Biennale Teatro. Baciarsi non vuol dire amarsi

Baciarsi non vuol dire amarsi. Ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella nostra vita. Lo dice Antonio Latella. E non sarebbe sbagliato prenderla come augurio per la seconda edizione della Biennale Teatro da lui diretta, dopo quella del 2017. Si comincia domani, 20 luglio. Si va fino al 5 agosto. A Venezia, nell’Arsenale.

Fammi capire – dirà qualcuno – cosa c’entra baciarsi e la Biennale. Se è Biennale, vuol dire che capita ogni due anni. E se è Biennale Teatro, significa che ospita il meglio della scena teatrale internazionale. Sarebbe questo il compito che la Mostra veneziana – da sempre votata alle arti contemporanee – si è data nei suoi 125 anni (quasi) di storia.

Non è proprio così

Non è così per delle buone ragioni. Primo perché la Biennale, per alcune delle sue attività prevede una cadenza annuale. Succede per la Mostra del Cinema, per esempio. E succede anche per il Festival di Musica, quello di Danza, e appunto quello di Teatro. Che insieme fanno la Biennale dal vivo. Secondo perché la direzione del Teatro, affidata da due edizioni a Latella, non predilige il criterio del “meglio”.

Ciò che Latella ha cercato di fare nel 2017, definendo il tema della regia al femminile, e ciò che cerca di fare in questo 2018, ora che il tema è Attore/Performer, sarebbe piuttosto muoversi su una mappa di artisti e di processi artistici che, senza rappresentare l’olimpo della scena contemporanea, al contrario, abitano periferie, confini, le zone più movimentate, probabilmente le più inquiete di ciò che chiamiamo teatro. Ecco perché molti di loro, quelli chiamati a Venezia, sono figure poco o per niente note, anche a chi segue da vicino le scene. Parlo di gente come Jakop Ahlbom, svedese trapiantato in Olanda, o dello svizzero Thomas Luz, o dell’italiano Giuseppe Stellato. E penso anche alla parola Performer, che condivide il titolo di quest’anno con la parola Attore. Non è difficile immaginare chi è e che cosa fa un attore, o un’attrice. Più complesso inquadrare una o un performer. Collocarlo. Definirlo. Spiegare qual è il “mestiere” del performer. E perché si chiama così.

Potremmo lanciare in una sfida. O per farla più semplice, seguire da vicino il programma della Biennale 2018. Che è quello che farò da domani.

Giuseppe Stellato – Oblò – ph. Luna Cesari

Sì, ma il bacio. Che c’entra il bacio?

Ancora non lo so. So che il bacio è lo stimolo che Latella ha lanciato ai “maestri” che lavoreranno nella Biennale College (cioè nel settore formativo di questa edizione, circa una dozzina, soprattutto italiani, ma anche qualche straniero). “Il bacio è uno dei gesti più forti e misteriosi che esistano in natura. Conosciamo molti modi di baciare o di baciarsi che coinvolgono più parti del corpo” scrive Latella. Volete che la performance, il lavoro del performer non abbia a che fare con tutto questo? Mi incuriosisce pensare al bacio come atto performativo, alla sua antropologia, al fatto che coinvolga diverse sfere di comportamento, dalla più intima a quella istituzionale e religiosa, alla sua ritualità, e alla sua spinta alla trasgressione,  visto che in alcune zone del pianeta è ancora un tabù. Mi incuriosisce e mi farà guardare con un’attenzione speciale tutto quanto avverrà negli Spazi dell’Arsenale veneziano in questi quindici giorni.

 

E’ proprio vero che il primo bacio non si scorda mai?

Certo. Allo stesso modo è impossibile dimenticare il primo incontro con un artista che con il suo lavoro segna una trasformazione anche nel tuo modo di percepire il teatro, e in generale, nelle trasformazioni di questo linguaggio.

Non so se tutti gli incontri che mi capiterà di fare alla Biennale Teatro 2018 saranno memorabili. Non ne sono sicuro. Magari ve lo racconto alla fine. Ma so, o perlomeno intuisco, che alcune cose voglio a tutti i costi vederle.

