Quattro nonni, quattro nipoti. Così Rimini Protokoll racconta sogni, speranze, illusioni a Cuba

Granma. Metales de Cuba. Per due serate in scena a Bologna, la più recente creazione del gruppo tedesco Rimini Protokoll, coproduzione di nove istituzioni internazionali, tra cui Emilia Romagna Teatro Fondazione.

Trombones en La Habana (ph. Mikko Gaestel Expander)

Mi è piaciuto subito, il titolo. Ma solo alla fine ho capito perché. Perché in tre parole riassume ed esaurisce uno spettacolo e un progetto, i più recenti tra quelli di Rimini Protokoll. Granma. Metales de Cuba è la creazione che nel corso di tre anni ha portato Stefan Kaegi e il suo gruppo di lavoro a Cuba.

Granma è il nome del piroscafo con il quale, nel 1956, partiti dal Messico, Fidel Castro e un’ottantina di esuli cubani raggiunsero una spiaggia dell’isola. E da là diedero il via a una tra le più longeve rivoluzioni del secolo passato.

Lo sbarco dei rivoluzionari cubani sulla spiaggia di Las Coloradas, 2 dicembre 1956

Ma Granma, in quell’inglese che anche a Cuba si mastica volentieri, vuol anche dire grandmother, nonna. E di nonne e nonni cubani parla lo spettacolo che nel titolo contiene ancora un’altra cosa: los metales, cioè gli ottoni: quattro sontuosi tromboni.

Nonni e nipoti

Milagro, Daniel, Christian e Diana sono quattro giovani cubani, tra i 24 e i 34 anni. Ciascuno di loro ha avuto un nonno o una nonna che ha dato il proprio sostegno alla rivoluzione castrista. Chi nei modi più semplici e quotidiani, cucendo vestiti, o suonando in un’orchestra. Chi investito di un ruolo politico e ufficiale. Quattro nipoti, perciò, raccontano quattro nonni. Ne ripercorrono la storia e gli ideali. Li confrontano con la propria storia e i propri ideali. Sempre che esistano ancora, gli ideali.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Sulla sinistra, in palcoscenico, un podio. Come quello dei discorsi ufficiali, pronunciati al microfono davanti a migliaia di persone. Ce ne sono infinti, trascritti negli annali della storia di Cuba. A destra, una macchina da cucire, di quelle di un tempo, a pedale. A turno i quattro nipoti si danno da fare e cuciono il lungo nastro di stoffa che dal 1956, l’anno che diede il via alla Rivoluzione, si estende fino al nostro decennio, nel quale, la rivoluzione a Cuba, è sopratutto quella turistica.

Su tre schermi, si srotolano intanto fotografie e filmati, grazie ai quali conoscere i quattro vecchi e al tempo stesso la storia e la rivoluzione di Cuba viste con gli occhi di chi le ha fatte, credendoci fino in fondo. Quello sguardo che Carlo Ginzburg e gli storici francesi ci hanno insegnato a definire microstoria, piena di indizi oltre che di documenti ufficiali.

Granma (ph. Ute Langkafel)

Le microbigradas

Grazie a Diana, che aveva il nonno musicista, i quattro hanno formato una microbrigada, formula che per cinque decenni è stata il modello di lavoro cooperativo a Cuba. Sotto la guida di un professionista, chi non è affatto esperto comincia, esegue e porta a termine un lavoro. Grazie alle microbrigadas, a L’Avana si sono costruite case, palazzi, strade. Si sono portate quasi ovunque acqua ed elettricità. Si sono avviate aziende e ospedali. Loro, i quattro nipoti, una microbrigada, hanno imparato a suonare uno strumento: il trombone.

E della musica di questi ottoni, los metales, e di canzoni, si riempie via via lo spettacolo. Oltre che di frequenti lanci di baseball, il più diffuso sport cubano. In cui si impegnano però gli spettatori, che tirano in palcoscenico palle fatte di stracci, come quelle con cui si sono divertite generazioni di ragazzini sull’isola. E la mazza è una bottiglia di plastica.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Gli esperti del quotidiano

Con Granma, Kaegi e il suo team tornano a quel prototipo di lavoro teatrale che ha fatto conoscere Rimini Protokoll, e li ha fatti diventare campioni di un teatro post-drammatico. Il portare in scena non interpreti, ma Experten des Alltags, esperti del quotidiano. Persone che possano restituire al pubblico la propria esperienza in un particolare campo, settore, nicchia del mondo, nella quale è stato pensato il progetto.

Meno clamoroso di Shooting Boubaki (2002, cinque tredicenni con la pistola in mano), meno estremo di Nachlass (2016, dove lo spettatore si confrontava direttamente con l’avvicinarsi della morte), Grandma mette però in primo piano e delicatamente ritraccia il solco che c’è tra l’utopia e la vita. Tra l’ideale e la pratica, tra la speranza e la sua realizzazione: l’immaginario ideale democratico che l’Europa progressista riconobbe nella rivoluzione cubana: una delle più iconiche del ‘900, con i suoi eroi mediatici (Fidel e “Che” Guevara), ma soprattutto con i suoi working class heroes.

Cioè sarte, suonatori di trombone, donne e uomini che presero in mano le armi, tagliarono la canna da zucchero, soffrirono, si sacrificarono. Motivati e fiduciosi. Sognatori. Forse non con lo stesso sogno che porta oggi, sul bellissimo lungomare di L’Avana – il Malecón, spazzato dalle onde – le orde del turismo globale. Meglio o peggio di ieri, chissà, sembra sottolineare lo struggimento dell’ultimo filmato di Granma.

Il filmato di una storia scritta nei libri, tanti, ma riscritta da questi nipoti. Perché le leggi dell’ereditarietà insegnano che è tra la loro generazione e quella dei nonni – non quella dei genitori – che si stabiliscono le affinità più forti.

