Mi vedi? Con Zoom, dentro a stanze che non sono le nostre

Un’esperienza emotiva su Zoom. Una perlustrazione di sentimenti online. Una vita che non è la nostra. Ma si vive in tempo reale.

Mi vedi? di Guillermo Pisani. Schermata di Zoom

Mi vedi? è il titolo. Con un punto di domanda alla fine. La risposta è un’esperienza emotiva su Zoom, una perlustrazione di sentimenti sulla nota piattaforma per videoconferenze. Tre stanze dentro alle quali vivere, a distanza.

Animano quelle stanze sei attori e un centinaio di spettatori per sera, connessi “da là dove si trovano”. Dal divano del salotto, dal proprio studio o dalla cucina, dal posto di lavoro, dal sedile del treno che li riporta a casa…

Mi vedi?” è la domanda che torna spesso sulle nostre bocche. Soprattutto quando, davanti allo schermo, in videoconferenza, proviamo a trovare un rapporto con gli altri, mentre distanziamento, isolamento, mancanza di cinema, di teatri, di luoghi di incontro, ci costringono a essere soltanto immagini. Piccoli riquadri dentro la schermata.

Mi vedi? è quindi qualcosa da provare. Non per lavoro, o per necessità, ma per il piacere di scoprire che i limiti possono diventare canali d’espressione. Per la curiosità di capire come Zoom può trasformarsi in uno spazio emotivo, o di gioco. Per sapere come gli altri ci vedono, quando solo le facce e le voci, sembrano dover dire tutto di noi, rettangolini dentro le videochat.

L’idea è del regista e autore argentino, ma da tempo approdato in Francia, Guillermo Pisani, che dice: “Ciò che mi ha colpito, in questi mesi di videoconferenze forzate, è come gli spazi privati delle nostre case si siano aperti a una dimensione pubblica”.

Pisani utilizza le più recenti funzioni di Zoom per creare, durante la performance, tre diverse stanze virtuali nelle quali gli spettatori collegati in tempo reale possono muoversi e interloquire con gli attori che le abitano. In ogni stanza, simultaneamente, si sviluppa una situazione. Magari è un episodio doloroso. Oppure un acceso dibattito sul quale prendere posizione. O qualcos’altro ancora.

Spettatore che segue "Mi vedi?" di Guillermo Pisani

L’anteprima dello spettacolo, in versione italiana, è prevista sabato 20 febbraio (ore 21, con l’invito a connettersi su Zoom dopo essersi registrati), poi due repliche (sabato 27 e sabato 5 marzo). Biglietti si acquistano dal sito internet del Css – Udine che ospita Mi vedi? nella stagione teatrale Blossom-Contatto.

“Fa una forte impressione vedere tutte queste persone affacciarsi dal nostro schermo. Però mi interessa di più capire – continua Pisani – come ciascuno di noi può modificare la ‘scena sociale’ su si trova a interagire con agli altri, e in tempo reale”.

Il progetto Mi vedi? è stato realizzato inizialmente in Francia, una collaborazione tra il Teatro di Caen, in Normandia, e la compagnia fondata dallo stesso Pisani. L’adattamento e la traduzione che lo portano ora in Italia (ma ci si può registrare all’evento da ogni parte del mondo) è di Rita Maffei. Ad accogliere i partecipanti in ciascuna stanza ci saranno Paolo Fagiolo, Daniele Fior, Rita Maffei, Klaus Martini, Nicoletta Oscuro, Francesca Osso.

“Il senso di questo progetto va ben oltre l’emergenza sanitaria che ci limita nei movimenti – dice Pisani – che ha messo in questione i limiti stessi della democrazia e ci ha interrogati sul senso della condizione umana. Passata la crisi, i fenomeni e le tendenze che adesso sono state scoperte e accelerate, non scompariranno certo”.

Sarebbe questo su Zoom il futuro del teatro, è la domanda che sorge spontanea. “No, assolutamente no. Il futuro del teatro continuerà ad essere quello di incontrarsi dal vivo, tutti assieme intorno a un’opera rappresentata dal vivo. Ma queste sono esperienze prepotentemente entrate nelle nostre vite: è necessario e appassionante capire quale sarà il segno che lasceranno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 14 febbraio 2021]

Link a un servizio di Arte.tv e a uno di Theatre-contempororain.net sul progetto di Pisani:

https://www.arte.tv/fr/videos/101026-000-A/la-tu-me-vois-la-creation-theatrale-en-visioconference/

https://www.theatre-contemporain.net/embed/UkoHR6cB

STORIE – In sauna, nudi e sudati. Potrebbe sembrare normale. Invece no

Se vi è piaciuto l’incontro con Harold Pinter, e poi quello con Kazuo Ohno, questo nuovo episodio vi sorprenderà.

Le serie mica sono un’esclusiva di Netflix.

interno sauna

All’ambasciata finlandese di Roma, l’addetto culturale, anzi l’addetta, era una splendida intraprendente signora. Ricordo il nome: Pirkko.

Fu grazie a lei, che grande fiducia riponeva nei giornalisti, che vidi Helsinki in uno dei momenti più belli della fine degli anni’ 90.

Quando la capitale della Finlandia stava per diventare anche capitale europea della cultura (lo fu nel 2000). Quando si inaugurò l’avveniristico museo di arte contemporanea Kiasma (chiamato così per la sua forma). Quando sentii Esa-Pekka Salonen dirigere Sibelius, nella enorme sala da concerto del Finlandia-Talo, come se le note gli scorressero dentro le vene.

Ma Helsinki, con gli spazi della vecchia fabbrica di cavi della Nokia riconvertiti in atelier per artisti, con i ristorantini russi fermi al tempo degli zar, con la grande scalinata bianca della cattedrale sulla quale si era divertita a danzare Carolyn Carlson, californian-finlandese), Helsinki dicevo, non era la meta ultima del viaggio.

Carolyn Carlson danza a Helsinki
Carolyn Carlson danza a Helsinki

Lo scalo finale era Tampere, che in Finlandia segue a ruota Helsinki per vivacità della vita culturale.

Nonostante la latitudine alta, a Tampere, a giugno, il sole tramonta. Ma lo fa quando sono già passate le undici di sera. Tanto che sembra di stare in un film di Visconti. O meglio ancora in un racconto di Dostoevsky. Si è circondati da un chiarore color di latte, che fa Polo Nord.

Tampere August

Era d’agosto a Tampere

Quella volta però non era giugno: era agosto. E nel mese di agosto da quelle parti si festeggia la fine dell’estate (che effettivamente finisce così, di brutto: subito dopo il 15 riaprono le scuole). A Tampere l’estate termina, fa tra le altre cose, anche con un grande festival di teatro, Teatterikesä, che raccoglie il meglio delle produzioni di area nordica, assieme a alcune produzioni internazionali.

