Prima di maltrattare il gender, prova a capirlo

Come tutte le parole che vengono da fuori, gender non piace agli italiani. Alle nostre orecchie suona più vicino a gendarme, che a genere, che è il suo significato. Con il gender ce l’hanno su quelli che tengono alla purezza della lingua. E soprattutto quelli che tengono alla saldezza dei valori. Anche se il più delle volte, né gli uni né gli altri sanno con precisione di che si tratta.

È invece con parole semplici, quasi elementari, che Livia Ferracchiati racconta il gender. E siccome le sue sono le parole del teatro, non di un faticoso dibattito sui media, viene più facile darle ascolto, e provare a capire meglio quel significato.

Peter Pan guarda sotto le gonne (2015)

Tra le signore della scena europea che Antonio Latella ha invitato con i loro spettacoli alla Biennale Teatro, alcuni dei quali davvero imponenti e impegnativi, Livia è la più giovane: trent’anni. Teatralmente è la più ingenua, con i suoi spettacoli semplici, di gruppo, tutto sommato lineari, come sono le sue parole. Forse perché Livia non è una signora del teatro. E ci tiene a dirlo: no, non sono una signora.

Lo spiega ai media senza malizia, senza scalpori, enunciando un semplice dato di fatto: la sua identità di genere è maschile. Anche se il nome e il corpo sono femminili. Transessuale si dovrebbe scrivere, se la parola non facesse ancora più paura di gender. Ma trilogia sulla transessualità è un progetto che Ferracchiati sta costruendo da qualche anno assieme al suo gruppo, The Baby Walk, e al Teatro Stabile dell’Umbria, e usarla è inevitabile. Prima Peter Pan guarda sotto le gonne, poi Stabat Mater (tutti e due tra gli appuntamenti della Biennale), tra qualche mese anche Un eschimese in Amazzonia, che ha già avuto un riconoscimento iniziale al Premio Scenario.

Un eschimese in Amazzonia (2017, Premio Scenario)

Dice di non voler fare autobiografia, Ferracchiati, autrice e regista. Però è inevitabile riferire a lei le storie che racconta. A proposito: sarà più opportuno scrivere lui? e autore? Perché sta proprio là il problema, nelle parole, nelle gabbie di una lingua e di valori che non sanno o proprio non possono uscire dal dualismo del genere. E sul gender appunto si inceppano.

Perciò la miglior cosa da fare è andarli a vedere, questi spettacoli, ora che cominceranno a girare, suscitando – si sa – piccoli scalpori provinciali tra i guardiani della lingua e dei valori (com’è capitato all’altro spettacolo giocato su questo tema, Fa’afafine di Giulio Scarpinato). Vederli e provare a capire, senza malizia, senza scalpore, di che si tratta, perché gender e identità di genere sono parole e concetti che valgono per tutti, ma proprio per tutti. Anche se può non piacere.

Stabat Mater (2017, Premio Hystrio Scritture di Scena)

Si potranno così capire i modi che la generazione dei ventenni ha di rapportarsi con quei problemi, che problemi sono anche per chi si sente abbastanza evoluto, come il nostro/nostra autore/autrice Ferracchiati. Capire è sempre una buona cosa. Inoltre, con un po’ di sforzo, si potrà provare a sintonizzare su questo tema anche la nostra lingua che – dico io –  molto più della morale è difficile cambiare.

Todi is a small town in the center of Italy (2016)

Se vuoi saperne di più, qui trovi Federico Bellini , che ti dà alcune informazioni su Livia Ferracchiati. Oppure puoi andare al sito della compagnia The Baby Walk, e scoprire la loro storia. Te lo consiglio.

Lucinda Childs. Il minimalismo spiegato alle maggioranze

Nella vita bisogna contare. “Non sono molto portata per la matematica, ma per organizzare meglio le relazioni faccio molti conteggi”.  La coreografa di NY spiega in due parole la sua tecnica. O forse è la sua filosofia di vita.

L’undicesimo Festival internazionale di Danza Contemporanea, a Venezia, si è inaugurato ieri sera con la riproposta di un titolo-emblema. Creato nel 1979 da Lucinda Childs, Philip Glass e Sol LeWitt, Dance è una di quelle opere che restano nell’album dello Spettacolo del Novecento. Rivisto, ha una limpidezza e una leggerezza che oggi ci sogniamo, soprattutto pensando a quanto fossero pesanti e ideologici quegli anni. La cosa bella è che, prima di ritirare il Leone d’oro alla carriera della Biennale, la coreografa ha rievocato l’elettricità e la voglia di sperimentare che attraversavano quegli anni. E ci ha ricordato però che non bisogna mai dire: belli quei tempi, peccato che sono passati.

