Una festa per Moira Orfei, la Callas del circo (e non solo)

Domani, 10 febbraio, si celebra Moira Orfei. “Non serviva che ti dicessero che era una diva: entrava in scena e lo capivi al volo”.


Il titolo è Gli italiani si voltano. E gli italiani si voltavano veramente al passaggio di quel sedere maestoso, avvolto nell’abito bianco. 

Scattata a Milano, davanti alla Galleria, la foto divenne subito famosa e fu poi esposta anche al Guggenheim Museum e al Moma di New York. L’anno era il 1954. Il fotografo era di Mario De Biasi. Ma l’abito bianco, e anche il sedere, erano di Moira Orfei. “Non serviva che ti dicessero che era una diva: entrava in scena e lo capivi al volo”.

Nonostante sia scomparsa 3 anni fa, il volto di Moira Orfei rimane ancora saldo nell’immaginario nazionale. E nel ricordo di milioni di spettatori. 

Dallo scorso gennaio e fino al 3 marzo, San Donà di Piave (VE), città dove aveva fissato la residenza e dov’è adesso sepolta, ricorda Moira Orfei la Regina con una mostra.

Ma è domenica 10 febbraio che la serie di iniziative (organizzate dall’associazione Circo e Dintorni e sostenute da Comune di San Donà e dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali) culmina in una serata-tributo, pensata per restituire tutto il suo smalto a un’artista che ha segnato non solo la storia del circo, ma quella dello spettacolo popolare. Italiano e internazionale.

La domatrice

“Domatrice di animali in pista, domatrice di pubblico sullo schermo, domatrice di uomini nella vita privata” così recitava la formula per lei coniata. La serata-tributo giocherà sulle molteplici sfaccettature di un personaggio che aveva un volto solo, ma replicato milioni di volte sui manifesti. Verranno ripercorse le traiettorie della sua vita: il circo, il cinema, la famiglia, la musica, la televisione. E soprattutto la sua natura di icona.

Moira “on ice”

Per raccontarla, ci vorrebbe Umberto Eco

“Per raccontare Moira ci vorrebbe uno come Umberto Eco, che aveva così ben descritto la fenomenologia pop di Mike Bongiorno” dice Alessandro Serena, ideatore della serata e della mostra assieme ad Aurelio Rota. “Quel ruolo popolare di diva non deve però offuscare le capacità imprenditoriali di Moira: il fiuto che aveva sviluppato assieme al marito Walter Nones, mio zio”.

Alessandro Serena è il nipote di Moira e di Nones (oltre che docente a Milano di Storia dello spettacolo circense e di strada). “Riuscivano a interpretare le trasformazioni che stavano avvenendo nello spettacolo dal vivo ed erano, per certi versi, capaci di anticipare la storia. Sempre a livelli di qualità altissima’”. Non solo l’intuito del Circo su Ghiaccio, ma anche le tournée del Circo di Mosca e del Circo Cinese, molto prima che cadessero muri e cortine di ferro.

Nella mostra, Serena ha raccolto foto celebri e scatti rari, che ritraggono sua zia nel suo ruolo di star, ma anche nell’aspetto privato, oltre ai manifesti degli spettacoli e dei film a cui ha preso parte: quasi 50, con Totò, Mastroianni, Manfredi, Gassman, e diretta anche da registi di calibro, Pietro Germi per esempio in Signore e signori. A impreziosire l’esposizione ci sono costumi di scena e accessori appartenuti al suo variopinto, indimenticabile guardaroba.

Moira Orfei e Walter Chiari nel film Gli italiani e le donne, 1962

Miranda Orfei – diventata poi Moira, su suggerimento del produttore Dino De Laurentiis – era nata a Codroipo nel 1931, durante una sosta del circo fondato da suo padre Riccardo, conosciuto col nome di Clown Bigolon.

“San Donà di Piave è invece la città veneta che ha ospitato i quartieri invernali del suo circo, il luogo in cui risiedeva quando non era in tournée” spiega Serena“Non è un caso che nasca qui un tributo che evidenzia come il ricordo di Moira è ancora vivo e sentito. La mostra, in particolare, restituisce l’immagine di una icona pop senza tempo, una Callas del Circo”.

La serata di domenica 10 al Teatro Metropolitano Astra di San Donà prevede la partecipazione di artisti e musica dal vivo, video e filmati inediti, che di Moira degli elefanti permetteranno di conoscere i segreti attraverso documenti rari e aneddoti sulla vita della famiglia Orfei.

Verrà anche consegnato il Premio Moira, riconoscimento destinato a figure dello spettacolo dal vivo che si sono contraddistinte per la qualità e per la comunanza coi valori degli Orfei. Quest’anno a ricevere il Premio sarà Brigitta Boccoli, artista trasversale che ha diviso la propria carriera tra cinema, teatro, televisione e che dopo aver conosciuto e sposato Stefano Orfei Nones (figlio di Moira e Walter Nones) condivide oggi con lui il lavoro nel circo.

Il futuro del circo

Ampio spazio avrà inoltre chi continua oggi a lavorare in quel solco. Nelle giornate successive Moira Orfei la Regina ospiterà performer internazionali, come gli ucraini Derku, esponenti di un teatro fisico (il 24 febbraio) e gli acrobatici kenyoti The Black Blues Brother (il 3 marzo), che testimonieranno il carattere “mondiale” degli Orfei.

Oppure i giovani allievi dei corsi di Karakasa – Laboratorio delle Meraviglie: il futuro del circo. “Al quale mia zia Moira – conclude Serena – guardava sempre con fiducia e ottimismo”.

[parzialmente tratto dal mio articolo pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, 12 gennaio 2019]

Il signor Sulcic, l’Italia, la Jugoslavia, nel film di Elisabetta Sgarbi

Nelle sale cinematografiche italiane, da oggi, un film intitolato I nomi del signor Sulcic racconta – con l’intimità tipica dei nomi – il confine orientale italiano, quello separò Italia e Jugoslavia. 

