Breaking news 2. I premi Tuttoteatro.com

In diretta, un attimo dopo l’annuncio di questa sera, dal Teatro India di Roma, ecco l’esito della tredicesima edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”.

la locandina 2019 del Premio Tuttoteatro.com

La giuria, composta da Roberto Canziani, Gianfranco Capitta, Rodolfo di Giammarco, Chiara Mignemi, Attilio Scarpellini e Mariateresa Surianello, ha scelto a maggioranza e per la prima volta nella storia del Premio, di assegnare un ex-aequo.

Risultano pertanto vincitori della edizione 2019 di Tuttoteatro.com.
la compagnia Sesti – Maiotti per Luca 4, 24 
la compagnia Beat Teatro per La Vacca 

Queste le motivazioni con cui vengono premiati i due studi.

LUCA 4, 24
“Tre lingue del teatro si incontrano per raccontare un accadere del mondo: quella della parola, quella della musica, quella del corpo. Divergono – seguendo ciascuna il proprio percorso d’arte – ma insieme ricostruiscono una storia dell’Italia di oggi. Le parole di Luca evangelista – il passo in cui la sacra scrittura testimonia che nessuno è profeta in patria, conducono lo spettatore alla condizione dei testimoni di giustizia, ganglio oscuro della nostra convivenza civile”.

LA VACCA
“Il desiderio, che muove notoriamente il sole e le altre stelle, muove anche il disegno di una periferia urbana in cui la scoperta delle pulsioni in due corpi ragazzini incontra e si confonde con l’atavica sottomissione delle bestie all’uomo. La vacca, etichetta che riduce a oggetto sessuale la nobile femmina bovina, rivela una convergenza di trame che non racconta, ma a cui allude. Emarginazione omologazione, biologia e turbamento di cuore”.

Il Premio Nicolini

Assieme al Premio Tuttoteatro.com, la giuria ha assegnato anche il Premio “Renato Nicolini”, che va a personalità “che si siano distinte nella progettazione, nella cura e nel sostegno delle attività culturali e artistiche, esprimendo col loro operare un rinnovamento delle dinamiche relazionali e della stessa politica culturale”.

MIMMO BORRELLI E EFESTOVAL
La sesta edizione del “Nicolini” premia Mimmo Borrelli e il suo Efestoval, “un festival povero forse di danari, quanto ricco di suggestioni e emozioni, che dei Campi Flegrei, quella terra ribollente di bullicame e sofferenza, fa un punto forte di rinascita e battaglia, per tutti”.

Breaking news 1. I premi di Rete Critica 2019

Percorso artistico

L’uomo che cammina di Dom vince l’edizione 2019 dei Premi Rete Critica, nella categoria PERCORSO ARTISTICO.

Ideazione, drammaturgia e regia DOM- / Leonardo Delogu, Valerio Sirna, produzione Teatro Stabile dell’Umbria ,organizzazione e guida Francesca Agabiti, liberamente ispirato all’omonimo fumetto di Jiro Taniguchi.

Segui il link a DOM,

Progettazione organizzativa

Per la categoria PROGETTO ORGANIZZATIVO la scelta della giuria ha premiato Moby Dick – Teatro dei Venti.

Ideazione e regia Stefano Tè, adattamento drammaturgico Giulio Sonno. Ideazione allestimento scenico Stefano Tè e Dino Serra; progettazione e realizzazione Dino Serra e Massimo Zanelli. Con Oksana Casolari, Marco Cupellari, Daniele De Blasis, Alfonso Domínguez Escribano, Federico Faggioni, Talita Ferri, Alessio Boni, Francesca Figini, Davide Filippi, Hannes Langanky, Giovanni Maia, Alberto Martinez, Amalia Ruocco, Antonio Santangelo, Mersia Valente, Elisa Vignolo.
Una produzione Teatro dei Venti, in co-produzione con Klaipeda Sea Festival (Lituania), con il sostegno della Regione Emilia Romagna, del Comune di Modena e della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, con il contributo del Comune di Dolo (VE) in collaborazione con l’Associazione Echidna.

Segui il link al Teatro dei Venti.

Strategia comunicativa

Per la categoria STRATEGIE DI COMUNICAZIONE, la vittoria è invece andata a Fattoria Vittadini.

In particolare per il Festival del silenzio, piattaforma aperta all’accessibilità e alla inclusione.

Segui il link a Fattoria Vittadini.

La sindrome di dicembre. Cento Babbi Natale per il teatro

Nomination, premi, finalisti, vincitori, giurie, regolamenti. Nelle due settimane che precedono le festività di dicembre, si concentrano gli appuntamenti che mettono in riga il teatro italiano. È la sindrome di Babbo Natale, che premia chi è più bravo. 

Premio Rete Critica 2019
Dicembre 2018, i vincitori della ottava edizione di Rete Critica

Bravo – a teatro – è una qualifica difficile da definire. Bravo è il risultato di valutazione complessa.

Bravo come. Bravo perché. Bravo da quando. 

Sulle scene italiane non mancano bravi attori. E brave attrici. Bravi regist*. Anche organizzatori e organizzatrici brav*. Per fortuna premi e menzioni abbondano, e se si è davvero bravi, in qualsiasi senso, un riconoscimento prima o poi lo si conquista. 