Gisèle Vienne – Jerk

Ci sono le creazioni della franco-austriaca Gisèle Vienne (con i suoi lavori su figure inanimate e altamente sensuali, come quelle di I apologize, o di Jerk), della neozelandese Simone Aughterlony (che crea spazi attraverso nuove forme di narrazione), di Davy Pieters (l’olandese che muove dal vivo gli attori come in una clip di youtube). Mi aspetto molto da  Jakop Ahlbom,  che con l’amore per il cinema di genere, con thriller e horror teatrali, fa accapponare la pelle anche ai più smaliziati spettatori. E ancora Vincent Thomasset, un francese che si muove dentro le sfaccettature del linguaggio, Thomas Luz, svizzero e sperimentatore di una forma personale di teatro musicale, Clement Layes, con studi in coreografia, teatro, arti circensi. O l’italiano Giuseppe Stellato, che per esempio si è domandato che cosa succede se posizioniamo un microfono all’interno di una lavatrice e ne ha tratto il suo Oblò.

Jakop Ahlbom – Horror

Tutti invitati a presentare, non uno spettacolo, come accadeva nei decenni scorsi, ma una personale di lavori. Che si accompagna a ciò che su di loro ci racconta il catalogo di questa Biennale 2018. Tempestivamente pubblicato prima che il Festival prenda avvio (io l’ho avuto in mano più di un mese fa) e sapientemente costruito con la forza delle domande dal suo curatore, Federico Bellini.

Made in Italy. Infine una nota ci vuole.

Non trascuro, in chiusura, la prospettiva nazionale. Anche se non è nel mio carattere fare il tifo. Ma bisogna ricordare che entrambi i Leoni che incoronano questa edizione 2018 vanno a formazioni italiane. Il che non mi sembra sia mai capitato. Il duo Rezza/Mastrella (Leone d’oro) e il collettivo Anagoor (Leone d’argento): sono entrambe esperienze fuori dal mainstream teatrale. Lavorano su un percorso di confine, affacciato dove non saprei ben dire. Si intravede attorno il Rezza il territorio della performance. E ha a che fare con una spinta verso la pittura, la letteratura, la filosofia, forse verso una pedagogia del pubblico, anche la linea portante di Anagoor. Entrambi, e questo è sicuro, sono molto caratterizzati da visioni originali.

Anagoor – Socrate il sopravvissuto

C’è poi da mettere un segnalino speciale su Kronoteatro. Dopo aver visto due dei loro spettacoli, Latella si è convinto che valeva la pena puntare su questa formazione ligure, sul loro teatro di scontri generazionali. Così oltre ai due titoli precedenti, Cannibali e Educazione sentimentale, il 31 luglio debutta a Venezia anche la nuova produzione Cicatrici.

Kronoteatro

Ultima cosa da mettere in evidenza. Il contest di nuova regia under 30 che aveva preso avvio nell’edizione precedente (vedi un post del maggio 2017) arriva al suo primo esito. E Il cartellone mette in programma il progetto vincitore: gli ibseniani Spettri, di Leonardo Lidi, e la menzione speciale, a Fabio Condemi per Jakob von Gunten, romanzo-diario scritto nel 1909 da Robert Walser.

È con loro due, e non solo loro, che mi aspetto di vedere cosa possa diventare la futura regia In Italia. Sempre che regia sia la parola giusta.

Il programma completo è sul sito della Biennale.

Prima di maltrattare il gender, prova a capirlo

Come tutte le parole che vengono da fuori, gender non piace agli italiani. Alle nostre orecchie suona più vicino a gendarme, che a genere, che è il suo significato. Con il gender ce l’hanno su quelli che tengono alla purezza della lingua. E soprattutto quelli che tengono alla saldezza dei valori. Anche se il più delle volte, né gli uni né gli altri sanno con precisione di che si tratta.

È invece con parole semplici, quasi elementari, che Livia Ferracchiati racconta il gender. E siccome le sue sono le parole del teatro, non di un faticoso dibattito sui media, viene più facile darle ascolto, e provare a capire meglio quel significato.