E in questi stessi giorni, che come lapidi nei nostri calendari fissano “la memoria” (27 gennaio) e “il ricordo” (10 febbraio), il film di Elisabetta Sgarbi ci dice invece che risvegliare la memoria non è sempre un bene.

Una ricercatrice universitaria si inoltra lungo i viali di un cimitero ebraico (è quello di Trieste, dove sono state ambientate molte scene) per cercare di ricostruire la vita di una donna che là è sepolta. Da una lapide si passa a vecchi documenti e dai documenti si passa alla vita di un uomo, il signor Sulcic.

Dopo aver attraversato settantacinque anni fa quel confine, tagliente come una lama, il signor Sulcic cambiò la propria vita. La sua e quella degli altri. Risvegliarne il ricordo, in loro, però non è sempre un bene.

Girato tra il delta del Po, Trieste, Lubiana, Tolmino, con campiture intere di Adriatico, I nomi del signor Sulcic andrebbe visto soprattutto da chi, quassù, sull’odierno confine orientale, si attarda nel maneggiare vecchi slogan nazionalisti, e sovranisti oggi, che la storia ha invece sepolto. Con buona pace di chi sta sottoterra.

Una breve scena onirica, girata negli ambienti desolati e umidi della Kleine Berlin, il dedalo sotterraneo che i nazisti costruirono sotto un colle di Trieste (vedi il post di qualche mese fa), ci mostra Claudio Magris e Giorgio Pressburger, nell’inedito ruolo di attori. Soprattutto le immagini di Giorgio, che è morto pochi mesi dopo, sono struggenti. Almeno per chi gli è stato amico.

I nomi del signor Sulcic
Italia, 2018
regia di Elisabetta Sgarbi
cast: Lučka Počkaj, Elena Radonicich, Gabriele Levada, Ivana Pantaleo, Branko Završan, Roberto Herlitzka, Adalberto Maria Merli, Paolo Graziosi, Claudio Magris, Giorgio Pressburger
sceneggiatura Eugenio Lio, Elisabetta Sgarbi
fotografia Andrès Arce Maldonado
montaggio Andrès Arce Maldonado, Elisabetta Sgarbi
musica Franco Battiato
produzione Betty Wrong, Rai Cinema
distribuzione Istituto Luce Cinecittà
durata 80′

Paravidino: “La mia Bibbia, un po’ Brecht, un po’ avanspettacolo”

Da oggi 5 febbraio e fino al 10, a Trieste, nella sala principale del Rossetti, va in scena La ballata di Johnny e Gill di Fausto Paravidino.

“Le frequenze sono ancora mischiate, il rumore non è ancora suono. Poi luce e buio si dividono, le frequenze cominciano ad aggiustarsi, appaiono dei segni. I segni diventano lettere e le lettere si confondono: appare la Torre di Babele”.

Sembra la Bibbia riscritta in una lingua contemporanea. Un po’ lo è. Perché proprio da là, dalla Torre che mescolò e confuse mille e mille lingue, è partito Fausto Paravidino per comporre La ballata di Johnny e Gill.

Assieme a lui, che ne è regista e anche interprete, lo hanno scritto a più mani Iris Fusetti e il gruppo di attori con cui il drammaturgo ha lavorato, grazie a una cordata di produttori multinazionali che mette in fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e lo Stabile di Torino, il Théâtre Liberté di Tolone, il Théâtre La Criée di Marsiglia e Les Théâtres de la Ville de Luxembourg.

“Ci siamo impegnati a fare uno spettacolo internazionale – spiega Paravino – sapevamo che ne sarebbe nato un bisticcio di parole. Abbiamo cercato, studiato, approfondito, fino a capire che il mito della Torre di Babele, che punisce l’azzardo degli uomini che volevano arrivare fino al cielo, non va inteso come una maledizione. Umberto Eco, ad esempio, la considerava una benedizione. Con la moltiplicazione delle lingue, per lui, era anche nata la poesia”.

Però non è facile prendere in mano la Bibbia e rileggerla con occhi laici. “Il teatro è abituato a occuparsi dei miti greci – continua Paravidino – e la Bibbia ci fa un po’ antipatia, proprio perché si porta appresso la religione, tema delicato. Ma è uno sforzo che si può fare. Un po’ come rileggere Romeo e Giulietta senza romanticismo”.

Prenderla cioè come un’avventura. E infatti poche pagine dopo il racconto della Torre di Babele, il Vecchio testamento introduce la figura di Abramo, il primo migrante. Colui che si avventura nel mondo dopo Babele.

La ballata di Johnny e Gill (ph. Vincent Bérenge)

“Oggi c’è una soglia di tolleranza nei confronti delle migrazioni. Si può accettare chi fugge dalla guerra. Ma per accettare chi fugge dalla povertà bisogna essere molto, molto di sinistra. Abramo non fugge da una guerra né dalla povertà. Abramo segue la voce di Dio che gli dice: prendi tua moglie e vai. Lui parte e cerca un altrove: non è un santo, ma ci prova. Noi abbiamo provato a leggere meglio dentro questa storia, che non è conciliante ed è piena di spigoli. Ci abbiamo messo dentro tutto ciò che sapevamo sulle migrazioni. Senza cadere nella trappola dell’attualità. Perché l’attualità si consuma in fretta, il mito invece resta”.

Allora Abramo è diventato Johnny e Sara è diventata Gill. E la vicenda biblica è diventata una ballata. Magari un po’ brechtiana. Anche un po’ avanspettacolo: canzoni, danze, proiezioni.

