cechov, e ricava un tessuto di emozioni dal lavoro pulito e vivificante di attori molto determinati.

Vania, finalista In-Box 2017

Ma provo curiosità soprattutto per ciò che non ho ancora visto e che, spesso capita, mi cattura con quanto di inaspettato va contro le mie attese. Siccome c’ho una certa età, non mi ritrovo spesso ad assistere a spettacoli per giovanissimi. Perciò dalla sezione maggiorenne mi aspetto tanto: da My Place – il corpo e la casa (di Qui e Ora, residenza teatrale) per esempio, o da Scarabocchi (Teatro Rebis e maicol&mirco), Sempre domenica (del Collettivo Controcanto) e Hallo, I’m Jacket! (di Dimitri/Canessa). Insomma da tutti gli altri sfidanti, a cui faccio l’augurio di strappare il maggior numero di repliche ai tanti programmatori teatrali che saranno presenti a Siena. Dove, tra artisti, spettacoli, giurie popolari (quella dei Millennials individuerà lo spettacolo da far rivedere qui nella prossima edizione), un aperitivo, in piazza del Campo, la sera, ci sta. In compagnia di animali da compagnia.

Hallo, I'm Jacket, finalista In-Box 2017

Trovi qui tutte le informazioni su In-Box dal Vivo (17-20 maggio, Siena)

 

La Sleep Technique e le giornate di pioggia. Secondo voi, c’è un nesso?

La selezione di Command Alternative Escape a Venezia e la danza archeologica di Dewey Dell, alle prese con i metri di giudizio.

Se a meno di 24 ore di distanza, in due diverse occasioni, mi sono tornati in testa gli stessi pensieri, un nesso ci sarà, mi sono detto.

La prima. Un sabato di pioggia consistente a Venezia. La parte più remota di Venezia, quella dell’Arsenale, che grazie alla Biennale e altri attori culturali ha ripreso valore in questi decenni. Proprio là dietro ai Bacini ci sono alcuni giardini che Thetis, azienda che si occupa di problemi e soluzioni ambientali, ha riqualificato investendoli d’arte. Ci sono finito per vedere che cosa si erano inventati quelli di Command Alternative Escape: giovane gruppo di futuri curatori artistici, che a ridosso dell’inaugurazione della Biennale d’Arte 2017, ha messo in mostra all’aperto la propria selezione di artisti, per lo più altrettanto giovani.

La seconda. Il giorno dopo, domenica, con la medesima pioggia, a Udine. Teatro Contatto, la stagione congegnata dal CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG, ha chiuso il cartellone degli spettacoli 2016/2017 con il lavoro più recente di Dewey Dell, Sleep Tecnique. Anche loro giovane formazione di artisti, più vicini alla danza che a musica e suoni. Anche se nei titoli firmati DD in dieci anni le due lingue si avvinghiano l’una sull’altra, per dare vita a lavori di un’originalità che via via ho imparato a riconoscere .

In entrambe le occasioni mi sono chiesto: nell’essere riconosciuto artista, e nell’acquistare valore, quanto giocano la qualità e le caratteristiche dell’opera. E quanto gioca il contesto in cui l’ autore si trova a presentarla?

Non è una domanda retorica, giuro. E’ la curiosità di spiegare a me stesso il processo che mi porta a vagliare in un certo modo, a dare un determinato valore, a un autore. Parla di più l’opera? O parla di più chi l’accoglie e ciò che fa da perimetro all’opera?

A Venezia, nei Giardini Thetis, sul tetto di uno di questi antichi magazzini rimessi a nuovo, spicca L’uomo che misura le nuvole, sberluccicante scultura di Jan Fabre. Un uomo che protende verso il cielo il suo strumento di misura: lui, l’oggetto e il piedistallo, completamente rivestiti di vernice dorata. Un abbaglio nel cielo grigio e scuro di quella giornata. Ma volgendo lo sguardo dal cielo verso terra, ecco il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, e più in là ecco la Quercia di Joseph Beyus, in rappresentanza delle 7.000 piantate negli anni ’80 a Documenta/Kassel.

