La vita complicata. Come la racconta Will Eno, scrittore di teatro

Chi si trovasse mercoledì 27 a Roma, sappia che può incontrare un drammaturgo americano che si è fatto un nome.

Will Eno
Will Eno

Scatta qualcosa nella memoria se scrivo Will e aggiungo Eno? No, eh? In Italia, il nome del drammaturgo statunitense Will Eno non pare susciti particolari reazioni. Nemmeno in voi, che siete tra i pochi che leggono le cose di teatro.

È lo spirito dei tempi: che non sono più quelli di Arthur Miller e Tennessee Williams. Ma nemmeno di David Mamet. Le cose sono cambiate da quando i copioni made in USA entravano subito in circolazione tra chi si occupava di teatro in Italia e, un anno sì e un anno no, si faceva qualche bella scoperta.

Tre monologhi per il nostro tempo

Un decennio fa Will Eno era stata una bella scoperta. Nel 2010, un suo testo veniva tradotto in italiano e, intorno, scaturiva un piccolo caso. Anche perché a interpretare il monologo Thom Pain (basato sul niente) sarebbe stato Elio Germano. Che non era ancora il Germano che sappiamo. Ma un suo sfizio se l’era già tolto, quando sul palco della Croisette a Cannes, proprio in quell’anno, premiato come miglior interprete maschile (ex aequo con Javier Bardem) aveva pronunciato il famoso discorsetto: “Dedico questo premio – aveva detto – all’Italia e agli Italiani, che fanno di tutto per rendere l’Italia un paese migliore, nonostante la loro classe dirigente“.

Eravamo, all’epoca, agli sgoccioli dell’ultimo governo Berlusconi. Non che da allora le cose siano cambiate. Anzi.

Elio Germano in Thom Pain
Elio Germano in Thom Pain

Comunque Thom Pain (che Germano interpretava con quel nervosismo che non riesci a capire mai se è suo o del personaggio) era un monologo proprio bello. Non dico “uno dei più belli che io abbia mai sentito”, come aveva scritto una tipa sul Guardian, ma stavamo da quelle parti. Con la regia dello stesso Germano e Silvio Peroni, lo aveva prodotto Bam Teatro, che poche stagioni dopo avrebbe ritentato la fortuna sulla ruota americana. Toccava a Lady Grey (con le luci che si abbassano sempre di più) : un altro monologo di Eno, ma al femminile. Per come me lo ricordo, nel restituirlo al pubblico Isabella Ragonese era parecchio selvaggia, e magnetica, oltre che bella.

Isabella Ragonese in Lady Grey
Isabella Ragonese in Lady Grey

Chi legge cose di teatro sa, forse, che anche il terzo spicchio della trilogia di monologhi composta da Eno in questi dieci anni, è arrivato da poco in Italia. Da alcune settimane è in tournée Proprietà e atto, diretto da Leonardo Lidi e interpretato da Francesco Mandelli, ancora una produzione Bam.

Mi sto impegnando, prima o poi, per vederlo. E ce la farò anche se, dice proprio Eno: “La vita oggi è infinitamente complicata, e non solo: a viverla è anche gente infinitamente complicata“.

Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto
Leonardo Lidi e Francesco Mandelli durante le prove di Proprietà e atto

Da una sponda all’altra

Chi veramente si impegna, e da un bel po’ di tempo, per riattivare la circolazione di testi americani in Italia è Valeria Orani. Imprenditrice intraprendente che dal Belpaese è immigrata in USA (sottolineo immigrata, parola che pertiene allo spirito di questi tempi). E oggi, con la sua factory newyorchese, che si chiama Umanism, e con il centro di produzione e distribuzione 369gradi di Roma, assicura la movimentazione Italia-USA. Non container, ma testi teatrali, drammaturgia, storie scritte per la scena, che lei fa liberamente circolare tra le due sponde dell’Atlantico.

Di più: l’impegno di Orani, assieme a quello di Frank Hentschker, direttore del Martin E. Segal Theatre Center di NY, si è concentrato in questi ultimi mesi nel far sì che da sponda a sponda navigassero non soltanto i copioni, ma anche le persone. E tra i diversi biglietti aerei che i due hanno prenotato, c’è quello che porta in questi giorni Will Eno in Italia. Un po’ perché lui vuole conoscere il Paese. Un po’ perché a noi farebbe bene sapere qualcosa di lui, leggere suoi lavori che non conosciamo, sentire come la pensa: e degli Stati Uniti e dell’Italia, e del suo Presidente e dei nostri. Pensieri che nella testa di un drammaturgo producono spesso qualcosa. Tanto più se il drammaturgo, dopo i pensieri, pubblica anche testi come Oh, l’umanità, & altre buone intenzioni.

Allora, sempre voi, che trovate interessanti le cose di teatro, sappiate che mercoledì 27 marzo, alle 18.30 nel foyer del Teatro Valle a Roma, Will Eno incontrerà il pubblico in una conversazione con Frank Hentschker, moderata da Graziano Graziani, tradotta, e accompagnata da alcune letture, nel quadro delle iniziative del progetto pluriennale Italian and American Playwrights.

Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama
Will Eno davanti allo scaffale Contemporary Drama

Se questo viavai di teatro sopra l’Atlantico affascina pure voi, potete trovare altre informazioni seguendo il link verso questo progetto. Per me, già conoscere uno che è stato finalista al Pulitzer in Drama, è uno stimolo forte.

