Ripartiamo domani, 15 giugno. Per rimediare

Un po’ di emozione la provo anch’io. Che non faccio teatro. Domani, riaprono i teatri. In tutta Italia, in ordine sparso, però riaprono. Anzi, per essere precisi, riaprono tra meno di un’ora. Sarà Ascanio Celestini, al Teatro Sperimentale di Pesaro alle ore 00.01 di lunedì 15 giugno – tra pochi minuti, quindi – a ridare il via, in Italia, allo spettacolo dal vivo. 

Dopo 100 giorni di sale chiuse, di palcoscenici vuoti, di platee deserte. 100 giorni, secondo il mio calcolo almeno.

Ascanio Celestini

Mi ha fatto impressione vedere Alessandro Baricco, nel vuoto del Teatro Carignano a Torino, raccontare il senso del teatro in questi 100 giorni (questo è il link).

Baricco al Carignano

Mi avrebbe fatto piacere, stanotte, essere a Pesaro, con Celestini. Non per rivedere il suo primo spettacolo importante, Radio Clandestina, che ho già visto un bel paio di volte (lo tiene in repertorio da quando lo ha ideato, vent’anni fa, nel 2000). Ma per il valore simbolico di questo lunedì 15 giugno, che celebra la forza e la debolezza del teatro.

Non solo dal vivo

Volevo scrivere del teatro dal vivo. Ma questi 100 giorni mi hanno convinto sempre più che il teatro – nonostante certi talebani – non è solo e soltanto quello dal vivo. È un accadere complesso, oltre che millenario. E il rapporto forte, quello tra performer e spettatore, quello simultaneo, immediato, in presenza, non è che una, una soltanto, delle sue sue possibili definizioni.

Sono stati cento giorni che hanno reso il concetto più chiaro. Ho visto un teatro che non avrei mai potuto vedere. Perché era oramai passato il tempo. Perché mi separava una distanza. Perché non capivo quella lingua. Anche perché certo teatro non mi interessava, però l’ho visto, dal momento che c’era.

Approvo e sostengo le richieste di quanti si sono battuti e si batteranno per far sì che la debolezza, intrinseca, dello spettacolo dal vivo trovi adesso strumenti di sostegno economico e istituzionale. Lo spettacolo dal vivo, come la sanità e l’istruzione – dice chi ha studiato queste cose – è un’economia stagnante. Incapace di correre al ritmo delle altre: economie avanzanti. Però lo spettacolo dal vivo, come la sanità e l’istruzione, è anche anche il Dna di una comunità, di una nazione, di un continente, se non vogliamo usare gli stessi concetti dei sovranisti.

Ripartire tra pochi minuti, alle 00.01 del 15 giugno, vuol dire provare a ridare forza a questo Dna. Che non solo in questi 100 giorni, ma da secoli, si è ammaccato, è mutato. Forse per la concorrenza dei media di massa. Che però non sono i suoi nemici – così la pensano certi talebani – ma le sue propaggini vitali.

Rimediare

Voglio pensare che rimediare – verbo che è sinonimo di riparare, rimettere in sesto, aggiustare – cominci davvero ad assumere, per noi, un senso diverso. Ri-mediare è favorire il passaggio della tradizione da un medium all’altro. Per conservarla, per rinnovarla. In questo senso i nuovi media, quelli del 21esimo secolo, non sono nemici dello spettacolo. Ma come la stampa, secoli fa, acceleratori di umanità.

Avrebbe potuto dire in film di culto degli anni ’50 (L’ultima minaccia), quel sant’uomo di Humphrey Bogart: “Sono i media, bellezza! E tu non puoi farci niente. Niente!”.

Umphrey Bogart

A giugno si riapre. Aspettiamo il 15. Non un minuto di più.

Sarà che sono stati tra i primi a chiudere. O che saranno tra gli ultimi a riaprire. Sia quel che sia cinema e teatri scalpitano. E la data fissata dal Dcmp per la riapertura – il 15 giugno – si avvicina.

calendario

Nel frattempo ci si prepara. Navigando a vista. Il famigerato allegato 9 del Decreto, quello che riguarda i luoghi di spettacolo, lascia ancora spazio a incertezze, dubbi, discussioni.