Tampere Teatterikesä 2021
edizione 2021

Furono visioni molto interessanti, quell’anno. Qualcuna provai anche a importarla in Italia, dopo qualche tempo, quando assieme a Mimma Gallina diedi dei consiglii a quelli del Festival di Asti, un festival che si occupava di drammaturgia contemporanea.

Il primo consiglio non ebbe grande seguito. L’altro – e di ciò vado orgoglioso – fece conoscere in Italia lo svedese Jon Fosse. Ma questa è un altra storia, che racconterò in un altro post.

Tampere Teatterikesä 2019
edizione 2019

Torniamo ai fatti. Il festival di teatro di Tampere ospitava noi giornalisti in un hotel, credo si chiamasse Scandic, importante catena alberghiera, scandinava appunto. Come ogni albergo finlandese che si rispetti, anche lo Scandic metteva a disposizione degli ospiti una sauna.

Non quel tipo di sauna che uno immagina pensando alla Finlandia: la cabina in mezzo al bosco, dalla quale, usciti bollenti, ci si tuffa direttamente nel lago ghiacciato. No no, era una sauna d’albergo, ma bella comoda.

Gli spettacoli, soprattutto quelli all’aperto, sarebbero cominciati dopo le nove di sera, com’era logico vista la stagione. E così a pomeriggio inoltrato decisi anch’io di infilarmi nella torrida sauna dello Scandic. C’erano poche persone che via via, mentre il tempo passava, uscivano dalla cabina, si buttavano addosso una gelida secchiata d’acqua e tornavano, fradici e tonificati, ai loro impegni.

sauna

Rimanemmo soli, io e un signore sulla settantina

Sapete com’è l’imbarazzo. Se siamo in tanti si può anche stare zitti e, a parte gli italiani, tutti gli europei lo fanno. Ma se siamo in due, nudi, sudati, pronti a liberare il corpo dalle tossine, un po’ di chiacchiera ci vuole, magari solo per educazione. Small talk dicono gli inglesi, chiacchiere per chiacchierare.

Così, al signore che mi stava davanti raccontai che ero italiano e perché mi trovavo a Tampere. Lui mi svelò di essere svedese.

Bene, turista anche lui. No no, era lì per lavoro. Disse anzi business. Ok, doveva davvero essere un albergo per business men, quello. Per quanto, l’arredamento minimalista (la Finlandia è la patria di Alvar Aalto, dopo tutto) non lo identificasse certo come un albergo di lusso. Anzi.

Parlammo del festival, di quella breve estate, ricordo anche uno scambio di battute sull’odio-amore che i finlandesi nutrono per l’alcol. Ingenuamente, mi entusiasmai per il minimalismo di quei mobili, che arredavano, stanze, saloni, la hall.

Lui mi guardò con sguardo ironico. “Anch’io mi occupo di mobili“.

Dissi tra me e me: evitiamo i passi falsi. Nella sauna ci si rilassa, e basta. Ma ancora più ingenuamente aggiunsi: “Ah, dunque a lei piace lo stile finlandese“.

Lui se ne usci con un lungo discorso, che capii solo in parte: mischiava arte, democrazia, accesso alla cultura, e se non ricordo male, anche Bellezza. Non aveva dimenticato che stava parlando con un italiano. E si sa: i luoghi comuni sul nostro Paese, sono appunto … molto comuni.

Il fatto che più mi impressionava, era però che il suo trattato di estetica, quel signore me lo sciorinava nudo, sudando copiosamente, torturando il corpo di tanto in tanto con un asciugamano bagnato.

Sudato e nudo anch’io, non ebbi la forza di replicare. Anche perché, una volta finito il pistolotto, lui si congedò rapidamente. “I go out for business“. Passò quindi nell’altra stanza per la classica secchiata gelida.

Che affari si concludono a Tampere dopo le 18.00 del pomeriggio?

Un mobiliere planetario

Google a quel tempo era ancora neonato (o comunque non era il gigante che frequentiamo adesso). Mi ci volle un po’ di tempo per dare un nome e un cognome al signore sudato che avevo incontrato nella sauna dell’albergo di Tampere. Ma ci riuscii. Era uno svedese – ok – ma era anche degli uomini più ricchi del mondo. E, si dice, anche uno dei più parsimoniosi.

Si chiamava Igvar Kamprad. Certo che era un mobiliere, ma un mobiliere planetario. Aveva inventato e portato in tutto il mondo IKEA. Era lui il signor Ikea.

Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma
Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma

Su Ingvar Kamprad si sono scritte molte cose: le giovanili simpatie neonaziste, le scuse rivolte decenni dopo alla comunità ebraica, gli inevitabili problemi con il fisco e la residenza in Svizzera, la parsimonia come stile di vita. Con aneddoti e particolari a volte fantasiosi, a volte documentati.

Ai miei occhi la maggior parte delle cose che mi è capitato di leggere, hanno il sapore del clamore per forza, della trovata giornalistica, del voler mettere sotto una certa luce un uomo che aveva perseguito con determinazione i suoi fini, senza andare troppo per il sottile quanto a mezzi.

L’unica luce sotto la quale io ancora vedo è invece quella, fioca, della sauna dello Scandic. Dove un poveraccio come me e uno degli uomini più ricchi del mondo, si erano incontrati per caso. Come in un titolo di Handke: L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro.

E poi non ditemi che la Finlandia non è un paese egualitario.

Annunciati a Venezia i Leoni 2021 della Biennale Teatro. Scopriamoli assieme

La notizia è di pochi minuti fa e ve la giro subito. Viene da Venezia, da Palazzo Giustinian, dai saloni in cui si progetta il presente e anche il futuro della Biennale.

Krzysztof Warlikowski nel film a lui dedicato: Nowy Sen, New Dream

Accogliendo la proposta di Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte), direttori del settore Teatro, il Consiglio di Amministrazione dell’Ente ha individuato gli artisti cui assegnare, nel prossimo mese di luglio, il Leone d’oro e il Leone d’argento per il Teatro della Biennale di Venezia.

Riprendo pari pari il comunicato ufficiale.

È il regista polacco Krzysztof Warlikowski, figura emblematica del teatro post-comunista che ha marcato la scena internazionale creando visioni memorabili, il Leone d’oro alla carriera per il Teatro 2021. 

Il Leone d’argento viene tributato all’inglese Kae Tempest, insieme poeta, autore per il teatro e di testi narrativi, rapper e performer di travolgenti e affollatissimi reading”.

La premiazione avrà luogo nel corso del 49. Festival Internazionale del Teatro, prevista dal 2 al 11 luglio 2021. Queste le motivazioni:

Krzysztof Warlikowski 

Da più di vent’anni Krzysztof Warlikowski così la motivazione – è fautore di un profondo rinnovamento del linguaggio teatrale europeo.

