Il postino suona sempre due volte. Ma non a casa mia

Sarà che l’impianto elettrico è un po’ malandato. O malandate sono le mie orecchie. Ma lo squillo del postino a volte non lo sento.

Così è capitato che il mio vicino – persona gentile, che il postino conosce da sempre – l’altro giorno mi mette in mano tutti i pacchi arrivati per me in queste due settimane di feste. Ma depositati da lui.

Non è più tempo di panettoni e bottiglie di bollicine. Lo sapete anche voi che nessuno spedisce più certi festosi scatoloni natalizi. Arriva soltanto ciò che avete ordinato su Amazon. E a casa mia, anche tanti libri.

Alcuni abbastanza superflui. Altri molto belli e interessanti. Di questi vorrei parlare oggi.

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano

Non li ho letti tutti, naturalmente

I giornalisti che scrivono sulle Pagine di Cultura hanno un vantaggio. Arrivano loro in visione parecchi volumi. E l’implicito invito a recensirli. Dovessi leggerli tutti da cima a fondo, ci vorrebbero mesi in isolamento. Su di alcuni però, soprattutto quelli che trattano temi teatrali, mi piace soffermarmi. E avviare lente operazioni di lettura.

Ve ne voglio segnalare alcuni, tra questi libri. Quelli che più di altri hanno fatto scattare l’allarme della mia attenzione. Chissà che non suscitino pure la vostra.

Per esempio: lo sapevate che i nostri titani musicali – Rossini, Verdi, Puccini – non sono poi tanto amati? Certo, la gente vuole loro un gran bene. Ma chi si occupa professionalmente di musica storce spesso il naso davanti alle arie più celebri e popolari di Puccini. Per non parlare dei greatest hits di Verdi… evitati anche dalle generazioni giovani, che percepiscono il melodramma come linguaggio d’élite, oltreché anziano.

Parigi o cara… ma grazie no

Lo immaginavo, ma ne scopro l’estensione dopo essermi gettato nella lettura di Italiani contro l’opera, bel volume di Francesco Bracci, uno che la sa lunga. E che oltre a essere specialista di opera italiana ottocentesca, si è occupato, per dirne una, di usi politici della musica.

“Troppo rozza e provinciale per molti musicisti, scrittori e intellettuali – scrive Bracci – o troppo impegnativa per una parte crescente di pubblico, l’opera smette nella seconda metà del ‘900 di essere il genere artistico italiano per eccellenza”. In circa 300 pagine, il volume si impegna a rintracciare, dalla fine della seconda guerra a oggi, la storia dell’ostilità a volte sotterranea, a volte esplicita, di parte del nostro Paese verso questa “ingombrante eredità”.

È insomma uno studio sulla ricezione del melodramma, non sugli autori o sulle opere. Di questo tipo di ricerche, ampliate anche verso il teatro (e per dirla con un termine che non è più in voga, il teatro di prosa) ci sarebbe oggi un gran bisogno. Si eviterebbero certi clamorosi fallimenti nella programmazione dei cartelloni, negli enti lirici e nei teatri nazionali.

La Traviata - atto primo - partitura
Alfredo canta Libiamo, libiamo, uno dei greatest hits verdiani. Lo dovrebbe fare con grazia, leggerissimo…

Un sismografo per la Storia

Quattrocentocinquanta pagine e un peso di poco sotto il chilo sono invece le misure del volume che, appena uscito dal suo bustone, ha virato in positivo la mia giornata.

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia. Ricchissimo, illustratissimo, è il catalogo della mostra ospitata nel Padiglione centrale dei Giardini, a Venezia, fino a due mesi fa. Un minuzioso lavoro di selezione nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (il mitico ASAC) mette davanti agli occhi di chi aveva già visto la mostra, e di chi adesso sfoglia il volume, l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale veneziana e la Storia con la esse maiuscola. Dal 1895, cioè da 125 anni, le due interloquiscono attraverso reciproci riflessi. La Biennale continua naturalmente a perseguire il suo mandato di esplorazione delle tendenze innovative nelle arti contemporanee, ma in questo ruolo, risulta essere stata anche il “sismografo dei sussulti della storia, dei suoi cambiamenti, dei drammi e delle crisi sociali”.

Tra questi segnali sismografici mi ci sono ritrovato pure io. In una fotografia, del 1975, quando davanti alla basilica di San Marco, Julian Beck e il Living Theatre, portarono in piazza i Sei atti pubblici di L’eredità di Caino e noi stavamo là, impressionati (da un angolino sulla destra sbuca pure un giovane Cacciari). O l’anno dopo, alla Fenice, con Robert Wilson e Philip Glass, per Einstein on the beach. Spettacolo che per molti di noi, neanche ventenni allora, rappresentò La Svolta.

Le muse inquiete -La Biennale di Venezia

Nelle teche della nostra recente esperienza

Di un teatro recente, molto recente, parla invece il libro scritto da Marco Baliani e Velia Papa. 

