STORIE – Il giradischi cominciò a girare, Kazuo Ohno danzò per noi

Ci volevano gambe buone per raggiungere la casetta in cima in cima a una delle colline di Yokohama. Davanti al cancello ci attendeva, Yoshito, il figlio del Maestro. Cerimonioso, come sono sempre i giapponesi, ci invitò ad entrare. Kazuo Ohno ci aspettava.

Kazuo Ohno in Water Lilies
(ph: Keiko Ikeuchi)

La storia che ho pubblicato lo scorso dicembre – nella quale racconto un incontro con Harold Pinter – ha avuto un inaspettato numero di lettori. Molti mi hanno scritto. Avrei dovuto saperlo che raccontare storie personali – quelle che sono capitate proprio a te – crea un interesse che notizie di altro tipo non riescono a suscitare.

Così mi sono ripromesso di pubblicarne altri, di questi episodi: una piccola antologia di incontri con uomini (e donne) straordinari. Dite che si è capito che quel vecchio libro di Gurdjieff, quando l’ho letto, mi è piaciuto molto? (… e sono poi rimasto incantato dal film che, alla fine degli anni ’70, ne aveva tratto Peter Brook).

Perciò, se vi va, seguitemi.

Giro del mondo. Ultima tappa Giappone

Yokohama, estate 1996. La settimana in Giappone faceva parte di un viaggio studiato e preparato con cura. Approfittavamo, Gianfranco Capitta e io, di quelle incredibili offerte che le compagnie aeree, in tempi di vacche grasse, mettevano nei loro menù di viaggio.

Giro del mondo completo, in una sola direzione, con due vettori e sei scali, a prezzi se non stracciati, certo abbordabili.

Poi c’era una borsa di studio della Japan Foundation, che ci avrebbe sostenuto in un momento in cui lo yen valeva tanto, ma tanto. L’istituto di cultura nipponico aveva programmato per noi, nella sosta a Tokyo e in quella a Kyoto, incontri ravvicinati con il meglio del teatro giapponese, esponenti della tradizione, ma anche dell’innovazione.

Atterrammo a Tokyo, un po’ sconcertati. La precedente tappa, le isole Fiji, ci aveva fatto toccare con mano la forbice etnica che separava, su tutti i piani del vivere quotidiano, la comunità etnica figiana e quella degli immigrati indiani. Una società divisa.

L’opposto del profilo monolitico, compatto della società giapponese, che ci accolse allora – erano gli anni ’90 – con tutte le meraviglie dispiegate di un decennio che avrebbe cambiato tecnologicamente il mondo.

Superfluo parlare del viaggio sulle linee dello Shinkansen: il treno-proiettile viaggiava quando l’alta velocità in Italia stava ancora ne sogni di futuristici imprenditori. Inutile soffermarsi sulla visita all’innovativo quartier generale dell’Asahi Shimbun, il più accreditato quotidiano giapponese, accolti dallo staff, con una pletora biglietti da visita e inchini che a noi, poco abituati, procurarono alla fine solo dolori di schiena.

Il momento più emozionate di quella settimana ci attendeva sulla collina di Yokohama.

Kazuo Ohno
(ph. Chris Magee)

Riuscirò a dimenticare quella mano?

La mano di Kazuo Ohno, novant’anni proprio in quell’anno, che con un gesto incerto, lento, appoggia la puntina sul vecchio giradischi. Le note di Rachmaninoff si diffondono nello stanzone, l’atelier, un piccolo edificio discosto dalla casa e tutto dipinto di bianco. Il corpo antico, rugoso, curvo quasi di carta velina, si anima di piccoli movimenti impercettibili.

Poi, per noi due increduli, seduti a gambe incrociate a terra, Kazuo Ohno comincia a danzare.

Prima, mentre in casa sorseggiavamo il te preparato dalla consorte, la signora Chie, lui ci aveva spiegato la sua filosofia. Era cristiano, Ohno, ma di un cristianesimo tutto suo, panteista, orientale. Credeva in un Cristo zen, sapeva che un fiore può rinchiudere l’universo intero. Minuscolo e generoso, aveva detto sì quando la Japan Foundation gli aveva proposto di concedere un’intervista ai due italiani: era ovvio, venivano dal Paese del Papa.

Concentrata e diligente, l’interprete si sforzava di tradurre, ma le parole si ficcavano ogni volta nella strettoie della traduzione. Non era facile capire. E pure lui sentiva l’ostacolo di due lingue diverse.

Soltanto il perizoma bianco

Così, con un moto imprevedibile, scaturito da quella impotenza, ci aveva condotti verso l’atelier, si era liberato della tuta di lavoro ed era rimasto nudo, soltanto il perizoma bianco. Poi, lentamente, ritualmente, con una antica precisione, staccandoli da un piccolo attaccapanni, aveva indossato gli abiti che da decenni indossava danzando la sua creazione del cuore. Il vestito nero e il cappello con il fiore rosso di La Argentina.

Kazuo Ohno in Admiring La Argentina

Restavano scoperte solo le mani, i tortuosi tendini del collo, la superficie prosciugata del viso. Avrebbe danzato per noi due. Era il messaggio che ci consegnava. La sua parola-corpo.

Bisogna ritornare molti indietro per capire che cosa rappresentassero quel vestito, quel fiore, quel cappello. Bisogna rivedere le foto del 1930, quando il giovane Kazuo, allora ufficiale dell’esercito, insegnante di educazione fisica, venne accompagnato a Tokyo per assistere all’esibizione di una celebre danzatrice spagnola, Antonia Mercé, che si faceva chiamare La Argentina. Quella serata, quella visione gli cambiarono la vita. Una finestra si aprì per lui su un diverso universo, Kazuo scoprì un altro linguaggio.

manifesto 1977

In Europa con La Argentina

Non è stato Kazuo Ohno a inventare il giapponese Butho, la danza delle tenebre, ma certo ne è stato l’immagine più nota, quella che ha girato il mondo. L’Europa cominciò a conoscerlo solo negli anni ’80, quando arrivò al Festival di Nancy con la sua creazione Admiring La Argentina, appunto. Alla sfuocata attenzione della critica, quello spettacolo parve allora un capolavoro decadente, dalle figurazioni kitsch, oltre Mishima.

Ma sbagliava chi si ostinava a rintracciare in Ohno il segno del travestitismo, la tradizione dell’onnagata.

La Argentina Sho (Admiring La Argentina) a San Paulo, Brasile (1997)

Ho danzato nel liquido amniotico di chi mi ha generato, con gioia e con dolore. La mia nascita ha coinciso con l’inizio della morte di mia madre” dirà dopo aver elaborato spettacoli sempre più lontani dalla matrice estetica del Butho, e diventati manifesto di una filosofia personale, ibrida, mistica, come My Mother, come Water Lilies, entrambi visti negli anni ’90 anche in Italia.

Kazuo Ohno

Dei fiori, del ventre materno, Kazuo Ohno volle parlarci in quell’estate del 1996, per tutto un pomeriggio. Ma attraverso la danza. E noi lo comprendemmo, nel mistero doloroso dei suoi 90 anni, mentre assieme alla moglie Chie e al figlio Yoshito continuava a offrici cibo e piccoli disegni. Nel giugno del 2010, Kazuo Ohno è scomparso. Stava per compiere 104 anni. Yoshito lo ha seguito nel gennaio del 2020.

In queste immagini, Kazuo Ohno a quasi 90 anni, si muove sulle note di un Notturno di Chopin.

Ecco il link al sito ufficiale.

[una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul trimestrale HYSTRIO 3/2010]

Nella solitudine delle strade del coprifuoco. Il rider Kepler-452

Si chiama Nicola. Fa l’attore. E anche l’autore, il regista, il tecnico. O meglio: faceva tutte queste cose. Fino a un anno fa.

Un anno fa ha cominciato a capire che queste cose non erano essenziali. Proprio un anno fa: quando la sequenza inesorabile ha messo in fila il distanziamento, le mascherine, la sanificazione, i termoscanner. E poi, via via, le sale cinematografiche e teatrali sbarrate, i viaggi e gli spostamenti proibiti, il coprifuoco serale e notturno. Del lavoro di Nicola – il teatro – non è rimasto quasi niente. La sua professione si è spenta, così come si spegne, consumandosi, una candela.

Nicola però non si è spento. Nicola è nato negli anni Ottanta. A quella generazione hanno insegnato il valore della trasformazione e la virtù dell’adattamento. Gli hanno spiegato che la flessibilità rende liberi. Che è importante contare sulle proprie gambe. Così Nicola ha cambiato lavoro. Vive ora, letteralmente, della forza delle proprie gambe.

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ph. Davide Spina

Nicola ora corre in bicicletta: è un corriere (tradotto, si dice rider). Vuol dire che fa le consegne a domicilio (tradotto, equivale a delivery). Ciò che fanno oggi migliaia di persone a cui hanno spento il lavoro di prima. Recapita i pacchi, le buste, gli scatoloni. Porta a casa i cibi precucinati da mangiare per cena. È uno dei ragazzi della pizza o di Foodora. Uno degli angeli caduti di Amazon o di Zalando. La generazione dei lavoretti (tradotto: gig economy generation).

