Claudio Tolcachir guiderà l’Ecole des Maîtres 2020

L’Ecole des Maîtres 2020 prenderà il via alla fine di agosto e sarà guidata dal regista argentino Claudio Tolcachir. E’ stato appena pubblicato il bando che selezionerà sedici giovani attori, i quali potranno partecipare a questo corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale, giunto alla 29sima edizione. L’Ecole des Maîtres permetterà loro di lavorare per parecchie settimane con un ‘maître’, un maestro del teatro internazionale, qual è indiscutibilmente Tolcachir. 

immagine di Claudio Tolcachir
il regista argentino Claudio Tolcachir – ph. Tommaso Le Pera

Per giovani attori, provenienti da 4 Paesi europei

Lo comunica il Css, teatro stabile d’innovazione del Fvg, sede a Udine, capofila della cordata europea che, grazie a un’idea del critico teatrale Franco Quadri, ha dato il via trent’anni fa a questa iniziativa transnazionale, riservata a attori tra i 24 e i 35 anni con provenienze da Portogallo, Francia, Belgio, oltre che dall’Italia.

“Sono convinto che, per un maestro del palcoscenico e anche per un regista, la qualità più importante sia avere uno sguardo attento – spiega l’artista argentino – così da poter vedere che cosa c’è nell’altro e che probabilmente l’altro non sa di avere. Un buon maestro è chi fa nascere l’attore che c’è nell’allievo. Non mi interessa l’idea di un attore che parla bene, che si muove bene. La tecnica è ovviamente una base necessaria per agire su un palcoscenico. Ma per giungere a un teatro che commuove, come il mio, ho necessità di vedere l’umanità dell’attore”.

Ecole des Maitres - Claudio Tolcachir

Tolcachir ai suoi attori: “Suonate il campanello!”

Tolcachir è nato e vive in Argentina dove ha fondato, ancora nel 1998, la compagnia Timbre Quatro (campanello numero quattro). Il nome fa riferimento alle origini del suo lavoro teatrale, nel seminterrato di un appartamento a Buenos Aires: per entrare bisognava suonare. Da allora la sua visibilità internazionale è andata via via crescendo. Ospite a Madrid, Parigi, Lisbona, Dublino, New York, in Italia ha presentato i suoi spettacoli alla Biennale di Venezia, e anche a Roma e al Piccolo di Milano. Qui ha creato la versione italiana del suo titolo più noto, Emilia, con Giulia Lazzarini protagonista.

Lo scorso novembre, sempre a Milano, al Teatro Franco Parenti, è andato in scena Próximo, spettacolo che sembra fatto apposta per aiutarci a capire le conseguenze dell’emergenza che stiamo attraversando.

Próximo, testo e regia di Claudio Tolcachir, lo scorso novembre al Teatro Franco Parenti

“Oltre che un’istantanea dell’amore ai tempi dei social network – spiega Tolcachir – “Próximo” è un’opera intima, che si interroga su quanto possiamo “essere vicini” a qualcuno che è lontano. Quando la comunicazione si interrompe, l’illusione di occupare lo stesso spazio svanisce e resta solo la solitudine e la consapevolezza della profonda distanza che ci separa, e separa in teatro i due personaggi. Eppure, forse come noi, essi riescono a costruire una loro intimità fatta di silenzi, sguardi mediati da uno schermo e soprattutto dal linguaggio“.

Si comincia a Udine. Poi Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims

Il corso, intitolato “La creazione accidentale”, si svilupperà per 13 giornate a Udine – dal 28 agosto all’8 settembre – e proseguirà con fasi di lavoro e presentazioni pubbliche a Roma, Lisbona, Coimbra, Liegi, Caen e Reims, fino al 17 ottobre.

La scadenza per candidarsi all’Ecole des Maîtres 2020 è il 9 aprile 2020 (il bando completo è sul sito www.cssudine.it).

[pubblicato il 12 marzo 2020 su IL PICCOLO – quotidiano di Trieste]

Teatro senza teatri – C’è un minuscolo Mecenate in ciascuno di noi

La verità è che tutti si arrangiano. Secondo la proverbiale e scontata formula che fa parte del bagaglio genetico degli italiani.

Ristoranti, pizzerie, bar chiudono alle 18.00? Allora dopo le 18.00, la margherita te la porto a domicilio. E te la lascio sulla soglia di casa.

Anche il teatro, che si ritrova senza i teatri, ha una gran voglia di arrangiarsi.

Si erano arrangiati i comici del 1500. E avevano inventato il fenomeno più rivoluzionario mai capitato nella storia del teatro: la Commedia dell’Arte. Vuoi che non si arrangino i teatranti di adesso, che hanno a disposizione un ventaglio di tecnologie millemila volte superiore?

io sono Mecenate - banner

I nostri aggregatori sociali

Facebook, Instagram, Twitter, i nostri aggregatori social e sociali sono là già pronti. Legioni di followers, gruppi già strutturati, dirette in streaming e videoparty (che non sono soltanto occasioni per un digital spritz). Il pubblico insomma c’è. E anche ben organizzato.

L’altra sera in un videoparty avviato sulla pagina Fb del Teatro dei Borgia, ho intercettato il teatro di strada di Medea da sola. Lo spettacolo era nato lo scorso anno, con la protagonista, Elena Cotugno, che in un furgoncino portava gli spettatori (sette per volta) lungo le vie della prostituzione delle maggior città italiane, per raccontare una tragedia di sesso commerciale, schiavitù e immigrazione. Non è stato difficile replicarlo in diretta via Fb con un telefonino e lo stream. La sua Medea, questa volta, era da sola.

La stessa sera, quando si è saputo che i teatri avrebbero chiuso i battenti fino al 3 aprile, Viola Graziosi annunciava sulla sua pagina Fb di essere una delle poche attrici a andare in scena. Con tutte le restrizioni del caso. “Se non si può uscire di casa, il teatro entra nelle case” scriveva sul suo profilo Fb annunciando la diretta per Radio Tre Rai, dal palco della sala B di via Asiago, di I testamenti di Margaret Atwood.

Il precipizio economico

Ma è anche vero che tante iniziative estemporanee, frutto di buona volontà e ingegno, lasciano – come siamo abituati a dire – il tempo che trovano. Cioè questo tempo di crisi.

I teatri che si sono dati una forte struttura aziendale, in pratica tutto il teatro (cosiddetto) pubblico, hanno subito messo in evidenza il precipizio economico lungo il quale il comparto dello spettacolo dal vivo ha cominciato a scivolare (vedi su QuanteScene! il mio post del 25 febbraio scorso) . È un settore, che a differenza di altri non conosce né ferie né ammortizzatori sociali. Attori, tecnici, personale di sala, servizi indotti, non lavorano e basta.

Leggi ad esempio la lettera che Elio De Capitani rivolge al pubblico del Teatro dell’ElfoPuccini, ma non solo, documento pubblicato sul blog di Anna Bandettini).

È di  questa mattina, la notizia di un’iniziativa che prova in qualche modo a utlizzare strumenti già esistenti per garantire a attori e compagnie (che hanno viste cancellate tutte le loro date, nel più ottimista dei casi fino al 3 aprile), di recuperare almeno un po’ di quella dignità economica che è il minimo requisito dell’attività professionale.

La trascrivo qui sotto, per fare prima, e dare subito risalto al progetto #iosonoMecenate, ideato, in concerto con il Mibact, dal Css, che è il Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Mecenate è stato, nel primo secolo a.C., il consigliere culturale dell’Imperatore Augusto, il suo curator artistico. Aveva patrocinato, a proprie spese, la crescita dei giovani artisti. Catullo, Orazio, lo stesso Virgilio lo ringraziarono nelle loro opere (e lo resero così celebre e immortale) per il suo appoggio finanziario.

