Quando il Wyoming somiglia al tuo Paese. Il seme della violenza secondo l’Elfo.

lI seme della violenza è il titolo dell’allestimento italiano di The Laramie Project, documento teatrale di Moisés Kaufman e del Tectonic Theatre Project: uno spettacolo che indaga un caso di violenza omofoba accaduto negli Stati Uniti. Lo presenta nel nostro Paese il Teatro dell’Elfo.

Il seme della violenza - The Laramie Project 1 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Gente del Wyoming? Fossi in voi, ci penserei due o tre volte prima di dargli l’amicizia. Brokeback Mountain – il romanzo di Annie Proulx, da cui è tratto il film vincitore nel 2005 del Leone d’oro a Venezia – in italiano si intitolava proprio così: Gente del Wyoming. E una ragione c’è, sicuramente. Il Wyoming è uno stato nel quale né io né forse voi che leggete, amereste vivere.

Anche Il seme della violenza – che ho visto qualche sera fa a Napoli Teatro Festival, una nuova produzione di Teatro dell’Elfo e  Fondazione Campania dei Festival – anche questo spettacolo dicevo, parla del Wyoming. Ne dà anzi un’immagine più precisa di quanto faccia il romanzo della Proulx. 

Il seme della violenza è il ritratto di una comunità in gran parte rurale, conservatrice, ostile al nuovo, dominata da convinzioni religiose – protestanti, cattoliche o mormoni, a scelta – e da una adesione politica che dal 1964 la porta a votare esclusivamente per il partito repubblicano. Non occorre aggiungere che nel Wyoming vige ancora la pena di morte.

Quale sia il pensiero corrente della maggior parte dei cittadini del Wyoming nei confronti dell’omosessualità lo raccontava in maniera drammatica già il finale di Brokeback Mountain.

Questo non è un romanzo

Il seme della violenza racconta invece la morte di Matthew Shepard, uno studente gay di 21 anni, aggredito e ucciso di botte da due suoi coetanei, nel 1998 a Laramie (nel Wyoming, 26.000 abitanti). La ragione? I due odiavano i gay. Non è l’episodio di un romanzo. È successo proprio.

Il seme della violenza - The Laramie Project (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

In quell’anno, la notizia dell’aggressione, poi della morte, e infine il processo penale che ne è seguito ha portato Laramie e tutto lo stato del Wyoming al centro dell’attenzione mediatica. Tanto che un gruppo teatrale statunitense, con sede a New York, The Tectonic Theatre Project guidato da Moisés Kaufman, ha deciso di arrivare fino là e svolgere un’inchiesta. Un lavoro di tipo giornalistico, che ben presto, nel 2000, si è trasformato in un progetto teatrale, The Laramie Project, appunto. Ed è diventato poi anche un film (premiato nel 2002 con quattro Emmy Award).

Laramie. Una storia. I pregiudizi

Se vi interessa conoscere nel dettaglio la storia di Matthew Shepard, capacitarvi dell’abisso a cui può arrivare l’odio di matrice sessuale, se vi interessa sapere come mai The Laramie Project è diventato un titolo-manifesto, ed è stato rappresentato in teatri, scuole, college, teatri degli Stati Uniti e dei paesi anglosassoni, diventando strumento di educazione alla tolleranza e di abbattimento dei pregiudizi, Internet vi dà tutti i mezzi per farlo (a cominciare da questo link in inglese, o quello più sintetico in italiano).

Potrete anche scoprire che la legge federale Usa che punisce i crimini motivati dall’odio di genere, porta dal 2009 il nome di Matthew Shepard 

Qui interessa invece dire che da un bel po’ di tempo il Teatro dell’Elfo coltivava l’idea di lavorare su The Laramy Project. Forse per aggiungere uno specchio temporale al loro lavoro di 15 anni fa su Angels in America di Tony Kushner, pietra miliare di un teatro a tematica LGBT. È un tema sul quale la compagnia milanese ha costruito molti capitoli della propria storia e molti dei suoi spettacoli, non ultimo il lavoro dello stesso Kaufman sui processi a carico di Oscar Wilde, Atti osceni.

