La sera che Harold Pinter ci disse: “Ci facciamo un drink?”

Era il 2006. Sarà stato ottobre. Non un qualsiasi sabato d’ottobre. Il Royal Court Theatre di Londra – una delle più gloriose sale della capitale – festeggiava i suoi 50 anni di attività. E Harold Pinter aveva deciso di recitare in quel teatro. Avrebbe portato in scena L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Royal Court Theatre - Krapp's Last Tape - 2006

Vi domanderete: che ci azzecca Pinter con la giornata di oggi, l’ultima dell’anno? 

L’immagine che concludeva il precedente post di Quantescene! (vedi qui) ritraeva Pinter interprete di quel testo di Beckett. Alcuni di voi mi hanno chiesto perché proprio una fotografia di Pinter.

Così ho pensato di riservare l’ultimo post del 2020 proprio a quell’incontro, all’ultimo brindisi con lui.

Tutto esaurito

Da settimane si sapeva che i biglietti per quello spettacolo sarebbero andati esauriti in fretta: un’edizione davvero storica di L’ultimo nastro di Krapp al Royal Court. Nelle locandine, l’annuncio che Harold Pinter, premio Nobel 2005 per la Letteratura, avrebbe interpretato il testo di Samuel Beckett, premio Nobel 1969.

Ovvero: i vertici del teatro in lingua inglese dell’ultimo mezzo secolo concentrati in un solo spettacolo. Una dozzina di repliche soltanto e solo ottanta persone a sera. Nel 2006 si celebrava infatti il centenario di Beckett (nato nel 1906) e anche il cinquantenario del Royal Court (la famosa messainscena di Ricorda con rabbia è del maggio del 1956). 

Gianfranco Capitta e io avevamo da poco pubblicato, a quattro mani, una monografia su Pinter, approfittando del Nobel appena ricevuto. (Harold Pinter. Scena e Potere, Garzanti 2005, vedi qui). 

Due biglietti in tasca

Quella era dunque un’occasione preziosa per vederlo all’opera. Di nuovo attore, come non succedeva da molto tempo, dopo una grave malattia che ne aveva ha compromesso il fisico e la voce. Uno spettacolo senza precedenti. E senza proseguimenti. 

Avventurosamente, due biglietti li avevamo in tasca. E non senza un po’ d’orgoglio salimmo le scale che portavano, al Jerwood Upstairs, la sala al piano superiore del Royal Court.

Le 19.30 erano già passate da un po’, ma il sipario non si apriva ancora. Accompagnato da una giovane ragazza, un signore arrivò in ritardo e si fece strada tra le file. Ci stringemmo tutti per lasciargli spazio. Poi il sipario scivolò di lato e la scena si aprì su quella buia stanza «nel futuro» in cui Beckett aveva collocato il più decrepito dei suoi personaggi: Krapp.

Monumentale e fragile

L’ultimo nastro di Krapp, diretto da Ian Rickson e interpretato da Pinter, si rivelò in tutta la sua grandezza. Monumentale come un classico. Fragile come può sentirsi chi sente l’approssimarsi della morte. Stretti sulla panca rivedemmo Pinter attore (lo era stato da giovane, prima di diventare scrittore, e solo occasionalmente, dopo, era tornato in palcoscenico). Ma soprattutto scoprimmo che Pinter era Krapp, icona della vecchiaia e della memoria, avanti indietro sulla carrozzina a rotelle, mentre armeggiava con scatole di latta e vecchie bobine, azionava registratori, consultava vocabolari ingialliti, sentiva la propria voce registrata e derideva se stesso.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Usciva ogni tanto di scena, sempre sulla carrozzina, e da dietro sentivamo lo schiocco di una bottiglia stappata. Salvo poi presentarsi agli applausi in piedi e sicuro sulle proprie gambe. Un autentico coup de théâtre.

Al bar di sopra

Quaranta minuti che ancora oggi ricordo con precisione. Alla fine degli applausi una addetta del teatro, dopo aver intuito che proprio noi eravamo “i due italiani che avevano scritto il libro”, ci spiegò con un accento molto british che “Mr Pinter vi aspetta al bar di sopra, se vi fa piacere”.

I nostri incontri con lui, negli anni precedenti, erano già stati numerosi, ma quell’invito così inaspettato, fu una sorpresa per davvero. Dopo gli applausi, cui si sottraeva volentieri, Pinter invitava pochi privilegiati amici a bere qualcosa lassù e a rievocare, come Krapp ma assai più disinvolto, anni migliori di quelli. 

La sorpresa fu doppia, quando scoprimmo che a essere stato invitato era anche il signore arrivato in ritardo. Visto più da vicino, somigliava a uno noto. O meglio, era uno noto: Dustin Hoffman. Con la giovane amica.

