Santarcangelo 2017, le date contagiose

Penso che il programma del Festival di Santarcangelo, quest’anno alla 47esima edizione, interessi a molti. Tra il 7 e il 16 luglio ci sono in cartellone titoli e nomi che mi incuriosiscono parecchio, non le cose che sappiamo un po’ tutti. Siccome il nuovo sito non è ancora attivo, trascrivo qui sotto il comunicato che presenta il programma. Ne parleremo poi a luglio. Quando il teatro vive la sua stagione calda.

Santarcangelo Festival è energia contagiosa: la creazione contemporanea italiana ed internazionale torna protagonista nel borgo romagnolo dal 7 al 16 luglio per dieci giorni e dieci notti d’estate, in un programma che spazia dalla performance alla coreografia, dall’arte visiva alla musica, dal dibattito al dj-set fino a tarda notte. La 47esima edizione, la prima firmata dalla direzione artistica di Eva Neklyaeva e dalla co-curatela di Lisa Gilardino, è un’esperienza immersiva: concentra il proprio sguardo sul corpo come strumento politico, crea habitats d’artista aperti ad ogni ora, si muove sui binari dell’empatia per dar vita a quella comunità temporanea di performer, attivisti, operatori e pubblici variegati che è da sempre la linfa vitale del Festival.

 

Artisti associati

Tre artisti associati affiancano per il triennio 2017-2019 questo viaggio, Francesca Grilli, Motus e Markus Öhrn: con ciascuno di essi, legati al Festival da percorsi differenti, è avviato un dialogo e una collaborazione artistica che si declina nella condivisione di progetti, nella coproduzione di performance e in un continuo e reciproco confronto. Proprio allo svedese Markus Öhrn, di stanza a Berlino, è affidata l’inaugurazione del Festival, venerdì 7 luglio allo Sferisterio, con una molotov cocktail opera all’aperto, dal titolo Terra bruciata. Francesca Grilli, artista italiana residente a Bruxelles, torna a Santarcangelo dopo dieci anni con un progetto che coinvolge la comunità di rifugiati locali, The forgetting of air, 8 e 9 luglio. Motus porta in scena un gruppo unico di attrici in ÜBER-ŸRAFFICHE(nude expanded version), dal 14 al 16 luglio: un riallestimento del recente Raffiche, ripensato per gli spazi di una palestra e dalla durata di oltre tre ore.

 

Habitats: un nuovo museo in città, un sirenetto in residenza, un laboratorio sulla sostenibilità artistica

Gli habitats sono il cuore del nuovo progetto artistico, spazi aperti e fruibili per tutta la durata del Festival: artisti visivi e performer sono invitati ad immaginare nuovi luoghi a Santarcangelo, creazioni site-specific in cui il pubblico può decidere di entrare e tornare quando preferisce. Progetto principe di questa impronta è l’apertura di un nuovo spazio museale nel centro della città, il Museum of Nonhumanity, la cui inaugurazione anticipa il Festival al 23 giugno. Il progetto è curato da Terike Haapoja, artista visiva di origine finlandese di stanza a New York e già rappresentante del Nordic Pavillon alla Biennale d’Arte di Venezia, e dalla scrittrice Laura Gustafsson, insieme nel progetto History of Others. Come si è costruito nei secoli il confine tra umano e non umano? Quali conseguenze e quali libertà ha concesso all’uomo questa distinzione? Museum of Nonhumanity si articola attraverso un’esposizione, la programmazione di un calendario di incontri dal titolo Freedom for Every Body e la realizzazione di un Vegan Cafè, per un’opera a metà strada tra installazione artistica, costruzione sociale e performance che riflette su oppressioni, schiavitù, genocidi, abusi di risorse naturali e animali. Sul rapporto tra uomo e natura si concentra anche Club Ecosex, degli australiani Pony Express, per la prima volta in Europa: un’esperienza erotica verde, in simbiosi con fiori, piante e terra. Il duo esplora i temi della post-sostenibilità ispirandosi al manifesto dell’ecosessualità di Elizabeth Stephens e Annie Sprinkle. MACAO, il collettivo artistico dietro al polo artistico milanese, inaugura l’Open-Love Point, attivo fino al 16 luglio: all’interno un laboratorio aperto sul rapporto tra produzione artistica e sostenibilità, dal titolo Robot+Syndicate, progetto triennale che esplora dall’interno la struttura del Festival e che prospetta nuovi possibili scenari di organizzazione. Il sirenetto Merman Blix arriva per la prima volta in Italia, in una residenza artistica che dura quanto il Festival: lo avvisteremo in giro per la città, in apparizioni estemporanee nelle fontane del paese o nella piscina comunale, dove terrà un workshop su come liberare la sirena che è in noi. Altri habitats comprendono la tenda di decompressione del collettivo finlandese W A U H A U S, che ci invita dal 7 al 9 luglio in uno spazio dove riposarsi dalle calde e intense giornate di Festival, una mostra d’arte firmata da Eva Geatti, e la creazione di un vero e proprio Bed&Breakfast per artisti curato dal gruppo delle Azdore.

Il corpo al centro del cambiamento politico

Quali corpi hanno il diritto di danzare, amare e mostrarsi? Con l’affermarsi di politiche sempre più conservative, la rappresentazione del corpo femminile, il colore della pelle, le tematiche queer e le diversità fisiche diventano un importante nodo di espressione, e tracciano una linea rossa tra i progetti presentati al Festival. La performer canadese Dana Michel, insignita del Leone d’Argento per l’Innovazione nella Danza alla Biennale di Venezia, porta a Santarcangelo l’acclamato solo Yellow Towel, dal 14 al 16 luglio: una riflessione sugli stereotipi legati all’identità black. L’austriaca Doris Uhlich campiona ed amplifica i suoni generati dalla sedia a rotelle del suo partner nella prima di Ravemachine (8 e 9 luglio) mentre Silvia Gribaudi, con l’irriverente R.OSA esplora l’incredibile fisicità della performer Claudia Marsicano, in un solo ispirato a Botero e agli anni ’80 di Jane Fonda (dal 7 al 9 luglio). Ancora Silvia Gribaudi sarà protagonista di incursioni cittadine site-specific, a partire dal riallestimento del suo fortunato solo A corpo libero (8 e 9 luglio). Fresco di debutto a Kampnagel di Amburgo, The Olympic Games di Chiara Bersani e Marco D’Agostin approda al Festival in un’anteprima tra il 7 e l’8 luglio, mentre Goodnight, peeping Tom (dal 9 al 16 luglio) vede sempre la giovane coreografa italiana protagonista di un’intima performance per 5 spettatori alla volta. Tocca temi legati alla sessualità il lavoro dell’emergente performer finno-egiziana Samira Elagoz: Cock, cock… Who’s there? (13 e 14 luglio), racconta di rapporti di potere, forme autonome di espressione sessuale, tentativi di relazione con gli uomini.