L’odio o la speranza?

Interessa anche dire che Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, registi dell’operazione, hanno scelto d’accordo con Kaufman di intitolarla Il seme della violenza. Per provare a capire fino in fondo – dicono – “quale sia la voce che prevale in noi? Quella dell’odio o quella della compassione? Quella della crudeltà o quella della gentilezza? Quella della paura o quella della speranza?

Il seme della violenza - The Laramie Project 3 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Interessa infine ricordare che The Laramie Project utilizza un formato teatrale diffuso nell’area anglosassone, il verbatim theatre. Si tratta di realizzare una tessitura teatrale, usando documenti reali (in questo caso interviste) che sostituiscono la più consueta invenzione di storie, personaggi, dialoghi: il normale percorso della drammaturgia teatrale.

The Laramie Project è dunque questo, un’inchiesta che si sposta verso il teatro e che del teatro utilizza gli strumenti e gli effetti di realtà. Personaggi-testimoni in scena, proiezione di documenti video alle loro spalle, ricerca di ciò che ci permette di superare gli schematismi dei media di massa, per andare a capire, per provare a documentare, le radici (ma anche le fronde) di pensieri e di comportamenti che non sono solo caratteristici di una piccola città bigotta come Laramie. Pensieri, che sono invece pensati e praticati anche nella nostra (un po’ più) laica Europa.

Il seme della violenza - The Laramie Project 3 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Una legge per i crimini d’odio

Da questo punto di vista, a mio parere, va osservato Il seme della violenza. Un allestimento che, oltre alla collocazione teatrale, che ne farà uno degli spettacoli da vedere nella prossima stagione, prova a operare su un tessuto di opinioni, con cui anche l’Italia in questo momento si sta confrontando.

Il seme della violenza 5  (ph. Laila Pozzo)
(ph. Laila Pozzo)

Proprio ora che in Parlamento e sui media conservatori si moltiplicano le offensive per affossare la legge che intende aggiungere ai reati d’odio fondati su nazionalità, origine etnica e confessione religiosa, anche l’odio che nasce dai pregiudizi riguardanti la sfera sessuale. (Qui, sul sito del Senato, il disegno di legge).

A osteggiare l’approvazione non sono gli abitanti del Wyoming, ma quegli italiani che pensano che ogni legge che punisce i crimini d’odio rappresenti un bavaglio alla propria libertà di espressione e di opinione.

Come se le aggressioni omofobe, le botte ai trans, i femminicidi frutto di mentalità maschiliste – accanto al suprematismo bianco e alla caccia all’immigrato – fossero opinioni.

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IL SEME DELLA VIOLENZA

The Laramie Project
di Moisés Kaufman e dei membri del Tectonic Theater Project
traduzione di Emanuele Aldrovandi
regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
con Ferdinando Bruni, Margherita Di Rauso, Giuseppe Lanino, Umberto Petranca, Marta Pizzigallo, Luciano Scarpa, Marcela Serli, Francesca Turrini
produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con il Festival dei Due Mondi di Spoleto

Da Koltès a Vargas Llosa. Traffici illeciti e desideri non mancano mai, a Napoli.

I luoghi cambiano la scrittura. Figurarsi qui a sud, dove ogni particolare assume sembianze diverse. Cosa succede se due autori teatrali – un francese e un peruviano – trovano spazio a Napoli.

Cortile di Palazzo Fondi - Napoli Teatro festival Italia

Si somigliano un po’ tutte, le città di mare.

Se si lavora di linguaggio e di fantasia, non è difficile immaginare un porto sudamericano – supponiamo nel Perù di Mario Vargas Llosa – ridisegnato nei vicoli, nei bordelli, nei locali più malfamati di Napoli. La Napoli notturna altre volte evocata nel teatro di Enzo Moscato. Coltelli, marinai, puttane…

Può anche capitare che la città indossi gli abiti di uno dei testi più ben scritti per il teatro degli Anni Ottanta dell’altro secolo. Un capolavoro francese, di precisione e ambiguità, firmato da Bernard-Marie Koltès.

