Da Koltès a Vargas Llosa. Traffici illeciti e desideri non mancano mai, a Napoli.

I luoghi cambiano la scrittura. Figurarsi qui a sud, dove ogni particolare assume sembianze diverse. Cosa succede se due autori teatrali – un francese e un peruviano – trovano spazio a Napoli.

Cortile di Palazzo Fondi - Napoli Teatro festival Italia

Si somigliano un po’ tutte, le città di mare.

Se si lavora di linguaggio e di fantasia, non è difficile immaginare un porto sudamericano – supponiamo nel Perù di Mario Vargas Llosa – ridisegnato nei vicoli, nei bordelli, nei locali più malfamati di Napoli. La Napoli notturna altre volte evocata nel teatro di Enzo Moscato. Coltelli, marinai, puttane…

Può anche capitare che la città indossi gli abiti di uno dei testi più ben scritti per il teatro degli Anni Ottanta dell’altro secolo. Un capolavoro francese, di precisione e ambiguità, firmato da Bernard-Marie Koltès.

Ma andiamo con ordine.

Vargas Llosa. Il gioco delle distanza e delle trasposizioni

Nel 1986, il premio Nobel per la letteratura, il peruviano Vargas Llosa, aveva catturato in un lavoro teatrale intitolato La Chunga, una piccola e misteriosa storia di malaffare.

La Chunga - copertina

Regista di una cinematografia pop e chiassosa, in qualche occasione prestato al teatro, Pappi Corsicato ha provato a riscoprire La Chunga a Napoli. E ha perciò rimesso mano all’originale, ambientato nel 1946 su un fiume peruviano. La Napoli di Corsicato, più che di Vargas Llosa dunque, vive in un paesaggio non dissimile da quello che accompagnava Querelle nella Marsiglia barocca e di fantasia di Fassbinder.

Francesco Di Leva, Cristina Donadio in La Chunga
Francesco Di Leva e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Al gioco delle distanze e delle trasposizioni Napoli e il suo teatro stabile, il Mercadante, hanno risposto volentieri. Sono andati esauriti tutti subito i posti (limitati, a causa delle restizioni da Covid) nel cortile del Maschio Angioino, l’avamposto monumentale affacciato proprio sul porto.

Evocativo e suggestivo, lo spazio ospiterà gli spettacoli di Scena Aperta (la rassegna estiva ideata dallo Stabile che si è aperta appunto con La Chunga) mentre attorno, il tessuto cittadino è costellato dal cartellone di Napoli Teatro Festival (vedi il post precedente).

Notturno oggetto del desiderio

Insomma il porto, i suoi chiaroscuri, i desideri, le relazioni morbose, giocano il ruolo chiave in questo spettacolo.

L’oggetto del desiderio si chiama Meche. Giovane, flessuosa, meravigliosa, Meche è fidanzata con un marinaio che ha tutte le intenzioni di farne una prostituta, da collocare nel bordello locale. A concupire Meche sono anche gli altri marinai, altrettanto smaniosi, ma non si sa se più attratti dalla giovane donna o dal gioco dei dadi, che svela sempre maschili debolezze. Meche interessa molto anche a Chunga, la matura proprietaria di un localaccio, esplicitamente disinteressata agli uomini e disposta invece a comprarsi Meche per lo svago di una notte.

Irene Petris, Cristina Donadio in La Chunga 3
Irene Petris e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Attrici convincenti per personaggi alquanto stereotipati, Cristina Donadio e Irene Petris conducono il gioco della narrazione. L’una, la Chunga, con la durezza richiesta a donne che si muovono in un mondo machista. L’altra, Meche, con lo splendore di una giovinezza sentimentale ancora intatta dalle manacce di chi la vorrebbe far sua.

Che cosa sia poi successo in quella notte fatale – dopo la quale la giovane scompare, per non riemergere più dal passato – è il cuore di tenebra attorno al quale Llosa aveva costruito il suo lavoro.

Alla fantasia di quattro uomini e di una donna, a un fantastico spogliarello di Meche, è lasciato dunque il compito di alimentare misteri, ipotesi, soluzioni, mondi notturni. Ai quali il teatro – più forse che la letteratura – può dare un’apparenza di realtà. Veloce però a dissolversi all’alzarsi del sole. E le canzoni di Lana Del Rey sono per Corsicato il solvente migliore.

Koltès. Nella solitudine dei porti e del cotone

Napoli trasforma in qualcosa d’altro anche un testo che, per me, è il più bello tra quelli di Bernard-Marie Koltès. Scritto anch’esso nel 1986, sta proprio all’opposto della storia di Vargas Llosa.

Koltès - Nella solitudine dei campi di cotone - Ubulibri

Certo dipende dalla chirurgia con cui lo scrittore francese, morto di Aids tre anni più tardi, analizza le traiettorie del desiderio, che in questo caso non è carnale, ma tutto di testa. Geometrico e cerebrale.