“Johnny e Gill attraversano il deserto, poi attraversano il mare – continua Paravidino – una geografia primitiva, che non dimentica la realtà, ma è anche un po’ immaginaria. Infine sbarcano a New York. Se esiste una nazione di emigrati, sono gli Stati Uniti. E la capitale di questa nazione è New York. Là, nessuno è di New York, perché di New York sono tutti”.

Lo spettacolo rispecchia perfettamente questa situazione. Un mondo dopo Babele, popolato da stranieri, che parlano idiomi nuovi e sconosciuti. Proprio come succede oggi. A volte gli attori si esprimono italiano, a volte il francese o l’inglese, a volte non si capisce proprio.

Così è lo stesso autore a consegnarci le istruzioni per l’uso: “lo spettatore italiano più cosmopolita potrà cogliere meglio le cose che dicono gli stranieri che parlano inglese e francese. Chi invece parla solo l’italiano farà esattamente il viaggio che fanno i migranti: imparerà a conoscere il mondo post-Babele insieme a loro, e attraverso di loro. Il non comprendere perfettamente è l’umana condizione, che tutti dobbiamo imparare ad accettare”.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, lunedì 4 febbraio 2019]

… e adesso che manca Bobò?

Febbraio comincia con una brutta notizia e un gran dispiacere. Non c’è più Bobò.

Bobò e Pippo Delbono nel loro ultimo spettacolo assieme “La gioia”

C’era un momento, in La gioia, che Bobò usciva di scena, dando come sempre la mano a Pippo. In quel momento, il ritmo dello spettacolo sembrava fermarsi, la tensione cadere. Lo sguardo del pubblico si perdeva sul palcoscenico, dove non c’era nessuno. 

“… dopo Bobò c’è sempre un vuoto” diceva allora Pippo nel suo microfono.

La homepage della Compagnia Pippo Delbono, oggi

Si chiamava Vincenzo Canavacciuolo. Era nato a Villa di Briano, in provincia di Caserta, il primo dicembre del 1936. I funerali si svolgeranno domani, 2 febbraio 2019, nella chiesa di San Cipriano d’Aversa.

Tout a commencé pour Bobo sur les fonts baptismaux d’une église napolitaine. Vincenzo Cannavacciuolo, car c’est son nom, est né le 1er décembre 1936, en double exemplaire. C’est-à-dire avec un frère jumeau, qui mourra jeune. Microcéphale mais pas idiot, il a grandi sous la “grande aisselle sombre” de Naples et vécu la libération de la ville par les Américains, en ce temps où les petits enfants se vendaient 3 dollars aux appétits libérateurs, comme le raconta Curzio Malaparte dans La Peau. Sa peau à lui, Bobo l’a sauvée, mais sa tête, non. En 1952, on l’enferme dans un hôpital psychiatrique. Quarante-quatre ans plus tard, Pippo Delbono l’en fait sortir. Il a 60 ans. Sa vie ne fait que commencer. 

Cet épisode, le metteur en scène l’a maintes fois raconté: comment il était venu faire du théâtre à l’asile dans un moment où tout allait mal dans sa vie, comment le petit homme au corps de femme l’a adopté, comment il l’a suivi tel un chien sans collier: “Il avait quelque chose de doux et de poétique. Une tendresse… quelque chose de rare. Chaque matin, il m’attendait avec un drapeau. Chaque soir, il me raccompagnait. Un jour, le directeur m’a dit: Il voudrait partir avec toi.”  

[dall’articolo di Laurence Liban, apparso su L’Express, nel 2009]

Unwrapping Silvia Gribaudi. La grazia e il corpo libero

Se non lo faccio adesso, davvero finisce che la promessa non la mantengo più. Avevo scritto, qualche mese fa, che sarei tornato a parlare del lavoro di Silvia Gribaudi. Lo faccio ora, alla fine dell’anno, scartando l’ultima grazia che il 2018 concede, prima del botto.

Silvia è la profetessa italiana del corpo libero. Non quello della ginnastica, che è molto legato anzi, alla forza e alla muscolatura. Ma il corpo davvero libero, quello che si è affrancato dagli obblighi e dai doveri a cui le culture lo costringono.

Perché oggi, più che in altre epoche, più che in altre società, il corpo è prigioniero.

Il corpo, un mito d’oggi

Prigioniero di un’idea o – secondo pagine mai tramontate di Roland Barthes – di un mito d’oggi che lo vorrebbe sempre tonico e dinamico, armonioso, proporzionato, e magro. Insomma bello, toccato dalla grazia.

Antonio Canova, Le tre Grazie (copia in gesso conservata a Possagno)

All’opposto di quelli mitici, i corpi veri non sempre sono giovani, tonici, proporzionati, scattanti, flessibili. Quasi mai asciutti. Ma è questa la loro bellezza. Il Vero e il Bello vanno assieme da millenni.

La storia personale di Slivia Gribaudi racconta proprio questa sua scoperta. A dieci anni era la tipica bambina che sognava di fare la ballerina classica. A vent’anni coronava il suo sogno, lavorando con il linguaggio d’école per il Teatro Regio di Torino (la sua città d’origine) e la Fenice di Venezia, e con il contemporaneo per numerose altre compagnie.

Ma il corpo ha le sue vie, e bisogna assecondarne le trasformazioni. Quando, a trent’anni, anche il corpo di Silvia ha cominciato a modificarsi, allontanandosi sempre di più dal mito della ballerina, sono cominciati i guai. Però – come insegna il buddismo – debolezze e limiti possono essere trasformati in punti di forza. Così il suo corpo mitico ha lasciato il posto a un corpo politico.

What age are you acting? / Le età relative

Ho capito che, per restare performer, dovevo far lavorare le parti grasse” dice. “Rido sempre quando penso a queste parti del corpo che, quando cammini hanno una loro danza, a prescindere dal tuo controllo“. In altre parole, un’estetica curvy.