“Einstein on the beach”, 1976

Quei minimalisti anni ’70

A 36 anni Lucinda Childs era bellissima e razionalissima.  Nessuna sorpresa che Robert Wilson e Philip Glass pensassero a lei mentre progettavano l’opera che sarebbe rimasta nella storia dello spettacolo mondiale. Einstein on the Beach debuttò ad Avignone nel 1976, poi il tour internazionale. Childs diventò l’icona coreografica del minimalismo. E lo è ancora, oggi a 76 anni. Dopodomani anzi ne festeggia 77.

One two, three, four, five, six…. “recitavano” i performer in una delle più famose sequenze di quello spettacolo. E lei, Lucinda, che veniva da una formazione inusuale per quegli anni – lezioni accademiche al mattino, improvvisazioni con Cunningham e Cage nel pomeriggio – sapeva bene contare.

“C’erano giorni in cui il lavoro era molto strutturato, e giorni in cui lavoravamo in assoluta libertà”. Oltre che di occuparsi di una delle sequenze coreografiche, Wilson le aveva chiesto di scrivere dei testi e di recitare. “Indipendentemente da chi era lì per danzare o per cantare, pensavamo soprattutto a riempire lo spazio in maniera uniforme. Avevamo tutti un pensiero molto aperto, ma l’aspetto più difficile di tutto il lavoro era inventare un processo  comune, piuttosto che far capo a scelte personali”.

“Io non ho mai pensato a illustrare o a raccontare con la danza una partitura musicale. Mia intenzione è sempre stata quella di trovare una relazione tra la musica e il mio lavoro sul movimento. Anche lo stesso Glass, aveva in testa delle regole strutturali,  ma nello sviluppo di ripetizioni e variazioni era molto intuitivo. Ritenevamo tutti che le idee non dovessero rimanere nella testa. Con le idee dovevamo invece occupare tutto lo spazio dove provavamo”.

“E ci pareva ogni giorno di saltare nel vuoto. Io partivo da una di queste idee, ma non sapevo che cosa poi potesse succedere e quale sarebbe stato il risultato finale”. Procedimento che non ha mai smesso di seguire, anche oggi, quando la giovane artista che contava in sequenza è diventata la dama del minimalismo. Lady Minimal.

Fragilità

“La danza è la più fragile delle forme d’arte. Spesso ne parliamo, a New York, nelle nostre chiacchiere, e a volte ci preoccupiamo della situazione, ma poi riusciamo sempre a trovare una soluzione. È una bella comunità, la nostra, siamo fortunati: i  giovani coreografi di oggi non si fermano davanti a nulla”.

Lucinda Child, oggi

Voglio chiudere questo post con due video in cui mi sono imbattuto in Rete. Li trovo divertenti, e anche rivelatori.  Il primo risale ai lavori iniziali di Childs, quando ballava in cucina con le spugnette Spontex e i bigodini in testa (Carnation, 1963).

Il secondo, molti decenni dopo, ci dà l’opportunità di rivedere assieme quei due mattacchioni geniali, Bob e Phil. È il 2012 e ci parlano di Einstein on the Beach, il loro hit di 35 anni prima.  A un certo punto, a 24:38, arriva lei, Lucinda.

Vivere a proprio agio. Alle Bermudas, o nella villa di Napoleone

Le parole sono come interruttori. Ne schiacci uno e ti sorprende a volte la cascata di luce che riesce ad accendere. Le parole accedono invece l’immaginazione. Bermudas, per esempio.

Impressions d’Afrique, una precedente creazione di MK

Bermudas è il titolo di un futuro lavoro del collettivo di danza MK. Ma allo stesso tempo scatena associazioni di idee. Per Michele Di Stefano (che ha fondato MK alla fine degli anni ’90 e si è conquistato il Leone d’argento della Biennale danza 2014), Bermudas si occupa della costruzione di “un campo energetico carico di tensione relazionale”. Non so se l’ironico riferimento vada al famoso arcipelago britannico, o al suo temibile triangolo, o al sistema fiscale piuttosto allegro che regna laggiù. O ancora ai pantaloncini corti che da quelle isole prendono il nome e fanno subito estate. Però in uno di questi caldi pomeriggi, mi è capitato di intravedere che cosa sarà, prossimamente, Bermudas.

