Transquinquennal. Teatro con data di scadenza

“Transquinquennal si scioglierà il 31 dicembre 2022. Nel frattempo avrà fatto la sua storia” annunciano.

Come yogurt e formaggi, pelati e piselli in scatola, Transquinquennal ha una data di scadenza. Anche se questa compagnia di teatro belga ha poco a che fare con latticini e scatolame. Sul loro sito, un orologio conta comunque a ritroso il tempo che manca.

Transquinquennal è un collettivo composto da tre uomini (Bernard Breuse, Stéphane Olivier, Miguel Decleire, registi e performer) e una donna (Brigitte Neervoort, manager), che del teatro hanno deciso di fare una pratica anti-autoritaria. “L’autoritarismo, anche a teatro, è una maniera per semplificare la complessità del reale” sostengono. E poi passano ad illustrare il proprio metodo di regia collettiva. Se un attore ad esempio chiede loro: “Perché nel terzo atto il mio personaggio uccide la propria madre?”, uno risponde in un modo (“perché ha cercato di sedurre il fidanzato di tua sorella”), un altro dà una risposta completamente diversa, e il terzo dice: “Boh, arrangiati un po’ tu”.

Transquinquennal ha grande stima del filosofo francese Clément Rosset, autore di oltre trenta titoli nei quali – semplifico un po’ – si argomenta che “la realtà è idiota”, in quanto non possiede una sua propria intelligenza.

Maestri, senza nulla da insegnare

Tutte queste cose, Transquinquennal le ha raccontate nell’incontro che a Teatro Contatto, a Udine, precedeva il debutto italiano del loro più recente spettacolo. Io avevo incontrato i Transquinquennal già lo scorso agosto, quando conducevano, sempre Udine, e poi a Bruxelles, Roma, Reims Caen e Coimbra, la 26esima edizione dell’École des Maîtres, il corso internazionale di perfezionamento per attori (ecco ciò che ne scrivevo allora).

École des Maîtres, sì, la scuola dei maestri. Ma nel loro caso “senza maestri e senza nulla da insegnare, se non un metodo di pensiero”. Già ad agosto mi erano sembrati un po’ complicati. Adesso quell’impressione è confermata.

École des Maîtres, 2018

Philip Seymour Hoffman, per esempio

Il loro più recente spettacolo si intitola Philip Seymour Hoffman, par exemple. Non si tratta una biografia teatrale dell’attore e premio Oscar scomparso quattro anni fa – precisano – e tutto sommato non riguarda nemmeno la sua indimenticabile carriera cinematografica e la sua inaspettata morte. Lo spettacolo – dicono – ha invece a che fare con il concetto di identità e le sue conseguenze. Se si prova a seguirne la trama, a un certo punto si capisce che uno dei personaggi (che ha lo stesso nome dell’attore belga che lo interpreta, Stéphane Olivier) viene sistematicamente confuso con Philip Seymour Hoffman, l’attore statunitense. Tanto da ingenerare una infinita serie di malintesi e paradossi, su cui ruotano i 130 minuti della rappresentazione. Non bastasse ciò a complicare le cose, la trama principale è affiancata da un trama secondaria, nella quale sono coinvolti un attore giapponese e una concorrente di quiz televisivi che risponde a domande sulla carriera dell’attore giapponese. Vi venisse la curiosità di sapere se l’attore giapponese è vivo, è scomparso, o se è mai esistito, Transquinquennal vi risponderà che è una domanda da rivolgere all’autore del testo, non a loro.

Rivolgersi all’autore

L’autore del testo è quel simpatico e divertente argentino che risponde al nome di Rafael Spregelburd. Personalmente, lo considero uno dei più intelligenti drammaturghi contemporanei. Per una ragione soprattutto: perché non si prende mai troppo sul serio.

Così credo abbia fatto anche con i Transquinquennal quando gli hanno chiesto di scrivere una trama con due ingredienti: primo, che avesse nel titolo il nome di Philip Seymour Hoffman, secondo che avesse a che fare con le opere del filosofo francese Rosset e la sua teoria della “realtà idiota”.

Transquinquennal e Rafael Spregelburd (quello con il maglione chiaro)

Appassionato del teatro della complessità, Spregelburd il risultato l’ha sfornato in poche ore: Philip Seymour Hoffman, par exemple, appunto. Che i belgi hanno diligentemente allestito, e presentato in Belgio, in Francia e adesso anche in Italia, nel cartellone di Teatro Contatto. In mancanza di un attore giapponese, hanno pensato che bastasse uno di loro a interpretarlo. Tanto la realtà è un’idiozia e le identità si confondono.

Prima dello spettacolo, è stata comunque data una dritta agli spettatori. “Se nei primi 30 minuti vi sembra di non capire nulla – ha detto Stéphane Olivier – non vi preoccupate. E’ fatto apposta”.

Ma sinceramente: io ci ho capito poco anche nei 100 minuti successivi.

Questa sera ci vediamo al bar. Offre Harold Pinter

Non mi era mai capitata un’edizione così. Un’edizione così alcolica, così sbandata, di Notte, gioiello in miniatura fra la cinquantina di testi che Harold Pinter ha scritto per il teatro. Assieme a Il calapranzi e a altri piccoli episodi di scrittura, Notte fa parte di una breve playlist firmata Pinter che Valerio Binasco ha allestito per il Teatro Metastasio di Prato e lo Stabile di Genova. Titolo complessivo Night Bar. Un’intuizione personale e originale, che ha spinto il regista a raccogliere sotto le insegne di un locale aperto fino a tardi alcuni temi ricorrenti dell’autore inglese scomparso dieci anni fa.

Di Harold Pinter credo di conoscere tutti i testi, i collegamenti più intimi tra i diversi lavori, persino quel nucleo aurorale da cui ciascuno dei suoi titoli è nato. Nei tanti incontri e nelle tante interviste con lui – raccolte in quasi quindici anni e nel libro che lo racconta  – era ogni volta possibile strappargli un dettaglio, un’immagine, forse un segreto, che illumina meglio la sua elusiva drammaturgia.

RobertoCanziani, Gianfraco Capitta, Harold Pinter. Scena e potere, Garzanti 2005

Elusiva solo in apparenza. E per niente enigmatica, come vuole l’opinione comune e la storia del teatro. In realtà, il rapporto tra Pinter e le sue storie e i suoi personaggi assomiglia molto al rapporto che intratteniamo con la realtà. Che non conosciamo mai completamente. Che non possiamo ricondurre sempre a una logica. Che ci sorprende con svolte inaspettate e gioca con la nostra memoria, approssimativa, labile. “Io ricordo cose che possono non essere mai accadute ma, poiché le ricordo, sono accadute” dice uno dei personaggi di Vecchi tempi. Credo che sia una buona chiave per fare chiarezza sull’apparente mistero dei suoi lavori.

La memoria ubriaca

Notte, scritto nel 1969, racchiude in poche pagine questo tema. E’ così limpido e così compatto che tornerei a vederlo sempre. Per questo sono andato al Metastasio di Prato. Perché Notte concludeva con una nota superalcolica, la selezione dei quattro testi scelti da Binasco. E a questa nota ubriaca, che nella vicenda rende protagonisti anche il gin e la vodka, non avevo mai pensato. Cioè che Notte, non sia solo dimostrazione della volatilità della memoria, ma abbia anche a che fare con quel filone di bottiglie e bicchieri che sono una costante della drammaturgia anglosassone. Poi si sa: il vino bianco, secco, ghiacciato, Pinter lo apprezzava sempre.

