Napoli a spicchi: capricciosa e quattro stagioni. Un fine settimana a NTF19

Napoli è. Così cantava Pino Daniele in uno dei suoi pezzi più famosi. Napoli è tante cose. Lo è anche il suo festival, che per amor di acronimo diventa NTF19.

È un programma sterminato, questo di Napoli Teatro Festival 2019, ora alla dodicesima edizione. Un cartellone che a stento riesce a stare in 140 pagine di catalogo. Che si spande su 40 diversi luoghi. Che mette insieme oltre 150 eventi e si allarga per 37 giornate di programmazione. Dall’inizio di giugno fino al 14 luglio. Anche NTFS 19, proprio come Napoli, non si può cogliere in un colpo d’occhio solo.

NTF19 - manifesto

Ci pensavo guardando la città dall’alto. Napoli è come la pizza. Dal 24esimo piano di una camera d’albergo, ne arraffavo con gli occhi uno spicchio e sapevo che non avrei avuto il tempo, la possibilità, il modo, di portarmene via altri, mentre sotto i miei occhi la città del golfo, del vulcano e delle pizze, cambiava e si muoveva invece viva.

Giusto allora approfittare di un weekend e cogliere al volo quel che c’era, buono o cattivo che fosse. Tra 150 avvenimenti avvenimenti trovi sempre di tutto, come nella capricciosa. E di tutto ho trovato.

L’ultimo Nekrošius

Ci ho trovato, per esempio, l’ultimo lavoro teatrale di Eimuntas Nekrošius, Zinc. Traduzione immediata: vuol dire zinco. Mi ci sono avvicinato con cautela, sospendendo il giudizio. Se una persona scompare (Nekrošius è morto lo scorso novembre, vedi il post di allora) ti avvicini alle sue opere in modo diverso. Pasolini diceva che la morte compie un montaggio fulmineo della vita e Zinc, che evoca casse di zinco, per me è il suo testamento. L’ultima sua volontà e l’ultima immagine che avrò del suo teatro.

Zinc regia Eimuntas Nekrošius,
Zinc, regia Eimuntas Nekrošius (ph. Laura Vanseviciene)

Non sono riuscito ad amare Zinc, come mi era capitato con altri suoi lavori. I segni del regista lituano ci sono. Leggerli, là dentro, però è più difficile. Quando Nekrošius si dedicava a Shakespeare, a Cechov, a Dostoevskij, a un’enciclopedia che più o meno tutti conosciamo, rimanevamo più o meno tutti strabiliati. In questo spettacolo, che porta in scena due libri della scrittrice e giornalista bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel 2015 per la letteratura, l’approccio del regista viene per forza di cose filtrato dal rapporto che lui, figlio della Lituania, aveva stabilito con la matrigna Russia. O meglio, con l’Unione Sovietica.

Ragazzi di zinco è il libro che Aleksievič ha dedicato alla devastante avventura dell’Urss in Afghanistan (1979-1989, il Vietnam russo). Preghiera per Chernobyl si concentra invece sulle conseguenze umane dell’incidente nucleare del 1986 . Avvenimenti che noi occidentali, non abbiamo vissuto con la stessa ansietà, la stessa ostilità, la stessa desolazione, con i quali li leggevano, in quegli anni i Paesi che stavano rivendicando la propria indipendenza dall’Urss (la nuova Lituania è del 1991). E’ stato perciò difficile, e dico pure faticoso, penetrare i segni, le immagini, le sensazioni che il lungo spettacolo, affastellava per noi, troppo velocemente, troppo ellitticamente. Rimane nella memoria l’immagine di lei, la celebrata e contestata Aleksievič (interpretata da Aldona Bendoriūte Gadliauskienė) mentre vaga per le città-palcoscenico portandosi al guinzaglio l’improbabile registratore a nastro su cui si iscriverà magneticamente il reportage del crollo di un impero.

Tossico Testori

Non sono riuscito ad amare nemmeno il nuovo lavoro di Roberto Latini. Che a NTF19 presentava la sua regia e la sua interpretazione di In Exitu. Questa tossica, sbudellata scrittura di Giovanni Testori, prima romanzo poi lavoro teatrale, nel 1988 era stata “vissuta” da Franco Branciaroli e dallo stesso Testori, in un desolato androne della stazione Centrale di Milano. E aveva fatto gridare al miracolo. Letteralmente, perché sul cristianesimo selvaggio di Testori, sulla sua idea di far diventare imitatio Christi la fine di un tossicodipendente marchettaro, si sono scritte pagine e pagine. 

