Eccellenti litiganti. Un sipario, due amici e Mike Bartlett

Capita che le persone, anche quelle che amiamo di più, ci deludano. Capita.

Nel lavoro scritto dal drammaturgo inglese Mike Bartlett e intitolato An Intervention, capita cinque volte. Una volta ogni scena. 

Nell’allestire per la prima volta in Italia Un intervento, traduzione di quel testo del 2014, Fabrizio Arcuri regista fa accadere tutto ciò davanti a un sipario. Proprio come vuole l’autore. Per cinque volte.



“Sei sicuro? Sicuro sicuro? Incredibile. Non ci credo. Fanculo”

Capita che due amici, amici da lungo tempo (chiamiamoli A e B), a un certo punto si trovino in disaccordo su qualcosa. Potrebbe essere una questione politica. Nel testo di Bartlett è l’intervento militare britannico in un paese straniero. Ma potrebbe essere anche una questione personale. Nel testo di Bartlett ad A non piace una persona che B frequenta. Oppure potrebbe essere un comportamento. Sempre seguendo Bartlett, B rimprovera ad A di bere troppo. E in effetti, A beve troppo.

Con gli amici si parla, si discute, si litiga anche. A volte le cose tornano a posto da sole. A volte si negozia una soluzione. Nel nostro caso il conflitto precipita invece a cascata, per tutte le cinque scene. Irrimediabilmente. O forse no. E qui sta il bello.

“Da quel momento in poi, abbiamo sempre litigato. E adoravamo litigare”.

Mike Bartlett è nato nel 1980. Nemmeno quarantenne, è fra i rappresentanti di spicco della drammaturgia (Cock, Bull, Wild) e della sceneggiatura (mini serie tv come Doctor Foster) odierne inglesi. Come autore, lascia a chi metterà in scena An Intervention, ampi margini di manovra.

A e B (nello spettacolo sono interpretati da Rita Maffei e Gabriele Benedetti) possono essere un uomo e una donna. Ma anche no. Due uomini, o due donne. Possono avere qualsiasi età. Possono essere vicini di casa, o provenire da luoghi e ambienti diversi. Anche l’oggetto del dibattito – che sia l’intervento militare, o la storia d’amore in cui uno dei due si è imbarcato, o la faccenda del bere – possono avere pesi diversi. Decide chi metterà in scena il testo. Ciò che conta, forse, è tenere all’erta lo spettatore, stimolarlo per tutte le cinque scene, ma non per raccontargli una storia. Piuttosto, per rivolgere a lui le questioni che tormentano i due personaggi.

Mike Bartlett

“Mi dispiace, ma forse deluderò qualcuno”

Perché il pubblico a cui Un intervento si rivolge, ha lo stesso profilo culturale, politico, sociale, di A e B. Un pubblico over 40, acculturato smaliziato, progressista, non estremista. Come diceva Nanni Moretti: di sinistra. Di questo pubblico Bartlett, e il suo regista Arcuri, si divertono a demolire alcune sicurezze.

Con un altro pubblico, ad esempio la generazione under 30, o con il popolo (come dice il governo in carica), Un intervento non funzionerebbe. E anche questo – diciamolo – è il suo bello.

Bello è pure il modo con cui viene risolta l’indicazione scenica, molto scarna, che dà l’autore: lo spettacolo ha luogo davanti a un sipario. Pur seguendola alla lettera, con i suoi interventi a gamba tesa in palcoscenico, la scenografa Luigina Tusini scatena un gioco di rimandi tra l’impianto e i costumi (stravaganti, e al tempo stesso molto pertinenti) che elettrizza gli spettatori.

“Se Dio non avesse voluto che bevessimo, non ci avrebbe dato una bocca”

Gli spettatori (gente appunto acculturata, smaliziata, progressista) possono pure decidere di prendere posizione sulle questioni messe in gioco. Ma soprattutto si divertono. Anche loro. Così mi è capitato, assistendo a una replica.

Perché ci si diverte sempre assistendo a una lotta (è la formula dello sport, no?). E anche perché Maffei e Benedetti, due eccellenti litiganti, sparano dentro il testo grandi dosi d’ironia, la condiscono con il sarcasmo, ogni tanto anche il cinismo. Non solo le parole, scritte molto pinterianamente dall’autore e dette da due attori che Pinter lo conoscono. Ma soprattutto il gioco delle loro reazioni, gli sguardi, le occhiate di traverso, le smorfie, che sono il sale dei litigi.

Non sarò io a svelare come va a finire, anche se va a finire sulle note struggenti di Nothing compares 2U. Musica a parte, potrebbe essere che, per ciascuno spettatore, vada a finire diversamente. Perché è la drammaturgia di oggi, bellezza. E tu non tu puoi farci niente, niente.

Un intervento
di Mike Bartlett
traduzione di Jacopo Gassman
regia Fabrizio Arcuri
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
scenografia Luigina Tusini
produzione CSS – Teatro stabile d’Innovazione del FVG
le fotografie sono di Daniele Fona

repliche al Teatro Palamostre di Udine, il 14, 15, 16 e 21, 22, 23 febbraio, poi in tournée

Il signor Sulcic, l’Italia, la Jugoslavia, nel film di Elisabetta Sgarbi

Nelle sale cinematografiche italiane, da oggi, un film intitolato I nomi del signor Sulcic racconta – con l’intimità tipica dei nomi – il confine orientale italiano, quello separò Italia e Jugoslavia. 

E in questi stessi giorni, che come lapidi nei nostri calendari fissano “la memoria” (27 gennaio) e “il ricordo” (10 febbraio), il film di Elisabetta Sgarbi ci dice invece che risvegliare la memoria non è sempre un bene.

Una ricercatrice universitaria si inoltra lungo i viali di un cimitero ebraico (è quello di Trieste, dove sono state ambientate molte scene) per cercare di ricostruire la vita di una donna che là è sepolta. Da una lapide si passa a vecchi documenti e dai documenti si passa alla vita di un uomo, il signor Sulcic.

Dopo aver attraversato settantacinque anni fa quel confine, tagliente come una lama, il signor Sulcic cambiò la propria vita. La sua e quella degli altri. Risvegliarne il ricordo, in loro, però non è sempre un bene.

Girato tra il delta del Po, Trieste, Lubiana, Tolmino, con campiture intere di Adriatico, I nomi del signor Sulcic andrebbe visto soprattutto da chi, quassù, sull’odierno confine orientale, si attarda nel maneggiare vecchi slogan nazionalisti, e sovranisti oggi, che la storia ha invece sepolto. Con buona pace di chi sta sottoterra.