Utilizzando anche riferimenti cinematografici, un uso originale del video e inventando nuove forme di spettacolo atte a ristabilire il legame tra l’opera teatrale e il pubblico, Warlikowski sprona quest’ultimo a strappare il fondale di carta della propria vita e scoprire cosa nasconde realmente

Presente con le sue regie teatrali nei maggiori festival di tutto il mondo – dall’Europa alle Americhe – e con i suoi allestimenti lirici nei più importanti teatri d’opera – da Parigi a Londra e Salisburgo – Krzysztof Warlikowski è “un artista libero – scrivono ricci/forte – che apre brecce poetiche illuminando con un fascio di luce cruda il rovescio della medaglia; che rompe la crosta delle cose toccando le coscienze; che scende nelle viscere del dolore e mette in discussione con ironia le ambiguità sia della Storia con la “s” maiuscola sia quelle della nostra esistenza individuale, offrendoci la visione di una società minacciata da cambiamenti radicali e sempre più assediata da una tentacolare classe dirigente di predatori famelici, evidenziando la violenza nei rapporti sociali e familiari e il bisogno urgente che l’emozione di un puro e semplice desiderio d’amore ci può donare“.

Krzysztof Warlikowski
Warlikowski in una foto Maurycy Stankiewicz

Kae Tempest

Kae Tempest è “la voce poetica più potente e innovativa emersa nella Spoken Word Poetry degli ultimi anni – recita la motivazione – capace di scalare le classifiche editoriali inglesi e raccogliere consensi al di fuori dei confini nazionali per il coraggio ardimentoso nel dissezionare e raccontare con sguardo lucido angosce, solitudine, paure e precarietà di vivere, i più invisibili eppure concreti compagni di vita della nostra epoca – tra identità, ipocrisie e marginalità vissute anche sulla sua pelle – scaraventandosi contro l’odierna morale imperante e opprimente”.

A Kae Tempest, con una candidatura ai Brit Awards 2018 e riconoscimenti intitolati a Ted Hughes e T. S. Eliot, è ora attribuito il Leone d’argento per il Teatro 2021 – scrivono ricci/forte – “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti – tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop – arrivando a parlare col cuore a un pubblico sempre più vasto, entrandoti fin dentro le ossa, costringendoti a specchiarti nella tua dolorosa intimità”.

The Book of Traps & Lessons è il più recente dei reading di Kae Tempest e verrà presentato in prima esecuzione per l’Italia al 49. Festival Internazionale del Teatro.

Kae Tempest
Tempest in una foto di Julian Broad

I Leoni del passato

Varrà la pena, inoltre, ricordare che in passato il Leone d’oro alla carriera per il Teatro è andato a Ferruccio Soleri (2006), Ariane Mnouschkine (2007), Roger Assaf (2008), Irene Papas (2009), Thomas Ostermeier (2011), Luca Ronconi (2012), Romeo Castellucci (2013), Jan Lauwers (2014), Christoph Marthaler (2015), Declan Donnellan (2016), Katrin Brack (2017), Antonio Rezza e Flavia Mastrella (2018), Jens Hillje (2019), Franco Visioli (2020).

Il Leone d’argento, riservato al teatro del futuro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel dare spazio a nuovi talenti, è stato attribuito a Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015), Babilonia Teatri (2016), Maja Kleczewska (2017), Anagoor (2018), Jetse Batelaan (2019), Alessio Maria Romano (2020).

Dei festival della Biennale Teatro, fino allo scorso anno guidata da Antonio Latella, QuanteScene! si è occupata in parecchie occasioni.

E non solo del teatro. In questo post di qualche mese fa, per esempio parlo del libro Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia: l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale Arte e la Storia, quella con la esse maiuscola.

Le muse inquiete

Klaus Michael Grüber: quel salto con l’asta nello stadio nazista

Per chi, come me, soffre per la disgrazia dei teatri chiusi, è un colpo di fortuna che si aprano invece i loro archivi.

Altre volte ho consigliato di tener d’occhio il sito della Schaubühne di Berlino, dai cui forzieri audiovisivi, saltano spesso fuori spettacoli che rimpiango di non aver visto.

Magari ero troppo giovane. Magari non avevo i soldi per arrivare fin là e per il biglietto. E comunque le lingue rappresentavano un problema. Il tedesco lo praticavo: però affrontare Hölderlin in lingua originale non era nelle mie possibilità, allora. Forse nemmeno adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Per tante ragioni dunque Winterreise diretto da Klaus Michael Grüber, nel 1977, nell’immensità dell’Olympiastadion di Berlino non l’ho visto. 

Ma da come me lo raccontava Franco Quadri – che in abiti da esploratore teatrale, negli anni Settanta, percorreva l’Europa in lungo e in largo – quello spettacolo era una pietra miliare del teatro della seconda metà del ‘900.

Un po’ come l’Orlando Furioso di Luca Ronconi. Come 1789 di Ariane Mnouchkine. Come La trilogia del rivedersi di Peter Stein. O la Lulu di Patrice Chéreau.

Klaus Michael Grüber (1941-2008)
Klaus Michael Grüber (1941-2008)

Nello stadio voluto da Hitler

Winterreise im Olympiastadion è un’originale riscrittura che Grüber (il regista tedesco compiva allora 36 anni) aveva creato a partire da Hyperion, romanzo epistolare di Johann Christian Hölderlin. Ma dalla dalla Grecia classica dell’originale, la vicenda veniva spostata nello scenario nazista e trionfalistico dello stadio di Berlino. Quello del 1936, di Jesse Owens, e di Leni Riefenstahl.

“Per tutto Il tempo – scriveva allora Franco Quadri – si vedranno accanto ai personaggi in scena, attori e spettatori della rappresentazione, autentici atleti esercitarsi al lancio del peso, al salto con l’asta, al tiro in porta, fino a coinvolgere in queste attività, per loro quotidiane, lo stesso Iperione che tra le peregrinazioni nei luoghi deputati delle tribune, veste metaforicamente il ruolo di decathleta olimpico, ritmando con l’ansimare della sua corsa a ostacoli il suo lamento di romantico viaggiatore”.

Insomma: un avvenimento, in quegli quegli anni. Poi ci siamo abituati: teatro negli stadi o in altri luoghi inconsueti: cave di sabbia, mattatoi, siti industriali, cittadine terremotate, spiagge e cime montane… E anche teatro e sport, come se fossero cugini. E un po’ lo sono.

Fosse quel che fosse, doveva essere strabiliante in quegli anni di piombo (Winterreise è anche uno spettacolo sul terrorismo e venne visto nel dicembre 1977) un allestimento per 800 spettatori per replica, là nell‘Olympiastadion che Hitler aveva fatto progettare per 110.000.

Volete anche voi dare un’occhiata? 