Da quella decisione, maturata nel tempo, sono nati progetti e spettacoli che hanno scavalcato l’anonimato e l’omologazione del corpo classico, per andare a costruire la personalità coreografica di Silvia Gribaudi.

A corpo libero, del 2009, appunto. E soprattutto la coreografia di R.osa – Dieci esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano (Premio Ubu 2017). Accanto a laboratori con persone over 60, confluiti poi nei progetti pluriennali What age are you acting? / Le età relative e Oggi è il mio giorno e numerosi corsi e esperienze seminariali condotti in Italia e all’estero.

I temi della danza partecipata e della danza di comunità, diffuse, sottratte ai recinti del professionismo, sono sempre più sentiti in ambito coreografico (alcuni nomi soltanto: Virgilio Sieni, Jérôme Bel, Sharon Fridman, Marco Chenevier). Il che non significa che queste declinazioni coreografiche non incrocino la Bellezza.

Tre uomini, il Canova, la grazia

È il pensiero che Silvia Gribaudi sta coltivando oggi e che – con il coinvolgimento di tre danzatori professionisti – guarda a giugno 2019. Il momento in cui a Castiglioncello debutterà ufficialmente Graces: un lavoro che dalla bellezza neoclassica di Antonio Canova prende le mosse. Per indagare come l’idea del Bello, oltre che culturalmente relativa, sia un principio vitale e salubre. Splendore, gioia, prosperità, questo spandono le Tre Grazie, tre punti cardinali fissati tra il 1812 e il 1817 da Canova nel marmo, che Gribaudi libera dagli stereotipi di tempo e di genere, e svela con il balsamo dell’ironia.

residenza per Graces – Gradisca d’Isonzo, dicembre 2018

Tre uomini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) e la stessa Gribaudi stanno lavorando fin dal dicembre 2017 a questa creazione, prodotta da Zebra e vincitrice del progetto CollaborAction XL 2018/19. Un lavoro di ricerca, paziente, che ha li ha visti e li vedrà lavorare a tappe in numerose residenze: al Danstationeen Danscentrum Skånes Dansteater di Malmö in Svezia, ad Armunia a Castiglioncello, alla Fondazione Piemonte dal Vivo, a L’Arboreto di Mondaino, e nelle scorse settimana ad Artefici, progetto residenziale attivato da a.ArtistiAssociati di Gorizia.

È qui – più esattamente nel teatro di una cittadina piccola e accogliente, Gradisca d’Isonzo – che ho intercettato il loro lavoro. Che in questa fase, ancora preparatoria, mette assieme procedimenti di alto virtuosismo, intrecciati al graffio di una dissacrazione piena di grazia.

Come fermare, per un momento almeno, la sfuggente idea di Bello? Come modellarne il simulacro contemporaneo, eternamente fluidificato da pulsazioni di moda e oscillazioni del gusto? Come interrogare la cultura, le culture, per scoprire sotto il velo che le tre divinità sorreggono, il ruolo della natura? Ma sopratutto come far spazio nella nostra vita, oggi, alla Bellezza e alla Grazia?

A chi li considera concetti astratti, sorpassati oggi, bisognerebbe sussurrare all’orecchio che sono indispensabili. E salutari, prima di tutto.

A Maribor, il miglior teatro sloveno contemporaneo

Si è avviata oggi in Slovenia, la 53esima edizione del Maribor Theatre Festival (Festival Borštnikovo Srečanje), il più importante appuntamento della scena slovena contemporanea.

In oltre cinquant’anni di vita la manifestazione – con i suoi  Premi Borštnik, che vengono assegnati agli spettacoli migliori – è diventata lo show-case delle produzioni annuali di quel Paese.

Ma soprattutto nel decennio scorso, il Festival si è trasformato: ha acquisito un ruolo internazionale, ha stretto nuovi rapporti, ha arricchito e diversificato il cartellone, che non si limita solo agli spettacoli nazionali. Diretta da Aleš Novak, questa edizione 2018 comprende anche produzioni invitate dall’estero, workshop e attività di formazione e di sviluppo del pubblico, con una particolare attenzione per gli studenti – Maribor ospita una affollata Università – che potranno partecipare a convegni, tavole rotonde, eventi professionali realizzati in collaborazione tra partner sloveni e stranieri. O portare in scena gli allestimenti realizzati nei numerosi corsi di teatro .

Non manca, come è oramai indispensabile, un percorso di valorizzazione turistica e eno-gastronomica per accreditare Maribor, seconda città dopo Lubiana, capitale della Stira slovena e capitale europea della Cultura nel 2012, al ruolo di Città degli Eventi.

Tra i quali appunto questo Festival, già dedicato a Ignacij Borštnik (1858 – 1919), la figura che più ha contribuito allo sviluppo della scena nazionale tra ‘800 e ‘900. Di lui conserva memoria il Premio più ambito: l’Anello Borštnik, che va alla carriera teatrale.

Ma superato di un balzo il secolo che ci separa da allora, il Maribor Theatre Festival rappresenta un’occasione di confronto internazionale oggi. In diverse lingue, inglese, tedesco, italiano, oltre che sloveno, qui si misura anche il clima teatrale europeo.

Se l’anello di Borštnik andrà quest’anno a un attore del Teatro nazionale Drama di Lubiana, Janez Škof,  il cartellone squaderna spettacoli che arricchiranno lo spazio teatrale internazionale nei prossimi giorni.

