… a riveder le stelle, tra le bestie di Giuliano Scabia

Sorpresa: un nuovo volume si aggiunge alla trilogia che Giuliano Scabia ha dedicato a Nane Oca. Stavolta bisogna inseguirlo lungo il “lato oscuro”.

Scabia legge in pubblico Nane Oca (ph. Maurizio Conca)

Nessuno se l’aspettava, questa: che una trilogia, bella e finita, sulla quale eminenti studiosi e professoroni hanno già detto il dicibile, diventasse una “trilogia più qualcosa”.

Le sorprese, Giuliano Scabia le prepara bene. 

Così da oggi, in libreria, a sorpresa, c’è spazio per un titolo nuovo (Il lato oscuro di Nane Oca, Einaudi, 22 euro, 230 pp.) che lo scrittore e teatrante d’origine veneta aggiunge ai tre libri che aveva già intessuto intorno al suo eroe. Nane Oca è un viaggiatore alla ricerca della felicità, che di puntata in puntata, come in un noir del commissario Montalbano (però di stirpe padana, anzi “pavana”, cioè di Padova, dove Scabia è nato più di ottant’anni fa), si aggira tra panorami familiari a chi vive a Nord-est, intabarrato nella rigogliosa lingua settentrionale per la quale “andàr in oca” significa perdersi d’animo, imbambolarsi, non capire più nulla. Complici forse le oche del Campidoglio.

Il lato divino della realtà

Il primo romanzo della saga (Nane Oca) risaliva al 1992. In meno di vent’anni il ciclo si era completato con altre due visioni: Le foreste sorelle (2005) e Nane Oca rivelato (2009). Pagine nelle quali Padova e ciò che anticamente la circondava, foreste e corsi d’acqua, diventavano strumenti per cogliere “il lato divino della realtà e mostrare l’inestirpabile compresenza, nel mondo, del bene e del male”. Come del resto Scabia aveva imparato frequentando Basaglia e i “matti” dello Psichiatrico di Trieste.

Mappa del Pavano antico, disegnata da Giuliano Scabia

Sembrava che tutto dovesse finire là, alla terza visione, anche se altri libri e altri titoli divergenti, com’è nella personalità di questo autore, si erano intanto aggiunti alla sua sterminata biblio-teatrografia.

Invece no. Quel piccolo mondo antico e contemporaneo, fiabesco e “pavano”, esigeva un’altra esplorazione, un supplemento d’indagine.

La Pavana Commedia

È una discesa agli inferi, questo nuovo viaggio di Nane Oca lungo il “lato oscuro”. Un percorso che il protagonista, anzi la miriade di protagonisti che pullula nella saga, dovrà compiere perché “si può sconfiggere il male del mondo, ma solo attraversandolo completamente e senza lasciarsi contagiare”. 

Proprio ciò che sette secoli fa capitò a un altro scrittore italiano, ribattezzato qui Dante Balinghieri. Così da quella conca di paesaggio in cui Nane Oca è nato, e da quella “stralingua“, che ha per modello i lombardi Gadda e Testori, ma con l’alito veneto di Meneghello, Zanzotto, Calzavara, ecco che riprende vita, movenze, parola, il bestiario fantastico della scrittura di Scabia.

Come sull’arca di Noè, ciascuno vuol fare sentire la propria voce: il Pesce Baùco, la Vacca Mora, la Rana Pissòta, l’Asino dei Pedròti, lo Scarbonasso Serpente. Gli fa coro un’umanità ammiccante: il Professor Pàndolo, Rocco Nerèo, Suca Barùca. Insomma, qui è tutto un “paese-lingua” che accompagna, commenta, incoraggia o mette sull’avviso Nane Oca. Il quale “vedrà stragi, carneficine, esplosioni di bombe, parlerà con massacratori, aspiranti martiri, ma anche eremiti e animali sapienti”. 

Alla fine, trovato il vero Re del Mondo e attraversato il corpo del Leviatano, anche Nane riuscirà a riveder le stelle, a tornare sano e salvo e più saggio ancora fra i suoi amici dei Ronchi Palú, cuore mitico di una Padova rurale, nido segreto d’infanzia, dove tutto aveva avuto inizio. Com’era capitato, appunto, a Dante Balinghieri. 

In poco più di duecento pagine, questa Pavana Commedia si distende sotto l’occhio del lettore, guidato da Scabia nei suoi diversi travestimenti d’autore (a volte Beato Commento, a volte Guido il Puliero, personaggio ma anche scrittore).

