Pressburger, che sognò il sogno una nuova Europa

Non è stato facile trovare un titolo in cui riassumere la personalità, il carattere, l’intuito e soprattutto il segno lasciato da Pressburger nella letteratura, nel teatro, nella cultura musicale, nella radio, non solo in Italia. Anche in Europa. Volevo mostrare il contributo di un questo intellettuale complesso, lettore vorace della realtà e capace di restituirla in forma di idee, progetti che volavano alti. A volte molto alti. L’occhio puntato sull’utopia, a volte realizzabile, ma sempre in fuga dalla banalità e dall’ordinario.

Giorgio Pressburger

Stregone della radio

Aveva cominciato giovane, Giorgio Pressburger, a sfuggire all’ordinario. E anche all’ordine, inteso come gabbia. Fuggito nel ’56 dalla sua Budapest invasa, era arrivato in Italia come oggi arriva un migrante. Solo un cappotto. E nel panorama di quell’Italia, già pronta per la televisione e il boom, aveva scelto le strade per niente facili della ricerca, della sperimentazione, del nuovo in campo artistico. L’immigrato con il cappotto era diventato regista in Rai e con i suoi progetti aveva conquistato almeno quattro Prix Italia, ciò che oggi chiameremmo l’eccellenza nell’innovazione culturale italiana.

Era la stessa Rai in cui lavoravano Carlo Emilio Gadda e Umberto Eco: la Rai delle buone pratiche. Pressburger amava lavorare con chi stava creando la musica inquieta di quelli anni, l’ingegneristico sound dell’elettronica di allora. Con Bruno Maderna (Ages, nel 1972) e Luciano Berio (Diario immaginario, 1975) si ingegnava a costruire miraggi sonori dentro lo stregonesco Studio di Fonologia Musicale. Fiore all’occhiello di una Rai, ancora colta e ancora popolare, con una missione in testa: migliorare l’Italia e gli Italiani.

Pressburger ai tempi dello Studio di Fonologia Musicale di Milano

E lavorando con loro, scrivendo sceneggiature e progetti, aveva definito subito la sua immagine d’intellettuale d’avanguardia, alchimista di idee che avrebbe presto trasferito dalla radio, al teatro, alla televisione, all’insegnamento all’Accademia nazionale “Silvio d’Amico”. A Trieste, la città prescelta dopo Roma, aveva trovato nel Teatro Stabile lo spazio per dare corpo e suono a certe intuizioni di scena, curiose e ambiziose. Si può dimenticare l’aeroplano che aveva voluto in scena per rievocare il caustico cabarettista Karl Valentin? I tonfi degli zoccoli sul pavimento di vera maiolica vera con cui aveva ricoperto il palcoscenico per La brocca rotta di Kleist? Il ritratto d’amore e di palcoscenico che aveva fatto a Alexander Moissi, fantasma glorioso e trascurato genio della scena mitteleuropea. Un filo speciale lo legava a Pasolini, del quale aveva tradotto in immagini, teatrali e televisive, il difficile Calderon, con la sontuosa citazione della pittura di Velasquez.

Una nuova Mitteleuropa

Disincantato da questa Trieste, di cui vedeva la mancanza di coraggio, aveva intuito che Cividale del Friuli, cittadina al margine nord-orientale d’Italia, e ambiziosa anch’essa, poteva essere il luogo ideale per la sua persistente idea di nuova Mitteleuropa, Paese di cui si sentiva cittadino ideale.

Pressburger pensava che si potesse rigenerare un tessuto di uomini, di donne,  di culture e di lingue che aveva tenuto assieme l’Europa centrale cento anni prima. Un tessuto che due conflitti, guerre fredde, guerre non guerreggiate, avevano lacerato e distrutto. La sua era l’idea di nuova Mitteleuropa delle culture, che contrastasse la nascente Europa fondata su economie . Era il 1990, l’anno delle speranze. E a trasformare quel sogno in qualcosa di concreto c’era lui, poliglotta e cosmopolita, pronto a fondare 27 anni fa un festival chiamato Mittelfest.

Pressburger durante le prove di Danubio (1997)
Pressburger durante le prove di Danubio (1997)

Lavorando lassù a Cividale con Carlo De Incontrera, Mimma Gallina, Cesare Tomasetig, aveva per quasi 15 anni tenuto il timone della manifestazione da considerare adesso il più prezioso titolo della sua carriera di regista. Territorio dove cimentarsi con un teatro che invadeva la città (spettacoli itineranti come Praga Magica da Ripellino, oppure Danubio e Microcosmi, i due libri di Claudio Magris) o con la ricerca di un’identità sua e al tempo stesso comune a tanti, che gli aveva fatto nascere sulla carta i copioni di Le tre madri e di Il rabbino di Venezia.

Manoscritti in bottiglia

Sarà la Storia però a dargli torto. Dopo aver aperto speranze sopranazionali (Mittelfest era riuscito a riunire anche 20 lingue in una sola edizione), piccole patrie e nazioni egoiste si sarebbero riconvertite alla costruzione di muri, steccati, fili spinati da mettere sui confini. In un solo decennio. A questa deriva Pressburger non si era arreso.

Giorgio Pressburger

Con la forza dei suoi settanta e poi ottant’anni, si era rimboccato le maniche. E aveva con maggior lena ripreso a scrivere. Dalle Storie dell’ottavo distretto (del 1986, scritto assieme al gemello Nicola, per ricordare la Budapest ebraica della sua infanzia) l’attività di scrittore e giornalista aveva accompagnato quella del regista. Ma in anni recenti aveva intensificato la scrittura per racchiudere in altre opere, altri libri, altri articoli per i giornali, le sue speranze. Manoscritti in bottiglia per la generazione a venire. Come Messaggio per il secolo, il film di Mauro Caputo che lo vede raccontare la propria storia. Come Sulla fede e  Don Ponzio Capodoglio (il suo ultimo libro). O il manoscritto a cui stava recentemente lavorando, messaggio e testamento, attraversato però da una sovrana ironia. Quell’ironia, spiegava Freud, che a gente come lui, mitteleuropea, si addice.