In onore dei due italiani, Pinter aveva già ordinato da bere. «Ci facciamo un drink?»

E poi rivolto a Dustin Hoffman: «Non immaginavo di vedere anche te, stasera. Se hai ottenuto un posto devi ringraziare mia moglie, i due biglietti erano i suoi».

Harold Pinter in Krapp's Last Tape - 1

Bianco. Italiano. Ghiacciato

Hoffman: «Di’ a lady Antonia che le sono molto grato. A New York stasera debuttava il lavoro del tuo amico-concorrente Simon Gray. Secondo te, avrei dovuto essere là?»

Pinter: «So che tu preferisci i miei lavori. Una volta ci hai anche provato: era Il calapranzi se non sbaglio»

Hoffman: «Ottima memoria, la tua. Sai, io non ne rammento nemmeno una battuta. Scusa, ho detto una bugia: una battuta me la sono ricordata poco fa in taxi, mentre venivo qui. Era quella che ha che fare con il calcio».

Pinter: «Le mie non sono battute memorabili. Dovresti provare con quelle di Beckett».

Hoffman: «Me lo hanno proposto una volta ma, ti giuro, non ho avuto coraggio».

Pinter: «Peccato, sei un grande attore. Con Beckett saresti stato ancora più grande. Posso presentarti questi due signori? Sono giornalisti, vengono dall’Italia e hanno appena scritto un gran bel libro su di me».

Hoffman : «Dimmi come posso fare a convincerli a scrivere un gran bel libro anche su di me».

Ridiamo e brindiamo tutti assieme. Il vino, scelto in onore dei due italiani, è un Pinot grigio delle Tre Venezie

Pinter: «Bianco. Italiano. Ghiacciato. Come piace a me. Grazie per essere venuti e cin-cin».

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L’ultimo nastro di Krapp è stato lo spettacolo con cui Harold Pinter si è congedato dalle scene nell’ottobre del 2006. Due anni dopo, il 24 dicembre 2008 è scomparso, a 78 anni, per le conseguenze di un tumore all’esofago, che ha compromesso l’ultimo periodo della sua vita.

Oggi è l’ultimo giorno di un anno particolare. Quell’edizione dell’ultimo nastro, meritate davvero di vederla anche voi.

Attori di tutto il mondo, unitevi! Non bastava la pandemia. Ci si mettono pure Beckett e Alexa

Il post che ho pubblicato nel giorno di Natale ha scatenato un putiferio. Non ci avrei mai creduto. Avevo chiesto ad Alexa – la fin troppo famosa assistente vocale, al primo posto tra le vendite natalizie di Amazon – di provare a recitare per me il monologo shakespeariano di Giulietta al balcone.

Alexa, hands free?

E lei, diligente, lo ha fatto. “Complimenti Alexa – le avevo detto alla fine – niente male“. Mi piaceva condividere questa cosa, e nel post di Natale ve l’avevo fatta sentire (cliccate qui, se vi interessa).

Avrò sfiorato qualche nervo scoperto. O chissà che. Le reazioni non si sono fatte aspettare. Divertente, mi ha scritto qualcuno, da pensarci sopra. Oppure, geniale Alexa. Alcuni mi hanno telefonato: ti sei appassionato troppo a quella là, sta un po’ tranquillo. Ciò che non mi aspettavo erano però le reazioni forti. Su certe cose non si scherza, mi ha detto uno. Cattivo. Malvagissimo Canziani. Vaffanpodcast.

Credetemi: non volevo insinuare che il glorioso, plurimillenario mestiere dell’attore (e delle attrici) potesse essere comodamente svolto da una voce sintetica. Ci mancherebbe. Insegno pure in una gloriosa Accademia d’Arte Drammatica. Sarebbe la proverbiale zappa sui piedi.

Volevo invece dire che un minimo di attenzione allo sviluppo delle tecnologie, fa bene a tutti. Attori compresi. E che andare a vedere, scoprire, giocarci, sviluppa quel tanto di curiosità, che diventa poi l’additivo della vita.

Avevo allora suggerito: provate anche voi a sollecitare Alexa. Ma non fatele recitare Ibsen o Pirandello. Non fanno per lei. Invece Beckett, lui sì che si addice ad Alexa.

Alexa Dot 4th generation
Alexa, in una recentissima apparizione

Beckett si addice ad Alexa

Oggi è domenica, qui c’è il sole, ma il vituperato Dpcm non mi permette nemmeno una passeggiata. Così ho deciso di impiegare le ore del mattino smanettando tra le pagine che si occupano di TTS apps, ovvero di applicazioni text-to-speech. (Qui, se volete, un approfondimento).