Una breve scena onirica, girata negli ambienti desolati e umidi della Kleine Berlin, il dedalo sotterraneo che i nazisti costruirono sotto un colle di Trieste (vedi il post di qualche mese fa), ci mostra Claudio Magris e Giorgio Pressburger, nell’inedito ruolo di attori. Soprattutto le immagini di Giorgio, che è morto pochi mesi dopo, sono struggenti. Almeno per chi gli è stato amico.

I nomi del signor Sulcic
Italia, 2018
regia di Elisabetta Sgarbi
cast: Lučka Počkaj, Elena Radonicich, Gabriele Levada, Ivana Pantaleo, Branko Završan, Roberto Herlitzka, Adalberto Maria Merli, Paolo Graziosi, Claudio Magris, Giorgio Pressburger
sceneggiatura Eugenio Lio, Elisabetta Sgarbi
fotografia Andrès Arce Maldonado
montaggio Andrès Arce Maldonado, Elisabetta Sgarbi
musica Franco Battiato
produzione Betty Wrong, Rai Cinema
distribuzione Istituto Luce Cinecittà
durata 80′

Paravidino: “La mia Bibbia, un po’ Brecht, un po’ avanspettacolo”

Da oggi 5 febbraio e fino al 10, a Trieste, nella sala principale del Rossetti, va in scena La ballata di Johnny e Gill di Fausto Paravidino.

“Le frequenze sono ancora mischiate, il rumore non è ancora suono. Poi luce e buio si dividono, le frequenze cominciano ad aggiustarsi, appaiono dei segni. I segni diventano lettere e le lettere si confondono: appare la Torre di Babele”.

Sembra la Bibbia riscritta in una lingua contemporanea. Un po’ lo è. Perché proprio da là, dalla Torre che mescolò e confuse mille e mille lingue, è partito Fausto Paravidino per comporre La ballata di Johnny e Gill.

Assieme a lui, che ne è regista e anche interprete, lo hanno scritto a più mani Iris Fusetti e il gruppo di attori con cui il drammaturgo ha lavorato, grazie a una cordata di produttori multinazionali che mette in fila il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e lo Stabile di Torino, il Théâtre Liberté di Tolone, il Théâtre La Criée di Marsiglia e Les Théâtres de la Ville de Luxembourg.

“Ci siamo impegnati a fare uno spettacolo internazionale – spiega Paravino – sapevamo che ne sarebbe nato un bisticcio di parole. Abbiamo cercato, studiato, approfondito, fino a capire che il mito della Torre di Babele, che punisce l’azzardo degli uomini che volevano arrivare fino al cielo, non va inteso come una maledizione. Umberto Eco, ad esempio, la considerava una benedizione. Con la moltiplicazione delle lingue, per lui, era anche nata la poesia”.

Però non è facile prendere in mano la Bibbia e rileggerla con occhi laici. “Il teatro è abituato a occuparsi dei miti greci – continua Paravidino – e la Bibbia ci fa un po’ antipatia, proprio perché si porta appresso la religione, tema delicato. Ma è uno sforzo che si può fare. Un po’ come rileggere Romeo e Giulietta senza romanticismo”.

Prenderla cioè come un’avventura. E infatti poche pagine dopo il racconto della Torre di Babele, il Vecchio testamento introduce la figura di Abramo, il primo migrante. Colui che si avventura nel mondo dopo Babele.

La ballata di Johnny e Gill (ph. Vincent Bérenge)

“Oggi c’è una soglia di tolleranza nei confronti delle migrazioni. Si può accettare chi fugge dalla guerra. Ma per accettare chi fugge dalla povertà bisogna essere molto, molto di sinistra. Abramo non fugge da una guerra né dalla povertà. Abramo segue la voce di Dio che gli dice: prendi tua moglie e vai. Lui parte e cerca un altrove: non è un santo, ma ci prova. Noi abbiamo provato a leggere meglio dentro questa storia, che non è conciliante ed è piena di spigoli. Ci abbiamo messo dentro tutto ciò che sapevamo sulle migrazioni. Senza cadere nella trappola dell’attualità. Perché l’attualità si consuma in fretta, il mito invece resta”.

Allora Abramo è diventato Johnny e Sara è diventata Gill. E la vicenda biblica è diventata una ballata. Magari un po’ brechtiana. Anche un po’ avanspettacolo: canzoni, danze, proiezioni.

“Johnny e Gill attraversano il deserto, poi attraversano il mare – continua Paravidino – una geografia primitiva, che non dimentica la realtà, ma è anche un po’ immaginaria. Infine sbarcano a New York. Se esiste una nazione di emigrati, sono gli Stati Uniti. E la capitale di questa nazione è New York. Là, nessuno è di New York, perché di New York sono tutti”.

Lo spettacolo rispecchia perfettamente questa situazione. Un mondo dopo Babele, popolato da stranieri, che parlano idiomi nuovi e sconosciuti. Proprio come succede oggi. A volte gli attori si esprimono italiano, a volte il francese o l’inglese, a volte non si capisce proprio.

Così è lo stesso autore a consegnarci le istruzioni per l’uso: “lo spettatore italiano più cosmopolita potrà cogliere meglio le cose che dicono gli stranieri che parlano inglese e francese. Chi invece parla solo l’italiano farà esattamente il viaggio che fanno i migranti: imparerà a conoscere il mondo post-Babele insieme a loro, e attraverso di loro. Il non comprendere perfettamente è l’umana condizione, che tutti dobbiamo imparare ad accettare”.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, lunedì 4 febbraio 2019]

A riveder le stelle, tra le bestie di Giuliano Scabia

Sorpresa: un nuovo volume si aggiunge alla trilogia che Giuliano Scabia ha dedicato a Nane Oca. Stavolta bisogna inseguirlo lungo il “lato oscuro”.

Nessuno se l’aspettava, questa: che una trilogia, bella e completa, sulla quale eminenti studiosi e professoroni hanno già detto il dicibile, diventasse una “trilogia più qualcosa”.

Le sorprese, Giuliano Scabia le prepara bene. 

Così da oggi, in libreria, a sorpresa, c’è spazio per un titolo nuovo (Il lato oscuro di Nane Oca, Einaudi, 22 euro, 230 pp.) che lo scrittore e teatrante d’origine veneta aggiunge ai tre libri che aveva già intessuto intorno al suo eroe. Nane Oca è un viaggiatore alla ricerca della felicità, che di puntata in puntata, come in un noir del commissario Montalbano (però di stirpe padana, anzi “pavana”, cioè di Padova, dove Scabia è nato più di ottant’anni fa), si aggira tra panorami familiari a chi vive a Nord-est, intabarrato nella rigogliosa lingua settentrionale per la quale “andàr in oca” significa perdersi d’animo, imbambolarsi, non capire più nulla. Complici forse le oche del Campidoglio.

