La scena selvaggia di Ivica Buljan. Antiteatro tra Seneca e Bolaño

Leggere letteratura come se fosse teatro. O viceversa. Dal sangue e dalle atrocità di Tieste alla passione infuocata del regista croato per 2666, romanzo arcipelago di Roberto Bolaño.

Ho ancora il rammarico di non essermi imbarcato, la scorsa estate, sul traghetto per Silba (in italiano Selve). Silba è una isola piccola e selvatica della Dalmazia settentrionale, famosa cent’anni fa per il suo vino e le sue dinastie di marinai, e oggi proibita ad auto e moto. Ma non è questo che conta. Nell’agosto del 2016 il Mini Teater di Lubiana aveva scelto Silba per il debutto del nuovo spettacolo di Ivica Buljan, regista croato e dal 2014 direttore del settore Drama del Teatro Nazionale a Zagabria.

Ho stima di Buljan. Nell’ultimo decennio ho visto molti dei suoi spettacoli e mi sono sentito quasi sempre in sintonia con il suo lavoro post-drammatico, anche quando il punto di partenza erano materiali intrinsecamente drammatici.  Zio Vanja di Cechov ad esempio (nel 2014, al Teatro Stabile Sloveno di Trieste), testo che il regista aveva affidato al restyling di uno scrittore e sceneggiatore alquanto esplosivo, Nejc Gazvoda.

Durante i suoi sopralluoghi estivi, Buljan è riuscito a trovare a Silba, in quell’ambiente naturale, quasi incontaminato, il luogo esatto per mettere in scena Thyestes. Tragedia selvaggia, tribale, con gesti estremi e massacri spietati, il Tieste di Seneca evoca perfino un episodio di cannibalismo. La parola precisa sarebbe tecnofagìa: per dire che il padre si ciba, pur inconsapevole, della carne dei propri figli. Così come il vuole il vendicativo mito dei due fratelli Tieste e Atreo.

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Mi spiace di non aver assistito – all’aperto, tra terra, sassi, animali in libertà, bracieri ardenti, attori vestiti e svestiti con costumi arcaici – alle sequenze che Buljan aveva ideato maneggiando il sanguinoso storytelling dell’autore latino. Le fotografie da Silba e poi quelle dallo spazio chiuso di Sveti Nikola a Zara ne restituiscono appena l’eco, con la memoria che corre alle immagini della prima mezz’ora della Medea di Pasolini. Pure lei selvaggia eroina di Seneca, del resto.

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Altrettanta selvatichezza ho ritrovato però alcuni giorni fa, quando al Teatro delle Passioni di Modena, mi sono ritrovato tra il pubblico di Universo Bolaño. Lo spettacolo, tre ore buone, è l’esito di un percorso laboratoriale che Buljan ha costruito per sedici giovani attori selezionati per l’iniziativa di perfezionamento della Scuola Iolanda Gazzero, avviata da Emilia Romagna Teatro Fondazione, esperienza che ruotava attorno al “romanzo arcipelago” di Roberto Bolaño intitolato 2666.

L’universo mediterraneo della tragedia antica è stato sostituito dal caos meticcio dello scrittore cileno ma la sensazione è che le soluzioni che il regista ha adottato stavolta, partendo dai materiali di quella labirintica letteratura, tornino a raccontarci il suo metodo, così performativo, così anti-teatrale. Se intendiamo questa parola con lo stesso significato con cui l’ha utilizzata quel sovversivo teatrale che si chiamava Fassbinder, cinquant’anni fa, prima di diventare il cineasta mélo che sappiamo.

La prima parte di Universo Bolaño si svolgeva nello spazio bar delle Passioni, tra spettatori seduti ai tavoli, birre, mojitos, arachidi, e serviva a tracciare, con più voci, personaggi, action painting e schitarrate, l’immaginario incivile di una cittadina messicana, Santa Teresa, situata al limite di un deserto e abitata da narcotrafficanti, stravaganti critici letterari, giornalisti, povere operaie e promettenti puttane, tra i quali Bolaño ci conduce, increduli visitatori.