In Notte, che dura meno di dieci minuti, ho trovato perfetti Arianna Scommegna e Nicola Pannelli. Interpretano due coniugi quarantenni, intenti a rievocare il loro primo incontro, decenni prima. Era successo sul ponte. No, sulla cancellata. Eravamo a un festa. Non ricordo bene. Faceva freddo. Sì, ti avevo messo le mani sotto il maglione. Davvero? Le mie mani sul tuo seno. Forse non ero io, era un’altra. Insomma non se lo ricordano proprio l’incipit della loro storia, brilli come sono, ma molto convincenti. E tutto quell’alcool li aiuta a confondere meglio le cose, che sembrano dissolversi in una nebbia lattiginosa. La stessa che mi accoglieva a Prato quella sera, infatti.

Interpretare Pinter

Di Arianna Scommegna (alle prese con Pinter anche in Il ritorno a casa di qualche anno fa, regia di Peter Stein) potevo già anticipare la bravura. Nicola Pannelli, per me, è ogni volta una rivelazione. Provate a guardarlo nella foto qui sopra (credo Binasco avesse in mente Marlon Brando e quel suo Ultimo tango). Non capisco perché il suo stesso teatro, lo Stabile di Genova che se li tiene sempre stretti i propri attori, non valorizzi di più Pannelli. O perché lui stesso, liberandosi, non provi a bucare la rete che lo tiene legato a personaggi di spalla.

Con Sergio Romano, che è il terzo interprete di Night Bar, aveva provato a farlo nella messa in scena di un testo di Agota Kristof (un’altra regia di Binasco, ne ho scritto qui). Ora, in questo spettacolo pinteriano, anche Romano ha i suoi spazi, ma nella riuscita della serata, nelle figure che tratteggia, a volte al limite del caricaturale, a me è sembrato meno interessante.

Anche perché il Calapranzi, in cui Romano interpreta un killer un po’ sopra le righe, non si inquadra perfettamente nel mondo di quel bar notturno. Mentre lo fanno bene Tess, monologo disinvolto e un po’ puttanesco di Scommegna, e L’ultimo ad andarsene, con quei due tipi che discorrono di giornali e buttano giù il bicchiere della staffa. Ma è un episodio minore della drammaturgia pinteriana. Che la colonna sonora disco anni ’70 però rafforza. Voulez-vous, un rendez-vous? Tomorrow…

 

Night Bar, con Nicola Pannelli, Sergio  Romano, Arianna Scommegna e la regia di Valerio Binasco, è in scena fino al 4 marzo al Teatro Duse di Genova. Versione italiana di Alessandra Serra. Scene Lorenzo Banci, musiche Arturo Annecchino, costumi Sandra Cardini, luci Roberto Innocenti.

Le fotografie sono di Duccio Burberi.

Sbatti il mostro in spogliatoio. Le culture del sospetto

Lui è un istruttore di nuoto. Abitua i più piccoli a non temere l’acqua, a fare le prime bracciate, e trova tutti i modi possibili per rassicurarli.

Lei è la responsabile della piscina, a cui le famiglie affidano bambini e ragazzi. Ne sente profondamente la responsabilità, anche perché nel suo passato c’è una cicatrice mai rimarginata.

La prima scena del testo scritto da Josep Maria Mirό, Il principio di Archimede, li vede uno di fronte all’altra nello spogliatoio degli istruttori: che cos’è successo in vasca? cosa c’è stato tra te e quel bambino? perché circolano strane voci?

Culture del sospetto

La “cultura del sospetto” non è solo una formula coniata dalla filosofia per interpretare il nostro tempo. È una patologia sociale che oggi penetra nei fatti irrilevanti della vita. Che lascia sempre immaginare un dietro. Che a volte, troppe volte, ipotizza un un pensiero maligno, una truffa, un complotto. Nelle relazioni individuali, in quelle collettive, e più che mai in politica.

Ritorniamo in piscina: che cosa c’è stato tra te e quel bambino? Niente. Forse. Un bacetto affettuoso per rincuorarlo. Un modo per farlo superare la paura del tuffo. Ma la cultura del sospetto, che abita i genitori e si trasmette ai figli, in quel gesto vede anche altro. E ne deriva un turbamento.

Magari era un bacio sulla bocca, sibila la bambina un po’ più grande. Magari quell’istruttore estroverso, amato dai ragazzini, si è affezionato un po’ troppo ai suoi cavallucci marini, insinua il suo collega di vasca. Nelle mani di chi mettiamo i nostri figli, si domandano allarmati i genitori. E su whatzapp o facebook aprono un gruppo per schiarirsi le idee. Meglio: per trasformare un particolare in una valanga. Che travolge la vita di chi è finito nel mirino. Irrimediabilmente.

Indagati e lapidati potremmo essere tutti. E “non ho nulla da nascondere” è la barriera inerme che ciascuno di noi alza contro le paure, le morali, le ossessioni degli altri, la voglia di giustizia sommaria.

Se la cronaca reclama il mostro

Tra le molte proposte che nella scrittura per il teatro occupano le nostre scene, questa del catalano Josep Maria Mirό (da non confondere con il connazionale Pau Mirό) è una delle più interessanti, per chiarezza d’idee, sensibilità al proprio tempo, tecnica di composizione.

Come succede nella vita, Mirò non ci svelerà mai se l’ombra della pedofila attraversa la personalità del giovane istruttore. Né se ci sia un nesso tra quanto è avvenuto pochi giorni prima nella vicina ludoteca, episodio trasformato in ansia dalla piccola comunità del luogo. Quasi schiacciasse i tasti dell’avanti e dell’indietro sul nostro videoplayer, l’autore fa scorrere velocemente sotto i nostri occhi presente e passato prossimo, fatti e insinuazioni, verità presunte e false notizie. Nel frattempo, i sospetti crescono, le opinioni diventano violenze, la cronaca reclama il mostro. Non sappiamo davvero che posizione prendere.

Ed è questo il bello di parecchi lavori che costellano la carriera di drammaturgo di Mirό (www.josepmariamiro.cat). Storie contemporanee nelle quali la distorsione introdotta dai media e le regole del politicamente corretto, si scontrano con i fatti, nella loro cruda, dolorosa se non tragica evidenza. Nessuno ci sembra innocente.

Nessuno è innocente

Non è innocente La donna che perdeva tutti gli aerei (un suo testo del 2009). Né le coppie di Parco degli oleandri e Fumo (2012). Né la bambina aggredita che muore tra le braccia di una suora missionaria (La traversata, 2015).

Scritto nel 2012, allestito in quasi quaranta edizioni nel mondo, Il principio di Archimede è la scommessa che il Teatro di Rifredi – factory teatrale destinata a diventare ancora più visibile nella nuova viabilità fiorentina – lancia adesso in tema di scritture internazionali contemporanee (La bastarda di Istanbul della scrittrice turca Elif Şafak, assieme a L’ultimo harem sono stati, negli scorsi anni, i titoli di spicco, con Serra Yilmaz protagonista).

Anche perché Rifredi e il suo regista Angelo Savelli si affidano a una compagnia che riesce a combinare l’esperienza di scena di Monica Bauco (la responsabile della struttura sportiva) e la presenza perturbante dell’istruttore (atletico e incisivo, qual è Giulio Maria Corso), mentre lascia che i si dice passino attraverso i non detti degli altri due interpreti Samuele Picchi (il collega) e Riccardo Naldini (il genitore ossessionato).

