Jakop Ahlbom. Anche il teatro reclama l’horror

Svedese, adottato dall’Olanda, Jakop Ahlbom è un bizzarro autore, regista, inventore, attore e acrobata, che condivide con molti cinefili la passione per i film di genere: le lunghe saghe degli horror che costellavano gli anni ’60, le commedie ridicole dei tempi Buster Keaton, il cinema surreale. O pellicole di culto, come Shining.

Da qualche anno, con determinazione, Ahlbom prova a reinventare per la scena tutte le meraviglie, i trucchi, le emozioni, ma soprattutto le paure che quelle pellicole nel secolo scorso suscitavano.

Jakop Ahlbom – Horror

Giunto alle fasi finali il Festival di teatro contemporaneo della Biennale mette in campo proprio Alhbom, uno dei suoi campioni.

Horror è lo spettacolo che lo ha reso famoso (oggi, venerdì 3, al Teatro delle Tese, Arsenale, ore 21.45) e rappresenta il manifesto del suo stile, unico e pieno di sorprese.

Nella casa infestata dai fantasmi

Nella classica tradizioni dei thriller Horror racconta di una donna che assieme a due amici torna nella vecchia casa dei genitori. Per scoprire che sull’edifico pesa il ricordo di una cruenta tragedia famigliare. Nessuno dei tre sa cosa sia accaduto alla sorella maggiore, ma lo spirito della defunta è là, pronto a accogliere i nuovi venuti. E sono i flashback e i teatralissimi colpi di scena a far riemergere il passato. L’unico modo per sopravvivere in quell’ambiente, infestato e pericoloso, sarà confrontarsi con la terribile verità sepolta. Personaggi e spettatori assieme.

“Ahlbom sa usare gli effetti speciali come un maestro” ha scritto la stampa internazionale. “Riesce a inventare un orrore terrificante, oscuro, immondo, ma anche comico, nella tradizione dell’assurdo, e soprattutto ben recitato. Dimostrazione di un talento unico, stupefacente”.

L’altra creazione di Ahlbom ospitata in questa Biennale, Lebensraum, vuole invece onorare la grandezza di Buster Keaton (sabato 4, Teatro Piccolo Arsenale, 22.00).

“Keaton è una delle grandi fonti di ispirazione per il mio lavoro” spiega l’autore. “Lo spettacolo parla di due uomini che si sono creati una vita perfetta, un loro piccolo habitat. Ma in questo mondo manca qualcosa. Così decidono di costruire una bambola meccanica, che sbrighi le faccende di casa. E non solo”. Teatro fisico con una punta di magia. Come nei racconti ottocenteschi.

Un teatro atmosferico

In queste giornate finali, La Biennale ospita anche altri artisti di valore, esponenti di quel tema che il direttore Latella, ha scelto come titolo dell’edizione 2018: il confronto tra attore e perfomer.

Uno è lo svizzero Thom Luz, che per il suo “teatro atmosferico” spesso attinge al “Manuale dei fenomeni naturali insoliti” di William R. Corliss. A Venezia Luz presenta due spettacoli: When I die (venerdì 3, Tese dei Soppalchi, 19.00) e Girl from the Fog Machine Factory (sabato 4, Teatro alle tese, 19.00). “Amo raccontare storie come non si raccontano di solito – dice Luz – attraverso suoni e atmosfere”.

Thom Luz – Girl from the Fog Machine Factory – ph. Sandra Then

L’altro è l’italiano Giuseppe Stellato, con la prima mondiale del suo “Mind the gap” (Foyer delle Tese, ore 20.45, oggi e domani) e la ripresa di “Oblò”, (domani, ore 18), viaggio dentro il cestello di una lavatrice. In movimento, naturalmente.

Una maratona di baci

Giunge alle fasi finali anche la Biennale College, il percorso educational della Biennale Teatro 2018 (vedi un precedente post). Per dieci giorni, più di 150 giovani attori hanno lavorato con nove maestri di teatro italiano e internazionale attorno al tema del bacio. “Baciarsi non vuol dire amarsi – è lo spunto lanciato mesi fa da Latella – ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella vita.

Ne è nata Kiss me, la maratona di brevi performance di baci che avrà inizio domenica 5 al Teatro alle Tese, alle 15.00, e concluderà le 17 giornate del Festival.