Se vuoi vedere com’è stato costruito Granma, metales de Cuba, vai qui.

Granma Rimini Protokoll 2.jpg
Granma (ph. Dorotea Tuch)

Granma. Metales de Cuba
un progetto di Rimini Protokoll, concept e regia Stefan Kaegi, drammaturgia Yohayna Hernández e Ricardo Sarmiento
con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena
ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación
produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel, con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe in collaborazione con Goethe Institut Havanna.

Spettacolo in lingua spagnola sopratitolato in italiano (135 minuti)

Non sono esperto in matematica: ma 12k mi pare un buon risultato

La fotografia di Marcello Norberth per la prima scena di La vita è sogno di Calderon – Ronconi

Due anni fa, aprile 2017, pubblicavo il primo post di questo blog di cose di teatro. Da allora a adesso, in 24 mesi esatti, QuanteScene! è stato letto da 12k utenti singoli: più di 12mila persone diverse. Questo dice il contatore. Che ha misurato anche il tempo medio di lettura per ciascun articolo: 3 minuti e 10 secondi.

Francamente, non so come prendere questi numeri. Non ho un metro di paragone con altre pubblicazioni. In Rete chi scrive di teatro, utilizza i formati più disparati. Dalla rivista online, colta, impegnata e perciò piena di articoli impegnativi, ai blog d’autore, ai tweet istantanei e spiritosi che durano un trillo di telefono.

Qualcuno pubblica parecchie volte al giorno, compulsivamente. Qualcun altro lo fa una volta ogni tanto: per pigrizia di scrittura, come me per esempio. O piuttosto perché certe cose hanno bisogno del loro tempo. Ogni testata è diversa. Ogni testa hai i propri estimatori.

Così com’è, nudo e crudo, 12k dice poco. Almeno a chi non è esperto di matematiche e metriche della Rete. Io non lo sono: però me ne rallegro lo stesso.

Buoni 12k a tutti e grazie a ciascun lettore di questo blog.

Di nuovo vergini. Come non li avete mai visti prima. La fotografia aumentata di Klimbim

Sbalorditivi ritratti, ottenuti da fotografie di un’altra epoca. Ma sembrano scatti di oggi e ridanno vita a uomini e donne straordinari. Provate a scorrere questa galleria.

No, non è Gerard Depardieu giovane, prima di toccare i 120 chili. Non ci credevo, eppure alla fine mi sono convinto anch’io. È Vladimir Majakovskij.

Un’occhiata di sbieco, la sua, che vale più di cento versi. Lo sapeva bene la sua musa poetica, Lilja Brik.

E si può anche capire perché il marito di Lilja, Osip Brik, appena saputo che la moglie era finita letto con Vladi, avesse pronunciato la sconsolata frase: “è un uomo a cui non si può negare nulla”.

Dopo Majakovskij, le foto di due signori più anziani, più inoffensivi. Che tanto anziani poi non sono. Perlomeno: non lo erano al momento dello scatto. Attorno al 1860 Fëdor Dostoevskij (a sinistra) aveva solo 40 anni. La barba lasciata andare, i capelli radi gli regalano qualche lustro di più. Impressionano i dettagli del ritratto di destra: Lev Tolstoj. Nel 1880, quando venne scattata questa fotografia, aveva poco più di 50 anni.

La fotografia aumentata

Eppure – sarete d’accordo con me – sembrano scatti di ieri. Il colore, la definizione, la qualità complessiva, fanno pensare a immagini recenti. Sembrano selfie appena fatti, al massimo ieri: una antica realtà aumentata.

Sergej Esenin e Isadora Duncan

Guardate questi due. Il giovanotto ha 26 anni e si chiama Sergej Aleksandrovič Esenin, poeta prodigio. La signora ne ha 53 e si chiama Isadora Duncan, pioniera della danza moderna. “Si sposarono il 2 maggio 1922, nonostante il fatto che la Duncan conoscesse solo una dozzina di parole in russo, mentre Esenin non parlava nessuna lingua straniera” avverte Wikipedia. Trascura però un altro fatto: che oltre a un “amore a prima vista”, fu anche un’abile operazione di marketing, visto che entrambi esibivano stili di vita anticonvenzionali. Che oggi si definirebbero LGBT+.

Il passatempo di Olga

A compiere queste meticolose ricostruzioni visive, e a ridare la vita a personaggi vissuti cento o più anni fa, è Olga Shirnina, che di mestiere fa la traduttrice, in Russia. Per passatempo, la signora Olga mette quotidianamente mano a Photoshop e, dopo aver lavorato di fino, decine e decine di layer sovrapposti, riconsegna al presente i personaggi di una storia che è la sua Storia.

Dalla famiglia imperiale Romanov al temibile Grigorij Rasputin. Da Lenin a Stalin a Krushov. E ancora scrittori, danzatori e danzatrici: la Russia ne è stata prodiga. Ma anche soldati, contadini, uomini e donne qualsiasi.

Questo è sempre Majakovskij. La giustapposizione spiega bene le difficoltà, non solo tecniche, che si incontrano nel voler immaginare ciò che la tecnologia fotografica dell’epoca ignorava: il colore. Cioè la vita. Di che colore erano le cravatte preferite da Majakovskij? E soprattutto, di che colore gli occhi, così penetranti.

Klimbim, colorista

Per evitare interferenze con il proprio mestiere di traduttrice, e o forse perché le piace giocare, la signora Olga non firma i ritocchi con il proprio nome.

Preferisce firmare “Colors by Klimbim“. Ed è con questo alias che potete trovare in rete molte delle sue rielaborazioni. Colorized by Klimbim.