Ne esce, sul bordo di quella piscina maledetta, in quegli spogliatoi dove par di sentire l’odore del cloro, una storia che tiene avvinto il pubblico sulle due gradinate contrapposte. E ci fa vedere, negli occhi di chi ci sta di fronte, come cresce, e quanto pernicioso diventa il nostro e l’altrui sospetto.

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Il principio di Archimede di Josep Maria Mirό, prodotto da Pupi e Fresedde è in scena al Teatro di Rifredi – Firenze (www.teatrodirifredi.it) fino al 25 febbraio. Poi in tournée

Come recuperare i ricordi perduti (nel tempo della sharing economy)

Ditemi: vi piacerebbe bussare alla porta dell’Ufficio Ricordi Smarriti e recuperare là, tra scaffali, contenitori, faldoni, tutto ciò che si è perso nel tempo, o nella vostra memoria?

Chessò: potrebbero essere “45 giri, LP, cassette, cartoline, le Polaroid, i Bignami, tutti i diplomi. La maglietta della squadra del cuore o le scarpette di raso rosa. La chiave della stanza alla casa dello studente. Intere collezioni di bottiglie di birra. Play Boy, Io Sono Mia, Due più. Pillole dolci e amare, scatole di preservativi, anche colorati. Mini mini gonne, calze a rete. Stick per i bruschi, gel e lacca, tanta tanta lacca”. Forte no? Soprattutto se siete nati negli anni Sessanta, o Settanta. Nell’Ufficio Ricordi Smarriti è accumulato tutto il vostro passato.

La gentile addetta che col sorriso vi accoglie all’ingresso sa dove cercare, e può fare tanto per voi. Tanto, non tutto. Infatti vi avverte: “Per i primi tre anni di vita niente da fare. Si è troppo impegnati ad imparare a stare al mondo, per avere ricordi. Un altro periodo un po’ così, un po’ buio, è quello delle scuole medie. Non avete idea di quanta gente viene qui a cercare i diari di scuola, le foto fatte in classe, perfino la ciocca della compagna di banco, legata con il nastrino dell’amicizia, eterna …e i bigliettini passati di nascosto. Ma si capisce, no, perché questo periodo cade nel dimenticatoio. Non si è né carne né pesce”.

Teatro d’esperienza

Ufficio Ricordi Smarriti, oltre a essere il titolo della più recente creazione del Collettivo N46°- E13° guidato dalla regista Rita Maffei, è anche un percorso esperienziale. Come altri esempi della scena contemporanea, mette infatti da parte le formalità della rappresentazione, il lavoro d’interpretazione sui testi, il carisma dell’attore. E confonde le carte del teatro, così come nella testa si confondono i ricordi, mentre invita gli spettatori a immergersi in questa particolare forma di spettacolo. Teatro immersivo, la chiama qualcuno.

Ho scritto spettatori: in realtà si tratta uno spettatore solo. Nel sottopalco del Teatro Palamostre a Udine, in tante stanzette separate, una decina, tutte ideate dalla scenografa Luigina Tusini, Ufficio Ricordi Smarriti si rivolge a una persona sola. O almeno, a una per volta. È inoltre uno spettacolo costruito per episodi, modalità che richiama i contemporanei formati della visione, e si distende in sette puntate, che hanno preso il via lo scorso dicembre e si concluderanno a maggio.

Ancora: ad abitare quelle stanzette, a ricercare insieme a voi le madeleine del tempo perduto, non ci sono attori di mestiere. Ma un collettivo di persone di età e professioni diverse che ha scelto di aderire, come cittadini, autori e performer, alla proposta di Maffei, energetica sostenitrice di un teatro partecipato, che già li aveva coinvolti nel precedente progetto, N46°- E13°, le coordinate geografiche di Udine, da cui anche il nome del collettivo.

Pertanto: ci sono tutti gli elementi per fare di Ufficio Ricordi Smarriti  un lavoro profondamente diverso dagli spettacoli che da decenni danno forma al cartellone di Teatro Contatto. E inquadrarlo piuttosto in quelle civili forme di partecipazione relazionale a cui la sharing economy ci sta abituando. Se con BlaBlaCar condividiamo le nostre automobili e i nostri viaggi, possiamo provare a farlo anche con beni intangibili, com’è il teatro, che vengono condivisi mettendo tra parentesi le regole, le tecniche, il professionismo che caratterizzano da mezzo millennio almeno i mestieri dello spettacolo. C’è già chi storce il naso, lo so: “…e allora noi professionisti?”. Ma bisognerebbe fargli notare che BlaBlaCar e Uber non sono i nemici del trasporto pubblico. Sono le alternative. 

Il gioco del passato e del presente

L’idea di aprire un Ufficio Ricordi Smarriti nasce dalla lettura collettiva di un bel libro del fisico Carlo Rovelli intitolato L’ordine del tempo. Duecento pagine, lievi e al tempo stesso profonde, che invito a leggere, per spazzare via alcuni di quegli stereotipi e di quei luoghi comuni che, insieme, condividiamo a proposito del Tempo. Dal momento che è proprio nel gioco di passato, presente e futuro che trovano spazio i ricordi.

Parafrasando Rovelli, in una di queste stanze, un’altra esperta di recupero dei ricordi vi dirà: “Tu sei i tuoi pensieri pieni di tracce delle parole che ti sto dicendo. Sei le carezze di tua madre. Sei la dolcezza serena con cui tuo padre ti ha guidato. Sei i tuoi viaggi adolescenti, le letture che si sono stratificate nel tuo cervello, i tuoi amori, le tue disperazioni, le tue amicizie. Tu sei ognuno di loro, e loro sono te. Sei le cose che hai scritto, che hai ascoltato, i volti che sono impressi nella tua memoria. Da oggi anche il mio”.

Quel passato che non passa

Detto con il suo sguardo fisso sui vostri occhi, tutto ciò tocca nel profondo e lascia spesso commossi coloro che escono da quella stanza, pronti a varcare le altre porte. E a immergersi nel ricordo di notti di viaggio in auto, saporite ricette di polpo e patate, sessioni presso uno psicoanalista affascinato dalla caduta dei gravi, ritratti di donne ammazzate da legislazioni ingiuste, minuscoli rifugi dell’anima pieni di peluche o di bigliettini affettuosi, adolescenti che sfidano il tempo alla fermata dello scuolabus, attese interminabili sul letto a due piazze, rituali new age, squarci di infanzia in campagna, là dove c’era il verde, ora c’è una città. E ancora fotografie, diari, biglietti, oggetti feticcio che si squadernano davanti agli occhi. Un passato che non vuol passare.

E proprio qui il sta guaio: non dello spettacolo, che di sera in sera mette in paziente attesa, ad uno ad uno, tanti spettatori. Il guaio esistenziale. Dovessimo davvero entrare in quell’immaginario Ufficio Ricordi Smarriti, dovessimo trovare tutto ciò che cerchiamo, magari anche ciò che non cerchiamo, tutto ciò che abbiamo vissuto ci ricadrebbe addosso. Ne finiremmo oppressi, schiacciati. Non ci si può portare appresso tutto il proprio passato. Per questo il nostro cervello si è inventato una balsamica applicazione che si affanna a cancellarli meglio che può, i ricordi. Si chiama oblio. La sua funzione, però, i suoi diritti, le sue consolazioni, meriterebbero un altro post, un’altra volta.

Nell’ultima stanza ci sono solo una penna e un libro, con molte pagine bianche. Ognuno può lasciare scritte le proprie impressioni. Ci impiegherò qualche giorno, ma me le leggerò tutte.

