Scommetto che in questo teatro tutti vorreste entrare

Se qualcuno dice circuito, è facile che tu sia portato a pensare a piloti e piste di formula uno. O che ti immagini la casa che piomba nel buio, dopo che è saltata la corrente.

Per chi si interessa di teatro, circuito è un’altra cosa. È una costellazione di teatri.

illustrazione di Stefano Mancini

L’Italia è piena di piccole e grandi sale, gioielli architettonici e civili che i singoli enti locali, soprattutto quelli più piccoli, i Comuni, non riuscirebbero a gestire e a programmare con le proprie forze. Figurarsi pensare alla manutenzione.

Eppure questi teatri municipali sono un patrimonio prezioso del nostro Paese. Perché per fare un Comune, in Italia, è spesso bastata una piazza, sulla quale si affacciano sempre un municipio, una chiesa, un teatro.

Negli anni in cui risuonava di continuo la parola decentramento – gli anni ’70 – sono nati i circuiti teatrali. Strutture che si sono occupate, in alcune Regioni, di mettere in rete tutte queste sale e, attraverso una politica culturale coordinata, programmarne l’attività. Per far sì che non solo grandi centri e capoluoghi godessero del teatro maggiore, dei grandi nomi della scena, della regia importante. Ma il bel teatro raggiungesse anche città più piccole, decentrate, a volte ai margini della cultura.

Nel 1969, tra Trieste e Udine, è nato l’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia GiuliaERT FVG (qui potete raggiungere il sito). Un’istituzione che da allora ha programmato buona parte dell’attività teatrale su un territorio che – geograficamente – risulta laterale alle grande arterie culturali d’Italia. Lo sa bene chi deve raggiungere, per esempio Trieste, quassù sulla frontiera.

Quest’anno l’ERT FVG, che gestisce adesso 27 sale, ha dunque compiuto cinquant’anni. E dopo qualche riunione, ha affidato a me il compito di ideare un progetto che andasse a raccontare questi cinque decenni.

Un lungo circuito

Ho pensato a un volume di documentazione, a un’esposizione e a un momento di festa. Un compleanno, appunto. E mi è parso giusto intitolare Lungo circuito tutta l’iniziativa. Tanto per dire che non si è trattato di corto circuito anni ’70, ma di un’evoluzione duratura del sistema teatrale italiano.

libro Lungo Circuito

Non starò a raccontarvi tutto quello che abbiamo pensato e fatto. Il volume è stato pubblicato (grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia: lo potete richiedere scrivendo all’ERT FVG). E la festa di compleanno, lo scorso 28 settembre, è stata un gran bell’evento che ha riempito di amici, artisti, spettatori fedeli e occasionali la sala del teatro Palamostre a Udine.

Ne scrivo qui per rammentare, a chi fosse interessato, che la mostra del cinquantenario, allestita negli spazi espositivi di Villa Manin di Passariano si concluderà – dopo un mese e migliaia di visitatori – domenica 13 ottobre.

Circuiti regionali teatrali

Sono oggi una quindicina di circuiti regionali. Oltre al teatro possono programmare anche musica e danza e – accanto a teatri nazionali e tric – sono la spina dorsale del teatro nel nostro Paese.

Preparare il libro, selezionare nell’archivio e toccare con mano i materiali di cinquant’anni di questo circuito, mi ha fatto ripercorrere anche cinquant’anni di evoluzione culturale e politica italiana. Le scelte, i gusti, la crescita degli spettatori.

È stata un’esperienza che non immaginavo così interessante, vista anche l’idea che di solito abbiamo degli archivi.

Ma mi ha messo entusiasmo anche allestire la mostra, che grazie a una creazione del pittore e illustratore Stefano Mancini, portata a tre dimensioni dallo scenografo Andrea Stanisci, è diventata lo spazio di un allegro, vivido, animato teatro di documentazione. Una sala fantastica e colorata, nella quale scommetto che tutti voi vorreste, una volta nella vita, entrare.

Avete ancora qualche giorno di tempo.

Le immagini sono di Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

Facciamo il punto sulla dislessia. Een scrviaimo propiro ooggi

È in corso, in Italia, la settimana nazionale della dislessia (7-13 ottobre): un disturbo dell’apprendimento che colpisce tra il 5 e il 12% della popolazione europea, secondo i dati ufficiali (puoi andare sul sito dell’AID Associazione Italiana Dislessia) . 