Abitudine consueta per uno come lui, fabulatore-viaggiatore, creatore bravo ad attraversare con passo leggero i territori del romanzo, del teatro, della pittura, della poesia. Alla ricerca di quell’elisir di felicità e eterna vita che la scrittura può offrire.

E che Nane Oca chiama “momòm“, ma che da noi, più a Est, viene spontaneo chiamare “bonbòn“.

[pubblicato sull’edizione del 22 gennaio 2019 del quotidiano di Trieste IL PICCOLO]

Tutti gli Ubu, minuto per minuto

I miei antichi maestri, al giornale, mi raccomandavano di stare sempre sul pezzo. Espressione che non ho mai capito. Quale pezzo? Quello che sto scrivendo? E stare come?

La vita è sogno - Ronconi
La vita è sogno. Ma magari….

Chi la capisce, invece, magari apprezzerà questo tentativo di streaming testuale che faccio – stando appunto sul pezzo – da una postazione tra le nevi alpine. Tentativo un po’ maldestro, visto che la connessione, quassù, è precaria e lenta. Ma ci provo ugualmente.

Se continuate a leggermi, vi aggiorno su come sta andando la finale dei Premi Ubu 2018, in svolgimento in questi momenti a Milano, al Teatro Studio del Piccolo.


Cominciamo:

Premi Speciali
22 voti. Aldes – Roberto Castello
20 voti. ex aequo: Antonio Viganò, Teatro dell’Acquario, Gianni Manzella, Andrea Cosentino
16 voti. Centrale Fies

“Il teatro non si può conservare, conserviamo almeno la memoria degli spettacoli” dice Gianni Manzella, citando Franco Quadri.

Miglior nuovo testo straniero
21 voti. Afghanistan – Enduring Freedom di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace

Nuovo testo italiano – Scrittura drammaturgica
28 voti. La Cupa – di Mimmo Borrelli

Una pausa, mentre Federica Francassi ci invita “ad allenarci a distinguere tra poesia e intrattenimento”.

Nuova performer (under 35)
26 voti. Chiara Bersani

Dice Chiara Bersani: “Se il mio corpo è qui, è grazie a tutti quei maestri che hanno scelto di avermi come allieva: come gli astronauti che sono arrivati sulla luna, anch’io pianto una bandierina, una linea di partenza: io non voglio più essere un’eccezione: la varietà della forma non è solamente un rischio, ma una forza per tutti quei corpi che faticano a trovare uno spazio in cui fare esplodere le loro voci”.

Nuovo performer (under 35)
Ex aequo: Marco d’Agostin, PierGiuseppe Di Tanno

Miglior spettacolo straniero
25 voti. Nachlass – Rimini Protokoll

“Togliete la parola straniero, perché in teatro nessuno è straniero”. Sergio Escobar, che ritira il Premio.

Dice Stephan Kaegi, in linea da Cuba: “Sono qui in Avana dove lavora a un nuovo progetto che vado a mostrare in aprile a Bologna. Qui è il teatro America, ma aprovecho per mandare molti saluti, de tutti miei protagonisti. Il teatro in Avana non è morto, c’è piccola sala come quasi il piccolo teatro in Milano, dove le porterò un nuovo spettacolo con un robot in cena, non un attore. Mando baci di teatro America in Avana”.

Miglior allestimento scenico
23 voti – Marco Rossi e Gianluca Sbicca (Freud, o l’interpretazione dei sogni)

Miglior progetto sonoro
19 voti. Andrea Salvatori per Beatitudo

Miglior curatore/curatrice o organizzatore/organizzatrice 
21 voti. ex aequo: Francesca Corona (Short Theatre), Daniele Del Pozzo (Gender Bender)

Dice Francesca Corona, da Calcutta: “Sono felice che i tre finalisti provengano da luoghi indipendenti, luoghi che hanno saputo avere responsabilità nell’accompagnamento degli artisti e nell’incontro tra pubblici e nuovi formati.”

Grazie a Graziano Graziani – lo dico di passaggio, per il grazioso saluto a me che scrivo e a tutti noi del gruppo d’ascolto Nordest Siberia (46°26N 13°18E), qui a digitare tra le nevi.