Ma andiamo con ordine.

Vargas Llosa. Il gioco delle distanza e delle trasposizioni

Nel 1986, il premio Nobel per la letteratura, il peruviano Vargas Llosa, aveva catturato in un lavoro teatrale intitolato La Chunga, una piccola e misteriosa storia di malaffare.

La Chunga - copertina

Regista di una cinematografia pop e chiassosa, in qualche occasione prestato al teatro, Pappi Corsicato ha provato a riscoprire La Chunga a Napoli. E ha perciò rimesso mano all’originale, ambientato nel 1946 su un fiume peruviano. La Napoli di Corsicato, più che di Vargas Llosa dunque, vive in un paesaggio non dissimile da quello che accompagnava Querelle nella Marsiglia barocca e di fantasia di Fassbinder.

Francesco Di Leva, Cristina Donadio in La Chunga
Francesco Di Leva e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Al gioco delle distanze e delle trasposizioni Napoli e il suo teatro stabile, il Mercadante, hanno risposto volentieri. Sono andati esauriti tutti subito i posti (limitati, a causa delle restizioni da Covid) nel cortile del Maschio Angioino, l’avamposto monumentale affacciato proprio sul porto.

Evocativo e suggestivo, lo spazio ospiterà gli spettacoli di Scena Aperta (la rassegna estiva ideata dallo Stabile che si è aperta appunto con La Chunga) mentre attorno, il tessuto cittadino è costellato dal cartellone di Napoli Teatro Festival (vedi il post precedente).

Notturno oggetto del desiderio

Insomma il porto, i suoi chiaroscuri, i desideri, le relazioni morbose, giocano il ruolo chiave in questo spettacolo.

L’oggetto del desiderio si chiama Meche. Giovane, flessuosa, meravigliosa, Meche è fidanzata con un marinaio che ha tutte le intenzioni di farne una prostituta, da collocare nel bordello locale. A concupire Meche sono anche gli altri marinai, altrettanto smaniosi, ma non si sa se più attratti dalla giovane donna o dal gioco dei dadi, che svela sempre maschili debolezze. Meche interessa molto anche a Chunga, la matura proprietaria di un localaccio, esplicitamente disinteressata agli uomini e disposta invece a comprarsi Meche per lo svago di una notte.

Irene Petris, Cristina Donadio in La Chunga 3
Irene Petris e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Attrici convincenti per personaggi alquanto stereotipati, Cristina Donadio e Irene Petris conducono il gioco della narrazione. L’una, la Chunga, con la durezza richiesta a donne che si muovono in un mondo machista. L’altra, Meche, con lo splendore di una giovinezza sentimentale ancora intatta dalle manacce di chi la vorrebbe far sua.

Che cosa sia poi successo in quella notte fatale – dopo la quale la giovane scompare, per non riemergere più dal passato – è il cuore di tenebra attorno al quale Llosa aveva costruito il suo lavoro.

Alla fantasia di quattro uomini e di una donna, a un fantastico spogliarello di Meche, è lasciato dunque il compito di alimentare misteri, ipotesi, soluzioni, mondi notturni. Ai quali il teatro – più forse che la letteratura – può dare un’apparenza di realtà. Veloce però a dissolversi all’alzarsi del sole. E le canzoni di Lana Del Rey sono per Corsicato il solvente migliore.

Koltès. Nella solitudine dei porti e del cotone

Napoli trasforma in qualcosa d’altro anche un testo che, per me, è il più bello tra quelli di Bernard-Marie Koltès. Scritto anch’esso nel 1986, sta proprio all’opposto della storia di Vargas Llosa.

Koltès - Nella solitudine dei campi di cotone - Ubulibri

Certo dipende dalla chirurgia con cui lo scrittore francese, morto di Aids tre anni più tardi, analizza le traiettorie del desiderio, che in questo caso non è carnale, ma tutto di testa. Geometrico e cerebrale.