Ma Nicola, lo spirito del teatro non l’ha perso, e il suo nuovo e il suo vecchio mestiere si fondono in un’esperienza strana, corsara. Nicola si infila negli interstizi del grande modello della pandemia. Il suo lavoro, adesso, è un ibrido del nostro tempo che con i suoi compagni di avventura (Paola Aiello, Enrico Baraldi, Michela Buscema, Riccardo Tabilio, e lui, Nicola Borghesi, formano la compagnia Kepler-452) ha voluto chiamare Consegne, performance in tempo di Covid.

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ph. Davide Spina

Ti racconto che cosa succede

Hai ordinato qualcosa online e quel qualcosa tra poco ti verrà consegnato. Nicola il corriere si mette in contatto con te, sul telefonino. Infila la bici e parte dal magazzino. Ci vorrà una mezz’ora buona per la consegna. Nicola deve attraversare la città e la città adesso è buia, fredda, piovosa. La vedi scorrere nel tuo display, mentre Nicola pedala con la webcam in fronte. Senti l’affanno del suo respiro e il rumore delle poche auto in circolazione. Tra poco scatterà il coprifuoco e nessuno ha voglia di sfidare leggi e ordinanze. Può farlo solo Nicola, perché il suo nuovo lavoro – dicono quelle disposizioni – è essenziale. Consegnare.

A volte vedi Nicola in faccia. Ha girato la cam e si rivolge a te, vuole capire dove abiti e qual è la strada più veloce. Di consegne deve farne parecchie, oggi. Nicola ha preso a parlare anche di sé, di ciò che per lui era essenziale. Di ciò che è essenziale adesso.

Magari lo domanda pure a te: curioso di sapere se tu pure sei infelice o triste, resiliente o resistente. Se speri anche tu che tornino i giorni della normalità. I giorni felici, avrebbe detto Beckett. Oppure non ci speri più. O non ci hai proprio mai sperato.

Nella solitudine delle strade del coprifuoco Nicola il corriere pedala e ogni tanto perde l’orientamento. Vorresti dirgli: no, stai sbagliando, alla seconda devi svoltare a destra. Ma lui è per strada e tu sei solo a casa, e il filo intangibile del contatto è la sola cosa che in questo momento vive. Esistete solo tu e lui.

Vorresti anche dirgli: sali su, bevi un caffè, ci mangiamo un panino. Ma sai che non è possibile. La salute prima di tutto. E poi, giusto il tempo della transazione. Scambio economico senza scambio umano.

Nicola è lucido e ti fa capire che prima di tutto viene l’homo oeconomicus. Soltanto al secondo posto c’è l’homo sapiens. Chissà quante posizioni più sotto si colloca l’homo ludens. È il principio di ciò che è essenziale, e di ciò che non lo è.

Tu hai pagato, lui consegnerà il dovuto.

Quando andava tutto bene

Ogni tanto anche Nicola sgarra alle regole della consegna. Diventa un po’ sentimentale. Te le ricordi, dice, le canzoni di quando andava tutto bene? Qual era la tua canzone? Tu gliela dici, lui smanetta su Deezer o Spotify e te la trova subito. Succede perfino che la cantate assieme.

Te li ricordi i giorni del primo lockdown, ti dice poi, l’epica della fase uno, l’orgoglio nazionale? Niente di tutto questo adesso, #nientesaràcomeprima. E intanto con il passaporto notturno della sua divisa da rider, è già arrivato sotto casa tua.

La webcam adesso inquadra il tuo portone, il tuo nome sulla pulsantiera. Ed è un emozione fortissima, aspettare che il dito del guanto di Nicola prema il bottone e il tuo campanello squilli. Una frazione di secondo, ma una attesa infinita.

Scenda al pianoterra, per favore“. Tu infili le scarpe, la giacca e (madonninasanta l’avevo dimenticata) la mascherina, e ti precipiti giù per le scale. Nicola è lì davanti che attende. Immobile come un alieno. Il casco in testa e la cuffia blu luminosa, la bici a terra, lo zaino termico con la tua consegna ancora chiuso. Nessuno dei due dice una parola. Ti porge prima una cuffia, sanificata: sentirai descritte le azioni che di là a qualche decimo di secondo, insieme, vi ritroverete a compiere. Come una profezia.

Nella pioggia, nel freddo, nell’umido dei calzini, è un momento irreale. Una consegna monumentale. Al rallentatore, come se la Storia, dall’alto, vi vedesse e vi giudicasse, superstiti umani nell’era del coprifuoco, congelati nella transazione. Immobili, come la copertina di un vecchio disco dei Pink Floyd. Lui tende il suo braccio, tu tendi il tuo. Il passaggio di mano, la transazione.

Hai avuto ciò che ti spetta e ora Nicola riprende la sua bici e si dilegua nel buio. Lo attende un’altra consegna. O, per dirla come Nicola diceva nel mondo di prima, un’altra replica.

Istruzioni per l’uso.

Consegne – scrivono questi di Kepler-452 – “è un azione corsara, uno progetto nato a Bologna, lo scorso ottobre, dallo sconforto di una nuova chiusura dei teatri, pensato per la notte più desolata mai conosciuta da molti anni: quella del coprifuoco”.

In questo periodo Consegne è attivo in Friuli Venezia Giulia, sostenuto da Css – Teatro stabile di innovazione e inserito nel cartellone Blossom – Teatro Contatto.

A Udine il 21, 22, 23, 24 gennaio e il 12, 13, 14 febbraio. A Cervignano il 9, 10, 11 febbraio 2021. Consegne si replica 4 volte al giorno (alle ore 18.00, 19.00, 20.00, 21.00), fa riferimento a un indirizzo di consegna e a uno o più spettatori che condividano quel recapito e abbiano a disposizione un computer connesso alla rete. La consegna avviene in sicurezza, secondo le norme contemplate dai protocolli e dai Dpcm.

Per informazioni 0432.506925 e sito Css – Teatro Stabile d’innovazione del FVG -Udine

A proposito di Kepler-452 e di Nicola Borghesi trovate altri post su QuanteScene!

Il postino suona sempre due volte. Ma non a casa mia

Sarà che l’impianto elettrico è un po’ malandato. O malandate sono le mie orecchie. Ma lo squillo del postino a volte non lo sento.

Così è capitato che il mio vicino – persona gentile, che il postino conosce da sempre – l’altro giorno mi mette in mano tutti i pacchi arrivati per me in queste due settimane di feste. Ma depositati da lui.

Non è più tempo di panettoni e bottiglie di bollicine. Lo sapete anche voi che nessuno spedisce più certi festosi scatoloni natalizi. Arriva soltanto ciò che avete ordinato su Amazon. E a casa mia, anche tanti libri.

Alcuni abbastanza superflui. Altri molto belli e interessanti. Di questi vorrei parlare oggi.

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano

Non li ho letti tutti, naturalmente

I giornalisti che scrivono sulle Pagine di Cultura hanno un vantaggio. Arrivano loro in visione parecchi volumi. E l’implicito invito a recensirli. Dovessi leggerli tutti da cima a fondo, ci vorrebbero mesi in isolamento. Su di alcuni però, soprattutto quelli che trattano temi teatrali, mi piace soffermarmi. E avviare lente operazioni di lettura.

Ve ne voglio segnalare alcuni, tra questi libri. Quelli che più di altri hanno fatto scattare l’allarme della mia attenzione. Chissà che non suscitino pure la vostra.

Per esempio: lo sapevate che i nostri titani musicali – Rossini, Verdi, Puccini – non sono poi tanto amati? Certo, la gente vuole loro un gran bene. Ma chi si occupa professionalmente di musica storce spesso il naso davanti alle arie più celebri e popolari di Puccini. Per non parlare dei greatest hits di Verdi… evitati anche dalle generazioni giovani, che percepiscono il melodramma come linguaggio d’élite, oltreché anziano.

Parigi o cara… ma grazie no

Lo immaginavo, ma ne scopro l’estensione dopo essermi gettato nella lettura di Italiani contro l’opera, bel volume di Francesco Bracci, uno che la sa lunga. E che oltre a essere specialista di opera italiana ottocentesca, si è occupato, per dirne una, di usi politici della musica.

“Troppo rozza e provinciale per molti musicisti, scrittori e intellettuali – scrive Bracci – o troppo impegnativa per una parte crescente di pubblico, l’opera smette nella seconda metà del ‘900 di essere il genere artistico italiano per eccellenza”. In circa 300 pagine, il volume si impegna a rintracciare, dalla fine della seconda guerra a oggi, la storia dell’ostilità a volte sotterranea, a volte esplicita, di parte del nostro Paese verso questa “ingombrante eredità”.

È insomma uno studio sulla ricezione del melodramma, non sugli autori o sulle opere. Di questo tipo di ricerche, ampliate anche verso il teatro (e per dirla con un termine che non è più in voga, il teatro di prosa) ci sarebbe oggi un gran bisogno. Si eviterebbero certi clamorosi fallimenti nella programmazione dei cartelloni, negli enti lirici e nei teatri nazionali.

La Traviata - atto primo - partitura
Alfredo canta Libiamo, libiamo, uno dei greatest hits verdiani. Lo dovrebbe fare con grazia, leggerissimo…

Un sismografo per la Storia

Quattrocentocinquanta pagine e un peso di poco sotto il chilo sono invece le misure del volume che, appena uscito dal suo bustone, ha virato in positivo la mia giornata.

