La sai quella? Le barzellette scorrettissime di Ascanio Celestini

Raccontarle è un arte. Riderne, pure. Le barzellette però non sono solo barzellette, quelle che lo zio scemo racconta al pranzo di Natale. “Le barzellette – dice Ascanio Celestini – sono il lasciapassare che ti permette di parlare di tutto. Proprio tutto”.

foto di Ascanio Celestini
Ascanio Celestini. Ph. Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Non solamente carabinieri, suocere, mogli e mariti. Non solo froci, negri, zingari. Con le barzellette si può ridere anche delle disabilità. O di Auschwitz. Violento? Politicamente corretto? Le barzellette più scorrette, le più violente, le sa e le può raccontare Ascanio Celestini.

Barzellette si intitola il suo più recente spettacolo, quello che lui porta in giro, alternandolo a Radio clandestina (sull’eccidio del’44 alle Fosse Ardeatine), Fabbrica (sul lavoro industriale e gli incidenti sul lavoro), Scemo di guerra (sui reduci delle guerre), La pecora nera (sulla condizione manicomiale), Appunti per un film sulla lotta di classe (sul precariato dei call-center), Pueblo (sulla vita nelle periferie urbane), Il razzismo è una brutta storia (non ha bisogno di spiegazione): i suoi titoli più conosciuti.

Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini

Per una congiunzione astrale, o per una abitudine del teatro, stasera a Udine (stagione di Teatro Contatto, Palamostre, ore 21) va in scena Radio clandestina. Domani a Trieste (stagione del Teatro stabile La Contrada, sala Bobbio, ore 20.30) si replica Barzellette. Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini.

Finalmente Ascanio fa ridere, ha scritto Dagospia. In vent’anni cambiano tante cose.
“Attenti che in Barzellette mica racconto solo barzellette. Parlo di Auschwitz, della strage di Bologna… Vent’anni fa, quando ho scritto Radio clandestina per me era importante mettere insieme un racconto orale su un episodio drammatico di quando non ero ancora nato e i miei genitori erano bambini, un episodio di ferocia nazista che pesa ancora nella storia della mia città”.

Il teatro di narrazione, cui tu appartieni, ha sempre privilegiato temi drammatici, episodi tragici, incidenti colposi, disastri ambientali, morti annegati. È proprio vero che il dramma vende di più della commedia? Così almeno la raccontano i capoccioni di Netflix.
“Il catalogo delle grandi disgrazie si è un po’ esaurito. Se le sono capate tutte, come dicono a Roma. Scherzo: ho smisurata ammirazione e rispetto per narratori come Paolini, Ovadia, Baliani… Ciò che hanno costruito, è una delle cose teatralmente più importanti successe in questi decenni in Italia. E forse anche in Europa. Ma personalmente preferisco andare a vedere i comici, quelli che parlano di suocere e di supplì mangiati in spiaggia”.

Ma così arrivi dritto dritto alle Barzellette.
“In realtà questo spettacolo nuovo è ancora più militante di Radio Clandestina. Vent’anni fa raccontavo, adesso prendo posizione. Perché con la barzelletta puoi affrontare i tempi più difficili, i più pericolosi. La barzelletta è il lasciapassare che ti permette di parlare di ogni argomento, anche quelli considerati intoccabili”.

copertina Ascanio Celestini - Barzellette - Einaudi

Racconti una barzelletta “sui froci”, sei omofobo. Ne racconti dieci tutte di fila, diventa un discorso inclusivo.
“È la quantità che ne fa un gioco. Una barzelletta sola non è mai un capolavoro. Ma quando arrivano insieme, quando ne racconti cinque, e poi qualcuno ne racconta altre cinque, la performance si trasforma uno spazio di gioco. Chiaro che devi aver imparato le regole, saper giocare. Il segreto è mettersi insieme a disposizione di quell’argomento”.

Berlusconi passava per un campione di barzellette.
“Berlusconi era un pessimo narratore. Primo, perché annunciava: questa barzelletta fa ridere. È sbagliato, perché se fa ridere lo capisco solo nel momento in cui rido. Secondo: raccontava due o tre volte il finale, per spiegare. Sbagliato anche questo. Terzo: la barzelletta va messa su un piano più alto rispetto a chi la racconta. Dalla cornice della storiella il narratore deve stare fuori. Cosa che non riusciva a Berlusconi, dal quale sentivi perfino barzellette su Berlusconi”.

Maestri di televisione come Walter Chiari, Carlo Dapporto, Gino Bramieri erano invece campioni veri.
“Bravissimi, soprattutto a riuscire a portare le barzellette dentro quella televisione là. Walter Chiari si prendeva i propri spazi, lavorava con la camera fissa, ma li metteva davvero in scena, quei racconti. E si metteva a loro disposizione. Performance che potevano durare anche quindici minuti”.

Non saranno troppi per una storiella sola?
“Dipende da te, dalla cornice in cui le racconti. Se stai in pizzeria, e gli altri ti stanno a sentire e annuiscono, puoi tirare avanti anche un’ora. Io, una barzelletta di un’ora, però non l’ho mai sentita”.

Nello spettacolo ne racconti una quarantina. Nel libro (pubblicato da Einaudi, 18 euro) sono molte di più: trecento pagine. Qual è la più bella?
“Probabilmente quella che nel libro non c’è, perché me l’ha raccontata Moni Ovadia, quando con Stefano Bartezzaghi stavamo insieme in piazza Maggiore a Bologna. Il 27 gennaio 1945 finalmente l’Armata Rossa butta giù i cancelli di Auschwitz. E ci sono questi due ebrei che ridono, ridono, ridono smisuratamente, in modo inarrestabile. Tutti chiedono: ma di che ridete? E quelli continuano a ridere. Perfino Dio si affaccia dall’alto dei cieli e chiede: ma di che c… ridete? “Dio, tu non puoi capire” rispondono. “Tu non c’eri”.

[pubblicato in versione parziale sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, 30 gennaio 2020]

Lucia Calamaro: “I fatti contano poco, per me conta ciò che succede dentro”

Nostalgia di Dio – sottotitolo Dove la mèta è l’inizio – è lo spettacolo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, che va in scena stasera al Teatro Palamostre di Udine, nella stagione di Teatro Contatto.
Non è un’autrice qualsiasi, Lucia Calamaro. Bisogna stare a sentirla un po’, per entrare in sintonia con i suoi testi.

