NID 2017. Che cosa viene dopo la coreografia?

È un po’ di tempo che continuano a girami in testa immagini di danza. Sarà perché la settimana scorsa, qui a Nordest, a Gorizia, alla NID Platform 2017, ne abbiamo fatto una scorpacciata.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)
Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

NID, piattaforma contemporanea per la danza

In soli quattro giorni la piattaforma NID – che sta per New Italian Dance – è riuscita a portare a Gorizia, quassù sul confine, lontano dai grandi snodi dello spettacolo in Italia, più di quattrocento tra artisti, compagnie, operatori, programmatori, esperti, giornalisti e media, figure istituzionali: buona parte di coloro che formano il tessuto della danza contemporanea italiana. Ed è riuscita a mettere in fila in un long weekend, ben sedici spettacoli, sedici titoli che si sono distribuiti tra i quattro teatri che la città sull’Isonzo e la sorella slovena Nova Gorica avevano messo a disposizione.

Nel cartellone degli eventi anche due tavoli tematici su aspetti rilevanti della situazione attuale, un passaggio del testimone istituzionale tra regione Friuli Venezia Giulia e regione Emilia Romagna (per NID 2019) e un expo ininterrotto di produttori negli spazi del Centro Culturale Santa Chiara. La meccanica fluida degli eventi – approntata dagli organizzatori A.Artisti Associati e dal direttore Walter Mramor – assicurava tenuta e tempismo a un progetto che ha raccolto l’eredità dei NID svolti negli anni scorsi. Ma l’ha anche messa a punto, equilibrando la modalità artistica, quella promozionale e le opportunità di incontro tra chi lavora nel settore. Un’occasione formidabile – insomma – di visibilità, scambio, prospettive per tutti. Che tutti hanno apprezzato.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

La forza dell’esposizione

Sono rimasto a Gorizia per gli interi quattro giorni e ho seguito quasi tutto. Mi sono dilungato nel raccontare adesso come si è svolta NID Platform perché credo che un impianto organizzativo ben fatto, valorizzi in modo esponenziale il prodotto che intende promuovere. Mi è parso che programmatori e buyer nazionali e internazionali abbiamo trovato qui ciò che cercavano: la misura di ciò che coreografi e danzatori pensano, creano ed esprimono oggi in Italia. Qualcuno racconta che pure gli affari – spettacoli venduti e comprati, o almeno contatti avviati – sono andati bene. È un altro segnale di buona riuscita e un punto di merito per la commissione di sei membri (3 italiani e 3 stranieri) che ha fatto la cernita fra le proposte pervenute, e consegnato nelle mani dei sedici selezionati un momento di visibilità, altrimenti irraggiungibile.

A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)
A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)

Guardare indietro, guardare avanti

Diventa così più facile spiegare che i sedici titoli in programma a NID Platform rappresentavano un campione ampio, quasi esaustivo, delle diverse maniere in cui si crea danza contemporanea nel nostro Paese. E se contemporaneo significa odierno, è naturale che – oggi – ci siano artisti con lo sguardo rivolto al passato e artisti che lo puntano sul futuro. È l’incessante gioco di forze tra tradizione e innovazione: il solo che garantisce vita ai processi culturali, tanto più a quelli che si svolgono dal vivo, com’è questo. Il solo che possa tener conto dei diversi interessi dei diversi pubblici, che formano l’audience della danza.

Detto ciò, e premesso che il mio occhio e la mia inclinazione guardano più volentieri ai fenomeni di innovazione che non alla tradizione, metterò di seguito in fila quei tre-quattro spettacoli che mi sono sembrati incarnare meglio una tendenza, sulla quale da un po’ di tempo vado riflettendo.

 

Una danza post-coreografica?

In una delle due tavole tematiche ho provato anch’io a portare un contributo di riflessione che si potrebbe qui tradurre così: se nel teatro contemporaneo si è andata via via affermando una modalità post-drammatica (detta in maniera diversa: una fuga dai modelli con cui si è creato teatro negli ultimi tre secoli) possiamo anche supporre che esista, oggi nella danza, una modalità post-coroegrafica? voglio dire un modello di creazione in cui la componente coreografica non sia totalizzante, come lo è stata per buona parte del Novecento. Forse così, la domanda è un po’ troppo schematica, ma spero, che almeno ad intuito, qualcuno mi capisca.

 

Sopratutto penso che questa impressione sia rimbalzata vivace nella testa di chi, a Gorizia, ha visto le produzioni recenti firmate da Francesca Pennini, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, Igor e Moreno. Quelle che più hanno suscitato negli spettatori intorno a me il dubbio: “si può ancora parlare di coreografia?”

Io mi domando invece: è davvero protagonista la coreografia se un computer e una sua applicazione video (in At Home Alone di Sciarroni, qui sotto), se una performer simpatica e oversize (nella creazione di Gribaudi, qui sopra), se un macchina da caffè espresso (in quella di Igor e Moreno) rubano la scena a quell’idea di danza che per un intero secolo si è concentrata sulle architetture mobili e sulle dinamiche del corpo?

 

Dovete essere davvero interessati, e disposti a una bella fatica, per arrivare a leggere fino a questo punto. Tanto più che adesso il post si è fatto troppo lungo per cominciare ad osservare assieme, più da vicino questi quattro titoli. Andate a rivedere intanto, se vi fa piacere, i video e i teaser che avete incontrato più sopra. E ne riparliamo con calma tra qualche giorno, al prossimo post.

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