Pippo Delbono, la gioia, per cominciare

La possibilità della gioia è il titolo del volume con cui Gianni Manzella accompagna il lettore dentro l’arte teatrale di Pippo Delbono. Un “itinerario dell’attenzione” che evita il canone della storiografia e suggerisce invece un approccio in cui l’artista e il suo spettatore si mettono personalmente in gioco. Sul medesimo piano.

Pippo Delbono. Ritratto.

C’è chi sostiene che ultimi giorni dell’anno dovrebbero essere votati alla speranza. Sarà per ottimismo, magari per scaramanzia, che in questa mattina di San Silvestro ho deciso di leggere  La possibilità della gioia. Che non è solo un titolo pieno di auspici. Ma è anche il saggio di lungo respiro in cui Gianni Manzella racconta Pippo Delbono. Per essere più precisi: in cui l’autore del libro racconta se stesso attraverso i lavori di una delle figure più rilevanti della scena europea (ma non solo) di questi trent’anni.

Gianni Manzella su Pippo Delbono

Manzella lo può fare, perché oltre ad aver seguito passo dopo passo, titolo dopo titolo, avventura dopo avventura, il percorso d’arte di Delbono, condivide con lui una prossimità invidiabile: un buen retiro, un minuscolo paese delle Alpi che li accoglie entrambi, stagione dopo stagione Me li immagino – forse anche in questo momento – circondati dalla neve là fuori, che si scioglie appena appena al fuoco di un caminetto attorno al quale si raccontano l’uno all’altro. Proprio come li ho visti molte volte fare. Oppure prendere zaino e bastoncini per incamminarsi insieme, d’estate, lungo sentieri sopra i quali veglia la maestosità del Monte Bianco.

Diventa più facile, con queste immagini in mente, muoversi tra le pagine del libro che, una volta scelti il simbolo figurale del viaggio e i versi di Konstantinos Kavafis, veleggia tra scrittura saggistica e passeggiata letteraria. Una rotta che si distende tra tanti scali (i trentanove titoli teatrali e cinematografici che Delbono ha finora inanellato) senza negarsi la possibilità di molteplici escursioni verso altri paesaggi, cari all’autore. Il quale ricorda più volte che Itaca rappresenta la meta, ma ciò che veramente importa è il viaggio.

Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti? (Konstantinos Kavafis, Itaca)

Pippo Delbono. Ritratto.

Può capitare dunque che ci si ritrovi davanti al Grande Cretto di Alberto Burri, il sudario di cemento che lo scultore aveva steso sopra le rovine del paese siciliano di Gibellina, distrutto dal terremoto del 1968. Là nel 2000, Delbono inventava uno dei suoi spettacoli più evocativi, Il silenzio. Oppure davanti a un altro abbandono, quello dell’Hotel des Bains, al Lido di Venezia, alle impalcature che oggi lo soffocano. Mentre poco distante si proiettava Vangelo, il film presentato da Delbono alla Mostra del Cinema 2016. Il titolo è lo stesso di uno spettacolo, inseguito da Manzella fino a Zagabria, al debutto del dicembre 2015, un’occasione per scoprire nella capitale croata anche l’inaspettato Museo delle relazioni infrante, reliquiario dell’abbandono.

Così come si possono riconoscere i luoghi e le figure che contraddistinguono gli anni d’apprendistato di Delbono. La fuggitiva esperienza a Pontedera con l’attore santo di Grotowski, Ryszard Cieslak. Il training estenuante con i seguaci di Eugenio Barba a Hostelbro e a Fara Sabina. Il magistero silenzioso di Pina Baush nella grigia Wuppertal. E intrecciare al tempo stesso i maestri del pensiero novecentesco che costellano l’architettura critica di Manzella. Da Antonin Artaud a John Cage, da Claude Lévi-Strauss a Susan Sonntag. E chiavi di lettura che mettono in circolo i nomi di Sergej Ejzenstein, Giuseppe Bartolucci, Zygmunt Bauman, Giorgio Agamben.

Pippo Delbono, Barboni, Ubulibri, 1999

Ci sono parecchi altri libri che raccontano vita e opere di Delbono. Da quello curato per Ubulibri nel 1999 da Alessandra Rossi Ghiglione, a quello edito sette anni fa per Barbès da Leonetta Bentivoglio, con le fotografie dello spesso Delbono. Per non parlare della vasta bibliografia internazionale. Ma è nella Possibilità della gioia che si dispiega un rapporto tra artefice e osservatore nel quale l’interpretazione – e sarebbe più giusto parlare di conoscenza – trova una mappa simile a quella che Grotowski suggeriva di costruire parlando di “itinerario dell’attenzione”.