Rete Critica 2019

Fin da ieri pomeriggio, 6 dicembre, Rete Critica ha fatto da apripista. A Padova, al Teatro Verdi, complice lo Stabile del Veneto, il think-tank che raccoglie le principali testate online, riviste blog e webzine che trovano spazio nel web, ha incontrato i candidati ai tre premi previsti dal regolamento di Rete Critica: miglior percorso artistico, miglior progetto organizzativo, migliore strategia comunicativa

Premio Rete Critica 2019
Lorenzo Donati presenta l’edizione 2019 di Rete Critica

Costruita in nove anni di dibattito interno e da un’affilata selezione di vincitori, l’identità di Rete Critica è abbastanza chiara: individuare ciò che nasce e si sta muovendo sulle frontiere avanzate della scena, rendere visibile il nuovo, riconoscere credito ad artisti singoli e compagnie che elaborano idee, progetti, spettacoli, eventi, evitando le formule consolidate, lontani dalla comfort zone che garantisce l’attenzione di chi programma e quindi degli spettatori. 

Cacciatrici di talenti, buona parte delle 33 testate online di Rete Critica hanno continuato questa mattina il lavoro di valutazione. Davanti a loro, a presentare i propri progetti e gli spettacoli, i 10 finalisti delle 3 categorie. 

Percorso artistico o di compagnia
Davide Enia – L’Abisso
Silvia Gribaudi – Graces e Humana Vergogna
Dom – L’uomo che cammina
Il Mulino di Amleto – Platonov

Progetto organizzativo (Premio Sandra Angelini)
Teatro dei Venti – Moby Dick
Mutaverso Teatro – Erre Teatro
Festival Testimonianze Ricerca Azioni – Teatro Akropolis

Strategie comunicative
Fattoria Vittadini
Spettatore Professionista – Stefano Romagnoli
Compagnia Frosini / Timpano 

Dopo la discussione plenaria, a cavallo tra voti off-line e voti on-line – è il bello di chi abita le zone di transizione – questa sera, sabato 7, si conosceranno i risultati di questa nona edizione di Rete Critica.

Tuttoteatro.com 2019

Diversa è l’identità del Premio Tuttoteatro.com, edizione numero tredici, che fa tappa finale questo pomeriggio al Teatro India a Roma. È una giuria più ristretta, sei osservatori specializzati, quasi tutti con una militanza lunga nel campo della critica, quella che andrà scegliere, domani sera, 8 dicembre, il vincitore di un premio che riconosce 6.000 euro di incentivo alla realizzazione a un progetto inedito e mai rappresentato, scelto tra un centinaio di candidature. Una prima fase di selezione è avvenuta sulla base di elaborati cartacei e dei video pervenuti. Un secondo appuntamento al teatro Petrolini di Ronciglione (Roma), lo scorso novembre, ha verificato l’avanzamento in scena dei 19 progetti semifinalisti, e adesso nella due-giorni al Teatro India, si sviluppa la galleria delle 7 compagnie finaliste che presenteranno ciascuna uno studio scenico di una ventina di minuti e si contenderanno il titolo di vincitore, assieme all’assegno che lo nobilita anche economicamente.

I finalisti del Tuttoteatro.com 2019
La vacca – Beat Teatro (Napoli)
Pupitingè – Bifano-Campisi-di Mauro (Napoli)
F-Aìda. Eppue cantava ancora – Mana Chuma Teatro (Reggio Calabria)
Biografia dell’inquietudine – Lisa-Imprenditori di sogni (Roma)
Life – Emiliano Brioschi-Cinzia Spanò (Milano)
La luce delle parole – C.t.l. Lab/Marco Lungo (Latina)
Luca 4,24 – Sesti-Maiotti (Cannara PG)

Locandina Tuttoteatro.com 2019

Al Tuttoteatro.com, dedicato alla memoria di un collega critico teatrale, Dante Cappelletti, si affianca da oramai sei edizioni il Premio Nicolini (Renato Nicolini aveva fatto parte della giuria fino al momento della scomparsa ). Quest’anno il Nicolini premierà Mimmo Borrelli per il suo Efestoval, riconoscimento che va a personalità “che si siano distinte nella progettazione, nella cura e nel sostegno delle attività culturali e artistiche, esprimendo col loro operare un rinnovamento delle dinamiche relazionali e della stessa politica culturale”. Così recita il regolamento.

Al termine della serata di domani, 8 dicembre, in cui si vedrà realizzato, in prima nazionale, lo spettacolo che aveva ottenuto il Tuttoteatro.com 2017 (La Regina Coeli di Carolina Balucani e Matteo Svolacchia), la giuria annuncerà il vincitore 2019.

Giovani realtà del teatro 2019

Caratteristiche simili ha il Premio Giovani realtà del teatro, previsto a Udine la prossima domenica, il 15 dicembre, e organizzato dall’Accademia “Nico Pepe”. Anche qui, con il limite dell’under 35, una ventina di studi, trailer e monologhi si alterneranno in uno spazio storico dell’Accademia, il seicentesco oratorio del Cristo, dalle 10.00 del mattino fino al tardo pomeriggio. A differenziare il Premio udinese è la varietà delle giurie, esattamente 5, che si suddivideranno un montepremi di oltre 6.000 euro e un periodo di residenza multidisciplinare. Giuria artistica, giuria dei giornalisti, giuria dei docenti della “Nico Pepe”, giuria degli allievi e giuria del pubblico, individueranno i vincitori, seguendo propri specifici criteri.

