A Maribor, il miglior teatro sloveno contemporaneo

Si è avviata oggi in Slovenia, la 53esima edizione del Maribor Theatre Festival (Festival Borštnikovo Srečanje), il più importante appuntamento della scena slovena contemporanea.

In oltre cinquant’anni di vita la manifestazione – con i suoi  Premi Borštnik, che vengono assegnati agli spettacoli migliori – è diventata lo show-case delle produzioni annuali di quel Paese.

Ma soprattutto nel decennio scorso, il Festival si è trasformato: ha acquisito un ruolo internazionale, ha stretto nuovi rapporti, ha arricchito e diversificato il cartellone, che non si limita solo agli spettacoli nazionali. Diretta da Aleš Novak, questa edizione 2018 comprende anche produzioni invitate dall’estero, workshop e attività di formazione e di sviluppo del pubblico, con una particolare attenzione per gli studenti – Maribor ospita una affollata Università – che potranno partecipare a convegni, tavole rotonde, eventi professionali realizzati in collaborazione tra partner sloveni e stranieri. O portare in scena gli allestimenti realizzati nei numerosi corsi di teatro .

Non manca, come è oramai indispensabile, un percorso di valorizzazione turistica e eno-gastronomica per accreditare Maribor, seconda città dopo Lubiana, capitale della Stira slovena e capitale europea della Cultura nel 2012, al ruolo di Città degli Eventi.

Tra i quali appunto questo Festival, già dedicato a Ignacij Borštnik (1858 – 1919), la figura che più ha contribuito allo sviluppo della scena nazionale tra ‘800 e ‘900. Di lui conserva memoria il Premio più ambito: l’Anello Borštnik, che va alla carriera teatrale.

Ma superato di un balzo il secolo che ci separa da allora, il Maribor Theatre Festival rappresenta un’occasione di confronto internazionale oggi. In diverse lingue, inglese, tedesco, italiano, oltre che sloveno, qui si misura anche il clima teatrale europeo.

Se l’anello di Borštnik andrà quest’anno a un attore del Teatro nazionale Drama di Lubiana, Janez Škof,  il cartellone squaderna spettacoli che arricchiranno lo spazio teatrale internazionale nei prossimi giorni.

 Pippo Delbono, La gioia

Va ricordata ad esempio la presenza italiana di Pippo Delbono (con due titoli: Vangelo e la più recente creazione, La gioia), o quella sempre spiazzante del gruppo Via Negativa che assieme al Freies Theater di Duesseldorf presenta 365fall

Via Negativa, 365fall (ph. Marcandrea)

Parecchie produzioni slovene concorrono invece all’assegnazione dei Premi Borštnik. Si va da Odilo.Oscuration.Oratorio (diretto da Dragan Živadinov, per il Mladinsko Gledališče) un colpi di teatro sulla spietata carriera nazi di Odilo Globočnik a The Wall, The Lake (del Drama di Lubiana). Dalle sei ore da passare (a piacere) con Leja Jurišić e Marko Mandičin Together, al classico Ivan Cankar di Scandalo nella valle di San Floriano (regia di Eduard Miler), fino a Our Class che mette insieme la cordata formata dai teatri di Ptuj, Kranj e dal MiniTeater di Lubiana. Ma non dovrebbero mancare altre sorprese durante la premiazione finale.

Together (ph. Matija Lukić)

Premiazione he si svolgerà il 28 ottobre, data in cui il festival si conclude. Il programma completo si può leggere sul sito ufficiale, da dove è anche possibile scaricare il catalogo pdf.

Marionette e salute. Check-up per i Piccoli di Podrecca

Anche le teste di legno parlano. Se poi, come marionette, hanno avuto la fortuna di far parte di quella grande famiglia che Vittorio Podrecca aveva fondato e chiamato “I Piccoli”, tanto più importante è la loro voce. O meglio, quella dei loro marionettisti.

I Piccoli (ph. Eugenio Spagnol)

Fenomeno tra i più clamorosi dello spettacolo italiano di cento anni fa, I Piccoli di Podrecca ne avrebbero di storie e di racconti. “A rappresentare l’Italia nel mondo erano, in quel periodo, Arturo Toscanini e i Piccoli – spiega Alfonso Cipolla, uno dei massimi esperti di teatro di figura – in altre parole: l’opera lirica rappresentata tradizionalmente, e la bellezza della modernità che Podrecca vi aggiungeva”.

Un’infinita storia di bauli

Dagli anni ’10 (la compagnia venne fondata a Roma, nel 1914) la storia delle marionette Podrecca è anche una storia infinita di bauli che hanno fatto più volte il giro del mondo. “Quando partivano, era un treno che partiva… una compagnia di 40 persone, tra marionettisti e orchestrali fissi, tecnici e macchinisti, più un’enorme quantità di materiale” ricorda ancora Faustina Braga, marionettista quasi 90enne, restituendo i vividi ricordi di quei viaggi e le decine di casse, all’imbarco nelle stive dei transatlantici che a cominciare dagli anni ’30 trasportarono anche oltre oceano l’arte canora e gestuale di quegli straordinari pupazzi.

Marionettisti sul ponte e marionette dello spettacolo Varietà

Pupazzi che per decenni, dopo lo scioglimento della compagnia, hanno dormito là, dentro i loro bauli. E che adesso, tutti assieme, possono tornare a mostrarsi.

Si è infatti concluso il progetto di inventario, catalogazione (e in parte di restauro), avviato su bando del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che ha visto in prima fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia (dal 1979 proprietario di quelle marionette) e la Cooperativa Cassiopea, che da decenni si dedica al restauro e alla manutenzione viva di questo patrimonio d’arte. (Leggi quanto scrivevo tre anni fa sullo spettacolo Una meravigliosa invenzione).

Alla Centrale Idrodinamica del Porto Vecchio di Trieste, giovedì 11 ottobre, è stata perciò annunciata la conclusione del lavoro di inventario e catalogazione. Alle quale hanno partecipato, oltre al personale dello Stabile Fvg, anche Barbara Della Polla e Ennio Guerrato della Cooperativa Cassiopea, e una ventina di studenti liceali che hanno incluso questa attività nei progetti di alternanza scuola – lavoro (in particolare i ragazzi della IV H, del Liceo Petrarca, coordinati da Patrizia Picamus).

Una carta d’identità per le marionette

Si è trattato di aprire bauli che non venivano aperti da decenni, più di 50, riportare alla luce quelle antiche marionette (alcune risalgono agli anni ’20), valutarne lo stato …di salute, e infine  attribuire loro un’identità, provando a capire a che spettacolo della Compagnia Podrecca appartenessero.

Varietà, i toreri (ph. Roberto Canziani)

Dunque un check-up in piena regola, finalizzato alla compilazione di una carta d’identità marionettesca per ciascuno degli oltre 500 pezzi di cui si compone la collezione. (Altri pezzi appartengono invece alla collezione di Maria Signorelli, ospiti del Centro Internazionale Podrecca -Signorelli, inaugurato nel 2016 a Cividale Del Friuli, città d’origine dei Podrecca).