Nel nostro paese sono circa 2 milioni coloro che ogni giorno sono costretti a fare a pugni con lettere, numeri, righe, gli stessi che con sforzo e determinazione provano ogni giorno a leggere pagine di carta o pagine digitali, che ai loro occhi appaiono così.

Pagina di Repubblica del 10 ottobre 2019. giornata mondale della dislessia

In previsione della giornata mondiale della dislessia (the annual day of dyslexia), che cadrà sabato 12 ottobre, La Repubblica ha provato sensibilizzare i propri lettori facendo loro scoprire come una persona dislessica vede la pagina pubblicata oggi.

Io ne approfitto per recuperare dall’archivio di QuanteScene! un articolo pubblicato un anno e mezzo fa, a proposito di uno spettacolo che si occupava del tema: Cronache del bambino anatra, il testo di Sonia Antinori, interpretato da Maria Ariis e Carla Manzon. È un lavoro che meriterebbe, a mio avviso, lunga vita e intensa programmazione, più di quanta ne abbia avuta finora.

Potete leggerlo seguendo il link qui sotto, che vi riporta al marzo 2018.

In fila indiana al Festival dello Spettatore. Dove l’occhio è professionista

Un weekend a Arezzo per il Festival dello Spettatore 2019, dedicato alla partecipazione del pubblico e ai processi di cittadinanza attiva.

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

E se lungo le strade del centro storico, affollate il sabato sera, vi capitasse di incrociare una fila indiana di signore e signori vestiti eleganti. Elegantissimi anzi, da gran sera.

E se questi signori e signore, sfilando leggeri sulla musica di Louis Armstrong, muovessero braccia e mani per disegnare nell’aria geroglifici deliziosi.

Non potreste far altro che guardarli incuriositi, invidiosi, o magari contrariati, per l’irruzione di tanta bellezza nel tran tran di un sabato in provincia.


Non è difficile, nelle città del mondo, imbattersi in una Nelken Line. Si tratta di una sequenza di movimenti tratta da uno spettacolo di Pina Bausch (intitolato appunto Nelken, garofani) che con pochi simbolici gesti racconta le quattro stagioni. Sono figure semplici: le possono imparare tutti. Non occorre essere danzatori. Basta essere spettatori. Spettatori partecipi e attenti. E decidere di unirsi alla Nelken Line.

la Nelken Line a Prato – Italia

Movimentare il corso

Una Nelken Line ha movimentato lo scorso sabato sera il corso principale di Arezzo. È stato uno dei momenti più spettacolari del Festival dello Spettatore, alla sua quarta edizione (leggete qui qual era il programma).

Potreste chiedervi: ma con tutti i festival che ci sono in Italia, c’era davvero bisogno di un Festival dello Spettatore. Sì, ce n’è bisogno.

Perché uno spettatore partecipe e attento, uno spettatore che sa cosa significa essere spettatore, ricava una soddisfazione maggiore da ciò che vede. E non è poco.

Ma migliora anche la qualità della vita: la sua e quella degli altri. Essere spettatori migliori significa condividere i valori di una comunità, piccola o grande che sia, impegnarsi assieme ad altre persone e approfondire qualcosa insieme, discutere e condividere, esprimere e motivare scelte e giudizi. Essere insomma essere cittadini migliori. Ed è tanto.

Spettatori Erranti

Dalla chiusura (per restauro) del teatro Petrarca a Arezzo è nata dieci anni fa l’idea degli Spettatori Erranti (qui il loro sito), una piccola comunità di appassionati, ma disorientati da quella assenza, comunità che si è organizzata, grazie a Laura Caruso, Isabela Lops e Alessandra Stanghini, mettendo in rete l’attività di diverse sale e compagnie teatrali che agivano in quella provincia.

Selfie con spettatori erranti

Il fenomeno ha preso poi piede in molte altre parti d’Italia, e in un decennio gli spettatori organizzati si sono moltiplicati. Tanto che oramai si contano più di venti di gruppi ben strutturati.

Ogni anno si ritrovano qui, a Arezzo, per la Gran Reunion che li vede protagonisti. Una volta tanto non tocca agli attori, ma proprio a loro, spettatori e professionisti. Attorno alla convention si sviluppa poi un programma di spettacoli e incontri, in collaborazione pure con le scuole (Arezzo vanta in Italia l’unico Liceo statale a indirizzo teatrale, il Vittoria Colonna). E anche di momenti conviviali.

Mi piace questa iniziativa, perché sottintende che l’arte e la bellezza non sono cose per specialisti. Ma costituiscono, al contrario, un patrimonio comune, a cui ciascuno può accedere, basta dotarsi di desiderio, curiosità e voglia di imparare.