Locandina Giovani realtà del teatro 2019

Premi Ubu 2019

Immediatamente a ruota, lunedì 16 dicembre, al Teatro Studio Mariangela Melato di Milano, la terza sala del Piccolo, ecco la serata dei Premi Ubu.

Tra i tanti eventi della sindrome di dicembre è il più longevo: 38 edizioni da quando la voce di Nunzio Filogamo, nel 1978, annunciò ai cari amici vicini e lontani i vincitori di quella prima edizione, collegata alla pubblicazione del primo Patalogo.

Locandina Premi Ubu 2019

In un precedente post ho già elencato le quindici nomination, tra le quali si vedranno spiccare il volo “i migliori del 2019” (così li definisce il regolamento dell’Ubu). La Milano prenatalizia renderà come sempre la cosa assai mondana. 

E se non foste per caso a Milano, una diretta radio all’interno di Radio Tre Suite, contornata dai mitici gruppi di ascolto Ubu, sparsi nella penisola, manterrà alta la tensione, fino al momento in cui a tarda ora, si proclamerà lo spettacolo dell’anno.

Ho fatto due conti e verificato che – membri delle diverse giurie – siamo più o meno in cento. Cento Babbi Natale del teatro. Che non si occupano di panettoni.

Per te perderò la testa, Giuditta. A Trend, tra gli appuntamenti 2019 con la scena britannica

A Roma, nel cartellone della rassegna Trend – nuove frontiere della scena britannica – debutta il 25 e 26 novembre Judith, un distacco dal corpo dell’autore londinese Howard Barker. Testo che il regista Massimo Di Michele affida all’interpretazione di Giuseppe Sartori, Federica Rosellini, Aurora Cimino. Rilettura contemporanea e tagliente (è il caso di dirlo) del racconto biblico di Giuditta.

Ho seguito le prove, che si sono svolte tra agosto e settembre nel progetto delle Residenze artistiche Artefici (vedi il sito), attivate a Gorizia da Artisti.Associati. Nel frattempo ho studiato anch’io il copione. La scrittura di Howard Barker scava e ribalta l’immagine di Giuditta, icona femminile biblica, eroina nazionale anzi, che i pittori hanno spesso ritratto nel suo gesto più clamoroso e raccapricciante: mentre taglia la testa a Oloferne.

Per avere le idee più chiare ho scritto un po’ di cose. Possono servire a entrare più facilmente in questa affilata storia. Le trascrivo qui sotto.

Giuditta di Howard Barker - regia Massimo Di Michele

Per te perderò la testa

A differenza di Salomè, che fece perdere la testa a Giovanni Battista, Giuditta non ha una grande visibilità teatrale. In compenso, in campo figurativo, sbaraglia la capricciosa danzatrice. Una spada taglia meglio di sette veli. E luccica di più.

Nel Libro detto appunto di Giuditta, la Bibbia riferisce di come Judith, ebrea morigerata, vedova e ricca, accompagnata dalla serva, si fosse introdotta nel campo dei nemici assiri, che assediavano la sua città, Betulia. L’intenzione era sedurre e ubriacare il generale Oloferne, per poi ucciderlo, salvando così il suo popolo dalla strage del giorno dopo. Missione portata a termine in modo meticoloso e con coraggio.

Trasferiscono Giuditta su tela o affresco, nientemeno che Botticelli, Mantegna, Giorgione, Tiziano, Michelangelo, Correggio e chissà quanti altri. Anche Cranach il vecchio e Gustav Klimt, naturalmente.

Iperrealisti prima dell’iperrealismo, Caravaggio e Artemisia Gentileschi ne fermano il momento saliente. La spada impugnata da Giuditta trapassa il collo barbuto di Oloferne. Un fiotto di sangue caldo sprizza dalla carotide e inonda il cuscino e il lenzuolo. Sembra di sentirne l’odore. Subito dopo, spiccata dal busto e ancora calda, la testa verrà riposta in un cesto. Israele è salvo.

Giuditta di Howard Barker - regia Massimo Di Michele

Un gesto patriottico

Quando riprende in mano la situazione, nel 1992, dopo aver scritto un primo abbozzo intitolato Le conseguenze impreviste di un gesto patriottico, il drammaturgo inglese Howard Barker tralascia tutto ciò che hanno fatto a teatro i suoi predecessori, compreso il tedesco Hebbel, cui si deve l’indagine più approfondita sul caso.

Freud e Lacan non sono passati invano e l’eroina del popolo, la salvatrice, Giuditta, mostra in Barker un comportamento complesso, stratificato, controverso. In lei si sommano pulsioni contrastanti e perverse. Non tradisce le tavole di Mosè, ma infrange i più primitivi e contemporanei tabù. Anche più estremi.

Non solo. È passato pure tanto teatro – postmoderno e dintorni – e i personaggi non si ritrovano più nella linearità della storia. Ci lasciano anzi credere di conoscere già la propria storia.

Giuditta di Howard Barker - regia Massimo Di Michele

Oloferne sa cosa accadrà a Oloferne. E non desidera altro: morire. La ruvidezza barbara è messa da parte e cresce invece in lui l’ansia esistenzialista. Secondo la storia, Giuditta lo dovrebbe ubriacare per portare a termine il suo piano. Peccato che l’Oloferne di Barker sia astemio. E Giuditta, più che nemica di quel nemico, ne sia sensualmente, mortalmente attratta.