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia. Ricchissimo, illustratissimo, è il catalogo della mostra ospitata nel Padiglione centrale dei Giardini, a Venezia, fino a due mesi fa. Un minuzioso lavoro di selezione nell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee (il mitico ASAC) mette davanti agli occhi di chi aveva già visto la mostra, e di chi adesso sfoglia il volume, l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale veneziana e la Storia con la esse maiuscola. Dal 1895, cioè da 125 anni, le due interloquiscono attraverso reciproci riflessi. La Biennale continua naturalmente a perseguire il suo mandato di esplorazione delle tendenze innovative nelle arti contemporanee, ma in questo ruolo, risulta essere stata anche il “sismografo dei sussulti della storia, dei suoi cambiamenti, dei drammi e delle crisi sociali”.

Tra questi segnali sismografici mi ci sono ritrovato pure io. In una fotografia, del 1975, quando davanti alla basilica di San Marco, Julian Beck e il Living Theatre, portarono in piazza i Sei atti pubblici di L’eredità di Caino e noi stavamo là, impressionati (da un angolino sulla destra sbuca pure un giovane Cacciari). O l’anno dopo, alla Fenice, con Robert Wilson e Philip Glass, per Einstein on the beach. Spettacolo che per molti di noi, neanche ventenni allora, rappresentò La Svolta.

Le muse inquiete -La Biennale di Venezia

Nelle teche della nostra recente esperienza

Di un teatro recente, molto recente, parla invece il libro scritto da Marco Baliani e Velia Papa. 

L’attore nella casa di cristallo trasmette a chi lo legge tutto lo spaesamento provato da coloro che hanno assistito a quell’allestimento di “teatro ai tempi della Grande Pandemia”, realizzato alla fine della primavera scorsa da Baliani, nella piazza davanti al Teatro delle Muse ad Ancona. La produzione di Marche Teatro è stata “una performance volutamente priva di ordine, dove il senso non si trova, ma si smarrisce – scrivono Baliani e Papa – esattamente quello che è capitato alle nostre vite durante il lockdown e che sta ancora durando nell’incertezza del futuro prossimo. Lo stesso senso di smarrimento che gli spettatori hanno provato di fronte all’assurdità di due corpi rinchiusi in due teche di vetro incomunicabili”.

L'attore nella casa di cristallo - Marche Teatro

Ripercorre all’opposto una storia che dura da cinquant’anni Napule ’70. Chille de la balanza. Con belle fotografie, spartiti, interviste, approfondimenti, materiali inediti, Matteo Brighenti (che ha curato il volume) e Claudio Ascoli (che nel 1973 a Napoli ha fondato il gruppo), raccontano un cammino che dalla capitale campana arriva fino a Firenze, agli ambienti dell’ex manicomio di San Savi (qui Ascoli, con Sissi Abbondanza e il gruppo dei Chille lavorano adesso) per ritornare infine alle origini, Napoli, dove il loro spettacolo (quello che dà il titolo al libro) è stato presentato nel cartellone di Teatro Festival Italia.

Brighenti e Ascoli - Napule '70 - Pacini Editore

“È l’epopea di un certo tipo di teatro italiano – spiega Massimo Marino nella prefazione – una scena che rifiuta di mettersi su un palcoscenico a re-citare un testo e che configura la sua azione come viaggio, come uno di quei cammini che si facevano un tempo, quando non esisteva Internet. (…) È la storia di un mettersi per strada con uno zaino, possibilmente leggero, e con molte curiosità e tanti desideri. (…) È il movimento di una generazione inquieta che ha trasformato l’impegno in teatro in romanzo teatrale, sulla strada”.

La fine del mondo, secondo Giuliano Scabia

L’ultimo titolo di cui parlo sta sulla copertina di un volumino che non ho ancora letto. Ma che ugualmente, preventivamente, mi è caro. Ogni anno, nei primi giorni di gennaio, apro con grande aspettativa la busta, con il mio indirizzo, scritto a mano da una calligrafia che mi è familiare. Quella di Giuliano Scabia. C’è dentro sempre un libretto piccolo piccolo, ma affettuosamente curato, tirato in un numero ristretto di copie (quest’anno la mia è la numero 89 su 300). In prima pagina campeggia una personalissima dedica.

Il titolo che allo scoccare del 2021 Scabia ha inviato agli amici è Canto del monaco Silvano, un altro dei suoi poemetti vaganti, illustrato stavolta da Riccardo Fattori. “Era una persona luminosa, Silvano Maggiani, profonda, positiva, costruttore di futuro. Non lo aiutava il corpo, troppo pesante, ma era capace di volare” ricorda Scabia nel disegnare biograficamente ciò nel Canto segue le vie di una poesia animale, messa nel becco alle oche (sui viaggi e sulle geografie di Scabia, vedi anche qui)

Giuliano Scabia - Canto del monaco Silvano 2

Fa freddo e bora quassù a Nordest, meglio non avventurarsi fuori. Il Canto del monaco Silvano lo leggerò con calma, questo pomeriggio, al caldo. Tra il quaquaraquà delle bestie che gli fanno corona.

Ps. Dimenticavo quasi di dire che qualche settimana fa mi è arrivato un altro libro firmato Scabia, tipograficamente impeccabile e intitolato Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri). È l’esito editoriale dei laboratori svolti al Teatro Olimpico di Vicenza nel 2019, promossi da Roberto Cuppone (che dirige il Laboratorio Olimpico ed è anche il curatore del volume) e preceduti da altri incontri, a Castiglioncello, a Valdagno. Come Giuliano ama fare.

Anche Dio fa la cacca è il titolo che Paolo Puppa ha voluto dare alla sua post-fazione. E dicono che porta fortuna.

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Francesco Bracci
Italiani contro l’opera. La ricezione negativa dell’opera italiana in Italia dal dopoguerra a oggi
Saggi Marsilio, 2020, 318 pp, 28 euro

Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia
La Biennale di Venezia, 2020, 450 pp, 28 euro

Marco Baliani, Velia Papa
L’attore nella casa di cristallo. Teatro ai tempi della Grande Pandemia
Titivillus, 2020, 104 pp, 18 euro

Matteo Brighenti, Claudio Ascoli
Napule ’70. Chille de la Balanza
Pacini Editore, 2020, 144 pp, 16 euro.

Giuliano Scabia
Commedia Olimpica, ovvero la fine del mondo (con dinosauri)
Laboratorio Olimpico / Atti, 2020, 200 pp, 16 euro

Attori di tutto il mondo, unitevi! Non bastava la pandemia. Ci si mettono pure Beckett e Alexa

Il post che ho pubblicato nel giorno di Natale ha scatenato un putiferio. Non ci avrei mai creduto. Avevo chiesto ad Alexa – la fin troppo famosa assistente vocale, al primo posto tra le vendite natalizie di Amazon – di provare a recitare per me il monologo shakespeariano di Giulietta al balcone.

Alexa, hands free?

E lei, diligente, lo ha fatto. “Complimenti Alexa – le avevo detto alla fine – niente male“. Mi piaceva condividere questa cosa, e nel post di Natale ve l’avevo fatta sentire (cliccate qui, se vi interessa).

Avrò sfiorato qualche nervo scoperto. O chissà che. Le reazioni non si sono fatte aspettare. Divertente, mi ha scritto qualcuno, da pensarci sopra. Oppure, geniale Alexa. Alcuni mi hanno telefonato: ti sei appassionato troppo a quella là, sta un po’ tranquillo. Ciò che non mi aspettavo erano però le reazioni forti. Su certe cose non si scherza, mi ha detto uno. Cattivo. Malvagissimo Canziani. Vaffanpodcast.

Credetemi: non volevo insinuare che il glorioso, plurimillenario mestiere dell’attore (e delle attrici) potesse essere comodamente svolto da una voce sintetica. Ci mancherebbe. Insegno pure in una gloriosa Accademia d’Arte Drammatica. Sarebbe la proverbiale zappa sui piedi.

Volevo invece dire che un minimo di attenzione allo sviluppo delle tecnologie, fa bene a tutti. Attori compresi. E che andare a vedere, scoprire, giocarci, sviluppa quel tanto di curiosità, che diventa poi l’additivo della vita.

Avevo allora suggerito: provate anche voi a sollecitare Alexa. Ma non fatele recitare Ibsen o Pirandello. Non fanno per lei. Invece Beckett, lui sì che si addice ad Alexa.

Alexa Dot 4th generation
Alexa, in una recentissima apparizione

Beckett si addice ad Alexa

Oggi è domenica, qui c’è il sole, ma il vituperato Dpcm non mi permette nemmeno una passeggiata. Così ho deciso di impiegare le ore del mattino smanettando tra le pagine che si occupano di TTS apps, ovvero di applicazioni text-to-speech. (Qui, se volete, un approfondimento).

Traduco: ho provato a capire che relazione ci potrebbe essere tra Samuel Beckett e i sintetizzatori vocali. Gente come Siri, Alexa, o il suo “fidanzato” Alex (vi risparmio la locuzione tipicamente italiana di “tecnologia vocale assistiva”).

Per farla breve. Parecchi tra di voi conoscono il testo di Samuel Beckett intitolato L’ultimo nastro di Krapp (1958).

C’era una volta un signor Krapp, che il giorno del suo 39esimo compleanno si era messo davanti a un magnetofono a bobine e aveva dettato al microfono il diario di quella giornata: “l’orribile ricorrenza”, così la chiama.

Samuel Beckett - ritratto
Samuel Beckett

Ok. Ho chiesto ad alcuni attori sintetici di recitarmi un breve brano, da una delle prime pagine di L’ultimo nastro di Krapp.

