Se un ventaglio può dire: ti odio. Il fascino discreto di ciò che è superfluo, e indispensabile

A Gorizia, nella aristocratica residenza dei conti Coronini Cronberg, un racconto di Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne, diventa spettacolo. Una nuova interpretazione di Marcela Serli per il Cta – Centro Teatro Animazione e Figure.

Ci sono oggetti, a prima vista superflui, che si rivelano poi indispensabili. Il bastone da passeggio, il fazzoletto ricamato, la tabacchiera. Anche il ventaglio: protagonista del racconto e dello spettacolo che accompagneranno nei prossimi giorni la mostra in corso a Palazzo Coronini Cronberg a Gorizia, e intitolata appunto L’indispensabile superfluo.

Gli accessori di moda di una famiglia

In teche e vetrine che espongono accessori di moda appartenuti all’aristocratica famiglia goriziana, fanno bella mostra di sé anche guanti, scialli, pizzi. Ma è sui ventagli, alcuni frivoli, alcuni preziosi, che lo spettacolo prodotto da Cta-Gorizia con la regia di Roberto Piaggio sposta l’attenzione: da questa sera fino a venerdì 24 maggio.

Quanto sia indispensabile, nelle giornate più calde, sventolarsi un po’ lo sanno tutti. Invece mica tutti sanno che un ventaglio si può trasformare in un’arma. Lo lascia capire, nelle pagine dell’avvincente racconto intitolato Il destino in un ventaglio, lo scrittore ottocentesco A. M. Barnard. Un’altra cosa che pochi sanno è che questo era lo pseudonimo maschile dietro il quale si nascondeva nientemeno che Louisa May Alcott, l’autrice di Piccole donne.

locandina Piccole Donne con Liz Taylor

A differenza dell’indimenticabile bestseller, che ha accompagnato l’adolescenza di molte lettrici ed è stato trasformato in almeno quattro film, i racconti della Alcott sono di ben diverso stile. Assillata da problemi economici, Louisa doveva campare scrivendo soprattutto per riviste e giornali e adattarsi alle aspettative dei lettori. Che esigevano vicende sensazionali, melodrammatiche, colpi di scena e trame avvincenti. Condite magari con il mistero e il delitto. Insomma, racconti d’appendice.

Il destino in un ventaglio è tra questi. Mentre lo impugna risoluta, nel salone al pianoterra di palazzo Coronini, l’attrice Marcela Serli ne illustra al pubblico i pericoli e i segreti. Accessorio di moda, ma soprattutto strumento di seduzione, il ventaglio aveva un preciso codice, un linguaggio d’amore. Passato sulla guancia, lasciava intendere: “ti amo”. Appoggiato sulle labbra: “mi puoi baciare”. Fatto sventolare lentamente: “ahimè, sono sposata…”. Ma attenzione, se disegnava sulla mano immaginarie linee, non c’era speranza. Perché significava: “ti odio”.

Il ventaglio decide un destino

È con la tecnica degli antichi teatrini di carta e delle loro figurine, che Serli comincia quindi a animare la storia. Una giovane donna, un padre padrone, due giovanotti esperti nel gioco delle carte. E tra di loro il misterioso ventaglio, utilizzato proprio come un’arma che – dice il titolo – deciderà un destino.

Marcela Serli - Il destino di un ventaglio
Marcela Serli a palazzo Coronini Cronberg

Meglio non svelare altri particolari. E lasciare allo spettatore il gusto della scoperta di figurine d’epoca, e la soluzione di un giallo che la Alcott e la sua attrice conducono abilmente in porto tra gioco d’azzardo e sacrificio.

Occasioni per una passeggiata nel bel parco goriziano, in viale XX settembre, le repliche di Il destino in un ventaglio sono previste fino a venerdì 24, ore 20.30.

ventaglio di struzzo
Un prezioso ventaglio di struzzo, esposto nella mostra L’indispensabile superfluo

[pubblicato sull’edizione 20 maggio 2019 del quotidiano IL PICCOLO]

Stasera porto una sedia a teatro. È il mio regalo per il compleanno di Erik Satie

Musica d’arredamento da oggi sabato 11 e fino a venerdì 17 maggio, giorno del compleanno del compositore francese. Eccentriche e affettuose, ecco le serate di SatieRose, al Teatro Miela di Trieste

In un soleggiato giorno di maggio del 1992, John Cage buonanima (ma allora ancora in vita) spedì un fax al Teatro Miela di Trieste.

Si complimentava, quel genio, per un’iniziativa con cui al Miela si sarebbe festeggiato, il 17 maggio, il compleanno di Erik Satie. Un evento che nel corso degli anni successivi – quasi trenta – si trasformerà in vera e propria SatieMania.

Ideata da Rosella Pisciotta e Cesare Piccotti (estroversi e affettuosi, avevano scelto il compositore francese, loro beniamino) la SatieMania di Trieste non ha mai perso un colpo.

Così nacque la SatieMania

Purtroppo John Cage non arrivò a Trieste (e scomparirà nell’agosto di quell’anno). Ma altri eccellenti nomi della musica internazionale hanno poi scelto di partecipare, entusiasti, alle annuali celebrazioni. Che sono via via diventate un eccentrico festival: Steve Lacy, Uri Caine, René Aubry, Wim Mertens, Giancarlo Cardini… Tutta gente che nel proprio dna nasconde una sequenza di geni sicuramente appartenuti al compositore delle Gymnopédies. Sequenza responsabile appunto della Satiemania e capace di contagiare anche i tanti pianisti coinvolti nelle maratone di 24 ore e 840 ripetizioni di Vexations.

Rosella è scomparsa quasi da due anni e per ricordarla il festival ha cambiato titolo: SatieRose. “Ma qui al Miela siamo tutti dell’idea che festeggiare, nel suo nome, una personalità come Erik Satie resti una buona occasione per far incontrare la qualità dell’offerta musicale, il piacere della condivisione e, perché no, anche il guizzo della provocazione” spiega Eleonora Cedaro, che ha curato il programma 2019, incrociando l’eredità creativa di Rosella con solida competenza e giovane passione.

Proprio da Cedaro nasce l’idea di svuotare completamente la sala del teatro per collocarvi al centro, monumentale, il pianoforte. Attorno al quale, come costellazioni, andranno collocati i dispositivi di seduta che ciascuno spettatore dovrà portarsi da casa: il proprio regalo all’arte liberatoria di Satie. Sedie, sedili, sgabelli, cuscini, poltrone, sofà, ottomane: le più disparate “sedute per musica d’arredamento“.

La musica d’arredamento secondo Erik Satie

Satie definiva infatti la sua tarda produzione – quella degli anni in cui divampava la prima guerra – musica d’arredamento. E divertendosi forse ancora di più: musica tappezzeria. Da questa idea è partita la “chiamata” che Cedaro ha rivolto a una decina di artisti del pianoforte. I quali con identico spirito ludico, andranno a comporre fino a venerdì 17 (e certamente per scaramanzia) il programma della manifestazione.

Il programma

Così la prima serata, oggi, vedrà un talento del pianoforte italiano, Agnese Toniutti, cimentarsi sì con le musiche di Satie, Glass, Shiomi, ma anche con una personale lettura dello spartito grafico del compositore e artista di Fluxus, Dick Higgins, e con la prima assoluta di un pezzo di Philip Corner: A really lovely piece made for e by Agnese (2019).