“Il problema è che Lucia Calamaro è un genio”. È una citazione, le dico.

Così ha scritto Christian Raimo a proposito di questa donna, che sta lasciando uno dei segni più interessanti fra quanti, italiani e italiane, scrivono per il teatro.

Lo aveva pensato, lo scrittore Raimo, quando Calamaro era assai meno nota. Era passato poco più di un anno da quando uno spettacolo scritto e diretto da lei, L’origine del mondo (2012, lo stesso titolo del quadro di Edouard Courbet esposto a Parigi), aveva cominciato a segnalarla all’attenzione di chi in scena cerca ciò che verrà, non ciò che è già avvenuto.

“Il problema è che Lucia Calamaro è un genio” scriveva appunto Raimo. Anche perché è una persona complessa, e mica tutti lo sono. Un passato complesso: tre città a farle da casa, Roma, Montevideo, Parigi. Una formazione complessa: il mimo Jacques Lecoq, il sociologo Jean Duvignaud, il clown Philippe Gaullier. inoltre, una personalità audace e capace di pescare nella propria vita interiore gli elementi per fare un teatro per nulla esteriore.

Anche se, in apparenza, sembra mancare nei suoi lavori quella profondità che molti richiedono al teatro. La profondità di un’affermazione chiara, di una presa di posizione, di una lingua attiva, efficace, pratica, ben piazzata dentro trame solide e riconoscibili.

Fluidi, vaghi, stramati

Il teatro e la lingua di Lucia Calamaro sono invece fluidi, i personaggi vaghi, le trame stramate.

Penso che la lingua di Calamaro sia tra le poche in grado oggi di restituire la densità del discorso contemporaneo: la sua frantumatezza, il suo endemico guasto, la sua contradditorietà, la sua strutturale involuzione, il suo diventare monologo, pulsione corporea prima che relazione“. Aveva aggiunto lo scrittore Raimo, partecipe anche lui dello stesso mood linguistico.

Così erano i primi lavori di Calamaro, dialoghi nascosti nei monologhi, o viceversa, come Tumore (2008). Così anche i lavori successivi: Diario del tempo (2014), La vita ferma (2016), il più recente, Si nota all’imbrunire (2019), di cui protagonista insolito, per lei abituata a lavorare con la propria generazione, è Silvio Orlando.

Lucia Calamaro -Si nota all'imbrunire
Si nota all’imbrunire (2019). ph Matteo Spada

Due chiacchiere

Che effetto fa, Lucia Calamaro, sentirsi dare del genio?
La prima cosa che uno fa è arrossire, e poi ripetersi oddio oddio oddio, spero che non l’abbia letto nessuno. Per fortuna sono passati già cinque anni. In quella frase non mi ci vedo, non mi ci installo. Certo, meglio così, piuttosto che dicano sei scarsa, e che faresti meglio a fare un lavoro da impiegata.

Dicono drammaturga invece, autrice di teatro
Parola a cui sono abbastanza indifferente. Perché non sono solo quella cosa lì. Sono regista, a volte mi preoccupo delle scene, spesso cerco i costumi, dirigo sempre gli attori. Dalla pre-produzione al prodotto finale. Capocomico. Capocomica.
È vero che da fuori mi definiscono drammaturga. Forse è la cosa che spicca di più. Ma è solo un parte. E la parte al posto del tutto non mi basta. Capocomica, forse, altrimenti, mi sarei annoiata. Forse il problema sta in come uno vede se stesso, e come lo vedono gli altri.

Hanno scritto che i tuoi dialoghi costringono gli attori a recitare “alla quotidiana”.
Ho fissa in testa, stampata a fuoco, una frase che Roberto Herlitzka aveva ricevuto dal suo maestro Orazio Costa. “Beato l’attore che io vedo pensare”.
La sensazione che vorrei dare è che l’attore sia proprio pensando, nel momento in cui le cose le dice. Così come stiamo parlando, noi, adesso: io ti pento pensare, tu mi senti pensare, non abbiamo un copione scritto. L’immediatezza.

Lucia Calamaro - Diario del tempo
Diario del tempo (2014)

Non è che così si distrugge l’idea del personaggio?
Guarda, alle prove succede tantissimo che io sto seduta a guardarli, gli attori. A volte capita che dico fermi, scrivo qualcosa, perché improvvisamente ho capito qualcosa in più, gliela scrivo proprio lì, capisci. E poi dico, provate.
Le scene, non è che ci ho pensato prima, che me le porto da casa, alcune sì, ma altre no. Altre sono epifanie da lavoro. E come saranno i personaggi, non lo so proprio. Si capiscono capendo. Si capiscono facendo. Appaiono verso la fine. Non appaiono nemmeno alla prima (la prima di uno spettacolo è un luogo violento). Appaiono magari alla decima replica, dopo che hanno incontrato un certo numero di volte il pubblico.

Un po’ spiritistico, no?
Mi sento una persona estremamente privilegiata. I personaggi sono creature a cui voglio estremamente bene. Il mio analista dice che mi sono organizzata bene. Non ho una grande famiglia d’appartenenza, e per diverse vicende personali sono abbastanza orfana. Così mi sono organizzata un’ascendenza e una discendenza nella scrittura. I miei famigliari ideali, li ho messi tutti lì, nelle mie storie, tanta roba.

Lucia Calamaro - La vita ferma
La vita ferma (2016)

Storie che si sfilacciano, trame che si stramano.
Che poi sono quelle che mi interessano di più, anche nella vita. È un’esplorazione di stati d’animo, più che una narrazione, ciò che io metto sul palco. E questi stati d’animo appartengono a qualcuno, a una storia emotiva, a vicende e avvicendamenti interiori. I fatti per me contano abbastanza poco, conta ciò che succede dentro.

Come la nostalgia che hai messo nel titolo.
L’ho presa e ho fatto mia questa parola, forse in maniera nemmeno tanto originale: è un tema antichissimo, risale ai greci, è il tema del nostos, il ritorno, da cui la parola nostalgia.
Ma la mia non è la nostalgia eroica della grande letteratura, è un ritorno a casa piccolo, intimo. Vorrei poter tornare a casa, la mia casa, la casa dell’infanzia. Ma quella casa là, quelle persone là, non ci sono più. Per questo scrivo, per questo faccio teatro.