Spettatori professionisti

Con la loro voglia di imparare questi spettatori professionisti hanno attirato a Arezzo, nel corso degli anni, organizzatori teatrali e economisti della cultura, responsabili di musei e ideatori di manifestazioni, esperti di rigenerazione urbana e social media manager, progettisti di residenze d’arte.

Un tessuto di conoscenze e di esperienze che fa oggi fa del Festival dello Spettatore (promosso e sostenuto dalla Rete Teatrale Aretina) un unicum in Italia. Dove il fenomeno della partecipazione – contrariamene a quel che si crede – sta aumentando. Delusi o indifferenti alla militanza nelle attività politiche, sempre più cittadini guardano con interesse alle partecipazioni civiche: quella ambientale, quella del volontariato, quella culturale. Cittadini migliori, fatemelo dire.

(ph. Mara Giammattei)

Il Festival dello Spettatore 2019, si racconta sulle sue pagine Facebook e Instagram, ma anche in un volume appena pubblicato da Morlacchi editore, che raccoglie tutti i documenti e le discussioni di questi anni.

Lettura utile per chi, da un po’ di tempo, si riempie la bocca di termini come Audience Development o ingaggio, ma non ha ancora partecipato a un’iniziativa che dimostra come l’audience, il pubblico, anzi i pubblici, stanno sviluppando le proprie forze e ci tengono a diventare protagonisti. Co-protagonisti, almeno.

Perché anche di artisti, possibilmente bravi, c’è bisogno, parecchio.

Spettatori partecipanti

Hanno partecipato all’edizione 2019 del Festival dello Spettatore i gruppi organizzati:
Avanguardie 20-30 (Bologna)
Casa dello Spettatore (Roma)
CasaTeatro, Murmuris e Unicoop (Firenze)
Direzione Teatro, Ateatro ragazzi (Bastia Umbra, PG)
I Pionieri della visione, Cy Twain (Tuscania, VT)
I Visionari, Sosta Palmizi (Arezzo)
La Konsulta, Teatro dei Venti / Festival Trasparenze (Modena)
L’Italia dei Visionari – Be SpectACTive!, CapoTrave / Kilowatt (Sansepolcro, AR)
Officine Papage, Teatro dei Coraggiosi (Pomarance, PI)
Palchetti Laterali, Università del Salento (Lecce)
Pubblico non privato / Spettatori mobili, Teatro Magro e Zero Beat (Mantova)
SpettAttori, Libera Accademia (Arezzo)
Spettatori Erranti, Rete Teatrale Aretina (Arezzo)
Spettatori Erranti Valdarno, Rete Teatrale Aretina (Valdarno)
Spettatori Erranti Valdichiana, Rete Teatrale Aretina (Val di Chiana)
Spettatore professionista (Foligno)
Under 25, Dominio Pubblico (Roma)

controselfie con spettatori partecipanti (ph. Mara Giammattei)


Qui è quando andava tutto bene. Il teatro sensibile di Gabriella Salvaterra

Si può chiamare in tanti modi. Sensoriale. Esperienzale. Immersivo. Ma per lo spettatore, anche il più smaliziato, è sempre un’occasione unica. Al Festival di Napoli e a Contemporanea a Prato, Un attimo prima rafforza la biodiversità del teatro.

(ph. Salvatore Pastore)

Nella penombra

Sei andato a teatro. Ma ti hanno fatto sedere in un vecchio banco di scuola e hai di fronte a te, nella penombra, qualcuno che ti chiede chi sei, dove sei nato, quando sei nato. Poi, annota tutto su un foglio.

Ti intimidiscono quelle richieste: preferiresti restare un anonimo spettatore di teatro. Ti tranquillizza, a un certo punto, il fatto che la stessa persona cominci a disporre davanti ai tuoi occhi una decina di fotografie. E ti propone di sceglierne una.

(ph. Salvatore Pastore)

Io ho scelto una vecchia polaroid, con le montagne sbiadite di rosa e l’utilitaria da cui emerge sbieco il volto di una donna. Potrebbe essere mia madre. Estate. Prati. Gli anni Sessanta. Le piccole vacanze di noi piccoli italiani. “Qui è quando andava tutto bene. Quando tutto sembrava perfetto” mi ricorda la voce che ho di fronte. E mi prende per mano.


Per un teatro dei sensi

Gabriella Salvaterra è stata, fin dal 1999, collaboratrice indispensabile di Enrique Vargas, il maestro colombiano del Teatro de los Sentidos, colui che ha diffuso in Europa spettacoli a cui non si assiste, ma si partecipa con i sensi, come viaggiatori. Singoli, solitari, unici.