Oggi un minuscolo Mecenate si può manifestare in ciascuno di noi.

Le notizie più aggiornate sul progetto si trovano sul sito Cssudine.it alla sezione news. Qui di seguito il loro comunicato:

#iosono Mecenate

Restiamo a casa, ma con gli artisti. E diventiamo tutti mecenati culturali per sostenerli.

I teatri sono chiusi, ma il contributo dell’Arte in tutte le sue forme deve continuare a essere forte e presente, un punto di riferimento per la società. Un motore che la mantiene viva, civile, responsabile, solidale e creativa.

Il CSS Teatro stabile di innovazione del FVG ritiene prioritario impegnarsi per dare subito una risposta che possa contribuire a superare responsabilmente lo stato di forte crisi che investe i lavoratori dello spettacolo, gli artisti, registi, attori, musicisti, tutte le figure di collaboratori artistici e i tecnici del settore che non possono più andare in scena dal vivo.

Nasce così #iosonoMecenate, un’iniziativa che darà la possibilità al CSS, come centro di produzione teatrale, ma anche a comuni cittadini, a privati, aziende, associazioni, di dare un importante contributo: affrontare l’emergenza che stiamo vivendo pensando anche alla categoria più fragile e direttamente colpita del mondo dello spettacolo, sostenendo il lavoro degli artisti, sia creativo che in termini economici.

La risposta viene da uno strumento già esistente, predisposto dal MiBACT Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

Si tratta dell’Art Bonus, una misura ideata per diffondere e favorire il mecenatismo culturale.

Art Bonus e sostegno economico

Numerose sono in questi giorni le iniziative che si trovano online, dai concerti alle letture agli spettacoli in streaming, che gli artisti offrono gratuitamente agli spettatori digitali. Ma non si sono ancora incontrate occasioni che siano in grado di sostenere anche economicamente gli artisti in questo momento di difficoltà per l’impossibilità di lavorare, con produzioni e tournée cancellate o sospese.

L’Art Bonus consente a soggetti privati di effettuare erogazioni liberali in denaro per il sostegno alla cultura e al tempo stesso di godere di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta.

Il donatore (se lo desidera) entrerà nell’elenco dei Mecenate per l’Arte e la Cultura pubblicato sul sito Art Bonus, dove potrà scaricare la ricevuta con l’evidenza della causale “Art bonus – Ente Beneficiario – Oggetto dell’erogazione” necessaria per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale. Il singolo versamento potrà essere di qualunque cifra a partire da 1 euro e l’erogazione liberale potrà essere recuperata nell’ordine del 65% a titolo di credito di imposta. Va segnalato che anche la Regione Friuli Venezia Giulia (seconda regione in Italia) ha deciso di sostenere il mecenatismo culturale attivando dallo scorso anno un suo Art bonus regionale con la possibilità di erogazioni più cospicue.

iorestoacasa con - Io sono Mecenate

Da sabato 14 marzo

#iosonoMecenate prenderà vita sabato 14 marzo ore 21 con uno speciale format di visioni a distanza in forma di diretta sulla pagina Facebook del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG intitolato #iorestoacasa con Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

#Iorestoacasa con… è un percorso di appuntamenti che ci porterà nella case degli artisti, con ospiti ad ogni puntata diversi, da tutta Italia e con gli artisti del territorio del Friuli Venezia Giulia.

Il filo rosso della narrazione sarà scoprire assieme a loro come “traghettare verso il futuro”, immaginando il post emergenza e la nostra rinascita assieme a chi sviluppa artisticamente il nostro immaginario collettivo, nutrendo di ispirazioni e creatività il cambiamento che ci attende.

#iorestoacasa con…

Fra i primi artisti ad aver aderito all’idea ci sono Marta Cuscunà, Teho Teardo, Fabrizio Arcuri, Rita Maffei, Ksenija Martinovic, Teatro Incerto (con Claudio Moretti, Fabiano Fantini, Elvio Scruzzi), Fabrizio Pallara, teatrino del Rifo (Manuel Buttus e Roberta Colacino), Nicoletta Oscuro, Matteo Sgobino, Francesco Collavino, e molti altri se ne aggiungeranno nelle prossime ore.

Ogni appuntamento online avrà come protagonista un artista o un piccolo gruppo di artisti che ci racconteranno, tra un momento performativo e l’altro, il loro punto di vista. Come affrontano questo momento e quali sono i loro progetti, i consigli e qual è la loro visione del futuro. Cosa immaginano di fare o di consigliare per il momento in cui questa fase difficile avrà fine.

Ognuno sceglierà le forme e i contenuti con cui parlare agli spettatori digitali in questo format, quali sono i libri che stanno leggendo o che vogliono portare con sé nel futuro, quali i film, quali gli universi sonori, interpreteranno brani teatrali, canzoni, danzeranno, immagineranno una rinascita possibile in un futuro prossimo.

#Iorestoacasa con… prevede che gli artisti vengano scritturati per la giornata di lavoro dal CSS, mentre gli spettatori potranno fruire gratuitamente delle dirette online e degli streaming in differita, ma soprattutto potranno diventare un “Mecenate” e fare il loro Art bonus con una erogazione tramite bonifico, versamento postale, carta di credito e altre modalità previste. Quanto raccolto verrà destinato dal CSS agli artisti stessi e corrisposto interamente in giornate lavorative.

Primo appuntamento, come si è già detto, in diretta dal profilo Facebook del CSS, sabato 14 marzo (ore 21) #iorestoacasa con… Nicoletta Oscuro (attrice e cantante) e Matteo Sgobino (chitarrista). Poi martedì 17 marzo con Marta Cuscunà (attrice).

Di città in città con Luca Ronconi. Per raccontarne la vita e l’intelligenza audace

In viaggio con Luca è il docufilm di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli che racconta il regista teatrale – scomparso cinque anni fa – attraverso i suoi luoghi. Non solo teatri, anche strade, hangar, piazze, mercati, cantieri… Lunedì 2 marzo verrà proiettato al Teatro Argentina di Roma (ore 20.30).


Nelle prime immagini la videocamera si muove negli stretti vicoli di Susa, la città tunisina dove Luca Ronconi era nato, l’otto marzo di ottantasette anni fa. Nel vociare del mercato, un camaleonte sgrana gli occhi tenuto in mano da un venditore locale.

Nelle ultime, invece, la tranquillità di un cimitero di campagna (a Civitella Benazzone in Umbria) fa cornice a una piccola cappella di pietra nuda. Ronconi riposa lì, accanto alla madre Fernanda e alla sua più stretta assistente, Maria Annunziata Gioseffi detta Nunzi.

In viaggio con Luca Ronconi - mercato di Susa
Un camaleonte al mercato di Susa, la città natale di Luca Ronconi

In viaggio tra le creazioni di Luca Ronconi

Tra il venire al mondo (Susa, 1933) e il lasciarlo (Milano, 2015), c’è il viaggio di una vita. E In viaggio con Luca, proprio questa vita racconta. Il docufilm ideato e realizzato da Gianfranco Capitta e Simone Marcelli, con un minuzioso lavoro di ricerca di documenti e alternato a interviste illuminanti, verrà presentato lunedì 2 marzo al Teatro Argentina di Roma (ore 20.30), uno dei tanti luoghi che hanno visto dispiegarsi in 50 anni di regia l’intelligenza audace di Luca Ronconi.