 

… e tutto perché Ibsen ed io siamo nati in provincia

Leonardo Lidi, classe 1988. Nemmeno trent’anni. Nato a Piacenza, anzi –  come ci tiene a precisare – a Rottofreno, 12mila abitanti, in provincia. La sua ipotesi di regia per Spettri, di Ibsen, ha vinto lo scorso anno il concorso per giovani registi under 30 ideato da Antonio Latella per la Biennale College Teatro (vedi il post del 2017).

Adesso, su uno dei palcoscoscenici della Biennale, questi Spettri hanno debuttato. Cento minuti giocati come una partita a scacchi con il drammaturgo scandinavo. Anche lui nato in provincia: a Skien, Norvegia meridionale, quasi 200 anni fa.

Ci sono, nella versione di Lidi, tutti i temi del teatro borghese di Ibsen, tutti i  personaggi di Spettri, le loro battute. Ma è come se il giovane regista li avesse risistemati sulla scacchiera a modo suo, conservando il cuore che pulsa in quella vicenda di famiglia. Però mettendone in scena un’altra. Si potrebbe ben dire contemporanea. Se non sentissimo risuonare nelle orecchie battute su cui tanta regia si è concentrata. Nella mia personale memoria, gli spettacoli di Ronconi e di Castri, soprattutto.

Per me è stata una scelta molto personale. Non mi sono minimamente preoccupato di tutto l’Ibsen che è venuto prima. Non mi preoccupo troppo di come verrà fruito adesso. Ho lavorato lucidamente sui contenuti. E credo che alla fine, adesso, lo spettacolo abbia diverse chiavi di lettura, le lascio allo spettatore, a cui demando una grossa percentuale dell’incontro” dice Lidi.

Gli Spettri di Luca Ronconi – 1982 – ph. Archivio Ronconi

Ibsen, Lidi l’ha smontato come si fa con i mattoncini del Lego. Per rimontarlo in una costruzione nuova. Dentro la quale – è la mia chiave di lettura – l’ambiguo groppo della famiglia assume proporzioni ancora più grandi.  Per le pulsioni e la violenza che in quel nucleo si annidano. E che il teatro ha da sempre registrato, facendo della Famiglia l’argomento preferito, il soggetto più frequentato. In tutti i tempi.

Senza che Lidi ne faccia a tutti i costi una tragedia. Si è ispirato anzi alla spensieratezza di Enzo Jannacci, a cui sottotraccia egli dedica lo spettacolo.

Tanto per cominciare, Lidi non esita a smantellare lo storytelling di Ibsen. Infatti, fa morire chi nel testo originale ancora vive (la vedova Alving e la cameriera Regina). Ridà la vita a chi è da tempo stato sepolto (il maschio alfa della situazione: il dissoluto capitano Alving). Oppure riscrive tutto Osvald, il figlio malato. Il quale, lasciato a lungo nella sua condizione di disabile,  con sindrome spastica, riserva agli spettatori una sorpresa finale, forse un progetto segreto, che illumina obliquamente tutto il tempo trascorso.

Un posto davvero sinistro, questa famiglia, che si stringe su una panca, unico elemento di scena, alludendo così, parodisticamente, a quei salotti di Ibsen, dove i protagonisti si accomodano per essere attraversati dal proprio passato.

Gli Spettri di Leonardo Lidi – 2018

Gli spettri non sono necessariamente fantasmi. Spettro è la presenza di un passato che continua a vivere in noi, nel presente, in questo flipper che è la nostra testa. Perciò ho chiesto agli attori di non immaginare mai, di non essere mai altrove, di essere sempre presenti. Non abbiamo quasi mai lavorato su scene singole, ma andando sempre avanti, difilato. Perché ciò che mi piace del teatro, è proprio il lavoro che facciamo assieme, io e gli attori“. 

Tutto questo si vede, tradotto nel risultato intenso offerto dagli interpreti (nella diposizione della fotografia, Christian La Rosa, Michele Di Mauro, Matilde Vigna e Mariano Pirrello). Tra loro quattro Lidi ridistribuisce le battute dei cinque personaggi del dramma originale.

Ora li fa rimanere seduti, ma sempre in bilico, nella zona d’ombra, dentro la quale noi spettatori riusciamo a intravedere la lotta di vizio e perbenismo, di sangue e convenienza. Ora li costringe sotto una pioggia incessante, che torna come un leit-motiv di tanto Ibsen, “perché tutta la sua vita è stata circondata dall’acqua”. Per questo Lidi si immagina vivano in un acquario.