Peter Pan guarda sotto le gonne (2015)

Tra le signore della scena europea che Antonio Latella ha invitato con i loro spettacoli alla Biennale Teatro, alcuni dei quali davvero imponenti e impegnativi, Livia è la più giovane: trent’anni. Teatralmente è la più ingenua, con i suoi spettacoli semplici, di gruppo, tutto sommato lineari, come sono le sue parole. Forse perché Livia non è una signora del teatro. E ci tiene a dirlo: no, non sono una signora.

Lo spiega ai media senza malizia, senza scalpori, enunciando un semplice dato di fatto: la sua identità di genere è maschile. Anche se il nome e il corpo sono femminili. Transessuale si dovrebbe scrivere, se la parola non facesse ancora più paura di gender. Ma trilogia sulla transessualità è un progetto che Ferracchiati sta costruendo da qualche anno assieme al suo gruppo, The Baby Walk, e al Teatro Stabile dell’Umbria, e usarla è inevitabile. Prima Peter Pan guarda sotto le gonne, poi Stabat Mater (tutti e due tra gli appuntamenti della Biennale), tra qualche mese anche Un eschimese in Amazzonia, che ha già avuto un riconoscimento iniziale al Premio Scenario.

Un eschimese in Amazzonia (2017, Premio Scenario)

Dice di non voler fare autobiografia, Ferracchiati, autrice e regista. Però è inevitabile riferire a lei le storie che racconta. A proposito: sarà più opportuno scrivere lui? e autore? Perché sta proprio là il problema, nelle parole, nelle gabbie di una lingua e di valori che non sanno o proprio non possono uscire dal dualismo del genere. E sul gender appunto si inceppano.

Perciò la miglior cosa da fare è andarli a vedere, questi spettacoli, ora che cominceranno a girare, suscitando – si sa – piccoli scalpori provinciali tra i guardiani della lingua e dei valori (com’è capitato all’altro spettacolo giocato su questo tema, Fa’afafine di Giulio Scarpinato). Vederli e provare a capire, senza malizia, senza scalpore, di che si tratta, perché gender e identità di genere sono parole e concetti che valgono per tutti, ma proprio per tutti. Anche se può non piacere.

Stabat Mater (2017, Premio Hystrio Scritture di Scena)

Si potranno così capire i modi che la generazione dei ventenni ha di rapportarsi con quei problemi, che problemi sono anche per chi si sente abbastanza evoluto, come il nostro/nostra autore/autrice Ferracchiati. Capire è sempre una buona cosa. Inoltre, con un po’ di sforzo, si potrà provare a sintonizzare su questo tema anche la nostra lingua che – dico io –  molto più della morale è difficile cambiare.

Todi is a small town in the center of Italy (2016)

Se vuoi saperne di più, qui trovi Federico Bellini , che ti dà alcune informazioni su Livia Ferracchiati. Oppure puoi andare al sito della compagnia The Baby Walk, e scoprire la loro storia. Te lo consiglio.

Capitani coraggiosi. Uno su trenta ce la fa. I giovani registi del College Biennale Teatro

Guardateli, ascoltateli, uno dopo l’altro, i trenta under trenta che Antonio Latella ha esaminato nella prima selezione del bando della Biennale. In palio c’è una produzione da 110mila euro. Tra loro, il regista ne ha adesso individuati sei. Alla fine ne verrà scelto uno. Uno su trenta ce la fa.

Nel precedente post parlavo di alcune soluzioni che il teatro italiano prova a dare alla difficoltà che i giovani artisti incontrano nel far vedere e apprezzare al pubblico le proprie opere. E’ un sistema in cui l’offerta è decisamente superiore alla domanda, ed è perciò inevitabile che il valore economico del loro lavoro precipiti verso il basso. Di conseguenza, anche la possibilità di farne una professione. Il che, detto in due parole, è grave.

Con rimedi diversi, il tessuto teatrale italiano prova a far fronte a questa prospettiva. Una delle proposte più ambite (nonché più dibattute negli scorsi mesi, per l’aspetto economico, davvero inconsueto) è il bando lanciato in marzo da Antonio Latella, direttore per questo quadriennio della sezione Teatro della Biennale di Venezia. Un premio di produzione di 110mila euro (al massimo) per la produzione di un regista under 30, da presentare nel cartellone 2018 del Festival. Niente male, che dite?