 

Tra danza e performance

Nomi affermati e giovani performer emergenti compongono il resto del progetto del Festival. Simona Bertozzi, coreografa dal potenziale internazionale, porta a Santarcangelo il potente e allo stesso tempo delicato And it burns, burns, burns (15 e 16 luglio); il catalano Quim Bigas Bassart presenta in prima nazionale Molar (13 e 14 luglio), un solo sull’empatia e sulla felicità. Filippo Michelangelo Ceredi racconta in Between Me and P. (dall’8 all’11 luglio) la scomparsa del fratello, a soli 22 anni, e la sua intima relazione con questa ferita; ancora dall’Italia Strasse anima uno dei campi da basket della città in House Music Santarcangelo(15 luglio), un lavoro condiviso e partecipato da alcuni residenti del quartiere. Anche quest’anno il Festival si sposta nella meravigliosa cornice di Villa Torlonia, a San Mauro Pascoli, per due giornate affidate alla creatività di Orthographe e Mara Oscar Cassiani (12 e 13 luglio): i primi propongono Stanze, performance tratta da The bells will sound forever di Thomas Ligotti; Mara Oscar Cassiani con Spirit porta invece avanti un’indagine sul concetto di rito. Ancora una trasferta a L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, per la prova aperta di (Untitled) Humpty Dumpty di Cristina Kristal Rizzo e Sir Alice (16 luglio), il cui debutto è programmato al Festival di Avignone. Sarà l’emergente Fabrizio Saiu a chiudere idealmente il Festival, il 16 luglio, in una parata per le vie del centro guidata da tiratori di frisbee, musicisti e smartphone.

 

Programma musicale e Dopofestival al circo

Curato da Stefania ?Alos Pedretti e Francesca Morello, il programma musicale del Festival include concerti dal vivo, installazioni sonore, dj-sets e feste fino a tarda notte nel rinnovato spazio dedicato al Dopofestival, un nuovo chapiteau. Enrico Malatesta e Giovanni Lamipresentano Ephemeral Islands (8, 9 e 15 luglio), un’indagine sui paesaggi sonori della città, mentre Trinity in Silent / Shout (dal 13 al 15 luglio) crea mini dj-sets per una persona alla volta. Il resto della programmazione musicale include concerti gratuiti in giro per il paese: l’acclamato cantautore australiano Scott Matthew (14 luglio), i russi Phurpa (9, 11 e 12 luglio), già ospiti di Primavera Sound a Barcellona, Baby Dee dai Paesi Bassi (7 luglio), la rapper svedese Gnučči (8 luglio) e gli italiani Holiday INN (15 luglio). Playgirls from Caracas, Giuseppe Moratti, Tropicantesimo, Khan Of Finland, Lady Maru, St.RoboT, Silvia Calderoni e altri dj animeranno ogni sera il Dopofestival fino a notte inoltrata. Parte del progetto musicale è frutto di una collaborazione attiva con Short Theatre.

 

Progetti

Durante l’anno, Santarcangelo dei Teatri supporta attività educative di lungo termine dedicate ai più giovani. Durante il Festival vengono presentati i risultati finali di questi laboratori: non-scuola guidata da Michele Bandini con oltre 60 ragazzi (10 luglio), e Let’s Revolution! a cura di Teatro Patalò, con oltre 20 adolescenti (11 luglio). Torna, in tre giorni di programmazione, Premio Scenario (dal 10 al 12 luglio), per un appuntamento dedicato alla proposte più interessanti della giovane generazione teatrale italiana. In collaborazione con la Cineteca di Bologna, prenderà inoltre vita in Piazza Ganganelli, durante tutto l’arco del Festival, il cinema all’aperto gratuito; non mancheranno il mercatino vintage e second-hand curato da Garage Sale e il ristorante in piazza del Centro Festival. Il workshop fotografico tenuto dal reporter Davide Monteleone e curato da e.motion permetterà inoltre ad un gruppo di giovani fotografi di cimentarsi nel racconto delle giornate di Festival in un’esperienza formativa. Come ogni anno, le attività di Santarcangelo Festival sono monitorate dal progetto sulla sostenibilità ambientale P.S. Presente Sostenibile, cui sono legate diverse pratiche di rispetto ecologico durante l’intera rassegna.

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Santarcangelo Festival è realizzato grazie al Comune di Santarcangelo di Romagna, e ai comuni di Rimini, Longiano, Poggio Torriana e San Mauro Pascoli. È sostenuto dalla Commissione Europea, dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, dalla Regione Emilia-Romagna e dagli sponsor Gruppo Hera, Gruppo Maggioli, CAMAC, Romagna Acque Società delle fonti, Amir Onoranze Funebri e CMC Ravenna. Il Festival collabora quest’anno con La Notte Rosa / Together, il capodanno estivo su 170km di Riviera, nella notte del 7 luglio.

 

Biglietteria

Tickets: da 2€ a 12€

Abbonamento a 4 spettacoli: 40€

La biglietteria in Piazza Ganganelli aprirà lunedì 3 luglio 2017

tel + 39 0541 623149

 

Info

www.santarcangelofestival.com

info@santarcangelofestival.com

tel. 0541.626185

Ultima replica. Venticinque anni dopo Capaci

Nel calendario laico degli italiani il 23 maggio dovrebbe essere una data importante. E’ il giorno della strage di Capaci. A 25 anni esatti di distanza – era il 1992 – l’ultima replica di Novantadue. Per Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Domani, al Teatro Verdi di Pordenone.

Ho sempre pensato che delle ricorrenze bisogna diffidare. Se un evento è importante, non può esserlo solo allo scadere dei dieci, dei venti, dei trent’anni. Ma l’ultima replica di Novantadue, il testo teatrale di Claudio Fava che ricostruisce i fatti di quell’anno, è un’occasione che mi preme mettere in evidenza. Domani, 23 maggio, ultima replica al Teatro Verdi di Pordenone (ore 20.45), di una produzione Bam Teatro che non è solo teatro. Ma del teatro approfitta per raccontare, soprattutto a una generazione che 25 anni fa non c’era, ciò che significò la perdita violentissima di quelle due vite.

La legalità, l’opacità

Giovanni Falcone, investito da una carica di mille chili di tritolo, il 23 maggio 1992, assieme alla moglie e alla scorta all’imbocco della galleria palermitana di Capaci. Paolo Borsellino, ammazzato allo stesso modo, due mesi dopo, sempre a Palermo, nel centro storico in via d’Amelio. I simboli della legalità dello Stato Italiano di fronte all’opacità e alla violenza dello Stato Mafioso. Due realtà territoriali e politiche che, oramai lo sappiamo, non furono sempre contrapposte, ma segretamente intrecciarono invece la rete di connivenze e omissioni, viltà e complicità, sul cui altare venne deciso di far esplodere, con il tritolo, la battaglia che quei due giudici stavano combattendo per un Paese migliore.

In questo video, ecco come comincia Novantadue.