Scabia legge in pubblico Nane Oca (ph. Maurizio Conca)

Il lato divino della realtà

Il primo romanzo della saga (Nane Oca) risaliva al 1992. In meno di vent’anni il ciclo si era completato con altre due visioni: Le foreste sorelle (2005) e Nane Oca rivelato (2009). Pagine nelle quali Padova e ciò che anticamente la circondava, foreste e corsi d’acqua, diventavano strumenti per cogliere “il lato divino della realtà e mostrare l’inestirpabile compresenza, nel mondo, del bene e del male”. Come del resto Scabia aveva imparato frequentando Basaglia e i “matti” dello Psichiatrico di Trieste.

Sembrava che tutto dovesse finire là, alla terza visione, anche se altri libri e altri titoli divergenti, com’è nella personalità di questo autore, si erano intanto aggiunti alla sua sterminata biblio-teatrografia.

Invece no. Quel piccolo mondo antico e contemporaneo, fiabesco e “pavano”, esigeva un’altra esplorazione, un supplemento d’indagine.

Mappa del Pavano antico, disegnata da Giuliano Scabia

La Pavana Commedia

È una discesa agli inferi, questo nuovo viaggio di Nane Oca lungo il “lato oscuro”. Un percorso che il protagonista, anzi la miriade di protagonisti che pullula nella saga, dovrà compiere perché “si può sconfiggere il male del mondo, ma solo attraversandolo completamente e senza lasciarsi contagiare”. 

Proprio ciò che sette secoli fa capitò a un altro scrittore italiano, ribattezzato qui Dante Balinghieri. Così da quella conca di paesaggio in cui Nane Oca è nato, e da quella “stralingua“, che ha per modello i lombardi Gadda e Testori, ma con l’alito veneto di Meneghello, Zanzotto, Calzavara, ecco che riprende vita, movenze, parola, il bestiario fantastico della scrittura di Scabia.

Come sull’arca di Noè, ciascuno vuol fare sentire la propria voce: il Pesce Baùco, la Vacca Mora, la Rana Pissòta, l’Asino dei Pedròti, lo Scarbonasso Serpente. Gli fa coro un’umanità ammiccante: il Professor Pàndolo, Rocco Nerèo, Suca Barùca. Insomma, qui è tutto un “paese-lingua” che accompagna, commenta, incoraggia o mette sull’avviso Nane Oca. Il quale “vedrà stragi, carneficine, esplosioni di bombe, parlerà con massacratori, aspiranti martiri, ma anche eremiti e animali sapienti”. 

Alla fine, trovato il vero Re del Mondo e attraversato il corpo del Leviatano, anche Nane riuscirà a riveder le stelle, a tornare sano e salvo e più saggio ancora fra i suoi amici dei Ronchi Palú, cuore mitico di una Padova rurale, nido segreto d’infanzia, dove tutto aveva avuto inizio. Com’era capitato, appunto, a Dante Balinghieri. 

In poco più di duecento pagine, questa Pavana Commedia si distende sotto l’occhio del lettore, guidato da Scabia nei suoi diversi travestimenti d’autore (a volte Beato Commento, a volte Guido il Puliero, personaggio ma anche scrittore).

Abitudine consueta per uno come lui, fabulatore-viaggiatore, creatore bravo ad attraversare con passo leggero i territori del romanzo, del teatro, della pittura, della poesia. Alla ricerca di quell’elisir di felicità e eterna vita che la scrittura può offrire.

E che Nane Oca chiama “momòm“, ma che da noi, più a Est, viene spontaneo chiamare “bonbòn“.

[pubblicato sull’edizione del 22 gennaio 2019 del quotidiano di Trieste IL PICCOLO]

Tutti gli Ubu, minuto per minuto

I miei antichi maestri, al giornale, mi raccomandavano sempre di stare sul pezzo. Espressione che non ho mai capito. Quale pezzo? Quello che sto scrivendo? E stare come?

La vita è sogno - Ronconi
La vita è sogno. Ma magari….

Chi la capisce, invece, magari apprezzerà questo tentativo di streaming testuale che faccio – stando appunto sul pezzo – da una postazione tra le nevi alpine. Tentativo un po’ maldestro, visto che la connessione, quassù, è precaria e lenta. Ma ci provo ugualmente.

Se continuate a leggermi, vi aggiorno su come sta andando la finale dei Premi Ubu 2018, in svolgimento in questi momenti a Milano, al Teatro Studio del Piccolo.


Cominciamo:

Premi Speciali
22 voti. Aldes – Roberto Castello
20 voti. ex aequo: Antonio Viganò, Teatro dell’Acquario, Gianni Manzella, Andrea Cosentino
16 voti. Centrale Fies

“Il teatro non si può conservare, conserviamo almeno la memoria degli spettacoli” dice Gianni Manzella, citando Franco Quadri.

Miglior nuovo testo straniero
21 voti. Afghanistan – Enduring Freedom di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace

Nuovo testo italiano – Scrittura drammaturgica
28 voti. La Cupa – di Mimmo Borrelli

Una pausa, mentre Federica Francassi ci invita “ad allenarci a distinguere tra poesia e intrattenimento”.

Nuova performer (under 35)
26 voti. Chiara Bersani

Dice Chiara Bersani: “Se il mio corpo è qui, è grazie a tutti quei maestri che hanno scelto di avermi come allieva: come gli astronauti che sono arrivati sulla luna, anch’io pianto una bandierina, una linea di partenza: io non voglio più essere un’eccezione: la varietà della forma non è solamente un rischio, ma una forza per tutti quei corpi che faticano a trovare uno spazio in cui fare esplodere le loro voci”.

Nuovo performer (under 35)
Ex aequo: Marco d’Agostin, PierGiuseppe Di Tanno

Miglior spettacolo straniero
25 voti. Nachlass – Rimini Protokoll

“Togliete la parola straniero, perché in teatro nessuno è straniero”. Sergio Escobar, che ritira il Premio.

Dice Stephan Kaegi, in linea da Cuba: “Sono qui in Avana dove lavora a un nuovo progetto che vado a mostrare in aprile a Bologna. Qui è il teatro America, ma aprovecho per mandare molti saluti, de tutti miei protagonisti. Il teatro in Avana non è morto, c’è piccola sala come quasi il piccolo teatro in Milano, dove le porterò un nuovo spettacolo con un robot in cena, non un attore. Mando baci di teatro America in Avana”.