Quel monumento di un teatro di quasi cinquant’anni fa, tutto sommato è ancora contemporaneo. E si può facilmente rivedere adesso.

Winterreise im Olympiastadion
Winterreise im Olympiastadion (ph. Ruth Walz)

Basta che seguiate questo link, che vi porta nel posto giusto: il cartellone online della Schaubühne berlinese. Però affrettatevi: Winterreise si può vedere fino alle ore 18.00 di mercoledì 27 gennaio.

In quel momento, il teatro di Lehniner Platz rinnoverà il cartellone online e allora potrete assaggiare qualcosa di davvero contemporaneo: una creazione della coreografa e regista argentina (e in realtà cosmopolita) Constanza Macras. Il titolo è Megalopolis.

Inutile dire che ve lo raccomando.

Se poi volete leggere qualcosa di più sulla Schaubühne, c’è anche questo post.

Formidabile quell’anno. Nasceva la cultura teatrale italiana online

Che anno quell’anno! Doveva cascare il mondo, ricordate? Il temibile Millennium Bug non sapeva cosa farsene degli anni dopo il 1999 e avrebbe mandato all’aria tutti i computer. E altrettanti disastri doveva provocare la rivelazione del Terzo segreto di Fàtima: “città e villaggi sepolti, rasi al suolo, inghiottiti, montagne di gente indifesa…”.

Per fortuna, Bill Gates ci mise una pezza con Windows Me (Millennium Edition). E per miracolo, il terzo segreto restò un segreto.

Niente da segnalare allora in quel fatidico anno 2000?

A due decenni di distanza, io ricordo che con un gruppo di amici mettemmo mano alla prima rivista italiana online di informazioni e recensioni teatrali. Si chiamava Tuttoteatro.com. E altrettanto, in quegli stessi mesi, fece Oliviero Ponte di Pino tagliando il nastro della prima webzine di cultura teatrale. Che si chiamò, e ancora si chiama, ateatro.it.

ateatro logo

Inutile fare le gare a chi arrivò prima. Di storie sulla preistoria della cultura teatrale online, Oliviero ed io ne siamo raccontate molte. Divertendoci pure un sacco a imitare lo squittìo di quei rudimentali modem telefonici con i quali ci si collegava allora, a 56kbit al secondo. Proprio nel magico anno 2000, Tin.it cominciò a installare le primissime linee ADSL.

Ricorda Oliviero: “In quell’anno  i domini .it registrati erano più o meno 100.000. I teatri, i festival, le facoltà universitarie in grado di utilizzare un sito internet erano rari. In quella preistoria del web, ateatro.it era un sito di pagine statiche, caricate con una connessione telefonica a 56 Kbit al secondo, senza immagini (per non parlare dei filmati)“.

Da allora, tanto ateatro.it tanto Tuttoteatro.com, di strada ne hanno fatto parecchia, arricchendo il loro orizzonte: ad esempio di Premi (il Premio Cappelletti, come ha fatto Tuttoteatro) e di Buone Pratiche (come ha fatto ateatro).

Happy birthday, mr ateatro

Giovedì scorso, il 14 gennaio, ateatro.it doveva stappare la magnum del suo 20esimo compleanno. Un giorno prima dei 20 anni di Wikipedia, volendo essere pignoli. Ma il bello della diretta ha suggerito di posticiparlo di qualche giorno, e mandarlo in mondovisione (si diceva così, all’epoca, no?) grazie ai potenti mezzi di cui disponiamo oggi.

I festeggiamenti sono dunque in programma, in diretta streaming, domenica 17 gennaio, alle 11.00 dal Caffè di Bolzano29, “il duetto culturale della domenica mattina” che si può raggiungere sulle pagine Facebook di Bolzano29, appunto, e di ateatro.

ateatro 20anni a bolzano29

Oliviero Ponte di Pino e Giulia Alonzo, che condurranno la trasmissione, potrebbero già anticipare i nomi degli ospiti in collegamento e di quelli che posteranno auguri e saluti. Ma si sa: non c’è nulla che eguagli la sorpresa.

Se fin da adesso però, ne volete sapere di più, il link è questo.

Così è Pirandello. E speriamo che d’ora in avanti non sia più così

Siete ancora in tempo. Se vi va di vedere del buon teatro, almeno.

Siete in tempo perché fino al 6 gennaio, il giorno dell’Epifania, sul sito del Teatro Stabile di Torino (e su Yoube) , si può ancora vedere la ripresa video integrale dell’edizione 2018/19 di Così è (se vi pare). Una tra le più riuscite, a mio avviso. (Qui il link al TST e a YouTube).

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini
Così è (se vi pare) – Ph. Laila Pozzo

Chi legge, magari distrattamente, questo blog sa che non condivido tutta la stima che gli italiani mostrano nei confronti di Luigi Pirandello, premio Nobel per la Letteratura 1934. Pirandello, che è appunto l’autore di quel dramma. Una stima che si basa su approcci molto scolastici allo scrittore e letture convenzionali dei suoi lavori. Sia di narrativa sia di teatro.

L’ho scritto altre volte (qui qualche riflessione a proposito dei Sei Personaggi). Quello che trovo inadeguato è l’averlo elevato, in Italia, a portavoce teatrale di una condizione esistenziale borghese, anzi piccolo-borghese, senza poi mai storicizzarne i problemi e capirne, dal punto di vista socio-psicologico, le radici. Almeno a scuola. Complicato?

Per dirla in due sbrigative parole, allora, a me sembra che tutti i solenni paradossi esistenziali che vengono posti nei suoi lavori, siano in prima istanza problemi personali del signor Pirandello. 

Di problemi, in famiglia, Luigi ne aveva parecchi, a cominciare dalla moglie Antonietta Portulano che era uscita di testa, dal rapporto con la consorte, e con la figlia Lietta. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Regia Filippo Dini

La drammaturgia pirandelliana è piena di corna e di relazioni adultere. E la manfrina che molti suoi titoli ci propongono, sulle incertezze della paternità, sul possesso dei figli, sull’onore del maschio, per non parlare dell’ossessione della gelosia, erano – diciamolo come andrebbe detto – problemi suoi, dell’autore. Molto di meno problemi della comunità borghese italiana del primo ‘900, del resto già molto ammaccata dalla guerra.

Sul lettino dello psicanalista

Così è (se vi pare) e I sei personaggi, rispettivamente del 1917 e del 1921, sono poi testi sui quali insiste l’ombra temibile e morbosa dell’incesto.

Chiaro che a scuola queste cose non te le dicono. Perché non è quella l’età in cui puoi capire la complessità delle situazioni. Ma soprattutto perché la scuola c’ha parecchi tabù. Così di Pirandello resta la retorica della maschera e del volto, del relativismo, dell’umorismo come sentimento del contrario, del “io sono colei che mi si crede“. Le litanie, insomma.