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[questo articolo rielabora un mio ritratto di Giorgio Pressburger, andato in onda la sera del 5 ottobre 2017 nel programma RadioTre Suite di Rai RadioTre e l’articolo pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il giorno dopo]

Con la Barcolana veleggiano anche i teatri

Vuoi che a Trieste, adesso che c’è la Barcolana, non si parli ovunque di mare? La manifestazione velica internazionale sta raccogliendo quest’anno adesioni che domenica prossima porteranno nel golfo forse più duemila barche. Nel frattempo il programma prevede una serie di iniziative collaterali. Quella della Notte Blu dei teatri, per esempio, che ha mobilitato per una notte le sale della città, con estemporanee proposte di spettacoli dedicate a temi velistici e marinari.

barcolana, foto G. Crozzoli

Così domenica scorsa mi sono inoltrato anch’io nella Notte Blu. Ma solo quando è cominciato a far notte, appunto. Ho tralasciato per esempio un concerto d’ispirazione cinematografica previsto al pomeriggio al Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Filo conduttore era la colonna sonora del film Master and Commander (2003) , kolossal marinaro di Peter Weir con Russell Crowe. E mi è sfuggito pure, al Teatro La Contrada, il monologo che Antonello Avallone ha tratto da Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano, best-seller anni Novanta di Alessandro Baricco.

notte blu al Teatro Sloveno

Acqua senz’acqua

Insomma, la notte era già bella che scesa quando ho varcato la soglia del Teatro Sloveno per H2OPS, un percorso per spettatori negli spazi del teatro, foyer e sottopalcoscenico compresi, su tema marino. Acqua senz’acqua, ha sicuramente pensato il regista dell’operazione, Igor Pison. Ispirato da un’idea dell’artista brasiliano Hélio Oiticica ha predisposto per esempio in palcoscenico una tempesta di vento per spettatori incapottati e disseminato qua e là piccole distese di sale, alghe, plastiche inquinanti, oppure tappeti elastici e materassini gonfiabili dove trattenersi, ascoltando i classici, Sapore di saleLe mille bolle blu, messi con ironia in bocca agli attori.

Straulino signore del mare

Al Politeama Rossetti tra vele issate e video d’epoca, scorrevano invece le imprese di Agostino “Tino” Straulino, che nel secolo scorso ha portato ai livelli più alti il velismo sportivo italiano. Primati eccelsi  (l’oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, affiancato dai primi posti nei campionati italiano, europeo e mondiale). Ma anche episodi passati nella leggenda, come l’uscita a vele spiegate della Vespucci – “il veliero più bello del mondo” – dal canale navigabile di Taranto . Un’impresa. E con gli attori della Compagnia Stabile del FVG, che sfogliavano le pagine del bel volume Straulino signore del mare di Tiziana Oselladore, il racconto è diventato epico.

Vespucci a Taranto 1965

Ai limiti estremi

Così come drammatico, altamente drammatico, era il punto d’arrivo finale della Notte Blu dei teatri: 74 giorni sospesi. Al Teatro Miela, il regista Massimo Navone aveva scelto di rievocare il naufragio che aveva spinto Ambrogio Fogar e Mauro Mancini alla deriva per due mesi e mezzo su una zattera, nell’Oceano Atlantico, al largo dell’Argentina, senza risorse, fino allo stremo. Uno dei naufragi più lunghi della storia nautica recente. Il diario di chi prova a raccontare i limiti ultimi che due uomini possono varcare, tenuti a galla da un istinto di sopravvivenza, che ne cancella via via le fisionomie umane, portando allo scoperto le forze genetiche e animali che sono alla base della vivere, e del sopravvivere. Senza però mai perdere speranza e lucidità del pensiero. Ivan Zerbinati e Alessandro Mizzi, insieme a una zattera di salvataggio, in una difficile prova di endurance, anche teatrale. “È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde”, scriveva Conrad nei suoi ‘Taccuini’.

L’immagine della regata Barcolana (1.) è di Gabriele Crozzoli.

La volta che spensero le luci. Ma proprio tutte. E finimmo con Vargas e McIntosh nel teatro del buio

Dici che non hai paura del buio? Bugiardo. Del buio abbiamo paura tutti. È istintivo. Se non riesci a vedere, se i tuoi occhi non misurano e non controllano il mondo là fuori, scatta subito l’ansia.
Di recente ho partecipato a due spettacoli dove il buio era il protagonista. E come tutti, ho avuto un po’ paura.

vargas filo di Arianna

Seguendo Arianna e il suo filo

Devi immaginarti in piedi, solo, nel buio totale. Non vedi nulla, ma ti accorgi che una mano gentile ha preso la tua mano e ti invita ad avanzare. Verso dove, verso chi? Senti il terreno inconsistente sotto i piedi scalzi. Forse è sabbia. Però un metro più in là potrebbero essere sassi, vetri, scalini, il vuoto. Io mi sono fidato di quel gesto d’incoraggiamento e sono andato avanti. Rischiando.

Il filo di Arianna è una creazione di Enrique Vargas, regista e antropologo. Settantasette anni, colombiano, Vargas è uno di famiglia a Pistoia, dove le accoglienti sale del Funaro Centro Culturale da quasi dieci anni danno spazio ai suoi titoli e ai suoi seminari. Il gruppo che Vargas ha fondato si chiama Teatro de Los Sentidos perché il suo modo di fare teatro è un lavoro sui cinque sensi degli spettatori. O meglio, dello spettatore. I suoi allestimenti sono infatti percorsi d’esperienza sensoriale e si rivolgono a uno spettatore/viaggiatore solo. Uno solo per volta, quaranta minuti di gioco teatrale, cinquantaquattro viaggiatori a sera. Odori, sapori, rumori, cose da toccare, e soprattutto il buio, sono i primi attori di Vargas. Solo dopo vengono i suoi collaboratori.

vargas filo arianna 2

Così, seguendo le raccomandazioni sussurrate da un alchimista, ho annusato spezie e maneggiato polverine. Mi sono incamminato seguendo l’unico inizio di una corda che tenevo tra le mani. Ho sentito fruscii e suoni di campanellini che attiravano la mia attenzione. Il buio, la semioscurità, restavano sovrani. Ho capito che dovevo accucciarmi, proseguire a carponi, mi sono seduto su un minuscolo sgabello e una voce, pacatamente, si è messa a raccontarmi una storia.