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In Exitu secondo Roberto Latini

Alcune esplorazioni di Roberto Latini, soprattutto quelle degli anni scorsi, mi hanno entusiasmato. Se parliamo di Pirandello, in particolare, ho trovato che Sei, e dunque perché si fa meraviglia di noi, fosse una delle poche maniere in cui si può mettere in scena oggi quello stanco monumento al teatro nel teatro, senza farne una ricerchina scolastica e banale.

Ma Pirandello e Goldoni sono una cosa: hanno risonanze forti nella nostra percezione culturale. Altra cosa è Testori, che con il personalismo estremo, allora scandaloso oggi datato, rappresenta – a mio parere – una delle sconfitte conclamate della drammaturgia italiana, nella battaglia ingaggiata con la regia sul campo di guerra della seconda metà del Novecento. 

Detto questo si può capire perché, nonostante un egregio lavoro di corpo e di voce (la prova virtuosistica di Latini è pari al suo Arlecchino, in un Servitore di due padroni firmato Latella) sono rimasto freddo e insensibile a tutto quel dolore. Che oggi è tutta letteratura. Incredulo e per niente incantato da quell’asta di microfono che si fa bastone, siringa, stiletto, e su cui piroetta quel cristo in croce. Indifferente a quei segni di scena (un binario ferroviario, una rete e una palla da tennis che si gonfia, enorme, nel finale) che, se nonsono pura trovata, torneranno semmai buoni per titoli di giornale. Ho però paura che Testori sia una problema mio.

A scuola con i morticelli

Dalla sala del Teatro Nuovo, arrampicata sugli stretti e trafficati vicoli dei Quartieri Spagnoli, ci è voluto niente per calarsi poi nella sala Assoli, proprio lì sotto. Era l’occasione per incontrare chi di Napoli e delle sue sfaccettature si è fatto interprete in una carriera di autore, attore, regista che parte fin dal 1980 di Carcioffola. Quarant’anni. Del resto, Enzo Moscato è nato proprio qui, nei quartieri Spagnoli, e la lente urbanistica gli permette di raccontarne in modo spontaneo la miseria e la nobiltà.

Che nel caso di Ronda degli Ammoniti, è quello di una classe elementare. Moscato la fotografa negli anni Dieci dell’altro secolo, quando dalle finestre dell’edificio volarono alcuni bambini, spiaccicandosi nel cortile. Che sia più documento o più invenzione poco importa. Per lo scrittore e regista, che quella scuola ha frequentato negli anni ’50, la presenza dei morticelli suicidi era cosa viva. E il tragico volo di quei bambini è adesso metafora del salto che dall’infanzia porta all’età adulta. E che portò sicuramente in guerra, nel 1917, alcuni di quegli scolari oramai in età di leva. 

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Ronda degli Ammonti (ph Salvatore Pastore)

Su questa trama storica e fantastica assieme, viene facile a Moscato costruire una di quelle rapsodie che, senza pretese monumentali, senza arzigogoli intellettuali, fanno della regia un montaggio di attrazioni, In cui la figura deamicisiana del maestro Ambrosino (“oggi leggeremo “Il piccolo scrivano fiorentino“) fa veleggiare ogni sorta di citazione. Dalla scarpettiana “Vicenzo m’è pate a me“, alla Canzone del Piave alla ronde militare che Milly intonava quando l’Italia era un altro Paese. La classe morta di Kantor, insomma, per una sera, la mia sera, ma per chissà quante altre sere ancora, si trasferisce qui, nella città di N., se volessimo far finta che Moscato sia un po’ anche Agota Kristof.

Quattrocento gradi

C’è un ultimo spicchio di NTS19, che andrebbe raccontato. E che è venuto subito dopo Ronda degli Ammoniti, a nemmeno cento metri di distanza.

Uno spicchio di pizza fritta, di quella con i friarelli, o la sublime pizza al sugo di genovese. Ma in definitiva tutte le pizze che si cuociono nei forni della Pizzeria Rapuano, soprannominata 400°, avrebbero bisogno di post di antica cucina. Che i miei strumenti di blogger non mi permettono ancora. Forse.

Marta Cuscunà: il canto delle altre muse

Oggi a Milano, nella serata finale organizzata dal trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio, Marta Cuscunà riceverà il Premio Hystrio – Altre Muse.

Sono passati dieci anni giusti da quando È bello vivere liberi, il primo titolo di Marta Cuscunà, riceva il Premio Scenario per Ustica. Creato “per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo”, lo spettacolo raccontava la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana (1925-2003), una donna indipendente e anticonformista che era cresciuta nella stessa Venezia Giulia in cui è crescita anche lei, Marta, altrettanto indipendente, di sicuro non conformista.

La storia teatrale di Cuscunà è continuata in questo decennio, con altri titoli. Tra i quali La semplicità ingannata (2012), Hello, boys (2015), Etnorama 34074 (2017), Il canto della caduta (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima.

