Un teatro, tre soldi, i fumetti. Se il binomio Brecht – Strehler diventa graphic novel

Casa editrice votata ai fumetti d’impegno, Becco Giallo porta in libreria un volume imprevedibile. L’epico allestimento dell’Opera da tre soldi nella Milano polare del 1956. E la politica è un tratto di matita.

 

Un livido inverno. Temperatura a meno 17. Come doveva essere la Milano 1956, in una delle stagioni più fredde del secolo? Ribolliva di passione intellettuale e di tensione politica perché di li a poco, l’8 febbraio, sarebbe arrivato in treno, alla Stazione Centrale, Herr Bertolt Brecht – il “comunista” Brecht – e avrebbe assistito al più imponente allestimento che il teatro italiano gli aveva fino ad allora riservato. L’opera da tre soldi sarebbe andata in scena due giorni dopo al Piccolo Teatro, in via Rovello, per la regia di Giorgio Strehler.

È una storia che si può leggere in molti libri dedicati alla simbiosi tra le opere di Brecht e gli allestimenti del Piccolo Teatro (ad esempio quello di Alberto Benedetto, pubblicato due anni fa). Ma lo si anche può scoprire grazie ai fumetti. Inconsueto, ma vero. Un momento chiave della politica culturale italiana del secondo dopoguerra diventa una graphic novel. Avvincente. Da un’idea imprevedibile di due sceneggiatori (Davide Barzi e Claudio Riva) e dalle matite di due disegnatori (Alessandro Ambrosoni in collaborazione con Lucia Resta) nasce una storia che i disegni possono raccontare altrettanto bene, e in maniera più leggera, di quanto farebbe una rigorosa di ricerca storica.

Il Piccolo in un cartoon

Magari assecondando il ventennale della scomparsa, Giorgio Strehler. Un fumetto da tre soldi, (Edizioni Becco Giallo, 192 pp., 19 euro) aggiunge comunque un respiro diverso alle tante iniziative che Milano da una parte, Trieste dall’altra, hanno messo in campo. Mostre, conferenze, incontri, serate dedicate, gli appuntamenti e i monumenti in calendario sono già stati e saranno ancora numerosi. Ma adesso si possono sfogliare pagine e tavole in cui Strehler e Paolo Grassi discutono animosamente, Mario Carotenuto e Tino Carraro si interrogano su cosa sia “recitazione epica”, Milly sviene alla prova generale, Gino Negri si diverte a caricare di allusioni i testi delle canzoni di Kurt Weill, e soprattutto, il momento del debutto si fa sempre più vicino. Paradossalmente, il cartoon rende assai bene le tensioni che attraversarono il palcoscenico, gli uffici, la platea del Piccolo Teatro in quei giorni frenetici.

“Herr Brecht, non nego un po’ di preoccupazione per la messa in scena italiana dell’Opera da tre soldi. Una certa politica vede la cosa con ostilità” spiega imbarazzato Strehler. E ancora: “Per dirla proprio tutta, i conservatori e i fascisti italiani la considerano uno scribacchino del socialismo reale“. Ribatte pacatamente Brecht: “Herr Strehler, mi verrebbe da dire: ma chi glielo fa fare?”.

Però la sera della prima, l’esito non lascia dubbi. Brecht, che ha voluto pure modificare il finale, è entusiasta. “Caro Strehler, mi piacerebbe affidare a lei per l’Europa tutte le mie opere, una dopo l’altra” scrive il drammaturgo tedesco su un bigliettino. Che è diventato una leggenda. Su quel foglietto di carta Grassi e Strehler fonderanno la supremazia del Piccolo sugli allestimenti brechtiani in Italia (una vicenda anch’essa avvincente, raccontata per filo e per segno da Benedetto nel suo libro). E Brecht lascerà l’Italia 3 giorni più tardi, portandosi a casa l’entusiasmo e una Olivetti Lettera 22, da qualche anno in produzione a Ivrea. Stimolante, l’idea di disegnare la prima italiana di quel lavoro. Perché il disegno mette a fuoco dettagli che la saggistica a volte trascura, e il realismo dei particolari dà alla vicenda l’immediatezza che ci trasporta leggeri nella vicenda.

Lo scandalo di Galileo

D’altra parte anche di studi sostanziosi c’è bisogno. Quello di Massimo Bucciantini, specialista eminente di storia della scienza e nostro massimo esperto galileiano, rappresenta la solida controparte alla pubblicazione a fumetti.

In un volume documentatissimo, ricco di cure nella ricostruzione di un clima politico e culturale, ma non per questo pedante, Bucciantini affronta l’altro decisivo capitolo della simbiosi tra Strehler e Brecht: la scandalosa messainscena, nella Milano anni ’60 di Vita di Galileo. Il più importante episodio brechtiano sui palcoscenici nazionali. Il testo che sanciva – secondo la stampa di destra – “la dittatura rossa nel teatro italiano, la mafia comunista che opera nel mondo dello spettacolo”. Allargato a ben prima e a ben dopo la fatidica sera del 21 aprile 1963, Un Galileo a Milano (Einaudi, 272 pp., 27 euro ) ci racconta le scintille in Consiglio comunale, i telegrammi di cardinali, le veglie che gruppi di fedeli organizzarono nel tentativo di esorcizzare il pericolo laico e anticlericale. Un Piccolo Teatro sotto assedio. Un’altra infuocata vicenda.

Di questi libri, ma anche della lunga storia dell’Arlecchino strehleriano, della scuola di teatro dai lui fondata negli anni ’90 e poi trasmessa a Ronconi e oggi a Carmelo Rifici, del senso che può avere ora, conclusa l’epoca della regia critica, ripensare Strehler, parlerò anch’io. Lo farò in una serie di conversazioni e incontri che prendono il via domani, lunedì 29 gennaio, a Palazzo Gopcevich, a Trieste, a pochi metri dalle stanze che raccolgono il Fondo Giorgio Strehler: documenti, libri, fotografie, copioni, lettere, oggetti, effetti personali che appartenevano al regista, erano nelle sue case di Milano e di Lugano, e che Andrea Jonasson e Mara Bugni hanno donato al Comune di Trieste, la città dove oggi, vent’anni dopo, è sepolto. Anche parlare di lui, mentre attorno a te brulicano ancora le sue reliquie laiche, può essere stimolante. Quasi una seduta spiritica.

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