La ghisa, la reporter, la ferriera. Epica di uno stabilimento siderurgico

Sei di Trieste se… era una vecchia formula di Facebook. Sei di Trieste se… sai poco o niente sulla Ferriera. Attrice, nata a Napoli e trasferitasi solo più tardi da queste parti, Diana Höbel ha creato Punto di fusione, uno spettacolo che chiunque abiti a Trieste dovrebbe vedere.

Diana Höbel davanti alla Ferriera di Trieste
Diana Höbel davanti alla skyline della Ferriera di Trieste (ph. Vanni Napso)

Punto di fusione è andato in scena per tre serate a Hangar Teatri, piccola sala indipendente ai margini del centro città. Ma lo si dovrebbe replicare a tappeto: teatri, scuole, spazi per conferenze. Anche in piazza. Per fare crescere quel che si chiama – con espressione complicata – la cognizione di causa.

Comincio con un riscontro personale. Non sono molti, a Trieste, quelli che hanno idee chiare e informazioni precise sulla Ferriera. Inversamente, tutti sanno più o meno prendere posizione. E si tifa pro o contro chiusura, dismissione, conversione, spegnimento. È lo spirito del tempo. Si pensa, si parla, si agisce per contrapposizioni, si litiga per la bandiera. Ma i fatti – i fatti – restano al palo. In questo caso all’altoforno.

Così dal 1897, anno in cui venne inaugurata, a tutt’oggi, la Ferriera (mostro o stabilimento, a seconda delle opinioni e del vento che tira) vive e convive con Trieste. Come convive l’Ilva a Taranto. Come Napoli conviveva con Bagnoli.

Ci voleva dunque una nata a Napoli. Una donna senza pregiudizi locali, un’attrice che sa esprimersi bene e sa essere convincente. Una persona che, arrivata qua, ha cominciato a capire che peso abbia tutto quel ferro nel vissuto (pratico, materiale, quotidiano) di chi abita a Trieste.

immagine della Ferriera di Trieste

Cognizione di causa

Con spirito da reporter, Diana Höbel ha pensato di costituirci sopra la sua proposta di teatro. Un lavoro che per chiarezza, lucidità, attinenza ai fatti, e per il modo in cui scansa ideologia e polemica, potrà accompagnare molti dei triestini, che fanno il tifo, verso una cognizione di causa. Che è il punto da cui partire per discutere e arrivare – è inevitabile – al compromesso tra lavoro e salute, sviluppo e salvaguardia, tecnologia e ambiente. Al loro punto di fusione. Non è necessario essere parte in causa – lavoratore a rischio o abitante del quartiere di Servola – per farsi, non una mezza idea, ma un’opinione motivata sul problema chiave della città. O meglio – sussurra Höbel all’inizio dello spettacolo – su questa sua bella rogna. Dal 1897 a oggi.

Punto di fusione, ideato scritto e portato in scena da un’attrice che è anche reporter, prende il via da situazioni diverse. Un bicchiere di vino ai tavoli del circolo aziendale della Ferriera, tra i vecchi maestri fonditori e i nuovi precari. Una ricognizione su 120 anni di storia siderurgica locale e nazionale. Il ruolo di propulsione dello stabilimento nei decenni del boom. L’attaccamento affettivo di chi ci ha lavorato dentro. Interviste a operai, ingegneri, dirigenti, abitanti di Servola, il rione su cui fisicamente, massicciamente, incombe la Ferriera. Una bibliografia ampia. Una ricerca tra filmati dell’Istituto Luce e servizi radiotelevisivi. Anche una vecchia canzone d’epoca: un tango, che nel suo melodramma riassume gli elementi in gioco:

Suona, campana, suona vien giù la sera, ma non ritorna l’uomo dalla ferriera…

Nel gergo di chi frequenta le sale, si tratta di teatro civile, teatro di narrazione. In Punto di fusione convergono molte delle modalità di questo genere. Il giornalismo di scena di Giuliana Musso, il narrare epico di Ascanio Celestini, l’approfondimento emotivo di Marco Paolini, la risonanza ambientale di Laura Curino. Si fondono, appunto, ma non è questo il senso del titolo.