Ma Novantadue, non è solo storia, e non è solo documento. Per com’è stato pensato, per quanto ha girato i palcoscenici italiani in cinque anni di repliche, è anche uno spettacolo di forte impatto emotivo e dal respiro pulito. E questo si deve soprattutto al modo con cui Filippo Dini (che è Falcone), Giovanni Moschella (che è Borsellino) e Pierluigi Corallo (a cui la regia di Marcello Cotugno ha chiesto di disegnare un mondo omertoso di uomini di galera e funzionari dello Stato) si calano dentro e mostrano il carattere, fuori, dei personaggi. Il loro lavoro quotidiano, la loro solitudine. Lontano dalla retorica delle commemorazioni ufficiali, dai monumenti che sono stati loro dedicati, dalle intitolazioni che quei due cognomi hanno prodotto: piazze, scuole, strade, stadi, giardini, colonne, ambienti, alberi…

Capaci, 25 anni dopo

Dovrebbe far pensare anzi, che l’aeroporto di Palermo, si intitoli oggi a Falcone e Borsellino, perché tutto fa pensare che la stagione della mafie, in Sicilia, ma ugualmente a settentrione, non si è affatto conclusa. Come sappiamo bene e come sapevano già i due magistrati. E spettacoli come questo servono appunto a ricordarcelo. Venticinque anni dopo.

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NOVANTADUE – Falcone e Borsellino, 20 anni dopo. Di Claudio Fava. Con Filippo Dini, Giovanni Moschella e Pierluigi Corallo. Allestimento e regia di Marcello Cotugno. Luci Stefano Valentini. Suono Gianfranco Pedetti. Produzione BAM teatro in collaborazione con XXXVII Cantiere Internazionale d’Arte e Festival L’ Opera Galleggiante

info:
www.comunalegiuseppeverdi.it
www.bamteatro.com/novantadue/

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Nella bolla della rassegnazione. I trentenni che vincono a In-Box

Un aggiornamento sull’esito di In-Box 2017 Dal Vivo, ve lo devo dare. Dell’iniziativa, che si è svolta a Siena tra mercoledì 17 e sabato 20 giugno, avevo cominciato a parlare in un precedente post. Ed è normale che vi racconti com’è andata a finire.

In-Box è una maniera per dare risposta, una risposta possibile, alla difficoltà che incontrano giovani artisti e compagnie teatrali nel far girare i loro spettacoli. Vuoi per l’affollamento che contraddistingue il mercato italiano, dove l’offerta è decisamente superiore alla domanda. Vuoi per la loro naturale inesperienza in quel settore dell’organizzazione teatrale che va sotto il nome di distribuzione.

Ma per dirla in maniera ancora più semplice: i sei giovani spettacoli finalisti di In-Box 2017 si contendevano la conquista delle 46 repliche messe in palio dai partner della manifestazione, che sono coloro che selezionano e programmano le stagioni di teatri sparsi per buona parte della penisola. Non una soluzione al problema, ma almeno un incentivo al rinnovamento dei cartelloni, tante volte appiattiti su un gusto medio e nomi che ritornano uguali. Un po’ di aria fresca, insomma. Vincitore dell’edizione risulta ogni anno lo spettacolo che, dopo essere stato visto nei due giorni della finale, strappa ai selezionatori il numero più alto di repliche. E così è successo.

Io non sono il mio lavoro

A garantirsi 26 repliche per la prossima stagione, e dunque a vincere, è stato il Collettivo Controcanto. Dinamico e vivace gruppo di attori provenienti dalla provincia laziale, dove hanno maturato quell’ascolto della realtà che è la forza dello spettacolo che hanno presentato. Sempre domenica, comincia con loro sei, seduti a schiera, e brevi dialoghi a due che piano piano svelano i personaggi. Tutti animati da una parlata romanesca forte, che evoca la grande stagione della commedia all’italiana al cinema. E tutti coinvolti in piccole storie metropolitane, dentro alle quali si scorge il labirinto di un lavoro subordinato dove si perdono fattorini, portieri d’albergo, segretarie di studi d’avvocato, meccanici, insegnanti precari… Personaggi che hanno la stessa età dei loro attori. Ma la vivacità pop di quelle battute, così naturale nel suo riferimento cinematografico, ben presto lascia il posto a un disagio e un tormento che piega i dialoghi a una richiesta dolorosa. Sfuggire al loro lavoro, anzi a un Lavoro che mangia l’anima e l’io. Un lavoro non scelto ma rimediato, che è asfissia, e come gridava la critica anticapitalistica del dopoguerra, aliena da se stessi. Trentenni e studiati (sono compagni di scuola e di università, i sei di Controcanto e la loro regista Clara Sancricca) più che averla imparata dai libri, questa alienazione se la sentono addosso, la vivono come generazione millennials, la soffrono personalmente. Ma sanno anche restituirla con quella grazia realistica che ha reso indimenticabile la rappresentazione di se stessi che gli italiani hanno fatto, grazie al cinema, durante gli anni del Boom, cinquant’anni fa. E tornano oggi a fare, nell’epoca della Crisi Strutturale, dentro il ripiego della rassegnazione.

Nella bolla delle attrazioni mancate

Ha radici lontane e un’ispirazione importante invece, lo spettacolo secondo classificato. Vania, della compagnia lombarda Oyes, ridà vita in un’atmosfera d’oggi alla storia che Anton Cechov ha raccontato centoventi anni fa in Zio Vanja. Come se quella struttura di rapporti, di attrazioni mancate, amori delusi, individui che non sanno far presa sulla realtà, avesse dato al regista Stefano Cordella e al suo gruppo di attori (anche qui, coetanei, che hanno in comune l’esperienza scolastica nella milanese Accademia dei Filodrammatici) il filo sul quale costruire una storia odierna. Senza troppe dimostrazioni o metafore, ma nella limpida osservazione, che ancora una volta punta la lente sulla bolla di un tempo fermo a cui è costretta questa generazione. Ed è bello che si asciughi in soli quattro personaggi il gioco della pigrizia sentimentale tanto caro alle brigate provinciali di Cechov. E che si sognino oggi i viaggi a Londra, come le tre sorelle anelavano di tornare a Mosca. Com’è pure bello l’accurato lavoro di interpretazione, appena appena giocato sui tipi, che sono quelli che incontriamo oggi sul pianerottolo e per strada, o mentre facciamo la spesa all’ipermercato. A muovere quella storia, da dietro, c’è il cantico dell’indolenza preparato da Cechov, ma a darle cuore ecco ancora una volta il senso vivo di rassegnazione che imbeve la generazione oggi trentenne.

E che sembra accomunare i due migliori spettacoli di In-Box 2017. In quella frase scritta 120 anni fa, ma che sembra fatta per loro. “Ho 35 anni, metti che arrivo fino a 70, me ne restano ancora il doppio. Troppi. Cosa faccio tutto questo tempo? ”.