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Ufficio Ricordi Smarriti vede coinvolti:

Josephina Balaguer, Valter Bertuzzi, Ilaria Borghese, Serena Bruno, Bruno Chiaranti, Emanuela Colombino, Manuela Daniel, Ada Delogu, Laura Ercoli, Antonietta Ermacora, Daniela Fattori, Massimo Franceschet, Tiziana Franzolini, Mariantonietta Giffoni, Gianna Gorza, Loris Indri, Milica Jacimovic, Lara Lagomarsino, Ornella Luppi, Donatella Mazzone, Fedra Modesto, Emanuela Moro, Laura Nazzi, Silvia Palmano, Emanuela Pilosio, Dania Rizzardi, Luisa Schiratti, Ilenia Spallino, Anna Spironelli, Andrea Tami, Valentina Toffoletti, Hava Toska, Pilar Vila Piqueras, Federica Visentin, Enea Zancanaro.

La regia è di Rita Maffei, le installazioni sceniche di Luigina Tusini. La produzione CSS – Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia

Il calendario degli episodi è pubblicato sulla pagina del CSS.

 

 

Un teatro, tre soldi, i fumetti. Se il binomio Brecht – Strehler diventa graphic novel

Casa editrice votata ai fumetti d’impegno, Becco Giallo porta in libreria un volume imprevedibile. L’epico allestimento dell’Opera da tre soldi nella Milano polare del 1956. E la politica è un tratto di matita.

 

Un livido inverno. Temperatura a meno 17. Come doveva essere la Milano 1956, in una delle stagioni più fredde del secolo? Ribolliva di passione intellettuale e di tensione politica perché di li a poco, l’8 febbraio, sarebbe arrivato in treno, alla Stazione Centrale, Herr Bertolt Brecht – il “comunista” Brecht – e avrebbe assistito al più imponente allestimento che il teatro italiano gli aveva fino ad allora riservato. L’opera da tre soldi sarebbe andata in scena due giorni dopo al Piccolo Teatro, in via Rovello, per la regia di Giorgio Strehler.

È una storia che si può leggere in molti libri dedicati alla simbiosi tra le opere di Brecht e gli allestimenti del Piccolo Teatro (ad esempio quello di Alberto Benedetto, pubblicato due anni fa). Ma lo si anche può scoprire grazie ai fumetti. Inconsueto, ma vero. Un momento chiave della politica culturale italiana del secondo dopoguerra diventa una graphic novel. Avvincente. Da un’idea imprevedibile di due sceneggiatori (Davide Barzi e Claudio Riva) e dalle matite di due disegnatori (Alessandro Ambrosoni in collaborazione con Lucia Resta) nasce una storia che i disegni possono raccontare altrettanto bene, e in maniera più leggera, di quanto farebbe una rigorosa di ricerca storica.

Il Piccolo in un cartoon

Magari assecondando il ventennale della scomparsa, Giorgio Strehler. Un fumetto da tre soldi, (Edizioni Becco Giallo, 192 pp., 19 euro) aggiunge comunque un respiro diverso alle tante iniziative che Milano da una parte, Trieste dall’altra, hanno messo in campo. Mostre, conferenze, incontri, serate dedicate, gli appuntamenti e i monumenti in calendario sono già stati e saranno ancora numerosi. Ma adesso si possono sfogliare pagine e tavole in cui Strehler e Paolo Grassi discutono animosamente, Mario Carotenuto e Tino Carraro si interrogano su cosa sia “recitazione epica”, Milly sviene alla prova generale, Gino Negri si diverte a caricare di allusioni i testi delle canzoni di Kurt Weill, e soprattutto, il momento del debutto si fa sempre più vicino. Paradossalmente, il cartoon rende assai bene le tensioni che attraversarono il palcoscenico, gli uffici, la platea del Piccolo Teatro in quei giorni frenetici.

“Herr Brecht, non nego un po’ di preoccupazione per la messa in scena italiana dell’Opera da tre soldi. Una certa politica vede la cosa con ostilità” spiega imbarazzato Strehler. E ancora: “Per dirla proprio tutta, i conservatori e i fascisti italiani la considerano uno scribacchino del socialismo reale“. Ribatte pacatamente Brecht: “Herr Strehler, mi verrebbe da dire: ma chi glielo fa fare?”.

Però la sera della prima, l’esito non lascia dubbi. Brecht, che ha voluto pure modificare il finale, è entusiasta. “Caro Strehler, mi piacerebbe affidare a lei per l’Europa tutte le mie opere, una dopo l’altra” scrive il drammaturgo tedesco su un bigliettino. Che è diventato una leggenda. Su quel foglietto di carta Grassi e Strehler fonderanno la supremazia del Piccolo sugli allestimenti brechtiani in Italia (una vicenda anch’essa avvincente, raccontata per filo e per segno da Benedetto nel suo libro). E Brecht lascerà l’Italia 3 giorni più tardi, portandosi a casa l’entusiasmo e una Olivetti Lettera 22, da qualche anno in produzione a Ivrea. Stimolante, l’idea di disegnare la prima italiana di quel lavoro. Perché il disegno mette a fuoco dettagli che la saggistica a volte trascura, e il realismo dei particolari dà alla vicenda l’immediatezza che ci trasporta leggeri nella vicenda.

Lo scandalo di Galileo

D’altra parte anche di studi sostanziosi c’è bisogno. Quello di Massimo Bucciantini, specialista eminente di storia della scienza e nostro massimo esperto galileiano, rappresenta la solida controparte alla pubblicazione a fumetti.

In un volume documentatissimo, ricco di cure nella ricostruzione di un clima politico e culturale, ma non per questo pedante, Bucciantini affronta l’altro decisivo capitolo della simbiosi tra Strehler e Brecht: la scandalosa messainscena, nella Milano anni ’60 di Vita di Galileo. Il più importante episodio brechtiano sui palcoscenici nazionali. Il testo che sanciva – secondo la stampa di destra – “la dittatura rossa nel teatro italiano, la mafia comunista che opera nel mondo dello spettacolo”. Allargato a ben prima e a ben dopo la fatidica sera del 21 aprile 1963, Un Galileo a Milano (Einaudi, 272 pp., 27 euro ) ci racconta le scintille in Consiglio comunale, i telegrammi di cardinali, le veglie che gruppi di fedeli organizzarono nel tentativo di esorcizzare il pericolo laico e anticlericale. Un Piccolo Teatro sotto assedio. Un’altra infuocata vicenda.

Di questi libri, ma anche della lunga storia dell’Arlecchino strehleriano, della scuola di teatro dai lui fondata negli anni ’90 e poi trasmessa a Ronconi e oggi a Carmelo Rifici, del senso che può avere ora, conclusa l’epoca della regia critica, ripensare Strehler, parlerò anch’io. Lo farò in una serie di conversazioni e incontri che prendono il via domani, lunedì 29 gennaio, a Palazzo Gopcevich, a Trieste, a pochi metri dalle stanze che raccolgono il Fondo Giorgio Strehler: documenti, libri, fotografie, copioni, lettere, oggetti, effetti personali che appartenevano al regista, erano nelle sue case di Milano e di Lugano, e che Andrea Jonasson e Mara Bugni hanno donato al Comune di Trieste, la città dove oggi, vent’anni dopo, è sepolto. Anche parlare di lui, mentre attorno a te brulicano ancora le sue reliquie laiche, può essere stimolante. Quasi una seduta spiritica.