La parete che piomba sugli attori in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, 1996

Dall’Argentina di Roma al Fabbricone di Prato. Dal lago di Zurigo al Palazzo Farnese di Caprarola. Dal Regio di Torino al teatro Studio di Milano. E ancora: i cantieri navali della Giudecca a Venezia, la Sala Presse dello stabilimento automobilistico del Lingotto, i capannoni della scuola di perfezionamento a Santa Cristina in Umbria, l’immensità del Teatro greco di Siracusa e la minuscola sala di Solomeo, voluta da Brunello Cucinelli.

Per Gianfranco Capitta, che discretamente, in punta di piedi, ci accompagna in ciascuno di questi luoghi, raccontare Ronconi è raccontare qualcosa come duecento spettacoli: una teatrografia vastissima, prosa e lirica, testi classici e lavori sperimentali, ricercati gioielli di drammaturgia e colossali spettacoli all’aperto.

Quasi fosse Virgilio, mentre cammina sopra le acque delle gaggiandre del Sansovino a Venezia, o si accomoda sul velluto rosso delle poltrone del Teatro Carignano a Torino, Capitta è voce narrante e corpo itinerante. Chiave per comprendere, o forse solo intuire, che cosa effettivamente sia stata l’ intelligenza dello spettacolo che Ronconi possedeva, e che chiunque abba lavorato con lui riconosce essere stata davvero speciale.

Le interviste

“Ci portato a dei punti che non avremmo mai immaginato di toccare” dice Massimo De Francovich. “Una capacità da rabdomante di riconoscere strutture invisibili” dice Fabrizio Gifuni. “La sensazione di aver incontrato un’intelligenza superiore” dice Pierfrancesco Favino.

In viaggio con Luca Ronconi - Ottavia Piccolo
Ottavia Piccolo intervistata a Venezia

Di questo saper leggere oltre la superficie traslucida dei testi, di farne scaturire scintille che li illuminano di una luce mai apparsa prima, parlano anche Umberto Orsini, Franca Nuti, Massimo Foschi, Ottavia Piccolo, Antonello Fassari, Anna Bonaiuto, Luca Zingaretti, Galatea Ranzi, Massimo Popolizio, Lucrezia Guidone e tanti altri. La grande famiglia degli interpreti che, allenata alle sue pratiche di regia, pur in diverse generazioni, rappresenta il meglio del teatro italiano oggi.

E poi, a dichiarare il fulgore creativo di Ronconi, anche il maestro della fotografia Vittorio Storaro, il soprano Raina Kabaivanska, il direttore della Scala di Milano Riccardo Chailly, la scenografa Margherita Palli, il press agent Enrico Lucherini, lo stilista Antonio Marras, tutti partner in un’arte che sfugge, perché è dal vivo, e che siamo incapaci di fermare, se non nel ricordo.

In viaggio con Luca Ronconi - Riccardo Chailly
L’intervista a Riccardo Chailly – Teatro alla Scala, Milano

Tradizione è ciò che si rinnova nel tempo

“Ronconi fa parte della tradizione italiana, del teatro italiano, dell’opera italiana – spiega Riccardo Chailly. “Proprio perché ha fatto quello che ha sempre predicato. La tradizione, mi diceva sempre Luca, è qualcosa che si rinnova nel tempo. La routine invece è ciò che che si fossilizza e cristallizza la parola tradizione”.

Così, come quel camaleonte incontrato nei vicoli del souk di Susa, le macchine volanti dell’Orlando furioso, la facciata del palazzaccio di via Merulana che precipita sugli attori sfiorandoli come un alito di brezza, le locomotive in moto per Gli ultimi giorni dell’umanità. Tante sono le immagini che ci ricordano il Ronconi dei grandi spazi e delle sfide audaci.

Altrettante quelle che brillano per nitidezza. L’oscurità in cui Marisa Fabbri veste tutti i personaggi delle Baccanti di Euripide dentro le celle dell’Istituto Magnolfi di Prato. O il biancore abbacinante con cui Ronconi ha disegnato la saga dei Lehman Brothers, il suo ultimo spettacolo.

Lehman Trilogy di Stefano Massini, regia Luca Ronconi

L’ultima trilogia

A proposito di quella Trilogia, che Ronconi portò in scena pochi giorni prima di morire, Paolo Pierobon rievoca: “Ricorderò sempre quegli ultimi 45 giorni di prove. La sua era una specie di riappacificazione con il mondo. Non era un tirare i remi in barca, ma era… un allerta, un dolcissimo allerta. Non poteva che darti il coraggio, l’eroismo che lui stesso mostrava ogni giorno. Un giorno ha avuto un momento si collasso, si è rialzato e… ‘dov’eravamo rimasti?‘… è andato avanti per altre due ore”.

Vedi qui sotto il trailer del docufilm di Capitta e Marcelli.

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IN VIAGGIO CON LUCA
un docufilm di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli
con la partecipazione di: Vittorio Storaro, Pierfrancesco Favino, Luca Zingaretti, Enrico Lucherini, Umberto Orsini, Fabrizio Gifuni, Ottavia Piccolo, Massimo Foschi, Anna Bonaiuto, Antonello Fassari, Paola Bacci, Franca Nuti, Paolo Pierobon, Massimo De Francovich, Massimo Popolizio, Galatea Ranzi, Francesca Ciocchetti, Lucrezia Guidone, Margherita Palli, Raina Kabaivanska, Riccardo Chailly, Brunello Cucinelli, Antonio Marras
testo e interviste Gianfranco Capitta
direttore della fotografia Fabio Ferri
musiche originali Francesco Borghi
produzione Associazione Culturale La Catrina MMXX / Catrina Producciones
regia Simone Marcelli

ingresso libero, con prenotazione del sito del Teatro di Roma e su Eventbrite

E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra

Magari non ve ne siete accorti, perché eravate concentrati sul lavaggio delle mani (almeno 60 secondi). O siete usciti per fare incetta di mascherine e generi di sopravvivenza. Ma il coprifuoco generale è già operante. Anche nelle nostre teste.

E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”

Peste - spettacolo dal vivo

Il settore dello spettacolo dal vivo ha una sua delicata specificità, non legata alle contingenze economiche né ai tempi che attraversiamo, ma alla sua essenza. L’impatto con i comportamenti e le prescrizioni dell’era dell’epidemia comincia già in questo istante a essere disastroso.

spettacolo dal vivo - C.Re.S.Co.

Mimma Gallina, una che se ne occupa da decenni, la vede ancora più scura. “Le conseguenze sull’economia nel suo complesso, e sulla vita sociale saranno immani”.

Perciò, se ci ha colpito la strizza del contagio, dedichiamoci pure all’hikikomori (qui la spiegazione) nella nostra casetta. Ma un pensierino, intanto, facciamocelo.

E visto che il telelavoro è ancora un miraggio, occupiamo il tempo leggendo questo approfondimento su Ateatro.it

Quando il teatro è più efficace dell’Amuchina

Il teatro fa bene alla salute. Più della curcuma e delle banane raccomandate dai nutrizionisti. Più delle cure detox praticate nei centri benessere. Più dell’attività fisica a cui vi invita settimanalmente il medico. E forse più dell’Amuchina, tanto venduta questa settimana.

Flacone Amuchina

Il teatro fa bene, mantiene in forma, rende longevi. Parola di centenari, o quasi. Manca poco infatti al momento in cui due giganti del palcoscenico italiano festeggeranno un secolo di vita, insieme a molti, molti decenni di attività. 

Gianrico Tedeschi è nato a Milano, il 20 aprile del 1920. Nello stesso anno e nella stessa città, ma il 31 luglio, è nata Franca Valeri. Centenari. Leone e leonessa delle scene. Non solo teatrali, anche cinematografiche e televisive. Attori nel senso pieno e esteso della parola. Attori del secolo.