Il risultato, a mio avvivo, è istruttivo. Perfino divertente. Ho pregato questi attori di farmela un po’ strascinata. Come penso avesse fatto, anche il vero signor Krapp. Che nonostante l’età, 39 anni, era già un tantino malandato.

Beckett - Teatro - Mondadori

Proviamo a sentirli

Luca, per favore, comincia tu. Luca è una voce sintetica, un po’ troppo professionale per i miei gusti, distaccato anche quando parla di sé. Però ha 39 anni, tanti quanti ne aveva Krapp. Volete sentirlo? Pigiate la freccetta qui sotto.

Non granché, vero? Si sente che è finto, meccanico. Proviamo a cambiare registro. Il povero Beckett impazzirebbe venendo a sapere che voglio chiedere a una signora -che dico! a una donna sintetica – di recitare quel brano. Ma nessuno di voi è Samuel Beckett. Spero.

Alice è una attrice matura, consapevole del suo fascino. Riesce a trasmettere la calma e la sicurezza che ha di sé, anche quando interpreta Samuel. Da anziano. Sentiamola assieme.

Tiago è invece un giovane attore portoghese, di Lisbona, conosce bene Beckett. Un po’ meno bene, come è giusto, la lingua italiana. Ma a me sta molto simpatico. Forse anche a voi.

“Ho celebrato finalmente l’orrenda ricorrenza. E come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Sono rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a dividere il grano dalla pula. Ho buttato giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana. Nei miei vecchi stracci. Appena mangiato ehhh … spiace dirlo… tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato”. 

Volevo infine capire come le avrebbe dette Beckett stesso, quelle frasi. Con il suo tono da irlandese emigrato. Mi sono affidato a Will, che viene da Dublino ma fin da ragazzo ha vissuto a New York. Prego Will, facci sentire.

Vi dico una cosa: più che Beckett, a me sembra di sentire Julian Beck. Che parlava così, quelle volte che l’ho sentito, in Italia.

Di nuovo Samuel, che era molto esigente

Allora, vogliamo arrivare a una conclusione? Direi che gli attori e le attrici non devono preoccuparsi troppo (almeno per ora) di quello che Alexa e compagnia cantante fanno e faranno nei prossimi anni. Forse nei prossimi secoli.

Però, credetemi, fin da adesso, attrezzarsi conviene.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape
Non è Samuel. È Harold Pinter, la sua ultima volta in palcoscenico. E recita “Krapp’s Last Tape”. Ma questo è un altro discorso.

Anghiari Dance Hub: che cosa guarda uno spettatore

Condivido con voi alcune riflessioni fatte giorni fa, a conclusione di uno degli eventi di Anghiari Dance Hub. È un post abbastanza lungo, lo so. Leggerlo tutto vi porterà via 6 minuti. Più o meno. Ma se siete anche voi spettatori, l’argomento vi interessa, eccome.

Anghiari Dance Hub - il teatro

Trovo sempre più stimolanti le restituzioni. Sono le occasioni in cui, dopo un periodo di residenza creativa, spesso in un teatro, un artista, un gruppo di artisti, il più delle volte giovani, restituiscono alla comunità che il ha ospitati il risultato del loro lavoro. Lavorano per una settimana, due, anche per un periodo più lungo – che sia teatro, danza, musica dal vivo, non cambia molto – e alla fine consegnano un risultato a chi li ha accolti e ospitati. Sarà qualcosa di provvisorio, magari di incompleto. Ma è una tappa importante per passare alla fase successiva: un’altra residenza, un ulteriore momento di elaborazione, la produzione vera e propria.

Alcune sere fa mi sono trovato ad assistere, assieme a una ventina di artisti già affermati, di operatori di settore e di osservatori, a quattro restituzioni.

Cerniera Anghiari

Quattro periodi di residenza avevano fatto sì che nel teatro di Anghiari, in Toscana poco distante da Arezzo, uno spazio settecentesco, piccolo e raccolto, altrettanti gruppi di giovani danzatori/coreografi potessero sviluppare i loro progetti. Dal 2015 Anghiari Dance Hub funziona così: una cerniera, il passaggio tra la formazione e la produzione della danza contemporanea. Accompagna cioè i giovani coreografi e i loro interpreti nello sviluppo delle creazioni (ecco il link al sito di ADH)

Questa era la sesta edizione di Anghiari Dance Hub. In due serate, su una piattaforma di streaming, abbiamo assistito alla restituzione di quattro progetti:

Golden Hour, una coreografia di Silvia Oteri, interpretata anche da Erika Boschiroli e Marta Greco
Evento, di cui erano coreografi e interpreti Giulio Petrucci e Jari Boldrini
Scritto in tre C, una coreografia di Giorgia Fusari, interpretata anche da Serena Pedrotti e Maria Chiara Vitti
Eufemia, una coreografia di Giorgia Lolli, interpretata anche da Sophie Annen e Vittoria Caneva.

Anghiari Dance Hub 2020 - Golden Hour

Al mattino dopo, da diverse parti d’Italia, ma “assembrati” tutti su Zoom con gli undici giovani artisti, noi osservatori abbiamo discusso di ciò che era passato sui nostri schemi la sera prima. Abbiamo provato a capire com’era nato e come era stato condotto ciascun lavoro. Ciò che funzionava bene e ciò che poteva essere migliorato. Le osservazioni, le reazioni, i pensieri che ciascuno di quei quattro titoli aveva suscitato in noi. Consigli, raccomandazioni, le istruzioni attente di chi è chiamato a fare da tutor.

Indirizzare la forze creative

Due punti di vista – mi pare – sono emersi. Distinti ma simmetrici. Due modi di guardare una creazione che sta per venire alla luce, due maniere di indirizzare la forza creativa che quei progetti generano.

Da una parte il parere di altri artisti più maturi, i maestri, le guide che sanno incanalare stimoli che, per il momento, sprizzano in mille direzioni diverse. Dall’altra parte, le opinioni di chi, nel sistema dello spettacolo dal vivo si occupa di produrre quei progetti, di circuitarli, programmarli, farli arrivare al pubblico. Insomma, si prende cura di loro.

Esiste però anche un terzo punto di vista, lo sguardo finale direi, e per sua natura conclusivo: quello del pubblico. Cosa guarda, e cosa vede il pubblico, negli spettacoli dal vivo (adesso anche in digitale) a cui assiste.

Anghiari Dance Hub 2020 - Evento

La terza via

È un aspetto che mi ha sempre interessato, e che negli ultimi anni ho coltivato con attenzione. La percezione e la ricezione dello spettatore. I modi in cui egli osserva e rielabora la propria esperienza. Quel qualcosa in più che si porta a casa, dopo essere stato a teatro.

Ci sono tanti di studi sul tema, è ovvio. Ma ho cercato, in questi anni, di applicarli anche in via empirica, raccogliendo senza essere sistematico, i pensieri degli spettatori su se stessi, in quanto spettatori. L’ho fatto parlando con studenti (all’università), con giovani artisti in formazione (nelle accademie), con piccoli gruppi di spettatori più sensibili (in una attività di formazione del pubblico che si chiama La Scuola dello Sguardo). A volte raccogliendo pure in modo estemporaneo le opinioni della gente che se ne tornava a casa dopo una replica.

Lo dico in poche parole, adesso, ma conto di tornarci su in un altro post: lo sguardo e l’opinione di un artista, sul proprio lavoro o su quello degli altri, implica percorsi cognitivi e reazioni totalmente diverse dallo sguardo e dalle reazioni di chi guarda lo stesso oggetto, ma nella posizione e nel ruolo dello spettatore, e nella maggior parte delle occasioni, per una vola sola. Sono processi distinti. A volte producono valutazioni distinte.

Anghiari Dance Hub 2020 - Scritto in tre C

Nell’esperienza dello spettatore si intrecciano fenomeni di attenzione e di memoria, di evocazione emotiva e di reazione neurologica, che sono caratteristici soltanto dello spettatore.

L’attenzione è intermittente (lo sapeva bene, e lo teorizzava anche Luca Ronconi). La memoria pesca nelle svariate enciclopedie cognitive che ognuno di noi possiede. Le emozioni si incanalano su percorsi psicologici individuali, prima che collettivi. Le reazioni mettono in campo i famosi neuroni specchio di cui tanti parlano, ma che rimangono tutto sommato misteriosi, nel loro funzionamento e nel loro ruolo.

Se ciò vale per tutto lo spettacolo dal vivo (e con le dovute differenze, anche per quello riprodotto), tanto più forte dovrebbe essere l’interesse per questo sguardo in quanti creano e programmano la danza. Non che ci sia bisogno di una laurea in neurofisiologia. Però un pensierino ogni tanto bisognerebbe farlo.

Eufemia

Ecco perché – arrivo a una provvisoria conclusione e finisco col dire che – delle quattro restituzioni viste nelle due serate di Anghiari Dance Hub, quella che è stata per me, spettatore, la più interessante, la più ricca di agganci capaci di attivare e rilanciare la mia attenzione, è quella che si intitolava Eufemia, coreografia ideata da Giorgia Lolli, portata sul palco assieme a Sophie Annen e Vittoria Caneva.