Pippo Delbono, la gioia, per cominciare

La possibilità della gioia è il titolo del volume con cui Gianni Manzella accompagna il lettore dentro l’arte teatrale di Pippo Delbono. Un “itinerario dell’attenzione” che evita il canone della storiografia e suggerisce invece un approccio in cui l’artista e il suo spettatore si mettono personalmente in gioco. Sul medesimo piano.

Pippo Delbono. Ritratto.

C’è chi sostiene che ultimi giorni dell’anno dovrebbero essere votati alla speranza. Sarà per ottimismo, magari per scaramanzia, che in questa mattina di San Silvestro ho deciso di leggere  La possibilità della gioia. Che non è solo un titolo pieno di auspici. Ma è anche il saggio di lungo respiro in cui Gianni Manzella racconta Pippo Delbono. Per essere più precisi: in cui l’autore del libro racconta se stesso attraverso i lavori di una delle figure più rilevanti della scena europea (ma non solo) di questi trent’anni.

Gianni Manzella su Pippo Delbono

Manzella lo può fare, perché oltre ad aver seguito passo dopo passo, titolo dopo titolo, avventura dopo avventura, il percorso d’arte di Delbono, condivide con lui una prossimità invidiabile: un buen retiro, un minuscolo paese delle Alpi che li accoglie entrambi, stagione dopo stagione Me li immagino – forse anche in questo momento – circondati dalla neve là fuori, che si scioglie appena appena al fuoco di un caminetto attorno al quale si raccontano l’uno all’altro. Proprio come li ho visti molte volte fare. Oppure prendere zaino e bastoncini per incamminarsi insieme, d’estate, lungo sentieri sopra i quali veglia la maestosità del Monte Bianco.

Diventa più facile, con queste immagini in mente, muoversi tra le pagine del libro che, una volta scelti il simbolo figurale del viaggio e i versi di Konstantinos Kavafis, veleggia tra scrittura saggistica e passeggiata letteraria. Una rotta che si distende tra tanti scali (i trentanove titoli teatrali e cinematografici che Delbono ha finora inanellato) senza negarsi la possibilità di molteplici escursioni verso altri paesaggi, cari all’autore. Il quale ricorda più volte che Itaca rappresenta la meta, ma ciò che veramente importa è il viaggio.

Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti? (Konstantinos Kavafis, Itaca)

Pippo Delbono. Ritratto.

Può capitare dunque che ci si ritrovi davanti al Grande Cretto di Alberto Burri, il sudario di cemento che lo scultore aveva steso sopra le rovine del paese siciliano di Gibellina, distrutto dal terremoto del 1968. Là nel 2000, Delbono inventava uno dei suoi spettacoli più evocativi, Il silenzio. Oppure davanti a un altro abbandono, quello dell’Hotel des Bains, al Lido di Venezia, alle impalcature che oggi lo soffocano. Mentre poco distante si proiettava Vangelo, il film presentato da Delbono alla Mostra del Cinema 2016. Il titolo è lo stesso di uno spettacolo, inseguito da Manzella fino a Zagabria, al debutto del dicembre 2015, un’occasione per scoprire nella capitale croata anche l’inaspettato Museo delle relazioni infrante, reliquiario dell’abbandono.

Un itinerario dell’attenzione

Così come si possono riconoscere i luoghi e le figure che contraddistinguono gli anni d’apprendistato di Delbono. La fuggitiva esperienza a Pontedera con l’attore santo di Grotowski, Ryszard Cieslak. Il training estenuante con i seguaci di Eugenio Barba a Hostelbro e a Fara Sabina. Il magistero silenzioso di Pina Baush nella grigia Wuppertal. E intrecciare al tempo stesso i maestri del pensiero novecentesco che costellano l’architettura critica di Manzella. Da Antonin Artaud a John Cage, da Claude Lévi-Strauss a Susan Sonntag. E chiavi di lettura che mettono in circolo i nomi di Sergej Ejzenstein, Giuseppe Bartolucci, Zygmunt Bauman, Giorgio Agamben.

Pippo Delbono, Barboni, Ubulibri, 1999

Ci sono parecchi altri libri che raccontano vita e opere di Delbono. Da quello curato per Ubulibri nel 1999 da Alessandra Rossi Ghiglione, a quello edito sette anni fa per Barbès da Leonetta Bentivoglio, con le fotografie dello spesso Delbono. Per non parlare della vasta bibliografia internazionale. Ma è nella Possibilità della gioia che si dispiega un rapporto tra artefice e osservatore nel quale l’interpretazione – e sarebbe più giusto parlare di conoscenza – trova una mappa simile a quella che Grotowski suggeriva di costruire parlando di “itinerario dell’attenzione”.

Il momento più evocativo del libro, per me. è nel piccolo capitolo di  snodo, in cui riprendendo in mano un suo diario di allora, Manzella ripercorre il viaggio fatto assieme a Delbono, in Israele e Palestina.  A cavallo tra 2002 e 2003, quindici anni fa, esattamente in questi giorni. Un itinerario ad ostacoli tra fili spinati e posti di blocco che li fa muovere da Gerusalemme a Betlemme, a Ramallah, per presentare in 5 teatri palestinesi lo spettacolo Guerra. Le immagini di quell’esperienza si possono ancora rivedere nel film anch’esso intitolato Guerra.

Non sono capace di parlare d’altro che della mia vita, dice Sophie Calle in un momento del film Amore e Carne, un altro film di Delbono. E mi scopro a pensare che, diversamente da Manzella (il quale ha il dono di registrare meticolosamente le proprie visioni su piccoli quaderni ordinati, i Moleskine che gli regala suo figlio Jacopo), i miei appunti li consegno da sempre a fogli sparsi, paginette vaganti. Chissà dove stanno ora, perse nel casino delle mie carte,  le annotazioni che sentivo importanti quando seguivo pure io gli itinerari dell’attenzione, uguali e diversi, che assieme a Delbono e alla sua compagnia mi avevano portato a Quebec City in Canada, a Porto Alegre in Brasile, sulla piazza del Cremlino a Mosca, per squadernare al mondo titoli come Barboni e Esodo.

Pippo Delbono, Pepe Robledo, Il tempo degli assassiniE chissà che in qualche cartella, nell’oscurità di qualche cantina, non ci siano ancora le righe che avevo appuntato in una remota estate 1985, al Teatro della Collegiata di Santarcangelo, quando scoprivo per la prima volta due ventenni (l’altro era Pepe Robledo, da allora sempre al fianco di Pippo) che tra una strizzatina d’occhio ai Blues Brothers e un verso di Rimbaud inventavano Il tempo degli assassini, primo capitolo di una una teatrografia mondiale che dura da più di trent’anni.

“Succede che questi spettacoli li uso un po’ per guarire la vita – dice Delbono nelle pagine finali del libro – Perché mai il teatro non può diventare un percorso di gioia?”. Perché mai, appunto?

Un gioioso augurio per il 2018.

 

Gianni Manzella, La possibilità della gioia. Pippo Delbono, Edizioni Clichy, 2017, 18 euro.

Dove sventola la bandiera dell’innovazione?

Sarà che Natale è prossimo, sarà che vien voglia di far luccicare qualcosa. Insomma, il calendario del teatro si appresta ad accendere tutte insieme le luci dei Premi. In una manciata di giorni, nell’arco breve di due settimane, se ne possono contare sei o sette. Perché almeno alla fine dell’anno, chi fa il mestiere del teatro – che non dà tutte quelle soddisfazioni che ci immaginiamo – un regalo, la speranza di un premio, se lo merita. Meglio ancora se ha qualcosa di nuovo da dire.