Sulla via dei cento

Viene spontaneo chiedersi come abbiano fatto. Interessarsi al segreto che permette loro, anche a pochi mesi dal compleanno numero cento, di mantenere la vivacità di pensiero e l’arguzia con cui li ricordiamo destreggiarsi in palcoscenico e sul set. O dentro la mitica cornice dei Caroselli. Lui ha portato fortuna a creme di formaggio e cofanetti di caramelle. Lei resta regina indimenticabile di panettoni e pandori.

Il loro segreto – se segreto è – sta in una vita vissuta sempre attraverso altre vite, quelle dei personaggi. Sta in nell’andirivieni incessante, su e giù per le strade d’Italia, condividendo lo stesso destino dei comici del tempo di Carlo Goldoni: vite nomadi. E ancora, sta nell’abituarsi, sera dopo sera, giorno dopo giorno, a camerini, a palcoscenici, a pubblici sempre diversi, che tengono in allenamento il corpo e la mente. È il teatro che fa vivere bene. Anzi, modella la vita.

Franca Valeri

Semplice, buttato via, moderno

Lo si capisce leggendo la biografia di Gianrico Tedeschi, Semplice, buttato via, moderno (Viella Edizioni, 27 euro), un libro scritto con affetto di figlia da Enrica, la primogenita, che a differenza della sorella Sveva, non ha seguito le orme paterne e invece ha insegnato discipline sociologiche all’Università di Roma. Strada diversa, che le ha suggerito di raccontare il padre attraverso la lunga, intensa intervista che si dipana per oltre 200 pagine di libro. Capitoli che non sono solo un percorso biografico e un viaggio dentro il trasformarsi della scena italiana nel secolo scorso e in questo: dalla fondazione del Piccolo di Milano all’ultimo spettacolo in cui abbiamo visto Tedeschi recitare, Dipartita finale, assieme a Pagliai, Donandoni, e all’autore e regista , Branciaroli.

Semplice, buttato via, moderno - Biografia di Gianrico Tedeschi
La biografia di Gianrico Tedeschi scritta dalla figlia Enrica

Il libro di Enrica Tedeschi è il ritratto di un uomo che dal teatro ha tratto la propria energia morale, il coraggio di dire no, proprio in momenti che decidono una vita. Internato nei lager di Sandbostel e Wietzendorf seppe rifiutare il “pressante” invito, in quanto ufficiale dell’esercito italiano, a aderire alla Repubblica sociale di Mussolini. E scelse le angherie tedesche delle baracche, della fame, del filo spinato, dei compagni di prigionia ammazzati. Opponendo loro la forza della dignità e di un’arte, che era la sola a mantenerlo in vita. Nelle baracche, Gianrico Tedeschi recitava Pirandello per i compagni di sventura.

Toh, quante donne!

Se di lui c’è tutto in quel libro, la carriera e la personalità di Franca Valeri stanno in decine e decine di libri. Attrice, ma anche autrice, sceneggiatrice, “la Franca” si è raccontata nelle tante donne da lei inventate e elette poi campionesse di un’Italia femminile. La signorina snob, Cesira la manicure da uomo, la ‘sora’ Cecioni… Toh, quante donne! (è un suo libro del 1992, pubblicato da Lindau) al quale bisogna aggiungere un altro volume, che fin dal titolo ne disegna l’autoritratto sapiente: Bugiarda no, reticente (da Einaudi).

La medicina del palcoscenico

E se per loro sono cento, di questi anni, anche per altri attori italiani, solo un po’ più giovani, vale la medicina del palcoscenico. Provate a leggere Sold out di Umberto Orsini (è pubblicato da Laterza, 18 euro, 200 pp.). Per l’attore, il libro è stato il modo di rimettere a posto le tessere della propria storia. Ma per ogni attore il titolo, che vuol dire “tutto esaurito”, rappresenta un balsamo. “Il fatto che la gente riempia una sala per venirmi a vedere – scrive Orsini – mi pare sempre miracoloso e quasi esagerato. Sono morto almeno una ventina di volte, in palcoscenico, quasi sempre in modo teatrale: duello, sparatorie, veleno. Nessuna di queste morti assomiglierà alla mia e, soprattutto, la mia non potrò mai rappresentarla, perché si rappresenterà da sola”. Colto, sornione, scaramantico, festeggerà il 2 aprile i suoi 86 anni. E sarà in scena.

Umberto Orsini - Sold out

Come saranno in scena altre due lady del nostro teatro importante. Della stessa età di Orsini, con un altrettanto gloriosa carriera (Strehler e Ronconi come riferimenti), hanno scelto una commedia brillante per sfidare il lato umoristico, come raramente era loro capitato di fare. Giulia Lazzarini e Anna Maria Guarnieri sono già alle prese con Arsenico e vecchi merletti, copione di Kesselring (1941), trasformato in pellicola di culto popolare da Frank Capra e quest’anno portato in scena da Geppy Gleijeses. Due formidabili ‘ziette’ che “aiutano con un dolce (e velenoso) rosolio gli anziani soli a porre fine alla propria solitudine”. Le hanno in cartellone quasi tutti i teatri più importanti della penisola.

Arsenico e vecchi merletti

[parzialmente pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, il 23 febbraio 2020]

Vuoi vedere che Kant era un cantautore? Concorso Europeo della Canzone Filosofica

Si ispira chiaramente all’Eurofestival, il song contest internazionale che ogni anno registra tra i 100 e i 600 milioni di spettatori su radio, tv e rete. Ciò che cambia, nel Concorso Europeo della Canzone Filosofica, è un guizzo di humor e disincanto: gli autori delle canzoni sono tutti belle teste pensanti.

Concorso Europeo della Canzone Filosofica

Comincia oggi la serie degli spettacoli del Festival VIE 2020, che riserva un posto d’onore (questa sera, ore 21.00, Teatro Bonci di Cesena) al Concorso Europeo della Canzone Filosofica. Un’idea del performer italo-svizzero Massimo Furlan, uno che di brillanti idee, in 30 anni di carriera, ne ha avute parecchie. Tutte sorprendenti.

Stavolta Furlan strizza l’occhio a uno di quegli eventi mediatici che, dalla televisione alla rete, sono stati capaci di registrare i maggiori dati di ascolto. Da Gigliola Cinquetti agli Abba, a Conchita Wurst, pare che l’Eurofestival sia l’appuntamento (non sportivo) più seguito al mondo.

Les Italiens - Massimo Furlan
Les Italiens, altro progetto di Massimo Furlan, visto lo scorso anno a Napoli Festival

Vale la pena, ha pensato Furlan, catturare l’eco di tanta risonanza e approfittare del formato canzone per eseguire la celebre mossa del cavallo. 

Imitando l’astuto esempio del cavallo di Troia – dice – ho pensato di reintrodurre il pensiero e la riflessione filosofica nel cuore stesso dell’intrattenimento. Ho creato un oggetto musicale che è, al tempo stesso, totalmente credibile sotto il profilo degli standard della musica popolare (slow, latino, disco, rock, ballata…), ma restituisce anche importanza al pensiero nelle canzoni, per raggiungere la pubblica piazza e diffondersi“. 

Filosofi e/o parolieri

Perché a scrivere i testi delle canzoni sono stati alcuni tra i più autorevoli pensatori e filosofi contemporanei europei. Per l’Italia, l’onere di paroliera è toccato a Michela Marzano, docente di filosofia morale, saggista, politica. Insomma, una gran bella testa, che in uno uno stile pop, che non vuol dire populista, è stata chiamata con altri dieci colleghi filosofi a rimettere in gioco certe questioni cruciali, oggi.