Per tenerli sulla retta via, quella del racconto biblico, Barker assegna alla serva un rilievo che in nessun dipinto si era mai visto. Anzi, per il drammaturgo, è lei il propellente della vicenda omicida. La serva è la rappresentante e la volontà del popolo, la sua portavoce politica. Un’ideologa,dice Barker. 

Ognuno perfettamente sa cosa aspettarsi dall’altro. E dissimulare è sempre difficile. Raccontava Lacan l’incontro di due mercanti ebrei nello scompartimento di un treno: “Perché mi menti? Sì, perché mi menti dicendo che vai a Cracovia, affinché io pensi che vai a Lemberg, mentre vai veramente a Cracovia?”.

È complessa la psiche ebraica. E ha ragione l’Oloferne assiro e contemporaneo di Barker: c’è da perderci la testa.

Giuditta di Howard Barker - regia Massimo Di Michele

La locandina

locandina Judith di Howard Barker - regia Massimo Di Michele


Le immagini – dall’anteprima del 7/9/1019 al Teatro Verdi di Gorizia – sono di Giovanni Chiarot.

Qui Berlino, compagni. A voi, Italia. Passo e chiudo.

Nel giorno in cui la città festeggia i 30 anni dalla riunificazione tedesca, il regista Thomas Ostermeier porta in scena alla Schaubühne una commedia con presagi: Notte all’italiana (1930) di Ödön von Horváth

La strada sotto la mia finestra è interrotta. Lampeggianti blu. Auto e moto della polizia municipale di Berlino bloccano le intersezioni. Dopo pochi minuti, scortatissimo, passa il corteo delle limousine nere. Suppongo che si dirigano verso l’aeroporto, che è a pochi chilometri da qui. Con il loro carico prezioso. Quattro capi di stato: quello della Polonia, Andrzej Duda, quello ceco, Miloš Zeman, la slovacca Zuzana Caputová, e János Áder, l’ungherese.

I presidenti sovrani

Assieme a Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica tedesca, e a Frau Angela Merkel, i quattro capoccia del gruppo di Visegràd pochi minuti prima erano stati alla Porta di Brandeburgo, a complimentarsi reciprocamente per il trentennale della riunificazione tedesca, il 9 novembre 1989.

“Senza la voglia di libertà dei polacchi, degli ungheresi, dei cechi e degli slovacchi – ha detto Steinmeier – la rivoluzione pacifica nell’Europa dell’est e l’unità tedesca non sarebbero state possibili.”

Peccato fosse capitato il 9 novembre di 30 anni fa. Trenta, esattamente. Ora quelle stesse repubbliche rappresentano, anche per i tedeschi, la minaccia più consistente all’unità europea. Il fronte sovranista dell’Europa Centrale: il gruppo di Visegràd.

Certo, ci sarà pure Daniel Barenboim, alla stessa porta di Brandeburgo, ma un po’ più tardi, a innalzare verso il cielo le note della Nona di Beethoven che invita – come tutti sanno – alla fratellanza universale. Vale però la pena, nella giornata dei festeggiamenti, stare un po’ in guardia. E dopo aver imboccato Kurfürstendamm, i 3 chilometri e mezzo del luccicante viale dello shopping berlinese, arrivare fino alla piazza con il nome solenne, Adenauer, e dopo pochi metri, infilarsi nella sempre splendida architettura modernista della Schaubühne, uno dei teatri più importanti d’Europa.

Certe notti all’italiana

Perché stasera va in scena una commedia (chiamiamola così) di Ödön von Horváth che era andata in scena proprio a Berlino nel 1930. Fate un po’ i conti.

Il titolo è Italienische Nacht, Notte all’italiana. Non passa come il migliore fra i titoli di quel genio di von Horváth (il drammaturgo ungherese che era nato a Fiume, aveva passato la vita tra le capitali, scriveva in tedesco, e era morto a Parigi, 36 anni dopo, colpito da un ramo d’albero).  Eppure…

Eppure il genio berlinese di adesso, il regista Thomas Ostermeier, saldo al timone della sua Schaubühne, ne ha saputo fare un lavoro presago e inquietante. Proprio contemporaneo.

Ostermeier e le spranghe

Dunque, allora come ora: in una trattoria fuori città, un comitato di simpatizzanti di sinistra ha messo su una Festa dell’Unità (traduco così, liberamente, la notte all’italiana). Il trio musicale, affittato per l’occasione, suona Bella Ciao e Azzurro e si balla alla buona. Le discussioni sulla linea politica, i patetici discorsi del segretario locale, qualche bicchiere in più: insomma, si arriva alla zuffa. Fuori invece, la destra violenta e compatta, ragazzoni coi rayban, le bandiere, i tamburi, ha tutta l’intenzione di interrompere la festicciola. E suonare anch’essa qualche motivetto. Di quelli che si suonano con le spranghe. Perché in mattinata qualche balordo ha imbrattato un monumento ai sacri valori della patria.

Come dice la data – 1930 – il testo di von Horváth fotografa la Germania tre anni prima che bruci il Reichstag e Hitler ottenga i “pieni poteri“. Sì, avete capito bene.