Ad avermi colpito è una specie di Augmented Reality che percepisco, ad esempio, quando Klimbim si impegna su Anton Cechov. Il colore ne fa davvero un nostro contemporaneo. Augmented Anton.



Sembra davvero un selfie scattato poche ore fa. Struggente Anton. Ricordate che non vivrà a lungo. La sua ultima fotografia è stata scattata nell’anno in cui va in scena Il giardino dei ciliegi, il 17 gennaio 1904. E lui ha 43 anni. Morirà il 15 luglio: una coppa di champagne, il suo ultimo desiderio.

Nei suoi album, la signora Olga ha raccolto centinaia e centinaia di foto. Ogni volta mi incanto a guardarle e le scruto con curiosità morbosa. Forse perché mi tornano in mente le riflessioni che Roland Barthes faceva in un suo libro di anni, anzi decenni fa, che reputo una bibbia: La camera chiara.

Per non privarvi del piacere della scoperta, vi linko infine l’indirizzo del blog dove Klimbim pubblica una copiosa selezione delle proprie foto. E aggiungo solo un’altra immagine, lasciando a voi immaginare la didascalia. Una foto di quelle che ieri, ma anche oggi grazie a Klimbim, fanno storia.

 

La vita complicata. Come la racconta Will Eno, scrittore di teatro

Chi si trovasse mercoledì 27 a Roma, sappia che può incontrare un drammaturgo americano che si è fatto un nome.

Will Eno
Will Eno

Scatta qualcosa nella memoria se scrivo Will e aggiungo Eno? No, eh? In Italia, il nome del drammaturgo statunitense Will Eno non pare susciti particolari reazioni. Nemmeno in voi, che siete tra i pochi che leggono le cose di teatro.

È lo spirito dei tempi: che non sono più quelli di Arthur Miller e Tennessee Williams. Ma nemmeno di David Mamet. Le cose sono cambiate da quando i copioni made in USA entravano subito in circolazione tra chi si occupava di teatro in Italia e, un anno sì e un anno no, si faceva qualche bella scoperta.

Tre monologhi per il nostro tempo

Un decennio fa Will Eno era stata una bella scoperta. Nel 2010, un suo testo veniva tradotto in italiano e, intorno, scaturiva un piccolo caso. Anche perché a interpretare il monologo Thom Pain (basato sul niente) sarebbe stato Elio Germano. Che non era ancora il Germano che sappiamo. Ma un suo sfizio se l’era già tolto, quando sul palco della Croisette a Cannes, proprio in quell’anno, premiato come miglior interprete maschile (ex aequo con Javier Bardem) aveva pronunciato il famoso discorsetto: “Dedico questo premio – aveva detto – all’Italia e agli Italiani, che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente“.

Eravamo, all’epoca, agli sgoccioli dell’ultimo governo Berlusconi. Non che da allora le cose siano cambiate. Anzi.

Elio Germano in Thom Pain
Elio Germano in Thom Pain

Comunque Thom Pain (che Germano interpretava con quel nervosismo che non riesci a capire mai se è suo o del personaggio) era un monologo proprio bello. Non dico “uno dei più belli che io abbia mai sentito”, come aveva scritto una tipa sul Guardian, ma stavamo da quelle parti. Con la regia dello stesso Germano e Silvio Peroni, lo aveva prodotto Bam Teatro, che poche stagioni dopo avrebbe ritentato la fortuna sulla ruota americana. Toccava a Lady Grey (con le luci che si abbassano sempre di più) : un altro monologo di Eno, ma al femminile. Per come me lo ricordo, nel restituirlo al pubblico Isabella Ragonese era parecchio selvaggia, e magnetica, oltre che bella.

Isabella Ragonese in Lady Grey
Isabella Ragonese in Lady Grey

Chi legge cose di teatro sa, forse, che anche il terzo spicchio della trilogia di monologhi composta da Eno in questi dieci anni, è arrivato da poco in Italia. Da alcune settimane è in tournée Proprietà e atto, diretto da Leonardo Lidi e interpretato da Francesco Mandelli, ancora una produzione Bam.

Mi sto impegnando, prima o poi, per vederlo. E ce la farò anche se, dice proprio Eno: “La vita oggi è infinitamente complicata, e non solo: a viverla è anche gente infinitamente complicata“.

Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto
Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto

Da una sponda all’altra

Chi veramente si impegna, e da un bel po’ di tempo, per riattivare la circolazione di testi americani in Italia è Valeria Orani. Imprenditrice intraprendente che dal Belpaese è immigrata in USA (sottolineo immigrata, parola che pertiene allo spirito di questi tempi). E oggi, con la sua factory newyorchese, che si chiama Umanism, e con il centro di produzione e distribuzione 369gradi di Roma, assicura la movimentazione Italia-USA. Non container, ma testi teatrali, drammaturgia, storie scritte per la scena, che lei fa liberamente circolare tra le due sponde dell’Atlantico.

Di più: l’impegno di Orani, assieme a quello di Frank Hentschker, direttore del Martin E. Segal Theatre Center di NY, si è concentrato in questi ultimi mesi nel far sì che da sponda a sponda navigassero non soltanto i copioni, ma anche le persone. E tra i diversi biglietti aerei che i due hanno prenotato, c’è quello che porta in questi giorni Will Eno in Italia. Un po’ perché lui vuole conoscere il Paese. Un po’ perché a noi farebbe bene sapere qualcosa di lui, leggere suoi lavori che non conosciamo, sentire come la pensa: e degli Stati Uniti e dell’Italia, e del suo Presidente e dei nostri. Pensieri che nella testa di un drammaturgo producono spesso qualcosa. Tanto più se il drammaturgo, dopo i pensieri, pubblica anche testi come Oh, l’umanità, & altre buone intenzioni.

