Pressburger, che sognò il sogno una nuova Europa

Non è stato facile trovare un titolo in cui riassumere la personalità, il carattere, l’intuito e soprattutto il segno lasciato da Pressburger nella letteratura, nel teatro, nella cultura musicale, nella radio, non solo in Italia. Anche in Europa. Volevo mostrare il contributo di un questo intellettuale complesso, lettore vorace della realtà e capace di restituirla in forma di idee, progetti che volavano alti. A volte molto alti. L’occhio puntato sull’utopia, a volte realizzabile, ma sempre in fuga dalla banalità e dall’ordinario.

Giorgio Pressburger

Stregone della radio

Aveva cominciato giovane, Giorgio Pressburger, a sfuggire all’ordinario. E anche all’ordine, inteso come gabbia. Fuggito nel ’56 dalla sua Budapest invasa, era arrivato in Italia come oggi arriva un migrante. Solo un cappotto. E nel panorama di quell’Italia, già pronta per la televisione e il boom, aveva scelto le strade per niente facili della ricerca, della sperimentazione, del nuovo in campo artistico. L’immigrato con il cappotto era diventato regista in Rai e con i suoi progetti aveva conquistato almeno quattro Prix Italia, ciò che oggi chiameremmo l’eccellenza nell’innovazione culturale italiana.

Era la stessa Rai in cui lavoravano Carlo Emilio Gadda e Umberto Eco: la Rai delle buone pratiche. Pressburger amava lavorare con chi stava creando la musica inquieta di quelli anni, l’ingegneristico sound dell’elettronica di allora. Con Bruno Maderna (Ages, nel 1972) e Luciano Berio (Diario immaginario, 1975) si ingegnava a costruire miraggi sonori dentro lo stregonesco Studio di Fonologia Musicale. Fiore all’occhiello di una Rai, ancora colta e ancora popolare, con una missione in testa: migliorare l’Italia e gli Italiani.

Pressburger ai tempi dello Studio di Fonologia Musicale di Milano

E lavorando con loro, scrivendo sceneggiature e progetti, aveva definito subito la sua immagine d’intellettuale d’avanguardia, alchimista di idee che avrebbe presto trasferito dalla radio, al teatro, alla televisione, all’insegnamento all’Accademia nazionale “Silvio d’Amico”. A Trieste, la città prescelta dopo Roma, aveva trovato nel Teatro Stabile lo spazio per dare corpo e suono a certe intuizioni di scena, curiose e ambiziose. Si può dimenticare l’aeroplano che aveva voluto in scena per rievocare il caustico cabarettista Karl Valentin? I tonfi degli zoccoli sul pavimento di vera maiolica vera con cui aveva ricoperto il palcoscenico per La brocca rotta di Kleist? Il ritratto d’amore e di palcoscenico che aveva fatto a Alexander Moissi, fantasma glorioso e trascurato genio della scena mitteleuropea. Un filo speciale lo legava a Pasolini, del quale aveva tradotto in immagini, teatrali e televisive, il difficile Calderon, con la sontuosa citazione della pittura di Velasquez.

Una nuova Mitteleuropa

Disincantato da questa Trieste, di cui vedeva la mancanza di coraggio, aveva intuito che Cividale del Friuli, cittadina al margine nord-orientale d’Italia, e ambiziosa anch’essa, poteva essere il luogo ideale per la sua persistente idea di nuova Mitteleuropa, Paese di cui si sentiva cittadino ideale.

Pressburger pensava che si potesse rigenerare un tessuto di uomini, di donne,  di culture e di lingue che aveva tenuto assieme l’Europa centrale cento anni prima. Un tessuto che due conflitti, guerre fredde, guerre non guerreggiate, avevano lacerato e distrutto. La sua era l’idea di nuova Mitteleuropa delle culture, che contrastasse la nascente Europa fondata su economie . Era il 1990, l’anno delle speranze. E a trasformare quel sogno in qualcosa di concreto c’era lui, poliglotta e cosmopolita, pronto a fondare 27 anni fa un festival chiamato Mittelfest.

Pressburger durante le prove di Danubio (1997)
Pressburger durante le prove di Danubio (1997)

Lavorando lassù a Cividale con Carlo De Incontrera, Mimma Gallina, Cesare Tomasetig, aveva per quasi 15 anni tenuto il timone della manifestazione da considerare adesso il più prezioso titolo della sua carriera di regista. Territorio dove cimentarsi con un teatro che invadeva la città (spettacoli itineranti come Praga Magica da Ripellino, oppure Danubio e Microcosmi, i due libri di Claudio Magris) o con la ricerca di un’identità sua e al tempo stesso comune a tanti, che gli aveva fatto nascere sulla carta i copioni di Le tre madri e di Il rabbino di Venezia.

Manoscritti in bottiglia

Sarà la Storia però a dargli torto. Dopo aver aperto speranze sopranazionali (Mittelfest era riuscito a riunire anche 20 lingue in una sola edizione), piccole patrie e nazioni egoiste si sarebbero riconvertite alla costruzione di muri, steccati, fili spinati da mettere sui confini. In un solo decennio. A questa deriva Pressburger non si era arreso.

Giorgio Pressburger

Con la forza dei suoi settanta e poi ottant’anni, si era rimboccato le maniche. E aveva con maggior lena ripreso a scrivere. Dalle Storie dell’ottavo distretto (del 1986, scritto assieme al gemello Nicola, per ricordare la Budapest ebraica della sua infanzia) l’attività di scrittore e giornalista aveva accompagnato quella del regista. Ma in anni recenti aveva intensificato la scrittura per racchiudere in altre opere, altri libri, altri articoli per i giornali, le sue speranze. Manoscritti in bottiglia per la generazione a venire. Come Messaggio per il secolo, il film di Mauro Caputo che lo vede raccontare la propria storia. Come Sulla fede e  Don Ponzio Capodoglio (il suo ultimo libro). O il manoscritto a cui stava recentemente lavorando, messaggio e testamento, attraversato però da una sovrana ironia. Quell’ironia, spiegava Freud, che a gente come lui, mitteleuropea, si addice.

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[questo articolo rielabora un mio ritratto di Giorgio Pressburger, andato in onda la sera del 5 ottobre 2017 nel programma RadioTre Suite di Rai RadioTre e l’articolo pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il giorno dopo]

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