La genialata di Ostermeier, e della splendida compagnia di attori della Schaubühne, è mettere in bocca agli uni e agli altri, al posto delle campagne antisemite di allora, le frasi fatte e l’aria fritta con cui il centrosinistra e la destra tedesca si confrontano oggi. Il dato più inquietante è la sottovalutazione di quelle spranghe e della rabbia populista. “A difenderci e a tenerci uniti – proclamano i compagni, sempre più divisi, anzi in aria di scissione – ci sono i valori della Costituzione”. Vedi un po’ tu, come è andata a finire, con la Costituzione tedesca.

Ma niente spiegoni

Senza farci lo spiegone, e ironizzando pure su questi ritratti di militanti balordi e facinorosi, il 51enne Ostermeier, nato quindi nel ’68, mette sull’avviso gli spettatori tedeschi (e anche noi, italiani, suppongo).

Meno Bella Ciao e più attenzione. Meno baruffe interne e occhi ben aperti su un futuro che non si presenta come una serena e stellata Italienische Nacht (la band ora suona perfida, Perfect day di Lou Reed) .

O forse sì: ha proprio l’aria di essere una nottata d’incubo, all’italiana.

Facciamo il punto sulla dislessia. Een scrviaimo propiro ooggi

È in corso, in Italia, la settimana nazionale della dislessia (7-13 ottobre): un disturbo dell’apprendimento che colpisce tra il 5 e il 12% della popolazione europea, secondo i dati ufficiali (puoi andare sul sito dell’AID Associazione Italiana Dislessia) . 

Nel nostro paese sono circa 2 milioni coloro che ogni giorno sono costretti a fare a pugni con lettere, numeri, righe, gli stessi che con sforzo e determinazione provano ogni giorno a leggere pagine di carta o pagine digitali, che ai loro occhi appaiono così.

Pagina di Repubblica del 10 ottobre 2019. giornata mondale della dislessia

In previsione della giornata mondiale della dislessia (the annual day of dyslexia), che cadrà sabato 12 ottobre, La Repubblica ha provato sensibilizzare i propri lettori facendo loro scoprire come una persona dislessica vede la pagina pubblicata oggi.

Io ne approfitto per recuperare dall’archivio di QuanteScene! un articolo pubblicato un anno e mezzo fa, a proposito di uno spettacolo che si occupava del tema: Cronache del bambino anatra, il testo di Sonia Antinori, interpretato da Maria Ariis e Carla Manzon. È un lavoro che meriterebbe, a mio avviso, lunga vita e intensa programmazione, più di quanta ne abbia avuta finora.

Potete leggerlo seguendo il link qui sotto, che vi riporta al marzo 2018.

In fila indiana al Festival dello Spettatore. Dove l’occhio è professionista

Un weekend a Arezzo per il Festival dello Spettatore 2019, dedicato alla partecipazione del pubblico e ai processi di cittadinanza attiva.

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

Nelken Line a Arezzo (ph. Mara Giammattei)

E se lungo le strade del centro storico, affollate il sabato sera, vi capitasse di incrociare una fila indiana di signore e signori vestiti eleganti. Elegantissimi anzi, da gran sera.

E se questi signori e signore, sfilando leggeri sulla musica di Louis Armstrong, muovessero braccia e mani per disegnare nell’aria geroglifici deliziosi.

Non potreste far altro che guardarli incuriositi, invidiosi, o magari contrariati, per l’irruzione di tanta bellezza nel tran tran di un sabato in provincia.

Non è difficile, nelle città del mondo, imbattersi in una Nelken Line. Si tratta di una sequenza di movimenti tratta da uno spettacolo di Pina Bausch (intitolato appunto Nelken, garofani) che con pochi simbolici gesti racconta le quattro stagioni. Sono figure semplici: le possono imparare tutti. Non occorre essere danzatori. Basta essere spettatori. Spettatori partecipi e attenti. E decidere di unirsi alla Nelken Line.

la Nelken Line a Prato – Italia

Movimentare il corso

Una Nelken Line ha movimentato lo scorso sabato sera il corso principale di Arezzo. È stato uno dei momenti più spettacolari del Festival dello Spettatore, alla sua quarta edizione (leggete qui qual era il programma).

Potreste chiedervi: ma con tutti i festival che ci sono in Italia, c’era davvero bisogno di un Festival dello Spettatore. Sì, ce n’è bisogno.

Perché uno spettatore partecipe e attento, uno spettatore che sa cosa significa essere spettatore, ricava una soddisfazione maggiore da ciò che vede. E non è poco.

Ma migliora anche la qualità della vita: la sua e quella degli altri. Essere spettatori migliori significa condividere i valori di una comunità, piccola o grande che sia, impegnarsi assieme ad altre persone e approfondire qualcosa insieme, discutere e condividere, esprimere e motivare scelte e giudizi. Essere insomma essere cittadini migliori. Ed è tanto.

Spettatori Erranti

Dalla chiusura (per restauro) del teatro Petrarca a Arezzo è nata dieci anni fa l’idea degli Spettatori Erranti (qui il loro sito), una piccola comunità di appassionati, ma disorientati da quella assenza, comunità che si è organizzata, grazie a Laura Caruso, Isabela Lops e Alessandra Stanghini, mettendo in rete l’attività di diverse sale e compagnie teatrali che agivano in quella provincia.

Selfie con spettatori erranti

Il fenomeno ha preso poi piede in molte altre parti d’Italia, e in un decennio gli spettatori organizzati si sono moltiplicati. Tanto che oramai si contano più di venti di gruppi ben strutturati.