Traduco: ho provato a capire che relazione ci potrebbe essere tra Samuel Beckett e i sintetizzatori vocali. Gente come Siri, Alexa, o il suo “fidanzato” Alex (vi risparmio la locuzione tipicamente italiana di “tecnologia vocale assistiva”).

Per farla breve. Parecchi tra di voi conoscono il testo di Samuel Beckett intitolato L’ultimo nastro di Krapp (1958).

C’era una volta un signor Krapp, che il giorno del suo 39esimo compleanno si era messo davanti a un magnetofono a bobine e aveva dettato al microfono il diario di quella giornata: “l’orribile ricorrenza”, così la chiama.

Samuel Beckett - ritratto
Samuel Beckett

Ok. Ho chiesto ad alcuni attori sintetici di recitarmi un breve brano, da una delle prime pagine di L’ultimo nastro di Krapp.

Il risultato, a mio avvivo, è istruttivo. Perfino divertente. Ho pregato questi attori di farmela un po’ strascinata. Come penso avesse fatto, anche il vero signor Krapp. Che nonostante l’età, 39 anni, era già un tantino malandato.

Beckett - Teatro - Mondadori

Proviamo a sentirli

Luca, per favore, comincia tu. Luca è una voce sintetica, un po’ troppo professionale per i miei gusti, distaccato anche quando parla di sé. Però ha 39 anni, tanti quanti ne aveva Krapp. Volete sentirlo? Pigiate la freccetta qui sotto.

Non granché, vero? Si sente che è finto, meccanico. Proviamo a cambiare registro. Il povero Beckett impazzirebbe venendo a sapere che voglio chiedere a una signora -che dico! a una donna sintetica – di recitare quel brano. Ma nessuno di voi è Samuel Beckett. Spero.

Alice è una attrice matura, consapevole del suo fascino. Riesce a trasmettere la calma e la sicurezza che ha di sé, anche quando interpreta Samuel. Da anziano. Sentiamola assieme.

Tiago è invece un giovane attore portoghese, di Lisbona, conosce bene Beckett. Un po’ meno bene, come è giusto, la lingua italiana. Ma a me sta molto simpatico. Forse anche a voi.

“Ho celebrato finalmente l’orrenda ricorrenza. E come sempre in questi ultimi anni, tranquillamente, alla Taverna. Non un’anima. Sono rimasto a sedere davanti al fuoco con gli occhi chiusi, a dividere il grano dalla pula. Ho buttato giù qualche annotazione sul rovescio di una busta. Felice di essere di nuovo nella mia tana. Nei miei vecchi stracci. Appena mangiato ehhh … spiace dirlo… tre banane, e solo con difficoltà mi sono astenuto da una quarta. Micidiale per un uomo nel mio stato”. 

Volevo infine capire come le avrebbe dette Beckett stesso, quelle frasi. Con il suo tono da irlandese emigrato. Mi sono affidato a Will, che viene da Dublino ma fin da ragazzo ha vissuto a New York. Prego Will, facci sentire.

Vi dico una cosa: più che Beckett, a me sembra di sentire Julian Beck. Che parlava così, quelle volte che l’ho sentito, in Italia.

Di nuovo Samuel, che era molto esigente

Allora, vogliamo arrivare a una conclusione? Direi che gli attori e le attrici non devono preoccuparsi troppo (almeno per ora) di quello che Alexa e compagnia cantante fanno e faranno nei prossimi anni. Forse nei prossimi secoli.

Però, credetemi, fin da adesso, attrezzarsi conviene.

Harold Pinter in Krapp's Last Tape
Non è Samuel. È Harold Pinter, la sua ultima volta in palcoscenico. E recita “Krapp’s Last Tape”. Ma questo è un altro discorso.

Questa sera ci vediamo al bar. Offre Harold Pinter

Non mi era mai capitata un’edizione così. Un’edizione così alcolica, così sbandata, di Notte, gioiello in miniatura fra la cinquantina di testi che Harold Pinter ha scritto per il teatro. Assieme a Il calapranzi e a altri piccoli episodi di scrittura, Notte fa parte di una breve playlist firmata Pinter che Valerio Binasco ha allestito per il Teatro Metastasio di Prato e lo Stabile di Genova. Titolo complessivo Night Bar. Un’intuizione personale e originale, che ha spinto il regista a raccogliere sotto le insegne di un locale aperto fino a tardi alcuni temi ricorrenti dell’autore inglese scomparso dieci anni fa.

