Teatro è anche il teatro che non abbiamo visto. La maratona di Rai5

Teatro – ricordatevelo, facinorosi – non è solo il teatro presente, il teatro dal vivo. È anche il teatro che abbiamo già visto. Quello che hanno visto altre generazioni. Quello che abbiamo letto e quello di cui abbiamo sentito parlare. 

Teatro è anche tutto il teatro che non abbiamo visto. Perché siamo giovani. Perché eravamo al lavoro. O in vacanza. Perché stiamo troppo lontano. Perché costa troppo. Perché non sappiamo le lingue.

Maratona Rai5

Per ricordarci che tutto ciò è teatro, per ricordarci che esiste ed è esistito, che ci sono artisti, tecnici, operatori che stanno continuando a farlo, spesso al limite delle proprie possibilità, Rai5 propone oggi una maratona bella e interessante.

Si comincia alle 8.00

Dalle 8.00 del mattino di oggi, sabato 30 maggio fino a notte fonda, Rai5 – Maratona per il Teatro, mette in fila spettacoli di maestri del passato e artisti della scena contemporanea. Una “full immersion” dice la presentazione del progetto, che è stato curato da Felice Cappa.


Tra un titolo e l’altro, le riflessioni sulla scena all’epoca del Covid di Andrée Ruth Shammah, Daria Deflorian, Giulia Lazzarini, Serena Sinigaglia, Massimo Popolizio, Marco Baliani, Gabriele Vacis, Motus, Pippo Delbono, Valerio Binasco, Marta Cuscunà, Ottavia Piccolo, Umberto Orsini.

Se poi voleste approfondire il tutto, in quadro di insieme, che vi racconta la scena italiana degli ultimi vent’anni c’è sempre il mio manuale tascabile, Italian contemporary theatre for dummies – scherzo naturalmente 🙂 è in italiano.

In un quarto d’ora vi racconto tutto e vi faccio vedere cose altrettanto belle (clicca qui per leggerlo al volo).

Il programma completo della maratona su Rai5

Qui sotto, sempre dalla presentazione, riporto tutto il programma giornaliero.

Si comincia alle 8.00 in punto, sul canale digitale di Rai5, con Eduardo De Filippo in Ditegli sempre di sì, dalla Cantata dei giorni pari, adattata per la Rai nel 1962. Tra gli interpreti, un cast di suoi speciali attori: Regina Bianchi, Pietro Carloni, Antonio Casagrande, Angela Pagano ed Enzo Petito. 

Alle 9.40 L’uomo dal fiore in bocca di Pirandello, nella interpretazione di Vittorio Gassman, diretto da Maurizio Scaparro.

Subito dopo è la volta di  Il giardino dei ciliegi di Čechov, regia-manifesto della poetica del Piccolo Teatro di Milano, dell’epoca Strehler e uno dei simboli della scena italiana del secondo Novecento. In scena c’erano Valentina Cortese, Giulia Lazzarini, Renato De Carmine, Renzo Ricci, Franco Graziosi, Gianfranco Mauri e l’esordiente Monica Guerritore. 

Alle 12.55 Luca Ronconi è il filo conduttore di Percorsi nell’infinito, documentario a cura di Ariella Beddini per RaiSat. Lo speciale è dedicato alla creazione e realizzazione di Infinities, lo spettacolo evento con cui, nel 2002, negli ex magazzini della Scala alla Bovisa di Milano, il regista portò la scienza in teatro.

Il teatro in Italia, con Dario Fo e Giorgio Albertazzi, è riproposto alle 13.50, con il “pilot” della serie, e i due attori, per la prima volta assieme in scena.

Per il teatro dei narratori, alle 14.45 va in rete uno degli Album di Marco PaoliniLa comune di Gemona.

 La prima parte con gli spettacoli storici si chiude alle 15.30 con la versione televisiva del testo-ossessione di Carmelo BenePinocchio ovvero lo spettacolo della provvidenza. Accanto a lui Sonia Bergamasco.


Segue Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello, messo in scena da Michele Placido con una giovane compagnia. 

Silvio Orlando è protagonista alle 19.00 di Si nota all’imbrunire (solitudine da paese spopolato), l’ultimo testo di Lucia Calamaro, che firma anche la regia. 

Alle 20.55, Emma Dante, che sappiamo essere una registe-autrici più significative della scena italiana, con Le sorelle Macaluso.

Di Stefano Massini, alle 22.05 è Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco, dedicato all’artista, incarnato da Alessandro Preziosi. 

Alle 23.35 ecco  Macbettu – Il racconto, uno speciale in cui, a immagini dello spettacolo, si alterna il racconto del regista, Alessandro Serra, che ha trasportato il testo di Shakespeare in una Barbagia arcaica e violenta. 

Alle 00.40 si chiude ancora con Shakespeare e Amleto, nella riscrittura di Filippo Timi, a partire dall’Ambleto di Testori-Parenti-Shammah, reinventato con Lucia Mascino, Marina Rocco ed Elena Lietti.

A giugno si riapre. Aspettiamo il 15. Non un minuto di più.

Sarà che sono stati tra i primi a chiudere. O che saranno tra gli ultimi a riaprire. Sia quel che sia cinema e teatri scalpitano. E la data fissata dal Dcmp per la riapertura – il 15 giugno – si avvicina.

calendario

Nel frattempo ci si prepara. Navigando a vista. Il famigerato allegato 9 del Decreto, quello che riguarda i luoghi di spettacolo, lascia ancora spazio a incertezze, dubbi, discussioni.

Tanto che molti operatori, direttori di teatro, gestori di sale, stanno adottando una tattica d’attesa. Riapriamo certo, ma più in là. A luglio. A settembre. Insomma: non ci saranno più le mezze stagioni di una volta.

Però c’è anche chi, impaziente e avventuroso, scalpita per la ripartenza. La data è quella? Bene, non un minuto di meno.

A Pesaro, nelle Marche, hanno deciso di partire per primi e lo faranno proprio il 15 giugno, alle ore 00.01, nella notte tra domenica e lunedì. Una tattica diversa. Complimenti: una scelta proattiva.

È il Circuito teatrale marchigiano, AMAT, che annuncia per quel giorno, per quell’ora, l’appuntamento che “segna il tanto desiderato ritorno a teatro in Italia“. A Pesaro, al Teatro Sperimentale, Ascanio Celestini con la sua storica Radio Clandestina darà il via a Tornateatro! Artisti & spettatori di nuovo a casa. Questo spettacolo, peraltro, compie proprio adesso vent’anni.

“Nei giorni successivi – dice il comunicato stampa dell’AMAT, che mi è arrivato qualche minuto fa – Motus (20 e 21 giugno) e The Andre (27) saranno protagonisti degli appuntamenti che avverranno in piena sicurezza, con tutte le precauzioni e i dispositivi necessari, a partire dal distanziamento interpersonale, l’utilizzo obbligatorio di mascherine e in presenza di un numero limitato di spettatori (al Teatro Sperimentale saranno 100 i posti disponibili sui 500 di capienza)”.

TornaTeatro Amat

Buona fortuna dunque al Circuito teatrale marchigiano che, con il Comune di Pesaro e il sostegno di Regione Marche e MiBACT, saranno probabilmente i primi a tagliare il nastro del riavvio.

Buona fortuna anche a tutti coloro che ne seguiranno l’esempio. Dpcm e faq permettendo.

Sai che c’è? C’è In-Box 2020 dal vivo. Anzi, no. È da camera.

Era un’abitudine la nostra. Quasi una malattia. A maggio, ogni anno, si partiva per Siena. Là ci aspettavano le giornate finali di In-Box dal vivo, il contest teatrale che – grazie a una rete formata da una cinquantina di sale, spazi e festival diffusi in tutta Italia – sosteneva la giovane generazione del teatro italiano.

In-Box 2020 - La copertina

Originali e interessanti le regole del gioco. Le ho raccontate in alcuni post precedenti e potete tranquillamente dare un’occhiata all’edizione del 2019 o a quella del 2018.

Inutile dire che questa volta, nell’anno della pestilenza, a Siena non ci siamo andati. Nessuno. Anche se In-Box 2020 dal vivo non ha rinunciato affatto a sostenere coloro che fanno spettacolo. I più giovani. E ha lanciato l’edizione specialissima. Quella da camera, quella dell’emergenza. Vedi il sito.

“Edizione straordinaria….!”

Pochi minuti fa in diretta Facebook, Fabrizio Trisciani e Francesco Perrone di Straligut Teatro – la compagnia che nel 2009 ha dato il via all’iniziativa e dal 2016 l’ha portata poi a Siena, dentro lo storico Teatro dei Rozzi – hanno dato il via a In-Box 2020. Edizione straordinaria.

Ultimi giorni umanità - Ronconi

Più di 450 candidature, arrivate attraverso video e progetti. 50 i finalisti selezionati per In-Box 2020 (sezione ufficiale) e 37 i finalisti di In-Box verde (sezione riservata al teatro per ragazzi e adolescenti).