Ogni anno si ritrovano qui, a Arezzo, per la Gran Reunion che li vede protagonisti. Una volta tanto non tocca agli attori, ma proprio a loro, spettatori e professionisti. Attorno alla convention si sviluppa poi un programma di spettacoli e incontri, in collaborazione pure con le scuole (Arezzo vanta in Italia l’unico Liceo statale a indirizzo teatrale, il Vittoria Colonna). E anche di momenti conviviali.

Mi piace questa iniziativa, perché sottintende che l’arte e la bellezza non sono cose per specialisti. Ma costituiscono, al contrario, un patrimonio comune, a cui ciascuno può accedere, basta dotarsi di desiderio, curiosità e voglia di imparare.

Spettatori professionisti

Con la loro voglia di imparare questi spettatori professionisti hanno attirato a Arezzo, nel corso degli anni, organizzatori teatrali e economisti della cultura, responsabili di musei e ideatori di manifestazioni, esperti di rigenerazione urbana e social media manager, progettisti di residenze d’arte.

Un tessuto di conoscenze e di esperienze che fa oggi fa del Festival dello Spettatore (promosso e sostenuto dalla Rete Teatrale Aretina) un unicum in Italia. Dove il fenomeno della partecipazione – contrariamene a quel che si crede – sta aumentando. Delusi o indifferenti alla militanza nelle attività politiche, sempre più cittadini guardano con interesse alle partecipazioni civiche: quella ambientale, quella del volontariato, quella culturale. Cittadini migliori, fatemelo dire.

(ph. Mara Giammattei)

Il Festival dello Spettatore 2019, si racconta sulle sue pagine Facebook e Instagram, ma anche in un volume appena pubblicato da Morlacchi editore, che raccoglie tutti i documenti e le discussioni di questi anni.

Lettura utile per chi, da un po’ di tempo, si riempie la bocca di termini come Audience Development o ingaggio, ma non ha ancora partecipato a un’iniziativa che dimostra come l’audience, il pubblico, anzi i pubblici, stanno sviluppando le proprie forze e ci tengono a diventare protagonisti. Co-protagonisti, almeno.

Perché anche di artisti, possibilmente bravi, c’è bisogno, parecchio.

Spettatori partecipanti

Hanno partecipato all’edizione 2019 del Festival dello Spettatore i gruppi organizzati:
Avanguardie 20-30 (Bologna)
Casa dello Spettatore (Roma)
CasaTeatro, Murmuris e Unicoop (Firenze)
Direzione Teatro, Ateatro ragazzi (Bastia Umbra, PG)
I Pionieri della visione, Cy Twain (Tuscania, VT)
I Visionari, Sosta Palmizi (Arezzo)
La Konsulta, Teatro dei Venti / Festival Trasparenze (Modena)
L’Italia dei Visionari – Be SpectACTive!, CapoTrave / Kilowatt (Sansepolcro, AR)
Officine Papage, Teatro dei Coraggiosi (Pomarance, PI)
Palchetti Laterali, Università del Salento (Lecce)
Pubblico non privato / Spettatori mobili, Teatro Magro e Zero Beat (Mantova)
SpettAttori, Libera Accademia (Arezzo)
Spettatori Erranti, Rete Teatrale Aretina (Arezzo)
Spettatori Erranti Valdarno, Rete Teatrale Aretina (Valdarno)
Spettatori Erranti Valdichiana, Rete Teatrale Aretina (Val di Chiana)
Spettatore professionista (Foligno)
Under 25, Dominio Pubblico (Roma)

controselfie con spettatori partecipanti (ph. Mara Giammattei)


Tutte le transizioni. Phia Ménard e le altre, a Contemporanea a Prato

Da venerdì 20 settembre (fino a domenica 29) nella città più cinese d’Italia, un “alveare” di creazioni. Di donne, soprattutto. Contemporanea è nata nel 1999. Ha vent’anni quindi.

Gonfles - Compagnie Didier Théron
Sono gonfi d’aria quelli della Compagnia Didier Théron

Ne avevo sentito parlare lo scorso anno in Francia, quando era a Avignone. L’ho incontrata questa estate a Almada in Portogallo, con uno spettacolo memorabile. Adesso la rivedrò a Prato, in uno dei festival italiani che seguo più volentieri: Contemporanea.

Non so se Phia Ménard mi perseguita. O se piuttosto non sono io a perseguitare lei, a ogni tappa di festival. Resta il fatto che trovo interessante questa performer francese, che mi sembra condividere la stessa spinta radicale che trovavo nei migliori spettacoli di Romeo Castellucci, in certe incursioni provocatorie di Rodrigo Garcìa o di Angélica Liddell. Dissacrante, iconoclasta.

Devo averlo già scritto, anzi, l’ho scritto sicuramente, dopo aver visto il suo Saison Sèche, nel cartellone del festival portoghese. In quello spettacolo c’era in scena tutta la sua compagnia. Per essere precisi, la scena, quelle sette scatenate attrici la distruggevano tutta. La compagnia si chiama Non Nova e ha sede a Nantes. “Non inventiamo niente, la vediamo solo in modo diverso” è il loro motto.

Qui a Prato, c’è invece solo lei, Phia. E distrugge pure qualcosa: una copia in cartone del Partenone di Atene. Cioè la proporzione aurea che ci accompagna da due millenni e mezzo.