Il Concorso è una trovata niente male perché – continua Furlan – “ solleva questioni legate all’identità, quella dei diversi paesi rappresentati e quella dell’Europa intesa come comunità, in un momento in cui quest’ultima è sempre più fragile e in discussione. E perché la questione della competizione coinvolge tutte le sfere del mondo contemporaneo: politica, sociale, economica, sportiva, culturale“.

Concorso Europeo della Canzone Filosofica

La giuria

Come ogni contest che si rispetti anche il Concorso Europeo della Canzone Filosofica prevede una giuria. Per chi non ne avesse abbastanza di giudici, dai talent show ai concorsi di cucina, ecco servita, per questa gara di pensieri, una giuria di riverita attitudine intellettuale.

Presieduta da Loredana Lipperini, comprende anche il filosofo Stefano Bonaga, la scrittrice Michela Murgia, il cantautore Daniele Silvestri e Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio3. Insomma, la crema.

Per VIE 2020, Massimo Furlan sarà affiancato sul palco, nel ruolo di presentatori, da una delle attrici più iconiche della scena italiana, Federica Fracassi. La quale è stata vista aggirarsi per Bologna, qualche giorno fa, alla ricerca di un abito degno di filosofie e canzoni. Pare che l’abbia trovato, firmato Antonio Marras.

Altri appuntamenti a Vie

Il Festival VIE 2020 proseguirà tra Modena, Bologna e altri centri emiliani fino al domenica 1 marzo. In questo primo weekend, il cartellone prevede anche altri spettacoli, alcuni al debutto, altri in prima nazionale, che si preannunciano meritevoli. Per esempio Architecture, ideato e realizzato da Pascal Rambert, con alcuni fra i più eccellenti nomi del teatro francese (come Emmanuelle Béart, Audrey Bonnet, Arthur Nauzyciel, Stanislas Nordey), in scena a Bologna. Oppure Chi ha ucciso mio padre, nuova produzione del duo Deflorian/Tagliarini per Francesco Alberici su un testo di Édouard Louis, in scena a Modena.

Sarà più ricco di appuntamenti ancora il secondo weekend, a proposito del quale QuanteScene! tornerà puntuale.

Vedi il programma completo di VIE 2020, a Modena, Bologna e altrove.

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Concorso Europeo della Canzone Filosofica

ideazione, regia e scenografia Massimo Furlan
ideazione e drammaturgia Claire de Ribaupierre
assistente Nina Negri
testi delle canzoni Jean Paul Van Bendegem (Belgio, regione fiamminga), Vinciane Despret (Belgio, regione vallone), Philippe Artières (Francia), Leon Engler (Germania), Michela Marzano (Italia), Kristupas Sabolius (Lituania), Ande Somby (Norvegia), José Bragança de Miranda (Portogallo), Mladen Dolar (Slovenia), Santiago Alba Rico (Spagna), Mondher Kilani (Svizzera)
composizioni musicali Monika Ballwein (direttore), Maïc Anthoine, Gwénolé Buord, Arno Cuendet, Davide De Vita, Lynn Maring, Bart Plugers, Karin Sever
direzione musicale Steve Grant, Mimmo Pisino
supervisione musicale e coordinamento HEMU – University of Music Lausanne: Laurence Desarzens, Thomas Dobler
con Davide De Vita, Dylan Monnard (voce), Dominique Hunziker, Lynn Maring, Mathieu Nuzzo, François Cuennet (tastiere), Arno Cuendet, Martin Burger (chitarra), Jocelin Lipp, Mimmo Pisino (basso), Hugo Dordor, Steve Grant (batteria)

presentatori Federica Fracassi, Massimo Furlan
giuria Loredana Lipperini (Presidente), Stefano Bonaga, Michela Murgia, Daniele Silvestri, Marino Sinibaldi

insegnante del movimento Anne Delahaye
luci e scene Antoine Friderici
creazione video Jérôme Vernez
costumi Severine Besson
trucco e parrucche Julie Monot
tecnica e costruzione scene Théâtre Vidy-Lausanne

produzione Numero23Prod. – Théâtre Vidy-Lausanne in collaborazione con i dipartimenti di musica contemporanea e jazz della Haute École de Musique de Lausanne
coproduzione MC93 – Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis, Bobigny – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Modène – Festival de Otoño, Madrid – NTGent, Gand – Théâtre national d’art dramatique de Lituanie, Vilnius -Rosendal Teater, Trondheim – Théâtre de Liège – Théâtre Mladinsko, Ljubljana – Comédie de Genève – Equilibre-Nuithonie, Fribourg – Les 2 Scènes, Scène nationale de Besançon – Teatro Nacional D. Maria II, Lisbonne – Teatro Municipal do Porto – Theater der Welt 2020, Düsseldorf
con il sostegno di Ville de Lausanne – État de Vaud – Pro Helvetia, Fondation Suisse pour la Culture – Loterie Romande – Fondation Leenaards – Pro Scientia et Arte – Fondation du Jubilé de la Mobilière

La ghisa, la reporter, la ferriera. Epica di uno stabilimento siderurgico

Sei di Trieste se… era una vecchia formula di Facebook. Sei di Trieste se… sai poco o niente sulla Ferriera. Attrice, nata a Napoli e trasferitasi solo più tardi da queste parti, Diana Höbel ha creato Punto di fusione, uno spettacolo che chiunque abiti a Trieste dovrebbe vedere.

Diana Höbel davanti alla Ferriera di Trieste
Diana Höbel davanti alla skyline della Ferriera di Trieste (ph. Vanni Napso)

Punto di fusione è andato in scena per tre serate a Hangar Teatri, piccola sala indipendente ai margini del centro città. Ma lo si dovrebbe replicare a tappeto: teatri, scuole, spazi per conferenze. Anche in piazza. Per fare crescere quel che si chiama – con espressione complicata – la cognizione di causa.

Comincio con un riscontro personale. Non sono molti, a Trieste, quelli che hanno idee chiare e informazioni precise sulla Ferriera. Inversamente, tutti sanno più o meno prendere posizione. E si tifa pro o contro chiusura, dismissione, conversione, spegnimento. È lo spirito del tempo. Si pensa, si parla, si agisce per contrapposizioni, si litiga per la bandiera. Ma i fatti – i fatti – restano al palo. In questo caso all’altoforno.

Così dal 1897, anno in cui venne inaugurata, a tutt’oggi, la Ferriera (mostro o stabilimento, a seconda delle opinioni e del vento che tira) vive e convive con Trieste. Come convive l’Ilva a Taranto. Come Napoli conviveva con Bagnoli.

Ci voleva dunque una nata a Napoli. Una donna senza pregiudizi locali, un’attrice che sa esprimersi bene e sa essere convincente. Una persona che, arrivata qua, ha cominciato a capire che peso abbia tutto quel ferro nel vissuto (pratico, materiale, quotidiano) di chi abita a Trieste.

immagine della Ferriera di Trieste

Cognizione di causa

Con spirito da reporter, Diana Höbel ha pensato di costituirci sopra la sua proposta di teatro. Un lavoro che per chiarezza, lucidità, attinenza ai fatti, e per il modo in cui scansa ideologia e polemica, potrà accompagnare molti dei triestini, che fanno il tifo, verso una cognizione di causa. Che è il punto da cui partire per discutere e arrivare – è inevitabile – al compromesso tra lavoro e salute, sviluppo e salvaguardia, tecnologia e ambiente. Al loro punto di fusione. Non è necessario essere parte in causa – lavoratore a rischio o abitante del quartiere di Servola – per farsi, non una mezza idea, ma un’opinione motivata sul problema chiave della città. O meglio – sussurra Höbel all’inizio dello spettacolo – su questa sua bella rogna. Dal 1897 a oggi.