Dialoghi, le residenze a Villa Manin

MK è uno dei gruppi che hanno trovato ospitalità – più esattamente, residenza – nel progetto che CSS di Udine e l’ente che cura le attività di Villa Manin a Passariano stanno sviluppando in questa splendida location, che è la villa veneta nella quale si favoleggia che Napoleone avesse firmato il trattato (che si chiama invece) di Campoformido.

Del progetto Dialoghi, residenze delle arti performative a Villa Manin, sono stati ospiti già molti ensemble coreografici che hanno indubbiamente tratto vantaggio dal poter studiare, lavorare, esercitarsi, creare in tranquillità, senza stringenti obblighi produttivi, in un ambiente che per la qualità del vivere e il rapporto tra natura e architettura stimola intensamente l’immaginazione. Residenti (oltre a Napoleone) sono stati in questi due anni di progetto anche gli ensemble coreografici Dewey Dell,  Arearea, e ancora Alessandro Sciarroni, Arkadi Zaides, Rima Najdi,  e un gruppo di performer guidati da Constanza Macras.

Robinson, altra creazione di MK

Bermudas, ha detto Di Stefano presentando a un piccolo pubblico di osservatori l’esito finale di due settimane di lavoro, nasce da tre principi. Primo: dev’essere una creazione “abitabile” da un numero di interpreti che può variare da tre a quindici. Secondo: si basa su una regola di movimento elementare la quale, moltiplicata, riesce a produrre elaborati complessi. Terzo: danzare, oltre che sul proprio corpo, vuol dire concentrarsi sul corpo degli altri. Detta come la dice lui: “la danza del mio corpo produce lo spazio che dà alla danza del tuo corpo la possibilità di esistere”.

Bermudas, in costruzione a Villa Manin

Bermudas sta ancora prendendo forma, e lo farà nei prossimi mesi, ma come suggerisce lo stesso Di Stefano, ha già dentro di sé lo spirito che ai performer, tre o quindici che siano, dà la possibilità di trovarsi a proprio agio.

E agio è un’altra parola-interruttore. Se si risale indietro nel tempo, se ne trova l’origine latina. Viene da ad iacere, cioè stare accanto. E in questa prospettiva, essere anche consapevoli di chi ci sta vicino. “Per me – dice il coreografo – la danza si situa fuori del corpo del perfomer, non dentro”.

Informazioni utili

Trova qui altre informazioni su MK.

Trova qui informazioni su Dialoghi, progetto di residenze delle arti performative  a Villa Manin.

(Detto tra parentesi : lo sapevate che i bermuda nascono in conseguenza di una legge, in vigore un tempo sulle quelle isole britanniche, che vietava alle donne di mostrare le gambe completamente scoperte. L’uso si diffuse poi tra la popolazione maschile. E persino i militari ne trassero vantaggio.
Gancio storico che riporta alla mente la motivazione con la quale nel 2014 La Biennale di Venezia premiava Di Stefano con il Leone d’argento per la danza: “per aver scelto questo linguaggio allo scopo di dar luogo a camminamenti antropologici, che ci lasciano intuire la presenza di tribù organizzate per posture, dinamiche irregolari, e decostruzione dei perimetri spaziali, all’interno di ciascuno di noi”).

 

Capitani coraggiosi. Uno su trenta ce la fa. I giovani registi del College Biennale Teatro

Guardateli, ascoltateli, uno dopo l’altro, i trenta under trenta che Antonio Latella ha esaminato nella prima selezione del bando della Biennale. In palio c’è una produzione da 110mila euro. Tra loro, il regista ne ha adesso individuati sei. Alla fine ne verrà scelto uno. Uno su trenta ce la fa.

Nel precedente post parlavo di alcune soluzioni che il teatro italiano prova a dare alla difficoltà che i giovani artisti incontrano nel far vedere e apprezzare al pubblico le proprie opere. E’ un sistema in cui l’offerta è decisamente superiore alla domanda, ed è perciò inevitabile che il valore economico del loro lavoro precipiti verso il basso. Di conseguenza, anche la possibilità di farne una professione. Il che, detto in due parole, è grave.