 Pippo Delbono, La gioia

Va ricordata ad esempio la presenza italiana di Pippo Delbono (con due titoli: Vangelo e la più recente creazione, La gioia), o quella sempre spiazzante del gruppo Via Negativa che assieme al Freies Theater di Duesseldorf presenta 365fall

Via Negativa, 365fall (ph. Marcandrea)

Parecchie produzioni slovene concorrono invece all’assegnazione dei Premi Borštnik. Si va da Odilo.Oscuration.Oratorio (diretto da Dragan Živadinov, per il Mladinsko Gledališče) un colpi di teatro sulla spietata carriera nazi di Odilo Globočnik a The Wall, The Lake (del Drama di Lubiana). Dalle sei ore da passare (a piacere) con Leja Jurišić e Marko Mandičin Together, al classico Ivan Cankar di Scandalo nella valle di San Floriano (regia di Eduard Miler), fino a Our Class che mette insieme la cordata formata dai teatri di Ptuj, Kranj e dal MiniTeater di Lubiana. Ma non dovrebbero mancare altre sorprese durante la premiazione finale.

Together (ph. Matija Lukić)

Premiazione he si svolgerà il 28 ottobre, data in cui il festival si conclude. Il programma completo si può leggere sul sito ufficiale, da dove è anche possibile scaricare il catalogo pdf.

Marionette e salute. Check-up per i Piccoli di Podrecca

Anche le teste di legno parlano. Se poi, come marionette, hanno avuto la fortuna di far parte di quella grande famiglia che Vittorio Podrecca aveva fondato e chiamato “I Piccoli”, tanto più importante è la loro voce. O meglio, quella dei loro marionettisti.

I Piccoli (ph. Eugenio Spagnol)

Fenomeno tra i più clamorosi dello spettacolo italiano di cento anni fa, I Piccoli di Podrecca ne avrebbero di storie e di racconti. “A rappresentare l’Italia nel mondo erano, in quel periodo, Arturo Toscanini e i Piccoli – spiega Alfonso Cipolla, uno dei massimi esperti di teatro di figura – in altre parole: l’opera lirica rappresentata tradizionalmente, e la bellezza della modernità che Podrecca vi aggiungeva”.

Un’infinita storia di bauli

Dagli anni ’10 (la compagnia venne fondata a Roma, nel 1914) la storia delle marionette Podrecca è anche una storia infinita di bauli che hanno fatto più volte il giro del mondo. “Quando partivano, era un treno che partiva… una compagnia di 40 persone, tra marionettisti e orchestrali fissi, tecnici e macchinisti, più un’enorme quantità di materiale” ricorda ancora Faustina Braga, marionettista quasi 90enne, restituendo i vividi ricordi di quei viaggi e le decine di casse, all’imbarco nelle stive dei transatlantici che a cominciare dagli anni ’30 trasportarono anche oltre oceano l’arte canora e gestuale di quegli straordinari pupazzi.

Marionettisti sul ponte e marionette dello spettacolo Varietà

Pupazzi che per decenni, dopo lo scioglimento della compagnia, hanno dormito là, dentro i loro bauli. E che adesso, tutti assieme, possono tornare a mostrarsi.

Si è infatti concluso il progetto di inventario, catalogazione (e in parte di restauro), avviato su bando del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che ha visto in prima fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (dal 1979 proprietario di quelle marionette) e la Cooperativa Cassiopea, che da decenni si dedica al restauro e alla manutenzione viva di questo patrimonio d’arte. (Leggi quanto scrivevo tre anni fa sullo spettacolo Una meravigliosa invenzione).

Alla Centrale Idrodinamica del Porto Vecchio di Trieste, giovedì 11 ottobre, è stata perciò annunciata la conclusione del lavoro di inventario e catalogazione. Alle quale hanno partecipato, oltre al personale dello Stabile Fvg, anche Barbara Della Polla e Ennio Guerrato della Cooperativa Cassiopea, e una ventina di studenti liceali che hanno incluso questa attività nei progetti di alternanza scuola – lavoro (in particolare i ragazzi della IV H, del Liceo Petrarca, coordinati da Patrizia Picamus).

Una carta d’identità per le marionette

Si è trattato di aprire bauli che non venivano aperti da decenni, più di 50, riportare alla luce quelle antiche marionette (alcune risalgono agli anni ’20), valutarne lo stato …di salute, e infine  attribuire loro un’identità, provando a capire a che spettacolo della Compagnia Podrecca appartenessero.

Varietà, i toreri (ph. Roberto Canziani)

Dunque un check-up in piena regola, finalizzato alla compilazione di una carta d’identità marionettesca per ciascuno degli oltre 500 pezzi di cui si compone la collezione. (Altri pezzi appartengono invece alla collezione di Maria Signorelli, ospiti del Centro Internazionale Podrecca -Signorelli, inaugurato nel 2016 a Cividale Del Friuli, città d’origine dei Podrecca).

Dai bauli sono scaturite sorprese. “È stato un lavoro meticoloso – spiega Barbara Della Polla – perché già in passato erano stati avviati alcuni inventari, mai completi però. Ora quei contenitori hanno svelato i loro segreti, e in qualche caso ci hanno entusiasmato”.

Varietà, i mariachi (ph. Roberto Canziani)

Nel dare respiro alle antiche teste di legno, oltre a immancabili segni del tempo (e a tarli e tarme), gli specialisti e gli studenti hanno trovato pezzi di altissimo artigianato. Ad esempio: la marionetta della Scimmia fumatrice, che grazie a un ingegnoso sistema di fili e tubicini permetteva al pupazzo i tipici movimenti scimmieschi. Ma anche di godersi davanti al pubblico una fumigante sigaretta (a fumare e a soffiare nei tubi, dall’alto del ponte di manovra, era ovviamente il marionettista).

Inedito e di gran bella fattura (“quasi un’opera scultorea”) il Formichiere, appartenuto a chissà quale spettacolo. Bella e ben conservata anche la marionetta “tropicale” di Carmen Miranda, regina delle lunghe tournée mondiali dei Piccoli.