Continuiamo pure:

Premio Ubu alla Carriera
32 voti. Enzo Moscato

Moscato: “Pensavo di scappare, ma vabbè, vi leggo alcuni versi da Partitura (1987), sul soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi”. E li dedica “ai piccoli roditori di tutto e tutti”.

Miglior attore o perfomer
13 voti. ex aequo: Gianfranco Berardi (Amleto Take Away), Lino Guanciale (La classe operaia va in Paradiso)

Migliore attrice o performer
17 voti. Ermanno Montanari (Va’ pensiero)

Miglior regia
14 voti. Mimmo Borrelli per La Cupa

“Non dico niente altro, ma senza gli attori, che vengono da me violentati, non si ottiene niente”. Mimmo Borrelli.

Migliore spettacolo di danza
22 voti. Euforia – Silvia Rampelli

“Quel silenzio che fonda la parola: la solitudine e la responsabilità di fronte allo spettatore”. Silvia Rampelli.

Premio Franco Quadri 2018 (per acclamazione unanime del direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri)
Bouchra Ouizguen

La motivazione dice: “Coreografa coraggiosa e solare, Bouchra Ouizguen ha fatto della danza uno strumento sovversivo capace di ribaltare, con una forza espressiva tutta al femminile, stereotipi e interdizioni che investono le posture delle donne nel mondo arabo. (…) Artista che si è assunta il ruolo politico di dare impulso alla nascita di una scena coreografica marocchina e araba, nell’assegnazione del Premio Franco Quadri a Ouizguen, l’Associazione vuole sottolineare il fulgore vitale di questa “perla del deserto” e testimoniare l’urgenza di un agire artistico capace di farsi caldo e militante per dischiudere, come in un battito d’ali, nuove relazioni espressive”.

Spettacolo dell’anno 2018
19 voti. Overload di Sotterraneo

Dice Daniele Villa di Sotterraneo: “Veniamo sostenuti da una fetta dell’ecosistema italiano, che è il nostro habitat. Anche perché è un giallo intrigato, il teatro italiano”, mentre Claudio Cirri indossa la bandana di David Foster Wallace, “in questo teatro pieno di gente che tutti i giorni vuol diventare viva”.

“La notte Ubu sta volgendo al termine” aggiungono Graziani Graziani e Federica Fracassi, contenti per tutti i premi che hanno distribuito, mentre parte il Walter-Polka di Stravinsky.

E su Stravinsky, vi saluto anch’io e torno nella baita. Buoni Ubu, buona notte.

Oggi Facebook mi ha bacchettato. Domani chissà.

È successo oggi. A Facebook non è piaciuta per niente la foto di Silvia Gribaudi che salta tutta nuda. Facebook mi ha spiegato che l’immagine non rispetta gli standard della community in materia di nudo e atti sessuali.

Io porto rispetto per chi mi rimprovera di non rispettare gli standard. Tanto che ho cambiato la foto. Al posto delle due tette della Gribaudi, ho messo le sei tette del Canova. Tre Grazie, sei tette. Di marmo e di Antonio Canova, campione del Neoclassicismo. Mica scherzi.

Antonio Canova, Le tre Grazie (copia in gesso conservata a Possagno)

Non so se ho fatto proprio la mossa giusta. Dite che Facebook si risente anche per Canova?

Il resto, se dio Facebook vuole, rimane tutto uguale. 🙂 E lo trascrivo qui di seguito.

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Silvia è la profetessa italiana del corpo libero. Non quello della ginnastica, che è molto legato anzi, alla forza e alla muscolatura. Ma il corpo davvero libero, quello che si è affrancato dagli obblighi e dai doveri a cui le culture lo costringono.

Perché oggi, più che in altre epoche, più che in altre società, il corpo è prigioniero.

Il corpo, mito d’oggi

Prigioniero di un’idea o – secondo pagine mai tramontate di Roland Barthes – di un mito d’oggi che lo vorrebbe sempre tonico e dinamico, armonioso, proporzionato, e magro. Insomma bello, toccato dalla grazia.

Antonio Canova, Le tre Grazie (questo è originale, all’Ermitage di San Pietroburgo)

All’opposto di quelli mitici, i corpi veri non sempre sono giovani, tonici, proporzionati, scattanti, flessibili. Quasi mai asciutti. È la loro verità, ma anche la loro bellezza. Il Vero e il Bello vanno assieme da millenni.