Grazie ai link, che vi posto qui sotto, potrete vedere la diretta della proclamazione dei vincitori, avvenuta sabato 23 maggio, e le clip che presentano i finalisti per ciascuna sezione.
In palio, non sotto forma di premio, ma come “lavoro che premia il lavoro”, c’erano le 87 repliche nelle sale dei partner che aderiscono alla rete.

Ma se volete conoscerli al volo…

Ora, se proprio proprio non avete tempo, ma volete conoscere al volo i finalisti e repliche che hanno ottenuto, eccovi serviti:

In-Box 2020

Stay Hungry - Daf - In-Box 2020
Stay Hungry. Indagine di un affamato. Angelo Campolo – DAF- Teatro dell’Esatta Fantasia

Stay Hungry. Indagine di un affamato di DAF Teatro dell’Esatta Fantasia che si è aggiudicato 21 repliche.

Futuro anteriore di Ferrara Off che si è aggiudicato 8 repliche.

Tropicana di FrigoProduzioni che si è aggiudicato 7 repliche.

e inoltre:

Libya. Back Home della Ballata dei Lenna (5 repliche)

Non plus ultras della Coop. Argot (5 repliche)

Polvere di Compagnia teatrale Cesare Giulio Viola (4 repliche).

Qui sotto potete vedere una breve antologia delle 6 produzioni finaliste.

In-Box Verde 2020

Che forma hanno le nuvole - Elea Teatri - In-Box 2020
Che forma hanno le nuvole – Elea Teatri

Che forma hanno le nuvole di Elea Teatri che si sono aggiudicati 12 repliche.

Opera Minima di Can bagnato che si sono aggiudicati 11 repliche.

Volumi di QB Quanto Basta che si sono aggiudicati 6 repliche.

e inoltre

La fabbrica dei baci di Intrecciteatrali (4 repliche)

Paolo dei Lupi di Bradamante Teatro (3 repliche)

Dislessi-che? dell’Orto degli Ananassi (1 replica)

Qui sotto potete vedere una breve antologia delle 6 produzioni finaliste.

In-Box 2020 è un’iniziativa di Straligut Teatro, sostenuta dal Comune di Siena, dalla Regione Toscana, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo e dalla Fondazione Toscana Spettacolo ONLUS.

La volta che Peter Handke inventò il post-drammatico

Nella serie di appuntamenti in digitale, avviata dai Teatri stabili del Nordest (Friuli Venezia Giulia, Veneto e Bolzano) otto settimane e mezza fa, questa sera va in rete L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, scritto da Peter Handke nel 1992, allestito al Mittelfest nel 1994.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest  1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Ma davvero dal 15 giugno – un lunedì – torneremo a trovarci nei cinema e nei teatri? Quel che realmente accadrà, come succederà, è ancora tutto da inventare. Per il momento, perché non godere dei microscopici vantaggi di ritorno che il virus ci ha assicurato?

Uno, ad esempio, è quello che fa brillare di nuovo, sotto i nostri occhi, opere, titoli, spettacoli, che altrimenti sarebbero rimasti a riposare nello smisurato camposanto del teatri: sottopalchi, archivi, depositi, magazzini… 

Questa sera, 17 maggio dalle ore 20.00, sul sito dello Stabile del Friuli Venezia Giulia, e sulla sua pagina Facebook, l’iniziativa restituisce agli spettatori online un gioiello vero. Un esperimento eccellente di scena e di scrittura, che altrimenti avremmo dimenticato.

L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, testo scritto da Peter Handke nel 1992, venne allestito nel 1994 al Mittelfest di Cividale del Friuli. L’idea di portare in scena le pagine del premio Nobel (2019) austriaco era stata di Giorgio Pressburger e Mimma Gallina. Sperimentatore, vulcanico ideatore di dispositivi teatrali, il regista Pressburger aveva pensato di utilizzare in lungo e in largo piazza Diacono, nel cuore storico di Cividale.

In anticipo sulle trasformazioni che intanto subiva la scrittura teatrale, Il testo di Handke è una lunga, lunghissima didascalia. La descrizione di una fitta serie azioni che dovranno essere eseguite da un centinaio di figure, interpreti, comparse, che in un flusso continuo attraversano uno spazio vuoto.

Peter Handke - L'ora in cui non sapevamo..., Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse
L’ora in cui non sapevamo…, Mittelfest 1994. ph. Cannone&Ulisse

Uno spiazzo vuoto, pieno di luce

La scena è uno spiazzo vuoto pieno di luce. Comincia che uno l’attraversa scappando di volata. Poi, dalla direzione opposta, eccome ancora uno, come l’altro” scrive Handke. “ Allo stesso modo, subito dopo, una tutta imbacuccata da donna anziana, che si tira dietro un carrello della spesa. Non è ancora del tutto uscita dal campo visivo, che due, con gli elmetti da pompiere, passano sparati per lo spiazzo, con manichette e estintori in braccio: più per un esercitazione che per un emergenza“.

E cosi via: giardinieri, tifosi di calcio con bandiere, pescatori e canne, una bella vestita da boutique, uno incatenato, un gruppo in fila indiana, avanti, avanti, per una cinquantina di pagine, fino al visionario finale.

Peter Handke. ph Donata Handke
Peter Handke. ph Donata Handke

Handke, Augè, Lehmann. Non sapevano niente l’uno dell’altro

Atto senza parole, si scrisse allora, visto che nessuno di questi personaggi ‘in cammino’ dice nulla. Ma è tutt’altro che senza parole. Sono tante invece. E diventano visioni, istantanee di un’umanità in transito, viandanti, migranti, che finiscono per tracciare un atlante dell’umano. Incrociandosi, sfiorandosi, in uno di quei non-luoghi cosi ben raccontanti anche dall’antropologo Marc Augè.

Rivisto adesso, è anche un gran esempio di teatro post-drammatico, ideato dallo scrittore austriaco ben prima che il concetto venisse alla luce, grazie al volume oggi sempre citato di Hans-Thies Lehmann (in Italia lo ha tradotto Sonia Antinori per CuePress).

Si capisce così perché questo lavoro, un quarto di secolo dopo, oggi, nel tempo di sfioramenti pericolosi e temute migrazioni, continui a mantenere una inaspettata attualità. E sia stato più volte riallestito: al Burgheater di Vienna con la regia di Claus Peymann, alla Schaubühne di Berlino dove lo ha diretto Luc Bondy, nella versione di James MacDonald per il Royal National Theatre di Londra. In Italia ci aveva pensato anche il gruppo Festina Lente, con la regia di Andreina Garella.

L’occasione di stasera è quindi unica. Per rivederne la registrazione, per apprezzare le idee che Pressburger (scomparso nel 2017) seppe infondere in quella scrittura. Con l’aiuto di Pier Paolo Bisleri, scenografo, di un gruppo di attori dello Stabile Fvg e dello Stabile Sloveno di Trieste, e allievi delle accademie teatrali di Bratislava, Budapest, Cracovia, Roma Lubiana, Vienna, Zagabria. Il respiro di tutta la Mitteleuropa.

Prima, alle ore 16.00, negli stessi contenitori andrà in rete anche Il Re di Betajnova di Ivan Cankar, nell’allestimento dello Stabile Sloveno, regia di Tomaž Gorki.

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L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro

di Peter Handke (traduzione Rolando Zorzi)
Regia Giorgio Pressburger
Scene e costumi Pier Paolo Bisleri
Movimenti Marta Ferri
Interpreti: Livio Bogatec, Patrizia Burul, Stojan Colja, Andreina Garella, Giorgio Lanza, Riccardo Maranzana, Alojz Milic, Lucka Pockaj, Monica Samassa, Maurizio Soldà, Torsten Ondrejovic, Erika Sajgál, Gyözö Szabó, Adam Nawojczyk, Olga Przeklasa, Tomaz Gubensek, Janko Petrovec, Giovanni Carta, Marc Menzel, Regina Stötzel, Edvin Liveric-Bassani, Natasa Dorcic, e con Mariano Rigillo voce recitante.
Produzione: Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro Stabile Sloveno di Trieste

Satie Pandemie. Il compleanno come maratona. Antivirus.

Puntate gli orologi. Alle 00.01, stanotte, tra sabato e domenica 17 maggio, scatta la maratona. Per festeggiare, come ogni anno, Erik Satie.

Dovete prepararvi. Spiritualmente. Nel più profondo silenzio. Nella più seria immobilità. “Il sera bon de se préparer au préalable, et dans le plus grand silence, par des immobilités sérieuses” raccomanda Erik Satie dopo aver stabilito che la sua breve composizione – 19 gruppi di note – che tanto breve non è, deve essere ripetuta 840 volte.

Una tortura, per chi la sente e per chi la suona. Un tormento. Una vessazione. O un piacere estremo. Vexations venne scritta dal compositore francese nel 1893. Oggi diventa un manifesto della musica antivirus.

Vexations Satie

Ogni 17 maggio, dal 1992, il Teatro Miela a Trieste festeggia la nascita del compositore francese. Lo ha sempre fatto con le più eccentriche, divertenti e spettacolari trovate. Tutte in sintonia con lo spirito iconoclasta dell’autore delle Gymnopédies (vedi il mio post sulla festa del 2019).