Alla scelta finale si arriverà dopo una progressiva selezione che, dai primi 30 registi accolti ed ascoltati, ha già portato a 6 i candidati, e porterà infine, tra qualche mese, al vincitore (il bando si può leggere qui).

La discussione in rete si è concentrata soprattutto sulla cifra, effettivamnete cospicua, e sulla scelta di destinare l’intero budget a una produzione sola. Ragionamenti convincenti dall’una e dall’altra parte, e motivati, com’è ovvio, dalla posizione dalla quale ciascuno parla. Il tema, quasi irrisolvibile, del rapporto qualità/quantità. Latella ha fatto la sua scelta. E tant’è: il bando è quello. A me pare interessante, piuttosto, ascoltare quello che hanno detto i trenta candidati. Li volete sentire? Volete mettervi dentro i loro pensieri?

“Facciamo molta fatica a volte a capire cosa è bello, cosa è vero, cosa è lecito. Ma soprattutto cosa è sacro”.
“Siamo molto condiscendenti con la violenza che facciamo. Ha sempre un fine”.
“Mi sono chiesto: che cosa succede se non c’è più nessuno a guardarti, se non c’è più il pubblico, se non c’è più l’altro…”.
“Questa solitudine però forse anche gioiosa”.
“E’ difficile stare al passo con le avanguardie dei primi del ‘900”.
“Reimparare a narrare delle storie, io mi sono innamorato del teatro, per le storie”.
“Sei un’attrice, sei una performer, non sei una regista. E’ vero che tutte queste tre cose, per come tento di farle, corrispondono allo stesso ventre”.
“Non un’idea a priori, ma un contenuto, nella sua giusta forma, fruibile, comprensibile”.
“Alla mia età, mio padre mi aveva già avuto”.

E così via. Le loro idee. I loro timori. Le loro ambizioni. Il loro spaesamento. D’accordo: sono spot di pochi secondi. Però, se vi prendete il tempo per guardare questi altri quattro video, trovate delle riflessioni in più, i titoli dei loro progetti, e i loro nomi.

Da poco si conoscono i nomi di quelli che, tra loro, sono stati selezionati per la seconda fase, tre registi e due registe, che presenteranno trenta minuti di lavoro espositivo in chiusura del College. Una sfida a sei.

Sono Leonardo Lidi (che concorreva con il progetto Spettri), Filippo Renda (Closer), Maria Chiara C. Pederzini (Furore), Fabio Condemi (Il sonno del calligrafo), Jacopo Squizzato (Nikola Tesla) e Francesca Caprioli (E’ un continente perduto). Potete rivederli tutti e sei in questo altro video.

Li ascolteremo più a lungo nei prossimi mesi, li vedremo all’opera, staremo a scrutare quei trenta minuti di idee e di speranza, che metteranno assieme e presenteranno, a fine festival, ai maestri e agli allievi del College. Sei ritratti dell’artista da giovane.

Biennale Teatro 2017. Ladies first: il programma di Latella

Prima le signore. Da alcuni mesi al timone del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, Antonio Latella ha presentato oggi il programma 2017, il primo del suo mandato quadriennale. Un cartellone di spettacoli, incontri, iniziative, tutto dedicato alla regia. A una regia di donne.

La scenografia di Katrin Brack per il molieriano Tartuffe

Ene-Liis Semper,  48 anni, estone. Nathalie Béasse,  45 anni, francese. Anna Sophie Mahler,  38 anni, tedesca.  Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot, 42enni, dall’Olanda. Claudia Bauer, 51 anni, bavarese.  Tutte la stessa generazione. E poi le italiane Maria Grazia Cipriani e Livia Ferracchiati.