La storia, come dice il titolo, è un mito: quello del labirinto di Creta, del potente Minosse, del mostruoso Minotauro. Ripercorrevo le strade di chi, migliaia di anni, fa si era perso nel dedalo a Cnosso. Sono rimasto nuovamente solo. Un lumino lontano, flebile, mi diceva vieni da questa parte. In uno specchio opaco ho intravisto la mia immagine, ma si confondeva con quella di una creatura infernale, le corna e il ghigno inconfondibile. Forse era il Minotauro. O forse era il mostro che è in me. Vuoi non aver paura?

Sono finito in un armadio, vestiti polverosi mi hanno sfiorato il viso, le braccia. Ho aperto a tentoni una valigia per ritrovare oggetti di un secolo fa. Una clessidra, che aveva smaltito la sua sabbia, mi ha invitato a proseguire e ho fatto un’esperienza che non so riscrivere, perché va sentita, ma con il corpo. Alla fine sono sbucato in una radura. Calma, tranquilla, in penombra, un’oasi di pace dopo l’emozione. Una vestale mi ha offerto un infuso caldo. E sono rimasto là, chissà quanti minuti, a rimettere a posto i miei pensieri. Un viaggio fuori della realtà: ma quando ho guardato l’orologio ne erano passati 40.

vargas filo arianna 6

Ditelo con le mani

Il secondo spettacolo, visto al Festival Contemporanea a Prato, era tutt’altra cosa. Nessuna storia da raccontare, niente misteri. Ancora una volta però era in ballo il mondo dei sensi. Primo fra tutti, il tatto. A cui il buio regala potenza.

In many hands è stato inventato da Kate McIntosh, una versatile artista neozelandese, che ha fatto base a Bruxelles, al Kaaitheater. E come dice il titolo, sono le mani, più che gli occhi, le protagoniste di quest’altro gioco esperienziale.

Macintosh many hands

Seduti davanti a lunghi tavoli disposti sul palcoscenico, noi, una quarantina di spettatori, sconosciuti gli uni agli altri, con la consegna del silenzio, ci passiamo di mano in mano una fettuccina di carta, piena di istruzioni. Poi, attraverso questa catena di mani curiose passano pietre, conchiglie, gusci d’insetti, crani di uccelli, pezzi d’animale imbalsamato. Oppure martelli e altri arnesi pesanti. Le mani si toccano e si incrociano, i polpastrelli si parlano.

E poi capelli, terra umida, fondi di caffè, materiali molli e ripugnanti. E polveri colorate. Abbiamo tutti le mani sporche, impiastricciate, impregnate di odori, quando improvvisamente cala il buio. Ma gli oggetti continuano a correre di mano in mano. Un brivido, se nell’oscurità ti agguanta le dita un filo di ferro attorcigliato. Paura, mentre la corda che stai passando sembra volerti strappare dalla seggiola, e una pioggia di sassolini, grandine o chissà che cosa ti si rovescia addosso. Terrore, se non vedi nulla e non sai quale potrebbe essere il prossimo accidente che ti toccherà tra le mani.

Due spettacoli fuori dal comune. I bene informati parlano di sensotopia, il luogo dove regnano i sensi. Altri parlano di audience engagement, coinvolgimento intenso del pubblico, oppure di un teatro immersivo. E a me pare che abbiano ragione, ma che si tratti soprattutto di tentativi del Teatro di scrollarsi di dosso le solite storie di famiglie borghesi,  le forme rappresentative che si porta dietro almeno da tre secoli. E per il secolo in cui noi abitiamo, di darsi una nuova vita.

 

Le fotografie di Il filo di Arianna sono di Stefano Di Cecio
Qui trovi altre informazioni su Il Funaro Centro Culturale.
Qui trovi altre informazioni su Festival Contemporanea 2017 al Teatro Metastasio e in altre location a Prato.

Se il Bengala mette le zampe su Monfalcone. La mitologia locale secondo Marta Cuscunà

Nei cantieri navali che hanno visto nascere le più grandi fra le principesse dei mari – Crown Princess, Regal Princess, Majestic Princess – una tigre si aggira indisturbata, semina il panico, fa vittime. Come in un mito indiano e seguendo l’ispirazione di un antropologo indiano, Marta Cuscunà legge il presente della sua città. E lo aggiunge al mosaico di Ritratto di una nazione. Da questa sera al Teatro di Roma.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

È un viaggio in Italia. Non come quello di Goethe, alla ricerca di antichità e bellezza. È un viaggio, invece, attraverso i punti sensibili del Paese contemporaneo, osservato e sezionato con il bisturi del lavoro.
Un progetto speciale apre questa sera la stagione 2017/2018 del Teatro di Roma. Il titolo è Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro. La formula in due fasi prevede venti brevi pièce teatrali che, per ciascuna regione, inquadrano un punto critico, uno snodo dal quale guardare la complessità di una trasformazione in corso, di cui nessuno conosce l’esito né la durata.

ritratto-nazione-1

Quassù a Nord-est

Uno di questi venti capitoli, quello che punta sul Friuli Venezia Giulia e si intitola Etnorama 34074, nasce dal lavoro di drammaturgia di Marta Cuscunà, performer che a Monfalcone e a un frammento del suo passato prossimo aveva dedicato già il primo lavoro È bello vivere liberi! Poiché ne vive il quotidiano, Cuscunà conosce bene la linea di faglia che nella città dei cantieri interseca lavoro e immigrazione.
“Monfalcone si sta trasformando – dice – temo di non riconoscere più la storia particolare, operaia, di questa città. Il tema dell’immigrazione coinvolge tutti, anche chi si sentiva distante dalla politica, anche chi continua a dimostrare buona volontà nei confronti del problema. Nessuno è escluso. Mi preoccupa un conflitto sociale che si sta esasperando e non sarà senza conseguenze”.