Quest’anno ci si è messo di mezzo il Covid-19. Ma la pandemia non scalfito l’inventiva di chi come Eleonora Cedaro, curatrice per il secondo anno consecutivo della festa, si è riboccata le maniche o meglio le mani, trattandosi di pianisti.

Satie Pandémie è il titolo scelto per l’ “edizione covid” del compleanno postumo più pazzo del mondo.

La Satie Mania

“Se non ci diverte, non si fa Satie” sostiene Cesare Piccotti, primo ideatore della Satie Mania assieme a Rosella Pisciotta, scomparsa tre anni fa. Così, per ventinove anni, ogni 17 maggio, i satie-maniaci e il loro folto pubblico hanno officiato, al Teatro Miela, il bizzarro culto. Divertendosi un sacco.

Satie Mania Teatro Miela

Ma cosa fare adesso che sicurezza sanitaria e distanziamento sociale impongono uno stop a tutto lo spettacolo dal vivo? Le Vexations (scritte nel 1893 e ‘scoperte’ solo nel 1963, grazie a John Cage) si sono dimostrate la composizione più adatta allo spirito del compositore. E anche alle vessazioni del virus. 

Vexations è la sequenza pianistica di circa sessanta secondi, che va ripetuta per 840 volte, da uno o più esecutori. In totale 840 minuti, cioè 14 ore, forse anche di più, magari 20, a seconda degli interpreti e della velocità. La composizione più lunga nella storia della musica. La più adatta a Satie nel tempo della Pandémie.

Satie Streaming

L’esecuzione avverrà infatti in una maratona web-streaming che prenderà il via questa notte (tra sabato e domenica 17) alle ore 00.01 e avrà come punto di incontro, riferimento e condivisione il sito www.buoncompleannosatie.it e il canale YouTube del Teatro Miela.

http://www.youtube.com/user/teatromiela/live

Aiutata da Sara Codutti, Anna D’Errico e Veniero Rizzardi, Eleonora Cedaro ha pubblicato su quel sito un manifesto, che chiama a raccolta tutti i satie-maniaci del globo e li invita a giocare con la bizzarra infografica, grazie alla quale prenotare la propria partecipazione pianistica.

Satie Pandemie

Superfluo e indispensabile

“Ci sarebbe piaciuto davvero poter eseguire almeno l’ultima ‘vexation’ dal vivo, nella sala del Teatro Miela – spiega Cedaro – e condividere questo atto pubblico con i cittadini attraverso enormi casse acustiche situate fuori dal teatro. Ma abbiamo capito che anche in questo modo avremmo creato i presupposti per uno dei temuti assembramenti. Così il senso di responsabilità ha prevalso. Ma non ha demolito lo spirito dell’ironia e del divertimento. Anzi, come insegnava John Cage, è proprio in questi momenti che ciò che appare superfluo diventa indispensabile“.

“Sono già più di cento, 124 per l’esattezza – continua – gli esecutori che fino a stamattina hanno aderito alla proposta, così indispensabile oggi, per la ripresa delle attività dal vivo. Un pianeta intero che condivide l’importanza della musica dal vivo e del ritorno nei teatri. Professionisti entusiasti che via via si aggiungono da tutta Europa, da Malta alla Lapponia, passando per Belgio, Olanda, Inghilterra, Francia, Germania e Austria. Ma anche da Berkeley in California fino a New York, Argentina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda”.

Tra gli ospiti, tanti nomi illustri e una autentica sorpresa. Che verrà svelata in anticipo, questa sera alle ore 19.30, in collegamento con RadioTre Suite. Tenete pronti gli orologi.

[parzialmente pubblicato nell’edizione 15/5/20 di IL PICCOLO di Trieste]

Gli ospiti previsti a cominciare dalle ore 00.01 di domenica 17 maggio 2020:

Alvin Curran

Stephen Drury

Michelangelo Rinaldi

Ilaria Baldaccini

Debora Petrina

David Kaplan

Monica Chew

Haydée Schvartz

Allen Teyvell

Florence Millet

Yfei Xu

Antoniette Perry

Petra Persolja

Susan Svrcek

Kathleen Supove

Louis Goldstein

Nic Gerpe

Luba Poliak

Steven Vanhauwaert

Danny Holt

Colin Fowler

Sarah Cahill

Gloria Cheng

Sarah Gibson

Alexander Schwarzkopf

Thomas Kotcheff

Daniela Terranova

Vicki Ray

Corey Hamm

Richard Valitutto

Claudia Chan

Aleksander Rojc

Nico Morelli

Laura Carraro

Fabrizio Ottaviucci

Sebastiano De Gennaro

Giulia Vazzoler

Augusta Dall’Arche

Eleonora M. Ravasi

Martin Rizov

Yuna Kobayashi

Miwa Hoyano

Aki Kuroda

Lorenzo Marasso

Wayne Marshall

Antonina Tea Sala

Paola Fasola

Miharu Ogura

Lena Kollmeier

Louise Kollmeier

Sophie Patey

Andrea Corazziari

Luca delle Donne

Arianna Granieri

Svetlina Boyadzhieva

Michiko Saiki

Alex Raineri

Sara Costa

Fabiano Casanova

Cecilia Apostolo

Dimitri Candoni

Giancarlo Simonacci

Valentina Messa

Eleonora Lana

Giovanni Di Domenico

Ricciarda Belgiojoso

Leonardo Zunica

Annalisa Orlando

Enrico Gabrielli

Antonio Bonazzo

Alessandro Zuppardo

Maria Iaiza

Franco Venturini

Andrea Rebaudengo

Francesco Leineri

Alexander Hawkins

Roberto Olzer

Paolo Francese

Fabrizio Puglisi

Vida Rucli

Elena Rucli

Orietta Fossati

Stefania Rucli

Kelsey Walsh

Eleonor Sandresky

Ciro Longobardi

Carmen Anastasio

Stefano Pierini

Gian Luca Sfriso

Francesco Pavan

Maeva Beltran

Lucio Perotti

Giuseppe Jos Olivini

Roberto Esposito

Patrick Grant

Luca Chiandotto

Pak Yan Lau

Nicole Brancato

Rossella Fracaros

Margaret Kim

Adam Marks

Guy Livingston

Emanuele Torquati

Hans w. Koch

Simone Sgarbanti

Alessandra Celletti

Domenico di Leo

Daniele Ceraolo

Alfonso Santimone

Vincenzo Parisi

Maria Ala-Hannula

Marlies Debacker

Geoffrey Burleson

Hiroko Sakurazawa

Sarah Bob

Andrea Lodge

Jed Distler

Meral Guneyman

Daniel Goldstein

Alessandro Commellato

Nicolas Horvath

Bobby Mitchell

Ralph Grierson

Anna D’Errico

Tornano i turchi. Sono quelli di Pasolini

Oggi, domenica 10, alle 18.00, nella serie di appuntamenti ideati dai Teatri Stabili del Nord-Est (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Bolzano) per ovviare alla chiusura delle sale, viene presentato I Turcs tal Friûl, di Pier Paolo Pasolini, nella registrazione effettuata nel 1996 sull’aia dei Colonos, a Villacaccia di Lestizza, in Friuli.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Un temporale potente, di quelli estivi, li aveva convinti a desistere. Poi il cielo sopra Venezia si era rischiarato: un miracolo, un tramonto incredibile. Avevano allora lavorato di stracci e di asciugamani, così che noi spettatori ci potessimo accomodare sulle seggiole, in quel piccolo prato dell’Arsenale. In attesa dell’inizio dello spettacolo.

A un certo punto vedemmo arrivare, da lontano, lungo le mura di quel posto che era sempre servito ad armare guerre di mare, un piccolo plotone. Sembrava marciassero in fila, come minuscoli fanti : i turchi bellicosi. Era l’effetto della distanza. Via via che si avvicinavano capivamo che erano gli attori.

Venezia, Biennale Teatro 1995. Ci eravamo andati per I Turcs tal Friûl di Pier Paolo Pasolini. La regia era di Elio De Capitani, le musiche e i cori di Giovanna Marini.

In quel prato dell’Arsenale

Ricordo bene quella serata, giugno 1995, quando un miracolo atmosferico aveva fatto sì che lo spettacolo riuscisse ad andare in scena: un appuntamento speciale quell’anno alla Biennale. Elio e Giovanna erano tra coloro che si erano messi sotto, sudati, armati di asciugamani, per rendere di nuovo agibile quello spazio inedito.

Un miracolo atmosferico chiude anche i Turcs, che è la prima cosa scritta da Pier Paolo Pasolini per il teatro, a ventidue anni, nel maggio del 1944, in lingua friulana.