Con le idee ben chiare e con parecchi assi (anzi regine) nascoste nella manica,  Latella direttore entrante ha elencato quali saranno i punti e i nomi salienti del primo capitolo (2017) del suo progetto per il festival teatrale della Biennale. “Non una vetrina, non un festival supermercato, come se ne vedono tanti in Europa. La Biennale, come la intendo io, è il luogo dove assistere alla creazione di nuovi alfabeti, nuove grammatiche, che possono evolvere in linguaggi” ha detto  questa mattina a Roma presentando le diverse articolazioni del programma: il cartellone di spettacoli, i workshop della Biennale College, gli incontri a Ca’ Giustinian, i due premi alla carriera che verranno consegnati in apertura, martedì 25 luglio: il Leone d’Oro e quello d’Argento.

Premi che andranno ancora a due donne, artiste davvero sconosciute in Italia. La scenografa tedesca Katrin Brack (Leone d’oro) che Latella assicura di aver visto all’opera in alcuni spettacoli, da lui amatissimi nei suoi lunghi soggiorni in Germania, diretti da Luk Perceval e Dimiter Gotscheff. E la regista di Cracovia Maja Kleczewska (Leone d’argento) che Latella considera l’ideale erede della nuova scuola teatrale polacca, quella in cui sono già iscritti Krystian Lupa e Krysztof Warlikowski.

 

La scenografia di Katrin Brack per Anatol di Schnitzler

Un festival che si annuncia quindi costellato più da sorprese che da sicurezze. L’opposto delle sette edizioni dirette dal suo predecessore Àlex Rigola che ogni anno puntava sui nomi più accreditati dell’orizzonte registico internazionale.

Per il 2017 si tratta invece di registe, donne, delle quali poco conosciamo e alle quali La Biennale sembra dare fiducia, poiché ospiterà non uno spettacolo, ma brevi personali, composte anche da due, tre, quattro titoli. Come è il caso della giovane italiana Livia Ferracchiati (classe 1986) che dopo i graffi di Ti auguro un fidanzato come Nanni Moretti sarà in cartellone con ben tre titoli (Todi is a small town in the center of Italy, Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater, tutti del 2017) e alla quale ci piacerebbe davvero riconoscere il titolo di nuova leva italiana per il prossimo decennio.

Ma si vedrà. Cosi come si vedranno uscire da “scatole magiche” i lavori di Anna Sophie Mahler (che lavora a Zurigo, già assistente del mago svizzero Christoph Marthaler) o quelli di Ene-Liis Semprer, “pericolosa eroina di performance rituali e video incentrati sul corpo, il cui fascino si basa sulle reazioni fisiche provocate nell’osservatore”, già conosciuta per aver rappresentato l’Estonia alla Biennale Arti Visive del 2001. Un suo titolo tentatore è Filth, da tradurre Che zozzo! e da vedere il 26 luglio.

Tentatore anche il titolo del College, riservato a giovani artisti selezionati attraverso un bando prossimamente in scadenza. Per le 8 diverse sessioni di You know i’m not good, Latella ha chiesto ai docenti  “di identificare un’artista, donna, operante dalla seconda metà del Novecento misteriosamente scomparsa, e di mettere una lente di ingrandimento là dove si possa vedere qualcosa che per troppo tempo è rimasto nascosto, o volutamente tenuto sotto silenzio”. Così Simone Derai di Anagoor ha scelto di lavorare attorno alla figura di Marilyn Monroe, Nathalie Béasse su Jean Seberg, Franco Visioli e Letizia Russo su Unica Zürn, Anna-Sophie Mahler su Aglaja Veteranyi, Maria Grazia Cipriani su Amy Winehouse, Katrin Brack su Charlotte Posenenske, Luk Perceval su Sinéad O’Connor, Suzan Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot su Lee Lozano. Un ventaglio di storie da raccogliere in chiusura del Festival, l’11 e il 12 agosto.

Assieme al programma del Festival di Teatro sono stati presentati oggi anche il Festival di Danza Contemporanea (direttore Marie Chouinard) e di Musica Contemporanea (direttore Ivan Fedele) che hanno scelto, per i rispettivi Leoni d’oro, nomi di altissima caratura come la coreografa americana Lucinda Childs (che sarà premiata il 23 giugno) e il compositore e direttore d’orchestra cinese Tan Dun (30 settembre).

I programmi completi sono disponibili sul sito della Biennale di Venezia.