Dai bauli sono scaturite sorprese. “È stato un lavoro meticoloso – spiega Barbara Della Polla – perché già in passato erano stati avviati alcuni inventari, mai completi però. Ora quei contenitori hanno svelato i loro segreti, e in qualche caso ci hanno entusiasmato”.

Varietà, i mariachi (ph. Roberto Canziani)

Nel dare respiro alle antiche teste di legno, oltre a immancabili segni del tempo (e a tarli e tarme), gli specialisti e gli studenti hanno trovato pezzi di altissimo artigianato. Ad esempio: la marionetta della Scimmia fumatrice, che grazie a un ingegnoso sistema di fili e tubicini permetteva al pupazzo i tipici movimenti scimmieschi. Ma anche di godersi davanti al pubblico una fumigante sigaretta (a fumare e a soffiare nei tubi, dall’alto del ponte di manovra, era ovviamente il marionettista).

Inedito e di gran bella fattura (“quasi un’opera scultorea”) il Formichiere, appartenuto a chissà quale spettacolo. Bella e ben conservata anche la marionetta “tropicale” di Carmen Miranda, regina delle lunghe tournée mondiali dei Piccoli.

Varietà, Carmen Miranda (ph. Roberto Canziani)

“Dopo aver allestito opere musicali in tutta Europa – spiega Della Polla – i Podrecca capirono di dover varcare l’oceano e si misero in viaggio per Nord e Sudamerica. Ma dall’altra parte dei mari i gusti del pubblico erano differenti. Ecco allora l’idea di concentrarsi sulle meraviglie visive di uno spettacolo intitolato Varietà in cui confluivano i più disparati generi musicali e i più incredibili virtuosismi tecnici”.

Varietà diventa un’attrazione  mondiale

Con quel carosello di numeri, Varietà e i suoi pupazzi divennero un’attrazione mondiale – ciò che appunto ricordava Cipolla. Esemplare in questo senso la storia di una marionetta in abito di Arlecchino, diventata famosa negli Stati Uniti, come “presentatore” di show serali.

Varietà, il coro jazz (ph. Roberto Canziani)

La scoperta più curiosa è quella di un pezzo risalente forse agli anni ’20. Catalogato come “giovane giullare”, il corpo della marionetta è privo della testa, ma alle estremità spuntano incomprensibili zampe d’uccello. “È stata una bella sorpresa ritrovare, però in un altro baule, una testa di pappagallo che combacia perfettamente con quel corpo. Una figura antropomorfa, con caratteri animali” segnala infine Della Polla.

Dai pezzi storici, il catalogo della collezione si estende a creazioni più recenti. Sono inventariate anche le marionette che registi come Francesco Macedonio, Furio Bordon, Roberto Piaggio, Giulio Ciabatti hanno fatto costruire ex novo per i loro spettacoli: Flauti Magici, Belle Addormentate, o le favole di Carlo Goldoni e Carlo Gozzi. Che sono andati a comporre, a cominciare dagli anni ’80, il nuovo teatro di figura in Fvg, eredità della tradizione “mondiale” dei gloriosi marionettisti Podrecca.

L’Arcadia in Brenta, di Goldoni e Galuppi, regia Francesco Macedonio, 1985

Una versione ridotta di questo post è appara sull’edizione cartacea del quotidiano IL PICCOLO, venerdì 12 ottobre 2018.

Squeeze It. Il concorso che spreme i giovani creativi


Un bando sta facendo il giro dell’Europa. Si intitola Squeeze It e chiama a concorso gli artisti under 30 del continente. Quelli che creano e danno forma a idee contemporanee situate sul crocevia di arti visive, teatro e nuove tecnologie di comunicazione.

A lanciare Squeeze It, per una nuova edizione internazionale – la terza – è Trieste Contemporanea, think tank che ha sede all’estremità orientale dell’Italia, ma da decenni lavora sull’orizzonte d’Europa. La scadenza per la presentazione delle candidature è il 12 novembre 2018.

   

Nato nel 2014 come progetto sostenibile, a basso costo e di piccole dimensioni (low cost & small format contest), Squeeze It prende le mosse dal verbo inglese che significa spremere. Ma diventa in questo caso un motto: se la mancanza di risorse impedisce ai giovani una agile emersione, l’indicazione è di muoversi elaborando formati e competenze nuove. Spremile! raccomanda il titolo.

Fluidità come rapporto tra le arti

Il concorso biennale si rivolge a questa nuova generazioni di artisti internazionali e incentiva i futuri professionisti a realizzare progetti inediti che si caratterizzino per “l’incontro dinamico tra la nuova creatività del Teatro, i linguaggi delle Arti Visive e l’Information Technology integrata nei Nuovi Media”. Un territorio oramai centrale per le arti che sempre di più tendono alla fluidità dei linguaggi – performance, danza, poesia, sound engineering e video mapping – nell’intreccio degli stimoli e dei segnali che si amplificano reciprocamente.

Promettenti sono già state le edizioni che hanno messo in luce – nel 2014 e nel 2016 – un collettivo croato (Komična Hunta) e un performer proveniente dal Belgio (Bastien Poncelet). Naturalmente under 30.

Dedicato a quell’attivatore di culture che è stato Franco Jesurun, già nelle due edizioni passate Squeeze It ha definito il suo profilo originale. La proposta di base, rivolta ai giovani creativi europei, è di ideare un progetto dal vivo, low budget e in formato small, che duri non più di 16 minuti e possa trovare posto in uno spazio di 4m x 4m x 4m. Il concorso non comporta spese di iscrizione, ma l’invio di un videoclip di presentazione del progetto (durata massima 4′).

Fianco a fianco con i video-maker

Sostenibile e a basso costo è anche il traguardo della vittoria.  Oltre a un workshop di alcuni giorni a Trieste con professionisti dei singoli settori, Squeeze It mette in palio ogni due anni la collaborazione con un video-maker e regista internazionale a fianco del quale il vincitore o i vincitori elaboreranno un prodotto video artistico di impatto e qualità professionale. Nella prima edizione il premio consisteva nelle giornate che Komična Hunta ha trascorso fianco a fianco con l’artista italo-albanese Adrian Paci. Per la seconda, il premio assegnato a Poncelet, ovvero il regista, è stato il croato Dalibor Martinis (www.dalibormartinis.com). L’edizione 2018 prevede che a condurre il workshop di videoproduzione sia il polacco Mirosław Bałka (miroslaw-balka.com).

Workshop 2014 con Adrian Paci
Workshop 2016 con Dalibor Martinis

Le fasi conclusive dell’edizione 2018 si svolgeranno a Trieste, nella seconda settimana di dicembre. La serata finale con proclamazione del vincitore, sabato 15 dicembre, allo Studio Tommaseo, dove ha sede Trieste Contemporanea.

   

Il bando, in lingua italiana e in lingua inglese si trova a questo indirizzo.

Nel sito di Squeeze It esiste anche una galleria con i video di presentazione inviati da tutti i finalisti. Ottimo atlante sul quale disegnare oggi una rotta per la giovane creatività europea.