Allora, sempre voi, che trovate interessanti le cose di teatro, sappiate che mercoledì 27 marzo, alle 18.30 nel foyer del Teatro Valle a Roma, Will Eno incontrerà il pubblico in una conversazione con Frank Hentschker, moderata da Graziano Graziani, tradotta, e accompagnata da alcune letture, nel quadro delle iniziative del progetto pluriennale Italian and American Playwrights.

Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama
Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama

Se questo viavai di teatro sopra l’Atlantico affascina pure voi, potete trovare altre informazioni seguendo il link verso questo progetto. Per me, già conoscere uno che è stato finalista al Pulitzer in Drama, è uno stimolo forte.

Accabadora. Con Michela Murgia sulle tracce delle ultime madri

Anna Della Rosa nuova protagonista della versione teatrale di uno dei più noti romanzi della scrittrice sarda. Regia di Veronica Cruciani. 

Ci vuole grande forza per essere una buona madre. E più forza ancora – sembra dire Michela Murgia nel suo romanzo Accabadora – ci vuole per essere una seconda madre. Oppure l’ultima.

Murgia, che è originaria di Cabras, Sardegna occidentale, ha scritto Accabadora nel 2009. Accabadora è anche il titolo del film del 2015 del regista sardo Enrico Pau. Dunque è quell’isola, con le sue tradizioni e le sue credenze, a fornire alimento e immaginazione anche allo spettacolo che da Accabadora è tratto. Carlotta Corradi ne ha curato l’adattamento e il taglio drammaturgico. Veronica Cruciani è la regista teatrale. E per Anna Della Rosa, che ne è adesso protagonista (in sostituzione di Monica Piseddu cui era affidato prima il ruolo) quella di ieri alla Sala Bartoli del Rossetti di Trieste è stata la serata del debutto. In una crescente carica di emozione.

Il romanzo della scrittrice e attivista culturale Murgia disegna in controluce – e altrettanto fa lo spettacolo – una figura, se non un mito, della tradizione sarda. Accabadora è colei che pone fine a una vita. Colei che assolvendo a un compito di misericordia, dà morte a chi, non essendo più in grado di vivere, alla morte ambisce. La parola viene da acabar che nelle lingue della penisola iberica sta per finire, terminare.

Il nero non serve a mostrare il dolore : serve a coprirlo

La lunga gonna nera, ampia, uno scialle ancora più nero, il passo veloce di una donna che di notte, furtiva, entra nella stanza dell’agonia. E con un cuscino o qualche altro strumento, si incarica di sciogliere un’esistenza dalla gabbia terminale a cui è incatenata. Oggi si chiama eutanasia.

Studiosi di etnologia e antropologia si sono spesso confrontati sulla reale esistenza di queste donne sarde, femine agabbadore e ultime madri, il cui esercizio appartiene a racconti antichi, non documentabili, frutto forse di fantasia popolare, ma certo radicati nell’immaginario rituale della Sardegna.

Radici rurali che la letteratura può cogliere, com’era capitato a Grazia Deledda, l’autrice di Canne al vento e Premio Nobel 1926. E come capita ora per il romanzo della Murgia, vincitore del Campiello 2010. 

Con le sue prove d’attore, e qui d’attrice, il teatro può valorizzare ancora di più queste radici. Un’intensità, nel caso di Anna Della Rosa, di cui la memoria si nutrirà per parecchio tempo. Guidata da Veronica Cruciani, che le ha preparato uno spazio essenziale, geometrico, e fondali color pastello, il suo personaggio viene sbalzato in un controluce narrativo e visivo allo stesso tempo.

Una madre di fatto 

Ricordo due piedi nudi che, camminando, uno alla volta, spuntano dalla gonna“. Dai ricordi di un ragazzina, data in affido a una seconda madre, l’attrice punta a fare emergere le ragioni, le superstizioni, le contraddizioni di una pratica, che infine compete alle madri ultime. La vicinanza lacerante di assassinio e pietà, il groppo indistricabile di sacro e di profano: un privilegio, oramai estinto, delle culture non egemoni, subalterne, popolari. Una liturgia parallela.

Ciò che conta però, in Accabadora, non è tanto l’antropologia, ma una storia che nel finale fa convergere la forza dei sentimenti, il paesaggio delle emozioni, una leggera, insistita, e a volte sottolineata, pronuncia sarda. 

E soprattutto, il mistero di gesti impossibili da giudicare: dare la buona morte. Chi è davvero la donna che riceve e accoglie questa bambina in affido? Qual è delle due quella che veramente intuisce “le cose che si fanno e le cose che non si fanno“?

la locandina del film di Enrico Pau (2015)

Così si spiega come le donne che clandestinamente sollevano l’anima, recidendo il filo del respiro, siano anche le ultime madri. E anche perché l’indagine sull’oscillare del comportamento umano, non sia compito esclusivo dell’antropologia. Ma del narrare piuttosto, e del teatro.

ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia di Carlotta Corradi
regia di Veronica Cruciani
con Anna Della Rosa
scene di Antonio Belardi
costumi di Anna Coluccia
suono Hubert Westkemper
musiche di John Cascone
luci di Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello
produzione Compagnia Veronica Cruciani, Teatro Donizetti di Bergamo, TPE – Teatro Piemonte Eurpopa, CrAnPi
con il contributo di Regione Lazio – Direzione Regionale Cultura e Politiche Giovanili – Area Spettacolo dal Vivo

fotografie di Marina Alessi

Eccellenti litiganti. Un sipario, due amici e Mike Bartlett

Capita che le persone, anche quelle che amiamo di più, ci deludano. Capita.

Nel lavoro scritto dal drammaturgo inglese Mike Bartlett e intitolato An Intervention, capita cinque volte. Una volta ogni scena. 