All’estero – ve lo segnalo – Pirandello non ha poi tutta questa gran fortuna. A averci dato un po’ dentro, in Italia, negli ultimi decenni del ‘900, era stato il regista Massimo Castri. Il quale – per dirla di nuovo sbrigativamente – aveva disteso Luigi sul lettino dello psicoanalista, e ne portava allo scoperto le nevrosi. Tanto è vero che gli eredi Pirandello, quelli che detenevano i diritti, a cominciare dalla sua musa Marta Abba, non gliel’hanno mai perdonato.

Per dare ragione a Castri, basterebbe leggere con un po’ di attenzione la biografia di Federico V. Nardelli, Pirandello. L’uomo segreto (1932, approvata persino da Pirandello stesso). Oppure Andrea Camilleri, che ne ha scritto abbastanza.

Ecco perché Così è (se vi pare) è diventato una sorta di pietra di paragone per un regista italiano. Dimmi come lo fai, e ti dirò chi sei.

Filippo Dini è il regista ma anche il segreto protagonista di questa edizione dicembre 2018 di Così è (se vi pare). Interpreta infatti lo scettico Lamberto Laudisi, quello che tira le file del maledetto imbroglio accaduto in una cittadina di provincia dell’Italia interiore, dove d’altro non si parla che di una famiglia. I cui rapporti interpersonali fanno esplodere la curiosità, la moralità, la morbosità dei concittadini pettegoli. 

Così è (se vi pare) - Teatro Stabile Torino. Andrea Di Casa e Maria Paiato
Così è (se vi pare) – Ph. Bepi Caroli

A me pare che Dini, con il suo spettacolo, abbia d’un balzo scavalcato tutto il Pirandello scolastico e sia pure approdato a un Pirandello comico. Drammaticamente comico. Che è abbastanza insolito, vero? Scettico sì, ma sarcastico anche.

Guardate la foto iniziale di Laila Pozzo, combinata come una Ultima Cena. A vedere lo spettacolo, due anni fa, io ho riso parecchio. Con buona pace di chi, prima che una storia d’incesto, in quel testo ci vede un trattato di filosofia. Anzi, come si diceva una volta, di pirandellismo.

Non voglio convincervi di niente. Così è (se vi pare), edizione Dini, sta online fino a domani. Dateci un’occhiata e poi sappiatemi dire. Siete ancora in tempo (qui di nuovo il link).

Così è (se vi pare) 2018/19 - Filippo Dini

– – – – – – – – – – –

COSÌ È (SE VI PARE) 
di Luigi Pirandello

con
Maria Paiato – La Signora Frola
Andrea Di Casa – Il Signor Ponza
Benedetta Parisi – La Signora Ponza/Infermiera/Spettro
Filippo Dini – Lamberto Laudisi
Nicola Pannelli – Il Consigliere Agazzi
Mariangela Granelli – La Signora Amalia
Francesca Agostini – Dina
Ilaria Falini – La Signora Sirelli
Carlo Orlando – Il Signor Sirelli
Orietta Notari – La Signora Cini
Giampiero Rappa – Il Signor Prefetto/Un cameriere di casa Agazzi
Mauro Bernardi – Il Commissario Centuri/Un altro cameriere

regia Filippo Dini
scene Laura Benzi
costumi Andrea Viotti
luci Pasquale Mari
musiche Arturo Annecchino

Produzione Teatro Stabile di Torino
Lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale l’11 dicembre 2018 al Teatro Carignano di Torino

STORIE – La sera che Harold Pinter ci disse: “Ci facciamo un drink?”

Era il 2006. Sarà stato ottobre. Non un qualsiasi sabato d’ottobre. Il Royal Court Theatre di Londra – una delle più gloriose sale della capitale – festeggiava i suoi 50 anni di attività. E Harold Pinter aveva deciso di recitare in quel teatro. Avrebbe portato in scena L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Royal Court Theatre - Krapp's Last Tape - 2006

Vi domanderete: che ci azzecca Pinter con la giornata di oggi, l’ultima dell’anno? 

L’immagine che concludeva il precedente post di Quantescene! (vedi qui) ritraeva Pinter interprete di quel testo di Beckett. Alcuni di voi mi hanno chiesto perché proprio una fotografia di Pinter.

Così ho pensato di riservare l’ultimo post del 2020 proprio a quell’incontro, all’ultimo brindisi con lui.

Tutto esaurito

Da settimane si sapeva che i biglietti per quello spettacolo sarebbero andati esauriti in fretta: un’edizione davvero storica di L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court. Nelle locandine, l’annuncio che Harold Pinter, premio Nobel 2005 per la Letteratura, avrebbe interpretato il testo di Samuel Beckett, premio Nobel 1969.

Ovvero: i vertici del teatro in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo concentrati in un solo spettacolo. Una dozzina di repliche soltanto e solo ottanta persone a sera. Nel 2006 si celebrava infatti il centenario di Beckett (nato nel 1906) e anche il cinquantenario del Royal Court (la famosa messainscena di Ricorda con rabbia è del maggio del 1956). 

Gianfranco Capitta e io avevamo da poco pubblicato, a quattro mani, una monografia su Pinter, approfittando del Nobel appena ricevuto. (Harold Pinter. Scena e Potere, Garzanti 2005, vedi qui). 

Due biglietti in tasca

Quella era dunque un’occasione preziosa per vederlo all’opera. Di nuovo attore, come non succedeva da molto tempo, dopo una grave malattia che ne aveva ha compromesso il fisico e la voce. Uno spettacolo senza precedenti. E senza proseguimenti. 

Avventurosamente, due biglietti li avevamo in tasca. E non senza un po’ d’orgoglio salimmo le scale che portavano, al Jerwood Upstairs, la sala al piano superiore del Royal Court.

Le 19.30 erano già passate da un po’, ma il sipario non si apriva ancora. Accompagnato da una giovane ragazza, un signore arrivò in ritardo e si fece strada tra le file. Ci stringemmo tutti per lasciargli spazio. Poi il sipario scivolò di lato e la scena si aprì su quella buia stanza «nel futuro» in cui Beckett aveva collocato il più decrepito dei suoi personaggi: Krapp.

Monumentale e fragile

L’ultimo nastro di Krapp, diretto da Ian Rickson e interpretato da Pinter, si rivelò in tutta la sua grandezza. Monumentale come un classico. Fragile come può sentirsi chi sente l’approssimarsi della morte. Stretti sulla panca rivedemmo Pinter attore (lo era stato da giovane, prima di diventare scrittore, e solo occasionalmente, dopo, era tornato in palcoscenico). Ma soprattutto scoprimmo che Pinter era Krapp, icona della vecchiaia e della memoria, avanti indietro sulla carrozzina a rotelle, mentre armeggiava con scatole di latta e vecchie bobine, azionava registratori, consultava vocabolari ingialliti, sentiva la propria voce registrata e derideva se stesso.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Usciva ogni tanto di scena, sempre sulla carrozzina, e da dietro sentivamo lo schiocco di una bottiglia stappata. Salvo poi presentarsi agli applausi in piedi e sicuro sulle proprie gambe. Un autentico coup de théâtre.