Con Tiago Rodrigues, disegnando l’Europa

“Si sono fatti una promessa, molto tempo fa. Ritrovarsi ogni anno, in questo stesso giorno, in questo stesso luogo. Da allora ne è passato di tempo. Lui è tornato là ogni anno. Lei mai. Almeno finora. Ora però si incontreranno. Hanno alle spalle strade diverse. Parlano lingue diverse. Questa sarà la loro storia. E non sarà soltanto una”.

L’Ecole des Maîtres è un corso internazionale e itinerante di perfezionamento teatrale. Ogni anno (da quando Franco Quadri l’ideò, cioè da 28 anni) l’Ecole dà a una ventina di giovani attori tra i 24 e i 35 anni la possibilità di lavorare con i maestri della scena mondiale. Maestri che, in più un quarto secolo, sono stati leoni bianchi della regia europea – Ronconi, Stein, Dodin – o gli esponenti di un nuovo teatro d’autore – Fabre, Delbono, ricci/forte – o ancora i nomi di spicco di un altro continente – l’argentino Rafael Spregelburd, la brasiliana Christane Jatahy.

Fossero britannici come Matthew Lenton, o lituani come Eimuntas Nekrošius, croati come Ivica Buljan, il problema che l’Ecole e i suoi “studenti” internazionali hanno sempre posto loro era lo stesso: la lingua, le lingue, la necessità di un territorio comune nella diversità delle provenienze. Ognuno dei maître l’ha risolto a modo proprio: perché ciascuno portava nel proprio lavoro e nella pedagogia, una certa idea d’Europa e di ciò che dovrebbe essere un attore oggi, in questa Europa. Progettare l’attore europeo è del resto la mission dell’Ecole.

“Finché ci saranno i caffè ci sarà l’Europa” dice ora Tiago Rodrigues, regista, attore e autore portoghese, maître di questa edizione 2018 (qui una breve scheda su di lui e sul progetto). “I caffè sono luoghi dove ci si incontra si scambiano idee, nascono pensieri nuovi, senza l’assillo del risultato. Sono il simbolo di un’Europa che, più che sulla libera circolazione delle merci, dovrebbe poggiare sulla libera circolazione di persone e idee”.

In tempi così controversi per questo continente, può essere salvifica l’immagine proposta da un regista che alla fine di quest’anno riceverà a San Pietroburgo, il Premio Europa per il Teatro. Rodrigues parla seduto in mezzo ai suoi sedici studenti. Vengono da Francia, Belgio, Portogallo, Italia, e hanno superato la selezione che li ha portati qui, in provincia di Udine, a Villa Manin di Passariano. Proprio la villa che ospito Napoleone, nei giorni del trattato di Campoformido. Tanto per restare in tema d’Europa.

Perigo Feliz – Felice Pericolo

Per i suoi allievi Rodrigues ha creato la storia che ho raccontato all’inizio. E ha lasciato che per una settimana, a coppie, lavorassero attorno a quella situazione. Ciascuno nella propria madrelingua, ma anche nelle altre lingue, con tutte le incomprensioni, gli inciampi, gli errori. Con il pericolo felice – è titolo di questa sessione dell’Ecole – che scaturisce dall’incontro e ancor più dallo scontro delle lingue. Così la situazione iniziale si è moltiplicata, le figure del racconto si sono caricate di senso, hanno acquisito voci e corpi, e ciascuna storia ha preso una direzione diversa.

“Penso a un ramo che si spezza per il peso della neve appena caduta. Ma l’albero a cui io penso – un pino – non è per forza di cose l’albero a cui pensi tu – un larice, una betulla -. Ci sono mondi diversi dietro alle stesse parole”.

A Villa Manin, l’altra sera, in una delle barchesse, Rodrigues ha aperto al pubblico le porte di questo lavoro, sviluppato sotto l’egida del Css – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila italiano dell’Ecole. Pericolo Felice proseguirà anche nelle prossime settimane, quando nel suo percorso internazionale, l’Ecole si riaprirà anche al pubblico di Roma (nel cartellone di Short Theatre, al Teatro India, il 5 settembre) e poi di Coimbra e Lisbona, Reims e Caen, infine Liegi, il primo ottobre.

Un continente di traduzioni

“Io credo nella forza lingue locali – continua Rodrigues – nel mio caso la lingua portoghese, perché contengono una ricchezza, una cultura, una storia, che vengono loro da radici profonde. Ma oggi chi fa teatro – prosegue – non può pensare più a un pubblico locale. Vedo in futuro un continente di traduzioni, in cui ciascuno si sforza di capire e farsi capire. Ma al rischio dell’incomprensione, del tradimento linguistico, antepongo la sfida creativo dell’invenzione. Tradurre è tradire, ma anche sollecitare conoscenze nuove”.

“Fin dal primo momento – riassume Nicola Borghesi, uno dei quattro italiani selezionati per questa Ecole 2018 – mi è sembrato un approccio al lavoro del palcoscenico molto diverso da quello della regia tradizionale. Del lavoro con Rodrigues, mi ha colpito sopratutto la tranquillità di chi non ha bisogno di giungere a un risultato immediato, di confezionare un prodotto da mostrare, e si prende invece il tempo per esplorare i pensieri e le parole degli altri”.

Proprio come succede al caffè, quando per ristorarci un attimo, mettiamo da parte l’ansia del lavoro e ci lasciamo andare al gusto della chiacchiera. Anche senza pensare che finché ci saranno caffè, ci sarà Europa.

[le immagini sono di Miguel Mando e Giovanni Chiarot].

Teatro in quattro portate: chilometro zero e tovaglie a quadri

Metti un’antica città in Toscana. La piazzetta, di sera, proprio sopra le mura. Un’infilata di tavoli apparecchiati per un centinaio di persone. Fiaschi di vino e teatro.

È un teatro che parla dalle finestre e dai portoni, da strette rampe di scale e botole che si aprono sulle cantine. E che si muove tra le tavolate. La fisarmonica, i canti e gli stornelli toscani per innaffiare il menù. A dettarlo è la storia locale, i suoi personaggi, le sue vicende. Ma non solo quelle, anzi: qui è lo sguardo di una piccola comunità che si pone domande sulle trasformazioni del pianeta. Si cena tutti assieme. Quattro portate, su colorate tovaglie a quadri.

Teatro a chilometro zero

Ci sono angoli della nostra penisola dove si pratica un teatro a chilometro zero: popolare, schietto, non abitudinario. Tre, in Toscana, li posso segnare a dito.

Monticchiello, in Val d’Orcia, era il tema di un post del mese scorso.  Montelpulciano con il suo Bruscello vanta la tradizione più lunga e ha storie antiche da raccontare (qui il loro sito). 

Ad Anghiari sono stato pochi giorni fa. Da ventitré anni nelle sere d’agosto – davanti alla piana che con la sua battaglia ispirò Leonardo – qui si distende la Tovaglia a quadri che dà il titolo alla manifestazione. E qui si fa quel teatro.