Etnorama 34074

È ciò che Cuscunà prova a raccontare nei 30 minuti del suo testo, nel quale disegna il contorno di una comunità che si oppone al desiderio di un gruppo di ragazzini di giocare a cricket. Cosa spinge i monfalconesi a impedire loro di giocare? È che si tratta di ragazzini di origine bengalese?
“Mentre seguivo la vicenda che ha occupato le recenti cronache locali – prosegue Cuscunà – leggevo anche il saggio intitolato Modernità in polvere in cui l’autore, l’antropologo statunitense di origine indiana Arjun Appadurai, studia i flussi culturali globali. Il cricket, ci spiega Appadurai, è uno degli elementi che in epoca coloniale è servito a costruire l’identità indiana. Così che nel mondo post-colonialista un modo di vita tipicamente inglese è diventato tipicamente indiano”.
Tanto da alimentare l’ironico paradosso secondo il quale gli “ultimi inglesi viventi” sono proprio gli indiani. La storia dei cantieri navali ha rappresentato d’altra parte il motivo di identità della città conosciuta proprio per le sue grandi navi da crociera. Ecco perché in Etnorama 34047 (il numero rappresenta il C.A.P di Monfalcone), tra simboli, mito e realtà, una tigre compare all’improvviso tra gli operai del Cantiere, semina il panico, fa vittime. Una tigre del Bengala, ovviamente.

Etnorama 31074 - Marta Cuscunà

“La città – conclude Cuscunà – e i suoi luoghi di lavoro sono stati coinvolti da un discorso in cui a prevalere è l’aggressività. Non occorre aver letto libri di antropologia per capire che il cricket ha a che fare con un’identità alla quale gli immigrati dal subcontinente indiano cercano di dare un nuovo contesto, modellato sul territorio in cui si trovano a stare. Molti la percepiscono come un’invasione”.

Il ritratto di una nazione

Tra i dieci autori che hanno collaborato alla prima fase di Nascita di una nazione ci sono anche scrittori come Vitaliano Trevisan, Michela Murgia, Wu Ming 2, performer come Davide Enia e Saverio La Ruina, interpreti come Giuseppe Battiston, Michele Placido, Francesca Mazza (sarà la protagonista del pezzo di Cuscunà, che ha la regia di Fabrizio Arcuri).

La prima fase di Ritratto di una nazione. L’Italia al lavoro va in scena dall’11 al 16 settembre. Qui trovi il programma.

immagini fotografiche (1. e 3.) Futura Tittaferrante

Ecole des Maîtres 26. La Scuola dei Maestri. Quella senza Maestri

Si sono dati questo nome: Transquinquennal. Un po’ troppo lungo e complicato da scrivere. Ma il significato è chiaro. Abbastanza chiaro. Transquinquennali. Già l’anno prossimo potrebbero chiamarsi transquadriennali. Poi transtriennali e così via, fino alla data di scadenza. Il collettivo teatrale belga formato da Bernard Breuse, Miguel Decleire e Stéphane Olivier ha scelto un assetto originale, se non altro, per collocarsi sul grande arco sulla scena europea. Un progetto di eutanasia, o autodistruzione, che porterà il gruppo a cessare l’attività il 31 dicembre del 2022. Sappiatelo: Andrebbero consumati preferibilmente prima del.

Intanto lavorano, creano, si danno da fare, secondo le tappe di un disegno, scandito anch’esso in cinque tempi poiché riproduce, applicato al teatro, le famose fasi che la psichiatra Elisabeth Kübler-Ross (scomparsa nel 2004) aveva individuato studiando l’elaborazione del lutto: Rifiuto. Rabbia. Contrattazione. Depressione. Accettazione.

A sentirli parlare di sé, i Transquinquennal si trovano ora a esplorare la terza fase. E proprio il tema della Contrattazione ha dato loro lo spunto per progettare il lavoro che in queste settimane stanno svolgendo come maître dell’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri (le informazioni, qui).

Il corso itinerante per giovani attori europei ideato 26 anni fa da Franco Quadri è riuscito, in questo quarto di secolo, a raccogliere nelle proprie “classi” tutti i più importanti maestri della fine del millennio. Dai registi “signori della scena” come Stein, Nekrosius, Dodin, Ronconi, alla nuova regia autoriale di gente come Pippo Delbono, Antonio Latella, Ivica Buljan, fino alla post-drammaturgia di Rodrigo Garcìa, Rafael Spregelburd, ricci/forte, Christiane Jathay. La particolarità di questa edizione 2017 è che gli odierni “maestri”, i Transquinquennal, su questa idea di magistero nutrono sostanziosi dubbi. Da una parte negano di aver qualcosa da insegnare (un metodo di pensiero, tutt’al più), dall’altra sembrano allergici a quel principio di potere che riesce a far funzionare in maniera fluida tanti sistemi e tanti strumenti sociali, dall’esercito, ai partiti tradizionali, alla scuola, fino ad arrivare anche al teatro, almeno così come lo conosciamo abitualmente. I Transquinquennal sono un collettivo antigerarchico, che in nome della parola democrazia e (in questo momento) della contrattazione si propone di ribaltare le regole del gioco.

Ora: tutto ciò può risultare interessante sul piano della riflessione, e forse dei processi mentali che vengono attivati nel costruirsi professionale di un attore. Ma diventa un po’ ostico – e diciamolo, pure palloso – se lo si orienta verso un’esperienza da portare sulla scena, e da far vedere al pubblico. Proprio questa, invece, mi sembra fosse l’idea alla base della dimostrazione che i tre Transquinquennal assieme a 14 attori dell’Ecole 2017 hanno presentato a un piccolo pubblico convenuto a Udine per scoprire qualcosa sul loro lavoro. Udine, sotto l’egida del CSS – Teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, è stata la tappa iniziale del percorso internazionale di lavoro che continua  a svilupparsi adesso a Bruxelles, toccherà poi Roma, Reims e Caen (Francia), e in conclusione Coimbra (Portogallo) il 24 settembre.

Mi voglio spiegare: ho l’impressione che la democrazia sia un utensile un po’ troppo ingombrante per essere usato a teatro. E che la contrattazione non sia il procedimento che mette in relazione gli attori con il pubblico. Su che cosa dovrebbero negoziare quando il contratto (generalmente siglato con l’acquisto di un biglietto) è già stato concluso. Ed è davvero opportuno che una decisione artistica (oppure  semplicemente espressiva) venga presa a maggioranza?