Attorno al pianoforte, dalle pareti del Teatro Miela, occhieggeranno intanto le partiture grafiche, i manifesti, le fotografie, i libretti di sala che il collezionismo raffinato di Cristina Burelli e Sara Candotti ha saputo mettere insieme come omaggio a Fluxus, la corrente artistica che in Satie aveva visto certo un precursore.

Preludio per un canarino, su musica e parole di Silvio Mix (1900-1927)

Ognuno degli appuntamenti di SatieRose, ha comunque una ragione speciale d’attenzione. La riscoperta che due veterani satie-maniaci, Aleksander Rojc e Stefano Dongetti, hanno fatto dell’opera di Silvio Mix, compositore futurista nato nel 1900 (Preludio per un canarino, martedì 14) Oppure le due suite colorate di blu, come i suoi abiti, i video, i tratti del volto, che Alessandra Celletti, presenterà domenica 12: Cellettiblue.

Alessandra Celletti in Cellettiblue

Nella stessa serata, anche la performance (o “informance”, come la chiama lui) che il regista sloveno Dragan Zivadinov, pensa di dedicare a Edvard Zajec, artista di una Trieste un tempo innovativa e pioniere, già negli anni Sessanta, della grafica computerizzata.

Gli studenti del Conservatorio Tartini (Jeunes pour Satie, mercoledì 15), il quartetto jazz di Gianni Bertoncini (Il meccanismo demolito, giovedì 16) e la presentazione del volume Silenzio di John Cage (a cura di Veniero Rizzardi, venerdì 17) completeranno l’offerta.

Il Meccanismo Demolito di Gianni Bertoncini

Fino all’imprevedibile concerto finale in cui Triadic Memories, che Morton Feldman aveva pensato come composizione per piano sì, ma “a fisarmonica” (variabile cioè da 65 a 120 minuti), concluderà sotto le dita di Anna D’Errico, una settimana intera di libertà percettiva.

Le sedute per musica d’arredamento, accompagnate dal proprietario/a, devono pervenire in teatro oggi, 11 maggio, tra le 9.00 e le 15.00.

[parzialmente pubblicato nell’edizione del 10 maggio 2019 del quotidiano di Trieste, IL PICCOLO]

Quattro nonni, quattro nipoti. Così Rimini Protokoll racconta sogni, speranze, illusioni a Cuba

Granma. Metales de Cuba. Per due serate in scena a Bologna, la più recente creazione del gruppo tedesco Rimini Protokoll, coproduzione di nove istituzioni internazionali, tra cui Emilia Romagna Teatro Fondazione.

Trombones en La Habana (ph. Mikko Gaestel Expander)

Mi è piaciuto subito, il titolo. Ma solo alla fine ho capito perché. Perché in tre parole riassume ed esaurisce uno spettacolo e un progetto, i più recenti tra quelli di Rimini Protokoll. Granma. Metales de Cuba è la creazione che nel corso di tre anni ha portato Stefan Kaegi e il suo gruppo di lavoro a Cuba.

Granma è il nome del piroscafo con il quale, nel 1956, partiti dal Messico, Fidel Castro e un’ottantina di esuli cubani raggiunsero una spiaggia dell’isola. E da là diedero il via a una tra le più longeve rivoluzioni del secolo passato.

Lo sbarco dei rivoluzionari cubani sulla spiaggia di Las Coloradas, 2 dicembre 1956

Ma Granma, in quell’inglese che anche a Cuba si mastica volentieri, vuol anche dire grandmother, nonna. E di nonne e nonni cubani parla lo spettacolo che nel titolo contiene ancora un’altra cosa: los metales, cioè gli ottoni: quattro sontuosi tromboni.

Nonni e nipoti

Milagro, Daniel, Christian e Diana sono quattro giovani cubani, tra i 24 e i 34 anni. Ciascuno di loro ha avuto un nonno o una nonna che ha dato il proprio sostegno alla rivoluzione castrista. Chi nei modi più semplici e quotidiani, cucendo vestiti, o suonando in un’orchestra. Chi investito di un ruolo politico e ufficiale. Quattro nipoti, perciò, raccontano quattro nonni. Ne ripercorrono la storia e gli ideali. Li confrontano con la propria storia e i propri ideali. Sempre che esistano ancora, gli ideali.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Sulla sinistra, in palcoscenico, un podio. Come quello dei discorsi ufficiali, pronunciati al microfono davanti a migliaia di persone. Ce ne sono infinti, trascritti negli annali della storia di Cuba. A destra, una macchina da cucire, di quelle di un tempo, a pedale. A turno i quattro nipoti si danno da fare e cuciono il lungo nastro di stoffa che dal 1956, l’anno che diede il via alla Rivoluzione, si estende fino al nostro decennio, nel quale, la rivoluzione a Cuba, è sopratutto quella turistica.

Su tre schermi, si srotolano intanto fotografie e filmati, grazie ai quali conoscere i quattro vecchi e al tempo stesso la storia e la rivoluzione di Cuba viste con gli occhi di chi le ha fatte, credendoci fino in fondo. Quello sguardo che Carlo Ginzburg e gli storici francesi ci hanno insegnato a definire microstoria, piena di indizi oltre che di documenti ufficiali.

Granma (ph. Ute Langkafel)

Le microbigradas

Grazie a Diana, che aveva il nonno musicista, i quattro hanno formato una microbrigada, formula che per cinque decenni è stata il modello di lavoro cooperativo a Cuba. Sotto la guida di un professionista, chi non è affatto esperto comincia, esegue e porta a termine un lavoro. Grazie alle microbrigadas, a L’Avana si sono costruite case, palazzi, strade. Si sono portate quasi ovunque acqua ed elettricità. Si sono avviate aziende e ospedali. Loro, i quattro nipoti, una microbrigada, hanno imparato a suonare uno strumento: il trombone.

E della musica di questi ottoni, los metales, e di canzoni, si riempie via via lo spettacolo. Oltre che di frequenti lanci di baseball, il più diffuso sport cubano. In cui si impegnano però gli spettatori, che tirano in palcoscenico palle fatte di stracci, come quelle con cui si sono divertite generazioni di ragazzini sull’isola. E la mazza è una bottiglia di plastica.

Granma (ph. Dorotea Tuch)

Gli esperti del quotidiano

Con Granma, Kaegi e il suo team tornano a quel prototipo di lavoro teatrale che ha fatto conoscere Rimini Protokoll, e li ha fatti diventare campioni di un teatro post-drammatico. Il portare in scena non interpreti, ma Experten des Alltags, esperti del quotidiano. Persone che possano restituire al pubblico la propria esperienza in un particolare campo, settore, nicchia del mondo, nella quale è stato pensato il progetto.

Meno clamoroso di Shooting Boubaki (2002, cinque tredicenni con la pistola in mano), meno estremo di Nachlass (2016, dove lo spettatore si confrontava direttamente con l’avvicinarsi della morte), Grandma mette però in primo piano e delicatamente ritraccia il solco che c’è tra l’utopia e la vita. Tra l’ideale e la pratica, tra la speranza e la sua realizzazione: l’immaginario ideale democratico che l’Europa progressista riconobbe nella rivoluzione cubana: una delle più iconiche del ‘900, con i suoi eroi mediatici (Fidel e “Che” Guevara), ma soprattutto con i suoi working class heroes.