L’uomo che misura le nuvole (Jan Fabre)

Command Alternative Escape, che ha scelto quei Giardini, deve saper bene quanto un’opera di valore luminoso getta luce sulle altre opere che le stanno intorno. E intorno, scelte dal gruppo degli intrepidi curatori, c’erano le installazioni del giovane Paul Kneale (simboliche parabole satellitari, di neon colorati, che scrutano il cielo, attente a captare segnali e a farli risuonare nelle odierne echo-chamber). O gli specchietti mobili del giapponese Kensuke Koike, pronti a riflettere ovunque i minimi bagliori. O ancora i lavori della londinese Jesse Darling e quelli d’acqua di Tania Kovats.

Cassina Projects (Paul Kneale)

Anche nel caso di Dewey Dell, Sleep Technique, la loro creazione più recente, trae forza particolare dal essere l’appuntamento del cartellone di Teatro Contatto che in pochi mesi ha acceso le luci pure su Constanza Macras, Christane Jathay, ricci/forte, Amir Reza Koohestani. E non solo: dall’essere biologicamente e artisticamente percepiti come seconda generazione della factory Castellucci/Socìetas, nutriti di quel pensiero divergente su cui riposa il fascino e l’importanza dei lavori dei genitori. E dall’aver infine trovato sponde produttive, prima nella lungimirante politica di residenze creative di Centrale Fies/Dro, e poi nella rete internazionale di teatri e manifestazioni che a quello svezzamento ha fatto seguito.

Non ho dei dubbi sull’originalità e la creatività di Kneale e di Koike. E di Teodora, Agata, Demetrio Castellucci e Eugenio Resta. Si vedono. Ciò che metto in questione è la mia percezione delle loro opere, drogata – ci credo fermamente – da ciò che le circonda.

Sleep Techniques, viene presentato da Dewey Dell come risposta alle sensazioni e alle emozioni che la visita alle caverne francesi di Chauvet Port d’Arc nelle Ardenne e il colloquio con l’archeologa Dominique Baiffer. Quell’incontro ha scatenato reazioni forti nei quattro di gruppo, impegnandoli a trovare il filo che lega i gesti e i comportamenti rappresentati nelle figure rupestri disegnate  36.000 anni fa in quelle grotte (425 animali e una sola figura di donna) ai gesti e ai comportamenti che ci appartengono, oggi. Un legame lungo 36 millenni durante i quali – dicono loro – le funzioni e i processi cognitivi di Homo sapiens sapiens non sarebbero granché cambiati, mentre le trasformazioni sono tutte frutto di civiltà e tecnologia.

Mi domando se la curiosità, e in certi momenti anche il sospetto, con cui sono andato incontro a Sleep Technique, o qualche anno fa al loro Marzo, sarebbero stati gli stessi se fossi andati a vederli come un qualsiasi spettatore, un abbonato che sceglie di dare fiducia a un cartellone, magari poco consapevole della rete famigliare e produttiva in cui quello spettacolo è nato. Oppure se avessi letto il loro progetto di archeologia coreografica, come uno dei tanti progetti che spesso mi capita di leggere, reso anonimo dai requisiti di partecipazione a un premio o a un concorso. Non sono troppo sicuro che il mio giudizio sarebbe stato lo stesso. E questo getta una scura luce sui pre-giudizi, i para-giudizi, che ci portiamo dentro.

Oppure, mi dico, è solamente il frutto di due giornate consecutive di pioggia. Quando la luce con cui guardi le cose non è la migliore.

 

Vai a vedere che cosa propone Command Alternative Escape ai Giardini Thetis, a Venezia fino al 13 maggio

Vai a vedere la scheda di Sleeep Technique sul sito del CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG