Sai che c’è? C’è In-Box 2020 dal vivo. Anzi, no. È da camera.

Era un’abitudine la nostra. Quasi una malattia. A maggio, ogni anno, si partiva per Siena. Là ci aspettavano le giornate finali di In-Box dal vivo, il contest teatrale che – grazie a una rete formata da una cinquantina di sale, spazi e festival diffusi in tutta Italia – sosteneva la giovane generazione del teatro italiano.

In-Box 2020 - La copertina

Originali e interessanti le regole del gioco. Le ho raccontate in alcuni post precedenti e potete tranquillamente dare un’occhiata all’edizione del 2019 o a quella del 2018.

Inutile dire che questa volta, nell’anno della pestilenza, a Siena non ci siamo andati. Nessuno. Anche se In-Box 2020 dal vivo non ha rinunciato affatto a sostenere coloro che fanno spettacolo. I più giovani. E ha lanciato l’edizione specialissima. Quella da camera, quella dell’emergenza. Vedi il sito.

“Edizione straordinaria….!”

Pochi minuti fa in diretta Facebook, Fabrizio Trisciani e Francesco Perrone di Straligut Teatro – la compagnia che nel 2009 ha dato il via all’iniziativa e dal 2016 l’ha portata poi a Siena, dentro lo storico Teatro dei Rozzi – hanno dato il via a In-Box 2020. Edizione straordinaria.

Ultimi giorni umanità - Ronconi

Più di 450 candidature, arrivate attraverso video e progetti. 50 i finalisti selezionati per In-Box 2020 (sezione ufficiale) e 37 i finalisti di In-Box verde (sezione riservata al teatro per ragazzi e adolescenti).

Grazie ai link, che vi posto qui sotto, potrete vedere la diretta della proclamazione dei vincitori, avvenuta sabato 23 maggio, e le clip che presentano i finalisti per ciascuna sezione.
In palio, non sotto forma di premio, ma come “lavoro che premia il lavoro”, c’erano le 87 repliche nelle sale dei partner che aderiscono alla rete.

Ma se volete conoscerli al volo…

Ora, se proprio proprio non avete tempo, ma volete conoscere al volo i finalisti e repliche che hanno ottenuto, eccovi serviti:

In-Box 2020

Stay Hungry - Daf - In-Box 2020
Stay Hungry. Indagine di un affamato. Angelo Campolo – DAF- Teatro dell’Esatta Fantasia

Stay Hungry. Indagine di un affamato di DAF Teatro dell’Esatta Fantasia che si è aggiudicato 21 repliche.

Futuro anteriore di Ferrara Off che si è aggiudicato 8 repliche.

Tropicana di FrigoProduzioni che si è aggiudicato 7 repliche.

e inoltre:

Libya. Back Home della Ballata dei Lenna (5 repliche)

Non plus ultras della Coop. Argot (5 repliche)

Polvere di Compagnia teatrale Cesare Giulio Viola (4 repliche).

Qui sotto potete vedere una breve antologia delle 6 produzioni finaliste.

In-Box Verde 2020

Che forma hanno le nuvole - Elea Teatri - In-Box 2020
Che forma hanno le nuvole – Elea Teatri

Che forma hanno le nuvole di Elea Teatri che si sono aggiudicati 12 repliche.

Opera Minima di Can bagnato che si sono aggiudicati 11 repliche.

Volumi di QB Quanto Basta che si sono aggiudicati 6 repliche.

e inoltre

La fabbrica dei baci di Intrecciteatrali (4 repliche)

Paolo dei Lupi di Bradamante Teatro (3 repliche)

Dislessi-che? dell’Orto degli Ananassi (1 replica)

Qui sotto potete vedere una breve antologia delle 6 produzioni finaliste.

In-Box 2020 è un’iniziativa di Straligut Teatro, sostenuta dal Comune di Siena, dalla Regione Toscana, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e dalla Fondazione Toscana Spettacolo ONLUS.

La volta che Peter Handke inventò il post-drammatico

Nella serie di appuntamenti in digitale, avviata dai Teatri stabili del Nordest (Friuli Venezia Giulia, Veneto e Bolzano) otto settimane e mezza fa, questa sera va in rete L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, scritto da Peter Handke nel 1992, allestito al Mittelfest nel 1994.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest  1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Ma davvero dal 15 giugno – un lunedì – torneremo a trovarci nei cinema e nei teatri? Quel che realmente accadrà, come succederà, è ancora tutto da inventare. Per il momento, perché non godere dei microscopici vantaggi di ritorno che il virus ci ha assicurato?

Uno, ad esempio, è quello che fa brillare di nuovo, sotto i nostri occhi, opere, titoli, spettacoli, che altrimenti sarebbero rimasti a riposare nello smisurato camposanto del teatri: sottopalchi, archivi, depositi, magazzini… 

Questa sera, 17 maggio dalle ore 20.00, sul sito dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, e sulla sua pagina Facebook, l’iniziativa restituisce agli spettatori online un gioiello vero. Un esperimento eccellente di scena e di scrittura, che altrimenti avremmo dimenticato.

L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, testo scritto da Peter Handke nel 1992, venne allestito nel 1994 al Mittelfest di Cividale del Friuli. L’idea di portare in scena le pagine del premio Nobel (2019) austriaco era stata di Giorgio Pressburger e Mimma Gallina. Sperimentatore, vulcanico ideatore di dispositivi teatrali, il regista Pressburger aveva pensato di utilizzare in lungo e in largo piazza Diacono, nel cuore storico di Cividale.

In anticipo sulle trasformazioni che intanto subiva la scrittura teatrale, Il testo di Handke è una lunga, lunghissima didascalia. La descrizione di una fitta serie azioni che dovranno essere eseguite da un centinaio di figure, interpreti, comparse, che in un flusso continuo attraversano uno spazio vuoto.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Uno spiazzo vuoto, pieno di luce

La scena è uno spiazzo vuoto pieno di luce. Comincia che uno l’attraversa scappando di volata. Poi, dalla direzione opposta, eccome ancora uno, come l’altro” scrive Handke. “ Allo stesso modo, subito dopo, una tutta imbacuccata da donna anziana, che si tira dietro un carrello della spesa. Non è ancora del tutto uscita dal campo visivo, che due, con gli elmetti da pompiere, passano sparati per lo spiazzo, con manichette e estintori in braccio: più per un esercitazione che per un emergenza“.

E cosi via: giardinieri, tifosi di calcio con bandiere, pescatori e canne, una bella vestita da boutique, uno incatenato, un gruppo in fila indiana, avanti, avanti, per una cinquantina di pagine, fino al visionario finale.

Peter Handke. ph Donata Handke
Peter Handke. ph Donata Handke

Handke, Augè, Lehmann. Non sapevano niente l’uno dell’altro

Atto senza parole, si scrisse allora, visto che nessuno di questi personaggi ‘in cammino’ dice nulla. Ma è tutt’altro che senza parole. Sono tante invece. E diventano visioni, istantanee di un’umanità in transito, viandanti, migranti, che finiscono per tracciare un atlante dell’umano. Incrociandosi, sfiorandosi, in uno di quei non-luoghi cosi ben raccontanti anche dall’antropologo Marc Augè.

Rivisto adesso, è anche un gran esempio di teatro post-drammatico, ideato dallo scrittore austriaco ben prima che il concetto venisse alla luce, grazie al volume oggi sempre citato di Hans-Thies Lehmann (in Italia lo ha tradotto Sonia Antinori per CuePress).

Si capisce così perché questo lavoro, un quarto di secolo dopo, oggi, nel tempo di sfioramenti pericolosi e temute migrazioni, continui a mantenere una inaspettata attualità. E sia stato più volte riallestito: al Burgheater di Vienna con la regia di Claus Peymann, alla Schaubühne di Berlino dove lo ha diretto Luc Bondy, nella versione di James MacDonald per il Royal National Theatre di Londra. In Italia ci aveva pensato anche il gruppo Festina Lente, con la regia di Andreina Garella.

L’occasione di stasera è quindi unica. Per rivederne la registrazione, per apprezzare le idee che Pressburger (scomparso nel 2017) seppe infondere in quella scrittura. Con l’aiuto di Pier Paolo Bisleri, scenografo, di un gruppo di attori dello Stabile Fvg e dello Stabile Sloveno di Trieste, e allievi delle accademie teatrali di Bratislava, Budapest, Cracovia, Roma Lubiana, Vienna, Zagabria. Il respiro di tutta la Mitteleuropa.

Prima, alle ore 16.00, negli stessi contenitori andrà in rete anche Il Re di Betajnova di Ivan Cankar, nell’allestimento dello Stabile Sloveno, regia di Tomaž Gorki.

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L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro

di Peter Handke (traduzione Rolando Zorzi)
Regia Giorgio Pressburger
Scene e costumi Pier Paolo Bisleri
Movimenti Marta Ferri
Interpreti: Livio Bogatec, Patrizia Burul, Stojan Colja, Andreina Garella, Giorgio Lanza, Riccardo Maranzana, Alojz Milic, Lucka Pockaj, Monica Samassa, Maurizio Soldà, Torsten Ondrejovic, Erika Sajgál, Gyözö Szabó, Adam Nawojczyk, Olga Przeklasa, Tomaz Gubensek, Janko Petrovec, Giovanni Carta, Marc Menzel, Regina Stötzel, Edvin Liveric-Bassani, Natasa Dorcic, e con Mariano Rigillo voce recitante.
Produzione: Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro Stabile Sloveno di Trieste

Satie Pandemie. Il compleanno come maratona. Antivirus.

Puntate gli orologi. Alle 00.01, stanotte, tra sabato e domenica 17 maggio, scatta la maratona. Per festeggiare, come ogni anno, Erik Satie.

Dovete prepararvi. Spiritualmente. Nel più profondo silenzio. Nella più seria immobilità. “Il sera bon de se préparer au préalable, et dans le plus grand silence, par des immobilités sérieuses” raccomanda Erik Satie dopo aver stabilito che la sua breve composizione – 19 gruppi di note – che tanto breve non è, deve essere ripetuta 840 volte.

Una tortura, per chi la sente e per chi la suona. Un tormento. Una vessazione. O un piacere estremo. Vexations venne scritta dal compositore francese nel 1893. Oggi diventa un manifesto della musica antivirus.

Vexations Satie

Ogni 17 maggio, dal 1992, il Teatro Miela a Trieste festeggia la nascita del compositore francese. Lo ha sempre fatto con le più eccentriche, divertenti e spettacolari trovate. Tutte in sintonia con lo spirito iconoclasta dell’autore delle Gymnopédies (vedi il mio post sulla festa del 2019).

Quest’anno ci si è messo di mezzo il Covid-19. Ma la pandemia non scalfito l’inventiva di chi come Eleonora Cedaro, curatrice per il secondo anno consecutivo della festa, si è riboccata le maniche o meglio le mani, trattandosi di pianisti.

Satie Pandémie è il titolo scelto per l’ “edizione covid” del compleanno postumo più pazzo del mondo.

La Satie Mania

“Se non ci diverte, non si fa Satie” sostiene Cesare Piccotti, primo ideatore della Satie Mania assieme a Rosella Pisciotta, scomparsa tre anni fa. Così, per ventinove anni, ogni 17 maggio, i satie-maniaci e il loro folto pubblico hanno officiato, al Teatro Miela, il bizzarro culto. Divertendosi un sacco.

Satie Mania Teatro Miela

Ma cosa fare adesso che sicurezza sanitaria e distanziamento sociale impongono uno stop a tutto lo spettacolo dal vivo? Le Vexations (scritte nel 1893 e ‘scoperte’ solo nel 1963, grazie a John Cage) si sono dimostrate la composizione più adatta allo spirito del compositore. E anche alle vessazioni del virus. 

Vexations è la sequenza pianistica di circa sessanta secondi, che va ripetuta per 840 volte, da uno o più esecutori. In totale 840 minuti, cioè 14 ore, forse anche di più, magari 20, a seconda degli interpreti e della velocità. La composizione più lunga nella storia della musica. La più adatta a Satie nel tempo della Pandémie.

Satie Streaming

L’esecuzione avverrà infatti in una maratona web-streaming che prenderà il via questa notte (tra sabato e domenica 17) alle ore 00.01 e avrà come punto di incontro, riferimento e condivisione il sito www.buoncompleannosatie.it e il canale YouTube del Teatro Miela.

http://www.youtube.com/user/teatromiela/live

Aiutata da Sara Codutti, Anna D’Errico e Veniero Rizzardi, Eleonora Cedaro ha pubblicato su quel sito un manifesto, che chiama a raccolta tutti i satie-maniaci del globo e li invita a giocare con la bizzarra infografica, grazie alla quale prenotare la propria partecipazione pianistica.

Satie Pandemie

Superfluo e indispensabile

“Ci sarebbe piaciuto davvero poter eseguire almeno l’ultima ‘vexation’ dal vivo, nella sala del Teatro Miela – spiega Cedaro – e condividere questo atto pubblico con i cittadini attraverso enormi casse acustiche situate fuori dal teatro. Ma abbiamo capito che anche in questo modo avremmo creato i presupposti per uno dei temuti assembramenti. Così il senso di responsabilità ha prevalso. Ma non ha demolito lo spirito dell’ironia e del divertimento. Anzi, come insegnava John Cage, è proprio in questi momenti che ciò che appare superfluo diventa indispensabile“.

“Sono già più di cento, 124 per l’esattezza – continua – gli esecutori che fino a stamattina hanno aderito alla proposta, così indispensabile oggi, per la ripresa delle attività dal vivo. Un pianeta intero che condivide l’importanza della musica dal vivo e del ritorno nei teatri. Professionisti entusiasti che via via si aggiungono da tutta Europa, da Malta alla Lapponia, passando per Belgio, Olanda, Inghilterra, Francia, Germania e Austria. Ma anche da Berkeley in California fino a New York, Argentina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda”.

Tra gli ospiti, tanti nomi illustri e una autentica sorpresa. Che verrà svelata in anticipo, questa sera alle ore 19.30, in collegamento con RadioTre Suite. Tenete pronti gli orologi.

[parzialmente pubblicato nell’edizione 15/5/20 di IL PICCOLO di Trieste]

Gli ospiti previsti a cominciare dalle ore 00.01 di domenica 17 maggio 2020:

Alvin Curran

Stephen Drury

Michelangelo Rinaldi

Ilaria Baldaccini

Debora Petrina

David Kaplan

Monica Chew

Haydée Schvartz

Allen Teyvell

Florence Millet

Yfei Xu

Antoniette Perry

Petra Persolja

Susan Svrcek

Kathleen Supove

Louis Goldstein

Nic Gerpe

Luba Poliak

Steven Vanhauwaert

Danny Holt

Colin Fowler

Sarah Cahill

Gloria Cheng

Sarah Gibson

Alexander Schwarzkopf

Thomas Kotcheff

Daniela Terranova

Vicki Ray

Corey Hamm

Richard Valitutto

Claudia Chan

Aleksander Rojc

Nico Morelli

Laura Carraro

Fabrizio Ottaviucci

Sebastiano De Gennaro

Giulia Vazzoler

Augusta Dall’Arche

Eleonora M. Ravasi

Martin Rizov

Yuna Kobayashi

Miwa Hoyano

Aki Kuroda

Lorenzo Marasso

Wayne Marshall

Antonina Tea Sala

Paola Fasola

Miharu Ogura

Lena Kollmeier

Louise Kollmeier

Sophie Patey

Andrea Corazziari

Luca delle Donne

Arianna Granieri

Svetlina Boyadzhieva

Michiko Saiki

Alex Raineri

Sara Costa

Fabiano Casanova

Cecilia Apostolo

Dimitri Candoni

Giancarlo Simonacci

Valentina Messa

Eleonora Lana

Giovanni Di Domenico

Ricciarda Belgiojoso

Leonardo Zunica

Annalisa Orlando

Enrico Gabrielli

Antonio Bonazzo

Alessandro Zuppardo

Maria Iaiza

Franco Venturini

Andrea Rebaudengo

Francesco Leineri

Alexander Hawkins

Roberto Olzer

Paolo Francese

Fabrizio Puglisi

Vida Rucli

Elena Rucli

Orietta Fossati

Stefania Rucli

Kelsey Walsh

Eleonor Sandresky

Ciro Longobardi

Carmen Anastasio

Stefano Pierini

Gian Luca Sfriso

Francesco Pavan

Maeva Beltran

Lucio Perotti

Giuseppe Jos Olivini

Roberto Esposito

Patrick Grant

Luca Chiandotto

Pak Yan Lau

Nicole Brancato

Rossella Fracaros

Margaret Kim

Adam Marks

Guy Livingston

Emanuele Torquati

Hans w. Koch

Simone Sgarbanti

Alessandra Celletti

Domenico di Leo

Daniele Ceraolo

Alfonso Santimone

Vincenzo Parisi

Maria Ala-Hannula

Marlies Debacker

Geoffrey Burleson

Hiroko Sakurazawa

Sarah Bob

Andrea Lodge

Jed Distler

Meral Guneyman

Daniel Goldstein

Alessandro Commellato

Nicolas Horvath

Bobby Mitchell

Ralph Grierson

Anna D’Errico

Tornano i turchi. Sono quelli di Pasolini

Oggi, domenica 10, alle 18.00, nella serie di appuntamenti ideati dai Teatri Stabili del Nord-Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Bolzano) per ovviare alla chiusura delle sale, viene presentato I Turcs tal Friûl, di Pier Paolo Pasolini, nella registrazione effettuata nel 1996 sull’aia dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, in Friuli.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Un temporale potente, di quelli estivi, li aveva convinti a desistere. Poi il cielo sopra Venezia si era rischiarato: un miracolo, un tramonto incredibile. Avevano allora lavorato di stracci e di asciugamani, così che noi spettatori ci potessimo accomodare sulle seggiole, in quel piccolo prato dell’Arsenale. In attesa dell’inizio dello spettacolo.

A un certo punto vedemmo arrivare, da lontano, lungo le mura di quel posto che era sempre servito ad armare guerre di mare, un piccolo plotone. Sembrava marciassero in fila, come minuscoli fanti : i turchi bellicosi. Era l’effetto della distanza. Via via che si avvicinavano capivamo che erano gli attori.

Venezia, Biennale Teatro 1995. Ci eravamo andati per I Turcs tal Friûl di Pier Paolo Pasolini. La regia era di Elio De Capitani, le musiche e i cori di Giovanna Marini.

In quel prato dell’Arsenale

Ricordo bene quella serata, giugno 1995, quando un miracolo atmosferico aveva fatto sì che lo spettacolo riuscisse ad andare in scena: un appuntamento speciale quell’anno alla Biennale. Elio e Giovanna erano tra coloro che si erano messi sotto, sudati, armati di asciugamani, per rendere di nuovo agibile quello spazio inedito.

Un miracolo atmosferico chiude anche i Turcs, che è la prima cosa scritta da Pier Paolo Pasolini per il teatro, a ventidue anni, nel maggio del 1944, in lingua friulana.

Nel finale – drammatico, doloroso – una tempesta di polvere si solleva dai campi e tiene lontani i Turchi, pronti a saccheggiare e distruggere un piccolo paese, uno dei tanti nella loro avanzata in Friuli. Poi succede il miracolo. Casarsa, settembre 1499: il paese è salvo.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Nel cortile della casa colonica

Ricordo bene anche un’altra serata. L’anno dopo, quegli stessi Turcs erano andati in scena nella grande corte di una casa colonica friulana – i Colonos appunto – a Villacaccia di Lestizza (UD), paese non troppo distante da Casarsa, il luogo mitico dell’infanzia pasoliniana. Ristrutturati e sede di iniziative culturali, l’edificio, il fienile le mura dei Colonos facevano da sfondo al teatro aurorale di Pasolini.

Più di quanto non fosse capitato a Venezia, il pubblico quella sera, era in perfetta sintonia con quella lingua, che l’autore, 50 anni prima, aveva reso ancora più antica. Filologia sentimentale, scrive Stefano Casi nel suo bel libro sui teatri di Pasolini. Quell’aia, nella campagna friulana, era il luogo esatto.

I Turcs e i tedeschi

Era infatti più facile, qui, vivere e raccontare la sovrapposizione storica che aveva spinto il giovane Pasolini, a cimentarsi con il teatro. Le invasioni turche nel Friuli del 1499 e gli eccidi e le devastazioni prodotte negli stessi luoghi dalle truppe di occupazione tedesca, nel 1944. Coincidenza di numeri e guerre.

I-Turcs-tal-Friul-pagina manoscritto
La preghiera. Manoscritto dei Turcs conservato nel Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia (Ud).

“Forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano” aveva precisato in una lettera di qualche anno dopo. Ritrovato a Casarsa, in una “mitica cassapanca”, il manoscritto era stato pubblicato solo nel 1976. E non fu difficile costruirci sopra una mitologia locale, che vedeva l’antica storia della famiglia Colussi (il nome della madre dello scrittore e regista) diventare una specie di profezia, come spesso si è fatto per la scrittura e il pensiero pasoliniano. Ma l’uccisione del fratello Guidalberto Pasolini (nel controverso episodio di scontro partigiano, alle malghe di Porzûs, febbraio ’45) è successivo alla stesura del testo ( il maggio ’44).

La meglio gioventù

L’allestimento dello spettacolo, nel 1995/96, aveva fatto sì che attorno a Giovanna Marini e a De Capitani si raccogliesse un gruppo entusiasta di giovani (e anche meno giovani) attori. Qualche anno dopo sarebbero diventati la meglio gioventù del teatro del Friuli Venezia Giulia. A sfogliare le immagini – frutto della sensibilità fotografica di Luca d’Agostino – si ritrovano molti dei protagonisti odierni, che la locandina più sotto svela. A guidarli, figura austera e antico volto, la bravura di Lucila Morlacchi.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

La visione stream dei Turcs tal Friûl (dalle ore 18.00 fino alle 24.00, sul sito e sulla pagina Facebook del Rossetti di Trieste) è uno dei tanti appuntamenti di Una stagione sul sofà, progetto di teatro nell’emergenza, ideato dagli Stabili del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e di Bolzano. Vi partecipa anche lo Stabile Sloveno di Trieste che sempre oggi domenica (alle ore 16.00 e per 48 ore) manda in video Zio Vanja con la regia di Ivica Buljan.

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I Turcs tal Friûl
di Pier Paolo Pasolini
regia Elio De Capitani
interpreti: Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini, Renato Rinaldi, Giovanni Visentin, Francesco Ursella, Angelo Battel, Aldo Baracchini, Claudio Moretti, Claudia Grimaz, Francesca Breschi, Tania Pividori, Sandra Cosatto, Ada De Logu, Claudia Mortali, Chiara Minca, Elena Molinari, Daniela Zorzini, Massimo Somaglino, Elvio Scruzzi, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, Stefano Rota, Monica Aguzzi, Giampaolo Andreutti, Franca Baracchini, Gabriele Benedetti, Marco Brollo, Antonio Cantarutti, Giancarlo Celant, Federico Corubolo, Massimo Furlano, Alessandro Gasparini, Andrea Orel, Maurizio Persello, Alessandro Quarta, Xavier Rebút, Enzo Tonini
scene Carlo Sala
costumi Carlo Sala
musiche e cori Giovanna Marini

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatridithalia e Biennale di Venezia

A teatro come al mare. Mister Hall e il senso della distanza

Più del dove, stavolta conta il come. Rete, televisioni, giornali ci dicono che sulle spiagge ritorneremo. Ancora non si sa quando. Soprattutto non si sa come. Ma torneremo. Quale mascherina mettere nella borsa: quella subacquea, o quella chirurgica? A quanti metri stenderò il mio asciugamano dal tuo?

Topolini, riviera di Barcola, Trieste
I Topolini: le piattaforme balneari a orecchio di topo, sulla riviera di Barcola, a Trieste

Ritorneremo anche nei teatri. Non sappiamo quando succederà, certo più tardi. La grande incertezza è il come.

Saremo di fronte, in entrambi i casi, a un problema grosso. La distanza. A teatro e anche al mare: come prendere le distanze?

Distanze che separano poltrona da poltrona, attore da attore. Metri da mettere in conto assistendo a spettacoli che, per forza di cose, sono dal vivo e implicano lo stare assieme degli spettatori.

Per il TuttoLibri, il supplemento del mio quotidiano, ho scritto questo articolo dopo aver recuperato dalla libreria uno sbiadito volume. Però illuminante, oggi. Perché di distanze parla, e del loro significato.

Vediamo se siete d’accordo con me.

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Nella dimensione nascosta cerchiamo la distanza che unisce e che separa

E adesso che arriva l’estate? Andiamo al mare? Ci stendiamo sulla sabbia, sugli scogli, sul lettino? A quanti metri dai vicini? È ancora presto per dirlo. Per organizzarsi invece è il momento giusto.

L’impatto che le regole di distanziamento sociale, appena aggiornate, avranno sulla vita da spiaggia, è ancora tutto da scoprire.

Spiaggia affollata. Distanza interpersonale.

Prendete i Topolini, che qui a Trieste sono il landmark della balneazione locale. Non sarà facile, dall’una all’altra di quelle piattaforme a orecchio di topo, adattarsi a regolamenti e ordinanze che via via scandiranno l’estate. Un metro. No, uno e mezzo. No, meglio due. Misurati da asciugamano ad asciugamano? O da corpo a corpo?

L’estate si annuncia divertente per chi si appresta a giocare a questo domino da mare. Sarà devastante invece per altri. Quelli che con il mare e del mare vivono. Quelli che di balneazione e di ristorazione campano.

Topolini. Barcola. Trieste.

Distanti a Barcola, la riviera più metropolitana d’Europa

Non sarà certo possibile a Trieste, a Bàrcola, sulla riviera più metropolitana di Italia, escogitare certe trovate che altrove hanno trovato già applicazione. I recinti che separano e isolano ciascun ombrellone. O altre inventive e strampalate soluzioni. Potranno mai quei topolini a trasformarsi in isole? Sono e saranno sempre ‘pericolosi’ luoghi di aggregazione.

Trieste. Barcola. Topolini. Cartolina anni '60.

Una cosa è certa. Faremo attenzione alle distanze. Molta attenzione. Saremo millimetrici nel valutare i gradi di separazione. Riscopriremo quella “dimensione nascosta” di cui parlava parecchi decenni fa un antropologo americano, che delle separazioni era il massimo conoscitore. Non le separazioni giuridiche, tra coniugi, ma quelle sociali. A che distanza posso stendere il mio asciugamano dal tuo?

Tempi straordinari inducono a straordinarie letture. Così è capitato che saltasse fuori dalla mia libreria proprio questo sciupato volume degli anni Sessanta. Il titolo, La dimensione nascosta. L’autore, un antropologo statunitense esperto del significato delle distanze: Edward T. Hall.

I centimetri che metto tra a me e te, la sedia che scelgo quando con te mi siedo a tavola, vogliono sempre dire qualcosa, sostiene Hall. Anche se quella cosa, non sapevo né immaginavo di dirla. Un silenzioso messaggiarsi di corpi che si spostano in rapporto ad altri corpi. Il linguaggio degli spazi, che tutti adottiamo senza accorgercene. O meglio: che adottavamo.

Oggi, della distanza che ci separa da un’altra persona ci accorgiamo, eccome. Provate a forzala, avvicinatevi. Ad esempio mentre state in fila. La reazione sarà immediata. Uno scansarsi veloce. Una protesta. Un brusco “stai al tuo posto, almeno un metro per favore”.

Distanza. Prossemica.

Il significato delle distanze è fatto culturale, spiega Hall in quel libro tornato illuminante. Ma situazioni particolari e tempi straordinari modificano questo vocabolario.

Teatro Petruzzelli affollato. Distanza.

Distanze pubbliche e sociali, intime e private

Spiega lo studioso, che esiste la “distanza pubblica”: quella che separa l’oratore dalle prime file di chi seduto ascolta la sua conferenza. Oppure gli attori, che recitano sul palco.

C’è poi una “distanza sociale”, quella che mettiamo tra noi e gli sconosciuti in un negozio o per strada. C’è anche la “distanza privata”, che permette una stretta di mano tra amici e persone che si conoscono.

Infine la “distanza intima”, quella più ridotta: la pelle che sfiora la pelle, le paroline soffiate all’orecchio. Genitori e figli. Oppure chi si ama.

Per indole individuale, ma soprattutto per appartenenza geografica e culturale, ciascuno modula diversamente queste distanze. Ma sono press’a poco le stesse. Ad esempio, la lunghezza di un braccio steso, quello che attorno a noi disegna un’immaginaria sfera: una bolla che ha il raggio di un metro circa. Se questa distanza si accorcia, se qualcuno si avvicina di più, avvertiamo il superamento di una soglia. E quando si tratta di una persona che non ci è familiare, proviamo disagio, un senso di invasione.

Costui o costei mi sta rompendo la bolla, pensiamo tra noi e noi. E ci spostiamo. O incrociamo le braccia. Altolà.

Distanza. Prossemica.

Conta molto dove siamo nati e come siamo stati abituati a muoverci. Nei paesi arabi la bolla è meno ampia che altrove. Sentirsi strusciati in un suk di Tunisi non fa problema. Tra le popolazioni del Nord Europa si allarga parecchio, complici gli ambienti naturali, vasti e disabitati di quei Paesi.

Antropologo curioso, fra i primi a occuparsi di inter-culturalismo, Edward T. Hall ha studiato le più diverse popolazioni. E nella smania di linguistica che impregnava gli anni Sessanta ha provato a stendere il vocabolario di questa dimensione nascosta (The Hidden Dimension, 1966).

Undici anni fa Hall è scomparso. Peccato. Le sue ricerche ci ora tornerebbero utili, e nella stagione estiva, indispensabili.

Torneremo certo sulla riviera di Barcola. Ma ancora non sappiamo come. Che significato avranno i 99 cm che sembrano separare quei due asciugamani stesi a terra? Che cosa vuole dire il signore sportivo, in calzoncini corti, che ha aperto la sua sedia a sdraio a tre metri da me? Non abbiate paura – potrebbe essere il significato – sono una persona a modo: mi comporto come la situazione richiede.

Basterà solo che tutti facciano attenzione a come si tuffano. Gocce, goccioline e spruzzi quest’anno hanno avuto cattiva stampa.

Edward T. Hall. Breve nota biografica

Nato nel Missouri, nel 1914, Edward Twitchell Hall si è affermato come antropologo e come uno fra i primi, se non il fondatore, degli studi inter-culturali. Le sue esperienze presso gli indiani Navajo e Hopi nelle riserve dell’Arizona e il servizio militare in Europa, nel vicino e nel lontano Oriente lo hanno portato ad occuparsi degli usi sociali dello spazio e della comunicazione tra i membri di diverse culture (The Silent Language, Il linguaggio silenzioso, 1959).

Edward T. Hall
Edward T. Hall

Ruolo decisivo ha avuto un suo libro del 1966, La dimensione nascosta, tradotto in Italia da Bompiani, con la prefazione di Umberto Eco. Di Hall è anche il conio della parola “prossèmica” (1960, dall’aggettivo “prossimo” inteso come ‘vicino’) termine con il quale si è cominciato a indicare, negli studi di semiotica, la disciplina che si occupa dell’uso sociale dalle distanze. Da allora questa “antropologia dello spazio” ha aperto la porta a dozzine di nuovi argomenti, alcuni dei quali di stretta attualità. Hall è scomparso nel 2009.

[versione aggiornata dell’articolo apparso su TuttoLibri – ilpiccoloLibri del 3 maggio 2020]

Vedi anche il precedente post su QuanteScene! (22 aprile) a proposito di teatro e assembramenti.