Anghiari (AR) – Tovaglia a quadri

È teatro popolare, per molte ragioni. Perché a farlo è la gente di Anghiari, che nel vestirsi da personaggio, racconta le proprie storie, così come le vive, così come le ha sentite.  È teatro popolare, perché i modi della messa in scena sono comprensibili, scanzonati, per forza di cose saporiti. Anche se il tema che affrontano non sempre è ridanciano. Anche se qualche volta si parte da problemi, paure, preoccupazioni. È teatro popolare, perché anche Tovaglia a quadri, si iscrive in una tradizione italiana di culture subalterne che rivendicano, oggi come secoli fa, i propri valori davanti all’egemonia dei potenti. Non è più il conflitto di classe, non è nemmeno lo scontro tra metropoli e campagna, la sordità della burocrazia e delle istituzioni. Adesso è un tema di portata globale. Ma ha conseguenze immediate, pratiche, spesso drammatiche sulla realtà locale.

Amazon ci ammazza

Basta guardarsi intorno. Chiude il negozio di abbigliamento, croce e delizia delle donne del vicinato, ora che gli sconti di Groupon e Zalando lo hanno stritolato. Chiude la libreria new age e libertaria, messa in ginocchio dai prezzi di Amazon. E Genio, il giovanotto tuttofare che riparava ogni cosa, dal frullatore al televisore, si arrende alla obsolescenza programmata: consiglia pure lui di ricomprare nuovi il minipimer, lo smartphone, l’automobile che non funzionano più: basta riparazioni. Anche l’osteria locale, rinomata per la pasta fatta in casa (qui si chiamano brìngoli, ma altrove sono i pici) si adatta a consegne in stile Foodora.

Strizzando l’occhio al gigante del commercio elettronico mondiale, il titolo che Tovaglia a quadri ha scelto quest’anno – Ci Ammazzon – racconta l’impatto del tecnologico digitale sulla vita delle piccole comunità. Quelle delle botteghe sotto casa, della fila all’ufficio postale il giorno della pensione, dell’osteria dove si va a pranzo ogni domenica. Oggi invece whatzapp e home banking.

Ma non è rimpianto né voglia di conservazione. E non è affatto retroguardismo. Progressi e danni delle nuove tecnologie sono un problema complesso che il teatro permette di oggettivare, lasciando a nudo le chiacchiere e le polemiche, smascherando la demagogia dei politici. E le urla degli agitatori.

Ciò che faceva – con lo stesso piglio – la commedia nella Grecia antica, quando chiamava in assemblea i cittadini  e sottoponeva loro i problemi, interrogandoli con il ghigno laico della risata. 

Nomi profondi come radici

Così, da 23 anni, si snodano le storie di Tovaglia a quadri. A volte toccano episodi di cronaca locale, a volte rievocano momenti del passato, di Anghiari o della Val Tiberina. Le hanno sempre elaborate i due fondatori , Andrea Merendelli (anche regista dell’evento) e Paolo Pennacchini. E chi lavora con loro, con il naturale ricambio generazionale, son tutti gente del luogo, memoria vivente e comunità operante. C’è chi di anni ne ha quasi ottanta e chi nemmeno venti. Cittadini-attori e collaboratori dai nomi profondi come radici: Ermindo, Armida, Maris. Attori-cantori che si esprimono in quella  parlata locale che fa la salubre biodiversità del nostro Paese.

Chi abita qui, comprende ogni accenno, ogni sfumatura. Chi invece viene da lontano – sono tanti ogni sera – entra in rapporto con il carattere indipendente e sapido degli anghiaresi. Intanto – alternate ai quattro quadri di questo teatro glocal – passano disinvolte altrettante portate, frutto eccellente della cucina toscana. Crostini rossi e neri, brìngoli al sugo finto, spezzatino di chianina con patate arroste (ma ogni anno c’è una sorpresa speciale). E infine, cantucci col vin santo.

Ed è già notte quando la storia sembra finita. Ma la storia non finisce mai, e le tovaglie a quadri, solo un po’ stropicciate, saranno presto pronte per una nuova replica, per un’altra puntata. Basta distenderle di nuovo sotto le mura medievali.

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CI AMMAZZON

una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, regia di Andrea Merendelli, con la gente del Poggiolino:  Katia Talozzi, Elisa Cenni, Stefania Bolletti, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Alessandro Severi, Rossano Ghignoni, Andrea Valbonetti, Ermindo Santi, Gabriele Leoni, Andrea Finzi, Pietro Romanelli, e HALDO, intelligenza artificiale. Appunti musicali ricomposti da Mario Guiducci. Produzione Associazione Culturale Tovaglia a quadri.

Anghiari (Arezzo), il Poggiolino, dal 10 al 19 agosto 2018

Jakop Ahlbom. Anche il teatro reclama l’horror

Svedese, adottato dall’Olanda, Jakop Ahlbom è un bizzarro autore, regista, inventore, attore e acrobata, che condivide con molti cinefili la passione per i film di genere: le lunghe saghe degli horror che costellavano gli anni ’60, le commedie ridicole dei tempi Buster Keaton, il cinema surreale. O pellicole di culto, come Shining.

Da qualche anno, con determinazione, Ahlbom prova a reinventare per la scena tutte le meraviglie, i trucchi, le emozioni, ma soprattutto le paure che quelle pellicole nel secolo scorso suscitavano.

Jakop Ahlbom – Horror

Giunto alle fasi finali il Festival di teatro contemporaneo della Biennale mette in campo proprio Alhbom, uno dei suoi campioni.

Horror è lo spettacolo che lo ha reso famoso (oggi, venerdì 3, al Teatro delle Tese, Arsenale, ore 21.45) e rappresenta il manifesto del suo stile, unico e pieno di sorprese.

Nella casa infestata dai fantasmi

Nella classica tradizioni dei thriller Horror racconta di una donna che assieme a due amici torna nella vecchia casa dei genitori. Per scoprire che sull’edifico pesa il ricordo di una cruenta tragedia famigliare. Nessuno dei tre sa cosa sia accaduto alla sorella maggiore, ma lo spirito della defunta è là, pronto a accogliere i nuovi venuti. E sono i flashback e i teatralissimi colpi di scena a far riemergere il passato. L’unico modo per sopravvivere in quell’ambiente, infestato e pericoloso, sarà confrontarsi con la terribile verità sepolta. Personaggi e spettatori assieme.

“Ahlbom sa usare gli effetti speciali come un maestro” ha scritto la stampa internazionale. “Riesce a inventare un orrore terrificante, oscuro, immondo, ma anche comico, nella tradizione dell’assurdo, e soprattutto ben recitato. Dimostrazione di un talento unico, stupefacente”.

L’altra creazione di Ahlbom ospitata in questa Biennale, Lebensraum, vuole invece onorare la grandezza di Buster Keaton (sabato 4, Teatro Piccolo Arsenale, 22.00).

“Keaton è una delle grandi fonti di ispirazione per il mio lavoro” spiega l’autore. “Lo spettacolo parla di due uomini che si sono creati una vita perfetta, un loro piccolo habitat. Ma in questo mondo manca qualcosa. Così decidono di costruire una bambola meccanica, che sbrighi le faccende di casa. E non solo”. Teatro fisico con una punta di magia. Come nei racconti ottocenteschi.