Ma anche, jannaccescamente, si preoccupa di seminare qua e là gli aghi di un divertimento pungente.  Come la mazurca di periferia, che sulle note dei Casadei rimette in ballo le diverse coppie. Come l’estratto radiofonico da “Tutto il calcio minuto per minuto”. O le pinne e la maschera da sub. O la t-shirt feticcio dell’Hard Rock Cafè che indossa Osvald. Tutto giustificato?

L’importante è sapere di poter sbagliare. Ho messo in conto una percentuale di fallimento. Avrei potuto tentare una regia rassicurante. Ma non adesso, non ora che non ho nemmeno 30 anni, e che grazie al teatro sono riuscito a trovare il coraggio e a vincere la mia indole di ragazzo pigro. Per vedere spettacoli, ho preso aerei, ho visitato luoghi, ho fatto viaggi. Sono uscito da quel mondo emiliano in cui sono nato. E ho cominciato da Ibsen. Forse perché io e lui, tutti e due, siamo nati in provincia“.

SPETTRI
da Henrik Ibsen
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Mariano Pirrello, Matilde Vigna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Graziella Pepe
suono Gup Alcaro
assistente alla regia Isacco Venturini
produzione La Biennale di Venezia

Biennale Teatro. Baciarsi non vuol dire amarsi

Baciarsi non vuol dire amarsi. Ma forse è l’atto performativo che ci accompagna di più nella nostra vita. Lo dice Antonio Latella. E non sarebbe sbagliato prenderla come augurio per la seconda edizione della Biennale Teatro da lui diretta, dopo quella del 2017. Si comincia domani, 20 luglio. Si va fino al 5 agosto. A Venezia, nell’Arsenale.

Fammi capire – dirà qualcuno – cosa c’entra baciarsi e la Biennale. Se è Biennale, vuol dire che capita ogni due anni. E se è Biennale Teatro, significa che ospita il meglio della scena teatrale internazionale. Sarebbe questo il compito che la Mostra veneziana – da sempre votata alle arti contemporanee – si è data nei suoi 125 anni (quasi) di storia.

Non è proprio così

Non è così per delle buone ragioni. Primo perché la Biennale, per alcune delle sue attività prevede una cadenza annuale. Succede per la Mostra del Cinema, per esempio. E succede anche per il Festival di Musica, quello di Danza, e appunto quello di Teatro. Che insieme fanno la Biennale dal vivo. Secondo perché la direzione del Teatro, affidata da due edizioni a Latella, non predilige il criterio del “meglio”.

Ciò che Latella ha cercato di fare nel 2017, definendo il tema della regia al femminile, e ciò che cerca di fare in questo 2018, ora che il tema è Attore/Performer, sarebbe piuttosto muoversi su una mappa di artisti e di processi artistici che, senza rappresentare l’olimpo della scena contemporanea, al contrario, abitano periferie, confini, le zone più movimentate, probabilmente le più inquiete di ciò che chiamiamo teatro. Ecco perché molti di loro, quelli chiamati a Venezia, sono figure poco o per niente note, anche a chi segue da vicino le scene. Parlo di gente come Jakop Ahlbom, svedese trapiantato in Olanda, o dello svizzero Thomas Luz, o dell’italiano Giuseppe Stellato. E penso anche alla parola Performer, che condivide il titolo di quest’anno con la parola Attore. Non è difficile immaginare chi è e che cosa fa un attore, o un’attrice. Più complesso inquadrare una o un performer. Collocarlo. Definirlo. Spiegare qual è il “mestiere” del performer. E perché si chiama così.

Potremmo lanciare in una sfida. O per farla più semplice, seguire da vicino il programma della Biennale 2018. Che è quello che farò da domani.

Giuseppe Stellato – Oblò – ph. Luna Cesari

Sì, ma il bacio. Che c’entra il bacio?

Ancora non lo so. So che il bacio è lo stimolo che Latella ha lanciato ai “maestri” che lavoreranno nella Biennale College (cioè nel settore formativo di questa edizione, circa una dozzina, soprattutto italiani, ma anche qualche straniero). “Il bacio è uno dei gesti più forti e misteriosi che esistano in natura. Conosciamo molti modi di baciare o di baciarsi che coinvolgono più parti del corpo” scrive Latella. Volete che la performance, il lavoro del performer non abbia a che fare con tutto questo? Mi incuriosisce pensare al bacio come atto performativo, alla sua antropologia, al fatto che coinvolga diverse sfere di comportamento, dalla più intima a quella istituzionale e religiosa, alla sua ritualità, e alla sua spinta alla trasgressione,  visto che in alcune zone del pianeta è ancora un tabù. Mi incuriosisce e mi farà guardare con un’attenzione speciale tutto quanto avverrà negli Spazi dell’Arsenale veneziano in questi quindici giorni.