Anghiari Dance Hub 2020 - Eufemia

Ricordo che l’idea iniziale sembrava voler definire lo spazio attraverso il movimento dei tre corpi, con una segnaletica quasi, una apparente verosimiglianza che presto spostava il gesto verso la meccanica e l’artificio. Succedeva poi che un accenno erotico, esplicito ma non scomposto, orientasse il tutto verso risonanze più intime, amorose quasi, soprattutto in un momento statico di composizione a tre.

Il registro cambiava allora improvvisamente, e ribaltava l’attenzione dai corpi a un oggetto: una macchina per scrivere, la gloriosa Lettera 22 Olivetti, esibita teatralmente in proscenio, mentre tutorial dattilografici, in lingua straniera, occupavano tutto lo spazio sonoro. Da un barattolo, una delle interpreti pescava a questo punto un biglietto, e su una parola emersa a caso, improvvisava riflessioni random, trascritte a macchina dalla sua compagna dattilografa, a volte impegnata pure in uno slapstick laterale, che sembrava prendersi gioco del tutto. Subito dopo la voce di Elvis Presley lanciava una subdola freccia emotiva: Love me tender, love me true, all my dreams fulfill…

Anghiari Dance Hub - Eufemia

Ciò che lo spettatore si porta a casa

Questo è ciò che ricordo, a due giorni di distanza, detto pure in poche parole. Questo è un esempio – potrebbero essercene molti altri, e anche molti diversi – di ciò che un reale spettatore – o una spettatrice – guarda, vede, sente e ritiene, una volta messo davanti a un’opera. Dal disegno coreografico congelato in preziosi stop, alla teatralità che esplode quando l’interprete si siede sul filo della ribalta. Dalla raffinatezza di un cimelio meccanico della grande industria italiana al pop del più sdolcinato e più caldo fra i refrain di Elvis.

Scarti continui, agganci, coinvolgimenti a sorpresa o sulle tracce dell’empatia, nel gioco cross-over che mescola i linguaggi, e costringe lo spettatore a ingegnarsi nella ricerca di un senso, una coerenza, una apertura e una soddisfazione. Ciò che poi si porterà a casa.

Insomma, altro che stare in poltrona!, o davanti a un monitor. Anche chi assiste a uno spettacolo lavora, eccome. È il suo mestiere. Il mestiere dello spettatore.

Di questa professione ho già scritto su QuanteScene! (vedi qui, a proposito del Festival dello Spettatore di Arezzo). Ma ci torniamo su in un prossimo post.

Anghiari Dance Hub 2020- Giulio Petrucci e Jari Boldrini
Giulio Petrucci e Jari Boldrini

Rete Critica 2020: il teatro, nonostante

L’hub che raccoglie blog, riviste e siti indipendenti di teatro online dà prova di resilienza. Venerdì 4 e sabato 5 dicembre, Rete Critica 2020 apre sul web la sua edizione numero dieci. O meglio, nove e tre quarti.

Rete Critica 2020 su Zoom

Nonostante tutto. Nonostante i mesi drammatici di primavera, le ondate di adesso, le restrizioni, le limitazioni, i vecchi e i nuovi dpcm. Insomma, nonostante, si continua a fare teatro. E si continua a pensarlo.

Noi di Rete Critica – questo hub che raccoglie più di trenta testate online, blog, riviste e siti web indipendenti di informazione e critica teatrale – ci pensiamo da dieci anni almeno. Perché a tante edizioni sarebbe arrivata, nel 2020, la manifestazione che ha premiato ogni anno le migliori esperienze di spettacolo dal vivo, valutando per singoli criteri proposte artistiche, formati di comunicazione, progettazione organizzativa (vedi il post sull’edizione 2019).

Non è tempo di premi però, questo dicembre difficile per chi fa – o piuttosto faceva – spettacolo, per chi era abituato ad assistere, per chi ne scriveva sulle pagine di un blog o di una rivista condividendo visioni e opinioni.

Rete Critica 2017 - Futuri_Maestri_ph_Luciano_Paselli_
Futuri Maestri del Teatro dell’Argine è stato un progetto selezionato di Rete Critica 2017 (ph. Luciano Paselli)

Nove e tre quarti

Nonostante tutto, Rete Critica 2020 si farà. Ma non sarà l’edizione numero dieci. Con la consapevolezza di ciò che sono stati questi mesi e con uno sguardo disincantato, tipo quello di Federico Fellini, sarà l’edizione 9 e 3/4. Per dire che qualche cosa, anche molto, ci è mancato.

Grazie alla collaborazione, ancora una volta, del Teatro Stabile del Veneto, Rete Critica 2020 tornerà sul web. Venerdì 4 (ore 18.00) e sabato 5 dicembre (ore 16.00) presenterà online le mappe di un sistema teatrale, colpito e abbattuto sì nella sua forma essenziale – lo spettacolo in presenza, il feeling immediato tra artisti e spettatori, la liveness – ma altrettanto vivace nel costruire idee e soluzioni, vie di ripiego e scatti in avanti, rivendicazioni non solo economiche, immaginazioni.

In trenta o quanti siamo, nei mesi scorsi abbiamo dedicato tempo a studiare i progetti artistici ideati e realizzati durante il primo periodo di black-out teatrale e anche quelli messi in scena dopo la riapertura di metà giugno. La ricognizione completa delle esperienze che abbiamo segnalato è disponibile sul sito di Rete Critica.

Poi, per non cadere nella tentazione del “tutto come prima” e provare a raccontare un momento storico che sarà anche spartiacque sociale e culturale, abbiamo provato a rilanciare verso il futuro gli artisti e chi sta immaginando il teatro che sarà.

Venerdì 4 e 5 sabato saremo perciò su Zoom: ci troverete e ci potrete seguire sulle pagine Facebook del Teatro Stabile del Veneto e di Rete Critica.

Il programma di Rete Critica 2020

In questi due giorni svilupperemo tre momenti di approfondimento tematico (della durata di un’ora circa) a partire dai progetti segnalati in questa edizione straordinaria.

Quindi, per ripercorrere il decennio presenteremo uno short doc su tutte queste edizioni, a cura di Simone Pacini, scritto e diretto da Andrea Esposito. Un’occasione per ripercorrere la storia e l’origine del premio con le immagini e le testimonianze dei vincitori.

Ci saranno artisti, compagnie e progetti premiati: Gianni Farina di Menoventi (2011), Daniele Timpano (2012), Armando Punzo e Archivio Zeta (2014), Case Matte e Puglia Off (2015), Davide Lorenzo Palla e Zona K (2016), NEST Napoli Est Teatro e Mario Gelardi del Nuovo Teatro Sanità (2017), Kepler-452 (2018) e Stefano Tè del Teatro dei Venti (2019).

Ma anche tanti altri, fra coloro che hanno e stanno animando Rete Critica 2020, con il loro contributo e la partecipazione.

Nuove e vecchie tecnologie incontreranno nuovi e vecchi linguaggi. Che cosa ha prodotto e pensato il mondo del teatro italiano in questo anno? L’obiettivo di Rete Critica 2020 è riuscire a dare un contributo utile a rappresentare e incarnare il cambiamento che – nostro malgrado – stiamo vivendo. Guardando verso il futuro, senza peraltro perdere di vista tutto ciò che è stato: un periodo sicuramente difficile, economicamente un disastro. Ma un disastro fertile, forse. Avete presente le piene del Nilo?

I tre momenti di approfondimento e lo short doc

– – – – – – 4 dicembre

Tavolo “Teatro e politica” – ore 18.00
ospite Giovanni Boccia Artieri
moderatore Roberta Ferraresi
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Progetto C.Re.S.Co. | Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea
Giorgina Pi (Tiresias)
Kepler 452 (Lapsus urbano)

Dieci anni di Rete Critica – ore 19.30
uno short doc a cura di Simone Pacini, scritto e diretto da Andrea Esposito

– – – – – – 5 dicembre

Tavolo “Teatro in ascolto” – ore 16.00
ospite Rodolfo Sacchettini
moderatore Viviana Raciti
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Campsirago Residenza (Favole al telefono)
Radio India
Frosini/Timpano (InDifferita)

Tavolo “Danza e immagine” – ore 18.00
ospite Roberta Nicolai
moderatore Laura Gemini
e i segnalati di Rete Critica 2020:
Balletto Civile (progetto M.A.D. Museo Antropologico del Danzatore)
Paola Bianchi (ELP)
Teatrino Giullare (Il diario dei giorni felici)

Rete Critica 2020 è stata possibile grazie anche al lavoro di Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Elena Scolari e Francesca Serrazanetti, e la collaborazione dello Stabile del Veneto con Massimo Ongaro.

Contemporanea 20 a Prato. Le oscillazioni, le ancore, le via di fuga

Lo dice la parola stessa. Contemporanea, festival delle arti della scena a Prato, si occupa di ciò che accade sotto i nostri occhi. Ciò che è nuovo, attuale, nascente.

C’è cosa più giusta se non far nascere, a Prato, nel corso di Contemporanea 20, una rivista? Una rivista di teatro, di carta, di pensieri. Cose un po’ fuori moda, dite? Contemporanee, piuttosto.

La Falena

Un’avventura editoriale, magari un azzardo, ha portato quattro teste pensanti della generazione 40enne a buttarsi più a fondo nella mischia delle opinioni sul teatro che inondano la rete. Come del resto fanno le righe che sto scrivendo adesso.

E da quel fondo, liberata dal bozzolo, è nata La Falena, rivista di critica e di cultura teatrale, spiega il sottotitolo. Cartacea, aggiungo.