Un teatro atmosferico

In queste giornate finali, La Biennale ospita anche altri artisti di valore, esponenti di quel tema che il direttore Latella, ha scelto come titolo dell’edizione 2018: il confronto tra attore e perfomer.

Uno è lo svizzero Thom Luz, che per il suo “teatro atmosferico” spesso attinge al “Manuale dei fenomeni naturali insoliti” di William R. Corliss. A Venezia Luz presenta due spettacoli: When I die (venerdì 3, Tese dei Soppalchi, 19.00) e Girl from the Fog Machine Factory (sabato 4, Teatro alle tese, 19.00). “Amo raccontare storie come non si raccontano di solito – dice Luz – attraverso suoni e atmosfere”.

Thom Luz – Girl from the Fog Machine Factory – ph. Sandra Then

L’altro è l’italiano Giuseppe Stellato, con la prima mondiale del suo “Mind the gap” (Foyer delle Tese, ore 20.45, oggi e domani) e la ripresa di “Oblò”, (domani, ore 18), viaggio dentro il cestello di una lavatrice. In movimento, naturalmente.

Una maratona di baci

Giunge alle fasi finali anche la Biennale College, il percorso educational della Biennale Teatro 2018 (vedi un precedente post). Per dieci giorni, più di 150 giovani attori hanno lavorato con nove maestri di teatro italiano e internazionale attorno al tema del bacio. “Baciarsi non vuol dire amarsi – è lo spunto lanciato mesi fa da Latella – ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella vita.

Ne è nata Kiss me, la maratona di brevi performance di baci che avrà inizio domenica 5 al Teatro alle Tese, alle 15.00, e concluderà le 17 giornate del Festival.

 

Dopo Basaglia. Quel che resta di Marco Cavallo

Carlo Muscatello ed io c’eravamo, nel febbraio del 1973. Quando dentro al manicomio di San Giovanni a Trieste, assieme a gruppo di persone che guardavano avanti, Franco Basaglia dava avvio a una rivoluzione che avrebbe dovuto attendere cinque anni per manifestarsi.

Carlo ed io parleremo di quel decennio formidabile domani, giovedì 2 agosto, nella nuova puntata della trasmissione radiofonica Basaglia Live (ascolta qui le puntate precedenti), che per tutto il mese di luglio e per quello di agosto, ripercorre la strada che ci separa da allora. Ricordando che sono passati 40 anni giusti dalla pubblicazione – nel 1978 – della Legge 180. La legge che, grazie a Basaglia, ha trasformato la condizione del disagio mentale nel nostro Paese.

Se tutto ciò è avvenuto, è anche merito di un cavallo. Diventato famoso per il suo straordinario colore azzurro. Marco Cavallo.

 

Marco Cavallo a San Giovanni nel 2010 (ph. Damiano Skrbec)

A inventare e dare forma, con legno e cartapesta a Marco Cavallo furono due artisti, Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia. Peppe Dell’Acqua, psichiatra, che era là con loro, ricorda i dettagli di quella avventura in una bella intervista di qualche anno fa con Claudio Magris. Poi ci sono i libri che Giuliano ha scritto, quelli scritti da Peppe, la lunga sequenza di viaggi che ha portato Marco Cavallo dappertutto, addirittura dentro l’Expo di Milano.

Marco Cavallo all’Expo di Milano, con Giuliano Scabia e Peppe Dell’Acqua

Ma a me e a Muscatello piace ripartire da un’altra fotografia . L’aveva scattata Neva Gasparo il 25 febbraio del 1973.

Si sfonda il recinto del padiglione P (1973)

Nell’immagine si riconosce Franco Basaglia. Ha sollevato una panchina e con un movimento un po’ teatrale, la usa come un ariete. Con altre persone, vogliono sfondare la recinzione del reparto P, uno dei padiglioni del manicomio di San Giovanni. Perché si tratta di far uscire, in quella fredda giornata di sole, il cavallo azzurro che là dietro, in secondo piano, attende e scalpita impaziente. La prima uscita di Marco Cavallo porterà lungo le vie di Trieste e fin sul colle di San Giusto tutti coloro che, dentro al manicomio, lo hanno immaginato, costruito e dipinto di quello straordinario colore azzurro.

Mancano ancora cinque anni – il 1978 – affinché la Legge 180 riconosca che tanti altri cancelli, tante altre istituzioni psichiatriche vanno sfondate. Ma intanto il teatro ha fatto da apripista.

Marco Cavallo esce da San Giovanni (1973)

Perché l’avventura di Marco Cavallo non è stato solo un episodio nella storia della psichiatria e della percezione della malattia mentale.

E’ stata anche uno dei primi momenti in cui il teatro, in Italia, ha cominciato a manifestarsi fuori dei teatri. E’ stata la sua uscita dai recinti, il rifiuto della prosa, l’apertura a un panorama di problemi più vasto, decisamene più urgenti dei pur rispettabili tormenti – chessò – del giovane principe Amleto.

A 45 anni anni di distanza le cose sono cambiate. Oggi il teatro non sembra non occuparsi granché di chi vive il disagio della malattia mentale, la reclusione in carcere, la condizione di rifugiato, di chi si percepisce minoranza. Il “teatro sociale” ha corso difficile, proprio oggi che ce ne sarebbe fortemente bisogno.

Qualcosa però rimane. Ed è frutto di quella stagione, inaugurata da Basaglia, da Scabia, da giovani artisti e gruppi che aderirono allora, dentro quei padiglioni, trasormati in laboratori, alle loro proposte: il Centro d’espressione teatrale “Il cantiere”, per esempio. O il Teatro Studio di Claudio Misculin e Maurizio Soldà.

Claudio Misculin continua oggi il suo percorso con le attività dell’Accademia della Follia: un lungo percorso d’arte non imbrigliata, raccontato in un film da Anush Hamzehian (2015) e in numerose pubblicazioni.  Lo si può seguire sul profilo FB dello stesso Misculin, leggendo i numerosi articoli in rete, assistendo alle creazioni dei suoi attori “matti” (la più recente proprio ieri, sempre negli spazi del parco di San Giovanni).

 

Obelix e Asterix – Accademia della Follia

Cresciuta nel gruppo “Il cantiere”, Andreina Garella non ha tradito il mandato di quel “teatro sociale”. Ora lavora in Emilia, dove assieme a Mario Fontanini ha fondato Festina Lente Teatro. Una loro recente proposta, lo spettacolo La vita fragile, pieno della stessa forza che accompagnava le uscite di Marco Cavallo, ha mobilitato alcune settimane fa la Cavallerizza di Reggio Emilia, su proposta del Dipartimento di salute mentale di quella provincia.

La vita fragile - Festina Lente Teatro 2018
La vita fragile – Festina Lente Teatro 2018

E ha restituito alla gente gli allegri suoni di banda, le storie di inclusione, il diritto a essere diversi ma uguali, che molti di noi avevano dimenticato.

[Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sull’edizione di martedì 31 luglio del quotidiano IL PICCOLO di Trieste].