Nell’allestire per la prima volta in Italia Un intervento, traduzione di quel testo del 2014, Fabrizio Arcuri regista fa accadere tutto ciò davanti a un sipario. Proprio come vuole l’autore. Per cinque volte.



“Sei sicuro? Sicuro sicuro? Incredibile. Non ci credo. Fanculo”

Capita che due amici, amici da lungo tempo (chiamiamoli A e B), a un certo punto si trovino in disaccordo su qualcosa. Potrebbe essere una questione politica. Nel testo di Bartlett è l’intervento militare britannico in un paese straniero. Ma potrebbe essere anche una questione personale. Nel testo di Bartlett ad A non piace una persona che B frequenta. Oppure potrebbe essere un comportamento. Sempre seguendo Bartlett, B rimprovera ad A di bere troppo. E in effetti, A beve troppo.

Con gli amici si parla, si discute, si litiga anche. A volte le cose tornano a posto da sole. A volte si negozia una soluzione. Nel nostro caso il conflitto precipita invece a cascata, per tutte le cinque scene. Irrimediabilmente. O forse no. E qui sta il bello.

“Da quel momento in poi, abbiamo sempre litigato. E adoravamo litigare”.

Mike Bartlett è nato nel 1980. Nemmeno quarantenne, è fra i rappresentanti di spicco della drammaturgia (Cock, Bull, Wild) e della sceneggiatura (mini serie tv come Doctor Foster) odierne inglesi. Come autore, lascia a chi metterà in scena An Intervention, ampi margini di manovra.

A e B (nello spettacolo sono interpretati da Rita Maffei e Gabriele Benedetti) possono essere un uomo e una donna. Ma anche no. Due uomini, o due donne. Possono avere qualsiasi età. Possono essere vicini di casa, o provenire da luoghi e ambienti diversi. Anche l’oggetto del dibattito – che sia l’intervento militare, o la storia d’amore in cui uno dei due si è imbarcato, o la faccenda del bere – possono avere pesi diversi. Decide chi metterà in scena il testo. Ciò che conta, forse, è tenere all’erta lo spettatore, stimolarlo per tutte le cinque scene, ma non per raccontargli una storia. Piuttosto, per rivolgere a lui le questioni che tormentano i due personaggi.

Mike Bartlett

“Mi dispiace, ma forse deluderò qualcuno”

Perché il pubblico a cui Un intervento si rivolge, ha lo stesso profilo culturale, politico, sociale, di A e B. Un pubblico over 40, acculturato smaliziato, progressista, non estremista. Come diceva Nanni Moretti: di sinistra. Di questo pubblico Bartlett, e il suo regista Arcuri, si divertono a demolire alcune sicurezze.

Con un altro pubblico, ad esempio la generazione under 30, o con il popolo (come dice il governo in carica), Un intervento non funzionerebbe. E anche questo – diciamolo – è il suo bello.

Bello è pure il modo con cui viene risolta l’indicazione scenica, molto scarna, che dà l’autore: lo spettacolo ha luogo davanti a un sipario. Pur seguendola alla lettera, con i suoi interventi a gamba tesa in palcoscenico, la scenografa Luigina Tusini scatena un gioco di rimandi tra l’impianto e i costumi (stravaganti, e al tempo stesso molto pertinenti) che elettrizza gli spettatori.

“Se Dio non avesse voluto che bevessimo, non ci avrebbe dato una bocca”

Gli spettatori (gente appunto acculturata, smaliziata, progressista) possono pure decidere di prendere posizione sulle questioni messe in gioco. Ma soprattutto si divertono. Anche loro. Così mi è capitato, assistendo a una replica.

Perché ci si diverte sempre assistendo a una lotta (è la formula dello sport, no?). E anche perché Maffei e Benedetti, due eccellenti litiganti, sparano dentro il testo grandi dosi d’ironia, la condiscono con il sarcasmo, ogni tanto anche il cinismo. Non solo le parole, scritte molto pinterianamente dall’autore e dette da due attori che Pinter lo conoscono. Ma soprattutto il gioco delle loro reazioni, gli sguardi, le occhiate di traverso, le smorfie, che sono il sale dei litigi.

Non sarò io a svelare come va a finire, anche se va a finire sulle note struggenti di Nothing compares 2U. Musica a parte, potrebbe essere che, per ciascuno spettatore, vada a finire diversamente. Perché è la drammaturgia di oggi, bellezza. E tu non tu puoi farci niente, niente.

Un intervento
di Mike Bartlett
traduzione di Jacopo Gassman
regia Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
produzione CSS – Teatro stabile d’Innovazione del FVG
le fotografie sono di Daniele Fona

repliche al Teatro Palamostre di Udine, il 14, 15, 16 e 21, 22, 23 febbraio, poi in tournée

Il signor Sulcic, l’Italia, la Jugoslavia, nel film di Elisabetta Sgarbi

Nelle sale cinematografiche italiane, da oggi, un film intitolato I nomi del signor Sulcic racconta – con l’intimità tipica dei nomi – il confine orientale italiano, quello separò Italia e Jugoslavia. 

E in questi stessi giorni, che come lapidi nei nostri calendari fissano “la memoria” (27 gennaio) e “il ricordo” (10 febbraio), il film di Elisabetta Sgarbi ci dice invece che risvegliare la memoria non è sempre un bene.

Una ricercatrice universitaria si inoltra lungo i viali di un cimitero ebraico (è quello di Trieste, dove sono state ambientate molte scene) per cercare di ricostruire la vita di una donna che là è sepolta. Da una lapide si passa a vecchi documenti e dai documenti si passa alla vita di un uomo, il signor Sulcic.