Ubu Re con la regia di Jernei Lorenci al Premio Europa per il Teatro 2017
Ubu Re, regia di Jernej Lorenci, uno dei vincitori del Premio Europa per il Teatro 2017  (** vedi alla fine del post).

Tra festival e premi, il cambio di passo

Se l’estate è tempo di Festival, l’inverno si tiene stretti i Premi. Fino alla fine dello scorso secolo, erano i Festival a tenere alta la bandiera dell’innovazione. Con i grandi appuntamenti che avevano segnato le geografie del teatro, all’estero quanto in Italia. Da Avignone a Belgrado. Da Edimburgo a Berlino. E da noi, dando lustro a località di provincia, Santarcangelo, Polverigi, Cividale, le colline torinesi. Gloria dell’altro secolo, comunque.

Il gioco delle correnti, il ridursi degli apporti istituzionali (“signori miei, non ci sono più gli assessori di una volta”), la frammentazione del processo che porta all’allestimento di uno spettacolo, il cambio dei formati comunicativi, tutto ciò ha fatto sì che le bandiere dell’innovazione cominciassero a sventolare sempre più spesso sul terreno dei Premi.

Non è più il Festival, oggi, a segnalare il nuovo, l’evoluzione dei linguaggi, l’apparizione di fenomeni interessanti. Un Premio fa con maggiore agilità e tempestività. Anche perché i festival costano molto più. E perché la macchina organizzativa e comunicativa di un festival è più inerziale e pesante. Ci sono festival che non sono affatto, come vorrebbe il nome, una festa. Ci sono festival che durano settimane, mesi. Cento giorni nel caso più estremo.

Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro
Roma Armee, regia di Yael Ronen, presentato al Premio Europa per il Teatro

Non è l’Iva, ma è un valore aggiunto

La leggerezza dei Premi è invece il loro valore aggiunto. Scatenano l’adrenalina che, assieme alla speranza, è il motore del concorso. Esplodono nell’euforia di una vittoria. Nel brindisi che alla fine contagia tutti, crescono i germi della rivincita, perché anche chi non ha vinto sa che potrà giocare le proprie carte alla prossima competizione. Si avvicendano con rapidità, i Premi.

Ne ho contati sei o sette, in queste corte giornate di dicembre. Ad alcuni ho partecipato in veste di giurato, di altri mi sto godendo lo svolgimento. Ve li elenco, con la promessa di tenervi informati su come andrà poi a finire.

The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro
The Virgin Suicides, regia di Susanne Kennedy, presentato al Premio Europa per il Teatro

Andar per Premi

È prossima al botto annuale la serata dei Premi Ubu, forti di quaranta edizioni, eredi di una lungimirante idea anni ’70 di Franco Quadri. Sabato 16 dicembre a Milano, dal vivo (al Teatro Studio Melato), ma anche in diretta radiofonica (su RadioTre nella trasmissione Piazza Verdi, ore 15) l’Ubu farà esplodere i suoi riconoscimenti 2017: una decina di diverse categorie, e alcuni premi speciali (qui il programma della serata).

È in corso di svolgimento e durerà fino a domenica 17, a Roma, l’internazionalissimo Premio Europa per il Teatro. Dopo dopo qualche anno di sospensione (“non ci sono più i mecenati di una volta”) ed edizioni sparse per mezzo continente, si posiziona nella capitale, tra Teatro Argentina, Palazzo Venezia, Teatro Palladium, tentando una ricognizione il più allargata possibile, soprattutto nei confronti della regia in questa complicata Europa odierna (qui il programma delle sei giornate ).

Ha le caratteristiche di un Premio,anche l’Italian and American Playwrights Project. Ideato due anni fa da Valeria Orani , con le associazioni Umanism e 369 Gradi e con un partner statunitense, il Martin E. Segal Theatre Center, il progetto mette in contatto e a concorso drammaturghi italiani e americani, promuove la bisrattata arte della traduzione teatrale e si propone di sviluppare progetti di produzione di qua e di là dell’Atlantico. Oggi, giovedì 14 (il programma della serata al teatro Vascello), le drammaturghe statunitensi selezionate, saranno a Roma, per presentare i loro testi. Allo stesso modo, sono stati presentati a New York, quattro testi italiani.

L’ANCT (l’Associazione nazionale dei critici di teatro, clicca per il sito) ha reso proprio l’altro ieri note le motivazioni delle proprie scelte, mentre i giurati di Rete Critica sono in subbuglio, dopo la finale del Premio omonimo, ospitata la settimana scorsa a Padova dal Teatro Stabile del Veneto (qui i vincitori 2017) . Giocato davvero sul filo di lana di una manciata di voti, il verdetto finale ha suscitato un po’ di malumori, che riversati negli spazi infiammabili di Internet, facilmente si accendono.

Non è passato poi troppo tempo dalla giornata di novembre in cui il Premio Giovani Realtà del Teatro, ha esaminato a Udine presso l’Accademia Nico Pepe, 23 progetti di giovani compagnie e attori under 35, ben decisi a conquistarsi il riconoscimento per un lavoro che sia inedito (in un articolo di Andrea Porcheddu, il resoconto sui vincitori). Con una formula simile – la presentazione di studio scenico di una ventina di minuti che dimostri la buona qualità delle proprie idee – altri concorrenti puntano alla vittoria nel Premio Tuttoteatro.com / Dante Cappelletti che troverà spazio a Roma al Teatro India, lunedì 18 e martedì 19 (qui il programma delle due giornate). Alla finale sono arrivati in nove, ma le candidature pervenute appena uscito il bando si sono attestate sui 120 progetti.

Insomma, stay tuned, perché gli esiti non si faranno attendere.

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(**) La morte, inaspettata, a 49 anni, del protagonista di Ubu ReJernej Šugman, ha costretto la compagnia a cancellare lo spettacolo previsto la sera del 15 dicembre a Roma nell’ambito del Premio Europa per il Teatro.

I ministri, le ministre e il minestrone dei generi

È normale provare un certo imbarazzo, se lo spettacolo a cui assisti non rientra tra i generi ai quali sei abituato. Ti tranquillizza l’allestimento di un classico, di un nuovo lavoro contemporaneo, la serata di cabaret, il musical. Mentre ti mette una certa smania il fatto di non poter ricondurre a un’etichetta consueta altri spettacoli, creazioni lontane dalle sicurezze dei generi.

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Riparliamo allora di genere

A Venezia, al teatro Santa Marta, confuso tra gli studenti universitari di Ca’ Foscari, ho visto The gender show, teoria del gender questo sconosciuto. Uno spettacolo che non esce soltanto dal ventaglio delle abitudini. Ma che sui generi dice anche qualcosa in più. Meglio: lo fa dire ai suoi protagonisti. Che di genere sono esperti, più che esperti, visto che hanno vissuto con il proprio corpo e nei propri comportamenti, quel complicato percorso che va sotto il nome di transizione. Per loro, fino a qualche anno fa, il lessico quotidiano usava la parola trans. Io evito di usarla, per il peso e le ironie che si porta appresso.

The gender show fa parte di una nutrita serie di spettacoli che Marcela Serli – drammaturga, regista, performer, metà argentina metà italiana – ha creato in questo decennio assieme alla compagnia Atopos Teatro. Una decina di titoli dedicati alle tematiche di genere. Proprio il temibile gender, le sue minacciose teorie, alle quali qualche mese fa ho dedicato un altro post, che metteva al centro dell’attenzione la scrittura teatrale di Liv Ferracchiati (vedi qui).