Cioè sarte, suonatori di trombone, donne e uomini che presero in mano le armi, tagliarono la canna da zucchero, soffrirono, si sacrificarono. Motivati e fiduciosi. Sognatori. Forse non con lo stesso sogno che porta oggi, sul bellissimo lungomare di L’Avana – il Malecón, spazzato dalle onde – le orde del turismo globale. Meglio o peggio di ieri, chissà, sembra sottolineare lo struggimento dell’ultimo filmato di Granma.

Il filmato di una storia scritta nei libri, tanti, ma riscritta da questi nipoti. Perché le leggi dell’ereditarietà insegnano che è tra la loro generazione e quella dei nonni – non quella dei genitori – che si stabiliscono le affinità più forti.

Se vuoi vedere com’è stato costruito Granma, metales de Cuba, vai qui.

Granma Rimini Protokoll 2.jpg
Granma (ph. Dorotea Tuch)

Granma. Metales de Cuba
un progetto di Rimini Protokoll, concept e regia Stefan Kaegi, drammaturgia Yohayna Hernández e Ricardo Sarmiento
con Milagro Álvarez Leliebre, Daniel Cruces-Pérez, Christian Paneque Moreda, Diana Sainz Mena
ricerca a Cuba Residencia Documenta Sur, coordinata da Laboratorio Escénico de Experimentación
produzione Rimini Apparat e Maxim Gorki Theater Berlin, in coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival d’Avignon, Festival TransAmériques, Kaserne Basel, Onassis Cultural Centre-Athens, Théatre Vidy-Lausanne, LuganoInscena-Lac, Zürcher Theaterspektakel, con il contributo di German Federal Cultural Foundation, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Senate Department for Culture and Europe in collaborazione con Goethe Institut Havanna.

Spettacolo in lingua spagnola sopratitolato in italiano (135 minuti)

Non sono esperto in matematica: ma 12k mi pare un buon risultato

La fotografia di Marcello Norberth per la prima scena di La vita è sogno di Calderon – Ronconi

Due anni fa, aprile 2017, pubblicavo il primo post di questo blog di cose di teatro. Da allora a adesso, in 24 mesi esatti, QuanteScene! è stato letto da 12k utenti singoli: più di 12mila persone diverse. Questo dice il contatore. Che ha misurato anche il tempo medio di lettura per ciascun articolo: 3 minuti e 10 secondi.

Francamente, non so come prendere questi numeri. Non ho un metro di paragone con altre pubblicazioni. In Rete chi scrive di teatro, utilizza i formati più disparati. Dalla rivista online, colta, impegnata e perciò piena di articoli impegnativi, ai blog d’autore, ai tweet istantanei e spiritosi che durano un trillo di telefono.

Qualcuno pubblica parecchie volte al giorno, compulsivamente. Qualcun altro lo fa una volta ogni tanto: per pigrizia di scrittura, come me per esempio. O piuttosto perché certe cose hanno bisogno del loro tempo. Ogni testata è diversa. Ogni testa hai i propri estimatori.

Così com’è, nudo e crudo, 12k dice poco. Almeno a chi non è esperto di matematiche e metriche della Rete. Io non lo sono: però me ne rallegro lo stesso.

Buoni 12k a tutti e grazie a ciascun lettore di questo blog.

Di nuovo vergini. Come non li avete mai visti prima. La fotografia aumentata di Klimbim

Sbalorditivi ritratti, ottenuti da fotografie di un’altra epoca. Ma sembrano scatti di oggi e ridanno vita a uomini e donne straordinari. Provate a scorrere questa galleria.

No, non è Gerard Depardieu giovane, prima di toccare i 120 chili. Non ci credevo, eppure alla fine mi sono convinto anch’io. È Vladimir Majakovskij.

Un’occhiata di sbieco, la sua, che vale più di cento versi. Lo sapeva bene la sua musa poetica, Lilja Brik.

E si può anche capire perché il marito di Lilja, Osip Brik, appena saputo che la moglie era finita letto con Vladi, avesse pronunciato la sconsolata frase: “è un uomo a cui non si può negare nulla”.

Dopo Majakovskij, le foto di due signori più anziani, più inoffensivi. Che tanto anziani poi non sono. Perlomeno: non lo erano al momento dello scatto. Attorno al 1860 Fëdor Dostoevskij (a sinistra) aveva solo 40 anni. La barba lasciata andare, i capelli radi gli regalano qualche lustro di più. Impressionano i dettagli del ritratto di destra: Lev Tolstoj. Nel 1880, quando venne scattata questa fotografia, aveva poco più di 50 anni.

La fotografia aumentata

Eppure – sarete d’accordo con me – sembrano scatti di ieri. Il colore, la definizione, la qualità complessiva, fanno pensare a immagini recenti. Sembrano selfie appena fatti, al massimo ieri: una antica realtà aumentata.

Sergej Esenin e Isadora Duncan

Guardate questi due. Il giovanotto ha 26 anni e si chiama Sergej Aleksandrovič Esenin, poeta prodigio. La signora ne ha 53 e si chiama Isadora Duncan, pioniera della danza moderna. “Si sposarono il 2 maggio 1922, nonostante il fatto che la Duncan conoscesse solo una dozzina di parole in russo, mentre Esenin non parlava nessuna lingua straniera” avverte Wikipedia. Trascura però un altro fatto: che oltre a un “amore a prima vista”, fu anche un’abile operazione di marketing, visto che entrambi esibivano stili di vita anticonvenzionali. Che oggi si definirebbero LGBT+.

Il passatempo di Olga

A compiere queste meticolose ricostruzioni visive, e a ridare la vita a personaggi vissuti cento o più anni fa, è Olga Shirnina, che di mestiere fa la traduttrice, in Russia. Per passatempo, la signora Olga mette quotidianamente mano a Photoshop e, dopo aver lavorato di fino, decine e decine di layer sovrapposti, riconsegna al presente i personaggi di una storia che è la sua Storia.

Dalla famiglia imperiale Romanov al temibile Grigorij Rasputin. Da Lenin a Stalin a Krushov. E ancora scrittori, danzatori e danzatrici: la Russia ne è stata prodiga. Ma anche soldati, contadini, uomini e donne qualsiasi.

Questo è sempre Majakovskij. La giustapposizione spiega bene le difficoltà, non solo tecniche, che si incontrano nel voler immaginare ciò che la tecnologia fotografica dell’epoca ignorava: il colore. Cioè la vita. Di che colore erano le cravatte preferite da Majakovskij? E soprattutto, di che colore gli occhi, così penetranti.

Klimbim, colorista

Per evitare interferenze con il proprio mestiere di traduttrice, e o forse perché le piace giocare, la signora Olga non firma i ritocchi con il proprio nome.

Preferisce firmare “Colors by Klimbim“. Ed è con questo alias che potete trovare in rete molte delle sue rielaborazioni. Colorized by Klimbim.

Ad avermi colpito è una specie di Augmented Reality che percepisco, ad esempio, quando Klimbim si impegna su Anton Cechov. Il colore ne fa davvero un nostro contemporaneo. Augmented Anton.



Sembra davvero un selfie scattato poche ore fa. Struggente Anton. Ricordate che non vivrà a lungo. La sua ultima fotografia è stata scattata nell’anno in cui va in scena Il giardino dei ciliegi, il 17 gennaio 1904. E lui ha 43 anni. Morirà il 15 luglio: una coppa di champagne, il suo ultimo desiderio.