Mi sono sempre chiesto se Koltès, nello scrivere La solitudine nei campi di cotone, abbia pensato al teatro, e non invece a un settecentesco trattato filosofico, splendidamente sadiano. Una carta dei sentimenti con cui solo menti sensibili trovano la sintonia.

Ma fin dalla sua prima e clamorosa apparizione italiana, nel dimesso cinema Arsenale di Venezia, in occasione di una Biennale Teatro, quando a impersonare venditore e cliente erano il seduttivo Patrice Chéreau e il nerissimo Isaac de Bankolet, Nella solitudine dei campi di cotone è stato un terreno di sfida in cui molti attori si sono inoltrati.

Le irraggiungibili Variazioni Goldberg

Perché questa analisi raffinata (degli impulsi che attraversano chi compra e chi vende), questa lingua alta (che si ispira ai dialoghi teatrali del ‘700), questo paesaggio notturno (che confonde aspirazioni intellettuali e brividi animali) impegnano al massimo gli interpreti e la loro solitudine. Ma ne mettono anche in luce i registri più preziosi. Come se loro, gli attori, dovessero impegnare tutte le dieci dita per inseguire, sulla propria tastiera, le irraggiungibili Variazioni Goldberg di Bach, cosa che aveva fatto l’irraggiungibile Glenn Gould.

La regia di Andrea De Rosa per Napoli Teatro Festival 2020 (in una produzione della Compagnia Orsini, allestita nel Cortile delle carrozze di Palazzo Reale) parte da questa opzione musicale, Bach e le sue Variazioni. Che tornano inesorabili nello spettacolo, come inesorabile torna il fatto che non si può, né si deve, enunciare il desiderio. Per non estinguerlo.

In definitiva: né il venditore svelerà quale sia la merce offerta, né il cliente renderà esplicita la propria domanda. Però è chiaro che di un mercato illecito si tratta. Che sia droga, sesso, rock’n’roll, o altro (chissà, traffico d’organi, di armi, di virus letali…) lo spettatore non lo verrà a sapere.

Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)
Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)

Perché è il suo desiderio, il desiderio dello spettatore, che deve proiettarsi su quella scena vuota. Un vuoto che a capriccio può diventare il buio dei campi di cotone, la notte prima della foresta, o magari uno scarno interno teatrale, come suggerisce nelle sue note di regia Andrea De Rosa.

Ribaltando un elenco che ha visto solo interpreti maschili (a mia memoria, almeno: da Fantastichini e Iuorio, a Cecchi e Amendola, ai recenti Cordella e Di Giacomo), De Rosa ha scelto Federica Rosellini (in un vistoso abito d’epoca tipo Liasons dangereuses) e Lino Musella (col trasandato cappottaccio dei vagabondi). Campioni entrambi di un teatro italiano attuale, i due trattano con strumenti fini la preziosa merce. Musella è un bisturi. Rosellini una medusa.

Koltès - Nella solitudine nei campi di cotone - Federica Rosellini e Lino Musella
Nella solitudine dei campi di cotone (ph. Salvatore Pastore)

Ma la semplificazione di genere semplifica molto le cose (troppo, per i miei gusti) e si perde gran parte del potenziale erotico. Che è frutto del lavoro immaginativo di chi guarda, non delle supposizioni di un regista. Lo sapeva benissimo Koltès.

Il tempo delle limitazioni, lo spazio delle opportunità

E mentre anch’io, tra gli spettatori, lascio velocemente il cortile di Palazzo Reale per far posto a procedure sanitarie e ad altri spettatori, mentre insieme ci disperdiamo nei bar di piazza Plebiscito, penso che Covid, se non altro, ha moltiplicato le repliche: anche due nello stesso giorno, come ai tempi che furono.