Tanto che molti operatori, direttori di teatro, gestori di sale, stanno adottando una tattica d’attesa. Riapriamo certo, ma più in là. A luglio. A settembre. Insomma: non ci saranno più le mezze stagioni di una volta.

Però c’è anche chi, impaziente e avventuroso, scalpita per la ripartenza. La data è quella? Bene, non un minuto di meno.

A Pesaro, nelle Marche, hanno deciso di partire per primi e lo faranno proprio il 15 giugno, alle ore 00.01, nella notte tra domenica e lunedì. Una tattica diversa. Complimenti: una scelta proattiva.

È il Circuito teatrale marchigiano, AMAT, che annuncia per quel giorno, per quell’ora, l’appuntamento che “segna il tanto desiderato ritorno a teatro in Italia“. A Pesaro, al Teatro Sperimentale, Ascanio Celestini con la sua storica Radio Clandestina darà il via a Tornateatro! Artisti & spettatori di nuovo a casa. Questo spettacolo, peraltro, compie proprio adesso vent’anni.

“Nei giorni successivi – dice il comunicato stampa dell’AMAT, che mi è arrivato qualche minuto fa – Motus (20 e 21 giugno) e The Andre (27) saranno protagonisti degli appuntamenti che avverranno in piena sicurezza, con tutte le precauzioni e i dispositivi necessari, a partire dal distanziamento interpersonale, l’utilizzo obbligatorio di mascherine e in presenza di un numero limitato di spettatori (al Teatro Sperimentale saranno 100 i posti disponibili sui 500 di capienza)”.

TornaTeatro Amat

Buona fortuna dunque al Circuito teatrale marchigiano che, con il Comune di Pesaro e il sostegno di Regione Marche e MiBACT, saranno probabilmente i primi a tagliare il nastro del riavvio.

Buona fortuna anche a tutti coloro che ne seguiranno l’esempio. Dpcm e faq permettendo.

La sai quella? Le barzellette scorrettissime di Ascanio Celestini

Raccontarle è un arte. Riderne, pure. Le barzellette però non sono solo barzellette, quelle che lo zio scemo racconta al pranzo di Natale. “Le barzellette – dice Ascanio Celestini – sono il lasciapassare che ti permette di parlare di tutto. Proprio tutto”.

foto di Ascanio Celestini
Ascanio Celestini. Ph. Musacchio, Ianniello & Pasqualini

Non solamente carabinieri, suocere, mogli e mariti. Non solo froci, negri, zingari. Con le barzellette si può ridere anche delle disabilità. O di Auschwitz. Violento? Politicamente corretto? Le barzellette più scorrette, le più violente, le sa e le può raccontare Ascanio Celestini.

Barzellette si intitola il suo più recente spettacolo, quello che lui porta in giro, alternandolo a Radio clandestina (sull’eccidio del’44 alle Fosse Ardeatine), Fabbrica (sul lavoro industriale e gli incidenti sul lavoro), Scemo di guerra (sui reduci delle guerre), La pecora nera (sulla condizione manicomiale), Appunti per un film sulla lotta di classe (sul precariato dei call-center), Pueblo (sulla vita nelle periferie urbane), Il razzismo è una brutta storia (non ha bisogno di spiegazione): i suoi titoli più conosciuti.

Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini

Per una congiunzione astrale, o per una abitudine del teatro, stasera a Udine (stagione di Teatro Contatto, Palamostre, ore 21) va in scena Radio clandestina. Domani a Trieste (stagione del Teatro stabile La Contrada, sala Bobbio, ore 20.30) si replica Barzellette. Il primo e l’ultimo Ascanio Celestini.

Finalmente Ascanio fa ridere, ha scritto Dagospia. In vent’anni cambiano tante cose.
“Attenti che in Barzellette mica racconto solo barzellette. Parlo di Auschwitz, della strage di Bologna… Vent’anni fa, quando ho scritto Radio clandestina per me era importante mettere insieme un racconto orale su un episodio drammatico di quando non ero ancora nato e i miei genitori erano bambini, un episodio di ferocia nazista che pesa ancora nella storia della mia città”.