 

E’ proprio vero che il primo bacio non si scorda mai?

Certo. Allo stesso modo è impossibile dimenticare il primo incontro con un artista che con il suo lavoro segna una trasformazione anche nel tuo modo di percepire il teatro, e in generale, nelle trasformazioni di questo linguaggio.

Non so se tutti gli incontri che mi capiterà di fare alla Biennale Teatro 2018 saranno memorabili. Non ne sono sicuro. Magari ve lo racconto alla fine. Ma so, o perlomeno intuisco, che alcune cose voglio a tutti i costi vederle.

Gisèle Vienne – Jerk

Ci sono le creazioni della franco-austriaca Gisèle Vienne (con i suoi lavori su figure inanimate e altamente sensuali, come quelle di I apologize, o di Jerk), della neozelandese Simone Aughterlony (che crea spazi attraverso nuove forme di narrazione), di Davy Pieters (l’olandese che muove dal vivo gli attori come in una clip di youtube). Mi aspetto molto da  Jakop Ahlbom,  che con l’amore per il cinema di genere, con thriller e horror teatrali, fa accapponare la pelle anche ai più smaliziati spettatori. E ancora Vincent Thomasset, un francese che si muove dentro le sfaccettature del linguaggio, Thomas Luz, svizzero e sperimentatore di una forma personale di teatro musicale, Clement Layes, con studi in coreografia, teatro, arti circensi. O l’italiano Giuseppe Stellato, che per esempio si è domandato che cosa succede se posizioniamo un microfono all’interno di una lavatrice e ne ha tratto il suo Oblò.

Jakop Ahlbom – Horror

Tutti invitati a presentare, non uno spettacolo, come accadeva nei decenni scorsi, ma una personale di lavori. Che si accompagna a ciò che su di loro ci racconta il catalogo di questa Biennale 2018. Tempestivamente pubblicato prima che il Festival prenda avvio (io l’ho avuto in mano più di un mese fa) e sapientemente costruito con la forza delle domande dal suo curatore, Federico Bellini.

Made in Italy. Infine una nota ci vuole.

Non trascuro, in chiusura, la prospettiva nazionale. Anche se non è nel mio carattere fare il tifo. Ma bisogna ricordare che entrambi i Leoni che incoronano questa edizione 2018 vanno a formazioni italiane. Il che non mi sembra sia mai capitato. Il duo Rezza/Mastrella (Leone d’oro) e il collettivo Anagoor (Leone d’argento): sono entrambe esperienze fuori dal mainstream teatrale. Lavorano su un percorso di confine, affacciato dove non saprei ben dire. Si intravede attorno il Rezza il territorio della performance. E ha a che fare con una spinta verso la pittura, la letteratura, la filosofia, forse verso una pedagogia del pubblico, anche la linea portante di Anagoor. Entrambi, e questo è sicuro, sono molto caratterizzati da visioni originali.

Anagoor – Socrate il sopravvissuto

C’è poi da mettere un segnalino speciale su Kronoteatro. Dopo aver visto due dei loro spettacoli, Latella si è convinto che valeva la pena puntare su questa formazione ligure, sul loro teatro di scontri generazionali. Così oltre ai due titoli precedenti, Cannibali e Educazione sentimentale, il 31 luglio debutta a Venezia anche la nuova produzione Cicatrici.

Kronoteatro

Ultima cosa da mettere in evidenza. Il contest di nuova regia under 30 che aveva preso avvio nell’edizione precedente (vedi un post del maggio 2017) arriva al suo primo esito. E Il cartellone mette in programma il progetto vincitore: gli ibseniani Spettri, di Leonardo Lidi, e la menzione speciale, a Fabio Condemi per Jakob von Gunten, romanzo-diario scritto nel 1909 da Robert Walser.

È con loro due, e non solo loro, che mi aspetto di vedere cosa possa diventare la futura regia In Italia. Sempre che regia sia la parola giusta.

Il programma completo è sul sito della Biennale.