Nei suoi album, la signora Olga ha raccolto centinaia e centinaia di foto. Ogni volta mi incanto a guardarle e le scruto con curiosità morbosa. Forse perché mi tornano in mente le riflessioni che Roland Barthes faceva in un suo libro di anni, anzi decenni fa, che reputo una bibbia: La camera chiara.

Per non privarvi del piacere della scoperta, vi linko infine l’indirizzo del blog dove Klimbim pubblica una copiosa selezione delle proprie foto. E aggiungo solo un’altra immagine, lasciando a voi immaginare la didascalia. Una foto di quelle che ieri, ma anche oggi grazie a Klimbim, fanno storia.

 

La vita complicata. Come la racconta Will Eno, scrittore di teatro

Chi si trovasse mercoledì 27 a Roma, sappia che può incontrare un drammaturgo americano che si è fatto un nome.

Will Eno
Will Eno

Scatta qualcosa nella memoria se scrivo Will e aggiungo Eno? No, eh? In Italia, il nome del drammaturgo statunitense Will Eno non pare susciti particolari reazioni. Nemmeno in voi, che siete tra i pochi che leggono le cose di teatro.

È lo spirito dei tempi: che non sono più quelli di Arthur Miller e Tennessee Williams. Ma nemmeno di David Mamet. Le cose sono cambiate da quando i copioni made in USA entravano subito in circolazione tra chi si occupava di teatro in Italia e, un anno sì e un anno no, si faceva qualche bella scoperta.

Tre monologhi per il nostro tempo

Un decennio fa Will Eno era stata una bella scoperta. Nel 2010, un suo testo veniva tradotto in italiano e, intorno, scaturiva un piccolo caso. Anche perché a interpretare il monologo Thom Pain (basato sul niente) sarebbe stato Elio Germano. Che non era ancora il Germano che sappiamo. Ma un suo sfizio se l’era già tolto, quando sul palco della Croisette a Cannes, proprio in quell’anno, premiato come miglior interprete maschile (ex aequo con Javier Bardem) aveva pronunciato il famoso discorsetto: “Dedico questo premio – aveva detto – all’Italia e agli Italiani, che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente“.

Eravamo, all’epoca, agli sgoccioli dell’ultimo governo Berlusconi. Non che da allora le cose siano cambiate. Anzi.

Elio Germano in Thom Pain
Elio Germano in Thom Pain

Comunque Thom Pain (che Germano interpretava con quel nervosismo che non riesci a capire mai se è suo o del personaggio) era un monologo proprio bello. Non dico “uno dei più belli che io abbia mai sentito”, come aveva scritto una tipa sul Guardian, ma stavamo da quelle parti. Con la regia dello stesso Germano e Silvio Peroni, lo aveva prodotto Bam Teatro, che poche stagioni dopo avrebbe ritentato la fortuna sulla ruota americana. Toccava a Lady Grey (con le luci che si abbassano sempre di più) : un altro monologo di Eno, ma al femminile. Per come me lo ricordo, nel restituirlo al pubblico Isabella Ragonese era parecchio selvaggia, e magnetica, oltre che bella.

Isabella Ragonese in Lady Grey
Isabella Ragonese in Lady Grey

Chi legge cose di teatro sa, forse, che anche il terzo spicchio della trilogia di monologhi composta da Eno in questi dieci anni, è arrivato da poco in Italia. Da alcune settimane è in tournée Proprietà e atto, diretto da Leonardo Lidi e interpretato da Francesco Mandelli, ancora una produzione Bam.

Mi sto impegnando, prima o poi, per vederlo. E ce la farò anche se, dice proprio Eno: “La vita oggi è infinitamente complicata, e non solo: a viverla è anche gente infinitamente complicata“.

Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto
Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto

Da una sponda all’altra

Chi veramente si impegna, e da un bel po’ di tempo, per riattivare la circolazione di testi americani in Italia è Valeria Orani. Imprenditrice intraprendente che dal Belpaese è immigrata in USA (sottolineo immigrata, parola che pertiene allo spirito di questi tempi). E oggi, con la sua factory newyorchese, che si chiama Umanism, e con il centro di produzione e distribuzione 369gradi di Roma, assicura la movimentazione Italia-USA. Non container, ma testi teatrali, drammaturgia, storie scritte per la scena, che lei fa liberamente circolare tra le due sponde dell’Atlantico.

Di più: l’impegno di Orani, assieme a quello di Frank Hentschker, direttore del Martin E. Segal Theatre Center di NY, si è concentrato in questi ultimi mesi nel far sì che da sponda a sponda navigassero non soltanto i copioni, ma anche le persone. E tra i diversi biglietti aerei che i due hanno prenotato, c’è quello che porta in questi giorni Will Eno in Italia. Un po’ perché lui vuole conoscere il Paese. Un po’ perché a noi farebbe bene sapere qualcosa di lui, leggere suoi lavori che non conosciamo, sentire come la pensa: e degli Stati Uniti e dell’Italia, e del suo Presidente e dei nostri. Pensieri che nella testa di un drammaturgo producono spesso qualcosa. Tanto più se il drammaturgo, dopo i pensieri, pubblica anche testi come Oh, l’umanità, & altre buone intenzioni.

Allora, sempre voi, che trovate interessanti le cose di teatro, sappiate che mercoledì 27 marzo, alle 18.30 nel foyer del Teatro Valle a Roma, Will Eno incontrerà il pubblico in una conversazione con Frank Hentschker, moderata da Graziano Graziani, tradotta, e accompagnata da alcune letture, nel quadro delle iniziative del progetto pluriennale Italian and American Playwrights.

Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama
Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama

Se questo viavai di teatro sopra l’Atlantico affascina pure voi, potete trovare altre informazioni seguendo il link verso questo progetto. Per me, già conoscere uno che è stato finalista al Pulitzer in Drama, è uno stimolo forte.

Dalla fermata del tram alla presidenza della Rai. Le molte vite di Paolo Grassi

Due sono le fermate d’autobus rimaste nella storia. Una è quella dove Marilyn Monroe, costretta ad aspettare, finisce con l’innamorarsi di un cowboy esperto nel maneggiare il lazo (Bus stop, 1956).

L’altra è quella di corso Buenos Aires angolo via Petrella, a Milano. È qui che in una rigida giornata dell’inverno 1936, un giovane di nemmeno diciott’anni, Paolo Grassi, si rivolge a un sedicenne in attesa del tram numero 6.

“Senta, io la vedo sempre a teatro, evidentemente è una sua passione. Tanto vale che io mi presenti, che ci conosciamo e che ci frequentiamo, visto che abbiamo in comune questo amore. Io mi chiamo Paolo Grassi“. 

Io Giorgio Strehler” risponde l’altro. Così almeno l’hanno raccontata sempre i diretti interessati.

Al di qua della mitologia

Su quell’incontro e sulle sue conseguenze, la storiografia del teatro italiano ha costruito una mitologia. Si sviluppava là, all’incrocio con via Petrella, il germe di ciò che dieci anni dopo, con la fondazione del Piccolo Teatro della Città di Milano, e ancora oggi, in Italia, si chiamerà teatro pubblico.