La sfida della propria vita

Più aggressivo, più ammiccante, The gender show porta in scena persone (attori professionisti e no) che con il problema dell’identità maschile e femminile si sono scontrati personalmente. Spesso in modo duro, sempre con sofferenza, mai senza tenacia. Sono loro ad assicurarci, con una bella dose di ironia, che una via risolutiva esiste. Per quanto non sia uguale per tutti, non facile né immediata. La sfida della vita, della propria vita, insomma.

All’Università di Venezia, The gender show è stato preceduto da un incontro durante il quale chi ha ideato e chi interpreta lo spettacolo, ha conversato con Maria Ida Biggi (la docente di discipline teatrali che è al timone della programmazione del teatro Santa Marta), Sergia Adamo (che si occupa di letterature comparate e di gender studies), Liv Ferracchiati e con gli studenti. Studenti che forse non militavano tutti nei ranghi del movimento LGBT, ma ai quali sicuramente interessava comprendere meglio un aspetto della vita quotidiana che oggi ha una visibilità superiore a ciò che accadeva dieci o quindici anni fa. Quando Vladimir Luxuria – deputat* in Parlamento – dovendo aprire una porta o l’altra al momento di servirsi del bagno, scatenava i pruriti dei media. Che avrebbero volentieri spiato dal buco della serratura.

Con le sue zampate, uno stile disinvolto e cialtrone, la sincerità dei fatti, i tanti momenti di emozione e i bei versi di Mariangela Gualtieri, The gender show è uno spettacolo che raccomando. E che suscita in me una inevitabile serie di domande.

Il ministro e le tette

Prima fra tutte, quella che lo oppone a un incontro a cui mi è capitato di partecipare proprio qualche giorno prima. In quell’occasione al centro del discorso c’era la rivendicazione dell’identità – in particolare quella femminile – e del genere (grammaticale) nel linguaggio dei media. Forte della sua professione, di numerosi contributi alle commissioni ministeriali istituite sull’argomento, del riconoscimento dell’Accademia della Crusca, una delle nostre più impegnate studiose di linguistica, Cecilia Robustelli, giustamente sosteneva, in quel seminario di studi, che le desinenze di genere vanno rispettate. Anche se c’è chi afferma che un’espressione come” la ministra Valeria Fedeli” non si può sentire. Perché sa di minestra, dicono. E c’è chi ritiene che sia preferibile scrivere l’architetto Zaha Hadid, poiché il femminile evocherebbe le tette (dovremmo allora cancellare dal vocabolario anche l’aggettivo protetta?).

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Insomma, tra il battersi per le desinenze al femminile e l’asterisco che evita ogni discriminazione (cercasi cuoc* ) le vie della ragionevolezza e della sensibilità sono tante. Uno spettacolo come The gender show ci aiuta a percorrerne alcune. E ci invita ad aprire finestre di senso che l’abitudine e la pigrizia mentale – per non parlare dei pregiudizi – preferiscono tenere chiuse.

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A questo punto, se avete ancora un po’ di tempo, diciamo un’ora, potreste seguire una conversazione tra Marcela Serli e il filosofo Umberto Galimberti. E così dischiudere ancora altre  finestre.

[le fotografie sono di Giovanni Tomassetti]

NID 2017. Che cosa viene dopo la coreografia?

È un po’ di tempo che continuano a girami in testa immagini di danza. Sarà perché la settimana scorsa, qui a Nordest, a Gorizia, alla NID Platform 2017, ne abbiamo fatto una scorpacciata.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)
Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

NID, piattaforma contemporanea per la danza

In soli quattro giorni la piattaforma NID – che sta per New Italian Dance – è riuscita a portare a Gorizia, quassù sul confine, lontano dai grandi snodi dello spettacolo in Italia, più di quattrocento tra artisti, compagnie, operatori, programmatori, esperti, giornalisti e media, figure istituzionali: buona parte di coloro che formano il tessuto della danza contemporanea italiana. Ed è riuscita a mettere in fila in un long weekend, ben sedici spettacoli, sedici titoli che si sono distribuiti tra i quattro teatri che la città sull’Isonzo e la sorella slovena Nova Gorica avevano messo a disposizione.

Nel cartellone degli eventi anche due tavoli tematici su aspetti rilevanti della situazione attuale, un passaggio del testimone istituzionale tra regione Friuli Venezia Giulia e regione Emilia Romagna (per NID 2019) e un expo ininterrotto di produttori negli spazi del Centro Culturale Santa Chiara. La meccanica fluida degli eventi – approntata dagli organizzatori A.Artisti Associati e dal direttore Walter Mramor – assicurava tenuta e tempismo a un progetto che ha raccolto l’eredità dei NID svolti negli anni scorsi. Ma l’ha anche messa a punto, equilibrando la modalità artistica, quella promozionale e le opportunità di incontro tra chi lavora nel settore. Un’occasione formidabile – insomma – di visibilità, scambio, prospettive per tutti. Che tutti hanno apprezzato.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

La forza dell’esposizione

Sono rimasto a Gorizia per gli interi quattro giorni e ho seguito quasi tutto. Mi sono dilungato nel raccontare adesso come si è svolta NID Platform perché credo che un impianto organizzativo ben fatto, valorizzi in modo esponenziale il prodotto che intende promuovere. Mi è parso che programmatori e buyer nazionali e internazionali abbiamo trovato qui ciò che cercavano: la misura di ciò che coreografi e danzatori pensano, creano ed esprimono oggi in Italia. Qualcuno racconta che pure gli affari – spettacoli venduti e comprati, o almeno contatti avviati – sono andati bene. È un altro segnale di buona riuscita e un punto di merito per la commissione di sei membri (3 italiani e 3 stranieri) che ha fatto la cernita fra le proposte pervenute, e consegnato nelle mani dei sedici selezionati un momento di visibilità, altrimenti irraggiungibile.

A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)
A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)

Guardare indietro, guardare avanti

Diventa così più facile spiegare che i sedici titoli in programma a NID Platform rappresentavano un campione ampio, quasi esaustivo, delle diverse maniere in cui si crea danza contemporanea nel nostro Paese. E se contemporaneo significa odierno, è naturale che – oggi – ci siano artisti con lo sguardo rivolto al passato e artisti che lo puntano sul futuro. È l’incessante gioco di forze tra tradizione e innovazione: il solo che garantisce vita ai processi culturali, tanto più a quelli che si svolgono dal vivo, com’è questo. Il solo che possa tener conto dei diversi interessi dei diversi pubblici, che formano l’audience della danza.

Detto ciò, e premesso che il mio occhio e la mia inclinazione guardano più volentieri ai fenomeni di innovazione che non alla tradizione, metterò di seguito in fila quei tre-quattro spettacoli che mi sono sembrati incarnare meglio una tendenza, sulla quale da un po’ di tempo vado riflettendo.

 

Una danza post-coreografica?

In una delle due tavole tematiche ho provato anch’io a portare un contributo di riflessione che si potrebbe qui tradurre così: se nel teatro contemporaneo si è andata via via affermando una modalità post-drammatica (detta in maniera diversa: una fuga dai modelli con cui si è creato teatro negli ultimi tre secoli) possiamo anche supporre che esista, oggi nella danza, una modalità post-coroegrafica? voglio dire un modello di creazione in cui la componente coreografica non sia totalizzante, come lo è stata per buona parte del Novecento. Forse così, la domanda è un po’ troppo schematica, ma spero, che almeno ad intuito, qualcuno mi capisca.