Miglior allestimento scenico
23 voti – Marco Rossi e Gianluca Sbicca (Freud, o l’interpretazione dei sogni)

Miglior progetto sonoro
19 voti. Andrea Salvatori per Beatitudo

Miglior curatore/curatrice o organizzatore/organizzatrice 
21 voti. ex aequo: Francesca Corona (Short Theatre), Daniele Del Pozzo (Gender Bender)

Dice Francesca Corona, da Calcutta: “Sono felice che i tre finalisti provengano da luoghi indipendenti, luoghi che hanno saputo avere responsabilità nell’accompagnamento degli artisti e nell’incontro tra pubblici e nuovi formati.”

Grazie a Graziano Graziani – lo dico di passaggio, per il grazioso saluto a me che scrivo e a tutti noi del gruppo d’ascolto Nordest Siberia (46°26N 13°18E), qui a digitare tra le nevi.

Continuiamo pure:

Premio Ubu alla Carriera
32 voti. Enzo Moscato

Moscato: “Pensavo di scappare, ma vabbè, vi leggo alcuni versi da Partitura (1987), sul soggiorno napoletano di Giacomo Leopardi”. E li dedica “ai piccoli roditori di tutto e tutti”.

Miglior attore o perfomer
13 voti. ex aequo: Gianfranco Berardi (Amleto Take Away), Lino Guanciale (La classe operaia va in Paradiso)

Migliore attrice o performer
17 voti. Ermanno Montanari (Va’ pensiero)

Miglior regia
14 voti. Mimmo Borrelli per La Cupa

“Non dico niente altro, ma senza gli attori, che vengono da me violentati, non si ottiene niente”. Mimmo Borrelli.

Migliore spettacolo di danza
22 voti. Euforia – Silvia Rampelli

“Quel silenzio che fonda la parola: la solitudine e la responsabilità di fronte allo spettatore”. Silvia Rampelli.

Premio Franco Quadri 2018 (per acclamazione unanime del direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri)
Bouchra Ouizguen

La motivazione dice: “Coreografa coraggiosa e solare, Bouchra Ouizguen ha fatto della danza uno strumento sovversivo capace di ribaltare, con una forza espressiva tutta al femminile, stereotipi e interdizioni che investono le posture delle donne nel mondo arabo. (…) Artista che si è assunta il ruolo politico di dare impulso alla nascita di una scena coreografica marocchina e araba, nell’assegnazione del Premio Franco Quadri a Ouizguen, l’Associazione vuole sottolineare il fulgore vitale di questa “perla del deserto” e testimoniare l’urgenza di un agire artistico capace di farsi caldo e militante per dischiudere, come in un battito d’ali, nuove relazioni espressive”.

Spettacolo dell’anno 2018
19 voti. Overload di Sotterraneo

Dice Daniele Villa di Sotterraneo: “Veniamo sostenuti da una fetta dell’ecosistema italiano, che è il nostro habitat. Anche perché è un giallo intrigato, il teatro italiano”, mentre Claudio Cirri indossa la bandana di David Foster Wallace, “in questo teatro pieno di gente che tutti i giorni vuol diventare viva”.

“La notte Ubu sta volgendo al termine” aggiungono Graziani Graziani e Federica Fracassi, contenti per tutti i premi che hanno distribuito, mentre parte il Walter-Polka di Stravinsky.

E su Stravinsky, vi saluto anch’io e torno nella baita. Buoni Ubu, buona notte.

Oggi Facebook mi ha bacchettato. Domani chissà.

È successo oggi. A Facebook non è piaciuta per niente la foto di Silvia Gribaudi che salta tutta nuda. Facebook mi ha spiegato che l’immagine non rispetta gli standard della community in materia di nudo e atti sessuali.

Io porto rispetto per chi mi rimprovera di non rispettare gli standard. Tanto che ho cambiato la foto. Al posto delle due tette della Gribaudi, ho messo le sei tette del Canova. Tre Grazie, sei tette. Di marmo e di Antonio Canova, campione del Neoclassicismo. Mica scherzi.

Antonio Canova, Le tre Grazie (copia in gesso conservata a Possagno)

Non so se ho fatto proprio la mossa giusta. Dite che Facebook si risente anche per Canova?

Il resto, se dio Facebook vuole, rimane tutto uguale. 🙂 E lo trascrivo qui di seguito.

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Silvia è la profetessa italiana del corpo libero. Non quello della ginnastica, che è molto legato anzi, alla forza e alla muscolatura. Ma il corpo davvero libero, quello che si è affrancato dagli obblighi e dai doveri a cui le culture lo costringono.

Perché oggi, più che in altre epoche, più che in altre società, il corpo è prigioniero.

Il corpo, mito d’oggi

Prigioniero di un’idea o – secondo pagine mai tramontate di Roland Barthes – di un mito d’oggi che lo vorrebbe sempre tonico e dinamico, armonioso, proporzionato, e magro. Insomma bello, toccato dalla grazia.

Antonio Canova, Le tre Grazie (questo è originale, all’Ermitage di San Pietroburgo)

All’opposto di quelli mitici, i corpi veri non sempre sono giovani, tonici, proporzionati, scattanti, flessibili. Quasi mai asciutti. È la loro verità, ma anche la loro bellezza. Il Vero e il Bello vanno assieme da millenni.

La storia personale di Slivia Gribaudi racconta questa sua scoperta. A dieci anni era la tipica bambina che sognava di fare la ballerina classica. A vent’anni coronava il suo sogno, lavorando con il linguaggio della danza d’école per il Teatro Regio di Torino (la sua città d’origine) e la Fenice di Venezia, e con il contemporaneo per numerose altre compagnie.

Ma il corpo ha le sue vie, e bisogna assecondarne le trasformazioni. Quando, a trent’anni, anche il corpo di Silvia ha cominciato a modificarsi, allontanandosi sempre più dal mito della ballerina, sono cominciati i guai. Però – come insegna il buddismo – debolezze e limiti possono essere trasformati in punti di forza. Così il suo corpo mitico ha lasciato il posto a un corpo politico.

What age are you acting? / Le età relative

Ho capito che, per restare performer, dovevo far lavorare le parti grasse” dice. “Rido sempre quando penso a queste parti del corpo che, quando cammini hanno una loro danza, a prescindere dal tuo controllo“. In altre parole, un’estetica curvy, arrotondata, morbida.

Da quella decisione, maturata nel tempo, sono nati progetti e spettacoli che hanno scavalcato l’anonimato e l’omologazione del corpo classico, per andare a costruire la personalità coreografica di Silvia Gribaudi. Una personalità speciale.

A corpo libero è una sua creazione del 2009. Di qualche anno fa è la coreografia di R.osa – Dieci esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano (Premio Ubu 2017). Accanto a ciò, laboratori con persone over 60, confluiti poi nei progetti pluriennali What age are you acting? / Le età relative e Oggi è il mio giorno e numerosi corsi e esperienze seminariali condotti in Italia e all’estero.