L’intervista

“I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore”. 

Proviamo a spiegarlo attraverso la tua storia.

“Nella mia esperienza i premi sono qualcosa di diverso rispetto a una pagella e a seconda di come vengono pensati, possono avere valore e finalità diverse. Il mio percorso artistico è iniziato nel 2009 con il Premio Scenario per Ustica, che consisteva innanzitutto in un piccolo budget per allestire lo spettacolo, in un numero di repliche prestabilito per farlo girare, una grande visibilità, ma soprattutto un percorso di selezione con obiettivi e scadenze precisi che mi hanno guidata nella realizzazione del mio primo progetto indipendente”. 

Marta Cuscunà Bello vivere liberi
È bello vivere liberi (2009)


“Significativo è stato anche il Premio Rete Critica che prevedeva un momento di confronto con la giuria e il pubblico. Per Rete Critica ho realizzato insieme a Paola Villani e Marco Rogante (rispettivamente la scenografa e l’assistente alla regia di Sorry, boys) il primo Making of di uno dei miei lavori. Cioè un racconto performativo del percorso di creazione che sta dietro allo spettacolo. Un format che poi ho scelto di replicare anche per l’ultima produzione Il canto della caduta, perché riesce a dare ulteriori chiavi di lettura per la fruizione dello spettacolo”.

Ora è la volta del Premio Hystrio, e lo ricevi per la categoria Altre Muse. Ritieni che questa categoria abbia un particolare significato?

“Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po’ fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un’assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d’arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove”.


Prova a tirare le fila di questi tuoi dieci anni in scena.

“Mi sento molto privilegiata: sono riuscita a realizzare i miei spettacoli grazie all’impegno di realtà italiane e straniere che condividono un’impostazione coraggiosa e anticonformista delle scelte produttive. Il merito principale è di Barbara Boninsegna, direttrice artistica di Centrale Fies, che oltre a ospitarmi in lunghissime residenze artistiche, è sempre stata disponibile a sperimentare metodi di produzione inconsueti come il microcredito (che prevedeva da parte mia la restituzione delle quote di finanziamento) oppure la costruzione dei pupazzi attraverso un processo di prototipizzazione, simile a quello usato nella produzione industriale ma decisamente inconsueto per i laboratori di scenografia italiani”.

Questa sera, a Milano, avrai accanto gli altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente). Che cosa ti interessa, adesso, nel lavoro dei tuoi colleghi?

“Grazie al progetto Fies Factory, ho la fortuna di seguire da vicino il percorso artistico di Anagoor e Sotterraneo, che spesso arrivano agli spettacoli dopo lunghe ricerche teoriche e multidisciplinari. Con i loro lavori ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa”. 

Marta Cuscunà - Il canto della caduta
Il canto della caduta (2018)

“Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell’opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato”.

È bello vivere liberi ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana, tua conterranea. È stata la tua regione, il Friuli Venezia Giulia, a darti la prima spinta per raggiungere i tuoi traguardi?

“Devo molto a questa terra che nel periodo dell’adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite”.

Marta Cuscunà
Sorry, boys – backstage

Mentre ora… 

“Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell’Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata domenica 9 giugno 2109 sul quotidiano IL PICCOLO].

Se vuoi leggere di più

In questi dieci anni su Marta Cuscunà ho scritto parecchio. Ecco ad esempio le mie riflessioni su È bello vivere liberi, su La semplicità ingannata, su Sorry, boys, su Etnorama 34074 e su Il canto della caduta.

Perché non si guarisce mai dalla propria infanzia?

Ogni venerdì è un venerdì speciale. Almeno da quando la sedicenne Greta Thunberg si è messa in piedi davanti al parlamento di Stoccolma con il cartello Sciopero da scuola per il clima. Da allora i Friday for Future, i venerdì in cui gli studenti si impegnano, non in classe, ma manifestando per le strade, si sono moltiplicati in tutto il mondo.

Friday for Future Siena maggio 2019
Il Friday for Future a Siena, maggio 2019

Prima che la casa bruci

Venerdì scorso a Siena, ho incrociato la colorata marcia per il clima di un Friday for Future che scendeva verso piazza del Campo, la più bella piazza d’Italia. Bambini, ragazzi, adolescenti volevano ricordarci, seguendo Greta, che bisogna sbrigarsi, perché la nostra casa è in fiamme. Che è anche il titolo del suo libro. Preoccupati – ne sono sicuro – ma anche allegri, decisi, compatti, insieme a genitori e insegnanti, si muovevano al ritmo delle parole d’ordine lanciate dai megafoni.