Punto di fusione, ideato scritto e portato in scena da un’attrice che è anche reporter, prende il via da situazioni diverse. Un bicchiere di vino ai tavoli del circolo aziendale della Ferriera, tra i vecchi maestri fonditori e i nuovi precari. Una ricognizione su 120 anni di storia siderurgica locale e nazionale. Il ruolo di propulsione dello stabilimento nei decenni del boom. L’attaccamento affettivo di chi ci ha lavorato dentro. Interviste a operai, ingegneri, dirigenti, abitanti di Servola, il rione su cui fisicamente, massicciamente, incombe la Ferriera. Una bibliografia ampia. Una ricerca tra filmati dell’Istituto Luce e servizi radiotelevisivi. Anche una vecchia canzone d’epoca: un tango, che nel suo melodramma riassume gli elementi in gioco:

Suona, campana, suona vien giù la sera, ma non ritorna l’uomo dalla ferriera…

Nel gergo di chi frequenta le sale, si tratta di teatro civile, teatro di narrazione. In Punto di fusione convergono molte delle modalità di questo genere. Il giornalismo di scena di Giuliana Musso, il narrare epico di Ascanio Celestini, l’approfondimento emotivo di Marco Paolini, la risonanza ambientale di Laura Curino. Si fondono, appunto, ma non è questo il senso del titolo.

La ghisa della Ferriera

Punto di fusione richiama invece il momento saliente, l’istante non magico, ma fisico e chimico, che dà vita e fluidità al nuovo elemento – la ghisa – quando l’inferno dell’altoforno raggiunge gli spaventevoli 1200 gradi. E da un altro lato, indica che solo nella fusione di diverse istanze è possibile la visione complessa di questa rogna. Per evitare, come dice Höbel, di contrapporre in maniera semplicistica industrialisti e ambientalisti.

Attorno al tema caldo della siderurgia a Trieste, il Teatro degli Sterpi, la compagnia che produce questo spettacolo, ha già creato lo scorso anno un titolo, Il fantasma della Ferriera, nello stile contemporaneo della giallistica letteraria. Dopo il teatro di narrazione di Punto di fusione, la stagione prossima prevede un altro titolo che completerà la trilogia.

Tre pezzi innervati da una delle grandi questioni che riguardano la città. Ma visto che si parla anche di Cina e del suo ruolo economico, qui, ora, le stesse questioni riguardano pure il futuro prossimo dello sviluppo globale. Se non di questo, di cosa dovrebbe occuparsi il teatro, oggi?

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PUNTO DI FUSIONE
scritto e interpretato da Diana Höbel
produzione Teatro degli Sterpi

Vlora, la famosa invasione degli albanesi in Puglia

Massimiliano Di Corato, attore barese, racconta l’approdo, nel porto della sua città, della nave Vlora con il suo carico: ventimila giovani albanesi. È il 1991. Lo sbarco dal Vlora su quella banchina inaugura, in Italia, il capitolo immigrazione. 

Il Vlora nel porto di Bari
Lo sbarco dell’8 agosto 1991

… e d’improvviso, come un’apparizione, la nave si presentò di fronte al porto di Brindisi, tutta storta da un lato. Poi, con il suo carico sognante, fece rotta per Bari. Da quel giorno l’Italia, paese d’emigrazione, cominciò a essere terra per immigrati.

Giovane attore pugliese, Massimiliano Di Corato sa che per raccontare i fatti, devi averli vissuti, o almeno stretto con loro un rapporto forte, fortissimo.

Lui, nel 1991, non era ancora nato. Ma quello sbarco inaspettato dettò le prime righe di un tema che è sempre più vivo e muove il dibattito politico e la sensibilità degli italiani, anche se sono cambiati personaggi, provenienze, reazioni. Quel tema Di Corato lo sente suo, perché lui barese, lo percepisce nella sua città, lo tocca ancora con mano.

Massimiliano Di Corato in La dolce nave
La nave dolce – Massimiliano Di Corato (ph. Maurizio Anderlini)

E lo fa toccare allo spettatore. Prendi un taxi oggi a Bari, e il taxista potrebbe essere uno di quelli scaricati trent’anni fa dal Vlora. Anzi, è proprio uno di loro. ‘Barese‘ oramai integrato, naturalizzato.

La nave dolce, da Belluno a Bari

Cambiamo per un momento panorama. Belluno è il luogo di nascita di Dino Buzzati, l’autore di La famosa invasione degli orsi in Sicilia. A Belluno, nel Teatro Comunale, opera il Tib, compagnia al cui timone c’è la regista Daniela Nicosia. È lei che ha pensato di dare a Di Corato la possibilità di rievocare, nei modi del teatro di narrazione, la vicenda del Vlora.

Disperso tra tanti che caratterizzarono l’Italia dei primi anni ’90, quell’episodio ha tuttavia la forza di un emblema, il peso di un incipit storico. Basta avere la voglia di riprenderlo dalla superficie delle cronache e raccontare, a Belluno, e tra qualche giorno anche a Bari, al Teatro Piccinni, la famosa invasione degli albanesi in Puglia.

Il Vlora era un nave mercantile, adibita al trasporto di canna da zucchero da Cuba verso l’Albania. Il 7 agosto 1991, la nave è attraccata nel porto di Durazzo. Quel giorno la storia fa uno dei suoi salti. Il molo e il cargo vengono presi d’assalto da una giovane folla che vede in quello scafo, in quella rotta che taglia l’Adriatico, l’alternativa al proprio destino. Quella nave dolce è una promessa di libertà (il regime del partito comunista albanese era agli sgoccioli). È una speranza di benessere (le trasmissioni televisive avevano alimentato l’italian dream di una intera generazione). È la possibilità di realizzare il sogno.

Alle 4 del mattino dell’8 agosto la nave si materializza davanti al porto di Brindisi. Stracarica (20.000 sono una città italiana di media grandezza), tutta piegata da un lato (perché i ventimila si sporgono verso la terraferma) . La capitaneria intuisce che le strutture portuali non sarebbero in grado di arginare quella folla e dirotta la nave verso Bari. Dopo sette ore il Vlora forza l’ingresso nel porto barese. Momenti che rivivremo anche noi, quando la Sea Watch di Carola Rackete attraccherà, 28 anni più tardi, nel 2019, a Lampedusa. Molti si tuffano e raggiungono a nuoto la banchina. In ventimila si riversano sul molo.

Il Vlora nel porto di Bari

Ci sono diversi modi per raccontare quei momenti. Uno è sentirli attraverso la viva voce di Di Corato, che nella semplicità di un impianto scenografico segnato solo da qualche gomena, si slancia in una triangolazione narrativa. Nelle sue tre voci, che sono altrettanti punti di vista (quello di chi sta sulla nave, quello dei cittadini baresi, quello di un ragazzino testimone oculare dell’evento), il famoso sbarco degli albanesi in Puglia acquista la drammaticità di episodio della Bibbia (l’intervista a Halim Milaqi, il comandante del Vlora).

Volendo essere precisi, La nave dolce è anche il titolo del film documentario che Daniele Vicari (regista pure di Diaz, resoconto del massacro del 2001 nella caserma genovese) ha realizzato su quello sbarco e sul suo esito. Di quelle interviste e in quel titolo, oltre che in un lavoro accurato di documentazione, Daniela Nicosia e Massimiliano Di Corato hanno fermato cronaca e immagini, trasformate poi nel loro racconto.