Con rimedi diversi, il tessuto teatrale italiano prova a far fronte a questa prospettiva. Una delle proposte più ambite (nonché più dibattute negli scorsi mesi, per l’aspetto economico, davvero inconsueto) è il bando lanciato in marzo da Antonio Latella, direttore per questo quadriennio della sezione Teatro della Biennale di Venezia. Un premio di produzione di 110mila euro (al massimo) per la produzione di un regista under 30, da presentare nel cartellone 2018 del Festival. Niente male, che dite?

Alla scelta finale si arriverà dopo una progressiva selezione che, dai primi 30 registi accolti ed ascoltati, ha già portato a 6 i candidati, e porterà infine, tra qualche mese, al vincitore (il bando si può leggere qui).

La discussione in rete si è concentrata soprattutto sulla cifra, effettivamnete cospicua, e sulla scelta di destinare l’intero budget a una produzione sola. Ragionamenti convincenti dall’una e dall’altra parte, e motivati, com’è ovvio, dalla posizione dalla quale ciascuno parla. Il tema, quasi irrisolvibile, del rapporto qualità/quantità. Latella ha fatto la sua scelta. E tant’è: il bando è quello. A me pare interessante, piuttosto, ascoltare quello che hanno detto i trenta candidati. Li volete sentire? Volete mettervi dentro i loro pensieri?

“Facciamo molta fatica a volte a capire cosa è bello, cosa è vero, cosa è lecito. Ma soprattutto cosa è sacro”.
“Siamo molto condiscendenti con la violenza che facciamo. Ha sempre un fine”.
“Mi sono chiesto: che cosa succede se non c’è più nessuno a guardarti, se non c’è più il pubblico, se non c’è più l’altro…”.
“Questa solitudine però forse anche gioiosa”.
“E’ difficile stare al passo con le avanguardie dei primi del ‘900”.
“Reimparare a narrare delle storie, io mi sono innamorato del teatro, per le storie”.
“Sei un’attrice, sei una performer, non sei una regista. E’ vero che tutte queste tre cose, per come tento di farle, corrispondono allo stesso ventre”.
“Non un’idea a priori, ma un contenuto, nella sua giusta forma, fruibile, comprensibile”.
“Alla mia età, mio padre mi aveva già avuto”.

E così via. Le loro idee. I loro timori. Le loro ambizioni. Il loro spaesamento. D’accordo: sono spot di pochi secondi. Però, se vi prendete il tempo per guardare questi altri quattro video, trovate delle riflessioni in più, i titoli dei loro progetti, e i loro nomi.

Da poco si conoscono i nomi di quelli che, tra loro, sono stati selezionati per la seconda fase, tre registi e due registe, che presenteranno trenta minuti di lavoro espositivo in chiusura del College. Una sfida a sei.

Sono Leonardo Lidi (che concorreva con il progetto Spettri), Filippo Renda (Closer), Maria Chiara C. Pederzini (Furore), Fabio Condemi (Il sonno del calligrafo), Jacopo Squizzato (Nikola Tesla) e Francesca Caprioli (E’ un continente perduto). Potete rivederli tutti e sei in questo altro video.

Li ascolteremo più a lungo nei prossimi mesi, li vedremo all’opera, staremo a scrutare quei trenta minuti di idee e di speranza, che metteranno assieme e presenteranno, a fine festival, ai maestri e agli allievi del College. Sei ritratti dell’artista da giovane.

Biennale Teatro 2017. Ladies first: il programma di Latella

Prima le signore. Da alcuni mesi al timone del Festival Internazionale di Teatro della Biennale di Venezia, Antonio Latella ha presentato oggi il programma 2017, il primo del suo mandato quadriennale. Un cartellone di spettacoli, incontri, iniziative, tutto dedicato alla regia. A una regia di donne.

La scenografia di Katrin Brack per il molieriano Tartuffe

Ene-Liis Semper,  48 anni, estone. Nathalie Béasse,  45 anni, francese. Anna Sophie Mahler,  38 anni, tedesca.  Suzanne Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot, 42enni, dall’Olanda. Claudia Bauer, 51 anni, bavarese.  Tutte la stessa generazione. E poi le italiane Maria Grazia Cipriani e Livia Ferracchiati.