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Si passava quindi nella attigua sala dove spesso mi è capitato di vedere i debutti di Pippo Delbono, che con Buljan spartisce parecchie consonanze. Ma mica per accomodarsi sulle poltroncine. Era un concerto in piena regola, da seguire in piedi, quello che i sedici performer (scelti anche per le attitudini musicali, di voce e di strumenti) ci stavano organizzando, e sempre più spingeva ad addentrarsi, adesso con un taglio da giornalismo d’inchiesta, o ancor meglio da detective selvaggi, nel racconto di violenze, sparizioni e omicidi sopra i quali si puntella l’incredibile storia del romanzo bolañesco più amato da Buljan. 2666, appunto.

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“La passione infuocata che nutro per 2666 – spiega lui – è condivisa da tutti i suoi lettori nel mondo, tra i quali spicca Patti Smith. I critici letterari mettono a paragone l’importanza di questo titolo con l’influenza sovversiva provocata da Ulisse di Joyce nei primi anni del ventesimo secolo. A me piacerebbe accostarlo al coraggio sovraumano del Moby Dick di Melville e all’attrattiva sensuale delle pagine di Proust”. Sempre che Proust avesse trattato esplicitamente di narcos e stupri, friggendo uova e wurstel da servire poi agli spettatori, in odorose sequenze.

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Non mi è sembrato, alla fine, uno spettacolo perfetto, Universo Bolaño. Né forse poteva esserlo, nella scelta di sostituire la tribù di attori e collaboratori con cui Buljan è abituato a lavorare (presenza costante è l’iconico Marko Mandić) con i sedici attori provenienti dal fiore delle accademie e delle scuole teatrali italiane. Volitivi, disinibiti, capaci di enorme generosità performativa, peraltro. Costretta a volte dalla regia a scavalcare il limite della cautela, ma in parte sprecata, perché è inevitabile che lungo le tre ore di rischio, la tensione dello spettatore si allenti, laddove il puro concentrato di emozioni, anche fisiche, lo avrebbe eccitato più della caffeina, più del crack. Si fa per dire.

Chissà se dopo dodici date modenesi Universo Bolaño avrà anche una serie di repliche in cui, asciugata per situazioni e tempi, la produzione ERT possa mostrare la sua indole, surreale e selvaggia come il suo autore. Come il suo regista. E lo spettatore non si meravigli poi tanto se la barista che serve al tavolo una Corona ghiacciata si rivela poi attrice, piuttosto tosta, ed eccellente batterista. Mentre sul lungo tavolo, cosparso di bucce, il suo compagno performer, nudo, oltraggia il senso emiliano del pudore con l’evidenza di un Caravaggio ridisegnato da Frida Kahlo.

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La locandina di Thyestes prodotto da Mini Teatr Lubiana

La locandina di Universo Bolaño prodotto da Ert Emilia Romagna Teatro Fondazione

 

 

Biennale Teatro 2017. Ladies first: il programma di Latella

Prima le signore. Da alcuni mesi al timone del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, Antonio Latella ha presentato oggi il programma 2017, il primo del suo mandato quadriennale. Un cartellone di spettacoli, incontri, iniziative, tutto dedicato alla regia. A una regia di donne.

La scenografia di Katrin Brack per il molieriano Tartuffe

Ene-Liis Semper,  48 anni, estone. Nathalie Béasse,  45 anni, francese. Anna Sophie Mahler,  38 anni, tedesca.  Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot, 42enni, dall’Olanda. Claudia Bauer, 51 anni, bavarese.  Tutte la stessa generazione. E poi le italiane Maria Grazia Cipriani e Livia Ferracchiati.

Con le idee ben chiare e con parecchi assi (anzi regine) nascoste nella manica,  Latella direttore entrante ha elencato quali saranno i punti e i nomi salienti del primo capitolo (2017) del suo progetto per il festival teatrale della Biennale. “Non una vetrina, non un festival supermercato, come se ne vedono tanti in Europa. La Biennale, come la intendo io, è il luogo dove assistere alla creazione di nuovi alfabeti, nuove grammatiche, che possono evolvere in linguaggi” ha detto  questa mattina a Roma presentando le diverse articolazioni del programma: il cartellone di spettacoli, i workshop della Biennale College, gli incontri a Ca’ Giustinian, i due premi alla carriera che verranno consegnati in apertura, martedì 25 luglio: il Leone d’Oro e quello d’Argento.