Nel finale – drammatico, doloroso – una tempesta di polvere si solleva dai campi e tiene lontani i Turchi, pronti a saccheggiare e distruggere un piccolo paese, uno dei tanti nella loro avanzata in Friuli. Poi succede il miracolo. Casarsa, settembre 1499: il paese è salvo.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

Nel cortile della casa colonica

Ricordo bene anche un’altra serata. L’anno dopo, quegli stessi Turcs erano andati in scena nella grande corte di una casa colonica friulana – i Colonos appunto – a Villacaccia di Lestizza (UD), paese non troppo distante da Casarsa, il luogo mitico dell’infanzia pasoliniana. Ristrutturati e sede di iniziative culturali, l’edificio, il fienile le mura dei Colonos facevano da sfondo al teatro aurorale di Pasolini.

Più di quanto non fosse capitato a Venezia, il pubblico quella sera, era in perfetta sintonia con quella lingua, che l’autore, 50 anni prima, aveva reso ancora più antica. Filologia sentimentale, scrive Stefano Casi nel suo bel libro sui teatri di Pasolini. Quell’aia, nella campagna friulana, era il luogo esatto.

I Turcs e i tedeschi

Era infatti più facile, qui, vivere e raccontare la sovrapposizione storica che aveva spinto il giovane Pasolini, a cimentarsi con il teatro. Le invasioni turche nel Friuli del 1499 e gli eccidi e le devastazioni prodotte negli stessi luoghi dalle truppe di occupazione tedesca, nel 1944. Coincidenza di numeri e guerre.

I-Turcs-tal-Friul-pagina manoscritto
La preghiera. Manoscritto dei Turcs conservato nel Centro Studi PPP di Casarsa della Delizia (Ud).

“Forse la miglior cosa che io abbia scritto in friulano” aveva precisato in una lettera di qualche anno dopo. Ritrovato a Casarsa, in una “mitica cassapanca”, il manoscritto era stato pubblicato solo nel 1976. E non fu difficile costruirci sopra una mitologia locale, che vedeva l’antica storia della famiglia Colussi (il nome della madre dello scrittore e regista) diventare una specie di profezia, come spesso si è fatto per la scrittura e il pensiero pasoliniano. Ma l’uccisione del fratello Guidalberto Pasolini (nel controverso episodio di scontro partigiano, alle malghe di Porzûs, febbraio ’45) è successivo alla stesura del testo ( il maggio ’44).

La meglio gioventù

L’allestimento dello spettacolo, nel 1995/96, aveva fatto sì che attorno a Giovanna Marini e a De Capitani si raccogliesse un gruppo entusiasta di giovani (e anche meno giovani) attori. Qualche anno dopo sarebbero diventati la meglio gioventù del teatro del Friuli Venezia Giulia. A sfogliare le immagini – frutto della sensibilità fotografica di Luca d’Agostino – si ritrovano molti dei protagonisti odierni, che la locandina più sotto svela. A guidarli, figura austera e antico volto, la bravura di Lucila Morlacchi.

I Turcs tal Friul - foto Luca d'Agostino
Ph. Luca d’Agostino

La visione stream dei Turcs tal Friûl (dalle ore 18.00 fino alle 24.00, sul sito e sulla pagina Facebook del Rossetti di Trieste) è uno dei tanti appuntamenti di Una stagione sul sofà, progetto di teatro nell’emergenza, ideato dagli Stabili del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e di Bolzano. Vi partecipa anche lo Stabile Sloveno di Trieste che sempre oggi domenica (alle ore 16.00 e per 48 ore) manda in video Zio Vanja con la regia di Ivica Buljan.

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I Turcs tal Friûl
di Pier Paolo Pasolini
regia Elio De Capitani
interpreti: Lucilla Morlacchi, Fabiano Fantini, Renato Rinaldi, Giovanni Visentin, Francesco Ursella, Angelo Battel, Aldo Baracchini, Claudio Moretti, Claudia Grimaz, Francesca Breschi, Tania Pividori, Sandra Cosatto, Ada De Logu, Claudia Mortali, Chiara Minca, Elena Molinari, Daniela Zorzini, Massimo Somaglino, Elvio Scruzzi, Manuel Buttus, Gigi Del Ponte, Giorgio Monte, Stefano Rota, Monica Aguzzi, Giampaolo Andreutti, Franca Baracchini, Gabriele Benedetti, Marco Brollo, Antonio Cantarutti, Giancarlo Celant, Federico Corubolo, Massimo Furlano, Alessandro Gasparini, Andrea Orel, Maurizio Persello, Alessandro Quarta, Xavier Rebút, Enzo Tonini
scene Carlo Sala
costumi Carlo Sala
musiche e cori Giovanna Marini

produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatridithalia e Biennale di Venezia

A teatro come al mare. Mister Hall e il senso della distanza

Più del dove, stavolta conta il come. Rete, televisioni, giornali ci dicono che sulle spiagge ritorneremo. Ancora non si sa quando. Soprattutto non si sa come. Ma torneremo. Quale mascherina mettere nella borsa: quella subacquea, o quella chirurgica? A quanti metri stenderò il mio asciugamano dal tuo?

Topolini, riviera di Barcola, Trieste
I Topolini: le piattaforme balneari a orecchio di topo, sulla riviera di Barcola, a Trieste

Ritorneremo anche nei teatri. Non sappiamo quando succederà, certo più tardi. La grande incertezza è il come.

Saremo di fronte, in entrambi i casi, a un problema grosso. La distanza. A teatro e anche al mare: come prendere le distanze?

Distanze che separano poltrona da poltrona, attore da attore. Metri da mettere in conto assistendo a spettacoli che, per forza di cose, sono dal vivo e implicano lo stare assieme degli spettatori.

Per il TuttoLibri, il supplemento del mio quotidiano, ho scritto questo articolo dopo aver recuperato dalla libreria uno sbiadito volume. Però illuminante, oggi. Perché di distanze parla, e del loro significato.

Vediamo se siete d’accordo con me.

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Nella dimensione nascosta cerchiamo la distanza che unisce e che separa

E adesso che arriva l’estate? Andiamo al mare? Ci stendiamo sulla sabbia, sugli scogli, sul lettino? A quanti metri dai vicini? È ancora presto per dirlo. Per organizzarsi invece è il momento giusto.

L’impatto che le regole di distanziamento sociale, appena aggiornate, avranno sulla vita da spiaggia, è ancora tutto da scoprire.

Spiaggia affollata. Distanza interpersonale.

Prendete i Topolini, che qui a Trieste sono il landmark della balneazione locale. Non sarà facile, dall’una all’altra di quelle piattaforme a orecchio di topo, adattarsi a regolamenti e ordinanze che via via scandiranno l’estate. Un metro. No, uno e mezzo. No, meglio due. Misurati da asciugamano ad asciugamano? O da corpo a corpo?

L’estate si annuncia divertente per chi si appresta a giocare a questo domino da mare. Sarà devastante invece per altri. Quelli che con il mare e del mare vivono. Quelli che di balneazione e di ristorazione campano.

Topolini. Barcola. Trieste.

Distanti a Barcola, la riviera più metropolitana d’Europa

Non sarà certo possibile a Trieste, a Bàrcola, sulla riviera più metropolitana di Italia, escogitare certe trovate che altrove hanno trovato già applicazione. I recinti che separano e isolano ciascun ombrellone. O altre inventive e strampalate soluzioni. Potranno mai quei topolini a trasformarsi in isole? Sono e saranno sempre ‘pericolosi’ luoghi di aggregazione.

Trieste. Barcola. Topolini. Cartolina anni '60.

Una cosa è certa. Faremo attenzione alle distanze. Molta attenzione. Saremo millimetrici nel valutare i gradi di separazione. Riscopriremo quella “dimensione nascosta” di cui parlava parecchi decenni fa un antropologo americano, che delle separazioni era il massimo conoscitore. Non le separazioni giuridiche, tra coniugi, ma quelle sociali. A che distanza posso stendere il mio asciugamano dal tuo?

Tempi straordinari inducono a straordinarie letture. Così è capitato che saltasse fuori dalla mia libreria proprio questo sciupato volume degli anni Sessanta. Il titolo, La dimensione nascosta. L’autore, un antropologo statunitense esperto del significato delle distanze: Edward T. Hall.

I centimetri che metto tra a me e te, la sedia che scelgo quando con te mi siedo a tavola, vogliono sempre dire qualcosa, sostiene Hall. Anche se quella cosa, non sapevo né immaginavo di dirla. Un silenzioso messaggiarsi di corpi che si spostano in rapporto ad altri corpi. Il linguaggio degli spazi, che tutti adottiamo senza accorgercene. O meglio: che adottavamo.

Oggi, della distanza che ci separa da un’altra persona ci accorgiamo, eccome. Provate a forzala, avvicinatevi. Ad esempio mentre state in fila. La reazione sarà immediata. Uno scansarsi veloce. Una protesta. Un brusco “stai al tuo posto, almeno un metro per favore”.

Distanza. Prossemica.

Il significato delle distanze è fatto culturale, spiega Hall in quel libro tornato illuminante. Ma situazioni particolari e tempi straordinari modificano questo vocabolario.

Teatro Petruzzelli affollato. Distanza.

Distanze pubbliche e sociali, intime e private

Spiega lo studioso, che esiste la “distanza pubblica”: quella che separa l’oratore dalle prime file di chi seduto ascolta la sua conferenza. Oppure gli attori, che recitano sul palco.