Insomma: aspettarsi che scena e platea si confrontino democraticamente, che il pubblico negozi con agli attori che cosa devono fare, che un’esperienza di scena vada avanti a forza contrattazioni – ciò che probabilmente era nel programma della serata a cui ho assistito – si dimostra talmente ambizioso da scivolare subito nel fallimento. Nonostante un pubblico un po’ abituato a considerare la condivisione, l’interazione, la partecipazione attiva alla cosa pubblica come comuni processi quotidiani. Poiché il mondo digitale, oggi, verso tali modalità si sta indirizzando:  il famoso approccio 2.0.

Eppure – lo abbiamo sperimentato un po’ tutti – essere pubblico, essere spettatori, mettersi in una condizione di ricezione, visione, ascolto, perché no, accomodarsi in una comodità passiva, è un privilegio al quale non siamo quasi mai disposti a rinunciare. Chi fa attivamente teatro lo sa (dovrebbe saperlo). Per venti minuti, invece, siamo rimasti così, i 14  attori e noi del pubblico, silenziosi, in attesa, a guardarci negli occhi. E nei successivi quaranta minuti, beh, non è successo granché.

Lo dico in modo sbrigativo: in platea si ragiona così: se scelgo di fare lo spettatore perché mai dalla scena tu mi inviti, mi solleciti, mi costringi a fare pure il co-protagonista. Stai al posto tuo. Fai quello che devi fare. Lascia che mi goda lo spettacolo. Tranquillamente. Alla faccia del 2.0.

E’ pur vero che l’Ecole des Maîtres non ha l’ambizione né l’intenzione di mettere in scena spettacoli: si tratta di un’attività di pedagogia per attori. Però sentitemi, maestri non maestri cari, progettisti a scadenza, per i prossimi cinque anni, pensate anche a noi spettatori, che siamo un po’ pigri e un po’ comodoni, non costringeteci a fare un mestiere che non è il nostro. Si fa già tanta fatica a farne uno, bene.

Devo aggiungere qualcosa. Vale la pena conoscere meglio il lavoro dei Transquinquennal e qualcuno dei loro 41 titoli di progetto. Provate a dare un’occhiata a questo breve teaser, che mostra l’idea che stava dietro a  L’un d’entre nous.

O al trailer del loro spettacolo – questo sì, uno spettacolo – Capital Confiance.

O ancora a quel simpatico pasticcio intitolato : We want more.

E su questa pagina (clicca qui) trovate invece tutte le informazioni sull’edizione 2017 dell’Ecole des Maîtres.

 

 

Prima di maltrattare il gender, prova a capirlo

Come tutte le parole che vengono da fuori, gender non piace agli italiani. Alle nostre orecchie suona più vicino a gendarme, che a genere, che è il suo significato. Con il gender ce l’hanno su quelli che tengono alla purezza della lingua. E soprattutto quelli che tengono alla saldezza dei valori. Anche se il più delle volte, né gli uni né gli altri sanno con precisione di che si tratta.

È invece con parole semplici, quasi elementari, che Livia Ferracchiati racconta il gender. E siccome le sue sono le parole del teatro, non di un faticoso dibattito sui media, viene più facile darle ascolto, e provare a capire meglio quel significato.

Peter Pan guarda sotto le gonne (2015)

Tra le signore della scena europea che Antonio Latella ha invitato con i loro spettacoli alla Biennale Teatro, alcuni dei quali davvero imponenti e impegnativi, Livia è la più giovane: trent’anni. Teatralmente è la più ingenua, con i suoi spettacoli semplici, di gruppo, tutto sommato lineari, come sono le sue parole. Forse perché Livia non è una signora del teatro. E ci tiene a dirlo: no, non sono una signora.

Lo spiega ai media senza malizia, senza scalpori, enunciando un semplice dato di fatto: la sua identità di genere è maschile. Anche se il nome e il corpo sono femminili. Transessuale si dovrebbe scrivere, se la parola non facesse ancora più paura di gender. Ma trilogia sulla transessualità è un progetto che Ferracchiati sta costruendo da qualche anno assieme al suo gruppo, The Baby Walk, e al Teatro Stabile dell’Umbria, e usarla è inevitabile. Prima Peter Pan guarda sotto le gonne, poi Stabat Mater (tutti e due tra gli appuntamenti della Biennale), tra qualche mese anche Un eschimese in Amazzonia, che ha già avuto un riconoscimento iniziale al Premio Scenario.

Un eschimese in Amazzonia (2017, Premio Scenario)

Dice di non voler fare autobiografia, Ferracchiati, autrice e regista. Però è inevitabile riferire a lei le storie che racconta. A proposito: sarà più opportuno scrivere lui? e autore? Perché sta proprio là il problema, nelle parole, nelle gabbie di una lingua e di valori che non sanno o proprio non possono uscire dal dualismo del genere. E sul gender appunto si inceppano.

Perciò la miglior cosa da fare è andarli a vedere, questi spettacoli, ora che cominceranno a girare, suscitando – si sa – piccoli scalpori provinciali tra i guardiani della lingua e dei valori (com’è capitato all’altro spettacolo giocato su questo tema, Fa’afafine di Giulio Scarpinato). Vederli e provare a capire, senza malizia, senza scalpore, di che si tratta, perché gender e identità di genere sono parole e concetti che valgono per tutti, ma proprio per tutti. Anche se può non piacere.

Stabat Mater (2017, Premio Hystrio Scritture di Scena)

Si potranno così capire i modi che la generazione dei ventenni ha di rapportarsi con quei problemi, che problemi sono anche per chi si sente abbastanza evoluto, come il nostro/nostra autore/autrice Ferracchiati. Capire è sempre una buona cosa. Inoltre, con un po’ di sforzo, si potrà provare a sintonizzare su questo tema anche la nostra lingua che – dico io –  molto più della morale è difficile cambiare.

Todi is a small town in the center of Italy (2016)

Se vuoi saperne di più, qui trovi Federico Bellini , che ti dà alcune informazioni su Livia Ferracchiati. Oppure puoi andare al sito della compagnia The Baby Walk, e scoprire la loro storia. Te lo consiglio.