I temi della danza partecipata e della danza di comunità, diffuse, sottratte ai recinti del professionismo, sono sempre più sentiti in ambito coreografico (alcuni nomi soltanto: Virgilio Sieni, Jérôme Bel, Sharon Fridman, Marco Chenevier). Il che non significa che queste declinazioni non incrocino la Bellezza.

Tre uomini, il Canova, la grazia

È il pensiero che Silvia Gribaudi sta coltivando oggi e che – con il coinvolgimento di altri tre perfomer professionisti – guarda a giugno 2019. Il momento in cui al Festival Armunia, a Castiglioncello, debutterà ufficialmente Graces: un lavoro che dalla bellezza neoclassica di Antonio Canova prende le mosse. Per indagare come l’idea del Bello, oltre che culturalmente relativa, sia un principio vitale e salubre in eterno. Splendore, gioia, prosperità, questo spandono le Tre Grazie, tre punti cardinali fissati tra il 1812 e il 1817 da Canova nel marmo, che Gribaudi libera dagli stereotipi di tempo e di genere, e svela con il balsamo dell’ironia.

residenza per Graces – Gradisca d’Isonzo, dicembre 2018

Tre uomini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) e la stessa Gribaudi stanno lavorando fin dal dicembre 2017 a questa creazione, prodotta da Zebra e vincitrice del progetto CollaborAction XL 2018/19. Un lavoro di ricerca, paziente, che ha li ha visti e li vedrà proseguire a tappe in numerose residenze: al Danstationeen Danscentrum Skånes Dansteater di Malmö in Svezia, ad Armunia a Castiglioncello, alla Fondazione Piemonte dal Vivo, a L’Arboreto di Mondaino, e nelle scorse settimana ad Artefici, progetto residenziale attivato da a.ArtistiAssociati di Gorizia.

È qui – più esattamente nel teatro di una cittadina piccola e accogliente, Gradisca d’Isonzo – che ho intercettato il loro lavoro. Che in questa fase, ancora preparatoria, mette assieme procedimenti di alto virtuosismo, intrecciati al graffio di una dissacrazione piena di grazia.

residenza per Graces

Come fermare, per un momento almeno, la sfuggente idea di Bello? Come modellarne un simulacro odierno, visto che quell’idea è stata sempre resa fluida da pulsazioni di moda e oscillazioni del gusto? Come interrogare la Cultura, le culture, per scoprire sotto il velo che le tre divinità sorreggono, il ruolo della Natura? Ma sopratutto, come far spazio nella nostra vita, oggi, alla Bellezza e alla Grazia?

A chi li considera concetti astratti, sorpassati oggi, bisognerebbe sussurrare all’orecchio che sono indispensabili. E salutari, prima di tutto.

Vanno in scena The Quipps, gli acceleratori di poesia

Venerdì 14 dicembre, Trieste Contemporanea presenta dal vivo giovani autori internazionali alle prese con nuovi formati di poesia. Ore 19.30, Studio Tommaseo di Trieste, via del Monte 2/1. Ingresso gratuito.

Farete fatica a trovare The Quipps su Internet: è un espressione che non esiste ancora. Ma è stata scelta proprio per questo. Per dare un nome a qualcosa di nuovo.

The Quipps è un progetto che ha impegnato Trieste Contemporanea per parecchi mesi. Ma alla fine è nato. E venerdì sera, il 14 dicembre, farà la sua entrata in scena.

The Quipps è poesia contemporanea. E anche qualcosa di più. Seguitemi.

Ritmo e velocità che accelerano la poesia

Cerniera d’arte e di cultura verso il Centro Europa, Trieste Contemporanea è un attivatore di dialoghi che si snodano lungo parecchi fronti. Mancava questo: l’incontro con i poeti di una generazione che, superata la superficie della carta, pensa e fa poesia in una diversa dimensione. Non solo libri, volumi, plaquette, non solo componimenti affidati ai siti internet.

Poesia performata invece, interpretata dal vivo dagli stessi autori. Lavoro di parole, che diventano materiale per azioni d’arte: scolpite con la voce, la lingua, il corpo, suoni e visioni nella performance live degli stessi poeti creatori, scelti con cura per rafforzare il dialogo creativo con i Paesi confinanti. Dall’Austria viene la rapper Yasmo. Dalla Slovenia viene Eva Kodalj, perfomer e regista. Sono invece italiani Marco Gorgoglione e il duo Gabriele Stera + Martina Stella.

Ecco The Quipps, tutti under 30, un giovane gruppo di scultori di parole che Trieste Contemporanea chiama acceleratori di poesia. Perché è con loro che la scrittura acquista una velocità e un ritmo diversi da quelli che siamo abituati a incontrare sulla carta. Una nuova oralità, la presenza fisica dell’autore, la forza dello performance davanti al pubblico.

Le loro esibizioni potrebbero somigliare a quelle dei tanti autori che gareggiano negli slam di poesia, competizioni diffuse di qua e di là dell’Atlantico, e da quasi vent’anni anche in Italia. Ma in quel format, oramai classico, a prevalere è piuttosto il senso della competizione, sono le regole su cui si basa, è il giudizio pop di una giuria scelta tra il pubblico.

The Quipps è altro. Distante dalla gara, vive di poche, forse di una sola regola. Il valore dei performer, selezionati da un esperto, Christian Sinicco, anche lui poeta. “Si tratta di scritture praticate tra il suono – dice – immagini create degli strumenti tecnologici e la voce degli stessi autori: insieme si assumono la responsabilità di innovare il linguaggio”.

The Quipps si accorda con gli intenti del concorso Squeeze It, un’altra iniziativa di Trieste Contemporanea, rivolta a giovani under 30, che abbiano interessi nei media e nei linguaggi della contemporaneità (ne parlavo in un precedente articolo). Entrambi i progetti culminano in questi giorni di dicembre: venerdì 14 (ore 19.30) con la prima edizione di The Quipps e il giorno successivo (ore 19.30) con la finale del concorso biennale Squeeze It – Premio Franco Jesurun, giunto invece alla terza edizione.

Tocca a Christian Sinicco, ora, presentare gli autori che ha selezionato. Sentiamolo.

MARCO GORGOGLIONE
Ultima Aestate

La performance, intitolata “alla fine dell’estate”, è un’elaborazione del lutto, del trauma della separazione e della perdita. È un percorso che esplora il senso delle cose che passano, come la fine, il senso di vuoto, l’assenza. È un dialogo con chi non c’è più e allo stesso tempo con se stessi, voci diverse e distanti che riaffiorano e diventano compresenti, per recuperare quello che è perso e quello che resta.