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Vania. Ideazione e regia Stefano Cordella. Drammaturgia collettiva. Con Francesca Gemma, Vanessa Korn, Umberto Terruso, Fabio Zulli. Costumi e realizzazione scene Stefania Coretti, Maria Barbara De Marco. Disegno luci Marcello Falco. Produzione Oyes.
Vedi qui la loro homepage.

Sempre Domenica. Regia Clara Sancricca. Con Federico Cianciaruso, Fabio De Stefano, Riccardo Finocchio, Martina Giovanetti, Andrea Mammarella, Emanuele Pilonero. Produzione Controcanto Collettivo.
Vedi qui la loro homepage.

In-Box si è svolto tra il 17 e il 20 maggio a Siena, ideato da Stratligut Teatro e sostenuto da Fondazione Toscana Spettacolo, Regione Toscana, Comune di Siena.
Vai al loro sito.

Capitani coraggiosi. Uno su trenta ce la fa. I giovani registi del College Biennale Teatro

Guardateli, ascoltateli, uno dopo l’altro, i trenta under trenta che Antonio Latella ha esaminato nella prima selezione del bando della Biennale. In palio c’è una produzione da 110mila euro. Tra loro, il regista ne ha adesso individuati sei. Alla fine ne verrà scelto uno. Uno su trenta ce la fa.

Nel precedente post parlavo di alcune soluzioni che il teatro italiano prova a dare alla difficoltà che i giovani artisti incontrano nel far vedere e apprezzare al pubblico le proprie opere. E’ un sistema in cui l’offerta è decisamente superiore alla domanda, ed è perciò inevitabile che il valore economico del loro lavoro precipiti verso il basso. Di conseguenza, anche la possibilità di farne una professione. Il che, detto in due parole, è grave.

Con rimedi diversi, il tessuto teatrale italiano prova a far fronte a questa prospettiva. Una delle proposte più ambite (nonché più dibattute negli scorsi mesi, per l’aspetto economico, davvero inconsueto) è il bando lanciato in marzo da Antonio Latella, direttore per questo quadriennio della sezione Teatro della Biennale di Venezia. Un premio di produzione di 110mila euro (al massimo) per la produzione di un regista under 30, da presentare nel cartellone 2018 del Festival. Niente male, che dite?

Alla scelta finale si arriverà dopo una progressiva selezione che, dai primi 30 registi accolti ed ascoltati, ha già portato a 6 i candidati, e porterà infine, tra qualche mese, al vincitore (il bando si può leggere qui).

La discussione in rete si è concentrata soprattutto sulla cifra, effettivamnete cospicua, e sulla scelta di destinare l’intero budget a una produzione sola. Ragionamenti convincenti dall’una e dall’altra parte, e motivati, com’è ovvio, dalla posizione dalla quale ciascuno parla. Il tema, quasi irrisolvibile, del rapporto qualità/quantità. Latella ha fatto la sua scelta. E tant’è: il bando è quello. A me pare interessante, piuttosto, ascoltare quello che hanno detto i trenta candidati. Li volete sentire? Volete mettervi dentro i loro pensieri?

“Facciamo molta fatica a volte a capire cosa è bello, cosa è vero, cosa è lecito. Ma soprattutto cosa è sacro”.
“Siamo molto condiscendenti con la violenza che facciamo. Ha sempre un fine”.
“Mi sono chiesto: che cosa succede se non c’è più nessuno a guardarti, se non c’è più il pubblico, se non c’è più l’altro…”.
“Questa solitudine però forse anche gioiosa”.
“E’ difficile stare al passo con le avanguardie dei primi del ‘900”.
“Reimparare a narrare delle storie, io mi sono innamorato del teatro, per le storie”.
“Sei un’attrice, sei una performer, non sei una regista. E’ vero che tutte queste tre cose, per come tento di farle, corrispondono allo stesso ventre”.
“Non un’idea a priori, ma un contenuto, nella sua giusta forma, fruibile, comprensibile”.
“Alla mia età, mio padre mi aveva già avuto”.

E così via. Le loro idee. I loro timori. Le loro ambizioni. Il loro spaesamento. D’accordo: sono spot di pochi secondi. Però, se vi prendete il tempo per guardare questi altri quattro video, trovate delle riflessioni in più, i titoli dei loro progetti, e i loro nomi.

Da poco si conoscono i nomi di quelli che, tra loro, sono stati selezionati per la seconda fase, tre registi e due registe, che presenteranno trenta minuti di lavoro espositivo in chiusura del College. Una sfida a sei.

Sono Leonardo Lidi (che concorreva con il progetto Spettri), Filippo Renda (Closer), Maria Chiara C. Pederzini (Furore), Fabio Condemi (Il sonno del calligrafo), Jacopo Squizzato (Nikola Tesla) e Francesca Caprioli (E’ un continente perduto). Potete rivederli tutti e sei in questo altro video.

Li ascolteremo più a lungo nei prossimi mesi, li vedremo all’opera, staremo a scrutare quei trenta minuti di idee e di speranza, che metteranno assieme e presenteranno, a fine festival, ai maestri e agli allievi del College. Sei ritratti dell’artista da giovane.

In-Box. Quella vetrina di animali da compagnia (teatrale)

Chi si trova a passare in Toscana questo fine settimana, una sosta a Siena deve farla. E non solo per i pici, che qui sono un piatto inarrivabile, se conditi con briciole, o cacio e pepe. Ma per quella bella occasione di teatro che è In-Box 2017 dal vivo , festival e vetrina di compagnie emergenti, intitolata quest’anno Animali da compagnia. Capito il gioco di parole?

My Place – il corpo e la casa, finalista In-Box 2017

Sono tante le soluzioni che il nostro sistema teatrale si è dato per rendere visibile il lavoro dei gruppi più giovani. Bandi, call, contest, rassegne, festival e festivalini. Per lo più a costo zero. Che in realtà, per chi fa teatro, significa a guadagno zero. Le soluzioni young oriented sono poi le più disparate. Talvolta le più disperate. Se la generazione dei quarantenni – che in Italia sono ancora giovani, ovviamente – fa fatica a mettere assieme tre o quattro date in un mese, figuratevi che cosa possono fare gli under 35. Ai quali manca la disinvoltura organizzativa che i fratelli maggiori hanno dovuto conquistarsi. E manca pure la base economica per dare gambe alle proprie idee. Spesso molto belle, queste idee. E spesso annegate nel doversi arrangiare.

Un’amica, che il teatro lo conosce bene, dice che il FUS (il capitolo finanziario che lo Stato riserva allo spettacolo dal vivo) dovrebbe essere diversamente decifrato nel loro caso: Famiglie Unite per lo Spettacolo. Perché i loro produttori sono genitori, zii, nonni, disposti a investire i risparmi nella carriera artistica di figli e nipoti. Sempre che i risparmi ci siano.