 

Sopratutto penso che questa impressione sia rimbalzata vivace nella testa di chi, a Gorizia, ha visto le produzioni recenti firmate da Francesca Pennini, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, Igor e Moreno. Quelle che più hanno suscitato negli spettatori intorno a me il dubbio: “si può ancora parlare di coreografia?”

Io mi domando invece: è davvero protagonista la coreografia se un computer e una sua applicazione video (in At Home Alone di Sciarroni, qui sotto), se una performer simpatica e oversize (nella creazione di Gribaudi, qui sopra), se un macchina da caffè espresso (in quella di Igor e Moreno) rubano la scena a quell’idea di danza che per un intero secolo si è concentrata sulle architetture mobili e sulle dinamiche del corpo?

 

Dovete essere davvero interessati, e disposti a una bella fatica, per arrivare a leggere fino a questo punto. Tanto più che adesso il post si è fatto troppo lungo per cominciare ad osservare assieme, più da vicino questi quattro titoli. Andate a rivedere intanto, se vi fa piacere, i video e i teaser che avete incontrato più sopra. E ne riparliamo con calma tra qualche giorno, al prossimo post.

Pressburger, che sognò il sogno una nuova Europa

Non è stato facile trovare un titolo in cui riassumere la personalità, il carattere, l’intuito e soprattutto il segno lasciato da Pressburger nella letteratura, nel teatro, nella cultura musicale, nella radio, non solo in Italia. Anche in Europa. Volevo mostrare il contributo di un questo intellettuale complesso, lettore vorace della realtà e capace di restituirla in forma di idee, progetti che volavano alti. A volte molto alti. L’occhio puntato sull’utopia, a volte realizzabile, ma sempre in fuga dalla banalità e dall’ordinario.

Giorgio Pressburger

Stregone della radio

Aveva cominciato giovane, Giorgio Pressburger, a sfuggire all’ordinario. E anche all’ordine, inteso come gabbia. Fuggito nel ’56 dalla sua Budapest invasa, era arrivato in Italia come oggi arriva un migrante. Solo un cappotto. E nel panorama di quell’Italia, già pronta per la televisione e il boom, aveva scelto le strade per niente facili della ricerca, della sperimentazione, del nuovo in campo artistico. L’immigrato con il cappotto era diventato regista in Rai e con i suoi progetti aveva conquistato almeno quattro Prix Italia, ciò che oggi chiameremmo l’eccellenza nell’innovazione culturale italiana.

Era la stessa Rai in cui lavoravano Carlo Emilio Gadda e Umberto Eco: la Rai delle buone pratiche. Pressburger amava lavorare con chi stava creando la musica inquieta di quelli anni, l’ingegneristico sound dell’elettronica di allora. Con Bruno Maderna (Ages, nel 1972) e Luciano Berio (Diario immaginario, 1975) si ingegnava a costruire miraggi sonori dentro lo stregonesco Studio di Fonologia Musicale. Fiore all’occhiello di una Rai, ancora colta e ancora popolare, con una missione in testa: migliorare l’Italia e gli Italiani.

Pressburger ai tempi dello Studio di Fonologia Musicale di Milano

E lavorando con loro, scrivendo sceneggiature e progetti, aveva definito subito la sua immagine d’intellettuale d’avanguardia, alchimista di idee che avrebbe presto trasferito dalla radio, al teatro, alla televisione, all’insegnamento all’Accademia nazionale “Silvio d’Amico”. A Trieste, la città prescelta dopo Roma, aveva trovato nel Teatro Stabile lo spazio per dare corpo e suono a certe intuizioni di scena, curiose e ambiziose. Si può dimenticare l’aeroplano che aveva voluto in scena per rievocare il caustico cabarettista Karl Valentin? I tonfi degli zoccoli sul pavimento di vera maiolica vera con cui aveva ricoperto il palcoscenico per La brocca rotta di Kleist? Il ritratto d’amore e di palcoscenico che aveva fatto a Alexander Moissi, fantasma glorioso e trascurato genio della scena mitteleuropea. Un filo speciale lo legava a Pasolini, del quale aveva tradotto in immagini, teatrali e televisive, il difficile Calderon, con la sontuosa citazione della pittura di Velasquez.

Una nuova Mitteleuropa

Disincantato da questa Trieste, di cui vedeva la mancanza di coraggio, aveva intuito che Cividale del Friuli, cittadina al margine nord-orientale d’Italia, e ambiziosa anch’essa, poteva essere il luogo ideale per la sua persistente idea di nuova Mitteleuropa, Paese di cui si sentiva cittadino ideale.

Pressburger pensava che si potesse rigenerare un tessuto di uomini, di donne,  di culture e di lingue che aveva tenuto assieme l’Europa centrale cento anni prima. Un tessuto che due conflitti, guerre fredde, guerre non guerreggiate, avevano lacerato e distrutto. La sua era l’idea di nuova Mitteleuropa delle culture, che contrastasse la nascente Europa fondata su economie . Era il 1990, l’anno delle speranze. E a trasformare quel sogno in qualcosa di concreto c’era lui, poliglotta e cosmopolita, pronto a fondare 27 anni fa un festival chiamato Mittelfest.

Pressburger durante le prove di Danubio (1997)
Pressburger durante le prove di Danubio (1997)

Lavorando lassù a Cividale con Carlo De Incontrera, Mimma Gallina, Cesare Tomasetig, aveva per quasi 15 anni tenuto il timone della manifestazione da considerare adesso il più prezioso titolo della sua carriera di regista. Territorio dove cimentarsi con un teatro che invadeva la città (spettacoli itineranti come Praga Magica da Ripellino, oppure Danubio e Microcosmi, i due libri di Claudio Magris) o con la ricerca di un’identità sua e al tempo stesso comune a tanti, che gli aveva fatto nascere sulla carta i copioni di Le tre madri e di Il rabbino di Venezia.

Manoscritti in bottiglia

Sarà la Storia però a dargli torto. Dopo aver aperto speranze sopranazionali (Mittelfest era riuscito a riunire anche 20 lingue in una sola edizione), piccole patrie e nazioni egoiste si sarebbero riconvertite alla costruzione di muri, steccati, fili spinati da mettere sui confini. In un solo decennio. A questa deriva Pressburger non si era arreso.

Giorgio Pressburger

Con la forza dei suoi settanta e poi ottant’anni, si era rimboccato le maniche. E aveva con maggior lena ripreso a scrivere. Dalle Storie dell’ottavo distretto (del 1986, scritto assieme al gemello Nicola, per ricordare la Budapest ebraica della sua infanzia) l’attività di scrittore e giornalista aveva accompagnato quella del regista. Ma in anni recenti aveva intensificato la scrittura per racchiudere in altre opere, altri libri, altri articoli per i giornali, le sue speranze. Manoscritti in bottiglia per la generazione a venire. Come Messaggio per il secolo, il film di Mauro Caputo che lo vede raccontare la propria storia. Come Sulla fede e  Don Ponzio Capodoglio (il suo ultimo libro). O il manoscritto a cui stava recentemente lavorando, messaggio e testamento, attraversato però da una sovrana ironia. Quell’ironia, spiegava Freud, che a gente come lui, mitteleuropea, si addice.

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[questo articolo rielabora un mio ritratto di Giorgio Pressburger, andato in onda la sera del 5 ottobre 2017 nel programma RadioTre Suite di Rai RadioTre e l’articolo pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il giorno dopo]