Si intitola Contes immoraux – partie 1: Maison Mére e non è un monologo. Perché quello di Phia Ménard non è teatro. Non è un solo, perché non è nemmeno danza. Si colloca oltre i generi, questa performer, radicalmente. Tanto che quando ha cominciato a lavorare, nel 1994, si chiamava ancora Philippe.

Più critica, meno ricreativa

Ma non è questa la transizione che conta. Conta piuttosto la metamorfosi che da allora – da quand’era giocoliere in spettacoli che chiamavamo di nuovo circo – l’ha condotta verso creazioni sempre più “critiche”, sempre meno “ricreative”. Da L’après midi d’un phon (2011, i patiti della danza storceranno il naso) a Belle d’Hier (2015).

Comunque. Non è solo per Phia Ménard che vale la pena fiondarsi a Prato per Contemporanea. Il programma 2019 mette in cartellone un bouquet di produzioni internazionali. Se non le avete viste altrove, Prato è il posto giusto. Capoluogo speciale, laboratorio di coabitazione etnica (è la più cinese delle città italiane), posto dove si mangia bene. Ogni volta che ci passo, non posso fare a meno di fermarmi all’antico biscottificio Antonio Mattei per portarmi a casa qualche chilo di cantucci alle mandorle (qui le chiamano mattonelle) che poi spaccio presso i miei vicini casa. E poi un ristorante d’elezione: Soldano (lo devo aver segnalato anche lo scorso, ma vale la pena).

In realtà, tutta la gente del festival, artisti e spettatori, si ritrova a fine giornata al Contemporanea Bistrot, nell’ex Chiesa di San Giovanni, uno degli edifici più antichi di Prato, diventato da qualche anno un hub contemporaneo.

L’atlante e l’alveare

Sto divagando. Parlavamo di produzioni internazionali e nazionali. Tra le principali, inserite nel cartellone di Contemporanea 2019, metterei Granma dei Rimini Protokoll (ne ho parlato dal debutto italiano a Bologna), della ricerca in un’enciclopedica della parola della francese Joris Lacoste, dei catalani di Agrupacion Senor Serrano, della portoghese Marlene Monteiro Freitas, dell’indiana Malinka Taneja, dell’irlandese Ooana Doherty, della belga Miet Warlop, della street dance della jamaicana Cecilia Bengolea, e dei ballerini d’aria della Compagnie Didier Théron (i ciccioni che avete visto nella prima foto).

Un atlante, insomma. A cui personalmente aggiungo l’italiano Alessandro Sciarroni. Anche se il suo ultimo titolo, Augusto, che ha debuttato lo scorso giugno alla Biennale di Venezia, non mi aveva convinto per niente. Sciarroni è capace di altri risultati (come il lavoro di restauro della polka chinata di cui ho scritto qui).

Silvia Gribaudi - Graces
In programma a Contemporanea c’è anche Graces di Silvia Gribaudi

Un atlante, comunque. Anche vasto, non vi pare? Che si coniuga perfettamente con un’altra invenzione di Contemporanea, l’Alveare, progettato dal direttore Edoardo Donatini come un “sciame di visioni” che dai processi di creazione porta via via alle opere.

L’alveare di quest’anno è affidato a 12 artiste: Silvia Costa, Sara Leghissa, Rita Frongia, Elena Bucci, Francesca Macrì, Katia Giuliani, Elisa Pol, Chiara Bersani, Licia Lanera, Chiara Lagani, Ilaria Drago e Daria Deflorian. Se ne conoscete qualcuna, anche solo di nome, capite che razza di esperienza ne può venire fuori.

Insomma, proprio a metà settembre, quando il clima si fa più mite, un veloce city escape a Prato, magari in questo primo weekend (dal venerdì 20 a domenica 22) o nel secondo (da venerdì 27 a domenica 29) è quello che ci vuole. Fidatevi, non ve ne pentirete.

Il programma completo è sul sito. Basta cliccare qui. Ma se volete il libretto completo, cento pagine, scaricatevelo invece qui.

Lungo circuito: i 50 anni di ERT FVG. La mostra si inaugura sabato 14

Cinquant’anni sono un anniversario importante. ERT FVG il circuito teatrale del Friuli Venezia Giulia li celebra con un progetto intitolato LUNGO CIRCUITO: una mostra, una festa e la pubblicazione di un libro.

Catalogo Mostra 50 ERT FVG a cura di Roberto Canziani

Sabato 14 settembre (ore 11.00) a Villa Manin di Passariano (Udine) nella Barchessa di Levante, le iniziative di LUNGO CIRCUITO si inaugurano con l’apertura ufficiale della mostra sui cinquant’anni di vita dell’Ente, raccontati attraverso fotografie, manifesti, video, documenti, oggetti d’arte teatrale e, inoltre, brevi performance.

A tagliare il nastro saranno il presidente ERT FVG Sergio Cuzzi, il direttore Renato Manzoni, la vicepresidente Annamaria Poggioli, insieme all’ideatore e curatore del progetto, del libro e della mostra Roberto Canziani.

programma Iniziative Cinquantenario ERT FVG
l’illustrazione di Stefano Mancini è il motivo visivo portante del progetto LUNGO CIRCUITO

Cinquanta. E non li dimostra.

“Cinquant’anni sono un anniversario importante. Tanto più per un circuito teatrale. Un’occasione come questa serve per ripercorrere una storia che è anche la storia del nostro Paese, delle sue trasformazioni, del suo bisogno di teatro”.