In-Box è un progetto di visibilità per giovani compagnie teatrali, nato da un’idea di Straligut Teatro e fondato su una rete che conta finora una quarantina di partner e sale teatrali che coprono buona parte della penisola. In-Box si è dato da fare a trovare qualche soluzione (artistica ed economica) alla situazione di cui stiamo parlando. “Sosteniamo gli artisti emergenti dando loro lavoro (repliche) e riconoscendone la dignità economica (cachet)” hanno spiegato Fabrizio Trisciani e Francesco Perrone nel loro bando-manifesto (che si può sfogliare qui ).

My Place – il corpo e la casa

Oggi alla 9a edizione, tra miglioramenti e aggiustamenti, In-Box ha raggiunto una solidità che lo pone in evidenza nell’agenda teatrale italiana. Tanto che a sostenerlo e a dagli una mano ci sono il circuito teatrale regionale (e cioè la Fondazione Toscana Spettacolo), assieme a Comune di Siena e Regione Toscana.

La formula è un po’ complessa, ma si può spiegare così: per i 10 spettacoli selezionati nei due filoni (In-Box Blu e In-Box Verde, che fa riferimento al circuito del teatro ragazzi) quest’anno vengono messe a disposizione 76 repliche nei teatri della rete, a cachet prefissato.

Tra mercoledì 17 e sabato 20 maggio, a Siena, al Teatro dei Rozzi e al Teatro del Costone, per In-Box 2017 Dal Vivo, quei dieci spettacoli finalisti vanno in scena. E alle 22.30 di sabato, il conclave dei quaranta partner di rete proclamerà i due vincitori, nel corso di un Savana Party ospitato da una birreria. Insomma, non quelle paludate cerimonie che di solito concludono i Premi. Ma un evento più divertente e spumoso. Da associare magari a quel buon piatto di pici.

Homologia, finalista In-Box 2017

Tra i 10 finalisti ci sono nomi e titoli che si sono già conquistati un certo numero di estimatori, con le proprie forze e grazie ad altre occasioni (come il Premio Scenario o il Premio Giovani Realtà del Teatro). A me per esempio è capitato di vedere Homologia (di Dispensa Barzotti), quarantacinque minuti filati e silenziosi che richiamano immagini estratte certo dall’album iconico di Samuel Beckett. Ma trovano pure la via di spettacolari sorprese che strappano al pubblico degli oooohhhh di ammirazione.

Oppure Vania (della compagnia Oyes, cresciuta nella factory del milanese Teatro dei Filodrammatici) che va ben oltre l’ispirazione a Cechov, e ricava un tessuto di emozioni dal lavoro pulito e vivificante di attori molto determinati.

Vania, finalista In-Box 2017

Ma provo curiosità soprattutto per ciò che non ho ancora visto e che, spesso capita, mi cattura con quanto di inaspettato va contro le mie attese. Siccome c’ho una certa età, non mi ritrovo spesso ad assistere a spettacoli per giovanissimi. Perciò dalla sezione maggiorenne mi aspetto tanto: da My Place – il corpo e la casa (di Qui e Ora, residenza teatrale) per esempio, o da Scarabocchi (Teatro Rebis e maicol&mirco), Sempre domenica (del Collettivo Controcanto) e Hallo, I’m Jacket! (di Dimitri/Canessa). Insomma da tutti gli altri sfidanti, a cui faccio l’augurio di strappare il maggior numero di repliche ai tanti programmatori teatrali che saranno presenti a Siena. Dove, tra artisti, spettacoli, giurie popolari (quella dei Millennials individuerà lo spettacolo da far rivedere qui nella prossima edizione), un aperitivo, in piazza del Campo, la sera, ci sta. In compagnia di animali da compagnia.

Hallo, I'm Jacket, finalista In-Box 2017

Trovi qui tutte le informazioni su In-Box 2017 dal Vivo (17-20 maggio, Siena)

 

La Sleep Technique e le giornate di pioggia. Secondo voi, c’è un nesso?

La selezione di Command Alternative Escape a Venezia e la danza archeologica di Dewey Dell, alle prese con i metri di giudizio.

Se a meno di 24 ore di distanza, in due diverse occasioni, mi sono tornati in testa gli stessi pensieri, un nesso ci sarà, mi sono detto.

La prima. Un sabato di pioggia consistente a Venezia. La parte più remota di Venezia, quella dell’Arsenale, che grazie alla Biennale e altri attori culturali ha ripreso valore in questi decenni. Proprio là dietro ai Bacini ci sono alcuni giardini che Thetis, azienda che si occupa di problemi e soluzioni ambientali, ha riqualificato investendoli d’arte. Ci sono finito per vedere che cosa si erano inventati quelli di Command Alternative Escape: giovane gruppo di futuri curatori artistici, che a ridosso dell’inaugurazione della Biennale d’Arte 2017, ha messo in mostra all’aperto la propria selezione di artisti, per lo più altrettanto giovani.

La seconda. Il giorno dopo, domenica, con la medesima pioggia, a Udine. Teatro Contatto, la stagione congegnata dal CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG, ha chiuso il cartellone degli spettacoli 2016/2017 con il lavoro più recente di Dewey Dell, Sleep Tecnique. Anche loro giovane formazione di artisti, più vicini alla danza che a musica e suoni. Anche se nei titoli firmati DD in dieci anni le due lingue si avvinghiano l’una sull’altra, per dare vita a lavori di un’originalità che via via ho imparato a riconoscere .

In entrambe le occasioni mi sono chiesto: nell’essere riconosciuto artista, e nell’acquistare valore, quanto giocano la qualità e le caratteristiche dell’opera. E quanto gioca il contesto in cui l’ autore si trova a presentarla?

Non è una domanda retorica, giuro. E’ la curiosità di spiegare a me stesso il processo che mi porta a vagliare in un certo modo, a dare un determinato valore, a un autore. Parla di più l’opera? O parla di più chi l’accoglie e ciò che fa da perimetro all’opera?

A Venezia, nei Giardini Thetis, sul tetto di uno di questi antichi magazzini rimessi a nuovo, spicca L’uomo che misura le nuvole, sberluccicante scultura di Jan Fabre. Un uomo che protende verso il cielo il suo strumento di misura: lui, l’oggetto e il piedistallo, completamente rivestiti di vernice dorata. Un abbaglio nel cielo grigio e scuro di quella giornata. Ma volgendo lo sguardo dal cielo verso terra, ecco il Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, e più in là ecco la Quercia di Joseph Beyus, in rappresentanza delle 7.000 piantate negli anni ’80 a Documenta/Kassel.

L’uomo che misura le nuvole (Jan Fabre)

Command Alternative Escape, che ha scelto quei Giardini, deve saper bene quanto un’opera di valore luminoso getta luce sulle altre opere che le stanno intorno. E intorno, scelte dal gruppo degli intrepidi curatori, c’erano le installazioni del giovane Paul Kneale (simboliche parabole satellitari, di neon colorati, che scrutano il cielo, attente a captare segnali e a farli risuonare nelle odierne echo-chamber). O gli specchietti mobili del giapponese Kensuke Koike, pronti a riflettere ovunque i minimi bagliori. O ancora i lavori della londinese Jesse Darling e quelli d’acqua di Tania Kovats.