Al bar di sopra

Quaranta minuti che ancora oggi ricordo con precisione. Alla fine degli applausi una addetta del teatro, dopo aver intuito che proprio noi eravamo “i due italiani che avevano scritto il libro”, ci spiegò con un accento molto british che “Mr Pinter vi aspetta al bar di sopra, se vi fa piacere”.

I nostri incontri con lui, negli anni precedenti, erano già stati numerosi, ma quell’invito così inaspettato, fu una sorpresa per davvero. Dopo gli applausi, cui si sottraeva volentieri, Pinter invitava pochi privilegiati amici a bere qualcosa lassù e a rievocare, come Krapp ma assai più disinvolto, anni migliori di quelli. 

La sorpresa fu doppia, quando scoprimmo che a essere stato invitato era anche il signore arrivato in ritardo. Visto più da vicino, somigliava a uno noto. O meglio, era uno noto: Dustin Hoffman. Con la giovane amica.

In onore dei due italiani, Pinter aveva già ordinato da bere. «Ci facciamo un drink?»

E poi rivolto a Dustin Hoffman: «Non immaginavo di vedere anche te, stasera. Se hai ottenuto un posto devi ringraziare mia moglie, i due biglietti erano i suoi».

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Bianco. Italiano. Ghiacciato

Hoffman: «Di’ a lady Antonia che le sono molto grato. A New York stasera debuttava il lavoro del tuo amico-concorrente Simon Gray. Secondo te, avrei dovuto essere là?»

Pinter: «So che tu preferisci i miei lavori. Una volta ci hai anche provato: era Il calapranzi se non sbaglio»

Hoffman: «Ottima memoria, la tua. Sai, io non ne rammento nemmeno una battuta. Scusa, ho detto una bugia: una battuta me la sono ricordata poco fa in taxi, mentre venivo qui. Era quella che ha che fare con il calcio».

Pinter: «Le mie non sono battute memorabili. Dovresti provare con quelle di Beckett».

Hoffman: «Me lo hanno proposto una volta ma, ti giuro, non ho avuto coraggio».

Pinter: «Peccato, sei un grande attore. Con Beckett saresti stato ancora più grande. Posso presentarti questi due signori? Sono giornalisti, vengono dall’Italia e hanno appena scritto un gran bel libro su di me».

Hoffman : «Dimmi come posso fare a convincerli a scrivere un gran bel libro anche su di me».

Ridiamo e brindiamo tutti assieme. Il vino, scelto in onore dei due italiani, è un Pinot grigio delle Tre Venezie

Pinter: «Bianco. Italiano. Ghiacciato. Come piace a me. Grazie per essere venuti e cin-cin».

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L’ultimo nastro di Krapp è stato lo spettacolo con cui Harold Pinter si è congedato dalle scene nell’ottobre del 2006. Due anni dopo, il 24 dicembre 2008 è scomparso, a 78 anni, per le conseguenze di un tumore all’esofago, che ha compromesso l’ultimo periodo della sua vita.

Oggi è l’ultimo giorno di un anno particolare. Quell’edizione dell’ultimo nastro, meritate davvero di vederla anche voi.

Come ti chiami? “Alexa”. Che mestiere fai? “Vorrei fare l’attrice”

Cercavo un argomento un po’ natalizio per questo post. All’improvviso mi si è presentata davanti lei. Ciao, come ti chiami? le ho detto. “Il mio nome è Alexa“. Senti Alexa, parliamo un po’. “Certo, posso raccontarti una barzelletta, ne ho tante in serbo per te“.  Figurarsi: le barzellette mi fanno venire l’orticaria.

elisabetta II - edited

L’avrete già capito. Alexa è entrata anche in casa mia. Alexa è l’assistente vocale che in questa fine dell’anno ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti, a cominciare dalla sua avversaria di sempre, Siri. Quella che sta sui Mac. E per Amazon, oltre che un’assistente, Alexa è una gallina. Dalle uova d’oro, ovvio.

Volevo dirglielo subito, ad Alexa, che sono parecchio esigente in fatto di innovazione e di tecnologie. E che avrebbe trovato del filo da torcere. Non mi bastava che facesse le sciocchezze che fa di solito. L’ora esatta. Il meteo di domani. Il cambio del dollaro. O che accendesse le lampadine e mi facesse ascoltare Ema Stokolma e Gino Castaldo su RadioDue. E neanche Bugo. Tutte cose che lei sbriga in un batter d’occhio. Ed è sempre impeccabile.

Volevo che si impegnasse

Alexa, ti piacerebbe fare l’attrice? ho domandato. “Mi spiace, non è chiaro“. Alexa, ti ho chiesto se ti piacerebbe fare l’attrice. “Uhm… questa non la so“. Ho capito che non c’aveva voglia. Ma io ero determinato.

Con Alexa i risultati non li ottieni sempre al primo colpo. Devi inventarti tattiche che la spiazzano e poi la riportano sulla retta via. Alexa, potresti riprodurre per me il primo canto della Divina Commedia?

Tra una settimana entriamo nell’anno dantesco: mi pareva il momento giusto. Lei ha rovistato un po’ nel suo cloud.  Mi ha fatto qualche offerta commerciale. Ti piazza spesso, qua e là, delle proposte pubblicitarie. Comunque, ho risposto sempre no. Alla fine si è arresa . 

Ok, ecco un estratto” mi ha detto. Wow! La Divina Commedia.

Divina Commedia Inferno I
Nel mezzo del cammin…. secondo Gustave Doré

Una solenne voce maschile ha esordito: “Dante Alighieri. Divina Commedia. Canto primo“. Poi, la voce ha declamato i versi più celebri della letteratura italiana. Sarà stata una registrazione di un centinaio di anni fa. Voce retorica, intonazione pomposa. Drammaticissima. Risaliva al tempo di Dante, credo. No no: non era la tattica giusta.

Alexa, io voglio sentire te. Mica questa specie di Vittorio Gassman!  Lei, muta.

Ci ho pensato sopra un bel po’ di tempo. Adesso ve la faccio corta. Ho smanettato di mouse e di tastiera con il portatile. Poi le ho detto: Alexa leggi questa cosa. Era il monologo di Giulietta, quello del balcone, atto secondo, scena seconda. “O Romeo, Romeo, perché sei Romeo? Rinnega tuo padre, rifiuta il tuo nome…“.

Però si trattava delle opere complete di Shakespeare, e pure in inglese. Ma lei senza batter ciglio ha cambiato lingua, e si è esibita.