Marco Gorgoglione nasce nel 1995 in Basilicata. Vive a Pisa dove studia Lettere moderne. Nel 2017 fonda gli Yawpisti, movimento che si occupa della diffusione di poesia contemporanea sul territorio toscano e italiano. Nel 2018 è a Genova tra i finalisti nazionali di poetry slam. Ha collaborato con poeti e festival italiani e internazionali come il Pisa Book Festival.

EVA KOKALJ
Svet pripada hrabrim (Il mondo è di chi ha coraggio)

Nei suoi gesti di poesia, il soggetto viene sempre per primo. Quando la poetessa tocca il proprio mondo interiore, cerca un porto dei sogni che è stato demolito. Esplora il suo modello per la transizione del mondo esterno nell’esistenza umana e descrive la caduta e il rialzarsi, l’amarezza e la solitudine, il proprio scorrere dall’interno verso il mondo e viceversa – il mondo che entra. Esplora l’amara ma coraggiosa verità di chi siamo, qual è lo scopo, qual è il nostro silenzio, quando il silenzio diventa assenza di parole. Come parlare di qualcosa in quel silenzio? La risposta è: parla dell’amore.

Eva Kokalj (1989) è una poetessa slovena, performer e regista teatrale. Spesso mette la propria poesia in musica e / o video. Si è esibita anche come cantautrice, esibendosi finora per tre volte. Inoltre ha scritto e diretto due spettacoli che sono stati presentati a Glej, a Lubiana e, nella sua città natale, Celje. Ha partecipato alla finale del Poetry Slam Nazionale Sloveno due volte.

YASMIN HAFEDH (YASMO)
What more can I say?!(Cos’altro posso dire?!)

Hafedh cercherà di tracciare il ponte tra la poesia della parola e il rap. Il femminismo arriva sempre quando si esibisce, anche i grandi anti: antifascismo, antirazzismo, antisessismo. Per il rispetto e la pace, parola per parola, e il tutto per dire qualcosa.

Yasmin Hafedh (1990) vive a Vienna, dove ha frequentato i palcoscenici dall’età di 15 anni e ha cominciato a lavorare come poeta. Ha iniziato a frequentare gli slam di poesia a Vienna (dal 2007), mentre andava a scuola. A quel tempo, è diventata redattrice della rivista Literaturzeitschrift & Radieschen e membro della 1MM Freestyle Session, una sessione di freestyle bisettimanale. Nel 2009 è stata la prima donna nella finale dell’Ö-Slam (Austrian Poetry Slam Championship), che ha vinto poi nel 2013. Hafedh è uno dei più noti slampoets austriaci.

GABRIELE STERA e MARTINA STELLA
Dorso Mondo

È una performance di poesia, musica elettronica e video-arte, estratta da un libro-disco di prossima uscita per l’editore Squi(libri). Nel paesaggio di geometrie astratte prodotto dalle proiezioni video di Martina Stella, Gabriele Stera unisce il ronzio dei campi elettromagnetici presenti in sala e le parole per raccontare un’insonnia, un viaggio interspaziale, un naufragio, una giornata.

Gabriele Stera (Trieste, 1993), poeta e artista sonoro e Martina Stella (Trieste, 1992), artista visiva, vivono a Parigi dove studiano rispettivamente Estetica e Fotografia e arte contemporanea. Il loro primo lavoro collettivo, Dorso Mondo, unisce poesia, musica, illustrazione e performance multimediale, e sarà edito da Squi(libri) nel 2019.

Lik sveikas, Nekrošius. Addio al maestro dagli occhi di neve

È ormai sera quando scrivo questo post, mentre fin dal mattino la notizia della morte di Eimuntas Nekrošius è volata veloce sulle ali dell’informazione globale. 

Oggi, 21 novembre, il più importante regista lituano vivente, avrebbe compiuto 66 anni. È morto invece d’infarto nella notte di ieri, lasciando in chi ha visto anche soltanto alcuni dei suoi spettacoli una scia di immagini che è impossibile dimenticare.

Lik sveikas in lituano significa addio, e a me pare del tutto inutile, a quest’ora, ripercorrere i quarant’anni esatti del suo rapporto con il teatro. Lo hanno fatto oggi, anche assai bene, molti dei miei colleghi mettendo in fila i trenta spettacoli che in una sola arcata disegnano, adesso, per noi, il suo definitivo ritratto d’artista.

Meglio mettere a fuoco qui solo tre immagini: quelle sbalzate nette dalla memoria, appena mi è giunta, di primo mattino, la notizia.

Fotografia di famiglia

Aprile 1989. Il muro più famoso d’Europa deve ancora cadere, ma la glasnost’ gorbaceviana ha cominciato già a sciogliere il piccolo paese baltico dalla rigida tutela sovietica (accadrà nel marzo ’90, e solo nel ’91 l’indipendenza lituana verrà riconosciuta). Sul palcoscenico di Parma Teatro Festival, in quell’aprile di trasformazioni, attori in silenzio attendono emozionati il lampo di un vecchio apparecchio fotografico.

È la scena della fotografia di famiglia di Zio Vanja, la prima regia di Nekrošius che assieme a Pirosmani Pirosmani, arriva in Italia. Il groppo dell’emozione coglie invece noi spettatori, quando dalle bocche dei servi accosciati a terra si solleva il Va’ pensiero verdiano. E di lato si srotola d’improvviso la bandiera nazionale lituana. Giallo, verde e rosso è il pensiero di quella patria «sì bella e perduta» che solo un anno dopo i lituani avrebbero ritrovato.

Tenere le distanze

Agosto 2000. Fa caldo fuori, nella pianura friulana, ma l’antica casa contadina che ospita Nekrošius garantisce il clima che meglio si adatta al maestro, che ha occhi chiari, di neve, se non di ghiaccio. Occhi diamante in cui sembra riflettersi un’anima baltica: taciturna, introversa. Nekrošius è qui come maestro per una sessione dell’Ecole des Maitres, il corso di alta specializzazione per attori, ideato da Franco Quadri e organizzato dal CSS di Udine. Da due settimane lavora con una ventina di giovani attori. Con loro prova Il Gabbiano.

Un po’ discosto, quasi nascosto, riesco a seguire qualche prova. Non ho mai visto un regista di così poche parole. In due, un pomeriggio, otteniamo di intervistarlo, ma è un’intervista per modo di dire: risponde con un sì o con un no a domande che durano ore. Azzardo un mezzo punto interrogativo su una sua futura regia lirica, forse il Macbeth di Verdi . “La musica mi piace molto, la amo. Ma su questo progetto non vorrei dire niente. Sono certo stato incauto nel confessarlo a qualcuno. E’ anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“. Capisco l’uomo e la sua lezione.