… e tutto perché Ibsen ed io siamo nati in provincia

Leonardo Lidi, classe 1988. Nemmeno trent’anni. Nato a Piacenza, anzi –  come ci tiene a precisare – a Rottofreno, 12mila abitanti, in provincia. La sua ipotesi di regia per Spettri, di Ibsen, ha vinto lo scorso anno il concorso per giovani registi under 30 ideato da Antonio Latella per la Biennale College Teatro (vedi il post del 2017).

Adesso, su uno dei palcoscoscenici della Biennale, questi Spettri hanno debuttato. Cento minuti giocati come una partita a scacchi con il drammaturgo scandinavo. Anche lui nato in provincia: a Skien, Norvegia meridionale, quasi 200 anni fa.

Ci sono, nella versione di Lidi, tutti i temi del teatro borghese di Ibsen, tutti i  personaggi di Spettri, le loro battute. Ma è come se il giovane regista li avesse risistemati sulla scacchiera a modo suo, conservando il cuore che pulsa in quella vicenda di famiglia. Però mettendone in scena un’altra. Si potrebbe ben dire contemporanea. Se non sentissimo risuonare nelle orecchie battute su cui tanta regia si è concentrata. Nella mia personale memoria, gli spettacoli di Ronconi e di Castri, soprattutto.

Per me è stata una scelta molto personale. Non mi sono minimamente preoccupato di tutto l’Ibsen che è venuto prima. Non mi preoccupo troppo di come verrà fruito adesso. Ho lavorato lucidamente sui contenuti. E credo che alla fine, adesso, lo spettacolo abbia diverse chiavi di lettura, le lascio allo spettatore, a cui demando una grossa percentuale dell’incontro” dice Lidi.

Gli Spettri di Luca Ronconi – 1982 – ph. Archivio Ronconi

Ibsen, Lidi l’ha smontato come si fa con i mattoncini del Lego. Per rimontarlo in una costruzione nuova. Dentro la quale – è la mia chiave di lettura – l’ambiguo groppo della famiglia assume proporzioni ancora più grandi.  Per le pulsioni e la violenza che in quel nucleo si annidano. E che il teatro ha da sempre registrato, facendo della Famiglia l’argomento preferito, il soggetto più frequentato. In tutti i tempi.

Senza che Lidi ne faccia a tutti i costi una tragedia. Si è ispirato anzi alla spensieratezza di Enzo Jannacci, a cui sottotraccia egli dedica lo spettacolo.

Tanto per cominciare, Lidi non esita a smantellare lo storytelling di Ibsen. Infatti, fa morire chi nel testo originale ancora vive (la vedova Alving e la cameriera Regina). Ridà la vita a chi è da tempo stato sepolto (il maschio alfa della situazione: il dissoluto capitano Alving). Oppure riscrive tutto Osvald, il figlio malato. Il quale, lasciato a lungo nella sua condizione di disabile,  con sindrome spastica, riserva agli spettatori una sorpresa finale, forse un progetto segreto, che illumina obliquamente tutto il tempo trascorso.

Un posto davvero sinistro, questa famiglia, che si stringe su una panca, unico elemento di scena, alludendo così, parodisticamente, a quei salotti di Ibsen, dove i protagonisti si accomodano per essere attraversati dal proprio passato.

Gli Spettri di Leonardo Lidi – 2018

Gli spettri non sono necessariamente fantasmi. Spettro è la presenza di un passato che continua a vivere in noi, nel presente, in questo flipper che è la nostra testa. Perciò ho chiesto agli attori di non immaginare mai, di non essere mai altrove, di essere sempre presenti. Non abbiamo quasi mai lavorato su scene singole, ma andando sempre avanti, difilato. Perché ciò che mi piace del teatro, è proprio il lavoro che facciamo assieme, io e gli attori“. 

Tutto questo si vede, tradotto nel risultato intenso offerto dagli interpreti (nella diposizione della fotografia, Christian La Rosa, Michele Di Mauro, Matilde Vigna e Mariano Pirrello). Tra loro quattro Lidi ridistribuisce le battute dei cinque personaggi del dramma originale.

Ora li fa rimanere seduti, ma sempre in bilico, nella zona d’ombra, dentro la quale noi spettatori riusciamo a intravedere la lotta di vizio e perbenismo, di sangue e convenienza. Ora li costringe sotto una pioggia incessante, che torna come un leit-motiv di tanto Ibsen, “perché tutta la sua vita è stata circondata dall’acqua”. Per questo Lidi si immagina vivano in un acquario.

Ma anche, jannaccescamente, si preoccupa di seminare qua e là gli aghi di un divertimento pungente.  Come la mazurca di periferia, che sulle note dei Casadei rimette in ballo le diverse coppie. Come l’estratto radiofonico da “Tutto il calcio minuto per minuto”. O le pinne e la maschera da sub. O la t-shirt feticcio dell’Hard Rock Cafè che indossa Osvald. Tutto giustificato?

L’importante è sapere di poter sbagliare. Ho messo in conto una percentuale di fallimento. Avrei potuto tentare una regia rassicurante. Ma non adesso, non ora che non ho nemmeno 30 anni, e che grazie al teatro sono riuscito a trovare il coraggio e a vincere la mia indole di ragazzo pigro. Per vedere spettacoli, ho preso aerei, ho visitato luoghi, ho fatto viaggi. Sono uscito da quel mondo emiliano in cui sono nato. E ho cominciato da Ibsen. Forse perché io e lui, tutti e due, siamo nati in provincia“.

SPETTRI
da Henrik Ibsen
adattamento e regia Leonardo Lidi
con Michele Di Mauro, Christian La Rosa, Mariano Pirrello, Matilde Vigna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Graziella Pepe
suono Gup Alcaro
assistente alla regia Isacco Venturini
produzione La Biennale di Venezia