Con le idee ben chiare e con parecchi assi (anzi regine) nascoste nella manica,  Latella direttore entrante ha elencato quali saranno i punti e i nomi salienti del primo capitolo (2017) del suo progetto per il festival teatrale della Biennale. “Non una vetrina, non un festival supermercato, come se ne vedono tanti in Europa. La Biennale, come la intendo io, è il luogo dove assistere alla creazione di nuovi alfabeti, nuove grammatiche, che possono evolvere in linguaggi” ha detto  questa mattina a Roma presentando le diverse articolazioni del programma: il cartellone di spettacoli, i workshop della Biennale College, gli incontri a Ca’ Giustinian, i due premi alla carriera che verranno consegnati in apertura, martedì 25 luglio: il Leone d’Oro e quello d’Argento.

Premi che andranno ancora a due donne, artiste davvero sconosciute in Italia. La scenografa tedesca Katrin Brack (Leone d’oro) che Latella assicura di aver visto all’opera in alcuni spettacoli, da lui amatissimi nei suoi lunghi soggiorni in Germania, diretti da Luk Perceval e Dimiter Gotscheff. E la regista di Cracovia Maja Kleczewska (Leone d’argento) che Latella considera l’ideale erede della nuova scuola teatrale polacca, quella in cui sono già iscritti Krystian Lupa e Krysztof Warlikowski.

 

La scenografia di Katrin Brack per Anatol di Schnitzler

Un festival che si annuncia quindi costellato più da sorprese che da sicurezze. L’opposto delle sette edizioni dirette dal suo predecessore Àlex Rigola che ogni anno puntava sui nomi più accreditati dell’orizzonte registico internazionale.

Per il 2017 si tratta invece di registe, donne, delle quali poco conosciamo e alle quali La Biennale sembra dare fiducia, poiché ospiterà non uno spettacolo, ma brevi personali, composte anche da due, tre, quattro titoli. Come è il caso della giovane italiana Livia Ferracchiati (classe 1986) che dopo i graffi di Ti auguro un fidanzato come Nanni Moretti sarà in cartellone con ben tre titoli (Todi is a small town in the center of Italy, Peter Pan guarda sotto le gonne, Stabat Mater, tutti del 2017) e alla quale ci piacerebbe davvero riconoscere il titolo di nuova leva italiana per il prossimo decennio.

Ma si vedrà. Cosi come si vedranno uscire da “scatole magiche” i lavori di Anna Sophie Mahler (che lavora a Zurigo, già assistente del mago svizzero Christoph Marthaler) o quelli di Ene-Liis Semprer, “pericolosa eroina di performance rituali e video incentrati sul corpo, il cui fascino si basa sulle reazioni fisiche provocate nell’osservatore”, già conosciuta per aver rappresentato l’Estonia alla Biennale Arti Visive del 2001. Un suo titolo tentatore è Filth, da tradurre Che zozzo! e da vedere il 26 luglio.

Tentatore anche il titolo del College, riservato a giovani artisti selezionati attraverso un bando prossimamente in scadenza. Per le 8 diverse sessioni di You know i’m not good, Latella ha chiesto ai docenti  “di identificare un’artista, donna, operante dalla seconda metà del Novecento misteriosamente scomparsa, e di mettere una lente di ingrandimento là dove si possa vedere qualcosa che per troppo tempo è rimasto nascosto, o volutamente tenuto sotto silenzio”. Così Simone Derai di Anagoor ha scelto di lavorare attorno alla figura di Marilyn Monroe, Nathalie Béasse su Jean Seberg, Franco Visioli e Letizia Russo su Unica Zürn, Anna-Sophie Mahler su Aglaja Veteranyi, Maria Grazia Cipriani su Amy Winehouse, Katrin Brack su Charlotte Posenenske, Luk Perceval su Sinéad O’Connor, Suzan Boogaerdt e Bianca Van Der Schoot su Lee Lozano. Un ventaglio di storie da raccogliere in chiusura del Festival, l’11 e il 12 agosto.

Assieme al programma del Festival di Teatro sono stati presentati oggi anche il Festival di Danza Contemporanea (direttore Marie Chouinard) e di Musica Contemporanea (direttore Ivan Fedele) che hanno scelto, per i rispettivi Leoni d’oro, nomi di altissima caratura come la coreografa americana Lucinda Childs (che sarà premiata il 23 giugno) e il compositore e direttore d’orchestra cinese Tan Dun (30 settembre).

I programmi completi sono disponibili sul sito della Biennale di Venezia.