C’è poi una “distanza sociale”, quella che mettiamo tra noi e gli sconosciuti in un negozio o per strada. C’è anche la “distanza privata”, che permette una stretta di mano tra amici e persone che si conoscono.

Infine la “distanza intima”, quella più ridotta: la pelle che sfiora la pelle, le paroline soffiate all’orecchio. Genitori e figli. Oppure chi si ama.

Per indole individuale, ma soprattutto per appartenenza geografica e culturale, ciascuno modula diversamente queste distanze. Ma sono press’a poco le stesse. Ad esempio, la lunghezza di un braccio steso, quello che attorno a noi disegna un’immaginaria sfera: una bolla che ha il raggio di un metro circa. Se questa distanza si accorcia, se qualcuno si avvicina di più, avvertiamo il superamento di una soglia. E quando si tratta di una persona che non ci è familiare, proviamo disagio, un senso di invasione.

Costui o costei mi sta rompendo la bolla, pensiamo tra noi e noi. E ci spostiamo. O incrociamo le braccia. Altolà.

Distanza. Prossemica.

Conta molto dove siamo nati e come siamo stati abituati a muoverci. Nei paesi arabi la bolla è meno ampia che altrove. Sentirsi strusciati in un suk di Tunisi non fa problema. Tra le popolazioni del Nord Europa si allarga parecchio, complici gli ambienti naturali, vasti e disabitati di quei Paesi.

Antropologo curioso, fra i primi a occuparsi di inter-culturalismo, Edward T. Hall ha studiato le più diverse popolazioni. E nella smania di linguistica che impregnava gli anni Sessanta ha provato a stendere il vocabolario di questa dimensione nascosta (The Hidden Dimension, 1966).

Undici anni fa Hall è scomparso. Peccato. Le sue ricerche ci ora tornerebbero utili, e nella stagione estiva, indispensabili.

Torneremo certo sulla riviera di Barcola. Ma ancora non sappiamo come. Che significato avranno i 99 cm che sembrano separare quei due asciugamani stesi a terra? Che cosa vuole dire il signore sportivo, in calzoncini corti, che ha aperto la sua sedia a sdraio a tre metri da me? Non abbiate paura – potrebbe essere il significato – sono una persona a modo: mi comporto come la situazione richiede.

Basterà solo che tutti facciano attenzione a come si tuffano. Gocce, goccioline e spruzzi quest’anno hanno avuto cattiva stampa.

Edward T. Hall. Breve nota biografica

Nato nel Missouri, nel 1914, Edward Twitchell Hall si è affermato come antropologo e come uno fra i primi, se non il fondatore, degli studi inter-culturali. Le sue esperienze presso gli indiani Navajo e Hopi nelle riserve dell’Arizona e il servizio militare in Europa, nel vicino e nel lontano Oriente lo hanno portato ad occuparsi degli usi sociali dello spazio e della comunicazione tra i membri di diverse culture (The Silent Language, Il linguaggio silenzioso, 1959).

Edward T. Hall
Edward T. Hall

Ruolo decisivo ha avuto un suo libro del 1966, La dimensione nascosta, tradotto in Italia da Bompiani, con la prefazione di Umberto Eco. Di Hall è anche il conio della parola “prossèmica” (1960, dall’aggettivo “prossimo” inteso come ‘vicino’) termine con il quale si è cominciato a indicare, negli studi di semiotica, la disciplina che si occupa dell’uso sociale dalle distanze. Da allora questa “antropologia dello spazio” ha aperto la porta a dozzine di nuovi argomenti, alcuni dei quali di stretta attualità. Hall è scomparso nel 2009.

[versione aggiornata dell’articolo apparso su TuttoLibri – ilpiccoloLibri del 3 maggio 2020]

Vedi anche il precedente post su QuanteScene! (22 aprile) a proposito di teatro e assembramenti.

Biennale, Oktoberfest, red carpet e realismo

A Monaco, l’Oktoberfest non si farà. La notizia che cancella la famosa festa di settembre è di ieri. A Venezia, la Mostra del Cinema si farà. A settembre, come era scritto nel calendario. Lo ha confermato l’altro ieri il presidente della Biennale, Roberto Cicutto.

Red Carpet alla Biennale di Venezia

Chi è stato a Monaco di Baviera – tra boccali di birra e salsicce – chi è stato a Venezia al Lido – e si è pigiato attorno al red carpet per vedere da vicino le star – sa che il rischio, meglio, la certezza di assembramenti, è forte in tutti i due casi.

Di questi tempi, assembrarsi non è una pratica raccomandata. Succederà così anche in autunno.

Chiedere perché cinema sì e birra no, sa di provocazione. Ma costringe a un pensiero in più. Dentro il quale, realismo e buon senso hanno la meglio.

Cinema e birra

Anche la Mostra d’arte cinematografica è una festa. Anche i cinefili sono capaci di perdere la testa per i propri beniamini. E rischierebbero chissà che cosa per conquistarsi un saluto e vuoi mai un autografo. Però il cinema resta pur sempre un’arte a distanza. Per il tempo e lo spazio che ci separano dagli attori. Per le poche file di posti vuoti che ci distanziano dallo schermo.

Autografi alla Mostra del Cinema della Biennale di Venezia

La birra è un lubrificante sociale ed è un’arte di vicinanza. Bere birra da soli è triste. I boccali vanno per forza d’accordo con la bocca. E con le lunghe chiassose tavolate che sono il segno caratteristico della festa bavarese.

Contingentare gli ingressi, tenersi a distanza, sottoporsi al bavaglio delle fastidiose mascherine, dovrebbe essere più facile a Venezia, che non sul prato dell’Oktoberfest.

Oktoberfest

Devono aver pensato così nelle sale della presidenza della Biennale, a Palazzo Giustinan, e attorno al tavolo del governatore della Baviera, Markus Soeder. Consapevoli delle ricadute economiche che cancellare o confermare comporta. Quel festival cinematografico è il più longevo al mondo (77 edizioni, dal 1932). Quell’altra è la festa popolare più famosa del pianeta (450 milioni di euro di bilancio). Due ragionamenti piantati nella realtà delle situazioni, fondati sul realismo. E non, come succede in più parti da noi, sulla spinta emotiva, o per presa di posizione.

La spinta e il salto

Io aggiungo che il calendario della Biennale 2020 (una raffica di date che comprende anche Mostra di Architettura e Biennali dal vivo, ossia i tre festival di Teatro, Danza e Musica contemporanee) rappresenta una spinta all’ottimismo. Per la nostra salute e per quella delle arti.

Sarà complicato, complicatissimo conciliare lo spettacolo dal vivo con i regolamenti e le ordinanze che a settembre imbriglieranno le nostre libertà e le nostre vite. Probabilmente meno stringenti di quelli odierni. Ma sempre limitanti.

Ma il bello, il lato lucido della medaglia, secondo me è proprio qui. Nella sfida a ripensare teatro, danza, musica dal vivo in condizioni nuove, impensabili, diverse. Sarà il momento in cui – forse, ma finalmente – faranno un salto in avanti.

Le date della Biennale 2020

La 17.a Mostra di Architettura (diretta da Hashim Sarkis) si inaugurerà il 29 agosto e resterà aperta fino al 29 novembre 2020.

La 77.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (diretta da Alberto Barbera) è in programma dal 2 al 12 settembre.

Seguiranno poi il Festival del Teatro (diretto da Antonio Latella, dal 14 al 24 settembre), il Festival di Musica Contemporanea (diretto da Ivan Fedele, dal 25 settembre al 4 ottobre) e il Festival di Danza Contemporanea (diretto da Marie Chouinard, dal 13 al 25 ottobre).

Tutte le altre informazioni sul sito ufficiale della Biennale di Venezia.

Aprile, le scene e la carica dei ventiquattro

Ci sono le grandi ambizioni. Poi, ci sono quelle più modeste e personali.

Su una cosa puntavo prima che arrivassero epidemia, pandemia, crisi: i 24k. Ventiquattro come i carati dell’oro.

24 carati

Dopo essere nato cinque anni fa tra i blog di Repubblica, nell’aprile del 2017 QuanteScene! è migrato anche su questa piattaforma, il mio dominio personale: robertocanziani.eu.

Un anno fa, avevo raggiunto il dignitoso traguardo dei 12k (qui il post del 2019). Significa che dodicimila utenti singoli avevano letto le pagine di QuanteScene!

L’obiettivo per il 10 aprile 2020 erano i 24k. Ventiquattro carati.

Non ci sono riuscito. Manca poco, pochissimo, ma non sono ancora 24.

Epidemia, pandemia, crisi hanno rallentato un sacco di cose. E anch’io mi sono trovato a rallentare.

Il post precedente è stato però un successo. La mia piccola guida al teatro italiano contemporaneo (puoi vederla subito) è stata letta e scaricata da un migliaio di lettori. Non male direi. Con alcuni riscontri di stima, apprezzamenti per la selezione video finale, e anche qualche critica, certo. Ma è inevitabile.