Dopo aver attraversato settantacinque anni fa quel confine, tagliente come una lama, il signor Sulcic cambiò la propria vita. La sua e quella degli altri. Risvegliarne il ricordo, in loro, però non è sempre un bene.

Girato tra il delta del Po, Trieste, Lubiana, Tolmino, con campiture intere di Adriatico, I nomi del signor Sulcic andrebbe visto soprattutto da chi, quassù, sull’odierno confine orientale, si attarda nel maneggiare vecchi slogan nazionalisti, e sovranisti oggi, che la storia ha invece sepolto. Con buona pace di chi sta sottoterra.

Una breve scena onirica, girata negli ambienti desolati e umidi della Kleine Berlin, il dedalo sotterraneo che i nazisti costruirono sotto un colle di Trieste (vedi il post di qualche mese fa), ci mostra Claudio Magris e Giorgio Pressburger, nell’inedito ruolo di attori. Soprattutto le immagini di Giorgio, che è morto pochi mesi dopo, sono struggenti. Almeno per chi gli è stato amico.

I nomi del signor Sulcic
Italia, 2018
regia di Elisabetta Sgarbi
cast: Lučka Počkaj, Elena Radonicich, Gabriele Levada, Ivana Pantaleo, Branko Završan, Roberto Herlitzka, Adalberto Maria Merli, Paolo Graziosi, Claudio Magris, Giorgio Pressburger
sceneggiatura Eugenio Lio, Elisabetta Sgarbi
fotografia Andrès Arce Maldonado
montaggio Andrès Arce Maldonado, Elisabetta Sgarbi
musica Franco Battiato
produzione Betty Wrong, Rai Cinema
distribuzione Istituto Luce Cinecittà
durata 80′

Paravidino: “La mia Bibbia, un po’ Brecht, un po’ avanspettacolo”

Da oggi 5 febbraio e fino al 10, a Trieste, nella sala principale del Rossetti, va in scena La ballata di Johnny e Gill di Fausto Paravidino.

“Le frequenze sono ancora mischiate, il rumore non è ancora suono. Poi luce e buio si dividono, le frequenze cominciano ad aggiustarsi, appaiono dei segni. I segni diventano lettere e le lettere si confondono: appare la Torre di Babele”.

Sembra la Bibbia riscritta in una lingua contemporanea. Un po’ lo è. Perché proprio da là, dalla Torre che mescolò e confuse mille e mille lingue, è partito Fausto Paravidino per comporre La ballata di Johnny e Gill.

Assieme a lui, che ne è regista e anche interprete, lo hanno scritto a più mani Iris Fusetti e il gruppo di attori con cui il drammaturgo ha lavorato, grazie a una cordata di produttori multinazionali che mette in fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e lo Stabile di Torino, il Théâtre Liberté di Tolone, il Théâtre La Criée di Marsiglia e Les Théâtres de la Ville de Luxembourg.

“Ci siamo impegnati a fare uno spettacolo internazionale – spiega Paravino – sapevamo che ne sarebbe nato un bisticcio di parole. Abbiamo cercato, studiato, approfondito, fino a capire che il mito della Torre di Babele, che punisce l’azzardo degli uomini che volevano arrivare fino al cielo, non va inteso come una maledizione. Umberto Eco, ad esempio, la considerava una benedizione. Con la moltiplicazione delle lingue, per lui, era anche nata la poesia”.

Però non è facile prendere in mano la Bibbia e rileggerla con occhi laici. “Il teatro è abituato a occuparsi dei miti greci – continua Paravidino – e la Bibbia ci fa un po’ antipatia, proprio perché si porta appresso la religione, tema delicato. Ma è uno sforzo che si può fare. Un po’ come rileggere Romeo e Giulietta senza romanticismo”.

Prenderla cioè come un’avventura. E infatti poche pagine dopo il racconto della Torre di Babele, il Vecchio testamento introduce la figura di Abramo, il primo migrante. Colui che si avventura nel mondo dopo Babele.

La ballata di Johnny e Gill (ph. Vincent Bérenge)

“Oggi c’è una soglia di tolleranza nei confronti delle migrazioni. Si può accettare chi fugge dalla guerra. Ma per accettare chi fugge dalla povertà bisogna essere molto, molto di sinistra. Abramo non fugge da una guerra né dalla povertà. Abramo segue la voce di Dio che gli dice: prendi tua moglie e vai. Lui parte e cerca un altrove: non è un santo, ma ci prova. Noi abbiamo provato a leggere meglio dentro questa storia, che non è conciliante ed è piena di spigoli. Ci abbiamo messo dentro tutto ciò che sapevamo sulle migrazioni. Senza cadere nella trappola dell’attualità. Perché l’attualità si consuma in fretta, il mito invece resta”.

Allora Abramo è diventato Johnny e Sara è diventata Gill. E la vicenda biblica è diventata una ballata. Magari un po’ brechtiana. Anche un po’ avanspettacolo: canzoni, danze, proiezioni.

“Johnny e Gill attraversano il deserto, poi attraversano il mare – continua Paravidino – una geografia primitiva, che non dimentica la realtà, ma è anche un po’ immaginaria. Infine sbarcano a New York. Se esiste una nazione di emigrati, sono gli Stati Uniti. E la capitale di questa nazione è New York. Là, nessuno è di New York, perché di New York sono tutti”.

Lo spettacolo rispecchia perfettamente questa situazione. Un mondo dopo Babele, popolato da stranieri, che parlano idiomi nuovi e sconosciuti. Proprio come succede oggi. A volte gli attori si esprimono italiano, a volte il francese o l’inglese, a volte non si capisce proprio.