NOSTALGIA DI DIO
testo e regia Lucia Calamaro
interpreti Alfredo Angelici, Cecilia Di Giuli, Francesco Spaziani, Simona Senzacqua
scene/luciluci Gianni Staropoli
scene e costumi Lucia Calamaro
assistente alla regia Diego Maiello
disegno dell’angelo Luca Privitera
produzioneTeatro Stabile dell’Umbria in coproduzione con Teatro Metastasio
in collaborazione con Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin 2018_2020

Misery non deve morire. Ecco perché si è trasferita in teatro

Di Misery tutti sanno tutto. O quasi. Il libro di Stephen King (500 milioni di copie vendute, dicono), il film sceneggiato da William Goldman (si stimano 70 milioni d’incasso nei soli Stati Uniti), il premio Oscar a Kathy Bates, e tutta la mitologia cresciuta attorno al fortunato romanzo della fine degli anni ’80 ne hanno fatto un riferimento pop, presente nell’immaginario di più generazioni.

Misery - Filippo Dini, Arianna Scommegna

È la ragione – ma non la sola – che mi spinge a consigliarvi di vedere Misery anche a teatro.

Filippo Dini, che è un attore che stimo, ha avuto questa bella idea. Provare a capire se la vicenda dello scrittore sequestrato e seviziato dalla sua fan più appassionata, affinché riporti in vita il personaggio fatto morire nell’ultimo capitolo di una saga a puntate, poteva funzionare sulle scene italiane. La versione statunitense, con Bruce Willis e Laurie Metcalf protagonisti, era certo un fattore rassicurante.

Dini è anche regista: lo considero bravo, molto. L’unico, per esempio, che è riuscito a farmi ridere con Pirandello. Il che – bisogna ammetterlo – è francamente difficile. Eppure la sua messa in scena di Così è (se vi pare), lo scorso anno, aveva momenti di divertimento puro.

Riuscirà – mi sono detto – con questa nuova sfida, Misery, a regalare al pubblico anche momenti di terrore puro? Quel terrore che ti fa divorare le pagine di un libro, ma a teatro ti tormenta le mani e ti stringe lo stomaco, mentre siedi agitato sulla tua poltrona di spettatore.

Misery - Filippo Dini e Adriana Scommegna

Visto ieri sera al Comunale di Monfalcone (nel circuito teatrale del Friuli Venezia Giulia, ma la tournée continua già dalla prossima settimana nelle Marche), lo spettacolo procura al pubblico lo stesso nodo allo stomaco che libro e film erano già riusciti a suscitare.

Ma non è solo per il talento narrativo di King. O per il ricordo delle scene più pulp, con Kathy Bates che maneggia coltello, mazza, sega elettrica…

Misery - Adriana Scommegna e Filippo Dini

Qui ci sono due fra i migliori attori italiani della generazione quarantenne, Arianna Scommegna e lo stesso Dini, che con questa vicenda estremista, ma delicata e millimetrica nel meccanismo psycho che la costruisce, danno le loro prove più stimolanti per uno spettatore.

Migliori – lo posso anche dire – anche di altre interpretazioni, per le quali sono stati premiati. L’Ubu 2014 per lei, diretta da Peter Stein nel Ritorno a casa di Pinter (ma pinteresca ha saputo essere anche con la regia di Binasco). La Maschera d’oro per lui in Il discorso del re (2013).

Qui il bello è che lui, lo scrittore, obbligato al letto da fratture e tumefazioni, deve dirle tutte sdraiato e immobile le proprie battute. Come danzare su una gamba sola, e per di più rotta. E che lei, oltre all’attitudine inquietante, a quell’andatura sghemba, sa far recitare pure i capelli. Virtuosismi di scena.

Misery - Adriana Scommegna e Filippo Dini

Quindi, se qualche locandina annuncia Misery, nel teatro vicino a casa vostra, non trascuratela. Non pensate che libro e film siano sufficienti. Misery, il suo scrittore, la sua psicopatica ammiratrice, non possono morire. Hanno un impatto anzi che, dopo decenni, riesce ancora a mettervi paura.

Ne vedete in boccone qui sotto:

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MISERY
tratto dal romanzo di Stephen King
traduzione Francesco Bianchi
con
Filippo Dini, Arianna Scommegna, Carlo Orlando
musiche Arturo Annecchino
scene e costumi Laura Benzi
luci Pasquale Mari
regia Filippo Dini
assistente alla regia Carlo Orlando

produzione Fondazione Teatro Due, Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

Fotografie: ph. Francesco Bianchi

19K e quel lettore dell’Azerbaigian

Tra i lettori e le lettrici di QuanteScene! ce n’è uno – uno solo – che vive in Azerbaigian. L’ho scoperto oggi, 31 dicembre. 

Mi chiedo e gli chiedo: perché uno che vive in Azerbaigian si interessa alle cose che accadono nei teatri qui intorno, come dice il sottotitolo di questo blog?

La stessa cosa potrei domandare a quello che vive in Senegal (o perlomeno, dal Senegal si è connesso), sempre uno solo. O a quello equadoregno, a quello islandese. Chissà, magari su QuanteScene! ci arrivano un po’ per caso.

Magari un po’ per caso ci arrivano anche gli altri 19k (gli altri diciannovemila) che sono approdati qui dall’aprile 2017 (cioè da quando si è inaugurato questo blog) a oggi.

cartellino 19k

Oggi, che è il 31 dicembre, il giorno che ci si fa gli auguri. Insomma: buon nuovo anno a tutti i diciannovemila, soprattutto a quelli e quelle che vivono in Azerbaigian, a Singapore, a Malta, nella Città del Vaticano…

statistiche sito robertocanziani.eu al 31_12_19

19k və Azərbaycanda bir oxucu

QuanteScene oxuyanlar arasında! Azərbaycanda yaşayan biri var, yalnız biri var. Bu gün, 31 dekabrda bildim.

Görəsən, Azərbaycanda yaşayan kimsə bu bloqun alt yazılarında deyildiyi kimi, ətrafındakı teatrlarda baş verənlərə niyə əhəmiyyət verir?