Teatro Italiano contemporaneo for dummies su QuanteScene!

Tra qualche giorno toccherò quota 24k. Forse già domani, grazie a questo post “civetta”.

Grazie perciò a chi ora ha finito di leggerlo. E anche a tutti gli altri, naturalmente. Continuate a far visita a QuanteScene!

Teatro italiano oggi. Il manuale tascabile

La prima versione di questo testo è stata pubblicata in inglese nel numero 20 di Critical Stages / Scènes Critiques, il journal dell’Associazione Internazionale dei Critici di Teatro (dicembre 2019).

Per forza di cose, il discorso non poteva tenere conto della situazione di crisi in cui si sono ritrovati, dalla fine del mese di febbraio 2020, i teatri italiani.

Il pubblico a cui si rivolgeva questo paper (qui è tradotto) è fatto di lettori prevalentemente stranieri a cui raccontare, in maniera succinta ma non superficiale, l’evoluzione della scena italiana nel decennio appena trascorso.

Un lettore italiano potrà invece apprezzare (o lamentarsi) della sintesi, che prova a disegnare linee dritte in un panorama che è molto più frastagliato e frammentato.

In 20.000 parole, tante ne contiene questo piccolo saggio, non ci poteva stare tutto. E nemmeno tutti.

Una utile appendice di video, in fondo al paper, riassume, rievoca e soprattutto regala a tutti i lettori lo splendore del teatro italiano contemporaneo.

Teatro italiano. Non un sistema, tante trasformazioni

L’Italia è il paese dei 1000 chilometri. Questa è la distanza che separa la sala del teatro municipale nella città bilingue di Bolzano, tra le Alpi coperte di neve, dal teatro greco di Siracusa, in Sicilia, un teatro all’aperto a pochi passi dal mar Mediterraneo, uno dei più belli della Magna Grecia. 

Ma l’Italia è anche il paese delle 1000 lingue. La storia italiana ha fatto sì che ogni regione, ogni singola città perfino, sviluppassero il proprio modo di parlare. Solo la televisione, dagli anni ’50 in poi, è riuscita a rafforzare una lingua italiana comune a tutti, lo standard nazionale. Ma dialetti e lingue locali sopravvivono ovunque e sono vivacemente praticati.

Nessuna sorpresa dunque, se l’Italia può anche contare su 1000 diversi teatri e 1000 diverse maniere di fare teatro. Che sono tutte in continua evoluzione. Ben lontano dall’essere un sistema (come quello francese o quello tedesco), il panorama teatrale italiano è un agglomerato caotico dove eventi storia, varietà linguistiche, luoghi di creazione, piccoli e grandi provvedimenti legislativi, artisti di spicco, scuotono i teatri e i loro pubblici in un caos animato di cui non sempre è facile analizzare la fisionomia e osservare i flussi interni.

L’orizzonte su cui si distribuirà questo paper è breve. Meno di dieci anni. In un periodo così limitato, le forze della trasformazione possono apparire veloci e sorprendenti, ma è probabile che, alla prova del tempo, risultino meno incisive. Questo paper renderà conto di ciò che è avvenuto nelle più recenti stagioni, ma sarà pure necessario fare riferimento a fenomeni di lungo periodo.

Il ruolo delle componenti economiche (finanziamenti), giuridiche (legislazione), sociologiche (caratteristiche dei pubblici) non è trascurabile nelle trasformazioni dei linguaggi delle arti. E si può apprezzare meglio in un arco di tempo più lungo: il solo che tenga anche conto dell’adattamento degli artisti e dei pubblici all’innovazione.

Lehman Trilogy – Stefano Massini, regia Luca Ronconi (2015)

1. Dallo Stato ai Teatri

Se la componente organizzativa e istituzionale non vi interessa, potete direttamente passare al paragrafo successivo.

Ecco perché un punto di partenza dal quale far partire il nostro sguardo non è un evento artistico, ma un provvedimento legislativo. Il decreto firmato il 1 luglio 2014 e pubblicato poi sulla Gazzetta Ufficiale (il journal ufficiale della Repubblica Italiana) ha dato nuova forma ai criteri per le assegnazioni del FUS (il Fondo Unico per lo Spettacolo, la principale fonte economica con cui lo Stato Italiano sostiene teatro, musica, danza, attività circensi e spettacoli viaggianti). 

È stato un atto legislativo, istituzionale, ma anche artisticamente importante. Infatti :

1) esso dà regole che si auspica durature all’attività teatrale, la quale in Italia non aveva mai avuto una legge di sistema, ma solo provvedimenti temporanei, le cosiddette circolari)

2) agisce creando un rapporto nuovo (qualitativo e quantitativo, in virtù di un algoritmo matematico molto discusso, a dire il vero) nel finanziamento comparativo che amministrazione pubblica riserva ai singoli teatri: questo rapporto era fermo dal 1985, l’anno di nascita del FUS, più di 30 anni fa, e si basava sulla discrezionalità artistica di una commissione.

In questo modo il decreto 1/7/2014 ha cominciato a orientare e incidere su nuovi modelli di creazione, produzione e distribuzione. Dal FUS, o da altri paralleli stanziamenti pubblici (quelli delle amministrazioni regionali, in particolare) modellati sui criteri del FUS, dipende infatti tutta l’attività teatrale in Italia, quella che vuole avere carattere professionale: anche quella che si definisce indipendente.

Il decreto 1/7/2014, ha avuto attuazione nel triennio 2015 – 2017 e si sta in questo momento applicando sul triennio 2018-2020. Non è difficile intuire come alcune spinte presenti del decreto (interesse per l’attività e per le opere multidisciplinari; sostegno a compagnie under 35; individuazione dei teatri nazionali e di quelli di rilevante interesse culturale, i TRIC; attenzione verso la formazione del pubblico e dei giovani artisti) siano motivi propulsori di scelte che compagnie e teatri stanno in questo momento facendo.

Solo nel 2020 alla scadenza del secondo triennio si potrà capire se il decreto ha dato maggior carattere sistemico alla fluidità del panorama teatrale italiano.

Ma è ovvio che stesso periodo hanno agito altre forze, di carattere marcatamente artistico e con la energia maturata in un tempo più lungo.

Teatro Italiano Contemporaneo - Il cielo non è un fondale - Deflorian Tagliarini
Daria Deflorian in Il cielo non è un fondale (2016). Ph: Elizabet Carecchio

2. Trasformazioni nella regia

Entriamo finalmente nella sostanza artistica.

La fine del 20esimo secolo è stata contrassegnata, nel teatro italiano dal modello della regia critica. Registi come Giorgio Strehler (1921-1997), Luca Ronconi (1933 – 2015) e Massimo Castri (1943 – 2013) hanno definito un modello di messa in scena tipicamente italiana. Il regista critico non era solamente il garante finale delle diverse componenti che partecipano alla costruzione di uno spettacolo. Questa figura di regista assumeva su di sé anche il ruolo di Dramaturg, di Pedagogo (per gli attori), di Manager (perché lavorava presso i più importanti teatri nazionali e ne orientava le scelte).

Di fatto, il regista critico diventava anche una sorta di co-autore, assieme al drammaturgo che aveva scritto il testo, del lavoro che veniva prodotto. A volte lo scavalcava in visibilità. Così è successo in alcuni tra gli ultimi lavori di Luca Ronconi, prima della morte, La modestia (2011) e Il Panico (2013), nei quali la personalità del regista, catturava l’attenzione molto più di quanto non facesse la scarsa notorietà (in Italia) dell’autore argentino Rafael Spregelburd.

Oggi il modello della regia critica è stato in parte dismesso. Ma il carisma artistico di Ronconi e il suo interesse anche per testi non-drammatici (romanzi, saggi scientifici e economici) hanno lasciato un segno profondo in chi ne ha raccolto l’eredità.

Mario MartoneAntonio Latella sono due registi che operano in questa direzione, sebbene modulata, nel caso di Martone, da molte esperienze parallele nel campo del cinema e dell’allestimento di teatro musicale. Martone ha diretto i teatri stabili pubblici di Roma, di Napoli e di Torino. In quest’ultimo decennio, si è distinto per regie non canoniche, come quella basata sugli scritti filosofici del poeta Giacomo Leopardi (Operette morali, 2014) o per radicali ricreazioni letterarie, come una Carmen (2015, da Merimée, più che da Bizet) iper-popolare, completamente ambientata a Napoli. Il video è in appendice.

Teatro Italiano Contemporaneo - Carmen - Mario Martone
Iaia Forte in Carmen, regia Mario Martone (2015)

Latella dirige dal 2017 la sezione Teatro della Biennale di Venezia e, in questo decennio, ha raccolto parecchi consensi con il suo lavoro di creazione e ricodificazione di cult cinematografici come Gone with the Wind (Francamente me ne infischio, 2011), Die Sehnsucht von Veronika Voss (Ti regalo la mia morte, Veronika, 2015) o di romanzi molto popolari (Pinocchio, 2017). Accanto a Martone e Latella, è opportuno ricordare anche i registi di una generazione immediatamente precedente come Giorgio Barberio Corsetti (alla direzione del Teatro di Roma dal 2019), Federico Tiezzi, Cesare Lievi. E soprattutto i registi della generazione successiva: Valerio Binasco (oggi alla direzione del teatro di Torino), Arturo Cirillo, oltre alla progressiva affermazione di donne registe come Serena Sinigaglia, Cristina Pezzoli, Veronica Cruciani.