Cassina Projects (Paul Kneale)

Anche nel caso di Dewey Dell, Sleep Technique, la loro creazione più recente, trae forza particolare dal essere l’appuntamento del cartellone di Teatro Contatto che in pochi mesi ha acceso le luci pure su Constanza Macras, Christane Jathay, ricci/forte, Amir Reza Koohestani. E non solo: dall’essere biologicamente e artisticamente percepiti come seconda generazione della factory Castellucci/Socìetas, nutriti di quel pensiero divergente su cui riposa il fascino e l’importanza dei lavori dei genitori. E dall’aver infine trovato sponde produttive, prima nella lungimirante politica di residenze creative di Centrale Fies/Dro, e poi nella rete internazionale di teatri e manifestazioni che a quello svezzamento ha fatto seguito.

Non ho dei dubbi sull’originalità e la creatività di Kneale e di Koike. E di Teodora, Agata, Demetrio Castellucci e Eugenio Resta. Si vedono. Ciò che metto in questione è la mia percezione delle loro opere, drogata – ci credo fermamente – da ciò che le circonda.

Sleep Techniques, viene presentato da Dewey Dell come risposta alle sensazioni e alle emozioni che la visita alle caverne francesi di Chauvet Port d’Arc nelle Ardenne e il colloquio con l’archeologa Dominique Baiffer. Quell’incontro ha scatenato reazioni forti nei quattro di gruppo, impegnandoli a trovare il filo che lega i gesti e i comportamenti rappresentati nelle figure rupestri disegnate  36.000 anni fa in quelle grotte (425 animali e una sola figura di donna) ai gesti e ai comportamenti che ci appartengono, oggi. Un legame lungo 36 millenni durante i quali – dicono loro – le funzioni e i processi cognitivi di Homo sapiens sapiens non sarebbero granché cambiati, mentre le trasformazioni sono tutte frutto di civiltà e tecnologia.

Mi domando se la curiosità, e in certi momenti anche il sospetto, con cui sono andato incontro a Sleep Technique, o qualche anno fa al loro Marzo, sarebbero stati gli stessi se fossi andati a vederli come un qualsiasi spettatore, un abbonato che sceglie di dare fiducia a un cartellone, magari poco consapevole della rete famigliare e produttiva in cui quello spettacolo è nato. Oppure se avessi letto il loro progetto di archeologia coreografica, come uno dei tanti progetti che spesso mi capita di leggere, reso anonimo dai requisiti di partecipazione a un premio o a un concorso. Non sono troppo sicuro che il mio giudizio sarebbe stato lo stesso. E questo getta una scura luce sui pre-giudizi, i para-giudizi, che ci portiamo dentro.

Oppure, mi dico, è solamente il frutto di due giornate consecutive di pioggia. Quando la luce con cui guardi le cose non è la migliore.

 

Vai a vedere che cosa propone Command Alternative Escape ai Giardini Thetis, a Venezia fino al 13 maggio

Vai a vedere la scheda di Sleeep Technique sul sito del CSS – Teatro stabile di innovazione del FVG

Scalare montagne. Un gesto d’arte di paurosa bellezza

L’arrampicata come danza e come meditazione. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre rocciatori, i loro pensieri, le loro ascese nella scrittura di Marko Sosič portata in palcoscenico da Matjaž Farič.

Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza è uno spettacolo che porta alla superficie l’aspirazione che ha segnato la vita pericolosa e ardita di tre rocciatori nati a Trieste. Emilio Comici, Enzo Cozzolino, Tiziana Weiss. Tre figure essenziali dell’alpinismo moderno, che hanno allenato  il proprio corpo e i propri pensieri a un’esperienza d’elevazione. In quell’anelito fisico, ma anche meditativo e per molti aspetti filosofico, tutti e tre hanno riposto e perso la vita. Come Comici, tradito da un cordino a 39 anni durante una banale esercitazione. Come Cozzolino e Weiss, precipitati giovanissimi, uno a 23 sul monte Civetta, l’altra a 26 sulle Pale di San Martino. Tre atleti, e nello stesso senso tre artisti, tre idealisti, attratti dal tentante e ugualmente spaventoso abbraccio del vuoto, consapevoli e fiduciosi nelle proprie forze, animati da un rapporto religioso, se non mistico, con la montagna.

Emilio Comici (1901- 1940) in un’ascensione

Uno sguardo contemporaneo comprende l’arte della scalata e quella della danza. Identica la conoscenza del corpo e delle sue forze. Identiche la precisione, la disciplina e la fiducia nelle tecniche. Tanto che che a volte coreografia e alpinismo trovano percorsi paralleli. In Italia, un filone sempre più interessante si chiama “danza verticale” e adotta imbragature, moschettoni, corde. In Francia si chiama addirittura “danse escalade” e porta ai livelli estremi un’aspirazione che è stata tipica della danza, così come lo è dell’arrampicata: contrastare l’inesorabile forza della gravità, la nostra salvezza, la nostra condanna.

Nessuno stupore quindi se, a portare in scena le parole che lo scrittore Marko Sosič ha scelto per ripercorrere in uno spazio teatrale i pensieri e gli scritti di Comici, Cozzolino, Weiss, è un regista che ha riservato gran parte della propria carriera alla coreografia: Matjaž Farič .

Sul palcoscenico piccolo del Teatro Stabile Sloveno, a Trieste, dove Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza ha debuttato in una doppia edizione (italiana e slovena, frutto di una collaborazione tra Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Stabile Sloveno di Trieste) a prevalere sono comunque le parole scritte da Sosič: un flusso che è monologo interiore e dialogo ad alta quota e che intercetta ciò che la storia personale di quelle tre figure ci consegna. Mentre prova a esplorare, in soggettiva, una spinta e una dedizione totale.

Io intendo l’alpinismo soprattutto come arte, come, per esempio, la danza o, se vuoi, l’arte del violino… Perché se sei padrone assoluto della tecnica dell’arrampicare, puoi facilmente dare espressione ai tuoi sentimenti, proprio come nella musica e nella danza” riflette Emilio Comici in uno dei suoi scritti, raccolti in Alpinismo eroico (postumo, 1942) e segnati con evidenza dallo spirito dell’epoca, pieno fascismo. Dai quali però, superando la zona d’ombra, è possibile distillare la stessa aspirazione che negli anni ‘60 e ‘70 faceva intraprendere a Cozzolino e Weiss, compagni di scalata, oltre che di vita e quasi di morte, una identica scelta. L’esperienza etica ed estetica del corpo umano che si confronta liberamente con il corpo roccioso della montagna. La poetica della “goccia che cade” (la via più breve e più essenziale, più naturale, sulla quale disegnare l’ascensione alla cima) come prescrizione tecnica e scelta poetica.