Così è lo stesso autore a consegnarci le istruzioni per l’uso: “lo spettatore italiano più cosmopolita potrà cogliere meglio le cose che dicono gli stranieri che parlano inglese e francese. Chi invece parla solo l’italiano farà esattamente il viaggio che fanno i migranti: imparerà a conoscere il mondo post-Babele insieme a loro, e attraverso di loro. Il non comprendere perfettamente è l’umana condizione, che tutti dobbiamo imparare ad accettare”.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, lunedì 4 febbraio 2019]

A riveder le stelle, tra le bestie di Giuliano Scabia

Sorpresa: un nuovo volume si aggiunge alla trilogia che Giuliano Scabia ha dedicato a Nane Oca. Stavolta bisogna inseguirlo lungo il “lato oscuro”.

Nessuno se l’aspettava, questa: che una trilogia, bella e completa, sulla quale eminenti studiosi e professoroni hanno già detto il dicibile, diventasse una “trilogia più qualcosa”.

Le sorprese, Giuliano Scabia le prepara bene. 

Così da oggi, in libreria, a sorpresa, c’è spazio per un titolo nuovo (Il lato oscuro di Nane Oca, Einaudi, 22 euro, 230 pp.) che lo scrittore e teatrante d’origine veneta aggiunge ai tre libri che aveva già intessuto intorno al suo eroe. Nane Oca è un viaggiatore alla ricerca della felicità, che di puntata in puntata, come in un noir del commissario Montalbano (però di stirpe padana, anzi “pavana”, cioè di Padova, dove Scabia è nato più di ottant’anni fa), si aggira tra panorami familiari a chi vive a Nord-est, intabarrato nella rigogliosa lingua settentrionale per la quale “andàr in oca” significa perdersi d’animo, imbambolarsi, non capire più nulla. Complici forse le oche del Campidoglio.

Scabia legge in pubblico Nane Oca (ph. Maurizio Conca)

Il lato divino della realtà

Il primo romanzo della saga (Nane Oca) risaliva al 1992. In meno di vent’anni il ciclo si era completato con altre due visioni: Le foreste sorelle (2005) e Nane Oca rivelato (2009). Pagine nelle quali Padova e ciò che anticamente la circondava, foreste e corsi d’acqua, diventavano strumenti per cogliere “il lato divino della realtà e mostrare l’inestirpabile compresenza, nel mondo, del bene e del male”. Come del resto Scabia aveva imparato frequentando Basaglia e i “matti” dello Psichiatrico di Trieste.

Sembrava che tutto dovesse finire là, alla terza visione, anche se altri libri e altri titoli divergenti, com’è nella personalità di questo autore, si erano intanto aggiunti alla sua sterminata biblio-teatrografia.

Invece no. Quel piccolo mondo antico e contemporaneo, fiabesco e “pavano”, esigeva un’altra esplorazione, un supplemento d’indagine.

Mappa del Pavano antico, disegnata da Giuliano Scabia

La Pavana Commedia

È una discesa agli inferi, questo nuovo viaggio di Nane Oca lungo il “lato oscuro”. Un percorso che il protagonista, anzi la miriade di protagonisti che pullula nella saga, dovrà compiere perché “si può sconfiggere il male del mondo, ma solo attraversandolo completamente e senza lasciarsi contagiare”. 

Proprio ciò che sette secoli fa capitò a un altro scrittore italiano, ribattezzato qui Dante Balinghieri. Così da quella conca di paesaggio in cui Nane Oca è nato, e da quella “stralingua“, che ha per modello i lombardi Gadda e Testori, ma con l’alito veneto di Meneghello, Zanzotto, Calzavara, ecco che riprende vita, movenze, parola, il bestiario fantastico della scrittura di Scabia.

Come sull’arca di Noè, ciascuno vuol fare sentire la propria voce: il Pesce Baùco, la Vacca Mora, la Rana Pissòta, l’Asino dei Pedròti, lo Scarbonasso Serpente. Gli fa coro un’umanità ammiccante: il Professor Pàndolo, Rocco Nerèo, Suca Barùca. Insomma, qui è tutto un “paese-lingua” che accompagna, commenta, incoraggia o mette sull’avviso Nane Oca. Il quale “vedrà stragi, carneficine, esplosioni di bombe, parlerà con massacratori, aspiranti martiri, ma anche eremiti e animali sapienti”. 

Alla fine, trovato il vero Re del Mondo e attraversato il corpo del Leviatano, anche Nane riuscirà a riveder le stelle, a tornare sano e salvo e più saggio ancora fra i suoi amici dei Ronchi Palú, cuore mitico di una Padova rurale, nido segreto d’infanzia, dove tutto aveva avuto inizio. Com’era capitato, appunto, a Dante Balinghieri. 

In poco più di duecento pagine, questa Pavana Commedia si distende sotto l’occhio del lettore, guidato da Scabia nei suoi diversi travestimenti d’autore (a volte Beato Commento, a volte Guido il Puliero, personaggio ma anche scrittore).

Abitudine consueta per uno come lui, fabulatore-viaggiatore, creatore bravo ad attraversare con passo leggero i territori del romanzo, del teatro, della pittura, della poesia. Alla ricerca di quell’elisir di felicità e eterna vita che la scrittura può offrire.

E che Nane Oca chiama “momòm“, ma che da noi, più a Est, viene spontaneo chiamare “bonbòn“.

[pubblicato sull’edizione del 22 gennaio 2019 del quotidiano di Trieste IL PICCOLO]

Tutti gli Ubu, minuto per minuto

I miei antichi maestri, al giornale, mi raccomandavano sempre di stare sul pezzo. Espressione che non ho mai capito. Quale pezzo? Quello che sto scrivendo? E stare come?

La vita è sogno - Ronconi
La vita è sogno. Ma magari….