La ghisa della Ferriera

Punto di fusione richiama invece il momento saliente, l’istante non magico, ma fisico e chimico, che dà vita e fluidità al nuovo elemento – la ghisa – quando l’inferno dell’altoforno raggiunge gli spaventevoli 1200 gradi. E da un altro lato, indica che solo nella fusione di diverse istanze è possibile la visione complessa di questa rogna. Per evitare, come dice Höbel, di contrapporre in maniera semplicistica industrialisti e ambientalisti.

Attorno al tema caldo della siderurgia a Trieste, il Teatro degli Sterpi, la compagnia che produce questo spettacolo, ha già creato lo scorso anno un titolo, Il fantasma della Ferriera, nello stile contemporaneo della giallistica letteraria. Dopo il teatro di narrazione di Punto di fusione, la stagione prossima prevede un altro titolo che completerà la trilogia.

Tre pezzi innervati da una delle grandi questioni che riguardano la città. Ma visto che si parla anche di Cina e del suo ruolo economico, qui, ora, le stesse questioni riguardano pure il futuro prossimo dello sviluppo globale. Se non di questo, di cosa dovrebbe occuparsi il teatro, oggi?

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PUNTO DI FUSIONE
scritto e interpretato da Diana Höbel
produzione Teatro degli Sterpi

Vlora, la famosa invasione degli albanesi in Puglia

Massimiliano Di Corato, attore barese, racconta l’approdo, nel porto della sua città, della nave Vlora con il suo carico: ventimila giovani albanesi. È il 1991. Lo sbarco dal Vlora su quella banchina inaugura, in Italia, il capitolo immigrazione. 

Il Vlora nel porto di Bari
Lo sbarco dell’8 agosto 1991

… e d’improvviso, come un’apparizione, la nave si presentò di fronte al porto di Brindisi, tutta storta da un lato. Poi, con il suo carico sognante, fece rotta per Bari. Da quel giorno l’Italia, paese d’emigrazione, cominciò a essere terra per immigrati.

Giovane attore pugliese, Massimiliano Di Corato sa che per raccontare i fatti, devi averli vissuti, o almeno stretto con loro un rapporto forte, fortissimo.

Lui, nel 1991, non era ancora nato. Ma quello sbarco inaspettato dettò le prime righe di un tema che è sempre più vivo e muove il dibattito politico e la sensibilità degli italiani, anche se sono cambiati personaggi, provenienze, reazioni. Quel tema Di Corato lo sente suo, perché lui barese, lo percepisce nella sua città, lo tocca ancora con mano.

Massimiliano Di Corato in La dolce nave
La nave dolce – Massimiliano Di Corato (ph. Maurizio Anderlini)

E lo fa toccare allo spettatore. Prendi un taxi oggi a Bari, e il taxista potrebbe essere uno di quelli scaricati trent’anni fa dal Vlora. Anzi, è proprio uno di loro. ‘Barese‘ oramai integrato, naturalizzato.

La nave dolce, da Belluno a Bari

Cambiamo per un momento panorama. Belluno è il luogo di nascita di Dino Buzzati, l’autore di La famosa invasione degli orsi in Sicilia. A Belluno, nel Teatro Comunale, opera il Tib, compagnia al cui timone c’è la regista Daniela Nicosia. È lei che ha pensato di dare a Di Corato la possibilità di rievocare, nei modi del teatro di narrazione, la vicenda del Vlora.

Disperso tra tanti che caratterizzarono l’Italia dei primi anni ’90, quell’episodio ha tuttavia la forza di un emblema, il peso di un incipit storico. Basta avere la voglia di riprenderlo dalla superficie delle cronache e raccontare, a Belluno, e tra qualche giorno anche a Bari, al Teatro Piccinni, la famosa invasione degli albanesi in Puglia.

Il Vlora era un nave mercantile, adibita al trasporto di canna da zucchero da Cuba verso l’Albania. Il 7 agosto 1991, la nave è attraccata nel porto di Durazzo. Quel giorno la storia fa uno dei suoi salti. Il molo e il cargo vengono presi d’assalto da una giovane folla che vede in quello scafo, in quella rotta che taglia l’Adriatico, l’alternativa al proprio destino. Quella nave dolce è una promessa di libertà (il regime del partito comunista albanese era agli sgoccioli). È una speranza di benessere (le trasmissioni televisive avevano alimentato l’italian dream di una intera generazione). È la possibilità di realizzare il sogno.

Alle 4 del mattino dell’8 agosto la nave si materializza davanti al porto di Brindisi. Stracarica (20.000 sono una città italiana di media grandezza), tutta piegata da un lato (perché i ventimila si sporgono verso la terraferma) . La capitaneria intuisce che le strutture portuali non sarebbero in grado di arginare quella folla e dirotta la nave verso Bari. Dopo sette ore il Vlora forza l’ingresso nel porto barese. Momenti che rivivremo anche noi, quando la Sea Watch di Carola Rackete attraccherà, 28 anni più tardi, nel 2019, a Lampedusa. Molti si tuffano e raggiungono a nuoto la banchina. In ventimila si riversano sul molo.

Il Vlora nel porto di Bari

Ci sono diversi modi per raccontare quei momenti. Uno è sentirli attraverso la viva voce di Di Corato, che nella semplicità di un impianto scenografico segnato solo da qualche gomena, si slancia in una triangolazione narrativa. Nelle sue tre voci, che sono altrettanti punti di vista (quello di chi sta sulla nave, quello dei cittadini baresi, quello di un ragazzino testimone oculare dell’evento), il famoso sbarco degli albanesi in Puglia acquista la drammaticità di episodio della Bibbia (l’intervista a Halim Milaqi, il comandante del Vlora).

Volendo essere precisi, La nave dolce è anche il titolo del film documentario che Daniele Vicari (regista pure di Diaz, resoconto del massacro del 2001 nella caserma genovese) ha realizzato su quello sbarco e sul suo esito. Di quelle interviste e in quel titolo, oltre che in un lavoro accurato di documentazione, Daniela Nicosia e Massimiliano Di Corato hanno fermato cronaca e immagini, trasformate poi nel loro racconto.

Guarda il trailer di La nave dolce (2012) di Daniele Vicari.

Lo stadio lager e le focacce

Scortati dalle camionette della polizia, i ventimila vengono istradati verso lo stadio della Vittoria. Sono 12 chilometri di strada. Gli stadi lager sono posti ben noti nella storia delle immigrazioni e delle lotte civili. Chissà se per prevenire un contagio (etnico, allora come oggi) lo stadio viene blindato e viveri elementari vengono poi paracadutati da elicotteri, tra le inevitabili risse per la sopravvivenza. Ai pochi che sono riusciti a dileguarsi, o a rifugiarsi, decine e decine di cittadini baresi offrono però ospitalità e focacce.

La tensione cresce. La situazione sfugge al controllo. Tutti sembrano perdere la testa, governo italiano compreso. L’unico a fare bella figura è il sindaco di Bari, Enrico Dalfino, oltre la cui immagine si intravede oggi uno come Mimmo Lucano.

Andò subito al porto, prima ancora che il Vlora sbarcasse. A Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza, il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo era fuori. Quando uscì di casa però non immaginava quello a cui stava andando incontro. Dopo qualche ora mi telefonò dicendomi che c’era una marea di disperati, assetati, disidratati, e aveva una voce così commossa che non riusciva a terminare le frasi. Non dimenticherò mai l’espressione che aveva quando tornò a casa, alle 3 del mattino dopo. ‘Sono persone – ripeteva – persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza’”. Così racconta la moglie di Dalfino.

Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, disse pubblicamente che quel sindaco era “un cretino“.

Massimiliano Di Corato in La dolce nave

Non si può raccontare un racconto, bisogna sentirlo. Bisogna sentire il bravo Di Corato mentre alterna le lingue, i dialetti, i registri. Bisogna vederli i piccoli paracadute che dall’alto del teatro spiaggiano sul palco centinaia di bottigliette d’acqua, mentre le italianissime canzoni di Toto Cotugno (e anche di De Gregori) diventano il controcanto di quella prima invasione.

Un’espressione che, come tante volte succede, la Storia ha ridimensionato, confutando l’informazione gridata esasperata. L’informazione che pesca e alimenta paure. L’informazione di oggi, che è il lato peggiore della Cronaca.

Sabato 15 febbraio, La dolce nave debutta al Teatro Piccinni di Bari.

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LA NAVE DOLCE
drammaturgia e regia Daniela Nicosia
con Massimiliano Di Corato
scene Bruno Soriato
luci e suono Paolo Pellicciari
aiuto regia Vassilij Gianmaria Mangheras
produzione Tib Teatro Belluno

Mileva, la donna che sussurrava a Einstein

Ksenija Martinovic, attrice nata a Belgrado, si è messa a lavorare sulle lettere che Albert Einstein e Mileva Marić, serba come lei, si sono scambiati più di un secolo fa. Quando nasceva il loro amore. E anche la fisica del Novecento.

Ksenija Martinovic
Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

Se l’abbia davvero detto Virginia Woolf, poco importa. Importa invece che si tratti di una situazione ricorrente. “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. La storia di Mileva Marić lo conferma.

Sui banchi del Politecnico di Zurigo, nel 1896, Mileva Marić (figlia di contadini serbi, nata in un piccolo villaggio a una sessantina di chilometri da Belgrado) incontra Albert Einstein (nato a Ulm, Baden Württemberg, figlio di un imprenditore tedesco d’origine ebraica).

Lui è tre anni più giovane di lei. Lei è una fra le prime donne ammesse al corsi di quella Università in Svizzera (in Germania alle donne non era concesso). Mileva è proprio brava e ottiene voti anche superiori ad Albert. Lui si innamora della sua bravura. Lei ricambia. Fanno una figlia e qualche anno dopo si sposano, in municipio. È il 1903.

Il 1905 è l’annus mirabilis, l’anno stupefacente nel quale lui, in soli sette mesi, pubblica quattro articoli scientifici che produrranno ribaltamenti fondamentali nella storia e nelle leggi della fisica. È allora che comincia a essere considerato un genio.

Forse è un genio anche lei, Mileva, che gli è accanto. Ma nessuno lo sa. Cominciamo a scoprirlo oggi.

Il giovane Einstein

Effetto Matilda?

Si intitola Mileva lo spettacolo che Ksenija Martinovic ha ideato e creato (assieme al dramaturg Federico Bellini, con la consulenza scientifica di Marisa Michelini) e che lei stessa porta in scena assieme al perfomer Mattia Cason, in una nuova produzione del CSS – Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Qual è il contributo di Mileva Marić al lavoro rivoluzionario di colui che, fino al 1919, l’anno del divorzio, fu suo marito? Vale anche per Mileva ciò che oggi si chiama effetto Matilda, fenomeno secondo il quale il lavoro scientifico di una donna viene in parte o totalmente attribuito a un uomo? Ne sono state vittime, tra tante, Rosalind Franklin, la chimica britannica che ha scoperto la forma del dna, e Lise Meitner, la fisica austriaca che che “ha dato una mano” a tutti i maggiori scienziati della prima metà del Novecento.

Einstein e Marić
Einstein e Marić

Ksenija Martinovic è nata a Belgrado trent’anni fa e sente il legame che la apparenta a quella donna, serba come lei, e con lo stesso temperamento. Donne resilienti, dice, capaci di resistere in condizioni avverse, non disposte ad arrendersi. Mileva, lo spettacolo, nasce dopo un periodo di residenza artistica nel quadro di Dialoghi, progetto ideato dal Css, che si fa promotore e agevolatore di incontri tra diverse professionalità multidisciplinari.

E Mileva è un titolo che lascia scorgere un’ombra sul volto – diventato un’icona pop – del genio Einstein. L’ombra di questa donna scienziata, madre e moglie. La loro relazione ebbe molte facce. A volte un marito è il peggior nemico. L’unica figlia nasce prima del matrimonio e probabilmente muore pochi mesi dopo, verranno poi due maschi. La suocera non sopporta quell’intellettuale serba, claudicante, che sembra un libro stampato. Lui la tradisce con una cugina e per tenere in piedi un simulacro di convivenza le impone condizioni umilianti. Divorzieranno.

Noi non sappiamo ancora quanto l’intelligenza e il pensiero di Mileva abbiano influito sul successo scientifico e personale di Einstein. Non esistono documenti probanti. Esistono solo le lettere che i due si scambiavano, Lettere d’amore si intitolano (le ha pubblicate Bollati Boringhieri ), e proprio su queste hanno lavorato Martinovic e Bellini.

“Impossibile stabilire – dicono assieme – almeno con i documenti che abbiamo adesso, il contributo scientifico di Mileva. Lo spettacolo non è una soluzione a questo problema: è una delle possibilità di un tema ambiguo, sfuggente, che nulla toglie comunque alla genialità di quell’uomo”.

Un convegno su quell’anno stupefacente

Proprio per indagare, scientificamente, oltre che attraverso il teatro, l’ambiguità di quel rapporto e la straordinarietà dell’annus mirabilis, lo spettacolo verrà anticipato, giovedì 6 febbraio, da un convegno nel quale Marisa Michelini (che è professoressa ordinaria di Didattica della fisica all’Università di Udine) ha chiamato a raccolta alcuni tra maggiori esperti di temi einsteiniani e sarà concluso dall’intervento di Luigi Berlinguer, già ministro della Pubblica istruzione e oggi presidente Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica.

Perché anche una storia d’amore, le sue ombre, possono diventare metafore di quella rivoluzione che nei primi vent’anni del ‘900 cambiò la maniera di interpretare lo spazio, il tempo, l’energia, la velocità, l’energia, la luce. Insomma il mondo. Una rivoluzione scientifica che oggi, un secolo dopo, sembra debba continuare ancora. Con il contributo di tante più donne.

Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

MILEVA
una creazione di Ksenija Martinovic
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
consulenza scientifica Marisa Michelini
produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG
da giovedì 6 a domenica 9 febbraio, al Teatro S. Giorgio di Udine – Stagione Teatro Contatto 38
vedi altre informazioni sul sito del CSS

MILEVA, ALBERT E L’ANNUS MIRABILIS
una riflessione su scienza, storia, arte e società per una cultura trasversale
convegno scientifico per studenti
Udine, Teatro Palamostre, Sala Pasolini, ore 9.00 – 13.00
Introducono Alberto Bevilacqua, Marisa Michelini e Stefano Stefanel
Intervengono: prof. Paolo Rossi – Università Normale di Pisa, prof. Sergej Faletic – Università di Lubiana, prof.ssa Marisa Michelini – Università degli Studi di Udine, prof. Alberto Stefanel – Università degli Studi di Udine, Rita Maffei–co-direttore artistico CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Ksenija Martinovic – attrice e autrice, Federico Bellini – dramaturg
Conclude prof. Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica
consulta il programma del convegno
ingresso libero