Ritrovo l’episodio, narrato nel libro che si intitola Paolo Grassi. Senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione, che Fabio Francione ha curato per Skira Editore (272 pp., 25 euro) e che racconta uno dei fondatori del Piccolo Teatro. Così come fa – in parallelo – la mostra con lo stesso titolo (e sempre curata da Francione, assieme alla figlia di Grassi, Francesca) che si può visitare fino al 24 marzo a Palazzo Reale, a Milano.

Il libro va letto con attenzione e la mostra visitata lentamente, da chi si occupa adesso di teatro, in Italia. Spiego perché. O perlomeno giustifico una personale opinione.

Le ricorrenze, gli anniversari, centenari o decennali che siano, mi incutono sempre diffidenza. In occasioni simili, si può fare ben poco per evitare la celebrazione, peggio: l’encomio. Ho faticato molto, quando mi sono occupato, in due anniversari, di Giorgio Strehler, per evitare la solita formula. Quella che dice quant’era bravo, quant’era talentuoso, quanto era geniale e rivoluzionario quell’uomo. Mi pareva più utile che la ricorrenza aprisse la porta a questioni, problemi, magari a dubbi.

Grassi al Piccolo

Elegante, versatile, tracotante

Occuparsi di Paolo Grassi (1919 – 1981) è diverso. Grassi è stato il lato raziocinante del Piccolo Teatro. Strehler quello sensitivo, appassionato. Di Grassi non è possibile dire quant’era geniale, talentuoso. Di lui vanno conosciute, riconosciute e ammirate la determinazione e la perseveranza. Aggiungerei, la tenacia.

“Il suo congedo alla vita fu inaspettato”, scrive Francione nel volume. “La morte lo colse all’età di sessantuno anni. Aveva vissuto tre, forse quattro vite; forse aveva ancora molto da dare […] L’eleganza innata, la versatilità oratoria al pari della tracotante difesa delle sue idee e dell’ingombrante presenza per quarant’anni sulla scena culturale italiana, ne fanno uno dei protagonisti del XX secolo”. Verissimo.

Bertolt Brecht e Paolo Grassi sul palcoscenico del Piccolo (1956)

Meno mitologici degli anni passati nella plancia del Piccolo Teatro a tracciare le rotte della più importante istituzione italiana di prosa (1947-1972), ma ugualmente significativi, sono gli anni trascorsi da Grassi come sovraintendente del Teatro alla Scala (1972-1977) e quelli che lo videro poi alla presidenza della Rai (1977-1980).

A lato di queste già complesse tre vite, e di una probabile aspirazione a una quarta, come Ministro dello Spettacolo, c’è il suo importante lavoro di diffusione della cultura teatrale realizzato attraverso i libri e i giornali. Dagli aurorali impegni di critico militante per le riviste che durante il Fascismo, e subito dopo, tennero alta la riflessione culturale in Italia, alla curatela di collane per editori come Rosa e Ballo, Einaudi (dove con Gerardo Guerrieri diresse il più importante progetto teatrale di sempre, la Collezione di Teatro), poi per Cappelli ed Electa.

Poeta dell’organizzazione

Tutto ciò si legge bene nel volume e si vede documentato nella mostra, la quale a differenza di quelle dedicate agli artisti (a Strehler, ad esempio) non può esporre pezzi che strappano l’ammirazione, né fotografie-capolavoro, o cimeli da Wunderkammer.

I documenti di un poeta dell’organizzazione, consistono invece in centinaia di lettere, scritti programmatici, manifesti e appunti, fotografie ufficiali e d’occasione: il quotidiano lavoro di chi tesse la rete su cui poi si appoggeranno gli spettacoli, gli eventi.

Grassi e la regina Elisabetta II al Covent Garden di Londra per la tournée della Scala (1976)

Dall’Archivio Storico del Piccolo Teatro, da quello della Scala, da quello a lui intitolato a Martina Franca in Puglia, e da epistolari e rassegne stampa, proviene dunque la grossa parte dei materiali esposti nella mostra. Anche se certi angoli d’atmosfera – uno per esempio con il televisore anni ’60 (funzionante, e appartenuto nientemeno che a Giovanni Testori) e due poltroncine del ’53, firmate Giò Ponti – riscaldano il contenuto documentario e rievocano un tempo.

Ugualmente, passeggiando attraverso le stanze di Palazzo Reale nelle quali la mostra si sviluppa, una domanda è tornata ad alimentare la mia diffidenza per gli anniversari.

Che cosa imparare da Grassi?

Mi chiedevo che cosa resta, oggi, del lavoro culturale di Grassi. Cosa possiamo imparare da lui? Alla domanda era stato più facile rispondere quando avevo davanti l’eredità artistica di Strehler, essendo quella modalità di regia, la regia critica, quasi completamente estinta.

Un giovane Patrice Chéreau (a sinistra), Tankred Dort e Paolo Grassi (1970)

La battaglia per una nuova cultura è qualcosa che invece non si esaurisce, rilanciata ad ogni nuovo decennio, con nuove parole d’ordine e nuove strategie. Se si scorrono quelle fotografie, quei ritagli di giornale e quelle lettere in copia su carta velina, in altre parole i quattro decenni dell’ingombrante presenza di Grassi sulla scena culturale italiana, ciò che resta costante è la ricerca e l’allargamento dell’arte (dello spettacolo, ma non solo) a un pubblico nuovo ogni volta. Il leit motiv di una vita. A cominciare dalle origini del Piccolo, quando fu lui a darsi da fare perché in sala ci fossero anche “operai […] nel loro abito blu della domenica, con le mogli col vestito bello, ancora timidamente in quella che presto avrebbero cominciato a considerare casa loro“.

Nel tempo dell’Audience Development

Arte sempre più inclusiva, si direbbe oggi, nel tempo dell’Audience Development (che vuol dire allargamento ed coinvolgimento degli spettatori). 

A voler semplificare le cose, si può dire anche che la lezione di Grassi, risulta oggi molto più longeva di quella strehleriana. Se non altro perché fu Grassi (“immodestamente, un poeta dell’organizzazione“) a dare contenuti e forme a una professione che l’Italia ancora non conosceva (altra cosa erano gli impresari) e per lui si spesero le prime etichette di manager della cultura. Così che il suo segno, a saperlo cogliere, si prolunga in un presente in cui la crisi dell’audience dello spettacolo dal vivo, richiederebbe strategie all’altezza di quelle che Grassi applicò prima al Piccolo, poi alla Scala, e infine alla Rai. Dove il varo della terza rete, quella della Cultura appunto, fu un merito suo. Mentre del segno di Strehler rimangono oggi quasi soltanto i preziosi monumenti. Alcuni peraltro in ottimo stato di conservazione, come l’Arlecchino, ma comunque “cimeli”.

Giorgio Strehler, Lorin Maazel, Paolo Grassi, Nina Vinchi (1980)

Molto più che segretaria, molto più che moglie

Non ho citato una sola volta, in queste riflessioni, il nome di Nina Vinchi. Segretaria del Piccolo come lei volle sempre definirsi. In realtà, il suo ruolo fin dalla fondazione fu molto diverso, molto più di quanto quella definizione potrebbe implicare. Di fatto, con Grassi e Strehler, fu la fondatrice. E fu l’ago della bilancia tra il pragmatismo veemente dell’uno e l’egocentrismo passionale dell’altro. Molte cose le decise lei, insieme a loro naturalmente. Il valore e il significato del matrimonio, che tardivamente la strinse a Grassi, nel 1978, andrebbero rivisti, grazie anche a questa mostra e alle sue immagini, pur centrate sul marito. Ma quello di Nina Vinchi è un profilo, e un tema, di cui si occuperà Giuseppina Carutti in un volume di prossima pubblicazione, in ottobre. E che attendo con impazienza.