Il momento più evocativo del libro, per me. è nel piccolo capitolo di  snodo, in cui riprendendo in mano un suo diario di allora, Manzella ripercorre il viaggio fatto assieme a Delbono, in Israele e Palestina.  A cavallo tra 2002 e 2003, quindici anni fa, esattamente in questi giorni. Un itinerario ad ostacoli tra fili spinati e posti di blocco che li fa muovere da Gerusalemme a Betlemme, a Ramallah, per presentare in 5 teatri palestinesi lo spettacolo Guerra. Le immagini di quell’esperienza si possono ancora rivedere nel film anch’esso intitolato Guerra.

Non sono capace di parlare d’altro che della mia vita, dice Sophie Calle in un momento del film Amore e Carne, un altro film di Delbono. E mi scopro a pensare che, diversamente da Manzella (il quale ha il dono di registrare meticolosamente le proprie visioni su piccoli quaderni ordinati, i Moleskine che gli regala suo figlio Jacopo), i miei appunti li consegno da sempre a fogli sparsi, paginette vaganti. Chissà dove stanno ora, perse nel casino delle mie carte,  le annotazioni che sentivo importanti quando seguivo pure io gli itinerari dell’attenzione, uguali e diversi, che assieme a Delbono e alla sua compagnia mi avevano portato a Quebec City in Canada, a Porto Alegre in Brasile, sulla piazza del Cremlino a Mosca, per squadernare al mondo titoli come Barboni e Esodo.

Pippo Delbono, Pepe Robledo, Il tempo degli assassiniE chissà che in qualche cartella, nell’oscurità di qualche cantina, non ci siano ancora le righe che avevo appuntato in una remota estate 1985, al Teatro della Collegiata di Santarcangelo, quando scoprivo per la prima volta due ventenni (l’altro era Pepe Robledo, da allora sempre al fianco di Pippo) che tra una strizzatina d’occhio ai Blues Brothers e un verso di Rimbaud inventavano Il tempo degli assassini, primo capitolo di una una teatrografia mondiale che dura da più di trent’anni.

“Succede che questi spettacoli li uso un po’ per guarire la vita – dice Delbono nelle pagine finali del libro – Perché mai il teatro non può diventare un percorso di gioia?”. Perché mai, appunto?

Un gioioso augurio per il 2018.

 

Gianni Manzella, La possibilità della gioia. Pippo Delbono, Edizioni Clichy, 2017, 18 euro.

Dove sventola la bandiera dell’innovazione?

Sarà che Natale è prossimo, sarà che vien voglia di far luccicare qualcosa. Insomma, il calendario del teatro si appresta ad accendere tutte insieme le luci dei Premi. In una manciata di giorni, nell’arco breve di due settimane, se ne possono contare sei o sette. Perché almeno alla fine dell’anno, chi fa il mestiere del teatro – che non dà tutte quelle soddisfazioni che ci immaginiamo – un regalo, la speranza di un premio, se lo merita. Meglio ancora se ha qualcosa di nuovo da dire.

Ubu Re con la regia di Jernei Lorenci al Premio Europa per il Teatro 2017
Ubu Re, regia di Jernej Lorenci, uno dei vincitori del Premio Europa per il Teatro 2017  (** vedi alla fine del post).

Tra festival e premi, il cambio di passo

Se l’estate è tempo di Festival, l’inverno si tiene stretti i Premi. Fino alla fine dello scorso secolo, erano i Festival a tenere alta la bandiera dell’innovazione. Con i grandi appuntamenti che avevano segnato le geografie del teatro, all’estero quanto in Italia. Da Avignone a Belgrado. Da Edimburgo a Berlino. E da noi, dando lustro a località di provincia, Santarcangelo, Polverigi, Cividale, le colline torinesi. Gloria dell’altro secolo, comunque.

Il gioco delle correnti, il ridursi degli apporti istituzionali (“signori miei, non ci sono più gli assessori di una volta”), la frammentazione del processo che porta all’allestimento di uno spettacolo, il cambio dei formati comunicativi, tutto ciò ha fatto sì che le bandiere dell’innovazione cominciassero a sventolare sempre più spesso sul terreno dei Premi.