Essere John Malkovich. Ma non per scherzo

Quattro chiacchiere con l’attore americano, in questi giorni in Italia con Report on the Blind. Presente nei cartelloni di Emilia Romagna Festival, Festival di Lubiana e Mittelfest, il recital lo vede sfogliare le pagine allucinate di Sopra eroi e tombe, romanzo anni ’60 dell’argentino Ernesto Sabato. Mentre un pianoforte lo accompagna.

Lui parlava, parlava. Di ideologie, religioni, libri. E intanto io mi domandavo: quante volte avrò visto Morte di un commesso viaggiatore? Almeno una ventina. Edizioni italiane, americane, francesi, perfino una iraniana, incastonata dentro a un bel film sulla Teheran contemporanea, che si intitola Il cliente.

Lui provava a raccontare il modo in cui vede noi italiani, e come noi italiani gli abbiamo cambiato il carattere: cinico ieri, oggi più accomodante. E intanto io mi dicevo: Willy Loman, protagonista di quel dramma di Arthur Miller, può avere diversi volti. Ma il volto di Biff, il figlio che si ribella al sogno americano, per me è uno e soltanto uno. Il suo. Il volto di John Malkovich.

Un’edizione indimenticabile, quella con Dustin Hoffman diventata anche un film con la regia di Schlöndorff. Insofferente e disilluso, Malkovich era Biff, il figlio, ragazzino devastato dal suo fare a pugni con il sogno americano. L’attore aveva allora poco più di trent’anni.

Morte di un commesso viaggiatore. Regia di Volker Schlöndorff

Oggi ne ha più del doppio, ma se lo guardo bene in volto ritrovo quello sguardo elusivo, ostile ai sorrisi, penetrante, così diverso dalle patinate guance che popolano Hollywood. La diversità di Malkovich, ieri e oggi, è ancora un suo tratto distintivo.

“Era sul set di Il tè nel deserto che Bertolucci continuava ripetermi di non capire come io non capissi che tutto è politico” dice. “E io mi meravigliavo che lui non capisse che tutto invece è personale”.

Il tè nel deserto. Regia di Bernardo Bertolucci

Non è un campione anti-establishment il John Malkovich di adesso. Delle star americane ha tutto sommato le abitudini. La casa in Toscana (perché la moglie è italiana). La linea di abbigliamento maschile (rilassata e artigianale, si chiama Technobohemian). Un concept store in una delle capitali italiane del tessile (l’Opificio JM a Prato). L’interesse per qualcos’altro che non sia solo il recitare (per lui è il disegno: ha fatto persine delle mostre). Dimenticavo gli spot per Nespresso con l’amico George Clooney.

Eppure non sembra svanita, se lo guardi e se lo senti rispondere alle tue domande, quell’estraneità, quella superiorità climatica al mondo dello showbiz mediatico, quello strabismo intellettuale che ne avevano fatto un seduttore infallibile in Le relazioni pericolose, e diventava leggenda nel Tè nel deserto. I suoi registi lo hanno scelto proprio per questo. Da Altman (una particina, non accreditata, in Un Matrimonio) ad Antonioni, da Woody Allen a Manoel de Oliveira, da Spielberg a Zemeckis.

Proprio nel film co-firmato Antonioni – Wenders (Al di là delle nuvole) aveva costruito il suo rapporto con Mastroianni. ” Per Marcello – ricorda – nutrivo una grande ammirazione. Nonostante i settant’anni era per tutti un divo, eppure lo trovavo così semplice, immediato, senza i vizi di questo mestiere. All’epoca avevo un temperamento abbastanza cinico, e devo dire che è stato anche grazie a lui, che sono cambiato. Grazie a lui ho capito quanto sia importante fare un mestiere che ti piace “.

E nonostante un titolo come Essere John Malkovich (il film di Spike Jonze del 1999), titolo che avrebbe fatto uscire di testa parecchi suoi colleghi, oggi a 63 anni Malkovich è più che mai se stesso. E parla e veste dimesso.

 

“La politica? Ideologia e religioni le sono parenti. Insieme hanno provocato danni incalcolabili, eppure sembra che la gente non se ne accorga. Io non voto dal 1972 e non entro in nessuna chiesa. Non lo faccio per posa, ma per convinzione. Le pagine di Ernesto Sabato mi hanno ulteriormente convinto”.

Oltre a essere l’autore di Sopra eroi e tombe (romanzo di cui il Rapporto sui Ciechi è il terzo capitolo), Sabato è l’attivista politico argentino che aveva fondato la Commissione per le ricerche sui desaparecidos ed è stato il promotore e il primo firmatario del rapporto finale Nunca más (1984). Ma già delle pagine del ’61, quelle che Malkovich leggerà accompagnato dal pianoforte della russa Anastasya Terenkova che suonerà il sovietico Schnittke, il racconto allucinato e visionario della presa di potere dei ciechi, è l’affresco di un mondo dove le regimi e dittature si alleano con ideologia e religione.

“In quel romanzo credo di aver trovato la risposta da dare a chi si interroga sull’esistenza di Dio. Anzi, tre risposte. La prima: Dio non esiste. La seconda: Dio esiste, ma è un bastardo. E infine la terza, la più probabile: Dio esiste, ma ogni tanto si addormenta, e noi, l’umanità, altro non siamo se non i suoi incubi”.

L’americano Bob Wilson e la macedonia dei due mondi

È un festival vecchiotto, quello di Spoleto, che quest’anno arriva al traguardo delle sessanta edizioni. Vecchiotta, del resto, è la stessa Spoleto, che nei bar e nelle vetrine espone ancora manifesti con una giovane Carla Fracci e fotografie del maestro Menotti – il gran fondatore – scattate probabilmente sessant’anni fa.

 

Lo scorso ottobre qui si è sentito il terremoto, ma non c’è terremoto che tenga, se lungo il Corso si vede ancora passare, ora a luglio, quando il festival vive le sue giornate più intense, qualche dama romana in abito da sera, o certi artisti in cappello, vestito a colori sgargianti, quel gusto dandy.