Una scena da Il Gabbiano, regia di Eimuntas Nekrošius, 2000

Nella fortezza dell’arte

Maggio 2018. La delegazione italiana che è arrivata a Vilnius in occasione del centenario della prima dichiarazione di indipendenza lituana (quella dall’Impero russo, nel 1918) è rumorosa e allegra. Scherziamo sui nomi dei piatti che abbiamo appena mangiato. Arrivati però davanti alla porta di legno con la scritta Meno Fortas ci zittiamo tutti. Meno Fortas (La fortezza dell’arte) è il nome della compagnia con cui Nekrošius lavora da decenni. Quasi in punta di piedi saliamo le scale. Sembra una cerimonia quella che ci conduce davanti al piccolo palcoscenico, dove immaginiamo sia nata la  maggior parte dei suoi spettacoli.

C’è tanto legno, ma il regista non c’è. Ad accoglierci, a parlare con noi, a mostrarci i video delle più recenti produzioni di Meno Fortas, è un suo collaboratore. Di colpo, ricordo una frase dell’intervista di diciotto anni fa. “Dei miei lavori preferisco non parlare mai”. Ricordo anche il volto severo: un’espressione di ritrosia che allora mi  sembrò un broncio e ora interpreto come un velo di solitudine. Vado a cercare su Google una traccia di quella intervista: “No, non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. Non cerco la vicinanza di nessuno“.

Lik sveikas, addio, Eimuntas.

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Su questo stesso blog, nello scorso aprile e poi a maggio, due post in cui si parla di Lituania e di uno spettacolo di Nekrošius, Il digiunatore.


Quel che appare sulla scena slovena, oggi

Il finto contadinotto, che ci fa da guida, dice di essere discendente da una storica famiglia di Maribor, i Celigij, fondatori del più antico birrificio locale.

Lassù, nei distretti settentrionali della Slovenia, il luppolo è una delle coltivazioni predominanti e questa passeggiata culturale – organizzata dall’Azienda regionale del Turismo – si rivela alla fine una gustosa scorribanda tra storia della birra, birrerie, bottiglie, boccali.

Però, la ragione che mi ha portato a Maribor – città che vanta pure, chiuso in una preziosa ampolla, il vino più antico del mondo – è assai meno alcolica.

Concorrenti e concorrenza

Da parecchi decenni il festival di teatro di Maribor – Festival Borštnikovo srečanje – è uno dei punti di riferimento della scena slovena, poiché mette in concorso, e in concorrenza, i più importanti teatri nazionali. Proprio come succede in Germania, ai Theatertreffen berlinesi. In anni recenti la manifestazione di Maribor ha però cambiato stile. Messe da parte le formule più ufficiali, si è aperta a spettacoli, iniziative, incontri più orientati all’innovazione (lo raccontavo in un precedente post).

Lo stesso manifesto del festival, con quel volto leggibile da due punti di vista diversi, racconta la trasformazione: il convivere di spettacoli di tradizione (con prevalenza, molto novecentesca, di drammaturgia e qualità interpretative degli attori) accanto a esperienze più contemporanee (centrate sui linguaggi del corpo, a volte intrise dal gusto della provocazione: tentazione spiccata, ma arma oramai spuntata).

Tradizione e innovazione

Provo a spiegarmi meglio, grazie a due spettacoli che ho osservato con più attenzione. Da una parte Il muro, il lago (produzione del Teatro nazionale Drama di Ljubljana). Un tipico testo con i sapori del secondo ‘900, centrato su dinamiche di coppia e sulla diversa versione che un uomo e sua moglie possono dare dello stesso evento. Squilibrato lui, attrice lei, vivono nello stesso appartamento, separati da una parete. Non siamo tra gente normale, sembra dirci l’autore, Dušan Jovanović, classe 1939. E quindi ci sta, quella punta di assurdo, o meglio quel vago mistero pinteriano, che rende meno banale la storia di una coppia banalmente male assortita.

Muro, lago – ph. Peter Uhan

Sull’altro versante, c’è uno spettacolo senza parole e senza una storia da poter riassumere, in quanto mette in fila una successione di eventi, i più disparati, ciascuno risolto in una caduta. Dalle mani dei performer cominciano a cadere fogli di giornale, poi è la volta delle cornici di alcuni quadri, poi una sedia, un ferro da stiro… Il titolo – 365 cadute – è un contatore che va ritroso.  E man mano che il numero dei crolli previsti diminuisce, si innalza il loro valore metaforico. Cadono le speranze. Crolla la fiducia negli amici. Cadono i veli del pudore.

Via Negativa – ph: Marcandrea

I componenti di Via Negativa, formazione tra le più avanzate della scena slovena, amano mostrarsi spesso in mutande, meglio ancora, senza niente addosso. Ma i brividi che fino a qualche decennio fa immaginavamo scorrere lungo la schiena di un pubblico cresciuto nella “socialista e cattolicissima” Slovenia, hanno lasciato il passo – oggi, che anche qua va forte la managerialità – a un segno calligrafico, che fa parte della storia di Via Negativa.

Un teatro autoriale

Tra i poli un po’ sorpassati di tradizione e sperimentazione, la direzione più appropriata, oggi, forse sarebbe quella di mettersi sulle piste, già ben battute in Italia e altrove, di un teatro autoriale. Così come questa formula è intesa adesso e ancora ben rappresentata da una generazione cinquantenne che trova in Emma Dante, Romeo Castellucci, Antonio Latella, i campioni della post-regia, o da Pippo Delbono, che fa spettacolo di sé e della propria straordinarietà. Delbono era infatti ospite di riguardo, in questa edizione 2018 del festival, con due spettacoli (Vangelo e La gioia) .

La gioia – ph. Luca Dal Pia

L’ostacolo, per una nazione geograficamente e linguisticamente non molto estesa, com’è la Slovenia, sta nel fatto che la maggior parte delle forze teatrali – registi e attori – provengono tutti dalla stessa accademia, l’AGRFT di Ljubljana, che con la sua didattica, i suoi docenti, e in definitiva il suo stile, ha sostanzialmente uniformato i modi del fare teatro.

Quando il corpo conta

Penso che alternative verso le quali orientare lo sguardo, ci siano. Una, personalmente, l’avrei trovata.  È nella figura, davvero insolita, fuori dal tracciato, di Marko Mandić, attore 44enne dall’intenso, se non straripante, carisma corporeo. Uno che ha già interpretato i più importanti protagonisti del teatro classico e shakespeariano, e li ha trasformati tutti in qualcosa di radicalmente personale. Uno che vanta una filmografia e una teatrografia lunghissime, ma continua a impegnarsi in sfide e si dedica a imprese che hanno qualcosa di titanico.

Come le sei ore ininterrotte di un duello fisico di scena, intrapreso con Leja Jurišić (entrambi performer e coautori di Skupaj, forse l’appuntamento più interessante di questa edizione del festival).