Un po’ come succedeva anche a me, cinquant’anni fa, quando ero ancora teen, ma scendevo in piazza. Le ragioni erano altre. Anche se, a pensarci bene, pure allora la richiesta era una richiesta di futuro. Un futuro che è stato migliore – non si può negare – di quello che aspetta loro, se qualcosa non cambia. Appunto.

Greta Thunberg a Stoccolma

E proprio come succedeva cinquant’anni fa c’è ovviamente qualcuno che rimprovera a quei piccoli manifestanti di marinare la scuola e far festa. Come il premier australiano Scott Morrison. Dopo che migliaia di studenti lo scorso marzo hanno scioperato per il clima, Morrison ha tuonato chiedendo “più apprendimento e meno attivismo”. Stupisce sapere che è stato appena riconfermato e che è di destra? No.

Friday for Future Australia 2019
Il Friday for Future degli scolari australiani, marzo 2019

Girotondi verdi

Mentre il girotondo allegro di questo venerdì verde circondava anche piazza del Campo, in testa mi ronzava il tema di uno degli spettacoli che sempre a Siena era tra i finalisti di In-Box, il progetto teatrale di cui ho parlato in un post precedente.

Il Friday for Future Siena maggio 2019
Il Friday for Future a Siena, maggio 2019

Lo spettacolo si intitola La Classe e lo ha ideato Fabiana Iacozzilli. La definizione che lei stessa ne dà è docupuppet per marionette e uomini, ma è molto più di una creazione per pupazzi. L’autrice e regista ricostruisce la figura di una certa suor Lidia, che deve aver angosciato la sua vita di scolara, quando frequentava un istituto retto da religiose. Un tipo poco raccomandabile, suor Lidia. Minacce, derisioni, botte, altro che Montessori. La spaventosa pedagogia di quella educatrice è rimasta nella memoria di tutti i compagni di quella classe. Rappresentati nello spettacolo da pupazzi, mentre soltanto l’oscura creatura dominante, la suora con i baffi, ha movenze umane. 

La classe Fabiana Iacozzilli
La Classe (ph. Cosimo Trimboli)

Quei primi anni di scuola

Ma è alla luce della memoria di quegli scolari – i loro racconti registrati dalla stessa Iacozzilli in un specie di audio-inchiesta sull’infanzia – che il tema della paura, il ricordo delle cicatrici psicologiche, la persistenza forte dei primi anni di scuola, si trasformano in uno studio sulle vocazioni. Non tanto ecclesiastiche, piuttosto teatrali. Le quali, come ha ben raccontato Goethe nascono proprio lì, nell’infanzia. Così accadrà che l’impulso alla scena e al teatro si fissi nella testa della scolara Fabiana, maltrattata in classe, quando proprio suor Lidia la spinge alla regia di una recita scolastica. C’è qualcosa di torbido e di curioso in quelle voci, in quei pupazzi, nella loro narrazione, qualcosa di teatralmente interessante. Tanto è vero che, dopo essere stato finalista a I Teatri del Sacro 2017 (vedi il programma di quest’anno) e al Premio Tuttoteatro.com Cappelletti 2017, La Classe è risultata vincitrice anche nella selezione In-Box 2019.

La Classe - Fabiana Iacozzilli
La Classe (ph. Piero Tauro)

Allora, il cortocircuito tra questo spettacolo e il girotondo di quella decina di classi, sulla piazza di Siena, alle prese con la battaglia per il clima, finisce con l’essere ancora più interessante.

Almeno per me. O almeno per chi, come me, è convinto che le esperienze di quella manciata d’anni, pochi in fin dei conti, gli anni della scuola, racchiudano in sé il destino dell’individuo adulto. Perché – dice con spirito da profeta Fabiana Iacozzilli – nessuno guarisce mai dalla propria infanzia.

La Classe, studio presentato al premio Tuttoteatro.com 2017

LA CLASSE, uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
Collaborazione artistica Lorenzo Letizia, Tiziana Tomasulo, Lafabbrica
Collaborazione alla drammaturgia Marta Meneghetti Giada Parlanti Emanuele Silvestri
Performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
SceneMarionette Fiammetta Mandich
Luci Raffaella Vitiello
Suono Hubert Westkemper
Fonico Jacopo Ruben Dell’Abate
Foto di scena Tiziana Tomasulo
Consulenza Piergiorgio Solvi
Organizzazione, Comunicazione Giorgio Andriani, Antonino Pirillo
Coproduzione CrAnPi, Lafabbrica, Teatro Vascello, Carrozzerie | n.o.t
Supporto Residenza IDRA, Teatro Cantiere Florida/Elsinor nell’ambito del progetto CURA 2018 e con il supporto di Settimo Cielo/ Residenza Teatro di Arsoli e di Nuovo Cinema Palazzo