Eyni şeyi Seneqalda yaşayan birinə (və ya heç olmasa, Seneqaldan bağladı) soruşa bilərdim, yalnız bir. Və ya Ekvador, İslandiya bir. Kim bilir, bəlkə QuanteScene-də əldə edirlər! təsadüfən.

Bəlkə təsadüfən və ya məqsədlə digər 19k (yəni on doqquz min) 2017-ci ilin aprel ayından (yəni bu bloq açıldığı gündən) bu günə qədər buraya endi.

Bu gün, 31 dekabr. Özümüzə xoş bir yeni il arzuladığımız gün. Beləliklə, bir sözlə: bütün on doqquz min nəfərə, xüsusilə də Azərbaycanda, Sinqapurda, Maltada, Vatikan şəhərində yaşayanlara təbrik edirəm …

19k and one reader living in Azerbaijan

Among the readers of QuanteScene! there is one, only one, who lives in Azerbaijan. I found out today, December 31st.

I wonder: why does someone who lives in Azerbaijan care about the things that happen in the theatres around here, as the subtitle of this blog says?

The same thing I could ask to the one living in Senegal (or at least, who from Senegal has connected), one only again. Or to the Ecuadorian one, to the Icelandic one. Who knows, maybe they got on QuanteScene! by chance.

Maybe by chance, maybe on purpose, other 19k (that is, nineteen thousand) have landed here since April 2017 (ie. since this blog was inaugurated) to today.

Today, which is December 31st. The day we wish ourselves a happy new year. So, in short: happy new year to all nineteen thousand, especially to those who live in Azerbaijan, Singapore, Malta, in the Vatican City…

C’era una volta l’ufficio stampa. E magari c’è ancora

A teatro ci sono professionisti che non si vedono. Si vedono però i risultati del loro lavoro. I professionisti della comunicazione, per esempio.

A chi fatica negli uffici stampa, agli invisibili social media manager, ai grafici web che ogni giorno bisticciano con la press area, è dedicato questo mio reportage sulla professione, apparso sul numero 3 / 2019 della rivista Hystrio, all’interno del dossier sull’operatore teatrale.

social paura

C’era una volta Lucherini. E c’erano le lucherinate, che altro non erano se non gran belle trovate per mettere un po’ di pepe sui giornali. Colpi di genio che oggi prenderebbero il nome di strategie di comunicazione.

L’ufficio stampa all’italiana nasce proprio con Enrico Lucherini, il press-agent che nel nostro Paese ha inventato un mestiere, facendo anche la fortuna di parecchie star. 

Anni Cinquanta, il giovane Lucherini si diploma all’Accademia a Roma: non gli sarebbe dispiaciuto fare l’attore. Lo dissuade però Sofia Loren: “Tu devi promuovere i film, mica interpretarli”. Alle dive non si può dire di no. Così, su due piedi, lui si trasforma in addetto stampa e mette frutto ogni malizia comunicativa.

Il press-agent e le lucherinate

Ci sono lucherinate che restano ancora nella storia dello spettacolo italiano. La parrucca di Sandra Milo che prende fuoco e Roberto Rossellini che gliela strappa, salvandole la vita. Il flirt tra Florinda Bolkan e Richard Burton, con Liz Taylor che sviene. I finti pompieri che salvano Mariangela Melato da un finto incendio. “Non ho mai capito se i direttori dei giornali lo sapevano che erano tutte balle, oppure se le bevevano davvero” commenterà, anni dopo, l’attrice. Ma gli articoloni uscivano.

La lucherinata più bella, secondo me, è quella che ha tra i protagonisti Luca Ronconi. Paparazzato dal principe dei fotoreporter romani, Tazio Secchiaroli, il giovane Ronconi offre come San Martino un lembo della propria giacca affinché la danzatrice turca Aiché Nanà, assoldata da Lucherini e Fellini, non si prenda un raffreddore con lo spogliarello improvvisato durante una festa in un locale del centro della capitale. Scandalo e polizia. L’orgia dell’aristocrazia romana titolano ‘a lenzuolo’ i giornali. Ma il gioco è fatto. Siamo nel 1958: si apre la Dolce vita italiana. Anche per gli uffici stampa. 

Lo spogliarello di Aiché Nanà al Rugantino (e la riprovazione delle signore presenti)

I fondatori americani

Certo, lo stile era decisamente provinciale. Molto lontano da quello che i maestri delle pubbliche relazioni avevano insegnato e messo in pratica negli Stati Uniti, mezzo secolo prima.

Edward Bernays, uno tra i più influenti uomini d’America, nipote di Freud, inventore della persuasione occulta e della propaganda (quella di Goebbels) era stato, negli anni Dieci, il press agent americano dei Ballets Russes e di Enrico Caruso. E il suo metodo, l’aveva poi applicato alla politica e all’industria. Era perfino riuscito a convincere le donne a fumare.

Un altro fondatore della professione, Ivy Lee, nel 1906 aveva inventato e dettato le regole del comunicato stampa: concisione, chiarezza, condivisione.

L’ufficio stampa all’italiana, che dal cinema sarebbe presto passato anche allo spettacolo dal vivo, applicava tecniche un po’ più domestiche, per quanto efficaci, e continuerà ad applicarle per molto tempo: quelle del gossip o l’elemosina del pezzo. Resta proverbiale il ritornello di un’influente addetta stampa italiana che ad ogni festa, pubblica o privata, abbordava chiunque fosse in grado di tenere una penna in mano, cronista di nera o scrittore di successo, avanzando la sua richiesta: “Amoreee, me lo fai un pezzettino?

press badge per ufficio stampa

Tipicamente femminile

Non c’era infatti bisogno di aver studiato public relations o marketing. Né di praticantato presso i giornali. Era un mestiere tipicamente femminile, quello dell’ufficio stampa all’italiana nel settore dello spettacolo. Disinvoltura nella conversazione, folta rubrica di contatti, sapiente uso del telefono, intensa vita sociale e una rete allargata di conoscenze facilitavano enormemente chi si dedicava a questo settore, sempre più importante via via che dalla carta stampata la comunicazione si allargava a radio e televisione. 