L’attore nella casa di cristallo trasmette a chi lo legge tutto lo spaesamento provato da coloro che hanno assistito a quell’allestimento di “teatro ai tempi della Grande Pandemia”, realizzato alla fine della primavera scorsa da Baliani, nella piazza davanti al Teatro delle Muse ad Ancona. La produzione di Marche Teatro è stata “una performance volutamente priva di ordine, dove il senso non si trova, ma si smarrisce – scrivono Baliani e Papa – esattamente quello che è capitato alle nostre vite durante il lockdown e che sta ancora durando nell’incertezza del futuro prossimo. Lo stesso senso di smarrimento che gli spettatori hanno provato di fronte all’assurdità di due corpi rinchiusi in due teche di vetro incomunicabili”.

L'attore nella casa di cristallo - Marche Teatro

Ripercorre all’opposto una storia che dura da cinquant’anni Napule ’70. Chille de la balanza. Con belle fotografie, spartiti, interviste, approfondimenti, materiali inediti, Matteo Brighenti (che ha curato il volume) e Claudio Ascoli (che nel 1973 a Napoli ha fondato il gruppo), raccontano un cammino che dalla capitale campana arriva fino a Firenze, agli ambienti dell’ex manicomio di San Savi (qui Ascoli, con Sissi Abbondanza e il gruppo dei Chille lavorano adesso) per ritornare infine alle origini, Napoli, dove il loro spettacolo (quello che dà il titolo al libro) è stato presentato nel cartellone di Teatro Festival Italia.

Brighenti e Ascoli - Napule '70 - Pacini Editore

“È l’epopea di un certo tipo di teatro italiano – spiega Massimo Marino nella prefazione – una scena che rifiuta di mettersi su un palcoscenico a re-citare un testo e che configura la sua azione come viaggio, come uno di quei cammini che si facevano un tempo, quando non esisteva Internet. (…) È la storia di un mettersi per strada con uno zaino, possibilmente leggero, e con molte curiosità e tanti desideri. (…) È il movimento di una generazione inquieta che ha trasformato l’impegno in teatro in romanzo teatrale, sulla strada”.

La fine del mondo, secondo Giuliano Scabia

L’ultimo titolo di cui parlo sta sulla copertina di un volumino che non ho ancora letto. Ma che ugualmente, preventivamente, mi è caro. Ogni anno, nei primi giorni di gennaio, apro con grande aspettativa la busta, con il mio indirizzo, scritto a mano da una calligrafia che mi è familiare. Quella di Giuliano Scabia. C’è dentro sempre un libretto piccolo piccolo, ma affettuosamente curato, tirato in un numero ristretto di copie (quest’anno la mia è la numero 89 su 300). In prima pagina campeggia una personalissima dedica.

Il titolo che allo scoccare del 2021 Scabia ha inviato agli amici è Canto del monaco Silvano, un altro dei suoi poemetti vaganti, illustrato stavolta da Riccardo Fattori. “Era una persona luminosa, Silvano Maggiani, profonda, positiva, costruttore di futuro. Non lo aiutava il corpo, troppo pesante, ma era capace di volare” ricorda Scabia nel disegnare biograficamente ciò nel Canto segue le vie di una poesia animale, messa nel becco alle oche (sui viaggi e sulle geografie di Scabia, vedi anche qui)

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano 2

Fa freddo e bora quassù a Nordest, meglio non avventurarsi fuori. Il Canto del monaco Silvano lo leggerò con calma, questo pomeriggio, al caldo. Tra il quaquaraquà delle bestie che gli fanno corona.

Ps. Dimenticavo quasi di dire che qualche settimana fa mi è arrivato un altro libro firmato Scabia, tipograficamente impeccabile e intitolato Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri). È l’esito editoriale dei laboratori svolti al Teatro Olimpico di Vicenza nel 2019, promossi da Roberto Cuppone (che dirige il Laboratorio Olimpico ed è anche il curatore del volume) e preceduti da altri incontri, a Castiglioncello, a Valdagno. Come Giuliano ama fare.

Anche Dio fa la cacca è il titolo che Paolo Puppa ha voluto dare alla sua post-fazione. E dicono che porta fortuna.

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Francesco Bracci
Italiani contro l’opera. La ricezione negativa dell’opera italiana in Italia dal dopoguerra a oggi
Saggi Marsilio, 2020, 318 pp, 28 euro

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia
La Biennale di Venezia, 2020, 450 pp, 28 euro

Marco Baliani, Velia Papa
L’attore nella casa di cristallo. Teatro ai tempi della Grande Pandemia
Titivillus, 2020, 104 pp, 18 euro

Matteo Brighenti, Claudio Ascoli
Napule ’70. Chille de la Balanza
Pacini Editore, 2020, 144 pp, 16 euro.

Giuliano Scabia
Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri)
Laboratorio Olimpico / Atti, 2020, 200 pp, 16 euro

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