Paolo Grassi – … senza un pazzo come me, immodestamente un poeta dell’organizzazione… (Centenario 1919 – 1981)
Milano, Palazzo Reale, fino al 24.3.2019
(a cura di Fabio Francione)

Le sezioni
Prologo autobiografico e album familiare
1. Costruzione di un progetto. Paolo Grassi prima di Paolo Grassi (1936-1946)
2. Al Piccolo Teatro con Giorgio, Nina e gli altri (1947-1967)
2.bis Un teatro fuori le mura. La direzione solitaria (1968-1972)
3. L’opera alla prova dei media e della comunicazione. Gli anni al Teatro alla Scala (1972-1977)
4. Un riformista alla Presidenza della Rai (1977-1980)
5. Una passione trasversale: l’editoria (1942-1981)

A Modena mi portano tante VIE. Comincia oggi il festival

Sono in treno e con me ho un biglietto per Modena. Tra quanti leggono questo blog, alcuni avranno già intuito il perché. Altri penseranno a un weekend di lambrusco. Certo non mancherà il vino. E nemmeno le tagliatelle. Ma a Modena vado soprattutto perché questa sera comincia Vie.

Vie è un festival di teatro (e anche di danza) che da molti anni rimane un punto di riferimento indispensabile per tutti coloro che – più curiosi di quanto offre il panorama italiano di teatro (e non è comunque poco) – vogliono tastare in anticipo il polso a ciò che si fa nel mondo.

Negli scorsi anni, a Modena e negli altri centri emiliani in cui Vie si svolge, mi è capitato di incontrare per la prima volta artisti e gruppi che solo più tardi avrei visto muoversi tra festival europei e stagioni di qualità. Qui ho assistito all’approdo italiano dell’argentino Claudio Tolcachir, che da allora mi ha sempre entusiasmato. A Vie ho visto il debutto in terra italiana di lavori di Angelica Liddell, Alvis Hermanis, Pascal Rambert, Alain Platel, Theodoros Terzopoulos, Krzysztof Warlikowski, Eimuntas Nekrosius. Mica poco. E per paradosso, è partita proprio da Vie la prima produzione importante di una performer delle mie parti, Marta Cuscunà, È bello vivere liberi.

Ecco perché provo un particolare affetto per i biglietti di treno con destinazione Modena.

Di nuovo, quest’anno, c’è che Vie ha cambiato periodo. Tradizionalmente collocato in autunno, da questa edizione – la 14esima – è invece più prossimo alla primavera, dura fino al 10 marzo, e raccoglie quindi un maggior numero di primizie teatrali.

Sapete perché ci vado proprio oggi? Perché da questa sera, al teatro Storchi, si parte con El bramido de Düsseldorf di Sergio Blanco.

Solo di recente ho letto alcune cose su Sergio Blanco. Prima non lo conoscevo. Ora qualcosa so. Che è uruguaiano di Montevideo. Che ha studiato e si è formato a Parigi alla Comédie Française. Che fa parte del gruppo di ricerca drammaturgica COMPLOT.

Alla ricerca di una sinagoga di Düsseldorf

E so anche qualcosa dello spettacolo che vedrò stasera. Ha a che fare con il “mostro di Düsseldorf“. Ma anche con la sceneggiatura di un film porno. E con la volontà del protagonista di convertirsi all’ebraismo. Circoncisione compresa. Un bel pasticcio, ma riassumendo: “I limiti dell’arte, la rappresentazione della sessualità, la ricerca di Dio”. Così dicono le note di regia di Blanco. Non potevo perdere l’occasione. 

El bramido de Düsseldorf

Ma non c’è solo il sudamericano Blanco che mi fa gola in questo weekend. A Bologna, all’Arena del Sole, una delle altre sedi dove si svolge Vie, sempre da stasera si può vedere all’opera un altro regista che mi sono messo da tempo a inseguire.

Nei bassifondi di Budapest

L’ungherese Kornél Mundruczó, 43 anni, è originario di un paesino che a pronunciarlo la bocca si accartoccia: Gödöllő. Mundruczó è soprattutto regista di cinema (43 premi e 30 nomination, tra le quali anche Cannes, Locarno, Chicago). A molti piacciono i suoi film (come il recente Una luna chiamata Europa) che parlano di migrazioni, diversità, discriminazioni, e spesso le ambientano nei bassifondi di una città non più aperta com’è la Budapest di oggi. Sempre da Budapest parte l’idea che il regista traduce stavolta a teatro, con il suo gruppo Proton, in Imitation of Life.

Oltre che il film di Douglas Sirk, il titolo rievoca un brutto crimine avvenuto nella capitale ungherese una decina di anni fa, episodio che il regista utilizza per rispondere alle domande chiave della sua poetica: “Siamo noi stessi a forgiare il nostro destino, oppure sono le nostre origini, i modi in cui siamo stati educati a pensare, a determinarlo?”. Un edificio fatiscente è il set di questo lavoro. Che qualcuno ha definito capolavoro. Aggiungendo: iper-realista.

Imitation of Life

Non si ferma qui il mio interesse per Vie 2019. Gia in questo weekend, è in programma un altro uruguaiano, Gabriel Calderón, con Ex – che esplodano gli attori. Debutta inoltre Menelao, testo dell’italiano Davide Carnevali reso prezioso e inquietante dalle figure e dai pupazzi del Teatrino del Giullare.

E altre attrazioni ancora promette il weekend successivo. Quando a tener banco saranno i belgi Berlin, il tedesco Falk Richter, il greco Dimitris Kourtakis, il debutto del nuovo spettacolo del gruppo italiano Kepler-452.

Bisognerà tornarci su in un altro post, che dite?

Biennale Teatro 2019, dal 22 luglio al 5 agosto. Drammaturgie

Trascrivo qui sotto il comunicato diffuso dalla Biennale di Venezia che illustra il programma del Festival del Teatro 2019, diretto da Antonio Latella e previsto la prossima estate.

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Il 47. Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella e organizzato dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto: 14 gli artisti in programma, ognuno con più titoli in una sorta di breve “biografia artistica”; 28 gli spettacoli con 23 novità, di cui 2 in prima europea e 6 in prima assoluta.

Mauser di Heiner Müller, regia Oliver Frljić


Dopo il focus sulle registe europee e l’indagine sul rapporto attore/performer, il 47. Festival Internazionale del Teatro affronta il suo terzo atto con Drammaturgie, “titolo volutamente lasciato al plurale – spiega il Direttore Antonio Latella – proprio perché crediamo che, nel ventunesimo secolo, sono tante e differenti le drammaturgie per la scena e, direi, per tutto ciò che concerne lo spettacolo dal vivo. (…) In questo terzo atto cercheremo quindi di evidenziare diversi tipi di drammaturgia e dell’essere drammaturghi, dal ruolo drammaturgico rivestito dalle direzioni artistiche al regista autore o autrice che mette in scena i propri testi; dal gemellaggio tra registi e autori che scrivono per loro e per gli attori di un ensemble all’artista-performer che traccia percorsi scrivendo per la scena; dalla scrittura propria del teatro visivo a quella del teatro che ha una matrice musicale o che è a stretto contatto con il teatro-danza. Citando per ultima, ma forse prima per importanza, la drammaturgia destinata al teatro-ragazzi, nata per creare un nuovo pubblico, crescerlo e proteggerlo dall’ovvietà, proponendo grande teatro non rivolto soltanto a un pubblico giovane o molto giovane”.