Chi la capisce, invece, magari apprezzerà questo tentativo di streaming testuale che faccio – stando appunto sul pezzo – da una postazione tra le nevi alpine. Tentativo un po’ maldestro, visto che la connessione, quassù, è precaria e lenta. Ma ci provo ugualmente.

Se continuate a leggermi, vi aggiorno su come sta andando la finale dei Premi Ubu 2018, in svolgimento in questi momenti a Milano, al Teatro Studio del Piccolo.


Cominciamo:

Premi Speciali
22 voti. Aldes – Roberto Castello
20 voti. ex aequo: Antonio Viganò, Teatro dell’Acquario, Gianni Manzella, Andrea Cosentino
16 voti. Centrale Fies

“Il teatro non si può conservare, conserviamo almeno la memoria degli spettacoli” dice Gianni Manzella, citando Franco Quadri.

Miglior nuovo testo straniero
21 voti. Afghanistan – Enduring Freedom di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace

Nuovo testo italiano – Scrittura drammaturgica
28 voti. La Cupa – di Mimmo Borrelli

Una pausa, mentre Federica Francassi ci invita “ad allenarci a distinguere tra poesia e intrattenimento”.

Nuova performer (under 35)
26 voti. Chiara Bersani

Dice Chiara Bersani: “Se il mio corpo è qui, è grazie a tutti quei maestri che hanno scelto di avermi come allieva: come gli astronauti che sono arrivati sulla luna, anch’io pianto una bandierina, una linea di partenza: io non voglio più essere un’eccezione: la varietà della forma non è solamente un rischio, ma una forza per tutti quei corpi che faticano a trovare uno spazio in cui fare esplodere le loro voci”.

Nuovo performer (under 35)
Ex aequo: Marco d’Agostin, PierGiuseppe Di Tanno

Miglior spettacolo straniero
25 voti. Nachlass – Rimini Protokoll

“Togliete la parola straniero, perché in teatro nessuno è straniero”. Sergio Escobar, che ritira il Premio.

Dice Stephan Kaegi, in linea da Cuba: “Sono qui in Avana dove lavora a un nuovo progetto che vado a mostrare in aprile a Bologna. Qui è il teatro America, ma aprovecho per mandare molti saluti, de tutti miei protagonisti. Il teatro in Avana non è morto, c’è piccola sala come quasi il piccolo teatro in Milano, dove le porterò un nuovo spettacolo con un robot in cena, non un attore. Mando baci di teatro America in Avana”.

Miglior allestimento scenico
23 voti – Marco Rossi e Gianluca Sbicca (Freud, o l’interpretazione dei sogni)

Miglior progetto sonoro
19 voti. Andrea Salvatori per Beatitudo

Miglior curatore/curatrice o organizzatore/organizzatrice 
21 voti. ex aequo: Francesca Corona (Short Theatre), Daniele Del Pozzo (Gender Bender)

Dice Francesca Corona, da Calcutta: “Sono felice che i tre finalisti provengano da luoghi indipendenti, luoghi che hanno saputo avere responsabilità nell’accompagnamento degli artisti e nell’incontro tra pubblici e nuovi formati.”

Grazie a Graziano Graziani – lo dico di passaggio, per il grazioso saluto a me che scrivo e a tutti noi del gruppo d’ascolto Nordest Siberia (46°26N 13°18E), qui a digitare tra le nevi.

Continuiamo pure:

Premio Ubu alla Carriera
32 voti. Enzo Moscato

Moscato: “Pensavo di scappare, ma vabbè, vi leggo alcuni versi da Partitura (1987), sul soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi”. E li dedica “ai piccoli roditori di tutto e tutti”.

Miglior attore o perfomer
13 voti. ex aequo: Gianfranco Berardi (Amleto Take Away), Lino Guanciale (La classe operaia va in Paradiso)

Migliore attrice o performer
17 voti. Ermanno Montanari (Va’ pensiero)

Miglior regia
14 voti. Mimmo Borrelli per La Cupa

“Non dico niente altro, ma senza gli attori, che vengono da me violentati, non si ottiene niente”. Mimmo Borrelli.

Migliore spettacolo di danza
22 voti. Euforia – Silvia Rampelli

“Quel silenzio che fonda la parola: la solitudine e la responsabilità di fronte allo spettatore”. Silvia Rampelli.

Premio Franco Quadri 2018 (per acclamazione unanime del direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri)
Bouchra Ouizguen

La motivazione dice: “Coreografa coraggiosa e solare, Bouchra Ouizguen ha fatto della danza uno strumento sovversivo capace di ribaltare, con una forza espressiva tutta al femminile, stereotipi e interdizioni che investono le posture delle donne nel mondo arabo. (…) Artista che si è assunta il ruolo politico di dare impulso alla nascita di una scena coreografica marocchina e araba, nell’assegnazione del Premio Franco Quadri a Ouizguen, l’Associazione vuole sottolineare il fulgore vitale di questa “perla del deserto” e testimoniare l’urgenza di un agire artistico capace di farsi caldo e militante per dischiudere, come in un battito d’ali, nuove relazioni espressive”.

Spettacolo dell’anno 2018
19 voti. Overload di Sotterraneo

Dice Daniele Villa di Sotterraneo: “Veniamo sostenuti da una fetta dell’ecosistema italiano, che è il nostro habitat. Anche perché è un giallo intrigato, il teatro italiano”, mentre Claudio Cirri indossa la bandana di David Foster Wallace, “in questo teatro pieno di gente che tutti i giorni vuol diventare viva”.

“La notte Ubu sta volgendo al termine” aggiungono Graziani Graziani e Federica Fracassi, contenti per tutti i premi che hanno distribuito, mentre parte il Walter-Polka di Stravinsky.

E su Stravinsky, vi saluto anch’io e torno nella baita. Buoni Ubu, buona notte.