Di Harold Pinter credo di conoscere tutti i testi, i collegamenti più intimi tra i diversi lavori, persino quel nucleo aurorale da cui ciascuno dei suoi titoli è nato. Nei tanti incontri e nelle tante interviste con lui – raccolte in quasi quindici anni e nel libro che lo racconta  – era ogni volta possibile strappargli un dettaglio, un’immagine, forse un segreto, che illumina meglio la sua elusiva drammaturgia.

RobertoCanziani, Gianfraco Capitta, Harold Pinter. Scena e potere, Garzanti 2005

Elusiva solo in apparenza. E per niente enigmatica, come vuole l’opinione comune e la storia del teatro. In realtà, il rapporto tra Pinter e le sue storie e i suoi personaggi assomiglia molto al rapporto che intratteniamo con la realtà. Che non conosciamo mai completamente. Che non possiamo ricondurre sempre a una logica. Che ci sorprende con svolte inaspettate e gioca con la nostra memoria, approssimativa, labile. “Io ricordo cose che possono non essere mai accadute ma, poiché le ricordo, sono accadute” dice uno dei personaggi di Vecchi tempi. Credo che sia una buona chiave per fare chiarezza sull’apparente mistero dei suoi lavori.

La memoria ubriaca

Notte, scritto nel 1969, racchiude in poche pagine questo tema. E’ così limpido e così compatto che tornerei a vederlo sempre. Per questo sono andato al Metastasio di Prato. Perché Notte concludeva con una nota superalcolica, la selezione dei quattro testi scelti da Binasco. E a questa nota ubriaca, che nella vicenda rende protagonisti anche il gin e la vodka, non avevo mai pensato. Cioè che Notte, non sia solo dimostrazione della volatilità della memoria, ma abbia anche a che fare con quel filone di bottiglie e bicchieri che sono una costante della drammaturgia anglosassone. Poi si sa: il vino bianco, secco, ghiacciato, Pinter lo apprezzava sempre.

In Notte, che dura meno di dieci minuti, ho trovato perfetti Arianna Scommegna e Nicola Pannelli. Interpretano due coniugi quarantenni, intenti a rievocare il loro primo incontro, decenni prima. Era successo sul ponte. No, sulla cancellata. Eravamo a un festa. Non ricordo bene. Faceva freddo. Sì, ti avevo messo le mani sotto il maglione. Davvero? Le mie mani sul tuo seno. Forse non ero io, era un’altra. Insomma non se lo ricordano proprio l’incipit della loro storia, brilli come sono, ma molto convincenti. E tutto quell’alcool li aiuta a confondere meglio le cose, che sembrano dissolversi in una nebbia lattiginosa. La stessa che mi accoglieva a Prato quella sera, infatti.

Interpretare Pinter

Di Arianna Scommegna (alle prese con Pinter anche in Il ritorno a casa di qualche anno fa, regia di Peter Stein) potevo già anticipare la bravura. Nicola Pannelli, per me, è ogni volta una rivelazione. Provate a guardarlo nella foto qui sopra (credo Binasco avesse in mente Marlon Brando e quel suo Ultimo tango). Non capisco perché il suo stesso teatro, lo Stabile di Genova che se li tiene sempre stretti i propri attori, non valorizzi di più Pannelli. O perché lui stesso, liberandosi, non provi a bucare la rete che lo tiene legato a personaggi di spalla.

Con Sergio Romano, che è il terzo interprete di Night Bar, aveva provato a farlo nella messa in scena di un testo di Agota Kristof (un’altra regia di Binasco, ne ho scritto qui). Ora, in questo spettacolo pinteriano, anche Romano ha i suoi spazi, ma nella riuscita della serata, nelle figure che tratteggia, a volte al limite del caricaturale, a me è sembrato meno interessante.

Anche perché il Calapranzi, in cui Romano interpreta un killer un po’ sopra le righe, non si inquadra perfettamente nel mondo di quel bar notturno. Mentre lo fanno bene Tess, monologo disinvolto e un po’ puttanesco di Scommegna, e L’ultimo ad andarsene, con quei due tipi che discorrono di giornali e buttano giù il bicchiere della staffa. Ma è un episodio minore della drammaturgia pinteriana. Che la colonna sonora disco anni ’70 però rafforza. Voulez-vous, un rendez-vous? Tomorrow…

 

Night Bar, con Nicola Pannelli, Sergio  Romano, Arianna Scommegna e la regia di Valerio Binasco, è in scena fino al 4 marzo al Teatro Duse di Genova. Versione italiana di Alessandra Serra. Scene Lorenzo Banci, musiche Arturo Annecchino, costumi Sandra Cardini, luci Roberto Innocenti.

Le fotografie sono di Duccio Burberi.