“A 50 anni, l’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia ha l’aspetto di una bella signora, vivace, piena di entusiasmi e di idee, attenta alla crescita, alla cura, al benessere di intere generazioni. Che altro non sono se non il suo pubblico, i suoi spettatori, ai quali offre un impegno e un piacere comune”.

“È un compito che questa signora, l’ERT, svolge da mezzo secolo, dal settembre del 1969. Ha cinquant’anni. Ma è così dinamica che non li dimostra proprio”.

In un prossimo post, dopo l’inaugurazione, il viaggio completo dentro alla mostra.

Mi illumino al tramonto. Il mio amico Gianfranco Pagliaro e la Casina di luce

Si illuminerà al calar del sole, mercoledì 11 settembre, la Casina di luce che Gianfranco Pagliaro aveva disegnato trent’anni fa e che sarebbe poi diventata il logo del Teatro Miela, a Trieste.


L’11 settembre 2019 Gianfranco Pagliaro avrebbe compiuto sessant’anni. Ne aveva poco più di trenta quando è scomparso, nel 1991, in un incidente stradale, lasciando nella memoria della città il suo segno grafico, “ironico e gentile“.


Artista, sperimentatore, attivista su tanti fronti, dagli acquarelli alla moda, dalla computer graphic alla fotografia, Pagliaro era stato anticipatore e movimentatore delle tendenze che attraversavano fluide gli anni ’80, e che lui frequentava tutte, scomodando e ibridando cinema, musiche, immagini, modelli di vita.


Assieme a lui, una generazione intera di trentenni provava a trasformare Trieste, città soffocata da storia, passato, rimpianti, in un hub (ma non si diceva ancora così) in cui avrebbero voluto far rimbalzare idee e, prima di tutto, fatti.

La più incisiva tra quelle idee fu l’invenzione della Cooperativa Bonawentura, seguita subito dopo dal fatto: la fondazione del Teatro Miela nel 1990 ( https://www.miela.it/storia/). Un milione di lire per un milione di idee era il motto di un progetto visionario e ambizioso. Che diventò realtà, con la donazione milionaria di oltre 300 “signori Bonawentura”. Gianfranco Pagliaro accompagnò la ristrutturazione di quello spazio e ne disegnò il logo: lo stilizzato contorno alludeva all’edificio che oggi è la Casa del Cinema di Trieste, con la sala teatrale, la bandierina svelta, e il fiotto di luce: fulgido, solare, di un giallo intenso, un invito ad affrontare gli anni Novanta. Quelli che lui non conobbe.

Per ricordare i suoi sessant’anni mancati e i trent’anni imminenti del Teatro Miela, i “signori Bonawentura” di allora, gli amici di Gianfranco, e tanti altri ancora, più giovani, disposti a seguirne la traccia, hanno deciso di illuminare, proprio l’ 11 settembre, giorno di un non-compleanno, la Casina di luce.

Illuminiamola insieme

Mercoledì 11 settembre, ore 18, sul terrazzo della Casa del Cinema, si inaugurerà l’esposizione che presenta quindici opere inedite dell’artista: una struttura espositiva aerea e leggera, come le nuvole e come il cloud digitale dove queste opere, subito dopo, troveranno casa. Quindi, al calar del sole la Casina si accenderà esattamente come avrebbe voluto il suo creatore.

Il catalogo dell’iniziativa, insieme al Livre de Dessin (riproduzione del libro di disegno che Pagliaro acquistò a Parigi nell’87 e diventò il suo diario visivo, pubblicato in edizione limitata per la mostra del ’93) sono in vendita, singolarmente o insieme, anche online, in un pacchetto che comprende l’invito numerato per la serata dell’11, al quale si aggiunge una plaquette di poesia.

Hanno contribuito al progetto Casina di luce (voluto, ideato e portato avanti con determinazione da Lella Varesano) molti di coloro che videro nascere quel disegno. Ma la riuscita dell’evento di mercoledì si deve in particolare al contributo tecnico e artistico degli architetti Roberto D’Ambrosi e Livia Rossi, del designer Ilario Bontempo, del dj Nazareno Bassi, e alle voci dell’attrice Barbara Della Polla e di Oriana Varesano.

“E non finisce qui – vuole aggiungere Lella Varesano, a cui non è mai mancata fiducia nel proprio progetto, nonostante la complessità – la Casina di luce di Pagliaro è un gesto artistico pubblico, non una una memoria nostalgica, e intende stimolare un progetto futuro. Il Cloud Project : la realizzazione di un archivio digitale degli artisti contemporanei. Il primo passo sarà la versione beta dell’archivio online di una parte della sua produzione di Pagliaro da affidare sempre alla rete, quella rete che non ha potuto abitare, ma che avrebbe certamente sperimentato con la curiosità di un coraggioso pioniere”.

La presentazione del Cloud Project avverrà il 13 settembre (ore 11.30) nella sala Predonzani della Regione Friuli Venezia Giulia a Trieste (piazza Unità 3, ).

Per sostenere l’intero progetto è stato aperto un crowfunding online, pagina sulla quale è anche possibile ottenere l’invito per la serata. Altre notizie e aggiornamenti sulla pagina Facebook della Casina di Luce.

Ma per entrare davvero nella vita e nelle opere di Gianfranco, la strada maestra è il sito che lo racconta.