Il professionismo, quello vero, abitava intanto le istituzioni maggiori e i festival più importanti. E si distingueva lo stile aziendale di Dolores Radaelli al Piccolo di Milano, di Mario Natale e Gianna Volpi al Festival di Spoleto, di Adriano Donaggio alla Biennale di Venezia, solo per fare i nomi più rilevanti. Ognuno con un proprio metodo, il proprio indirizzario tenuto stretto, e rapporti personalizzati con le figure chiave (i critici, il capiservizio di cultura e spettacoli, in certi casi perfino i direttori delle testate). Mentre c’era chi inaugurava già i primi fenomeni di esternalizzazione, e si formano e crescevano le agenzie specializzate di comunicazione per lo spettacolo. Service, si diceva allora. Nel frattempo il profilo professionale si consolidava facendo dell’addetto stampa, prima che dell’artista, l’interlocutore privilegiato del giornalista. Il suo facilitatore, il suo tramite, la sua fonte.

comunicazione e ufficio stampa

E poi, il digitale 

Tutto cambierà, come se quel mondo fosse investito da un tromba d’aria, con l’avvento del digitale. Prima il computer, la videoscrittura, e la necessità, per gente abituata alla macchina per scrivere, di affrontare un primo gradino tecnologico.

Poi la posta elettronica, che manda in cantina i comodi fax e le vecchie fotocopiatrici imponendo incomprensibili regole di netiquette (il galateo della Rete, c’è ancora oggi qualcuno che lo ignora).

Infine la supremazia della Rete, che ribalta l’organigramma ‘militaresco’ e la gerarchia a piramide della carta stampata. Il mondo della comunicazione si orizzontalizza. La laurea e i tirocini in Scienze della Comunicazione diventano indispensabili. 

Con il passaggio della comunicazione al web, un mondo di regole e di abitudini da ufficio stampa si sgretola e perde le proprie sicurezze. Perché a cambiare, prima di tutto, è il giornalismo culturale. Non solo nuove testate, nuove firme, nuove scritture: anche una sostanziale perdita di autorevolezza della critica (o secondo alcuni una sua trasformazione) e una diversa agenda di notiziabilità. Più interviste e meno recensioni, più anticipazioni e meno analisi a posteriori, tante immagini, a cascata, ora che alla macchina fotografica si alternano potenti smartphone dedicati.

Infine, il colpo decisivo all’ufficio stampa: la pervasività degli strumenti social che spostano l’attenzione sulla figura del social media manager e impongono una trasformazione linguistica. Va in pensione l’Ufficio Stampa e sul biglietto da visita si trova scritto Media and Communication Department. La cartellina tipo Bristol finisce nella spazzatura, sostituita dai press-kit digitali.

cloud della comunicazione 2.0

Sacrosanti principi

In una metamorfosi così rapida, com’è stata quella del 2.0, non si perdono però i sacrosanti principi che stanno alla base di una efficace comunicazione d’azienda: il saper tagliare la notizia sulle caratteristiche di ciascun media e, perché no, di ciascuna testata o giornalista (la sartoria, il tailoring), la costruzione di un’immagine aziendale integrata, in cui scrittura (soprattutto i comunicati, che restano uno strumento imprescindibile) e immagine (soprattutto i filmati, nel loro ruolo di veicoli emozionali) consolidano lo storytelling aziendale. E soprattutto non cambiano comportamenti etici quali la trasparenza, la credibilità, l’affidabilità nel rapporto professionale.

A cambiare invece è una deontologia che nel passato separava in maniera netta il ruolo del giornalista e quello del comunicatore. Faccenda che oggi, con la diversa articolazione del lavoro intellettuale, sempre più versatile, flessibile, liquido, precario, volatile (lascio a chi legge la scelta del termine preferito) integra in una nebulosa spesso ambigua tutti i professionisti della comunicazione. Un forma di consociativismo di settore in cui riesce a volte difficile distinguere tra informazione e promozione, giornalismo e pubblicità.

Sono le stesse arti dello spettacolo dal vivo, del resto, a mettere in crisi alcune delle più solide certezze sulle quali, per secoli, quelle arti si sono fondate: la distinzione tra la professionalità attiva del performer e la percezione passiva spettatore. I contemporanei modelli partecipativi di teatro, danza, musica, e la dissoluzione – in certi casi – del diaframma tra palco e platea stanno a dimostrare che i modelli relazionali cambiano, e cambia pertanto la pratica delle professioni.

Così non stupisce non sentire più, all’inizio dello spettacolo, la solita registrazione più o meno simpatica che invita a spegnere i telefonini. Anzi, ecco farsi avanti sul palco qualcuno che in modi accattivanti strilla: “fotografate, filmate, fate pure… e mi raccomando postate subito sui vostri canali social: ci aspettiamo una marea di like, di retweet, di condivisioni“.

La morte dell’ufficio stampa sembra lì ad un passo. Ma di altro non si tratta che di una finta morte annunciata. Un’altra lucherinata, insomma.

[pubblicato nel numero 3 /2019 della rivista Hystrio, nel dossier L’operatore teatrale, a cura di Laura Bevione e Albarosa Camaldo]

Per Ida Bassignano, che con un libro ci ha lasciati

Ha scritto il libro più importante della sua vita e lo ha pubblicato. Subito dopo, ci ha lasciati. È successo ieri notte, improvvisamente. Come se fosse da sempre stabilito che alla fine del tuo lavoro, se lo hai fatto bene, è giusto riposare.

Ida Bassignano

Regista, autrice teatrale e radiofonica, scrittrice, saggista, Ida Bassignano ha attraversato con determinazione e passo sicuro il teatro italiano di tutto lo scorso cinquantennio. Non era affatto facile, negli anni ’70, nel periodo delle cantine romane, declinare al femminile la parola regista, e nemmeno la professione. Ma Bassignano aveva le idee e la tempra per farlo.