La storia personale di Slivia Gribaudi racconta questa sua scoperta. A dieci anni era la tipica bambina che sognava di fare la ballerina classica. A vent’anni coronava il suo sogno, lavorando con il linguaggio della danza d’école per il Teatro Regio di Torino (la sua città d’origine) e la Fenice di Venezia, e con il contemporaneo per numerose altre compagnie.

Ma il corpo ha le sue vie, e bisogna assecondarne le trasformazioni. Quando, a trent’anni, anche il corpo di Silvia ha cominciato a modificarsi, allontanandosi sempre più dal mito della ballerina, sono cominciati i guai. Però – come insegna il buddismo – debolezze e limiti possono essere trasformati in punti di forza. Così il suo corpo mitico ha lasciato il posto a un corpo politico.

What age are you acting? / Le età relative

Ho capito che, per restare performer, dovevo far lavorare le parti grasse” dice. “Rido sempre quando penso a queste parti del corpo che, quando cammini hanno una loro danza, a prescindere dal tuo controllo“. In altre parole, un’estetica curvy, arrotondata, morbida.

Da quella decisione, maturata nel tempo, sono nati progetti e spettacoli che hanno scavalcato l’anonimato e l’omologazione del corpo classico, per andare a costruire la personalità coreografica di Silvia Gribaudi. Una personalità speciale.

A corpo libero è una sua creazione del 2009. Di qualche anno fa è la coreografia di R.osa – Dieci esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano (Premio Ubu 2017). Accanto a ciò, laboratori con persone over 60, confluiti poi nei progetti pluriennali What age are you acting? / Le età relative e Oggi è il mio giorno e numerosi corsi e esperienze seminariali condotti in Italia e all’estero.

I temi della danza partecipata e della danza di comunità, diffuse, sottratte ai recinti del professionismo, sono sempre più sentiti in ambito coreografico (alcuni nomi soltanto: Virgilio Sieni, Jérôme Bel, Sharon Fridman, Marco Chenevier). Il che non significa che queste declinazioni non incrocino la Bellezza.

Tre uomini, il Canova, la grazia

È il pensiero che Silvia Gribaudi sta coltivando oggi e che – con il coinvolgimento di altri tre perfomer professionisti – guarda a giugno 2019. Il momento in cui al Festival Armunia, a Castiglioncello, debutterà ufficialmente Graces: un lavoro che dalla bellezza neoclassica di Antonio Canova prende le mosse. Per indagare come l’idea del Bello, oltre che culturalmente relativa, sia un principio vitale e salubre in eterno. Splendore, gioia, prosperità, questo spandono le Tre Grazie, tre punti cardinali fissati tra il 1812 e il 1817 da Canova nel marmo, che Gribaudi libera dagli stereotipi di tempo e di genere, e svela con il balsamo dell’ironia.

residenza per Graces – Gradisca d’Isonzo, dicembre 2018

Tre uomini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) e la stessa Gribaudi stanno lavorando fin dal dicembre 2017 a questa creazione, prodotta da Zebra e vincitrice del progetto CollaborAction XL 2018/19. Un lavoro di ricerca, paziente, che ha li ha visti e li vedrà proseguire a tappe in numerose residenze: al Danstationeen Danscentrum Skånes Dansteater di Malmö in Svezia, ad Armunia a Castiglioncello, alla Fondazione Piemonte dal Vivo, a L’Arboreto di Mondaino, e nelle scorse settimana ad Artefici, progetto residenziale attivato da a.ArtistiAssociati di Gorizia.

È qui – più esattamente nel teatro di una cittadina piccola e accogliente, Gradisca d’Isonzo – che ho intercettato il loro lavoro. Che in questa fase, ancora preparatoria, mette assieme procedimenti di alto virtuosismo, intrecciati al graffio di una dissacrazione piena di grazia.

residenza per Graces

Come fermare, per un momento almeno, la sfuggente idea di Bello? Come modellarne un simulacro odierno, visto che quell’idea è stata sempre resa fluida da pulsazioni di moda e oscillazioni del gusto? Come interrogare la Cultura, le culture, per scoprire sotto il velo che le tre divinità sorreggono, il ruolo della Natura? Ma sopratutto, come far spazio nella nostra vita, oggi, alla Bellezza e alla Grazia?

A chi li considera concetti astratti, sorpassati oggi, bisognerebbe sussurrare all’orecchio che sono indispensabili. E salutari, prima di tutto.