La Falena - rivista

Alessandro Toppi, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, Rodolfo Sacchettini, e assieme a loro il Teatro Metastasio con Franco D’Ippolito e Massimiliano Civica e Massimo Bressan, editori che l’hanno fortemente voluta, sono arrivati al traguardo del primo numero, con una copertina sfidante e un tema di fondo che più contemporaneo non si può: Salto di specie.

Come se le acrobazie biologiche del virus che in questo momento ruba tutti i nostri pensieri, si riflettessero nella trasformazione che le arti dello spettacolo dal vivo in questo momento stanno subendo. Non solo lockdown, distanziamento, massime capienze. Ma una nuova biologia teatrale, al cui centro c’è la questione della liveness, la viva presenza.

Di questo tema, cruciale per il futuro del teatro, sto leggendo adesso, nelle pagine centrali di La Falena. Ci sono, tra gli altri, gli interventi di Laura Gemini e Vincenzo Del Gaudio, che il fenomeno lo osservano da tempo. E volentieri li leggerei assieme a voi, che potete scaricare La Falena gratuitamente (almeno le prime 200 copie) dal sito del Teatro Metastasio.

Se non arrivate in tempo, basteranno solo 2 euro per il pdf.

La liveness

Da parte sua, Edoardo Donatini, che di Contemporanea 20 è il direttore artistico, ha provato a fare la stessa cosa con il programma del festival. Programma che non ha rinunciato alla liveness, perché essa stessa è la ragione di un festival, ma prova a indagarne le oscillazioni, le àncore e le linee di fuga.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain a Contemporanea 20 - Prato
Agrupación Señor Serrano The Mountain

Per esempio: quando intervengono strumenti e media digitali. Solo per dirne uno: il lavoro svolto da anni di Agrupación Señor Serrano (a Prato con The Mountain). Ma anche la superfetazione di video e audio in Gisher di Giorgia Ohanesian Nardin.

Per esempio: quando il flusso tradizionale dello spettacolo, la narrazione, si sfalda su piani diversi e l’acrobazia delle luci, l’ibridazione di live electronis e voce, l’assenza di direzioni, diventano motori dell’evento. Della serata Klub Taiga di Industria Indipendente ho già parlato su QuanteScene! e a quel post vi rimando.

Klub Taiga – Industria Indipendente

Per esempio, infine, quando i formati cambiano, evadono, scartano i binari.

È un segno, se un regista già minimalista come Massimiliano Civica, sceglie la forma austera della lectio, per una affascinate escursione tra racconti chassidici, ispirazioni zen, parabole sufi, e con L’Angelo e la Mosca, si interroga sulla presenza del misticismo nel teatro.

È un segno se Sergio Blanco, uruguaiano, autore (anzi di più: architetto) di audaci drammaturgie (come El bramido de Düsseldorf, vedi il post), riconduce i propri pensieri sulla morte, Memento mori, alle 30 short-stories di una conferenza-spettacolo. Deludente, peraltro nonostante le belle fotografie sullo sfondo di Matilde Campodónico.

Memento mori  - Sergio Blanco a Contemporanea 20 - Prato
Sergio Blanco – Memento mori

Il corpo non si immola

La resilienza – un termine che piace, oggi – è però quella del corpo in scena. Che non ci sta. Che non si immola nel gioco degli opposti, che vorrebbe fare di lui uno sfidante nel duello con il digitale, il visuale, l’immateriale del broadcasting, e con le furbizie di Skype, Zoom e compagnia bella.

Contemporanea 20 fa il suo dovere e registra: l’atletismo di Michele Scappa in Hello (produzione Kinkaleri), le evoluzioni concentriche ideate da Elisabetta Consonni (con Plutone), le grafiche nudità esposte in Kokoro da Luna Cenere, l’iconico Marco Chenevier con il suo abito di piume nere d’uccello. E la simpatica Masako Matsushita che il guardaroba ce l’ha tutto addosso.

Masako Matsushita -Un/dress (ph. Kylestevenson.com)

Certo si impone poi, nella serata finale, la maestà ipnotica di Alessandro Sciarroni. Il moto di rotazione con cui gira su se stesso in Chroma dura oramai da sei anni. E una volta di più conferma che questo titolo è uno di quelli da mettere nella capsula del tempo, quando andremo ad archiviare ciò che teatro e danza hanno inventato in questo decennio.

Chroma - Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto
Chroma – Alessandro Sciarroni -ph. Umberto Favretto

Scrivere per la scena

Cenerentola del contemporaneo, apparirebbe a questo punto la scrittura drammatica. Pratica obsoleta – sostiene qualcuno – adesso che la morte del personaggio, la prevalenza della performance, l’ingaggio del pubblico, sembrano sempre di più alimentare il fiume del post-drammatico. Con rischio di esondazione, anche.

Ma Cenerentola, niente affatto. La drammaturgia ha tenuto e tiene la posizione. Non bastassero tutti i copioni che mi capitano addosso, quando mi vesto da giurato nelle competizioni che ancora grazieaddio premiano chi scrive bene. Tipo Scritture di Scena, il premio organizzato dalla rivista Hystrio. Tipo Tuttoteatro.com, Premio Cappelletti, che ha appena lanciato un nuovo bando.

Tornando al punto. Di scrittura e di personaggi c’era, c’è e ci sarà, bisogno. Come di attori, del resto. Negli otto giorni di Contemporanea 20, la casella della drammaturgia, quella seria, con una storia, dei personaggi, un percorso di senso, era occupata tutta dalla compagnia Vico Quarto Mazzini. Sul cui spettacolo, infine, voglio soffermarmi un momento.

Livore

Livore è il titolo del più recente lavoro di Vico Quarto Mazzini. Livore, come quello che provava Salieri nei confronti di Mozart

La velenosa rivalità è un falso storico, ma il rancore resta e dà a Francesco D’Amore l’occasione mettere sulla carta una storia, che ne conserva i nomi: Antonio e Amedeo. Una vicenda essenziale, dinamica, tramata di mistero. Come aveva fatto Puškin. Come avevano fatto Peter Shaffer e poi Milos Forman in Amadeus

Nello spettacolo che ha debuttato a Prato, la regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà colora il lutto del Requiem mozartiano con la tinta livida delle barbabietole. 

Contemporanea 20 - Prato - Livore - drammaturgia Francesco D'Amore - regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà - ph. Rocco Malfanti
Livore – drammaturgia Francesco D’Amore – regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà – ph. Rocco Malfanti

In un loft di quelli eleganti, nel quartiere bene, si consumano i preparativi di una cena importante: la cena che deciderà una carriera. A mettere di fronte l’attore talentuoso e senza una lira (Altamura) e l’altro, che ha successo in tv, grazie a potenti raccomandazioni (D’Amore), è la visita di una figura del mistero, vestita di scuro, inzuppata di pioggia. La stessa che – si racconta – era apparsa dal niente e aveva commissionato a Mozart la sua ultima opera.

Ai giorni nostri, il gioco delle parti è tutto psicologico, tagliente. Come i coltelli che brillano nella cucina e fanno a fette le verdure da cui già cola il succo viola dell’astio. Il padrone di casa (Paolocà) è un agente che conosce bene “il giro” delle serie televisive, della popolarità, dei soldi.

In tipica sequenza pinteriana, l’attore sfigato diventa un intruso, si insinua nella vita della coppia di successo, e a forza di remissione e umiliazione, ne incrina il legame.

Ma le cose non sono mai come sembrano. La dinamica degli opposti spalanca lo spazio della scena e sposta il riflettore sull’oggi, sulla condizione instabile dell’attore, sulla cabala del successo che, spesso, è un’ambigua questione di sguardi.

O magari, di barbabietole fatte a fette, per una preparazione al cartoccio.

Livore - Vico Quarto Mazzini - locandina

Danser sur le réseau. Jérôme Bel, coreografo a distanza

“Ho a cuore il destino dell’ambiente”. Per questo, Jérôme Bel ha rinunciato all’aereo. Per questo, ha rinunciato anche alla coreografia. O meglio, alla coreografia come di solito ci capita di immaginarla.

Danze per Laura Pante è un lavoro coreografico creato attraverso Skype e tante email. Debutta questa sera a Udine per Teatro Contatto.

Danze per Laura Pante -  Jérôme Bel

Fino a oggi DAD voleva dire Didattica a Distanza. D’ora in poi ci puoi anche leggere dentro anche danza a distanza.

Tra gli infiniti disastri che l’epidemia Covid ha comportato, uomini e le donne di buona volontà sono però riusciti a scovare anche alcuni aspetti positivi. Pochi: ma ce ne sono. Nel periodo più critico, tra lockdown, cancellazioni, limitazioni, distanziamenti, il virus ci ha costretti ad aguzzare le connessioni digitali: comunicazione in remoto, videoconference, smart working. Potevano gli artisti sottrarsi alla richiesta del momento?

Jérôme Bel, coreografo francese, che alle convenzioni del vivere e del danzare è sempre stato insofferente, ha colto l’opportunità al volo. Pervenuta a lui dal CSS – teatro stabile di innovazione del FVG, l’offerta gli calzava giusta. Una programmazione Covid-free (com’è la stagione Teatro Contatto 2020/21 Blossom-Fioriture, avviata a Udine già lo scorso luglio) lo ha stimolato a concentrarsi su un progetto a cui già stava pensando.