Spesso bendati, appena appena guidati e accuditi da presenze umbratili e silenziose, i viaggiatori degli spettacoli di Vargas (da Oracoli a Fermentación, da Piccoli esercizi per il buon morire a Renéixer) vagano dentro a labirinti di stoffe, camminano a piedi nudi sopra terreni vaghi, odorano e tastano come se fossero ciechi, oggetti e corpi, e ne ricavano sensazioni. Ne ho scritto due anni fa, quando a Il Funaro, il suo punto di riferimento italiano a Pistoia, Vargas e Gabriella Salvaterra avevano presentato Il filo di Arianna. (Leggi qui).

È un’esperienza di tatto, di udito, di odori, il teatro di Vargas e di chi ne segue il magistero. Non è un teatro della vista. Ogni volta una storia diversa, alla cieca, ogni volta un percorso diverso, sconosciuto. E ogni volta il brivido o la curiosità di ciò che potrebbe succedere.

L’acqua, le voci, un ballo

Scoprire che devi immergere le mani in un bacile d’acqua profumata. Farti sfiorare l’orecchio da voci che ti raccontano un frammento della propria vita. Lasciarti andare in un ballo con un fantasma oscuro e sconosciuto, come in un dipinto di Magritte.

Qui, a Contemporanea a Prato, in Un attimo prima, sono stato preso per mano e invitato a sedere, con altri dodici ospiti come me, viaggiatori e commensali, a una tavola da pranzo sontuosamente apparecchiata. Sotto i miei occhi un piatto antico di porcellana, con una vistosa crepa. La sfioro con il dito.

(ph. Salvatore Pastore)

“Qui è dove tutto comincia. È quando mia madre si è ammalata” ci racconta Gabriella Salvaterra, seduta al centro. Padrona di casa, sfiora anche lei la crepa del suo piatto. “C’è chi sostiene che a tutto c’è rimedio. Io non credo che sia proprio così. Ci sono cose che sono irreparabili. O diventano irreparabili. Mentre per riparare c’è un tempo, un tempo giusto“. Lo dice, mentre ciascuno di noi cerca di risalire il proprio tempo e trovare nella memoria l’attimo in cui anche per noi si è aperta quella crepa, mai più rimediata da allora, quel bordo che taglia ancora. Intanto qualcuno, da dietro, con delicatezza, mi mette sugli occhi una benda.

Come si arriva all’intimità? Alla memoria nascosta dentro le persone? Noi lo facciamo attraverso i sensi. In questo spettacolo c’è una drammaturgia olfattiva che accompagna tutto il percorso del viaggiatore. C’è una drammaturgia sonora, pensata proprio per risvegliare questa memoria profonda, a cui solo i sensi possono accedere“, spiega Salvaterra in un’intervista.

La stanza delle giostre

Poi vengo invitato a ballare, con la benda sugli occhi, in balia di braccia e corpi che non vedo. Poi entro in una stanza dei giochi e delle giostre in cui c’è un posto riservato a me, e dove trovo una valigetta di ricordi. La scarpetta di quando avevo 3 anni. O forse soltanto le somiglia. La boccetta di inchiostro di china. Matite smozzicate. Una tessera del domino. Una macchinina. Tanti altri oggetti di un passato, forse non mio, ma quasi mio. E di nuovo quella fotografia. Strappata e rimediata alla buona, col nastro adesivo. C’è anche un foglietto bianco. Molti lo usano per scrivere le proprie impressioni. O ringraziare l’autrice per questo viaggio a ritroso.

(ph. Salvatore Pastore)

Sono passati quasi 50 minuti, usciamo assieme, tutti e dodici, da questo labirinto di ricordi. Molti sono commossi.

Rifletto: sono soltanto io a chiedermi perché il teatro dei sensi – questo teatro biologicamente diverso, questo gioco potentemente emotivo – si occupi soprattutto del passato? Potrebbe invece spingerci a immaginare il futuro? Potrebbe guardare in avanti? Superare la melanconia e il rimpianto di ciò che siamo stati, per aiutarci a capire ciò potremmo essere?

È un aspettativa. O un dubbio. Me lo sarei dovuto porre un attimo prima?

Un attimo prima
di Gabriella Salvaterra – Teatro de los Sentidos
con la collaborazione di Nelson Jara
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo e Nelson Jara
visto a Contemporanea 2019, Prato