Biennale Teatro. Baciarsi non vuol dire amarsi

Baciarsi non vuol dire amarsi. Ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella nostra vita. Lo dice Antonio Latella. E non sarebbe sbagliato prenderla come augurio per la seconda edizione della Biennale Teatro da lui diretta, dopo quella del 2017. Si comincia domani, 20 luglio. Si va fino al 5 agosto. A Venezia, nell’Arsenale.

Fammi capire – dirà qualcuno – cosa c’entra baciarsi e la Biennale. Se è Biennale, vuol dire che capita ogni due anni. E se è Biennale Teatro, significa che ospita il meglio della scena teatrale internazionale. Sarebbe questo il compito che la Mostra veneziana – da sempre votata alle arti contemporanee – si è data nei suoi 125 anni (quasi) di storia.

Non è proprio così

Non è così per delle buone ragioni. Primo perché la Biennale, per alcune delle sue attività prevede una cadenza annuale. Succede per la Mostra del Cinema, per esempio. E succede anche per il Festival di Musica, quello di Danza, e appunto quello di Teatro. Che insieme fanno la Biennale dal vivo. Secondo perché la direzione del Teatro, affidata da due edizioni a Latella, non predilige il criterio del “meglio”.

Ciò che Latella ha cercato di fare nel 2017, definendo il tema della regia al femminile, e ciò che cerca di fare in questo 2018, ora che il tema è Attore/Performer, sarebbe piuttosto muoversi su una mappa di artisti e di processi artistici che, senza rappresentare l’olimpo della scena contemporanea, al contrario, abitano periferie, confini, le zone più movimentate, probabilmente le più inquiete di ciò che chiamiamo teatro. Ecco perché molti di loro, quelli chiamati a Venezia, sono figure poco o per niente note, anche a chi segue da vicino le scene. Parlo di gente come Jakop Ahlbom, svedese trapiantato in Olanda, o dello svizzero Thomas Luz, o dell’italiano Giuseppe Stellato. E penso anche alla parola Performer, che condivide il titolo di quest’anno con la parola Attore. Non è difficile immaginare chi è e che cosa fa un attore, o un’attrice. Più complesso inquadrare una o un performer. Collocarlo. Definirlo. Spiegare qual è il “mestiere” del performer. E perché si chiama così.

Potremmo lanciare in una sfida. O per farla più semplice, seguire da vicino il programma della Biennale 2018. Che è quello che farò da domani.

Giuseppe Stellato – Oblò – ph. Luna Cesari

Sì, ma il bacio. Che c’entra il bacio?

Ancora non lo so. So che il bacio è lo stimolo che Latella ha lanciato ai “maestri” che lavoreranno nella Biennale College (cioè nel settore formativo di questa edizione, circa una dozzina, soprattutto italiani, ma anche qualche straniero). “Il bacio è uno dei gesti più forti e misteriosi che esistano in natura. Conosciamo molti modi di baciare o di baciarsi che coinvolgono più parti del corpo” scrive Latella. Volete che la performance, il lavoro del performer non abbia a che fare con tutto questo? Mi incuriosisce pensare al bacio come atto performativo, alla sua antropologia, al fatto che coinvolga diverse sfere di comportamento, dalla più intima a quella istituzionale e religiosa, alla sua ritualità, e alla sua spinta alla trasgressione,  visto che in alcune zone del pianeta è ancora un tabù. Mi incuriosisce e mi farà guardare con un’attenzione speciale tutto quanto avverrà negli Spazi dell’Arsenale veneziano in questi quindici giorni.

 

E’ proprio vero che il primo bacio non si scorda mai?

Certo. Allo stesso modo è impossibile dimenticare il primo incontro con un artista che con il suo lavoro segna una trasformazione anche nel tuo modo di percepire il teatro, e in generale, nelle trasformazioni di questo linguaggio.

Non so se tutti gli incontri che mi capiterà di fare alla Biennale Teatro 2018 saranno memorabili. Non ne sono sicuro. Magari ve lo racconto alla fine. Ma so, o perlomeno intuisco, che alcune cose voglio a tutti i costi vederle.

Gisèle Vienne – Jerk

Ci sono le creazioni della franco-austriaca Gisèle Vienne (con i suoi lavori su figure inanimate e altamente sensuali, come quelle di I apologize, o di Jerk), della neozelandese Simone Aughterlony (che crea spazi attraverso nuove forme di narrazione), di Davy Pieters (l’olandese che muove dal vivo gli attori come in una clip di youtube). Mi aspetto molto da  Jakop Ahlbom,  che con l’amore per il cinema di genere, con thriller e horror teatrali, fa accapponare la pelle anche ai più smaliziati spettatori. E ancora Vincent Thomasset, un francese che si muove dentro le sfaccettature del linguaggio, Thomas Luz, svizzero e sperimentatore di una forma personale di teatro musicale, Clement Layes, con studi in coreografia, teatro, arti circensi. O l’italiano Giuseppe Stellato, che per esempio si è domandato che cosa succede se posizioniamo un microfono all’interno di una lavatrice e ne ha tratto il suo Oblò.

Jakop Ahlbom – Horror

Tutti invitati a presentare, non uno spettacolo, come accadeva nei decenni scorsi, ma una personale di lavori. Che si accompagna a ciò che su di loro ci racconta il catalogo di questa Biennale 2018. Tempestivamente pubblicato prima che il Festival prenda avvio (io l’ho avuto in mano più di un mese fa) e sapientemente costruito con la forza delle domande dal suo curatore, Federico Bellini.

Made in Italy. Infine una nota ci vuole.

Non trascuro, in chiusura, la prospettiva nazionale. Anche se non è nel mio carattere fare il tifo. Ma bisogna ricordare che entrambi i Leoni che incoronano questa edizione 2018 vanno a formazioni italiane. Il che non mi sembra sia mai capitato. Il duo Rezza/Mastrella (Leone d’oro) e il collettivo Anagoor (Leone d’argento): sono entrambe esperienze fuori dal mainstream teatrale. Lavorano su un percorso di confine, affacciato dove non saprei ben dire. Si intravede attorno il Rezza il territorio della performance. E ha a che fare con una spinta verso la pittura, la letteratura, la filosofia, forse verso una pedagogia del pubblico, anche la linea portante di Anagoor. Entrambi, e questo è sicuro, sono molto caratterizzati da visioni originali.

Anagoor – Socrate il sopravvissuto

C’è poi da mettere un segnalino speciale su Kronoteatro. Dopo aver visto due dei loro spettacoli, Latella si è convinto che valeva la pena puntare su questa formazione ligure, sul loro teatro di scontri generazionali. Così oltre ai due titoli precedenti, Cannibali e Educazione sentimentale, il 31 luglio debutta a Venezia anche la nuova produzione Cicatrici.

Kronoteatro

Ultima cosa da mettere in evidenza. Il contest di nuova regia under 30 che aveva preso avvio nell’edizione precedente (vedi un post del maggio 2017) arriva al suo primo esito. E Il cartellone mette in programma il progetto vincitore: gli ibseniani Spettri, di Leonardo Lidi, e la menzione speciale, a Fabio Condemi per Jakob von Gunten, romanzo-diario scritto nel 1909 da Robert Walser.