Circa due anni fa ho pensato di modificare i miei metodi di lavoro, per ridurre l’impatto dell’inquinamento sull’ambiente. Così mi sono deciso a non utilizzare più l’aereo, né per i miei progetti francesi, né per quelli internazionali” spiega Bel, in collegamento Skype dalla sua casa di Parigi.

Sono stato un po’ deriso, perfino attaccato per questa scelta, che non mi ha impedito però di realizzare in remoto alcuni progetti in Sudamerica e in Asia. Il risultato è stato discreto e ho pensato perciò che fosse necessario affinare queste tecniche, visto che i dispositivi per farlo non mancano“.

Bel e io stiamo a quasi 1500 km di distanza e la connessione Skype ogni tanto congela il suo volto in qualche simpatica smorfia. Ma dal suo punto di vista non è un problema.

Jérôme Bel è uno di quelli che l’opinione degli altri se la lascia alle spalle. Emancipazione e sperimentazione sono stati per lui principi da seguire sempre. Anche a costo di sentirsi rincorso dai mugugni di sacerdoti e sacerdotesse della danza fatta-come-si-deve.

La sua Shirtology, nel 1997, aveva fatto storcere il naso a molti. Dov’era il coreografo?

Eppure Shirtology e il suo interprete, che si sfila via via di dosso, spiritoso e disinvolto, una trentina di t-shirt decorate, è ancora oggi in repertorio.

E così Disabled Theater. Creazione che, come dice il titolo, portava in scena nel 2012 una decina di performer non canonici, disabili e di una una forza espressiva emozionante. Dov’erano i danzatori? Dov’era la danza?

I lavori di Bel si sono da allora in poi affacciati sul vasto filone del teatro sociale e partecipato e, senza che venisse meno per un solo attimo la volontà autoriale, nelle nuove creazioni si sono fatte strada, piuttosto che una pratica coreografica fine a se stessa, la danza di comunità, l’elogio delle differenze (dilettanti, bambini, persone con disabilità…). “Gente in cui prevale il desiderio di danzare, il processo di emancipazione attraverso l’arte“.

Gala -  Jérôme Bel
Gala (2015) – Jérôme Bel

Di altre mie idee, che riguardavano la danza a distanza, erano già a conoscenza in molti” aggiunge ancora Jérôme Bel. “Desideravo scrivere partiture che fossero di per sé eloquenti e non esigessero il lavoro in presenza con gli interpreti. Quando Fabrizio Arcuri del CSS di Udine, mi ha chiesto di anticipare di un anno il mio nuovo lavoro, ho pensato che era il momento giusto“.

Laura Pante durante l'elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel
Laura Pante durante l’elaborazione della nuova creazione di Jérôme Bel

Con Laura Pante – danzatrice, ma anche coreografa e graphic designer – Bel ha dato avvio a un fitto epistolario via email, e poi a sessioni Skype, durante le quali, in un paio di mesi, si è andata consolidando la nuova creazione: Danze per Laura Pante (vedi qui la locandina).

L’interesse del coreografo era rivolto a una co-autrice che, nel momento in cui veniva meno il controllo del coreografo sullo spazio (piattamente restituito dal monitor del computer), “potesse sostanziare ciò che manca con l’intelligenza del proprio corpo e dello spazio locale“.

In modo che un progetto coreografico globale, spendibile in tutto il mondo, possa di volta in volta acquisire un profilo locale, grazie a un lavoro specifico, territoriale.

Il che significa tradurre glocal (globale/locale) in danza. Un’esperimento.

Così, a cominciare da stasera, al Teatro S. Giorgio di Udine, la coreografia a distanza di Jérôme Bel prende corpo.

Danze perLaura Pante -  Jérôme Bel

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DANZE PER LAURA PANTE
concept Jérôme Bel
di e con Laura Pante
musiche originali Guglielmo Bottin, Beatrice Goldoni
assistente Chiara Gallerani
crediti fotografici Dido Fontana

una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con Institut français Italia e Fondazione Nuovi Mecenati
Il lavoro di Jérôme Bel è sostenuto da Direction régionale des affaires culturelles d’Ile-de-France, Ministero della Cultura–Francia

30 spettatori ammessi a ciascuna replica
2-3-4-28-29-30 ottobre
14-15-26-27-28 novembre
3-4-5-6 dicembre
Udine, Teatro S. Giorgio

L’inchiostro di Papaioannou. L’acqua, la luce, i riflessi del nero.

L’uomo ci dà le spalle. Nera la camicia, neri i pantaloni. Neri sono anche fondale e pavimento. Il buio di un inchiostro in cui si legge netta la figura umana. Illuminata in controluce da un graffito di gocce d’acqua, vive, impalpabili, nebulose.

(ph Julian Mommert, come tutte le immagini che seguono) 

Ink è il titolo della più recente creazione di Dimitri Papaioannou, un regalo d’arte fatto in esclusiva italiana a TorinoDanza e a I Teatri di Reggio Emilia.

Significa inchiostro. Doveva essere solo uno studio, rielaborato qui in Italia, in vista di una più ampia composizione che debutterà nel dicembre prossimo a Atene.

È diventato invece un lavoro d’intensità. Cattura con le visioni che offre. Si rivela aperto, perfino confuso, per le suggestioni che insinua nello spettatore. Non perfetto, grazieaddio. Ma in quello stadio germinale che potrebbe precipitare nel fallimento o nel capolavoro.

Difficile, quando si parla di Dimitris Papaioannou, è definirlo. Chi lo chiama regista, chi coreografo, chi designer e performer. Per alcuni è un maestro – così se la sbrigano senza problemi. Basta vedere una soltanto delle sue creazioni per rendersi conto che questo 56enne, greco di Atene, fisico asciutto, tratti mediterranei, preciso e imperturbabile, è ossessionato dalla materia e dai materiali. Uno che dei corpi forza le membra e le articolazioni. Con impegno, lucidità, ostinazione. Architetto perfezionista di immagini in bilico sempre tra natura e cultura.

Sorgenti primordiali

Per Ink ha preferito tubi d’irrigazione, corde bagnate, creature che salgono dai fondali marini, campi di spighe, bocce trasparenti. L’energia del getto d’acqua con cui si innaffiano i campi e il potere vitale che attribuiamo ai liquidi, sorgenti primordiali. Il fruscio di vecchi dischi e alcune cellule musicali, rubate a Vivaldi. Forse il ricordo di qualche Mantegna, o di Caravaggio.  Magari niente di tutto ciò. Solo acqua. Solo il corpo. Soltanto i materiali.

Dopo titoli entrati con prepotenza sulla scena mondiale – Primal Matter, Still Life, The Great Tamer. Dopo performance colossali negli stadi – l’inaugurazione delle Olimpiadi di Atene nel 2004, quella dei Giochi europei di Baku del 2015. Dopo eventi da galleria d’arte, come Sisyphus visto lo scorso anno proprio qui a Reggio Emilia (questo il link). Ink è la prova ulteriore della sapienza con cui Papaioannou compone il quadro, la visione dello spettatore. Meglio ancora, per lo spettatore E per i suoi sensi.

C’è acqua dappertutto in Ink. Scaturisce, gorgoglia, inonda, sale in alto, ricade, riflette la luce. Riempie la boccia trasparente e inzuppa i corpi e i vestiti. Accanto a Papaioannou, uniforme all black, c’è il giovane partner di scena, Šuka Horn, 23 anni, quasi sempre nudo, roseo e pallido come può esserlo un tedesco al sole.

Grandi fogli di plastica, traslucidi, sottili, servono a ammorbidire e imprigionare la nudità. Pareti di nylon vibrano umide come membrane. Una sfera moltiplica la luce. I due uomini, sempre in lotta tra loro, raccontano a forza di movimenti una storia che è quasi inutile decifrare.

Ink 2020- Papaioannou - ph. J. Mommert

La bestia del desiderio

Sono un padre e un figlio? Può essere. Due amanti? Ci può stare. L’impulso animale in lotta con il controllo della ragione? C’è chi ha visto anche questo. Ecco Ercole avvinghiato a Anteo, come in tanta iconografia. Ecco Calibano che sfida Prospero, come sussurrava Shakespeare. C’è mutua attrazione tra il sapiente che regge le corde e governa i tubi, e il selvaggio giovane animale che si fa strada nella selva color oro, pronto ad azzannare. “La bestia del desiderio”, butta là Papaioannou interrogato, così tanto per dire.

In Ink c’è tutto (o quasi tutto) quel che ciascuno ci vuol vedere. Per me è anche il ricordo di un vecchio pescatore che continua a sbattere un polpo sul molo. Lo avevo visto fare nel porto di Amalfi. Lo si vede ancora fare su tutte le coste di questo mare, come assicura il breviario mediterraneo di Predrag Matvejevic.

Lo rivedo adesso, quel pescatore, nell’ultima immagine di Ink, riflesso nell’acquitrino in cui si è trasformato il palcoscenico.

Perché così funziona l’arte. Deve sempre restituire il riflesso, per durare.

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Ps: Appena ho in mano le date, acquisto un biglietto per Atene, dove la nuova composizione di Papaioannou debutterà a dicembre. Per chi non ha fretta, c’è Napoli Teatro Festival, che lo programma a febbraio. C’è anche chi vorrebbe resistere alla tentazione, e allora, qui sotto un breve trailer. Tanto per dargli l’idea.