Il teatro di narrazione, cui tu appartieni, ha sempre privilegiato temi drammatici, episodi tragici, incidenti colposi, disastri ambientali, morti annegati. È proprio vero che il dramma vende di più della commedia? Così almeno la raccontano i capoccioni di Netflix.
“Il catalogo delle grandi disgrazie si è un po’ esaurito. Se le sono capate tutte, come dicono a Roma. Scherzo: ho smisurata ammirazione e rispetto per narratori come Paolini, Ovadia, Baliani… Ciò che hanno costruito, è una delle cose teatralmente più importanti successe in questi decenni in Italia. E forse anche in Europa. Ma personalmente preferisco andare a vedere i comici, quelli che parlano di suocere e di supplì mangiati in spiaggia”.

Ma così arrivi dritto dritto alle Barzellette.
“In realtà questo spettacolo nuovo è ancora più militante di Radio Clandestina. Vent’anni fa raccontavo, adesso prendo posizione. Perché con la barzelletta puoi affrontare i tempi più difficili, i più pericolosi. La barzelletta è il lasciapassare che ti permette di parlare di ogni argomento, anche quelli considerati intoccabili”.

copertina Ascanio Celestini - Barzellette - Einaudi

Racconti una barzelletta “sui froci”, sei omofobo. Ne racconti dieci tutte di fila, diventa un discorso inclusivo.
“È la quantità che ne fa un gioco. Una barzelletta sola non è mai un capolavoro. Ma quando arrivano insieme, quando ne racconti cinque, e poi qualcuno ne racconta altre cinque, la performance si trasforma uno spazio di gioco. Chiaro che devi aver imparato le regole, saper giocare. Il segreto è mettersi insieme a disposizione di quell’argomento”.

Berlusconi passava per un campione di barzellette.
“Berlusconi era un pessimo narratore. Primo, perché annunciava: questa barzelletta fa ridere. È sbagliato, perché se fa ridere lo capisco solo nel momento in cui rido. Secondo: raccontava due o tre volte il finale, per spiegare. Sbagliato anche questo. Terzo: la barzelletta va messa su un piano più alto rispetto a chi la racconta. Dalla cornice della storiella il narratore deve stare fuori. Cosa che non riusciva a Berlusconi, dal quale sentivi perfino barzellette su Berlusconi”.

Maestri di televisione come Walter Chiari, Carlo Dapporto, Gino Bramieri erano invece campioni veri.
“Bravissimi, soprattutto a riuscire a portare le barzellette dentro quella televisione là. Walter Chiari si prendeva i propri spazi, lavorava con la camera fissa, ma li metteva davvero in scena, quei racconti. E si metteva a loro disposizione. Performance che potevano durare anche quindici minuti”.

Non saranno troppi per una storiella sola?
“Dipende da te, dalla cornice in cui le racconti. Se stai in pizzeria, e gli altri ti stanno a sentire e annuiscono, puoi tirare avanti anche un’ora. Io, una barzelletta di un’ora, però non l’ho mai sentita”.

Nello spettacolo ne racconti una quarantina. Nel libro (pubblicato da Einaudi, 18 euro) sono molte di più: trecento pagine. Qual è la più bella?
“Probabilmente quella che nel libro non c’è, perché me l’ha raccontata Moni Ovadia, quando con Stefano Bartezzaghi stavamo insieme in piazza Maggiore a Bologna. Il 27 gennaio 1945 finalmente l’Armata Rossa butta giù i cancelli di Auschwitz. E ci sono questi due ebrei che ridono, ridono, ridono smisuratamente, in modo inarrestabile. Tutti chiedono: ma di che ridete? E quelli continuano a ridere. Perfino Dio si affaccia dall’alto dei cieli e chiede: ma di che c… ridete? “Dio, tu non puoi capire” rispondono. “Tu non c’eri”.

[pubblicato in versione parziale sul quotidiano Il Piccolo di Trieste, 30 gennaio 2020]