Nel segno di Heiner Müller

È nel segno di Heiner Müller che si apre il 47. Festival Internazionale del Teatro. Con il più osannato, controverso e imprescindibile degli scrittori tedeschi si misurano infatti la scrittura registica, la biografia e la storia di due nomi di punta della scena europea e dei loro ensemble: dai Balcani Oliver Frljić, autore di una graffiante e provocatoria messinscena di Mauser, e dalla Germania Sebastian Nübling, che realizza The Hamletmachine con l’Exile Ensemble.

Die Hamletmachine di Heiner Müller, regia Sebastian Nübling (ph. Ute Lanngkafel)

Il nome di Sebastian Nübling – in questo ideale gemellaggio fra registi e autori proposto dal Festival – si associa anche a quello di Sibylle Berg, autrice di culto tradotta in più di trenta lingue, per The So-Called Outside Means Nothing to Me, premiato dalla rivista Theater Heute come testo dell’anno nel 2014.

Per la prima volta in Italia arrivano alla Biennale Teatro le australiane Susie Dee – regista, attrice, direttrice di teatro – e Patricia Cornelius – una delle voci più forti della drammaturgia di lingua inglese – che da trent’anni costituiscono un inossidabile sodalizio artistico votato al teatro indipendente e militante. Coraggioso nei temi, tra degrado morale e critica sociale, tutti improntati all’oggi e spesso affidati programmaticamente a team di sole donne. Da questo retroterra nascono anche i due spettacoli presentati alla Biennale: Shit e Love.

Cerca invece il “timbro riconoscibile” di un classico del teatro come Il giardino dei ciliegi di Cechov, Alessandro Serra, artigiano della scena che della scrittura cura ogni aspetto – costumi, luci, scene, musiche – e che da più di vent’anni persegue una sua idea di teatro-laboratorio con la compagnia Teatropersona. Atteso in questa prova dopo il successo internazionale di Macbettu.

Lo stato vegetale

Tra gli autori che mettono in scena i propri testi, il Festival ospita la cilena Manuela Infante, scrittrice di primo piano della scena sudamericana ma anche direttrice del prestigioso Teatro de Chile oltre che regista, i cui spettacoli sono stati presentati in tutta Europa e negli Stati Uniti e i testi tradotti in inglese e in italiano. Della Infante si vedranno due spettacoli, due esilaranti ma profonde riflessioni – suffragate dalle più moderne correnti di pensiero – per un teatro non antropocentrico: Estado Vegetal, un one-woman-show che prende spunto dalle teorie rivoluzionarie sulla vita e l’intelligenza delle piante del filosofo Michael Marder e del neurologo Stefano Mancuso; e Realismo, ispirato alla corrente filosofica del realismo speculativo che “ricolloca” il mondo degli oggetti stravolgendo le abituali gerarchie.

Realismo di Manuela Infante (ph. Carolaine Landaeta | M100)

Già apprezzato ma meno conosciuto al grande pubblico, il regista e autore Pino Carbone alla Biennale Teatro propone ProgettoDue, che mette in rapporto due lavori distanti nel tempo ispirati al mondo della fiaba e del mito. Si tratta di BarbabluGiuditta scritto con Francesca De Nicolais e di PenelopeUlisse con Carla Broegg: due testi che operano un rovesciamento dei punti di vista nella scrittura (sono le due autrici a dare voce a Barbablu e Ulisse mentre il regista scrive le battute dei personaggi femminili) e che si strutturano drammaturgicamente sull’esempio del melodramma. Infine, Pino Carbone presenta la novità assoluta Assedio da Cyrano de Bergerac: riscrittura che trasporta l’eroe romantico ai nostri giorni, sullo sfondo dell’assedio di Sarajevo, quando la guerra irrompe nella vita con le sue devastazioni mutando per sempre i nostri destini.

Lucia Calamaro è riconosciuta autrice di un teatro fondato sulla lingua, un teatro di parola che nasce sulla scena e che richiede ai suoi attori di essere “atleti della parola” (Christian Raimo), affrontando temi universali attraverso storie personali. Alla Biennale Lucia Calamaro presenta il suo nuovo lavoro: Nostalgia di Dio.

Anche Paola Vannoni e Roberto Scappin, noti come Quotidiana.com, lavorano sul linguaggio facendo del meccanismo dialogico, quello sinteticamente indicato come Q/A, una cifra stilistica, tra folgoranti battute e siparietti surreali intinti nel curaro, o incongrui al limite dell’assurdo. A Venezia presentano segmenti della loro biografia artistica con L’anarchico non è fotogenico, Sembra ma non soffro e la novità Il racconto delle cose mai accadute.

Sembra ma non soffro – Paola Vannoni e Roberto Scappin (Quotidiana.com)

Il Festival ospita anche nomi che sono punta avanzata fra gli artisti-performer europei: il tedesco residente ad Amsterdam Julian Hetzel, formato alle arti visive e alla musica, la belga Miet Warlop, con studi nelle arti multimediali, l’ensemble di teatro musicale Club Gewalt da Rotterdam. Invitati nei contesti più diversi, sono figure poliedriche che spostano i confini delle diverse discipline mettendo in gioco le reciproche influenze e proponendo nuovi linguaggi drammaturgici dove la scrittura è per lo più scrittura scenica e non testuale.

La creazione dello spettatore

Per la prima volta in Italia, Julian Hetzel, autore di performance dal segno politico, è invitato alla Biennale con tre opere. All Inclusive è stato paragonato alla versione teatrale del film di Ruben Ostlund The Square: al centro l’estetizzazione della violenza che un cumulo di macerie provenienti dall’area del conflitto siriano rappresenta, sollevando il velo sulla linea sottile e ambigua tra sfruttamento e impegno nel processo artistico. The Automated Sniper riflette sull’oscillazione tra reale e virtuale, sulla “ludicizzazione” della violenza, quando le guerre sono combattute sempre più a distanza, attraverso i droni, per cui guardare in uno schermo equivale a uccidere. I’m Not Here Says the Void è un “poema” sull’assenza tra teatro visivo, danza, scultura, musica elettronica, un lavoro sull’immaginazione e sulla realtà come creazione dello spettatore.

All Inclusive – Julian Hetzel

Ha fatto il giro del mondo Mystery Magnet di Miet Warlop, oltre ad aver vinto il premio Stuckemarkt Theatertreffen nella sezione per nuovi modi di teatro, con la sua trama di colori, forme e figure che prendono vita in un universo allucinato e stravagante. Di Miet Warlop si vedrà anche Ghost Writer and the Broken Hand Break, performance fondata sull’ossessione per il movimento concentrico: tre performer danzano sul proprio asse come dervisci rotanti, fanno esplodere la loro potenza nascosta propagando negli spettatori un senso di libertà.