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INK
ideazione Dimitris Papaioannou
con Šuka Horn + Dimitris Papaioannou
scene e costumi Dimitris Papaioannou
disegno luci Stephanos Droussiotis + Dimitris Papaiaonnou
sound design David Blouin
musica Antonio Vivaldi, Donald Novis, Isham Jones, Sofia Vempo, Leo Rapitis
produttore creativo – esecutivo – assistente di direzione Tina Papanikolaou
foto e video di scena Julian Mommert
oggetti di scena Nectarios Dionysatos
scultura realizzata da Joanna Bobrzynska-Gomes

coproduzione Torinodanza Festival / Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Fondazione I Teatri / Festival Aperto – Reggio Emilia
produttore esecutivo 2WORKS
Dimitris Papaioannou è sostenuto da MEGARON THE ATHENS CONCERT HALL

D’Annunzio karaoke e un playboy da strapazzo. Biennale 2020

Ciuffo identico a John Travolta in Grease (1978). Parole di Una lacrima sul viso a Sanremo (1964). Canta Gabriele D’Annunzio. La città morta (1896), modalità karaoke.

La città morta - regia Leonardo Lidi - Biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

Non ho visto tutti gli spettacoli programmati a Venezia, per la 48esima edizione del festival della Biennale Teatro. Ma una buona parte sì. L’impressione di fondo è che il tema lanciato dal direttore Antonio Latella – la censura, l’autocensura – sia rimasto un tema. E che ciascuno degli artisti invitati abbia intrapreso la propria avventura. L’avventura che avrebbe intrapreso comunque. A prescindere dal tema. 

Geltrude Stein, che la sapeva lunga, sosteneva che una rosa è una rosa è un rosa. Ugualmente, un tema è un tema è un tema. E si può svolgere a piacere, rischiando, come succedeva a scuola, di finirne fuori. Il fuori tema resta, a mio modo di vedere, la cosa più interessante di questa Biennale Teatro 2020. Forse di tutte le Biennali.

Censura e autocensura

Certo, un giovane come Leonardo Manzan, ci si è messo d’impegno. Su censura e autocensura ha ricamato parecchio. Ha proposto agli spettatori un muro bianco e lo ha animato per una buona ora e mezza. Con giochini paradossali di senso battuti sulla tastiera. Con fori, pertugi, buchetti da cui sono spuntati mani e altri oggetti (anche un pene, a dire il vero). Con dialoghi immaginari tra Giordano Bruno, Pasolini, il marchese De Sade. Perfino con un karaoke snobbato un po’ dagli spettatori (per la cronaca, Felicità di Al Bano e Romina). 

Glory Wall - di Leonardo Manzan e Rocco Placidi - Biennale 2020
Glory Wall – di Leonardo Manzan e Rocco Placidi

Che sono trovate divertenti, pure ben congegnate, discretamente colte e giovanilmente pop. Ma ben lontane dal fare di questo Glory Wall, uno spettacolo memorabile e circuitabile. Anche se la Giuria internazionale ha giustamente deciso di premiare tanta intraprendenza, con la targa di migliore spettacolo di questa Biennale. 

Per un ventottenne, che si era fatto valere lo scorso anno, con Cirano deve morire (sempre scritto a quattro mani con Rocco Placidi) non è male. “Niente da dichiarare, oltre il mio genio”, dice lui, azzardando tanto. Più cauti, noi preferiamo stare a vedere.

Un tema è un tema è un tema

Il fuori tema di due fra i nomi più interessanti della scena italiana oggi – Liv Ferracchiati e Leonardo Lidi – è la faccenda che più mi ha colpito. Entrambi si sono occupati di rivitalizzare testi di oltre un secolo fa. Nel caso di Ferracchiati la Commedia senza titolo, conosciuta anche come Platonov, di Anton Cechov (1881). Nel caso di Lidi, La città morta (1896) di Gabriele D’Annunzio, tragedia poco rappresentata, e anche poco rappresentabile, oggi. 

Io non so cosa spinga due trentenni a prendere in mano testi che sono stati scritti cent’anni prima che loro nascessero, e che non sono nemmeno i prodotti migliori di quegli autori. Avrebbero un sacco di altre cose di cui occuparsi, oggi, Liv e Leonardo. E a dire il vero, se ne sono occupati. 

Ma a parte la necessità di circuitare gli spettacoli (entrambi prodotti dal Teatro Stabile dell’Umbria, per il quale Cechov e D’Annunzio suonano come una sicurezza), suppongo che il loro sia l’impeto di una sfida, un coraggioso orgoglio che li spinge a tentare imprese difficili, su testi laterali. Tutti e due hanno personalità forti e idee chiare. Per dirla con parole più difficili: piace a loro rigenerare i testi. In veste di registi quanto di autori – sarebbe bello qui usare il termine ri-autori – smontano il testo e gli assicurano una struttura nuova. Ma ne mantengono la superficie, e in parte, la riconoscibilità. Potremmo chiamarla retro-drammaturgia, se fossimo in vena di definizioni.

La città morta - Leonardo Lidi - biennale 2020
La città morta – regia Leonardo Lidi – ph. Andrea Avezzù

In La città morta, Leonardo Lidi si sbarazza di almeno due personaggi (sui quattro originali), aggiunge al cast lo stesso autore, Gabriele il Vate, e lo fa cantare come Bobby Solo. Invece che nell’antica Micene, dov’era ambientato l’originale, qui siamo sulla tribunetta di un campus universitario americano, con tanto di Gigi il bibitaro. Incontriamo inoltre il Travolta di Grease e l’Harrison Ford dell’Arca perduta. La modalità prevalente è la parodia.

Infatti il pubblico ride. Non per il meccanismo parodico però: per le strizzatine d’occhio. Sono pur bravi Christian La Rosa, Mario Pirrello e Giuliana Vigoga. Ma La città morta non è I Promessi sposi. E loro non sono il trio Solenghi-Marchesini-Lopez. Intelligente com’è, Lidi non li spinge a tanto. In compenso Insieme a te non ci sto più di quei due geni di Pallavicini e Conte, che è un bel finale per una tragedia, resta per un bel po’ nelle orecchie. Si muore un po’ per poter vivere.

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Si muore per poter vivere anche in Platonov. Punture d’ironia sembrano attraversare il testo riscritto da capo da Liv Ferracchiati. A tratti è proprio sarcasmo nei confronti di quel playboy da strapazzo che è il protagonista. Ferracchiati ci si immedesima un po’. Anzi tanto. Ma l’understatement che è la sua arma migliore, consiglia di farlo interpretare a un altro (Riccardo Goretti, a cui l’aria piaciona sta proprio bene) mentre per sé Ferracchiati riserva il ruolo di Lettore (“che prende troppo su serio quello che legge”).

Lettore che entra a gamba tesa nello spettacolo, interloquendo con i personaggi. Intanto, con la forbice, Ferracchiati ha già tagliato due terzi del cast, salvando solo le femmine innamorate di quel Don Giovanni ubriacone che sta nel titolo. Francesca Fatichenti, Alice Spisa, Petra Valentini e Matilde Vigna potrebbero essere le donne di un girotondo schitzleriano, invece sono quattro figurini, spassosi come sarebbe piaciuto a Cechov. E la pistolettata finale capita un po’ per caso. 

Platonov - Liv Ferracchiati - Biennale 2020
Platonov – regia di Liv Ferracchiati – ph. Luca Del Pia

Lidi e Ferracchiati

Li ammiro entrambi per questo coraggio. Ma ho l’impressione che lo strumento con cui destrutturano il testo – la parodia nel caso di Lidi, l’ironia nel caso di Ferracchiati – non sempre porti al miglior risultato. 

Inevitabilmente i testi, scelti da loro con cura e con impegno rigenerati, si sviliscono, diventano tracce, perdono valore. E nel caso in cui non siano universalmente noti (come questi titoli) non si comprende tutto il lavoro costato al ri-autore regista. Forse non si capisce nemmeno quel che succede in scena. Il fascino è il fascino della superficie. A me, tutti e due, paiono capaci invece di ben altro.

Però li stimo (vedi qui un post su Ferracchiati, vedi qui per Lidi, oppure qui) e mi fa anche piacere vederli avventurarsi fuori tema. 

P.S. Qualcuno mi dovrà spiegare come mai questi trentenni, questa generazione, dovendo citare, cita preferibilmente il pop musicale che è appartenuto alla mia, di generazione. Bobby Solo, Salvatore Adamo, Caterina Caselli. Romina e Albano… In altri spettacoli di questa Biennale risuonavano di continuo Mina, Battiato, Patty Pravo, la Carrà… Bisognerà capire.

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GLORY WALL
di Leonardo Manzan, Rocco Placidi, Paola Giannini
regia Leonardo Manzan
scene Giuseppe Stellato
produzione Centro di Produzione Teatrale La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello / Elledieffe

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LA CITTÀ MORTA
da Gabriele D’Annunzio
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Christian La Rosa, Mario Pirrello, Giuliana Vigogna scene Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Dario Felli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e La Corte Ospitale

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LA TRAGEDIA È FINITA, PLATONOV
dal Platonov di Anton Čechov
riscrittura di Liv Ferracchiati
con Francesca Fatichenti, Liv Ferracchiati, Riccardo Goretti, Alice Spisa, Petra Valentini, Matilde Vigna
regia Liv Ferracchiati
dramaturg di scena Greta Cappelletti
scene Lucia Menegazzo e Emiliano Austeri
costumi Francesca Pieroni
produzione Teatro Stabile dell’Umbria