Paravidino: “La mia Bibbia, un po’ Brecht, un po’ avanspettacolo”

Da oggi 5 febbraio e fino al 10, a Trieste, nella sala principale del Rossetti, va in scena La ballata di Johnny e Gill di Fausto Paravidino.

“Le frequenze sono ancora mischiate, il rumore non è ancora suono. Poi luce e buio si dividono, le frequenze cominciano ad aggiustarsi, appaiono dei segni. I segni diventano lettere e le lettere si confondono: appare la Torre di Babele”.

Sembra la Bibbia riscritta in una lingua contemporanea. Un po’ lo è. Perché proprio da là, dalla Torre che mescolò e confuse mille e mille lingue, è partito Fausto Paravidino per comporre La ballata di Johnny e Gill.

Assieme a lui, che ne è regista e anche interprete, lo hanno scritto a più mani Iris Fusetti e il gruppo di attori con cui il drammaturgo ha lavorato, grazie a una cordata di produttori multinazionali che mette in fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e lo Stabile di Torino, il Théâtre Liberté di Tolone, il Théâtre La Criée di Marsiglia e Les Théâtres de la Ville de Luxembourg.

“Ci siamo impegnati a fare uno spettacolo internazionale – spiega Paravino – sapevamo che ne sarebbe nato un bisticcio di parole. Abbiamo cercato, studiato, approfondito, fino a capire che il mito della Torre di Babele, che punisce l’azzardo degli uomini che volevano arrivare fino al cielo, non va inteso come una maledizione. Umberto Eco, ad esempio, la considerava una benedizione. Con la moltiplicazione delle lingue, per lui, era anche nata la poesia”.

Però non è facile prendere in mano la Bibbia e rileggerla con occhi laici. “Il teatro è abituato a occuparsi dei miti greci – continua Paravidino – e la Bibbia ci fa un po’ antipatia, proprio perché si porta appresso la religione, tema delicato. Ma è uno sforzo che si può fare. Un po’ come rileggere Romeo e Giulietta senza romanticismo”.

Prenderla cioè come un’avventura. E infatti poche pagine dopo il racconto della Torre di Babele, il Vecchio testamento introduce la figura di Abramo, il primo migrante. Colui che si avventura nel mondo dopo Babele.

La ballata di Johnny e Gill (ph. Vincent Bérenge)

“Oggi c’è una soglia di tolleranza nei confronti delle migrazioni. Si può accettare chi fugge dalla guerra. Ma per accettare chi fugge dalla povertà bisogna essere molto, molto di sinistra. Abramo non fugge da una guerra né dalla povertà. Abramo segue la voce di Dio che gli dice: prendi tua moglie e vai. Lui parte e cerca un altrove: non è un santo, ma ci prova. Noi abbiamo provato a leggere meglio dentro questa storia, che non è conciliante ed è piena di spigoli. Ci abbiamo messo dentro tutto ciò che sapevamo sulle migrazioni. Senza cadere nella trappola dell’attualità. Perché l’attualità si consuma in fretta, il mito invece resta”.

Allora Abramo è diventato Johnny e Sara è diventata Gill. E la vicenda biblica è diventata una ballata. Magari un po’ brechtiana. Anche un po’ avanspettacolo: canzoni, danze, proiezioni.

“Johnny e Gill attraversano il deserto, poi attraversano il mare – continua Paravidino – una geografia primitiva, che non dimentica la realtà, ma è anche un po’ immaginaria. Infine sbarcano a New York. Se esiste una nazione di emigrati, sono gli Stati Uniti. E la capitale di questa nazione è New York. Là, nessuno è di New York, perché di New York sono tutti”.

Lo spettacolo rispecchia perfettamente questa situazione. Un mondo dopo Babele, popolato da stranieri, che parlano idiomi nuovi e sconosciuti. Proprio come succede oggi. A volte gli attori si esprimono italiano, a volte il francese o l’inglese, a volte non si capisce proprio.

Così è lo stesso autore a consegnarci le istruzioni per l’uso: “lo spettatore italiano più cosmopolita potrà cogliere meglio le cose che dicono gli stranieri che parlano inglese e francese. Chi invece parla solo l’italiano farà esattamente il viaggio che fanno i migranti: imparerà a conoscere il mondo post-Babele insieme a loro, e attraverso di loro. Il non comprendere perfettamente è l’umana condizione, che tutti dobbiamo imparare ad accettare”.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, lunedì 4 febbraio 2019]

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