Non si fa fatica a immaginare quanto sia stato difficoltoso, ma direi anche esaltante, per i sei attori, tre nella versione italiana, altrettanti in quella slovena, aderire alle richieste del testo e allo stesso tempo della regia. Una piattaforma orizzontale li incita ad adottare la stessa tecnica di leggerezza che gli scalatori liberi adottano in verticale. E dietro a loro, le impressionanti riprese video dello stesso Farič, esaltano il senso della vertigine sparando negli occhi dello spettatore la maestosità del Monte Mangart (2679 metri, sulle alpi Giulie) e nelle sue orecchie una colonna sonora nella quale, accanto a Noto & Sakamoto, a dominare è il ritornello inesorabile di Signora illusione, antico richiamo di regime, della fine degli anni ‘30, appunto (ascoltala qui, cantata da Lina Termini).

Evade volutamente la ricostruzione storica e documentaria, Grozljiva Lepota / Paurosa bellezza. Ma nei suoi tanti spessori – spettacolari, etici, comprese le pieghe insondabili della scelta mistica e della adesione politica – permette allo spettatore di immaginare, quasi di compiere, in sicurezza, quei voli che a i tre angeli delle Dolomiti e delle Alpi Giulie, rubarono la vita, senza che ne avessero rimorso.

Guarda la scheda della versione in lingua italiana – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

Guarda la scheda della versione in lingua slovena – SSG Trst TSS – Teatro Stabile Sloveno

La scena selvaggia di Ivica Buljan. Antiteatro tra Seneca e Bolaño

Leggere letteratura come se fosse teatro. O viceversa. Dal sangue e dalle atrocità di Tieste alla passione infuocata del regista croato per 2666, romanzo arcipelago di Roberto Bolaño.

Ho ancora il rammarico di non essermi imbarcato, la scorsa estate, sul traghetto per Silba (in italiano Selve). Silba è una isola piccola e selvatica della Dalmazia settentrionale, famosa cent’anni fa per il suo vino e le sue dinastie di marinai, e oggi proibita ad auto e moto. Ma non è questo che conta. Nell’agosto del 2016 il Mini Teater di Lubiana aveva scelto Silba per il debutto del nuovo spettacolo di Ivica Buljan, regista croato e dal 2014 direttore del settore Drama del Teatro Nazionale a Zagabria.

Ho stima di Buljan. Nell’ultimo decennio ho visto molti dei suoi spettacoli e mi sono sentito quasi sempre in sintonia con il suo lavoro post-drammatico, anche quando il punto di partenza erano materiali intrinsecamente drammatici.  Zio Vanja di Cechov ad esempio (nel 2014, al Teatro Stabile Sloveno di Trieste), testo che il regista aveva affidato al restyling di uno scrittore e sceneggiatore alquanto esplosivo, Nejc Gazvoda.

Durante i suoi sopralluoghi estivi, Buljan è riuscito a trovare a Silba, in quell’ambiente naturale, quasi incontaminato, il luogo esatto per mettere in scena Thyestes. Tragedia selvaggia, tribale, con gesti estremi e massacri spietati, il Tieste di Seneca evoca perfino un episodio di cannibalismo. La parola precisa sarebbe tecnofagìa: per dire che il padre si ciba, pur inconsapevole, della carne dei propri figli. Così come il vuole il vendicativo mito dei due fratelli Tieste e Atreo.

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Mi spiace di non aver assistito – all’aperto, tra terra, sassi, animali in libertà, bracieri ardenti, attori vestiti e svestiti con costumi arcaici – alle sequenze che Buljan aveva ideato maneggiando il sanguinoso storytelling dell’autore latino. Le fotografie da Silba e poi quelle dallo spazio chiuso di Sveti Nikola a Zara ne restituiscono appena l’eco, con la memoria che corre alle immagini della prima mezz’ora della Medea di Pasolini. Pure lei selvaggia eroina di Seneca, del resto.

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Altrettanta selvatichezza ho ritrovato però alcuni giorni fa, quando al Teatro delle Passioni di Modena, mi sono ritrovato tra il pubblico di Universo Bolaño. Lo spettacolo, tre ore buone, è l’esito di un percorso laboratoriale che Buljan ha costruito per sedici giovani attori selezionati per l’iniziativa di perfezionamento della Scuola Iolanda Gazzero, avviata da Emilia Romagna Teatro Fondazione, esperienza che ruotava attorno al “romanzo arcipelago” di Roberto Bolaño intitolato 2666.

L’universo mediterraneo della tragedia antica è stato sostituito dal caos meticcio dello scrittore cileno ma la sensazione è che le soluzioni che il regista ha adottato stavolta, partendo dai materiali di quella labirintica letteratura, tornino a raccontarci il suo metodo, così performativo, così anti-teatrale. Se intendiamo questa parola con lo stesso significato con cui l’ha utilizzata quel sovversivo teatrale che si chiamava Fassbinder, cinquant’anni fa, prima di diventare il cineasta mélo che sappiamo.

La prima parte di Universo Bolaño si svolgeva nello spazio bar delle Passioni, tra spettatori seduti ai tavoli, birre, mojitos, arachidi, e serviva a tracciare, con più voci, personaggi, action painting e schitarrate, l’immaginario incivile di una cittadina messicana, Santa Teresa, situata al limite di un deserto e abitata da narcotrafficanti, stravaganti critici letterari, giornalisti, povere operaie e promettenti puttane, tra i quali Bolaño ci conduce, increduli visitatori.

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Si passava quindi nella attigua sala dove spesso mi è capitato di vedere i debutti di Pippo Delbono, che con Buljan spartisce parecchie consonanze. Ma mica per accomodarsi sulle poltroncine. Era un concerto in piena regola, da seguire in piedi, quello che i sedici performer (scelti anche per le attitudini musicali, di voce e di strumenti) ci stavano organizzando, e sempre più spingeva ad addentrarsi, adesso con un taglio da giornalismo d’inchiesta, o ancor meglio da detective selvaggi, nel racconto di violenze, sparizioni e omicidi sopra i quali si puntella l’incredibile storia del romanzo bolañesco più amato da Buljan. 2666, appunto.

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“La passione infuocata che nutro per 2666 – spiega lui – è condivisa da tutti i suoi lettori nel mondo, tra i quali spicca Patti Smith. I critici letterari mettono a paragone l’importanza di questo titolo con l’influenza sovversiva provocata da Ulisse di Joyce nei primi anni del ventesimo secolo. A me piacerebbe accostarlo al coraggio sovraumano del Moby Dick di Melville e all’attrattiva sensuale delle pagine di Proust”. Sempre che Proust avesse trattato esplicitamente di narcos e stupri, friggendo uova e wurstel da servire poi agli spettatori, in odorose sequenze.