Teatro Italiano Contemporaneo - Pinocchio - Antonio Latella
Christian La Rosa in Pinocchio, regia Antonio Latella (2017). Ph. Brunella Giolivo

Ci sono altre figure di rilievo che a cui si riconosce, in Italia, il titolo di regista. Il loro modus operandi è però alquanto diverso da quello definito sopra. Pippo Delbono, Romeo Castellucci (co-fondatore della sua Socìetas Raffaello Sanzio), Emma Dante non sono propensi alla messa in scena di testi già scritti e si concentrano invece sulla creazione scenica di una drammaturgia molto individuale e originale.

Pippo Delbono, che ha affrontato spesso il tema della marginalità sociale, recentemente ha portato in scena il suo rapporto con la fede cattolica (Vangelo, 2015) e nel suo ultimo lavoro (La gioia, 2018, video in appendice) ha promosso la propria malattia depressiva a motivo portante dello spettacolo. Con un’adesione emotiva molto forte da parte degli spettatori. 

Pippo Delbono in La gioia (2018)

Romeo Castellucci propone invece raffinate operazioni di costruzione scenica, quasi il corrispettivo teatrale dell’arte concettuale, intersecate spesso a azioni di scena che turbano lo spettatore (Go down, Moses, 2014, video in appendice).

Emma Dante lavora soprattutto con ensemble di performer da lei accuratamente selezionati. È dal lavoro di improvvisazione di questi gruppi che i suoi spettacoli traggono la loro forza (Le sorelle Macaluso, 2014, Bestie di scena, 2017, video in appendice), esaltata dal clima mediterraneo che nasce dalla sua capacità di leggere la propria terra di origine, la Sicilia, specialmente Palermo.

Con le loro opere, basate su procedimenti di scrittura scenica (e molto meno sulla espressione verbale) Delbono, Dante e Castellucci sono i nomi italiani oggi maggiormente conosciuti in campo internazionale, apprezzati e discussi anche per i loro allestimenti di teatro musicale.

Teatro Italiano Contemporaneo - Le Sorelle Macaluso - Emma Dante
Le sorelle Macaluso, regia Emma Dante (2014)

2.1. Regia: tendenze e figure di spicco

L’accelerazione di questa modalità di lavoro ha fatto sì che fosse sempre meno pronunciata la distinzione tra regista, autore, performer. Esempi di artisti che appaiono condensare in sé queste diverse funzioni sono Roberto Latini e Licia Lanera.

Teatro Italiano Contemporaneo - Darling - ricci/forte
Darling – ricci/forte (2014) Ph. Piero Tauro

Negli ultimi cinque anni si è creata una intensa sintonia fra il pubblico più giovane e le soluzioni pop del duo Stefano Ricci e Gianni Forte (aka ricci/forte) con spettacoli in cui la colonna sonora diventa filo drammaturgico (Darling (ipotesi per un’Orestea), 2014 ). Ma interessante è il lavoro di vera e propria rigenerazione che viene operata su capolavori mondiali, usati come booster per operazioni che sono assolutamente contemporanee. È il lavoro svolto da Massimiliano Civica (su Alcesti, 2014), Alessandro Serra (su Macbeth, 2017), Leonardo Lidi (su Spettri di Ibsen, 2018).

Teatro Italiano Contemporaneo - Macbettu - Alessandro Serra
Macbettu, regia Alessandro Serra (2017). Ph. Alessandro Serra

3. Trasformazioni nel lavoro degli attori

Anche nel 20esimo secolo la tradizione del grand’attore italiano avuto un ruolo primario sui palcoscenici. Ci sono oggi attori anziani che negli anni più recenti hanno consolidato questa tradizione, essendo essi stessi il perno e il principale motivo di richiamo nei loro spettacoli. Umberto OrsiniGlauco Mauri sul versante maschile, Giulia Lazzarini e Anna Maria Guarnieri su quello femminile (le due attrici lavorano quest’anno assieme in Arsenico e vecchi merletti). Tutti hanno superato gli 80 anni. Tuttavia, il loro potere attrattivo è ancora molto forte. 

Gabriele Lavia ha fuso le nevrosi della sua personalità d’attore con una larga cultura di regista e ama soprattutto calarsi nei personaggi della grande crisi dell’individuo tra ‘800 e ‘900 (Strindberg e Pirandello, sono spesso stati i suoi cavalli di battaglia). Tra interpretazione e regia si colloca anche il profilo di Alessandro Gassman (figlio del celebre attore Vittorio). Alta qualità interpretativa è stata ed riconosciuta inoltre a Massimo De Francovich, Isa Danieli, Roberto Herlitzka, Piera degli Esposti, …

Molti sono coloro che hanno saputo dividere la propria attività tra teatro, cinema e televisione: cosi che un medium poteva illuminare anche l’altro: Luca Zingaretti (il popolare Commissario Montalbano delle serie investigative in tv) Alessandro Haber, Ottavia Piccolo, Anna Bonaiuto, Angela Finocchiaro, Giuseppe Battiston, Paolo Pierobon, Fabrizio Gifuni, Pierfrancesco Favino e il più giovane Lino Guanciale. 

Teatro Italiano Contemporaneo - Massimo Popolizio - Un nemico del popolo
Massimo Popolizio in Un nemico del popolo (2019). Ph. Giuseppe Distefano

Altri interpreti hanno preferito invece concentrare la propria carriera quasi esclusivamente sul teatro, raggiungendo risultati qualitativi molto alti. È il caso di Massimo PopolizioMaria Paiato (entrambi recitano quest’anno in Un nemico del popolo, probabilmente il miglior spettacolo della stagione 2019/2020). Determinazione, sapienza, ambiguità sono i tratti che definiscono il lavoro d’attrice di Maddalena Crippa, Sonia BergamascoSilvia Calderoni, in particolare nel suo Mdlsx (prodotto da Motus nel 2015).

Teatro Italiano Contemporaneo - Silvia Calderoni - Mdlsx
Silvia Calderoni in Mdlsx (Middlesex), Motus (2015). Ph: Simone Stanislai

3.1. Il lavoro degli attori: tendenze e figure di spicco 

Per le stesse ragioni indicate nel punto 2.1, molti artisti con spiccate capacità performative scelgono oggi di creare i propri percorsi di scrittura. Uno stile fortemente espressionista, legato alla terra d’origine (la periferia della città di Napoli) e al proprio vitalismo corporeo ha fatto apprezzare Mimmo Borrelli. La Cupa (2018, video in appendice), è un racconto violento, tra canto, mito e bestemmia.

Marta Cuscunà ha basato le proprie creazioni su conflitti di genere e resistenza delle donne, utilizzando in palcoscenico anche tecniche di animatronica (animazione meccanica, e non elettronica, dei pupazzi). Con Sorry, Boys (2016) e Il canto della caduta (2018), Cuscunà ha raggiunto risultati spesso premiati.

Teatro Italiano Contemporaneo - Il canto della caduta - Marta Cuscunà
Il canto della caduta – Marta Cuscunà (2018) Ph. Daniele Borghello

Gli attori italiani sono spesso vittime di un’abitudine all’over-acting. Tra quelli che si sono affermati di recente, una forma di décalage interpretativo riesce ad allontanare ogni sospetto di recitazione enfatica: Daria Deflorian e Antonio Tagliarini privilegiano l’immediatezza del dialogo e della voce, a cui si accompagna la destrutturazione della linearità testuale elaborata attraverso nuovi orizzonti di scrittura. Come in Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (2013) e Il cielo non è fondale (2016). Deflorian e Tagliarini hanno appena vinto il Premio Riccione per l’innovazione drammaturgia (vedi anche il paragrafo 5).

Teatro Italiano Contemporaneo - Deflorian Tagliarini - Ce ne andiamo
Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni, Daria Deflorian e Antonio Tagliarini (2013). Photo: Gabriele Zanon

La stessa inclinazione è presente nei testi scritti per se stesso da Oscar De Summa e in Lino Musella. Mentre il linguaggio popolare quotidiano, con i suoi luoghi comuni e la sua volgarità, è diventato la firma dei lavori di Babilonia Teatri (dall’iniziale Made in Italy, 2007, al più recente Calcinculo, 2018, video in appendice).

4. Trasformazioni nei formati di produzione

Nonostante questa larga base di registi, di attori e attrici, il teatro occupa uno spazio sempre meno rilevante nel sistema italiano della cultura e dell’intrattenimento. La concorrenza delle opera digitale riprodotta resta infatti imbattibile. Una risposta a questa crisi e alla minor disponibilità economica per la distribuzione di opere è stato il formato monologo, o meglio la performance di un attore o di un’attrice sola.