Premi che andranno ancora a due donne, artiste davvero sconosciute in Italia. La scenografa tedesca Katrin Brack (Leone d’oro) che Latella assicura di aver visto all’opera in alcuni spettacoli, da lui amatissimi nei suoi lunghi soggiorni in Germania, diretti da Luk Perceval e Dimiter Gotscheff. E la regista di Cracovia Maja Kleczewska (Leone d’argento) che Latella considera l’ideale erede della nuova scuola teatrale polacca, quella in cui sono già iscritti Krystian Lupa e Krysztof Warlikowski.

 

La scenografia di Katrin Brack per Anatol di Schnitzler

Un festival che si annuncia quindi costellato più da sorprese che da sicurezze. L’opposto delle sette edizioni dirette dal suo predecessore Àlex Rigola che ogni anno puntava sui nomi più accreditati dell’orizzonte registico internazionale.

Per il 2017 si tratta invece di registe, donne, delle quali poco conosciamo e alle quali La Biennale sembra dare fiducia, poiché ospiterà non uno spettacolo, ma brevi personali, composte anche da due, tre, quattro titoli. Come è il caso della giovane italiana Livia Ferracchiati (classe 1986) che dopo i graffi di Ti auguro un fidanzato come Nanni Moretti sarà in cartellone con ben tre titoli (Todi is a small town in the center of Italy, Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater, tutti del 2017) e alla quale ci piacerebbe davvero riconoscere il titolo di nuova leva italiana per il prossimo decennio.

Ma si vedrà. Cosi come si vedranno uscire da “scatole magiche” i lavori di Anna Sophie Mahler (che lavora a Zurigo, già assistente del mago svizzero Christoph Marthaler) o quelli di Ene-Liis Semprer, “pericolosa eroina di performance rituali e video incentrati sul corpo, il cui fascino si basa sulle reazioni fisiche provocate nell’osservatore”, già conosciuta per aver rappresentato l’Estonia alla Biennale Arti Visive del 2001. Un suo titolo tentatore è Filth, da tradurre Che zozzo! e da vedere il 26 luglio.

Tentatore anche il titolo del College, riservato a giovani artisti selezionati attraverso un bando prossimamente in scadenza. Per le 8 diverse sessioni di You know i’m not good, Latella ha chiesto ai docenti  “di identificare un’artista, donna, operante dalla seconda metà del Novecento misteriosamente scomparsa, e di mettere una lente di ingrandimento là dove si possa vedere qualcosa che per troppo tempo è rimasto nascosto, o volutamente tenuto sotto silenzio”. Così Simone Derai di Anagoor ha scelto di lavorare attorno alla figura di Marilyn Monroe, Nathalie Béasse su Jean Seberg, Franco Visioli e Letizia Russo su Unica Zürn, Anna-Sophie Mahler su Aglaja Veteranyi, Maria Grazia Cipriani su Amy Winehouse, Katrin Brack su Charlotte Posenenske, Luk Perceval su Sinéad O’Connor, Suzan Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot su Lee Lozano. Un ventaglio di storie da raccogliere in chiusura del Festival, l’11 e il 12 agosto.

Assieme al programma del Festival di Teatro sono stati presentati oggi anche il Festival di Danza Contemporanea (direttore Marie Chouinard) e di Musica Contemporanea (direttore Ivan Fedele) che hanno scelto, per i rispettivi Leoni d’oro, nomi di altissima caratura come la coreografa americana Lucinda Childs (che sarà premiata il 23 giugno) e il compositore e direttore d’orchestra cinese Tan Dun (30 settembre).

I programmi completi sono disponibili sul sito della Biennale di Venezia.

 

 

QuanteScene! – il blog di opinioni teatrali torna online

QuanteScene! ritorna online

A questo nuovo indirizzo, riprendono i post del blog di cose teatrali a cura di Roberto Canziani.

La vita è sogno, una regia di Luca Ronconi

QuanteScene! è nato nel 2015 sulle pagine del quotidiano IL PICCOLO di Trieste e prosegue anche con nuovi contenuti e immagini a questo link

www.robertocanziani.eu.

Segnatelo. E buone letture.

[l’immagine di Marcello Norberth è da La vita è sogno di Calderon/Ronconi, Piccolo Teatro Milano, gennaio 2000]