Varietà, Carmen Miranda (ph. Roberto Canziani)

“Dopo aver allestito opere musicali in tutta Europa – spiega Della Polla – i Podrecca capirono di dover varcare l’oceano e si misero in viaggio per Nord e Sudamerica. Ma dall’altra parte dei mari i gusti del pubblico erano differenti. Ecco allora l’idea di concentrarsi sulle meraviglie visive di uno spettacolo intitolato Varietà in cui confluivano i più disparati generi musicali e i più incredibili virtuosismi tecnici”.

Varietà diventa un’attrazione  mondiale

Con quel carosello di numeri, Varietà e i suoi pupazzi divennero un’attrazione mondiale – ciò che appunto ricordava Cipolla. Esemplare in questo senso la storia di una marionetta in abito di Arlecchino, diventata famosa negli Stati Uniti, come “presentatore” di show serali.

Varietà, il coro jazz (ph. Roberto Canziani)

La scoperta più curiosa è quella di un pezzo risalente forse agli anni ’20. Catalogato come “giovane giullare”, il corpo della marionetta è privo della testa, ma alle estremità spuntano incomprensibili zampe d’uccello. “È stata una bella sorpresa ritrovare, però in un altro baule, una testa di pappagallo che combacia perfettamente con quel corpo. Una figura antropomorfa, con caratteri animali” segnala infine Della Polla.

Dai pezzi storici, il catalogo della collezione si estende a creazioni più recenti. Sono inventariate anche le marionette che registi come Francesco Macedonio, Furio Bordon, Roberto Piaggio, Giulio Ciabatti hanno fatto costruire ex novo per i loro spettacoli: Flauti Magici, Belle Addormentate, o le favole di Carlo Goldoni e Carlo Gozzi. Che sono andati a comporre, a cominciare dagli anni ’80, il nuovo teatro di figura in Fvg, eredità della tradizione “mondiale” dei gloriosi marionettisti Podrecca.

L’Arcadia in Brenta, di Goldoni e Galuppi, regia Francesco Macedonio, 1985

Una versione ridotta di questo post è appara sull’edizione cartacea del quotidiano IL PICCOLO, venerdì 12 ottobre 2018.

Squeeze It. Il concorso che spreme i giovani creativi


Un bando sta facendo il giro dell’Europa. Si intitola Squeeze It e chiama a concorso gli artisti under 30 del continente. Quelli che creano e danno forma a idee contemporanee situate sul crocevia di arti visive, teatro e nuove tecnologie di comunicazione.

A lanciare Squeeze It, per una nuova edizione internazionale – la terza – è Trieste Contemporanea, think tank che ha sede all’estremità orientale dell’Italia, ma da decenni lavora sull’orizzonte d’Europa. La scadenza per la presentazione delle candidature è il 12 novembre 2018.

   

Nato nel 2014 come progetto sostenibile, a basso costo e di piccole dimensioni (low cost & small format contest), Squeeze It prende le mosse dal verbo inglese che significa spremere. Ma diventa in questo caso un motto: se la mancanza di risorse impedisce ai giovani una agile emersione, l’indicazione è di muoversi elaborando formati e competenze nuove. Spremile! raccomanda il titolo.

Fluidità come rapporto tra le arti

Il concorso biennale si rivolge a questa nuova generazioni di artisti internazionali e incentiva i futuri professionisti a realizzare progetti inediti che si caratterizzino per “l’incontro dinamico tra la nuova creatività del Teatro, i linguaggi delle Arti Visive e l’Information Technology integrata nei Nuovi Media”. Un territorio oramai centrale per le arti che sempre di più tendono alla fluidità dei linguaggi – performance, danza, poesia, sound engineering e video mapping – nell’intreccio degli stimoli e dei segnali che si amplificano reciprocamente.

Promettenti sono già state le edizioni che hanno messo in luce – nel 2014 e nel 2016 – un collettivo croato (Komična Hunta) e un performer proveniente dal Belgio (Bastien Poncelet). Naturalmente under 30.

Dedicato a quell’attivatore di culture che è stato Franco Jesurun, già nelle due edizioni passate Squeeze It ha definito il suo profilo originale. La proposta di base, rivolta ai giovani creativi europei, è di ideare un progetto dal vivo, low budget e in formato small, che duri non più di 16 minuti e possa trovare posto in uno spazio di 4m x 4m x 4m. Il concorso non comporta spese di iscrizione, ma l’invio di un videoclip di presentazione del progetto (durata massima 4′).

Fianco a fianco con i video-maker

Sostenibile e a basso costo è anche il traguardo della vittoria.  Oltre a un workshop di alcuni giorni a Trieste con professionisti dei singoli settori, Squeeze It mette in palio ogni due anni la collaborazione con un video-maker e regista internazionale a fianco del quale il vincitore o i vincitori elaboreranno un prodotto video artistico di impatto e qualità professionale. Nella prima edizione il premio consisteva nelle giornate che Komična Hunta ha trascorso fianco a fianco con l’artista italo-albanese Adrian Paci. Per la seconda, il premio assegnato a Poncelet, ovvero il regista, è stato il croato Dalibor Martinis (www.dalibormartinis.com). L’edizione 2018 prevede che a condurre il workshop di videoproduzione sia il polacco Mirosław Bałka (miroslaw-balka.com).

Workshop 2014 con Adrian Paci
Workshop 2016 con Dalibor Martinis

Le fasi conclusive dell’edizione 2018 si svolgeranno a Trieste, nella seconda settimana di dicembre. La serata finale con proclamazione del vincitore, sabato 15 dicembre, allo Studio Tommaseo, dove ha sede Trieste Contemporanea.

   

Il bando, in lingua italiana e in lingua inglese si trova a questo indirizzo.

Nel sito di Squeeze It esiste anche una galleria con i video di presentazione inviati da tutti i finalisti. Ottimo atlante sul quale disegnare oggi una rotta per la giovane creatività europea.