Due incontri segnano la sua carriera. Quello con Luca Ronconi, allora quarantenne, a cui fa da aiuto per Utopia, spettacolo utopico fin dal titolo, mai realizzato completamente, che lascia un segno forte a Venezia, nell’edizione 1975 delle Biennali Teatro da lui dirette. Con Ronconi, Bassignano avrà modo di lavorare anche per l’allestimento di Opera di Lucano Berio e dell’Uccellino azzurro di Maeterlinck (entrambi 1981).

copertina di L'Utopia di Luca Ronconi, by Ida Bassignano

L’altro incontro, che le assicura in pieno il titolo di regista, è quello con Piera Degli Esposti. Assieme, attrice e regista realizzano uno dei più memorabili ribaltamenti di letteratura in teatro. Molly cara (1979) è il lungo flusso di coscienza con cui James Joyce porta a termine il suo Ulisse. Svagata e originale, la voce di Degli Esposti lo consegna alla storia del teatro italiano recente. Così come la regia di Bassignano ne fa un punto fermo nel genere dei monologhi.

locandina di Molly cara, con Piera Degli Esposti, regia Ida Bassignano

L’Utopia di Ronconi, secondo Bassignano

Il suo libro più importante – L’Utopia di Luca Ronconi, pubblicato da Ianieri Editore (2019) e solo da pochi giorni in libreria, anche online su Amazon – Bassignano l’ha realizzato con cura e tra mille ostacoli. Di quell’Utopia a Venezia, negli ex cantieri navali della Giudecca, non restano che alcune fotografia. Una ripresa filmata, l’unica, sembra addirittura essersi volatilizzata. È dunque un minuzioso lavoro di memoria quello che l’autrice fa, restituendo quasi dal vivo quel tempestoso allestimento che assume, negli annali del teatro italiano, la grandezza di un kolossal demolito dagli imprevisti.

Una fantasmagorica sfilata di trentatré attori, sei automobili, un camion, una corriera e persino un piccolo aereo Piper, che doveva svolgersi su una strada di 60 metri per 10, con pubblico previsto su tribune laterali: era uno spettacolo in cammino” scrive Bassignano. “Lo spettacolo era costituito da cinque commedie di Aristofane e prodotto da festival internazionali. Non si parlava solo di utopie sociali e politiche, ma la rappresentazione stessa era una sorta di utopia con tutte le difficoltà logistiche e climatiche di un’estate particolarmente piovosa“.

Così è davvero divertente leggere i mille accidenti a cui, a Venezia, ma anche in altre capitali, lo spettacolo andò incontro. In quel clima di battaglia, Bassignano guidava pure un camion nella scena finale.

Ma accanto al lavoro di regia, oltre che con Ronconi e Degli Esposti, la sua carriera è stata anche quella di sceneggiatrice, autrice radiofonica e di romanzi (dal suo Piemonte, ha ricavato nel 2016 un titolo abbastanza autobiografico, Maria d’Berlòc). Aveva inoltre collaborato con il quotidiano l’Unità per una rubrica dal titolo ironicamente presago ora: “La cara estinta, ritrattini di fine secolo“.

Per rammentarne la tempra, ecco qui sotto, tratti dalla grande enciclopedia di Internet, due documenti che vi consiglio di guardare e di ascoltare.

Una ripresa di Molly cara e una intervista a Bassignano , ora conservata nelle Teche Rai (clicca qui per ascoltare).

Breaking news 4. Tutti gli Ubu minuto per minuto. In diretta, i vincitori 2019.

In text streaming, dalla sala del Piccolo Teatro Studio Mariangela Melato di Milano la consegna dei Premi Ubu 2019. Seguila su QuanteScene! / blog di cose che succedono nei teatri.

annuncio Premi Ubu 2019

23.50
Buona notte… e che un giorno possiate essere premiati tutti (e tutte) 😉

23.35
“I premi servono a sollevare questioni”. Francesca Morello (Riff) riprende la sua canzone Echo, e a Milano la serata si conclude dalla sala Melato del Piccolo Teatro, davanti alle scenografie dello spettacolo di Roberto Latini, Mangiafuoco.

23.28
SPETTACOLO DELL’ANNO
ex aequo:
Aminta , regia di Antonio Latella
– Un nemico del popolo, regia di Massimo Popolizio

Al videomessaggio di Popolizio, si aggiunge, attorno a Antonio Latella, tutta la compagnia di Aminta. “Loro sono l’amore mio, ognuno di loro mi ha difeso e mi ha protetto sempre: è, questo, un premio che va alle donne, quelle che hanno il coraggio di denunciare gli uomini di merda, che le distruggono”.

23.25
PREMIO DELL’ASSOCIAZIONE UBU PER FRANCO QUADRI
a Maria Grazia Gregori
Jacopo Quadri consegnerà il premio a Maria Grazia Gregori in una serata dedicata a lei nel 2020.

23.20
MIGLIORE SPETTACOLO DI DANZA DELL’ANNO
Bermudas – coreografia Michele di Stefano
“Un lavoro senza bordo, che agisce sul perimetro dello spettacolo, dissolvendolo: è un premio al dissolvimento, una danza non sull’inclusività – parola abusata – ma sulla permeabilità, parola dolce che scioglie l’identità”

23.14
MIGLIORE REGIA
Lisa Ferlazzo Natoli per When the rain stops falling
“Le mie mani di acciaio e, alla pari, la mia tenerezza non sarebbero nulla se non fossimo, tutti assieme, un reparto di regia”.

23:05
MIGLIORE ATTRICE O PERFORMER
Maria Paiato per Un nemico del popolo
“Grazie a Massimo Popolizio perché per merito suo ho soddisfatto un desiderio che penso tutte le attrici condividano: fare i maschi in teatro”. E attacca con l’inverno del nostro scontento dal Riccardo III.

22.58
MIGLIORE ATTORE O PERFORMER
Lino Musella per The night writer – Giornale notturno
“Ogni attore è in debito con altri attori, attori conosciuti e attori ignoti, bisognerebbe costruire un monumento all’attore ignoto”.

22.35
PREMIO UBU ALLA CARRIERA
Mimmo Cuticchio
“Sono uno che viaggia e che continua a essere artigiano, più che artista . Così mi ha insegnato mio padre. Drizzavo i chiodi sulla piccola incudine, passavo carta vetrata sui legni, lucidavo armature con il limone e la sabbia. Una tradizione che rischiava di finire negli anni ’50. Ho aperto allora un teatrino, mi sono costruito i pupi con le mie mani e oggi mi onoro di vedere che tutte le scuole d’Italia che vengono a Palermo, possono ancora vedere il Teatro dei Pupi”. E racconta la storia della spada che apparteneva a Peppino Celano… “Nato e cresciuto in mezzo ai paladini, quando Peppino mi disse: prendi questa spada e facci un cunto, io non ricordavo assolutamente nulla, e improvvisai. Avevo 25 anni, ero sudato dalla testa ai piedi, e lui mi regalò la sua spada, la sua spada vera”.