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Non mi è sembrato, alla fine, uno spettacolo perfetto, Universo Bolaño. Né forse poteva esserlo, nella scelta di sostituire la tribù di attori e collaboratori con cui Buljan è abituato a lavorare (presenza costante è l’iconico Marko Mandić) con i sedici attori provenienti dal fiore delle accademie e delle scuole teatrali italiane. Volitivi, disinibiti, capaci di enorme generosità performativa, peraltro. Costretta a volte dalla regia a scavalcare il limite della cautela, ma in parte sprecata, perché è inevitabile che lungo le tre ore di rischio, la tensione dello spettatore si allenti, laddove il puro concentrato di emozioni, anche fisiche, lo avrebbe eccitato più della caffeina, più del crack. Si fa per dire.

Chissà se dopo dodici date modenesi Universo Bolaño avrà anche una serie di repliche in cui, asciugata per situazioni e tempi, la produzione ERT possa mostrare la sua indole, surreale e selvaggia come il suo autore. Come il suo regista. E lo spettatore non si meravigli poi tanto se la barista che serve al tavolo una Corona ghiacciata si rivela poi attrice, piuttosto tosta, ed eccellente batterista. Mentre sul lungo tavolo, cosparso di bucce, il suo compagno performer, nudo, oltraggia il senso emiliano del pudore con l’evidenza di un Caravaggio ridisegnato da Frida Kahlo.

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La locandina di Thyestes prodotto da Mini Teatr Lubiana

La locandina di Universo Bolaño prodotto da Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione

 

 

Biennale Teatro 2017. Ladies first: il programma di Latella

Prima le signore. Da alcuni mesi al timone del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, Antonio Latella ha presentato oggi il programma 2017, il primo del suo mandato quadriennale. Un cartellone di spettacoli, incontri, iniziative, tutto dedicato alla regia. A una regia di donne.

La scenografia di Katrin Brack per il molieriano Tartuffe

Ene-Liis Semper,  48 anni, estone. Nathalie Béasse,  45 anni, francese. Anna Sophie Mahler,  38 anni, tedesca.  Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot, 42enni, dall’Olanda. Claudia Bauer, 51 anni, bavarese.  Tutte la stessa generazione. E poi le italiane Maria Grazia Cipriani e Livia Ferracchiati.

Con le idee ben chiare e con parecchi assi (anzi regine) nascoste nella manica,  Latella direttore entrante ha elencato quali saranno i punti e i nomi salienti del primo capitolo (2017) del suo progetto per il festival teatrale della Biennale. “Non una vetrina, non un festival supermercato, come se ne vedono tanti in Europa. La Biennale, come la intendo io, è il luogo dove assistere alla creazione di nuovi alfabeti, nuove grammatiche, che possono evolvere in linguaggi” ha detto  questa mattina a Roma presentando le diverse articolazioni del programma: il cartellone di spettacoli, i workshop della Biennale College, gli incontri a Ca’ Giustinian, i due premi alla carriera che verranno consegnati in apertura, martedì 25 luglio: il Leone d’Oro e quello d’Argento.

Premi che andranno ancora a due donne, artiste davvero sconosciute in Italia. La scenografa tedesca Katrin Brack (Leone d’oro) che Latella assicura di aver visto all’opera in alcuni spettacoli, da lui amatissimi nei suoi lunghi soggiorni in Germania, diretti da Luk Perceval e Dimiter Gotscheff. E la regista di Cracovia Maja Kleczewska (Leone d’argento) che Latella considera l’ideale erede della nuova scuola teatrale polacca, quella in cui sono già iscritti Krystian Lupa e Krysztof Warlikowski.

 

La scenografia di Katrin Brack per Anatol di Schnitzler

Un festival che si annuncia quindi costellato più da sorprese che da sicurezze. L’opposto delle sette edizioni dirette dal suo predecessore Àlex Rigola che ogni anno puntava sui nomi più accreditati dell’orizzonte registico internazionale.

Per il 2017 si tratta invece di registe, donne, delle quali poco conosciamo e alle quali La Biennale sembra dare fiducia, poiché ospiterà non uno spettacolo, ma brevi personali, composte anche da due, tre, quattro titoli. Come è il caso della giovane italiana Livia Ferracchiati (classe 1986) che dopo i graffi di Ti auguro un fidanzato come Nanni Moretti sarà in cartellone con ben tre titoli (Todi is a small town in the center of Italy, Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater, tutti del 2017) e alla quale ci piacerebbe davvero riconoscere il titolo di nuova leva italiana per il prossimo decennio.

Ma si vedrà. Cosi come si vedranno uscire da “scatole magiche” i lavori di Anna Sophie Mahler (che lavora a Zurigo, già assistente del mago svizzero Christoph Marthaler) o quelli di Ene-Liis Semprer, “pericolosa eroina di performance rituali e video incentrati sul corpo, il cui fascino si basa sulle reazioni fisiche provocate nell’osservatore”, già conosciuta per aver rappresentato l’Estonia alla Biennale Arti Visive del 2001. Un suo titolo tentatore è Filth, da tradurre Che zozzo! e da vedere il 26 luglio.

Tentatore anche il titolo del College, riservato a giovani artisti selezionati attraverso un bando prossimamente in scadenza. Per le 8 diverse sessioni di You know i’m not good, Latella ha chiesto ai docenti  “di identificare un’artista, donna, operante dalla seconda metà del Novecento misteriosamente scomparsa, e di mettere una lente di ingrandimento là dove si possa vedere qualcosa che per troppo tempo è rimasto nascosto, o volutamente tenuto sotto silenzio”. Così Simone Derai di Anagoor ha scelto di lavorare attorno alla figura di Marilyn Monroe, Nathalie Béasse su Jean Seberg, Franco Visioli e Letizia Russo su Unica Zürn, Anna-Sophie Mahler su Aglaja Veteranyi, Maria Grazia Cipriani su Amy Winehouse, Katrin Brack su Charlotte Posenenske, Luk Perceval su Sinéad O’Connor, Suzan Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot su Lee Lozano. Un ventaglio di storie da raccogliere in chiusura del Festival, l’11 e il 12 agosto.

Assieme al programma del Festival di Teatro sono stati presentati oggi anche il Festival di Danza Contemporanea (direttore Marie Chouinard) e di Musica Contemporanea (direttore Ivan Fedele) che hanno scelto, per i rispettivi Leoni d’oro, nomi di altissima caratura come la coreografa americana Lucinda Childs (che sarà premiata il 23 giugno) e il compositore e direttore d’orchestra cinese Tan Dun (30 settembre).

I programmi completi sono disponibili sul sito della Biennale di Venezia.

 

 

QuanteScene! – il blog di opinioni teatrali torna online

QuanteScene! ritorna online

A questo nuovo indirizzo, riprendono i post del blog di cose teatrali a cura di Roberto Canziani.

La vita è sogno, una regia di Luca Ronconi

QuanteScene! è nato nel 2015 sulle pagine del quotidiano IL PICCOLO di Trieste e prosegue anche con nuovi contenuti e immagini a questo link

www.robertocanziani.eu.

Segnatelo. E buone letture.

[l’immagine di Marcello Norberth è da La vita è sogno di Calderon/Ronconi, Piccolo Teatro Milano, gennaio 2000]