“O Romeo, Romeo! wherefore art thou Romeo? / Deny thy father and refuse thy name; / Or, if thou wilt not, be but sworn my love, / And I’ll no longer be a Capulet….”

Volete sentirla? Schiacciate qui sotto.

“Cos’è Montecchi? Non è una mano, un piede, un braccio, un volto, o una qualsiasi parte d’uomo. Prendi un altro nome! Cos’è un nome? Ciò che chiamiamo rosa, con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso profumo, così anche Romeo, se non si chiamasse più Romeo”.

 

Romeo e Giulietta sul balcone
I due innamorati di Verona, secondo Milo Manara

Ammetterete che non è male. Un po’ monotona, concordo. Ma per essere la prima volta, quasi un provino, non è male, dai. Sono sicuro che con il tempo e qualche aggiornamento migliorerà.

Anzi, non sicuro. Sicurissimo: quelli di Amazon ci sanno fare.

Ne è convinta persino la regina Elisabetta II, che proprio oggi, il giorno di Natale, ha affidato a Alexa (sì, vabbè anche a Siri), il suo discorso ufficiale. Se proprio volete, qui ve lo potete sentire tutto.

Elisabeth II - discorso di Natale

Quello di Giulietta sul balcone è però il classico monologo per aspiranti. Per diventare davvero attrice, Alexa deve allenarsi di più.

Le ho proposto una sfida: Alexa, sai recitare in lingua veneziana? “Purtroppo non trovo una risposta alla domanda“. Io ho pensato: no, no, il fatto è che non ti impegni abbastanza, Alexa.

Allora ho fatto la voce grossa: Alexa, riproduci La famiglia dell’antiquario di Carlo Goldoni, atto secondo, scena decima. C’è stato qualche secondo di attesa. Anzi, più di qualche secondo.

La famiglia dell’antiquario è una commedia che mi piace molto. C’è questo conte Anselmo, perso nella sua collezione di rari oggetti di antiquariato. Ma sono solo cianfrusaglie, porcherie per le quali spende un  sacco di quattrini, mentre la sua famiglia va in malora.

In questa scena, Anselmo dovrebbe discutere con il mercante Pantalone. Chissà come se la cava Alexa.

 

Cesco Baseggio - La famiglia dell'antiquario
Cesco Baseggio in La famiglia dell’antiquario (1957)


Secondo voi, c’è riuscita oppure no?

Certo che c’è riuscita.

Alexa ha snocciolato in veneziano (quasi) perfetto le battute di Pantalone. Il quale non stima un fico le cianfrusaglie che  Anselmo ha nella sua collezione. E sostiene che perfino “el formagèr non ghe dà tre soldi...”. Non le comprerebbe nemmeno il salumiere.

Sentitela!

Ovvio: molte sono le cose da migliorare. Gli accenti. Poi bisognerebbe variare le voci, i toni, saltare le didascalie. Ciò che in Accademia chiamano lettura espressiva. Ma sono certo che con un buon maestro e un regista come si deve, Alexa farà presto grandi passi. E otterrà il diploma.

L’ho messa giù facile

Vabbè, l’ho messa giù facile. Oggi è Natale e non mi va di ammorbarvi con certe pizze di pensiero su nuovi media e frontiere del teatro. Ma voi capite certo che il discorso meriterebbe un approfondimento.

Se gli audiolibri non hanno avuto successo quando sono apparsi sul mercato (su vinile, addirittura negli anni Trenta, poi le cassette, poi i cd), era perché mancava la tecnologia appropriata e la giusta predisposizione dei pubblici e dei mercati a farli diventare oggetti interessanti. Pensate invece al successo e all’attuale diffusione dei podcast. Qualche pensiero vi frullerà sicuramente nella testa.

Ci penso anch’io e forse lo scrivo per qualche rivista specializzata: questo è solo un povero blog.

Intanto, provate anche voi a sfidare Alexa. Magari a Natale ve l’hanno regalata. Chessò: non Casa di bambola di Ibsen, che non le piace certo. Meglio un monologo di Beckett. Uno stile che, secondo me, le si addice.

Una sola cosa vi raccomando. Mai chiedere ad Alexa di farvi sentire Sarah Kane, di notte. Dite lo giuro.

Mileva, il minidocu. Come il teatro rimedia se stesso

Vi ricordate di Mileva Marić, la donna che sussurrava a Einstein? 

Enigmatica e sfortunata scienziata, Mileva era stata la prima donna a essere ammessa, nel 1896, al Politecnico di Zurigo. Sui banchi di quell’università, allora uno dei istituti d’eccellenza mondiale, aveva incontrato e conosciuto uno studente che prometteva molto, Albert Einstein. Si erano anche sposati.

 

Dentro a Mileva - minidocu

A proposito di Mileva ho scritto un post su QuanteScene! all’inizio di febbraio (qui il link al post del 4 febbraio 2020). Proprio con questo titolo – Mileva – una giovane attrice, Ksenija Martinovic, aveva presentato in quei giorni lo spettacolo da lei pensato e creato attorno a quella donna, storicamente quasi sconosciuta. Le luci e le ombre che il lavoro scientifico di Mileva Marić, il suo ruolo di moglie, le vicissitudini di un rapporto complesso, potevano aver proiettato sulla vita e sulla carriera dell’uomo che avrebbe cambiato il corso della scienza nel ‘900.

Poi è successo quel che è successo

Per lo spettacolo prodotto dal CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – era prevista una tournée. Sappiamo bene che cosa è successo, in Italia e nel resto del mondo, a cominciare da febbraio.

Mileva, la sua storia, quel titolo, quella produzione, sono rimasti chiusi nella memoria di qualche centinaio di spettatori: soltanto quelli che l’avevano vista nelle prime repliche.

 

 

L’emergenza, che dura da 10 mesi e che ha colpito nella sostanza essenziale anche il settore dello spettacolo dal vivo, ha avuto tuttavia la funzione di attivare ragionamenti e pratiche nuovi

E la decisione, di trasformare quattro recenti produzioni CSS in altrettanti docufilm, da condividere in Rete, ha fatto sì che di Mileva, oggi si possa parlare di nuovo. 

Il lavoro in post produzione di Fabrizio Arcuri che dietro una videocamera, assieme a Stefano Bergomas, ha registrato la costruzione e le prime repliche dello spettacolo, permette ora a Mileva di essere di nuovo oggetto di curiosità e di interesse. Del nostro interesse.

Rimediare Mileva

Altre volte ho parlato del senso che sembra oggi acquistare il verbo rimediare. Non soltanto, alla romanesca: metterci una pezza. E più prosaicamente ancora: trovare qualche anima buona con cui passare la notte. Rimediazione è il lavoro che adatta e trasforma contenuti, traghettandoli da un medium a un altro medium. 