Mi sono sempre chiesto se Koltès, nello scrivere La solitudine nei campi di cotone, abbia pensato al teatro, e non invece a un settecentesco trattato filosofico, splendidamente sadiano. Una carta dei sentimenti con cui solo menti sensibili trovano la sintonia.

Ma fin dalla sua prima e clamorosa apparizione italiana, nel dimesso cinema Arsenale di Venezia, in occasione di una Biennale Teatro, quando a impersonare venditore e cliente erano il seduttivo Patrice Chéreau e il nerissimo Isaac de Bankolet, Nella solitudine dei campi di cotone è stato un terreno di sfida in cui molti attori si sono inoltrati.

Le irraggiungibili Variazioni Goldberg

Perché questa analisi raffinata (degli impulsi che attraversano chi compra e chi vende), questa lingua alta (che si ispira ai dialoghi teatrali del ‘700), questo paesaggio notturno (che confonde aspirazioni intellettuali e brividi animali) impegnano al massimo gli interpreti e la loro solitudine. Ma ne mettono anche in luce i registri più preziosi. Come se loro, gli attori, dovessero impegnare tutte le dieci dita per inseguire, sulla propria tastiera, le irraggiungibili Variazioni Goldberg di Bach, cosa che aveva fatto l’irraggiungibile Glenn Gould.

La regia di Andrea De Rosa per Napoli Teatro Festival 2020 (in una produzione della Compagnia Orsini, allestita nel Cortile delle carrozze di Palazzo Reale) parte da questa opzione musicale, Bach e le sue Variazioni. Che tornano inesorabili nello spettacolo, come inesorabile torna il fatto che non si può, né si deve, enunciare il desiderio. Per non estinguerlo.

In definitiva: né il venditore svelerà quale sia la merce offerta, né il cliente renderà esplicita la propria domanda. Però è chiaro che di un mercato illecito si tratta. Che sia droga, sesso, rock’n’roll, o altro (chissà, traffico d’organi, di armi, di virus letali…) lo spettatore non lo verrà a sapere.

Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)
Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)

Perché è il suo desiderio, il desiderio dello spettatore, che deve proiettarsi su quella scena vuota. Un vuoto che a capriccio può diventare il buio dei campi di cotone, la notte prima della foresta, o magari uno scarno interno teatrale, come suggerisce nelle sue note di regia Andrea De Rosa.

Ribaltando un elenco che ha visto solo interpreti maschili (a mia memoria, almeno: da Fantastichini e Iuorio, a Cecchi e Amendola, ai recenti Cordella e Di Giacomo), De Rosa ha scelto Federica Rosellini (in un vistoso abito d’epoca tipo Liasons dangereuses) e Lino Musella (col trasandato cappottaccio dei vagabondi). Campioni entrambi di un teatro italiano attuale, i due trattano con strumenti fini la preziosa merce. Musella è un bisturi. Rosellini una medusa.

Koltès - Nella solitudine nei campi di cotone - Federica Rosellini e Lino Musella
Nella solitudine dei campi di cotone (ph. Salvatore Pastore)

Ma la semplificazione di genere semplifica molto le cose (troppo, per i miei gusti) e si perde gran parte del potenziale erotico. Che è frutto del lavoro immaginativo di chi guarda, non delle supposizioni di un regista. Lo sapeva benissimo Koltès.

Il tempo delle limitazioni, lo spazio delle opportunità

E mentre anch’io, tra gli spettatori, lascio velocemente il cortile di Palazzo Reale per far posto a procedure sanitarie e ad altri spettatori, mentre insieme ci disperdiamo nei bar di piazza Plebiscito, penso che Covid, se non altro, ha moltiplicato le repliche: anche due nello stesso giorno, come ai tempi che furono.

E penso che l’esigenza di allestire spazi all’aperto, in questa Napoli d’estate, viva, vitale, e spesso pure assembrata, permette di penetrare in luoghi poco esplorati e silenziosi, cortili, parchi, giardini, che la popolosa solitudine dei teatri non mi avrebbe mai dato occasione di frequentare.

Così continuo a ritenere che il tempo delle limitazioni sia pure lo spazio delle opportunità. 

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LA CHUNGA
di Mario Vargas Llosa, traduzione Ernesto Franco
regia, scene e costumi Pappi Corsicato
con Cristina Donadio, Francesco Di Leva, Irene Petris, Simone Borrelli, Antonio Gargiulo, Daniele Orlando
luci Luigi Biondi
regista collaboratore Raffaele Di Florio
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

NELLA SOLITUDINE DEI CAMPI DI COTONE
di Bernard-Marie Koltès, traduzione Anna Barbera
con Federica Rosellini e Lino Musella
regia Andrea De Rosa
progetto sonoro g.u.p. alcaro
disegno luci Pasquale Mari
il costume di Federica Rosellini è di Tirelli Costumi spa
produzione Compagnia Orsini

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