22.30
Una menzione speciale segnala un percorso interrotto. “40 firmatari del Premio Ubu si sono fatti portavoce del sostegno a Flavia Armenzoni, Beatrice Baruffini e Alessandra Belledi, ex direzione del Teatro delle Briciole, sfiduciate a Parma dalla Fondazione Solaris, nonostante infanzia e nuove generazioni siano state la vocazione della compagnia delle Briciole, che ha segnato la storia recente del teatro italiano”.

22.24
MIGLIORE CURATORE/CURATRICE O ORGANIZZATORE/ORGANIZZATRICE
Settimio Pisano – Scena Verticale
Sul lavoro sotterraneo dell’organizzatore: “Lara, la mia figlia piccola, mi ha detto: “Papà, lo so che sei bravo, ma per che cosa ti hanno votato?”

Francesca Morello (Riff), colonna sonora di tutta la serata racconta come lavora sul suo veicolo, la musica, e com’è partita affondando le sue radici nel grunge.

22.12
MIGLIORI COSTUMI
Gianluca Falaschi – Orgoglio e pregiudizio e When the rain stops falling
“Le costellazioni famigliari che ci portiamo dietro, e che ci capita di trasformare in vestiti, in maniera kantoriana”.

22.10
MIGLIOR PROGETTO LUCI
Gianni Staropoli per Quasi niente di Deflorian-Tagliarini
“Il mio lavoro non è solo fare le luci, è il frutto del loro lavoro, altrimenti il mio sarebbe stato niente, quasi niente”.

22.00
MIGLIOR PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI
Hubert Westkemper per Lo Psicopompo e per La classe

21.56
MIGLIOR PROGETTO SCENOGRAFICO
Stefano Tè, Dino Serra e Massimo Zanelli per Moby Dick – Teatro dei venti
“Una collettività in scena movimenta una nave-balena”.

21.53
MIGLIORE SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
The Repetition – Milo Rau
Scrive Rau in un messaggio inviato poco fa: “E’ la seconda volta che mi capita di ricevere un premio Ubu. E devo confessarlo: la seconda è ancora più bella della prima” e aggiunge una delle storielle dl signor K. di Bertolt Brecht. A tale proposito viene rammentata la recente e allarmante situazione ungherese, dove è stata istituita una commissione per il controllo governativo sull’attività dei teatri.

21.42
MIGLIOR ATTORE O PERFORMER UNDER 35
Andrea Argentieri – Se questo è Levi

21.28
MIGLIOR ATTRICE O PERFORMER UNDER 35
ex aequo
-Marina Occhionero
-Matilde Vigna.

“C’è splendore in ogni cosa, io l’ho visto” è la citazione da una poesia di Mariangela Gualtieri che Marina Occhionero aggiunge al premio.

21:13
MIGLIOR NUOVO TESTO ITALIANO O SCRITTURA DRAMMATURGICA
L’abisso – Davide Enia
A proposito del suo testo, dedicato a Lampedusa, la nostra frontiera: “Solo la grammatica della speranza ci permette di avere una visione prospettica, il mio ringraziamento va a tutti gli esseri umani che ho incontrato su quella frontiera e alla luce delle loro ferite” dice Davide Enia.
Assieme a Graziani, Enia ricorda Alessandro Leogrande, altro grande raccontatore della frontiera. “Il primo passo da compiere è ascoltare, qualcosa che non viene mai fatta”. Trauma e lager sono ancora parole chiave. “I lager esistono in Libia e sono pagati con i soldi europei”.

21.02
MIGLIORE NUOVO TESTO STRANIERO O SCRITTURA DRAMMATURGICA
When the rain stops falling – Andrew Bovell
Margherita Mauro è la traduttrice e legge la nota spedita da Bovell. “Può accadere che un pesce cada dal cielo nel 2039, quando i pesci si saranno già estinti. Abbiamo ancora il controllo dei nostri destino o oramai è troppo tardi?”

21.00
Chiara Lagani (Fanny e Alexander) sottolinea che l’applauso che arriva sempre intenso e da parte dei più giovani, al termine di Se questo è Levi rappresenta per loro l’incontro con un momento dei più tragici della nostra storia.

20.57
Simone Bruscia ricorda che il Premio Riccione nasce nel 1947, lo stesso anno di fondazione del Piccolo di Milano, con la decisione di guardare il mondo attraverso gli occhi della drammaturgia.

20.56
Angelo Savelli (Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi) si augura che autori come Sergio Blanco e Fabrice Murgia godano di maggior favore rispetto alla più nota e rappresentata drammaturgia anglosassone.

20.53
PREMI SPECIALI UBU 2019
ex aequo
– Pupi e Fresedde – Teatro di Rifredi “per l’inteso lavoro di traduzione, allestimento e produzione della nuova drammaturgia”,
Premio Riccione Teatro per “l’impegno da sempre profuso verso la promozione della cultura teatrale contemporaneo sviluppato sul piano della drammaturgia.
Il più votato tra i Premi speciali è :
Se questo è Levi di Fanny e Alexander per la complessa progettualità che indaga la personalità e l’eredità dello scrittore.

20.40
“Il Premio Ubu è uno sguardo collettivo sul teatro della contemporaneità” dice Graziano Graziani. In rappresentanza del comitato per il Premio Ubu, Lorenzo Donati illustra l’Ubu Database, implementato quest’anno: una fotografia di tutto ciò che è stato prodotto in questa stagione in Italia: “è la grande varietà e la polifonia della nostra scena, un sano politeismo che tiene insieme le diverse fedi del teatro”. La maggioranza degli spettacoli inseriti nel database ha un video.
Collaborano alla consegna dei premi Roberta Ricciardi e Giacomo Toccacieli, allievi della Scuola del Piccolo.

20.34
Ora siamo in diretta. Abbiamo sentito Echo suonata dal vivo di Francesca Morello (Riff). Un saluto dal palco a Federica Fracassi, conduttrice della scorsa edizione.

20:30
Graziano Graziani annuncia il collegamento imminente con Rai RadioTre Suite, accanto a lui c’è Cinzia Spanò, l’altra conduttrice della serata. Sul palco del Teatro Studio Melato la musica sta per partire.