Mileva Minidocu 10_2020

Non vi rovinerò il weekend invitandovi a leggere un lavoro fondamentale in questo senso, di 20 anni fa, e in inglese anche: il potente saggio di Jay David Bolter e Richard Grusin che si intitola Remediation. Understanding New Media (The MIT Press, Cambridge, MA).

No no, tranquilli. Però un pensierino sulla frase che segue e che è scritta  da loro, quando avete tempo, fatela. Mi raccomando.

Ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto”. 

Una cosa ancora

Dimenticavo di dirvi, che in Mileva, il minidocu, ci sono in qualche modo anch’io. Perché ho visto formarsi e crescere, all’Accademia Nico Pepe di Udine, Ksenija Martinovic. E mi è piaciuto farne un ritratto. 

Ma, nonostante ciò, vale la pena che il minidocu lo vediate. Tutto. Trenta minuti, quattro voci per conoscere Mileva e il lato nascosto di Einstein.

 

DENTRO A è la nuova serie di 4 minidocu curati da Fabrizio Arcuri e dedicati alle più recenti produzioni teatrali Css Udine. È visibile sulla pagina facebook CSS, IGTV, YouTube e Cssudine.it
Sugli stessi canali si possono vedere anche gli altri minidocu realizzati finora da Arcuri per questa serie:

 

– Dentro a… Un intervento di Mike Bartlett (questo è il link

– Dentro a… 

– Dentro a.. .

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MILEVA (2020)
testo di Ksenija Martinovic 
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
con la consulenza scientifica di Marisa Michelini, professore ordinario di Didattica della Fisica, Università degli Studi di Udine
produzioneCSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

 

Franco Scaldati trasloca a Venezia. Anzi, a San Giorgio

Presentato alla Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio, l’Archivio Franco Scaldati, raccoglie testi editi e inediti, manoscritti e carte dell’autore, attore, poeta siciliano scomparso nel 2013.

Franco Scaldati

Non occorre dire quanto sia importante un archivio. Gli archivi sono i luoghi dove si raccoglie e si conserva la storia. E già questo dovrebbe bastare.

Più difficile è amare gli archivi. Perché raccogliere e ordinare sono compiti faticosi. E non danno una soddisfazione immediata.

La notizia che alla Fondazione Giorgio Cini, a Venezia, trova da adesso posto l’Archivio Franco Scaldati, è però una di quelle buone. Una volta tanto.

Scaldati a San Giorgio

Ho cominciato ad amare gli archivi del teatro una dozzina di anni fa, quando mi era capitato di prendere in mano, studiare e mettere in mostra l’archivio personale di Giorgio Strehler.

Dopo diverse peripezie, il mondo personale di Strehler, le sue lettere più private, i suoi copioni annotati, i suoi libri, molti dei suoi oggetti, erano approdati nel 2005 a Trieste, andando a formare il Fondo Strehler. Oggi il Fondo è visitabile al Museo teatrale “Carlo Schmidl”, grazie alla donazione congiunta di Andrea Jonasson e Mara Bugni.

Di Strehler, quell’archivio rivela aspetti che nemmeno approfonditi studi storici e teatrali hanno mai colto. Ve lo posso garantire.

Franco Scaldati

Capisco perfettamente perciò quanto sia importante che l’archivio di Franco Scaldati, una delle figure di maggior rilevo della recente drammaturgia italiana, sia finito nel giusto posto. 

Quanto sia soddisfatto chi – tra gli anni Settanta e il 2013, l’anno della sua morte – ha lavorato con lui e per lui, e oggi sa che le sue carte, i suoi scritti, i testi editi e gli inediti, le brutte copie e gli scarabocchi, si trovano in un luogo nel quale potranno essere conservati, consultati, studiati. Un luogo nel quale, come tutte le carte importanti, diventeranno storia.

La Fondazione Giorgio Cini custodisce numerosi archivi che hanno fatto e stanno facendo la storia recente del teatro italiano. Tra i più noti, quello di Luigi Squarzina, quello di Paolo Poli, di Santuzza Calì, di Misha Scandella, e risalendo nel tempo, anche quelli di Arrigo Boito, Eleonora Duse, Emma Gramatica…

C’è pure l’archivio di Maurizio Scaparro, che non è affatto scomparso, anzi, ne combina parecchie ancora. Ma che nel 2016 ha deciso di affidare tutte le sue carte alla Cini, stringendo di più il legame con Venezia, consolidato già al tempo dei suoi Carnevali e della direzione della Biennale Teatro.

L’Archivio Scaldati

Qualche giorno fa, il 10 novembre 2020, è stato ufficialmente presentato, in diretta streaming, anche l’Archivio Franco Scaldati, momento conclusivo di una donazione che la famiglia dello scrittore siciliano ha deciso di destinare alla Fondazione, dopo una serie lunga di vicissitudini.

La diretta della presentazione è disponibile su You Tube, e attraverso le parole di Gabriele Scaldati (il figlio di Franco), di Maria Ida Biggi (che dirige l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Cini), della docente Valentina Valentini, della curatrice Viviana Raciti, dell’assessore alla Cultura e all’Identità siciliana della Regione Sicilia, Alberto Samonà, è possibile seguire tutto il percorso che questi documenti hanno fatto per arrivare a Venezia. Ma anche intuire quali polemiche prese di posizione abbiano accompagnato il trasloco da Palermo (a detta di molti il luogo esatto per la collocazione e la consultazione) verso l’isola che guarda su piazza San Marco.

Documenti relativi a Il pozzo dei pazzi di Franco Scaldati

Il pubblico e il privato

Ci sono vistose differenze, è ovvio, tra la stanza che a Trieste ospita il Fondo Strehler e i materiali adesso presenti negli scaffali dell’Archivio Scaldati a Venezia. Il primo è davvero un archivio privato. Comprende infatti ciò che si trovava nella casa di Milano e nella casa di Lugano dove, nel 1997, Strehler è scomparso. E dà accesso a documenti e oggetti che entrano fin nell’intimo dell’uomo. 

L’archivio Scaldati raccoglie invece le sue scritture (i testi pubblicati, ma anche i lavori più segreti, magari) che vanno a documentare in primo luogo l’artista. E poi, solo di luce riflessa, anche la personalità privata.

sei espressioni di Franco Scaldati

Ugualmente, la soddisfazione per la messa in sicurezza (come dicono i geometri) di quel patrimonio così significativo per il teatro italiano, soprattutto nel segmento storico che ha posto al centro le diverse lingue regionali, è stata grande per tutti.

Se la vicenda ha cominciato a interessarvi, oltre alla differita su You Tube, di cui ripropongo il link, potete anche dare un’occhiata all’Archivio digitale, messo in rete dalla Compagnia Franco Scaldati e inoltre qui sotto, trovate l’indirizzamento alla sezione Archivi dell‘Istituto per il Teatro e il Melodramma, nel sito della Fondazione Cini.