Guarda il trailer di La nave dolce (2012) di Daniele Vicari.

Lo stadio lager e le focacce

Scortati dalle camionette della polizia, i ventimila vengono istradati verso lo stadio della Vittoria. Sono 12 chilometri di strada. Gli stadi lager sono posti ben noti nella storia delle immigrazioni e delle lotte civili. Chissà se per prevenire un contagio (etnico, allora come oggi) lo stadio viene blindato e viveri elementari vengono poi paracadutati da elicotteri, tra le inevitabili risse per la sopravvivenza. Ai pochi che sono riusciti a dileguarsi, o a rifugiarsi, decine e decine di cittadini baresi offrono però ospitalità e focacce.

La tensione cresce. La situazione sfugge al controllo. Tutti sembrano perdere la testa, governo italiano compreso. L’unico a fare bella figura è il sindaco di Bari, Enrico Dalfino, oltre la cui immagine si intravede oggi uno come Mimmo Lucano.

Andò subito al porto, prima ancora che il Vlora sbarcasse. A Bari non c’era nessuno del mondo istituzionale, erano tutti in vacanza, il prefetto, il comandante della polizia municipale, persino il vescovo era fuori. Quando uscì di casa però non immaginava quello a cui stava andando incontro. Dopo qualche ora mi telefonò dicendomi che c’era una marea di disperati, assetati, disidratati, e aveva una voce così commossa che non riusciva a terminare le frasi. Non dimenticherò mai l’espressione che aveva quando tornò a casa, alle 3 del mattino dopo. ‘Sono persone – ripeteva – persone disperate. Non possono essere rispedite indietro, noi siamo la loro ultima speranza’”. Così racconta la moglie di Dalfino.

Francesco Cossiga, allora presidente della Repubblica, disse pubblicamente che quel sindaco era “un cretino“.

Massimiliano Di Corato in La dolce nave

Non si può raccontare un racconto, bisogna sentirlo. Bisogna sentire il bravo Di Corato mentre alterna le lingue, i dialetti, i registri. Bisogna vederli i piccoli paracadute che dall’alto del teatro spiaggiano sul palco centinaia di bottigliette d’acqua, mentre le italianissime canzoni di Toto Cotugno (e anche di De Gregori) diventano il controcanto di quella prima invasione.

Un’espressione che, come tante volte succede, la Storia ha ridimensionato, confutando l’informazione gridata esasperata. L’informazione che pesca e alimenta paure. L’informazione di oggi, che è il lato peggiore della Cronaca.

Sabato 15 febbraio, La dolce nave debutta al Teatro Piccinni di Bari.

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LA NAVE DOLCE
drammaturgia e regia Daniela Nicosia
con Massimiliano Di Corato
scene Bruno Soriato
luci e suono Paolo Pellicciari
aiuto regia Vassilij Gianmaria Mangheras
produzione Tib Teatro Belluno

Mileva, la donna che sussurrava a Einstein

Ksenija Martinovic, attrice nata a Belgrado, si è messa a lavorare sulle lettere che Albert Einstein e Mileva Marić, serba come lei, si sono scambiati più di un secolo fa. Quando nasceva il loro amore. E anche la fisica del Novecento.

Ksenija Martinovic
Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

Se l’abbia davvero detto Virginia Woolf, poco importa. Importa invece che si tratti di una situazione ricorrente. “Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. La storia di Mileva Marić lo conferma.

Sui banchi del Politecnico di Zurigo, nel 1896, Mileva Marić (figlia di contadini serbi, nata in un piccolo villaggio a una sessantina di chilometri da Belgrado) incontra Albert Einstein (nato a Ulm, Baden Württemberg, figlio di un imprenditore tedesco d’origine ebraica).

Lui è tre anni più giovane di lei. Lei è una fra le prime donne ammesse al corsi di quella Università in Svizzera (in Germania alle donne non era concesso). Mileva è proprio brava e ottiene voti anche superiori ad Albert. Lui si innamora della sua bravura. Lei ricambia. Fanno una figlia e qualche anno dopo si sposano, in municipio. È il 1903.

Il 1905 è l’annus mirabilis, l’anno stupefacente nel quale lui, in soli sette mesi, pubblica quattro articoli scientifici che produrranno ribaltamenti fondamentali nella storia e nelle leggi della fisica. È allora che comincia a essere considerato un genio.

Forse è un genio anche lei, Mileva, che gli è accanto. Ma nessuno lo sa. Cominciamo a scoprirlo oggi.

Il giovane Einstein

Effetto Matilda?

Si intitola Mileva lo spettacolo che Ksenija Martinovic ha ideato e creato (assieme al dramaturg Federico Bellini, con la consulenza scientifica di Marisa Michelini) e che lei stessa porta in scena assieme al perfomer Mattia Cason, in una nuova produzione del CSS – Teatro Stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia.

Qual è il contributo di Mileva Marić al lavoro rivoluzionario di colui che, fino al 1919, l’anno del divorzio, fu suo marito? Vale anche per Mileva ciò che oggi si chiama effetto Matilda, fenomeno secondo il quale il lavoro scientifico di una donna viene in parte o totalmente attribuito a un uomo? Ne sono state vittime, tra tante, Rosalind Franklin, la chimica britannica che ha scoperto la forma del dna, e Lise Meitner, la fisica austriaca che che “ha dato una mano” a tutti i maggiori scienziati della prima metà del Novecento.

Einstein e Marić
Einstein e Marić

Ksenija Martinovic è nata a Belgrado trent’anni fa e sente il legame che la apparenta a quella donna, serba come lei, e con lo stesso temperamento. Donne resilienti, dice, capaci di resistere in condizioni avverse, non disposte ad arrendersi. Mileva, lo spettacolo, nasce dopo un periodo di residenza artistica nel quadro di Dialoghi, progetto ideato dal Css, che si fa promotore e agevolatore di incontri tra diverse professionalità multidisciplinari.

E Mileva è un titolo che lascia scorgere un’ombra sul volto – diventato un’icona pop – del genio Einstein. L’ombra di questa donna scienziata, madre e moglie. La loro relazione ebbe molte facce. A volte un marito è il peggior nemico. L’unica figlia nasce prima del matrimonio e probabilmente muore pochi mesi dopo, verranno poi due maschi. La suocera non sopporta quell’intellettuale serba, claudicante, che sembra un libro stampato. Lui la tradisce con una cugina e per tenere in piedi un simulacro di convivenza le impone condizioni umilianti. Divorzieranno.

Noi non sappiamo ancora quanto l’intelligenza e il pensiero di Mileva abbiano influito sul successo scientifico e personale di Einstein. Non esistono documenti probanti. Esistono solo le lettere che i due si scambiavano, Lettere d’amore si intitolano (le ha pubblicate Bollati Boringhieri ), e proprio su queste hanno lavorato Martinovic e Bellini.

“Impossibile stabilire – dicono assieme – almeno con i documenti che abbiamo adesso, il contributo scientifico di Mileva. Lo spettacolo non è una soluzione a questo problema: è una delle possibilità di un tema ambiguo, sfuggente, che nulla toglie comunque alla genialità di quell’uomo”.

Un convegno su quell’anno stupefacente

Proprio per indagare, scientificamente, oltre che attraverso il teatro, l’ambiguità di quel rapporto e la straordinarietà dell’annus mirabilis, lo spettacolo verrà anticipato, giovedì 6 febbraio, da un convegno nel quale Marisa Michelini (che è professoressa ordinaria di Didattica della fisica all’Università di Udine) ha chiamato a raccolta alcuni tra maggiori esperti di temi einsteiniani e sarà concluso dall’intervento di Luigi Berlinguer, già ministro della Pubblica istruzione e oggi presidente Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica.