20. 20

La sala del Teatro Studio pochi minuti prima dell’inizio della serata

20.00
Sono le 20.00 di lunedì 16 dicembre. Tra mezzora inizierà qui, nella sala del Piccolo Teatro Studio Mariangela Melato di Milano, la consegna dei Premi Ubu 2019.

La premiazione giunge alla fine di una doppia selezione di candidature che ha visto formate, inizialmente, le tre nomination per ogni singola categoria di premio: migliore spettacolo, migliore regia, migliori interpreti, e così via…

Le terne sono state annunciate, lo scorso 30 novembre in una puntata della trasmissione radiofonica Piazza Verdi su RadioTre e sono riportate in un precedente post di QuanteScene!

La serata viene anche trasmessa in diretta radiofonica su Rai RadioTre Suite.

Breaking news 3. I Premi Giovani realtà del teatro a Udine

In un dicembre in cui si susseguono premi e riconoscimenti teatrali (vedi un post precedente), si è svolta oggi a Udine, all’Accademia “Nico Pepe“, la dodicesima edizione del Premio “Giovani realtà del teatro”.

La maratona di teatro riservata ai progetto under 35, è iniziata in mattinata e si è conclusa alle 20.30, momento in cui le diverse giurie previste dal regolamento hanno assegnato premi e riconoscimenti ai 23 progetti finalisti.

• La Giura Artistica ha scelto come vincitori ex aequo i progetti:

  • DALL’ALTRA PARTE/ 2+2=? (Campania – Compagnia Putéca Celidònia; regista: Emanuele D’Errico; aiuto regia: Marialuisa Diletta Bosso; attori: Emanuele D’Errico, Dario Rea, Francesco Roccasecca)
  • LA PRINCIPESSA AZZURRA (Svizzera – regista e attrice Saskia Simonet, attori Martin Durmann, Simion Thoni e Simone Fiore).

La principessa azzurra. Ph. Alice BL Durigatto / Phocus Agency

• Al progetto PRESENTE! (Emilia Romagna – regia collettiva della compagnia “Chièdiscena”; attori: Davide Albanese, Camilla Bertinato, Diego Delfino, Marcella Faraci, Giorgia Forno, Carlo Golinelli, Giuspeppe Monastra, Michele Onori, Marina Scordino) è stato assegnato il premio della Giura Giornalisti, intitolato quest’anno all’attore a Omero Antonutti, recentemente scomparso.

• Per la categoria Monologhi il vincitore è EDIP* (Lazio – regista e attore: Michele Ragno; autrice Maria Luisa Maricchiolo) .

• La Giuria Docenti della Nico Pepe ha votato per BIANCA STELLA / BALLATA PER PICCOLE COSE (Lombardia/Liguria – regia: Giulia Lombezzi; attrici: Michela Caria, Marzia Gallo).

• Vincitore votato dagli Allievi della Nico Pepe è il monologo LA MOGLIE PERFETTA (Lazio – drammaturgia e attrice: Giulia Trippetta ) che ha ricevuto anche una Menzione speciale.

• Il Direttore dell’Accademia “Nico Pepe”, Claudio de Maglio, ha assegnato un premio speciale al progetto SETE (Lazio – regia: Lorenzo Parrotto; Attore Giorgio Sales; drammaturgo Walter Prete) che ha vinto anche la Residenza artistica della regione Lazio Periferie Artistiche;

• È stata inoltre assegnata una menzione speciale a PORCELLINA, testo del drammaturgo ivoriano Koffi Kwahulé, presentato dalla Compagnia Rusalka Teatro – (Lombardia ; regia : Enrico Lofoco, attori: Caterina Luciani, Emanuele Turett ).
Mentre da parte del pubblico in sala è stata nuovamente votata LA PRINCIPESSA AZZURRA.

Breaking news 2. I premi Tuttoteatro.com

In diretta, un attimo dopo l’annuncio di questa sera, dal Teatro India di Roma, ecco l’esito della tredicesima edizione del Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche “Dante Cappelletti”.

la locandina 2019 del Premio Tuttoteatro.com

La giuria, composta da Roberto Canziani, Gianfranco Capitta, Rodolfo di Giammarco, Chiara Mignemi, Attilio Scarpellini e Mariateresa Surianello, ha scelto a maggioranza e per la prima volta nella storia del Premio, di assegnare un ex-aequo.

Risultano pertanto vincitori della edizione 2019 di Tuttoteatro.com.
la compagnia Sesti – Maiotti per Luca 4, 24 
la compagnia Beat Teatro per La Vacca 

Queste le motivazioni con cui vengono premiati i due studi.

LUCA 4, 24
“Tre lingue del teatro si incontrano per raccontare un accadere del mondo: quella della parola, quella della musica, quella del corpo. Divergono – seguendo ciascuna il proprio percorso d’arte – ma insieme ricostruiscono una storia dell’Italia di oggi. Le parole di Luca evangelista – il passo in cui la sacra scrittura testimonia che nessuno è profeta in patria, conducono lo spettatore alla condizione dei testimoni di giustizia, ganglio oscuro della nostra convivenza civile”.

LA VACCA
“Il desiderio, che muove notoriamente il sole e le altre stelle, muove anche il disegno di una periferia urbana in cui la scoperta delle pulsioni in due corpi ragazzini incontra e si confonde con l’atavica sottomissione delle bestie all’uomo. La vacca, etichetta che riduce a oggetto sessuale la nobile femmina bovina, rivela una convergenza di trame che non racconta, ma a cui allude. Emarginazione omologazione, biologia e turbamento di cuore”.

Il Premio Nicolini

Assieme al Premio Tuttoteatro.com, la giuria ha assegnato anche il Premio “Renato Nicolini”, che va a personalità “che si siano distinte nella progettazione, nella cura e nel sostegno delle attività culturali e artistiche, esprimendo col loro operare un rinnovamento delle dinamiche relazionali e della stessa politica culturale”.

MIMMO BORRELLI E EFESTOVAL
La sesta edizione del “Nicolini” premia Mimmo Borrelli e il suo Efestoval, “un festival povero forse di danari, quanto ricco di suggestioni e emozioni, che dei Campi Flegrei, quella terra ribollente di bullicame e sofferenza, fa un punto forte di rinascita e battaglia, per tutti”.