Skupaj – ph. Matija Lukić

O come si vede in un altro suo spettacolo Viva Mandić e nei due film autobiografici che lo accompagnano. Con le interpretazioni di una carriera, e opportuni sacchi di nylon, l’attore distilla l’essenza del teatro. Che non è un modo di dire, ma un bel bicchiere di sudore, che via via si riempie in un’ora di performance, dando un significato liquido e credibile a quell’espressione – a volte invece astratta e consumata – che è il lavoro dell’attore.

Viva Mandić
Viva Mandić

Ecco infine l’elenco dei premi assegnati dalla giuria.

La pagina Facebook del Festival, con i video, giorno per giorno.

A Prato, Contemporanea 18. Ma io direi futura

A Prato, torno sempre volentieri. Qualcuno sostiene che lo faccio per i biscotti, che in effetti sono un motivo forte di attrazione. Un pacco da un chilo di mattonelle del biscottificio Mattei, a casa mia, si vaporizza in mezza giornata. Sostengono altresì che lo faccio per un ristorante di tradizione, Soldano vicino a piazza del Duomo, un posto da cui esci sempre soddisfatto.

La verità sta da un’altra parte. A Prato, in autunno, ci vado per Contemporanea.

La scena futura

Contemporanea, a cui sovraintende Edoardo Donatini, è una delle iniziative che costellano le attività del toscano Teatro Metastasio, ed è un festival della scena teatrale appunto contemporanea. Che come i biscotti e i menu succulenti esercita un fortissimo potere di attrazione.

Fosse per me, più che Contemporanea, lo chiamerei Futura. Frequentandolo in questi anni, mi è sempre capitato di scoprire – e tra i primi – artisti che due o dieci stagioni dopo sarebbero diventati di dominio pubblico. Nomi allora quasi sconosciuti in Italia, con un futuro poi da star delle premiazioni.

Metti Rodrigo Garcia, del quale avevo visto qui, anni fa, lo “scandaloso” Matar para comer (e il suo controverso astice “torturato”). Metti Rimini Protokoll, o Anagoor: un decennio dopo, Leoni alla Biennale.

Nelle sale a disco volante del Centro per l’arte contemporanea Pecci, nello storico spazio neutro del Fabbricone, o nelle stanzette dell’Istituto Magnolfi, ritorno perciò volentieri, con la certezza che magari una soltanto delle creazioni che vedo, la locandina nella quale non riconosco alcun nome, avrà un futuro radioso, del quale riparlare e scrivere tra qualche anno.

Questa volta sono riuscito a seguire Contemporanea solo nei giorni finali. Accanto a un incontro-seminario intitolato Il ruolo culturale dei festival (di cui si possono immaginare portata e estensione degli interventi, oltre che degli intervenuti), il cartellone in quei giorni ha messo in fila soprattutto episodi di danza.

Holistic Strata, Hiroaki Umeda, ph. de_buurman

Gira la testa e via

Ho visto Holistic Strata del giapponese Hiroaki Umeda, gli short italiani di Barbara Berti, Claudia Caldarano, Siro Guglielmi, i lavori di Davide Valrosso e Silvia Gribaudi. Perlopiù formati corti, come piacciono a me, occasioni da arraffare al volo, venti minuti di visione intensa. Poi, come accadeva nelle sale del Pecci, si ruota la testa di 180 gradi e via: un altro titolo e un altro creatore.

Siro Guglielmi, Pink Elephant, ph. Roberto Cinconze

Posso dirlo. Non sempre ne sono uscito soddisfatto. Non è sbagliato il formato, anzi. In venti minuti, un buon coreografo, una danzatrice eccellente, possono davvero tenere alta l’attenzione, che in creazioni più lunghe – i canonici 50 o 60 minuti – magari si allenta. Qui, in alcuni episodi, si leggeva il lavoro sviluppato dal coreografo. Ma veniva a mancare poi, per lo spettatore, la soddisfazione di trovarsi davanti a un risultato. Mentre il tempo passava – testimoniando esercizi, ricerche, tentativi onesti – mancava alla fine il piacere dell’opera finita, per quanto short.

Così la ricerca di Caldarano (che si faceva leggere solo di spalle, con una maschera indossata sulla nuca, e gli arti curiosamente rovesciati “all’indietro”) non mi è sembrata andare oltre la dimostrazione di un’idea (Sul vedere). Né le capacità fisiche di Siro Guglielmi e il suo sgargiante mutandone da mare (Pink Elephant) hanno saputo lasciare in me un segno di memoria più forte. Davide Valrosso giocava sulla propria nudità tutte le carte (Biografia di un corpo), e maneggiava pile e lumini per mostrarla o per schermarla, ma il senso di estenuazione era predominante.

Sempre al Pecci, Silvia Gribaudi ha presentato un estratto da uno dei suoi titoli già noti, What age are you acting? L’ha intitolato, Primavera Contemporanea, un po’ pensando al Festival, un po’ perché la primavera, nel segno quasi di Botticelli, è nelle corde e nei tendini di questa coreografa, di cui preferirò però parlare tra alcune settimane in un post più ampio.

Silvia Gribaudi, Primavera contemporanea

I piumaggi di un emisfero esotico

Alla fine la mia soddisfazione l’ho trovata. Stava nell’ultimo degli spettacoli del programma: 45 minuti di teatro fisico, di colore e riflessi smaglianti, di crescendo sonoro, che porterò abbastanza a lungo nella memoria. Combattimento, ideato dalla regista Claudia Sorace per Muta Imago, mette di fronte due donne. Ma io c’ho visto due creature animali, due esseri mossi da una biologia antica, che li spinge attraverso il rituale bellico del corteggiamento, a trovare un’unione, un patto finale.

Dal gym gear delle palestre – braghetta e vogatore nero – la scena si colora via via di piumaggi, stringhe, creste e code fantastiche, armature da uccello e attrezzi da sciamano, che raccontano combattimenti in un emisfero meridionale e esotico. Un fisico poderoso, sul filo del body building, per Sara Leghissa. Linee più morbide e caparbietà per Annamaria Ajmone. Sono due nomi che i bene informati della danza già conoscono, ma che trovano qui, sotto l’egida di una regista teatrale, e una colonna sonora che trascina, il modo per rievocare iconografie e letterature enciclopediche. Da Tancredi e Clorinda a Pentesilea e Achille. Su cui domina l’immaginario western dei combattimenti al tramonto di Ennio Morricone, l’impetuoso sound del duello.

Combattimento, Muta Imago, ph. Claudia Pajewski

COMBATTIMENTO
regia Claudia Sorace, con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi, costumi Fiamma Benvignati
produzione Muta Imago