Con Tiago Rodrigues, disegnando l’Europa

“Si sono fatti una promessa, molto tempo fa. Ritrovarsi ogni anno, in questo stesso giorno, in questo stesso luogo. Da allora ne è passato di tempo. Lui è tornato là ogni anno. Lei mai. Almeno finora. Ora però si incontreranno. Hanno alle spalle strade diverse. Parlano lingue diverse. Questa sarà la loro storia. E non sarà soltanto una”.

L’Ecole des Maîtres è un corso internazionale e itinerante di perfezionamento teatrale. Ogni anno (da quando Franco Quadri l’ideò, cioè da 28 anni) l’Ecole dà a una ventina di giovani attori tra i 24 e i 35 anni la possibilità di lavorare con i maestri della scena mondiale. Maestri che, in più un quarto secolo, sono stati leoni bianchi della regia europea – Ronconi, Stein, Dodin – o gli esponenti di un nuovo teatro d’autore – Fabre, Delbono, ricci/forte – o ancora i nomi di spicco di un altro continente – l’argentino Rafael Spregelburd, la brasiliana Christane Jatahy.

Fossero britannici come Matthew Lenton, o lituani come Eimuntas Nekrošius, croati come Ivica Buljan, il problema che l’Ecole e i suoi “studenti” internazionali hanno sempre posto loro era lo stesso: la lingua, le lingue, la necessità di un territorio comune nella diversità delle provenienze. Ognuno dei maître l’ha risolto a modo proprio: perché ciascuno portava nel proprio lavoro e nella pedagogia, una certa idea d’Europa e di ciò che dovrebbe essere un attore oggi, in questa Europa. Progettare l’attore europeo è del resto la mission dell’Ecole.

“Finché ci saranno i caffè ci sarà l’Europa” dice ora Tiago Rodrigues, regista, attore e autore portoghese, maître di questa edizione 2018 (qui una breve scheda su di lui e sul progetto). “I caffè sono luoghi dove ci si incontra si scambiano idee, nascono pensieri nuovi, senza l’assillo del risultato. Sono il simbolo di un’Europa che, più che sulla libera circolazione delle merci, dovrebbe poggiare sulla libera circolazione di persone e idee”.

In tempi così controversi per questo continente, può essere salvifica l’immagine proposta da un regista che alla fine di quest’anno riceverà a San Pietroburgo, il Premio Europa per il Teatro. Rodrigues parla seduto in mezzo ai suoi sedici studenti. Vengono da Francia, Belgio, Portogallo, Italia, e hanno superato la selezione che li ha portati qui, in provincia di Udine, a Villa Manin di Passariano. Proprio la villa che ospito Napoleone, nei giorni del trattato di Campoformido. Tanto per restare in tema d’Europa.

Perigo Feliz – Felice Pericolo

Per i suoi allievi Rodrigues ha creato la storia che ho raccontato all’inizio. E ha lasciato che per una settimana, a coppie, lavorassero attorno a quella situazione. Ciascuno nella propria madrelingua, ma anche nelle altre lingue, con tutte le incomprensioni, gli inciampi, gli errori. Con il pericolo felice – è titolo di questa sessione dell’Ecole – che scaturisce dall’incontro e ancor più dallo scontro delle lingue. Così la situazione iniziale si è moltiplicata, le figure del racconto si sono caricate di senso, hanno acquisito voci e corpi, e ciascuna storia ha preso una direzione diversa.

“Penso a un ramo che si spezza per il peso della neve appena caduta. Ma l’albero a cui io penso – un pino – non è per forza di cose l’albero a cui pensi tu – un larice, una betulla -. Ci sono mondi diversi dietro alle stesse parole”.

A Villa Manin, l’altra sera, in una delle barchesse, Rodrigues ha aperto al pubblico le porte di questo lavoro, sviluppato sotto l’egida del Css – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila italiano dell’Ecole. Pericolo Felice proseguirà anche nelle prossime settimane, quando nel suo percorso internazionale, l’Ecole si riaprirà anche al pubblico di Roma (nel cartellone di Short Theatre, al Teatro India, il 5 settembre) e poi di Coimbra e Lisbona, Reims e Caen, infine Liegi, il primo ottobre.

Un continente di traduzioni

“Io credo nella forza lingue locali – continua Rodrigues – nel mio caso la lingua portoghese, perché contengono una ricchezza, una cultura, una storia, che vengono loro da radici profonde. Ma oggi chi fa teatro – prosegue – non può pensare più a un pubblico locale. Vedo in futuro un continente di traduzioni, in cui ciascuno si sforza di capire e farsi capire. Ma al rischio dell’incomprensione, del tradimento linguistico, antepongo la sfida creativo dell’invenzione. Tradurre è tradire, ma anche sollecitare conoscenze nuove”.

“Fin dal primo momento – riassume Nicola Borghesi, uno dei quattro italiani selezionati per questa Ecole 2018 – mi è sembrato un approccio al lavoro del palcoscenico molto diverso da quello della regia tradizionale. Del lavoro con Rodrigues, mi ha colpito sopratutto la tranquillità di chi non ha bisogno di giungere a un risultato immediato, di confezionare un prodotto da mostrare, e si prende invece il tempo per esplorare i pensieri e le parole degli altri”.

Proprio come succede al caffè, quando per ristorarci un attimo, mettiamo da parte l’ansia del lavoro e ci lasciamo andare al gusto della chiacchiera. Anche senza pensare che finché ci saranno caffè, ci sarà Europa.

[le immagini sono di Miguel Mando e Giovanni Chiarot].

Teatro in quattro portate: chilometro zero e tovaglie a quadri

Metti un’antica città in Toscana. La piazzetta, di sera, proprio sopra le mura. Un’infilata di tavoli apparecchiati per un centinaio di persone. Fiaschi di vino e teatro.