Come se non fosse passato mai il tempo raccontato da Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia. Che è un libro del 1963. Appunto.
E come una di quelle insalate, che in Italia si chiamano Macedonia, il Festival dei Due Mondi edizione sessantenario mette in cartellone un po’ tutto. Dal Don Giovanni di Mozart con la regia del direttore dello stesso festival, che è Giorgio Ferrara, a Fiorella Mannoia e Mario Biondi. Dal gala popular di Roberto Bolle and his friends a un’edizione in cinese di una vecchia commedia di Dario Fo. Un debutto di Emma Dante e gli eterni salotti di Paolo Mieli. Ma non mancano Corrado Augias, Ernesto Galli della Loggia, Federico Rampini e figlio. Il bel mondo dei due mondi, insomma.

A spingermi fino a Spoleto, nel bel cuore umbro dell’Italia, è stata però una locandina che prometteva. In testa, due nomi pesanti: Heiner Müller e Robert Wilson. Poi un titolo che ha eco profonde: Hamletmaschine. Infine gli interpreti: gli allievi attori dell’Accademia nazionale Silvio d’Amico.

Si sarà capito che andare a curiosare negli spettacoli dei giovani e giovanissimi interpreti che studiano nelle accademie, è una cosa che mi piace. Detto in due parole: il loro è il teatro di domani. Anche se non per tutti. Anche se non non per sempre. Ma si tratta comunque del respiro di un’altra generazione e di idee fresche, spesso ammirevoli. Vale la pena stare ad ascoltarle, imparare da loro.

La formula che metteva insieme i due antichi maestri (Müller è scomparso nel 1995, Wilson ha 75 anni) e i ventenni che ancora studiano all’Accademia mi è sembrata interessante. Anche perché l’amicizia e la stima tra Müller e Wilson avevano fatto sì che negli anni ’80, il regista americano mettesse in scena il testo del drammaturgo tedesco proprio con gli allievi di teatro della New York University.

L’edizione 1988 di Hamletmaschine alla New York University

Ne era uscito, quella volta, uno spettacolo abbastanza memorabile, che non ero riuscito a vedere. Quale miglior occasione, se non questa di Spoleto, anche a costo di trascurare gli altri spettacoli, quella macedonia che il programma stipava tutti  in una giornata.

L’edizione 2017 a Spoleto con gli attori dell’Accademia Nazionale Sivio d’Amico

Ne sono uscito, io questa volta, abbastanza sgomento. Non per il lavoro dei quindici allievi attori che devono aver fatto salti mortali per eseguire tale e quale la partitura teatrale orchestrata da Wilson trent’anni fa. Ma per essermi accorto, proprio grazie a questa formula, di quanto l’inconfondibile stile wilsoniano, così radioso nei miei ricordi e pure in allestimenti recenti, sveli proprio grazie a questa nuova copia dal passato, tutte le crepe, le ingessature, i tic di un maestro del ‘900, che del Novecento rimane un’icona. Ma senza mai aver oltrepassato il limite del secolo.

I fondali dai cromatismi intensi, le posture ingessate dei personaggi, il rigore formale che si autodenuncia come estetismo. E quel gusto, molto anni ’80, seriale, minimalista, di ripetizioni, e ripetizioni delle ripetizioni, e ripetizioni di ripetizioni delle ripetizioni, che fanno lievitare un testo di nove pagine gonfiando uno spettacolo fino a quasi due ore. Ogni tanto, il sollievo, di una giuntura musicale che Wilson aveva allora scelto dal suo jukebox colto. Schubert, oppure un tango di Peggy Lee.

 

È chiaro che in certi momenti si rimane incantati. Ma l’incantesimo fa presto a sciogliersi in stanchezza. Perché sulla lunga distanza il cliché si manifesta. Come quel dondolarsi delle attrici sulla sedia di sbieco, per esempio, che sarà pure una autocitazione da Einstein on the beach, ma che nessuno coglie e si ripete vuota. Mentre tra il pubblico del Teatrino di San Nicolò, soprattutto le giovani generazioni continuano per tutto il tempo a smanettare sullo smartphone, alzando solo ogni tanto lo sguardo sulla scena. Con uno sbuffo di sufficienza.

Lucinda Childs. Il minimalismo spiegato alle maggioranze

Nella vita bisogna contare. “Non sono molto portata per la matematica, ma per organizzare meglio le relazioni faccio molti conteggi”.  La coreografa di NY spiega in due parole la sua tecnica. O forse è la sua filosofia di vita.

L’undicesimo Festival internazionale di Danza Contemporanea, a Venezia, si è inaugurato ieri sera con la riproposta di un titolo-emblema. Creato nel 1979 da Lucinda Childs, Philip Glass e Sol LeWitt, Dance è una di quelle opere che restano nell’album dello Spettacolo del Novecento. Rivisto, ha una limpidezza e una leggerezza che oggi ci sogniamo, soprattutto pensando a quanto fossero pesanti e ideologici quegli anni. La cosa bella è che, prima di ritirare il Leone d’oro alla carriera della Biennale, la coreografa ha rievocato l’elettricità e la voglia di sperimentare che attraversavano quegli anni. E ci ha ricordato però che non bisogna mai dire: belli quei tempi, peccato che sono passati.

“Einstein on the beach”, 1976

Quei minimalisti anni ’70

A 36 anni Lucinda Childs era bellissima e razionalissima.  Nessuna sorpresa che Robert Wilson e Philip Glass pensassero a lei mentre progettavano l’opera che sarebbe rimasta nella storia dello spettacolo mondiale. Einstein on the Beach debuttò ad Avignone nel 1976, poi il tour internazionale. Childs diventò l’icona coreografica del minimalismo. E lo è ancora, oggi a 76 anni. Dopodomani anzi ne festeggia 77.

One two, three, four, five, six…. “recitavano” i performer in una delle più famose sequenze di quello spettacolo. E lei, Lucinda, che veniva da una formazione inusuale per quegli anni – lezioni accademiche al mattino, improvvisazioni con Cunningham e Cage nel pomeriggio – sapeva bene contare.

“C’erano giorni in cui il lavoro era molto strutturato, e giorni in cui lavoravamo in assoluta libertà”. Oltre che di occuparsi di una delle sequenze coreografiche, Wilson le aveva chiesto di scrivere dei testi e di recitare. “Indipendentemente da chi era lì per danzare o per cantare, pensavamo soprattutto a riempire lo spazio in maniera uniforme. Avevamo tutti un pensiero molto aperto, ma l’aspetto più difficile di tutto il lavoro era inventare un processo  comune, piuttosto che far capo a scelte personali”.