È con loro due, e non solo loro, che mi aspetto di vedere cosa possa diventare la futura regia In Italia. Sempre che regia sia la parola giusta.

Il programma completo è sul sito della Biennale.

Almada, dirimpetto a Lisbona, e il teatro transatlantico

Per andare da Lisbona ad Almada – che sta al di là del fiume Tago – si può naturalmente prendere il lungo e slanciato ponte che collega le due città.

Ma per un avvicinamento che mi è sempre piaciuto, formidabile fonte di suggestione, bisogna imbarcarsi a Cais do Sodré, poco lontano dalla  Praça do Comércio, attraversare in battello il fiume, e approdare sull’altra sponda, nel piccolo porto di Cacilhas.

Là si mangia un boccone, se c’è tempo addirittura un’açorda, il tipico zuppone portoghese, al ristorante O Farol, che in significa il faro. Poi soddisfatti, ci si inerpica lungo il vialone che risale la collina, per arrivare nel cuore di Almada.

Città operaia e centro popolare, a dirimpetto all’aristocratica e monumentale Lisbona, Almada era sede di gloriosi cantieri che oramai, nel tempo dei tablet e degli smartphone, hanno smarrito il ruolo.

Oggi ha un carattere ibrido. Il vento dell’innovazione – incarnato dai velocissimi e silenziosi tram che l’attraversano tutta, e da ragazzini sullo skate ancor più veloci – convive con l’atmosfera assonnata di vie più strette, giardini segreti, belvederi ombreggiati che si aprono sulla vista del Tago. E un grande frinir di cicale, in estate.

D’estate ad Almada si va per il suo festival di teatro

Che in un mio personale atlante, considero uno tra i più interessanti d’Europa. Di più dell’Europa. Perché grazie alla sua estrema posizione atlantica, grazie alla lingua, grazie alle scelte degli spettacoli ospiti, questo festival portoghese è anche una finestra spalancata su Centro e Sud America. Tutte le volte che ho trascorso qui le prime settimane di luglio, per me sono state vere lezioni di teatro transatlantico.

Al Festival di Almada, ho visto il mio primo Spregelburd, l’argentino very very smart. Ho imparato a leggere i testi di Daniel Veronese e del cileno Guillermo Calderòn, drammaturghi che adesso amo. Spesso la scena messicana mi è apparsa sotto altri occhi, vista da qua. Christiane Jatahy, la film-maker brasiliana che si destreggia tra video e scena, prima di arrivare due anni fa in Biennale, è passata da Almada. C’ho visto pure gli esotici spettacoli di Capo Verde.

Le poche cose che so (non così poche, a dire il vero) di teatro portoghese, le ho imparate qui, anche vedendo recitare Miguel Luis Cintra, il loro regista e attore più fascinoso, com’era da noi Mastroianni, o  Ricardo Pais. Oppure scrutando il lavoro di giovani e meno giovani formazioni, con volti che ho riconosciuto poi altrove.

la grafica dello scorso anno

Se il Festival è giunto alla 35sima edizione, il merito è di colui che negli anni Settanta lo ha fondato e diretto fino al 2012, Joaquim Benite. E, dopo la sua scomparsa, di chi tiene oggi in mano il timone artistico: Rodrigo Francisco, occhio allenato a riconoscere quando di buono si fa in Europa (volendo, non è mai stato difficile prendere un aperitivo con lui e con lo svizzero Marthaler …. ) ma attento pure a non tradire lo spirito locale, che porta ogni sera nel grande cortile di una scuola, spettacoli più popolari, ma molto godibili, che non fanno certo storcere il naso agli intellettuali che arrivano dalla vicina Lisbona (loro sì, passano sul ponte).

Dunque anche quest’anno vado ad Almada: per capire meglio come il teatro si muove in Portogallo. E anche altrove naturalmente. Il festival comincia oggi, e nonostante una riduzione significativa del finanziamento statale che ha fatto temere il peggio, da domani si prepara a srotolare un cartellone di spettacoli che lo confermano la più importante delle manifestazioni portoghesi. In fila ci sono nomi che in Italia conosciamo bene o abbastanza bene: Jan Lauwers e la NeedCompany dall’Olanda, i berlinesi della Familie Flöz, i belgi Transquinquennal, il francese Emmanuel Demarcy-Mota. direttore del Theatre de la Ville. C’è anche Pippo Delbono (con La gioia, che qui si chiama A alegria) visto che uno o due titoli del made in Italy ad Almada non mancano mai.

Freccette sul programma

Io però punto su nomi che non ancora conosco. E ho già messo le mie freccette sul programma. Kalakuta Republik, ad esempio, perché ad Avignone pare abbia lasciato il segno. E anche a TorinoDanza, dov’è velocemente passato in ottobre. Il suo coreografo-creatore, Serge Aimé Koulibaly, lo vorrei conoscere: per come ha lavorato sulla musica e sulla vita di Fela Kuti, musicista e attivista africano. Quello del funerale da un milione di persone.

Kalakuta Republik – ph. C. Doune

Poi c’è Liliom di Ferenc Molnár, testo fondante del teatro ungherese, messo in scena da un francese di talento, con il nome italiano, Jean Bellorini. E ancora una Sonnambula (sì, quella di Bellini) con la regia destrutturata di David Marton, che, nato compositore, si avvia a diventare il diretto erede delle malizie musicali di Marthaler e della perizia drammaturgica di Castorf.

La sonnambula – ph. Gabriela Neeb

Cose che mi incuriosiscono, per come possono avverarsi in scena, sono La riunificazione delle due Coree, di Joël Pommerat, con la regia di Paolo Magelli. O Clôture de l’amour, di Pascal Rambert, l’incontro verbale di boxe di una coppia, ma ripensato dal croato Ivica Buljan con il suo attore feticcio Marko Mandić e Pia Zemljič, compagna anche nella vita. 

Del teatro portoghese che vedrò – ce n’è tanto – e del teatro che sta al di là dell’Atlantico, per esempio dei messicani Babel, che in Arizona ci raccontano il muro di Trump, potrei parlare un po’ adesso. Ma è meglio che lo faccia un’altra volta, dopo essere tornato da Almada, per la stessa via d’acqua, traversando di nuovo il Tago sullo stesso battello. Dove credo che, dondolando, scriverò un nuovo post.

Il programma completo del festival è sul sito del Teatro Joaquim Benite di Almada, dateci un’occhiata.

Festival: andar per sentieri a luglio e agosto

Gli appuntamenti che contano, nell’estate teatrale, li conoscete tutti. Più o meno. I festival più vistosi, quelli con più risorse, investono volentieri in comunicazione. Manifesti, striscioni stradali, banner pubblicitari in rete, pagine e inserzioni sui quotidiani che ancora non hanno abbandonato la carta. Così è facile che il turista, anche se di passaggio, si accorga che a Napoli , a Venezia, a Spoleto, a Siracusa, o a pochi chilometri da Rimini, là a Santarcangelo, ogni serata  può diventare un incontro con il teatro. Chissà: lo spettacolo pop, o magari quello un po’ più ricercato. In un teatro antico, o in un’arena, magari sotto le stelle. Comunque un evento, come i media amano ripetere.