In Italia il fenomeno si è intrecciato con il crescente interesse per un teatro di impegno civile, analisi della storia recente, spesso in forma di inchiesta giornalistica. Questo tipo di teatro sfrutta principalmente forme non-drammatiche. A partire dagli anni ’90 (con gli artisti che possiamo considerare fondatori: Marco Paolini, Marco Baliani, Laura Curino, tutti ancora in attività) il teatro civile e di inchiesta si è arricchito di altri performer, che oggi sono i cantori problematici della contemporaneità: Ascanio Celestini (Il razzismo è una brutta storia, 2009), Davide Enia (L’abisso, 2018), Giuliana Musso (La fabbrica dei preti, 2012), Mario Perrotta (Nel nome del padre, 2019), oppure coltivano la varietà delle tante lingue che, come si è detto sopra caratterizza l’Italia. Saverio La Ruina, per esempio è portavoce di un teatro del Meridione (La Borto, 2009).

Teatro Italiano Contemporaneo - Marco Paolini
Marco Paolini in Nel tempo degli dei (2018). Ph. Gianluca Moretto

Una risposta antagonista alla diffusione dei formati one-performer è stata la crescita professionale di giovani compagnie. Già negli anni ’70 il teatro italiano aveva vissuto un periodo di grande invenzione collettiva. Di quel periodo restano attivi alcuni gruppi storici: il Teatro dell’Elfo, la compagnia delle Albe di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, a cui si sono aggiunti più tardi i Motus, con un teatro ricco di elementi trasgressivi.

Ma rilevante in questa ultima decade è il fenomeno di compagnie giovani, nate da esperienze di formazione comune, di solito nelle accademie e nelle scuole di teatro, a volte anche nei centri sociali e negli spazi occupati da combattivi movimenti politico-culturali. Si chiamano Carrozzeria Orfeo, Vico Quarto Mazzini, Teatro dei Gordi, Archivo Zeta, Kepler 452, Collettivo Controcanto. Su un peculiare orizzonte di interscambio tra cultura classica e contemporaneità, artigianato e tecnologia, lavora la compagnia Anagoor, con uno spiccato amore per il mondo antico, in Virgilio Brucia (2014, video in appendice) e Socrate il sopravvissuto (2016).

Teatro Italiano Contemporaneo - Anagoor - Socrate il sopravvissuto
Socrate il sopravvissuto- Anagoor – Ph. Giulio Favotto

4.1. Formati: le tendenze

Il tentativo di rendere più familiare il teatro a gruppi sociali che ne erano esclusi e, al tempo stesso l’interesse per un più diretto ingaggio del pubblico ha dato spazio a nuovi modelli di creazione e produzione.

Affiancando le ricerche dei tedeschi Rimini Protokoll e dei loro Experten des Alltags, esperti del quotidiano, oppure seguendo il modello del teatro sensoriale del colombiano Enrique Vargas, anche il teatro italiano sta elaborando formule di teatro partecipato.

A disegnare il progetto è sempre un regista o un performer ma, nel gruppo degli esecutori, la componente professionistica lascia sempre maggior spazio a amateurs, o cittadini interessati al contatto diretto una lingua d’arte. Sono loro che, con la propria esperienza diretta, vivificano i temi e l’interesse suscitato nello specifico contesto, come in alcuni progetti di Rita Maffei e di Fabrizio Arcuri.

L'assemblea - Rita Maffei - ph Alice Durigatto/Phocus Agency.
L’assemblea, regia Rita Maffei (2018) Ph. Alice Durigatto/Phocus Agency

Esistono inoltre pratiche progettuali più ampie e variamente frammentate che, ben oltre gli spettacoli, coinvolgono ambiti come quello educativo, sociale, urbanistico, turistico, o anche semplicemente esperienziale, e toccano perciò discipline diverse. Intrinseco nei progetti di Residenza territoriale, essenziale nelle esperienze di teatro per le giovani generazioni (il cosiddetto Teatro Ragazzi), questo è anche il tratto distintivo di molte compagnie, gruppi, istituzioni operanti sui diversi territori, come Teatro dell’Argine (Emilia), Akropolis Teatro (Liguria) , Nest (Campania), Teatro dei Venti (Emilia, con il loro Moby Dick, 2018, video in appendice), Centrale Fies (Trentino), …

5. Trasformazioni nella scrittura

Il tema è molto articolato e non può essere esaurito nelle poche righe a disposizione. La preponderante presenza del digitale ha indebolito l’editoria teatrale (non solo quella fondata sulla carta) e solo tre case editrici italiane sembrano oggi interessate alla pubblicazione di testi teatrali contemporanei. Titivillus (www.titivillus.it), Editoria & Spettacolo (www.editoriaespettacolo.com) e Cue Press (www.cuepress.com, con un prevalente interesse per l’editoria digitale e per gli eBook interattivi).

Le nuove scritture si affidano quindi sopratutto ai premi e ai concorsi, che però hanno poca disponibilità economica e scarsa capacità distributiva. I vincitori di manifestazioni specificamente dedicate alla drammaturgia, come il Premio Hystrio-Scritture di scena e il Premio Riccione, trovano difficoltà nel far arrivare alla produzione le loro opere. 

Per questa ragione, soprattutto nel teatro indipendente, si assiste alla creazione di progetti scenici, studi, trailer, schegge (della durata di alcune decine di minuti) utili a portare il proprio lavoro davanti a giurie di esperti (come il Premio Tuttoteatro.com e il Premio Giovani Realtà del Teatro).

Si è imposta comunque, negli ultimi anni, l’efficacia verbale di Lucia Calamaro (che nello scrivere segue un movimento flottante di pensieri piuttosto che storytelling lineari, da L’origine del mondo, 2012, a La vita ferma, 2016). Un caso speciale è quello del prolifico Stefano Massini. La sua originale e epica riscrittura della saga dei Lehman Brothers è stato un fenomeno internazionale, oltre che l’ultima regia di Luca Ronconi (2015, video in appendice).

Lehman Trilogy, Stefano Massini, regia Luca Ronconi. Piccolo Teatro Milano (2015). Ph: Attilio Marasco

6. Trasformazioni dei contesti di spettacolo. Festival e premi

I nomi che sono finora apparsi in questo paper sono anche comparsi una o più volte negli elenchi dei finalisti dei maggiori premi teatrali Italiani.

Premi Ubu, i premi Hystrio, i premi ANCT (l’associazione dei critici italiani di teatro), le selezioni operate dalle giurie web di Rete Critica, sono oggi una bussola per orientarsi nel teatro italiano. Fino alla scorso decennio, questa ruolo era svolto dai festival. Che continuano sì a svolgere la loro funzione di collettori, ma sono sempre più spesso sottoposti alle determinazioni economiche delle amministrazioni locali (cioè dei loro principali supporter economici) e tendono oggi piuttosto a assolvere funzioni turistiche e di marketing territoriale, come è il caso del celebre Festival dei Due Mondi di Spoleto. 

A manifestazioni di forte richiamo come RomaEuropa (a Roma), Vie (a Modena e dintorni), o al festival di teatro della Biennale di Venezia, è affidato il compito di presentare in Italia creazioni internazionali. Svolgono invece attività di scouting Santarcagelo dei Teatri (in Italia centrale ), Drodesera (al Nord), Primavera dei teatri (al Sud) e altre iniziative più localizzate o tematizzate (Bassano Opera Festival in Veneto, Terreni creativi in Liguria, Contemporanea Prato e Kilowatt in Toscana …).

Questi festival focalizzano spesso un orizzonte multi-disciplinare (come è auspicato dal decreto di cui si è parlato all’inizio di questo paper) e sempre più decisiva si rivela l’incidenza del movimento coreografico e della componente musicale anche a teatro.

Molti creatori, con una formazione di danza, sono ospiti dei cartelloni che tradizionalmente erano riservati al teatro. Alessandro Sciarroni, con Folk-s. Will you still love me tomorrow (2012) e Chroma_don’t be frightened of turning the page (2015), Silvia Gribaudi (Graces, 2019, video in appendice), Chiara Bersani, Francesca Pennini e il suo Collettivo Cinetico, sono i principali esponenti di un fenomeno che si pone oggi come traghetto tra linguaggi che molti considerano ancora separati. E aprono inoltre la danza a sollecitazioni forti, fino a smantellarne il tradizionale impianto coreografico.

Teatro Italiano Contemporaneo - Collettivo Cinetico - Age
Age, Collettivo Cinetico (2014). Ph: Marco Davolio

Appendice video

Lehman Trilogy – Luca Ronconi, Stefano Massini

Carmen – Mario Martone

Go down, Moses – Romeo Castellucci

La gioia – Pippo Delbono

Bestie di scena – Emma Dante

Macbettu – Alessandro Serra

La cupa – Mimmo Borrelli

Mdlsx (middlesex) – Silvia Calderoni

Calcinculo – Babilonia Teatri

Virgilio Brucia – Anagoor

Moby Dick – Teatro dei Venti

Save the last dance for me – Alessandro Sciarroni

Graces – Silvia Gribaudi