“Io non ho mai pensato a illustrare o a raccontare con la danza una partitura musicale. Mia intenzione è sempre stata quella di trovare una relazione tra la musica e il mio lavoro sul movimento. Anche lo stesso Glass, aveva in testa delle regole strutturali,  ma nello sviluppo di ripetizioni e variazioni era molto intuitivo. Ritenevamo tutti che le idee non dovessero rimanere nella testa. Con le idee dovevamo invece occupare tutto lo spazio dove provavamo”.

“E ci pareva ogni giorno di saltare nel vuoto. Io partivo da una di queste idee, ma non sapevo che cosa poi potesse succedere e quale sarebbe stato il risultato finale”. Procedimento che non ha mai smesso di seguire, anche oggi, quando la giovane artista che contava in sequenza è diventata la dama del minimalismo. Lady Minimal.

Fragilità

“La danza è la più fragile delle forme d’arte. Spesso ne parliamo, a New York, nelle nostre chiacchiere, e a volte ci preoccupiamo della situazione, ma poi riusciamo sempre a trovare una soluzione. È una bella comunità, la nostra, siamo fortunati: i  giovani coreografi di oggi non si fermano davanti a nulla”.

Lucinda Child, oggi

Voglio chiudere questo post con due video in cui mi sono imbattuto in Rete. Li trovo divertenti, e anche rivelatori.  Il primo risale ai lavori iniziali di Childs, quando ballava in cucina con le spugnette Spontex e i bigodini in testa (Carnation, 1963).

Il secondo, molti decenni dopo, ci dà l’opportunità di rivedere assieme quei due mattacchioni geniali, Bob e Phil. È il 2012 e ci parlano di Einstein on the Beach, il loro hit di 35 anni prima.  A un certo punto, a 24:38, arriva lei, Lucinda.

Vivere a proprio agio. Alle Bermudas, o nella villa di Napoleone

Le parole sono come interruttori. Ne schiacci uno e ti sorprende a volte la cascata di luce che riesce ad accendere. Le parole accedono invece l’immaginazione. Bermudas, per esempio.

Impressions d’Afrique, una precedente creazione di MK

Bermudas è il titolo di un futuro lavoro del collettivo di danza MK. Ma allo stesso tempo scatena associazioni di idee. Per Michele Di Stefano (che ha fondato MK alla fine degli anni ’90 e si è conquistato il Leone d’argento della Biennale danza 2014), Bermudas si occupa della costruzione di “un campo energetico carico di tensione relazionale”. Non so se l’ironico riferimento vada al famoso arcipelago britannico, o al suo temibile triangolo, o al sistema fiscale piuttosto allegro che regna laggiù. O ancora ai pantaloncini corti che da quelle isole prendono il nome e fanno subito estate. Però in uno di questi caldi pomeriggi, mi è capitato di intravedere che cosa sarà, prossimamente, Bermudas.

Dialoghi, le residenze a Villa Manin

MK è uno dei gruppi che hanno trovato ospitalità – più esattamente, residenza – nel progetto che CSS di Udine e l’ente che cura le attività di Villa Manin a Passariano stanno sviluppando in questa splendida location, che è la villa veneta nella quale si favoleggia che Napoleone avesse firmato il trattato (che si chiama invece) di Campoformido.

Del progetto Dialoghi, residenze delle arti performative a Villa Manin, sono stati ospiti già molti ensemble coreografici che hanno indubbiamente tratto vantaggio dal poter studiare, lavorare, esercitarsi, creare in tranquillità, senza stringenti obblighi produttivi, in un ambiente che per la qualità del vivere e il rapporto tra natura e architettura stimola intensamente l’immaginazione. Residenti (oltre a Napoleone) sono stati in questi due anni di progetto anche gli ensemble coreografici Dewey Dell,  Arearea, e ancora Alessandro Sciarroni, Arkadi Zaides, Rima Najdi,  e un gruppo di performer guidati da Constanza Macras.

Robinson, altra creazione di MK

Bermudas, ha detto Di Stefano presentando a un piccolo pubblico di osservatori l’esito finale di due settimane di lavoro, nasce da tre principi. Primo: dev’essere una creazione “abitabile” da un numero di interpreti che può variare da tre a quindici. Secondo: si basa su una regola di movimento elementare la quale, moltiplicata, riesce a produrre elaborati complessi. Terzo: danzare, oltre che sul proprio corpo, vuol dire concentrarsi sul corpo degli altri. Detta come la dice lui: “la danza del mio corpo produce lo spazio che dà alla danza del tuo corpo la possibilità di esistere”.

Bermudas, in costruzione a Villa Manin

Bermudas sta ancora prendendo forma, e lo farà nei prossimi mesi, ma come suggerisce lo stesso Di Stefano, ha già dentro di sé lo spirito che ai performer, tre o quindici che siano, dà la possibilità di trovarsi a proprio agio.

E agio è un’altra parola-interruttore. Se si risale indietro nel tempo, se ne trova l’origine latina. Viene da ad iacere, cioè stare accanto. E in questa prospettiva, essere anche consapevoli di chi ci sta vicino. “Per me – dice il coreografo – la danza si situa fuori del corpo del perfomer, non dentro”.

Informazioni utili

Trova qui altre informazioni su MK.

Trova qui informazioni su Dialoghi, progetto di residenze delle arti performative  a Villa Manin.

(Detto tra parentesi : lo sapevate che i bermuda nascono in conseguenza di una legge, in vigore un tempo sulle quelle isole britanniche, che vietava alle donne di mostrare le gambe completamente scoperte. L’uso si diffuse poi tra la popolazione maschile. E persino i militari ne trassero vantaggio.
Gancio storico che riporta alla mente la motivazione con la quale nel 2014 La Biennale di Venezia premiava Di Stefano con il Leone d’argento per la danza: “per aver scelto questo linguaggio allo scopo di dar luogo a camminamenti antropologici, che ci lasciano intuire la presenza di tribù organizzate per posture, dinamiche irregolari, e decostruzione dei perimetri spaziali, all’interno di ciascuno di noi”).