Non è più il Festival, oggi, a segnalare il nuovo, l’evoluzione dei linguaggi, l’apparizione di fenomeni interessanti. Un Premio fa con maggiore agilità e tempestività. Anche perché i festival costano molto più. E perché la macchina organizzativa e comunicativa di un festival è più inerziale e pesante. Ci sono festival che non sono affatto, come vorrebbe il nome, una festa. Ci sono festival che durano settimane, mesi. Cento giorni nel caso più estremo.

Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro
Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro

Non è l’Iva, ma è un valore aggiunto

La leggerezza dei Premi è invece il loro valore aggiunto. Scatenano l’adrenalina che, assieme alla speranza, è il motore del concorso. Esplodono nell’euforia di una vittoria. Nel brindisi che alla fine contagia tutti, crescono i germi della rivincita, perché anche chi non ha vinto sa che potrà giocare le proprie carte alla prossima competizione. Si avvicendano con rapidità, i Premi.

Ne ho contati sei o sette, in queste corte giornate di dicembre. Ad alcuni ho partecipato in veste di giurato, di altri mi sto godendo lo svolgimento. Ve li elenco, con la promessa di tenervi informati su come andrà poi a finire.

The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro
The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro

Andar per Premi

È prossima al botto annuale la serata dei Premi Ubu, forti di quaranta edizioni, eredi di una lungimirante idea anni ’70 di Franco Quadri. Sabato 16 dicembre a Milano, dal vivo (al Teatro Studio Melato), ma anche in diretta radiofonica (su RadioTre nella trasmissione Piazza Verdi, ore 15) l’Ubu farà esplodere i suoi riconoscimenti 2017: una decina di diverse categorie, e alcuni premi speciali (qui il programma della serata).

È in corso di svolgimento e durerà fino a domenica 17, a Roma, l’internazionalissimo Premio Europa per il Teatro. Dopo dopo qualche anno di sospensione (“non ci sono più i mecenati di una volta”) ed edizioni sparse per mezzo continente, si posiziona nella capitale, tra Teatro Argentina, Palazzo Venezia, Teatro Palladium, tentando una ricognizione il più allargata possibile, soprattutto nei confronti della regia in questa complicata Europa odierna (qui il programma delle sei giornate ).

Ha le caratteristiche di un Premio,anche l’Italian and American Playwrights Project. Ideato due anni fa da Valeria Orani , con le associazioni Umanism e 369 Gradi e con un partner statunitense, il Martin E. Segal Theatre Center, il progetto mette in contatto e a concorso drammaturghi italiani e americani, promuove la bisrattata arte della traduzione teatrale e si propone di sviluppare progetti di produzione di qua e di là dell’Atlantico. Oggi, giovedì 14 (il programma della serata al teatro Vascello), le drammaturghe statunitensi selezionate, saranno a Roma, per presentare i loro testi. Allo stesso modo, sono stati presentati a New York, quattro testi italiani.

L’ANCT (l’Associazione nazionale dei critici di teatro, clicca per il sito) ha reso proprio l’altro ieri note le motivazioni delle proprie scelte, mentre i giurati di Rete Critica sono in subbuglio, dopo la finale del Premio omonimo, ospitata la settimana scorsa a Padova dal Teatro Stabile del Veneto (qui i vincitori 2017) . Giocato davvero sul filo di lana di una manciata di voti, il verdetto finale ha suscitato un po’ di malumori, che riversati negli spazi infiammabili di Internet, facilmente si accendono.

Non è passato poi troppo tempo dalla giornata di novembre in cui il Premio Giovani Realtà del Teatro, ha esaminato a Udine presso l’Accademia Nico Pepe, 23 progetti di giovani compagnie e attori under 35, ben decisi a conquistarsi il riconoscimento per un lavoro che sia inedito (in un articolo di Andrea Porcheddu, il resoconto sui vincitori). Con una formula simile – la presentazione di studio scenico di una ventina di minuti che dimostri la buona qualità delle proprie idee – altri concorrenti puntano alla vittoria nel Premio Tuttoteatro.com / Dante Cappelletti che troverà spazio a Roma al Teatro India, lunedì 18 e martedì 19 (qui il programma delle due giornate). Alla finale sono arrivati in nove, ma le candidature pervenute appena uscito il bando si sono attestate sui 120 progetti.

Insomma, stay tuned, perché gli esiti non si faranno attendere.

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(**) La morte, inaspettata, a 49 anni, del protagonista di Ubu ReJernej Šugman, ha costretto la compagnia a cancellare lo spettacolo previsto la sera del 15 dicembre a Roma nell’ambito del Premio Europa per il Teatro.