Oltre l’Italia dei grand tour, c’è però un’Italia meno vistosa, di provincia, con minori risorse. Una penisola teatrale di piccoli centri e periferie, che è  più complicato trovare sulle mappe. Una toponomastica sconosciuta ai flussi turistici importanti. Lo ricordavo in post di qualche settimana fa. Castrovillari, Fies, Sansepolcro, Polverigi, sono località su cui svettano la bandierine di altri itinerari. Non certo segreti, ma sicuramente più riservati,  percorsi e sentieri che spesso danno maggior soddisfazione.

Perciò, come fanno i ciclisti che amano il viaggio oltre che la meta, potrebbe essere questo il momento di disegnare sulla carta geografica – su Google Maps se risulta più comodo – gli altri sentieri del teatro. Tra i tanti possibili, ne scelgo oggi quattro, quelli che a luglio e agosto invitano a staccarsi dall’autostrada delle grandi manifestazioni, e a preferire  percorsi secondari. Che per paesaggio e visioni, sono anche più belli.

 

Monticchiello

Un po’ per amore, un po’ per il valore, la prima bandierina ho deciso di piantarla a Monticchiello, che sta nelle terre di Siena, più esattamente in val d’Orcia. Sarà il colore, il sapore, il carattere di questa nicchia toscana, ma Montichiello e il suo Teatro Povero, sono una di quelle tappe che, una volta nella vita, bisogna fare. Da più di 50 anni, ogni estate, un nuovo allestimento impegna tutto il paese nelle forme dell’autorappresentazione, con gli abitanti che interpretano se stessi.

Anche stavolta, nella piazzetta centrale, dal 21 luglio al 14 agosto i montichiellesi si raccontano e provano a capire come affrontare i problemi della contemporaneità in una comunità che resta fortemente contadina. Valzer di mezzanotte è il titolo dell’auto-dramma 2018, coordinato come ogni anno da Andrea Cresti (sul sito tutte le informazioni). Nota a margine: c’è chi sostiene che i pici toscani all’aglione, da ordinare dopo lo spettacolo, rappresentino un’esperienza mistica. L’indirizzo è: Taverna di Bronzone.

la piazza di Monticchiello (ph. EG)

Topolò

Qualcosa di simile capita anche a Topolò, in Friuli, un posto che bisogna davvero volerci andare, per trovarlo sulle mappe e poi raggiungerlo. Anche perché, se si presta fede all’ultimo censimento, gli abitanti qui sono 28. Ci troviamo nelle valli del fiume Natisone, a pochi chilometri dal confine di boschi che oggi separano – o uniscono – Italia e Slovenia. Ma per cinquant’anni quella è stata la temibile Cortina di Ferro. Agli inizi degli anni ’90, quando la cortina si è dissolta, è nata Stazione Topolò / Postaja Topolove, che forse non è un festival nel senso proprio della parola. Ma per dieci giorni, dal 6 al 15 luglio, le 67 case del paese, le stalle, i fienili, i prati diventano un incredibile laboratorio di performing arts. 

“Dopo il tramonto”, “nel pomeriggio”, “verso sera”, “con il buio” sono i soli orari conosciuti qui, alla Stazione, da dove non parte ovviamente nessun treno. Basta però immaginarlo. Così come immaginari, ma perfettamente funzionanti, sono gli altri luoghi di questo incredibile paese-installazione: le 5 ambasciate, l’Istituto di Topologia e Paesologia, l’ufficio postale per stati di coscienza , la sala d’aspetto per  scrittori e registi in transito , l’Officina Globale della Salute, l’Istituto per le Acque , la Pinacoteca Universale, l’ Università, la biblioteca per i libri del cuore, le antiche sinagoghe, le terme, l’ostello per i suoni trascurati. Provate a un’occhiata al programma, ideato da Moreno Miorelli e Donatella Ruttar, e ditemi se non vi viene voglia di andare a vedere.

gli spazi di Topolò Stazione (ph. Tanja Marmai)

La Cupa

Dall’estremo nord del Friuli alle piane meridionali del Salento il salto è grande: un’Italia intera. Ma anche qua,  nell’estrema Puglia, che pure conta centri di forte attrazione turistica – Lecce barocca, Gallipoli chiassosa – si possono  scegliere strade alternative. Tra campi di ulivi, masserie fortificate, torri colombaie e neviere, la nostra conduce a un avvallamento che fin dal nome è suggestivo: la valle della Cupa. Campi Salentina a qualcuno è nota per aver dato i natali a Carmelo Bene, ma Novoli e il suo Palazzo Baronale, Trepuzzi, il Santuario di Santa Maria a Cerrate, sono invece luoghi da esplorazione.

Impresa che I Teatri della Cupa (festival quest’anno alla 4a edizione e quindi giovanissimo) ci aiutano a fare. Dal 27 luglio al 3 agosto Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro congegnano un programma che sembra pensato per far percepire anche qui, tra le campagne, il respiro di un teatro che non è solo calendario di debutti e prime a tutti i costi, ma parla al pubblico di questi paesi. E ne tiene alta la temperatura, come del resto sanno fare  Licia Lanera, Antonella Questa, Oscar De Summa. Tanto per segnalare alcuni nomi, tra i tanti in cartellone. Altre notizie si  possono trovare qui.

il pubblico dei Teatri della Cupa (ph. Eliana Manca)

Albenga

L’ultima bandierina, oggi, mi piace piantarla ad Albenga, in Liguria sulla riviera di Ponente. Dove un progetto mette assieme originalità ideativa, tessuto economico-produttivo (le aziende flori-orto-frutticole locali), spazi non abituali (i loro stabilimenti, riallestiti scenograficamente e aperti al pubblico), convivialità legata al cibo, che si consuma tutti assieme. Terreni Creativi è un festival che ha fatto del seminare e del coltivare, soprattutto dubbi e cultura, la propria chiave di riconoscibilità teatrale. E con i suoi spettacoli in serra,  è riuscito a vincere almeno finora la sfida di un periodo tanto arido di contributi. Il progetto, cominciato otto edizioni fa, è valso a Kronoteatro uno dei premi di Rete Critica 2017. E l’invito cheAntonio Latella ha  fatto alla compagnia, di portare alla prossima edizione della Biennale Teatro, una personale dei loro spettacoli, vuole anche dire qualcosa.

Ma al di là del riconoscimento, la forza del festival (forse, di questi tempi, anche la sua debolezza) sta nell’essere sul territorio, inteso letteralmente, come humus e prospettiva agricola, là sulla riviera ligure dei fiori e delle palme (le  provincie di Imperia e di Savona). Diverse dalla fertilità turistica che arricchisce invece la riviera di Levante: Portofino e Cinque Terre in testa. E’ per questo che tra l’11 e il 13 agosto, la nona edizione di Terreni Creativi merita un attenzione speciale. Oltre che un viaggio verso questa Liguria, meno glamorous di quell’altra.  Ecco il link al sito, anche se in questo momento (fine giugno) il programma non è stato ancora ufficialmente presentato.

una delle serre di Terreni Creativi