È un teatro che parla dalle finestre e dai portoni, da strette rampe di scale e botole che si aprono sulle cantine. E che si muove tra le tavolate. La fisarmonica, i canti e gli stornelli toscani per innaffiare il menù. A dettarlo è la storia locale, i suoi personaggi, le sue vicende. Ma non solo quelle, anzi: qui è lo sguardo di una piccola comunità che si pone domande sulle trasformazioni del pianeta. Si cena tutti assieme. Quattro portate, su colorate tovaglie a quadri.

Teatro a chilometro zero

Ci sono angoli della nostra penisola dove si pratica un teatro a chilometro zero: popolare, schietto, non abitudinario. Tre, in Toscana, li posso segnare a dito.

Monticchiello, in Val d’Orcia, era il tema di un post del mese scorso.  Montelpulciano con il suo Bruscello vanta la tradizione più lunga e ha storie antiche da raccontare (qui il loro sito). 

Ad Anghiari sono stato pochi giorni fa. Da ventitré anni nelle sere d’agosto – davanti alla piana che con la sua battaglia ispirò Leonardo – qui si distende la Tovaglia a quadri che dà il titolo alla manifestazione. E qui si fa quel teatro.

Anghiari (AR) – Tovaglia a quadri

È teatro popolare, per molte ragioni. Perché a farlo è la gente di Anghiari, che nel vestirsi da personaggio, racconta le proprie storie, così come le vive, così come le ha sentite.  È teatro popolare, perché i modi della messa in scena sono comprensibili, scanzonati, per forza di cose saporiti. Anche se il tema che affrontano non sempre è ridanciano. Anche se qualche volta si parte da problemi, paure, preoccupazioni. È teatro popolare, perché anche Tovaglia a quadri, si iscrive in una tradizione italiana di culture subalterne che rivendicano, oggi come secoli fa, i propri valori davanti all’egemonia dei potenti. Non è più il conflitto di classe, non è nemmeno lo scontro tra metropoli e campagna, la sordità della burocrazia e delle istituzioni. Adesso è un tema di portata globale. Ma ha conseguenze immediate, pratiche, spesso drammatiche sulla realtà locale.

Amazon ci ammazza

Basta guardarsi intorno. Chiude il negozio di abbigliamento, croce e delizia delle donne del vicinato, ora che gli sconti di Groupon e Zalando lo hanno stritolato. Chiude la libreria new age e libertaria, messa in ginocchio dai prezzi di Amazon. E Genio, il giovanotto tuttofare che riparava ogni cosa, dal frullatore al televisore, si arrende alla obsolescenza programmata: consiglia pure lui di ricomprare nuovi il minipimer, lo smartphone, l’automobile che non funzionano più: basta riparazioni. Anche l’osteria locale, rinomata per la pasta fatta in casa (qui si chiamano brìngoli, ma altrove sono i pici) si adatta a consegne in stile Foodora.

Strizzando l’occhio al gigante del commercio elettronico mondiale, il titolo che Tovaglia a quadri ha scelto quest’anno – Ci Ammazzon – racconta l’impatto del tecnologico digitale sulla vita delle piccole comunità. Quelle delle botteghe sotto casa, della fila all’ufficio postale il giorno della pensione, dell’osteria dove si va a pranzo ogni domenica. Oggi invece whatzapp e home banking.

Ma non è rimpianto né voglia di conservazione. E non è affatto retroguardismo. Progressi e danni delle nuove tecnologie sono un problema complesso che il teatro permette di oggettivare, lasciando a nudo le chiacchiere e le polemiche, smascherando la demagogia dei politici. E le urla degli agitatori.

Ciò che faceva – con lo stesso piglio – la commedia nella Grecia antica, quando chiamava in assemblea i cittadini  e sottoponeva loro i problemi, interrogandoli con il ghigno laico della risata. 

Nomi profondi come radici

Così, da 23 anni, si snodano le storie di Tovaglia a quadri. A volte toccano episodi di cronaca locale, a volte rievocano momenti del passato, di Anghiari o della Val Tiberina. Le hanno sempre elaborate i due fondatori , Andrea Merendelli (anche regista dell’evento) e Paolo Pennacchini. E chi lavora con loro, con il naturale ricambio generazionale, son tutti gente del luogo, memoria vivente e comunità operante. C’è chi di anni ne ha quasi ottanta e chi nemmeno venti. Cittadini-attori e collaboratori dai nomi profondi come radici: Ermindo, Armida, Maris. Attori-cantori che si esprimono in quella  parlata locale che fa la salubre biodiversità del nostro Paese.

Chi abita qui, comprende ogni accenno, ogni sfumatura. Chi invece viene da lontano – sono tanti ogni sera – entra in rapporto con il carattere indipendente e sapido degli anghiaresi. Intanto – alternate ai quattro quadri di questo teatro glocal – passano disinvolte altrettante portate, frutto eccellente della cucina toscana. Crostini rossi e neri, brìngoli al sugo finto, spezzatino di chianina con patate arroste (ma ogni anno c’è una sorpresa speciale). E infine, cantucci col vin santo.

Ed è già notte quando la storia sembra finita. Ma la storia non finisce mai, e le tovaglie a quadri, solo un po’ stropicciate, saranno presto pronte per una nuova replica, per un’altra puntata. Basta distenderle di nuovo sotto le mura medievali.

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CI AMMAZZON

una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, regia di Andrea Merendelli, con la gente del Poggiolino:  Katia Talozzi, Elisa Cenni, Stefania Bolletti, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Alessandro Severi, Rossano Ghignoni, Andrea Valbonetti, Ermindo Santi, Gabriele Leoni, Andrea Finzi, Pietro Romanelli, e HALDO, intelligenza artificiale. Appunti musicali ricomposti da Mario Guiducci. Produzione Associazione Culturale Tovaglia a quadri.

Anghiari (Arezzo), il Poggiolino, dal 10 al 19 agosto 2018