Tutti al Performance Bar

Monteverdi e David Bowie, Wagner, Skrjabin e Kaynee West, ma anche Andy Warhol e Marcel Duchamp: è l’energia esplosiva (questo significa Gewalt) del collettivo di sette performer, cantanti, musicisti, attori che offrono una vitale e anticonformista alternativa al mondo dell’opera. Alla Biennale, che li ospita per la prima volta in Italia, si vedranno Yuri, ovvero ascesa e caduta del “signore degli anelli”, il ginnasta olandese Yuri Van Gelder, e la techno-opera Club Club Gewalt 5.0 Punk, un night club folle ed eclettico con le sue esplosive esibizioni musicali e un bar che non chiude mai.

The Performance Bar di Club Gewalt

È Jens Hillje, premiato con il Leone d’oro alla carriera, a compendiare tutte le declinazioni del drammaturgo oggi. Per anni condirettore artistico della Schaubühne di Berlino che ha rivoluzionato insieme a Thomas Ostermeier e Sasha Waltz, Hilljie rappresenta il drammaturgo che non è più solamente artefice della scrittura o dell’elaborazione di testi teatrali. Oggi Hillje è condirettore artistico del Gorki Theater, che ha contribuito a rendere fulcro della nuova scena berlinese, collaborando con i più importati nomi della scena internazionale ma anche cercando sinergie fra giovani artisti, autori, registi, scoprendo nuovi talenti e creando un nuovo pubblico.

Jens Hillje e Thomas Ostermeier, quando con Sasha Waltz dirigevano la Schaubühne

Dal teatro-ragazzi viene del resto l’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento, con il quale prenderà il via il 22 luglio il Festival, che come ha anticipato da Latella, si riallaccia a una tradizione della Biennale che in passato aveva dato ampio spazio a questo settore, oggi forte di un rinnovamento linguistico che lo rende partecipe degli sviluppi della ricerca teatrale. War e The Story of the Story, di Batelaan, rappresentano lo stile visionario che questo regista e autore intreccia a una vena filosofica affrontando miti e temi di oggi.

 The story of the story – Jetse Batelaan (ph.  Kurt Van Der Elst)

Il tema Drammaturgie sarà sotto i riflettori di un simposio con alcuni esponenti delle migliori riviste internazionali di teatro; il tema sarà, inoltre, oggetto degli incontri quotidiani con gli artisti del Festival, moderati da Claudia Cannella, critica di teatro e direttrice della rivista “Hystrio”, con la traduzione simultanea di Ilaria Matilde Vigna.

Accabadora. Con Michela Murgia sulle tracce delle ultime madri

Anna Della Rosa nuova protagonista della versione teatrale di uno dei più noti romanzi della scrittrice sarda. Regia di Veronica Cruciani. 

Ci vuole grande forza per essere una buona madre. E più forza ancora – sembra dire Michela Murgia nel suo romanzo Accabadora – ci vuole per essere una seconda madre. Oppure l’ultima.

Murgia, che è originaria di Cabras, Sardegna occidentale, ha scritto Accabadora nel 2009. Accabadora è anche il titolo del film del 2015 del regista sardo Enrico Pau. Dunque è quell’isola, con le sue tradizioni e le sue credenze, a fornire alimento e immaginazione anche allo spettacolo che da Accabadora è tratto. Carlotta Corradi ne ha curato l’adattamento e il taglio drammaturgico. Veronica Cruciani è la regista teatrale. E per Anna Della Rosa, che ne è adesso protagonista (in sostituzione di Monica Piseddu cui era affidato prima il ruolo) quella di ieri alla Sala Bartoli del Rossetti di Trieste è stata la serata del debutto. In una crescente carica di emozione.

Il romanzo della scrittrice e attivista culturale Murgia disegna in controluce – e altrettanto fa lo spettacolo – una figura, se non un mito, della tradizione sarda. Accabadora è colei che pone fine a una vita. Colei che assolvendo a un compito di misericordia, dà morte a chi, non essendo più in grado di vivere, alla morte ambisce. La parola viene da acabar che nelle lingue della penisola iberica sta per finire, terminare.

Il nero non serve a mostrare il dolore : serve a coprirlo

La lunga gonna nera, ampia, uno scialle ancora più nero, il passo veloce di una donna che di notte, furtiva, entra nella stanza dell’agonia. E con un cuscino o qualche altro strumento, si incarica di sciogliere un’esistenza dalla gabbia terminale a cui è incatenata. Oggi si chiama eutanasia.

Studiosi di etnologia e antropologia si sono spesso confrontati sulla reale esistenza di queste donne sarde, femine agabbadore e ultime madri, il cui esercizio appartiene a racconti antichi, non documentabili, frutto forse di fantasia popolare, ma certo radicati nell’immaginario rituale della Sardegna.

Radici rurali che la letteratura può cogliere, com’era capitato a Grazia Deledda, l’autrice di Canne al vento e Premio Nobel 1926. E come capita ora per il romanzo della Murgia, vincitore del Campiello 2010. 

Con le sue prove d’attore, e qui d’attrice, il teatro può valorizzare ancora di più queste radici. Un’intensità, nel caso di Anna Della Rosa, di cui la memoria si nutrirà per parecchio tempo. Guidata da Veronica Cruciani, che le ha preparato uno spazio essenziale, geometrico, e fondali color pastello, il suo personaggio viene sbalzato in un controluce narrativo e visivo allo stesso tempo.

Una madre di fatto 

Ricordo due piedi nudi che, camminando, uno alla volta, spuntano dalla gonna“. Dai ricordi di un ragazzina, data in affido a una seconda madre, l’attrice punta a fare emergere le ragioni, le superstizioni, le contraddizioni di una pratica, che infine compete alle madri ultime. La vicinanza lacerante di assassinio e pietà, il groppo indistricabile di sacro e di profano: un privilegio, oramai estinto, delle culture non egemoni, subalterne, popolari. Una liturgia parallela.

Ciò che conta però, in Accabadora, non è tanto l’antropologia, ma una storia che nel finale fa convergere la forza dei sentimenti, il paesaggio delle emozioni, una leggera, insistita, e a volte sottolineata, pronuncia sarda. 

E soprattutto, il mistero di gesti impossibili da giudicare: dare la buona morte. Chi è davvero la donna che riceve e accoglie questa bambina in affido? Qual è delle due quella che veramente intuisce “le cose che si fanno e le cose che non si fanno“?

la locandina del film di Enrico Pau (2015)

Così si spiega come le donne che clandestinamente sollevano l’anima, recidendo il filo del respiro, siano anche le ultime madri. E anche perché l’indagine sull’oscillare del comportamento umano, non sia compito esclusivo dell’antropologia. Ma del narrare piuttosto, e del teatro.

ACCABADORA
dal romanzo di Michela Murgia edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia di Carlotta Corradi
regia di Veronica Cruciani
con Anna Della Rosa
scene di Antonio Belardi
costumi di Anna Coluccia
suono Hubert Westkemper
musiche di John Cascone
luci di Gianni Staropoli e Raffaella Vitiello
produzione Compagnia Veronica Cruciani, Teatro Donizetti di Bergamo, TPE – Teatro Piemonte Eurpopa, CrAnPi
con il contributo di Regione Lazio – Direzione Regionale Cultura e Politiche Giovanili – Area Spettacolo dal Vivo

fotografie di Marina Alessi