Perché anche una storia d’amore, le sue ombre, possono diventare metafore di quella rivoluzione che nei primi vent’anni del ‘900 cambiò la maniera di interpretare lo spazio, il tempo, l’energia, la velocità, l’energia, la luce. Insomma il mondo. Una rivoluzione scientifica che oggi, un secolo dopo, sembra debba continuare ancora. Con il contributo di tante più donne.

Mileva – Ksenija Martinovic (ph. Daniele Fona)

MILEVA
una creazione di Ksenija Martinovic
dramaturg Federico Bellini
interpreti Ksenija Martinovic e Mattia Cason
consulenza scientifica Marisa Michelini
produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG
da giovedì 6 a domenica 9 febbraio, al Teatro S. Giorgio di Udine – Stagione Teatro Contatto 38
vedi altre informazioni sul sito del CSS

MILEVA, ALBERT E L’ANNUS MIRABILIS
una riflessione su scienza, storia, arte e società per una cultura trasversale
convegno scientifico per studenti
Udine, Teatro Palamostre, Sala Pasolini, ore 9.00 – 13.00
Introducono Alberto Bevilacqua, Marisa Michelini e Stefano Stefanel
Intervengono: prof. Paolo Rossi – Università Normale di Pisa, prof. Sergej Faletic – Università di Lubiana, prof.ssa Marisa Michelini – Università degli Studi di Udine, prof. Alberto Stefanel – Università degli Studi di Udine, Rita Maffei–co-direttore artistico CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Ksenija Martinovic – attrice e autrice, Federico Bellini – dramaturg
Conclude prof. Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica
consulta il programma del convegno
ingresso libero

La sai quella? Le barzellette scorrettissime di Ascanio Celestini

Raccontarle è un arte. Riderne, pure. Le barzellette però non sono solo barzellette, quelle che lo zio scemo racconta al pranzo di Natale. “Le barzellette – dice Ascanio Celestini – sono il lasciapassare che ti permette di parlare di tutto. Proprio tutto”.

foto di Ascanio Celestini
Ascanio Celestini. Ph. Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Non solamente carabinieri, suocere, mogli e mariti. Non solo froci, negri, zingari. Con le barzellette si può ridere anche delle disabilità. O di Auschwitz. Violento? Politicamente corretto? Le barzellette più scorrette, le più violente, le sa e le può raccontare Ascanio Celestini.

Barzellette si intitola il suo più recente spettacolo, quello che lui porta in giro, alternandolo a Radio clandestina (sull’eccidio del’44 alle Fosse Ardeatine), Fabbrica (sul lavoro industriale e gli incidenti sul lavoro), Scemo di guerra (sui reduci delle guerre), La pecora nera (sulla condizione manicomiale), Appunti per un film sulla lotta di classe (sul precariato dei call-center), Pueblo (sulla vita nelle periferie urbane), Il razzismo è una brutta storia (non ha bisogno di spiegazione): i suoi titoli più conosciuti.

Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini

Per una congiunzione astrale, o per una abitudine del teatro, stasera a Udine (stagione di Teatro Contatto, Palamostre, ore 21) va in scena Radio clandestina. Domani a Trieste (stagione del Teatro stabile La Contrada, sala Bobbio, ore 20.30) si replica Barzellette. Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini.

Finalmente Ascanio fa ridere, ha scritto Dagospia. In vent’anni cambiano tante cose.
“Attenti che in Barzellette mica racconto solo barzellette. Parlo di Auschwitz, della strage di Bologna… Vent’anni fa, quando ho scritto Radio clandestina per me era importante mettere insieme un racconto orale su un episodio drammatico di quando non ero ancora nato e i miei genitori erano bambini, un episodio di ferocia nazista che pesa ancora nella storia della mia città”.

Il teatro di narrazione, cui tu appartieni, ha sempre privilegiato temi drammatici, episodi tragici, incidenti colposi, disastri ambientali, morti annegati. È proprio vero che il dramma vende di più della commedia? Così almeno la raccontano i capoccioni di Netflix.
“Il catalogo delle grandi disgrazie si è un po’ esaurito. Se le sono capate tutte, come dicono a Roma. Scherzo: ho smisurata ammirazione e rispetto per narratori come Paolini, Ovadia, Baliani… Ciò che hanno costruito, è una delle cose teatralmente più importanti successe in questi decenni in Italia. E forse anche in Europa. Ma personalmente preferisco andare a vedere i comici, quelli che parlano di suocere e di supplì mangiati in spiaggia”.

Ma così arrivi dritto dritto alle Barzellette.
“In realtà questo spettacolo nuovo è ancora più militante di Radio Clandestina. Vent’anni fa raccontavo, adesso prendo posizione. Perché con la barzelletta puoi affrontare i tempi più difficili, i più pericolosi. La barzelletta è il lasciapassare che ti permette di parlare di ogni argomento, anche quelli considerati intoccabili”.

copertina Ascanio Celestini - Barzellette - Einaudi

Racconti una barzelletta “sui froci”, sei omofobo. Ne racconti dieci tutte di fila, diventa un discorso inclusivo.
“È la quantità che ne fa un gioco. Una barzelletta sola non è mai un capolavoro. Ma quando arrivano insieme, quando ne racconti cinque, e poi qualcuno ne racconta altre cinque, la performance si trasforma uno spazio di gioco. Chiaro che devi aver imparato le regole, saper giocare. Il segreto è mettersi insieme a disposizione di quell’argomento”.

Berlusconi passava per un campione di barzellette.
“Berlusconi era un pessimo narratore. Primo, perché annunciava: questa barzelletta fa ridere. È sbagliato, perché se fa ridere lo capisco solo nel momento in cui rido. Secondo: raccontava due o tre volte il finale, per spiegare. Sbagliato anche questo. Terzo: la barzelletta va messa su un piano più alto rispetto a chi la racconta. Dalla cornice della storiella il narratore deve stare fuori. Cosa che non riusciva a Berlusconi, dal quale sentivi perfino barzellette su Berlusconi”.

Maestri di televisione come Walter Chiari, Carlo Dapporto, Gino Bramieri erano invece campioni veri.
“Bravissimi, soprattutto a riuscire a portare le barzellette dentro quella televisione là. Walter Chiari si prendeva i propri spazi, lavorava con la camera fissa, ma li metteva davvero in scena, quei racconti. E si metteva a loro disposizione. Performance che potevano durare anche quindici minuti”.

Non saranno troppi per una storiella sola?
“Dipende da te, dalla cornice in cui le racconti. Se stai in pizzeria, e gli altri ti stanno a sentire e annuiscono, puoi tirare avanti anche un’ora. Io, una barzelletta di un’ora, però non l’ho mai sentita”.

Nello spettacolo ne racconti una quarantina. Nel libro (pubblicato da Einaudi, 18 euro) sono molte di più: trecento pagine. Qual è la più bella?
“Probabilmente quella che nel libro non c’è, perché me l’ha raccontata Moni Ovadia, quando con Stefano Bartezzaghi stavamo insieme in piazza Maggiore a Bologna. Il 27 gennaio 1945 finalmente l’Armata Rossa butta giù i cancelli di Auschwitz. E ci sono questi due ebrei che ridono, ridono, ridono smisuratamente, in modo inarrestabile. Tutti chiedono: ma di che ridete? E quelli continuano a ridere. Perfino Dio si affaccia dall’alto dei cieli e chiede: ma di che c… ridete? “Dio, tu non puoi capire” rispondono. “Tu non c’eri”.

[pubblicato in versione parziale sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, 30 gennaio 2020]