E penso che l’esigenza di allestire spazi all’aperto, in questa Napoli d’estate, viva, vitale, e spesso pure assembrata, permette di penetrare in luoghi poco esplorati e silenziosi, cortili, parchi, giardini, che la popolosa solitudine dei teatri non mi avrebbe mai dato occasione di frequentare.

Così continuo a ritenere che il tempo delle limitazioni sia pure lo spazio delle opportunità. 

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LA CHUNGA
di Mario Vargas Llosa, traduzione Ernesto Franco
regia, scene e costumi Pappi Corsicato
con Cristina Donadio, Francesco Di Leva, Irene Petris, Simone Borrelli, Antonio Gargiulo, Daniele Orlando
luci Luigi Biondi
regista collaboratore Raffaele Di Florio
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

NELLA SOLITUDINE DEI CAMPI DI COTONE
di Bernard-Marie Koltès, traduzione Anna Barbera
con Federica Rosellini e Lino Musella
regia Andrea De Rosa
progetto sonoro g.u.p. alcaro
disegno luci Pasquale Mari
il costume di Federica Rosellini è di Tirelli Costumi spa
produzione Compagnia Orsini

Ma sì che il mare bagna Napoli. La prova è il Teatro Festival

Sto salendo su una Freccia. Quelle dove ci si siede a scacchiera. Due posti sì e due no. Quelle che viaggi con la mascherina e una hostess gentile ti consegna subito il tuo Health & Safety Kit. Sicurezza che ti accompagna fino a destinazione.

La destinazione di questa Freccia sarebbe Sapri, cittadina campana sul mare, famosa per le spigolatrici. Giuro che mi è venuta voglia di vederle, le spigolatrici. Anche perché mi ritorna in mente spesso il famoso verso: la barca in mezzo al mare e quei trecento, giovani e forti.

Ma no. Sapri non è destino, né destinazione. Scenderò a Napoli Centrale. Perché dal primo luglio la città ha dato il via a Napoli Teatro Festival Italia 2020. II primo, se ho fatto bene i conti, a riaprire il calendario delle manifestazioni estive di teatro che la pandemia ha posticipato. E in qualche caso, cancellato.

Così adesso a ritornarmi in mente è il titolo di un libro di Anna Maria Ortese, che confesso di non aver mai capito fino in fondo. Nel 1953 Ortese sceglieva di intitolare Il mare non bagna Napoli, quel volume di racconti e reportage che le avrebbero fatto vincere il Premio Strega.

Ma perché – mi sono sempre chiesto – il mare non dovrebbe bagnare Napoli? Nemmeno lo spettacolo che nel 2004 Mario Martone ci aveva costruito attorno, era riuscito a convincermi.

Tra una decina di minuti però, arriverò a Napoli. Mi infilerò nel suo fantasmagorico metrò e raggiungerò il Maschio Angioino, possente castello a ridosso del golfo. Nel cortile, all’aperto, il Maschio ospiterà alcuni degli spettacoli di Napoli Teatro Festival Italia . E io potrò avere finalmente conferma che Ortese, proprio con quel libro, proprio in quel mare, aveva preso un granchio.

Dall’1 al 31 luglio

Per il momento sottopongo alla vostra attenzione il comunicato stampa che presenta la tredicesima edizione del festival. Che era stato pensato ed è nato nel 2007 e quest’anno si svolge tra l’ 1 e il 31 luglio, più un’appendice internazionale in autunno.

Il programma completo con tutti i titoli, i luoghi, le produzioni, le sezioni, gli eventi, lo trovate sul sito di Napoli Teatro Festival Italia.

Dateci un’occhiata. Napoli merita sempre e comunque. Tanto più se rinasce con te, come dice il titolo NTF di quest’anno.

Il comunicato stampa della 13esima edizione di Napoli Teatro Festival Italia

Il teatro rinasce con te. È un invito a rivivere le emozioni del teatro lo slogan della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata – nonostante l’emergenza sanitaria – con il forte sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano.

Inizialmente fissata per giugno e poi rinviata a causa della pandemia, la manifestazione torna con una ricca programmazione quasi interamente a cielo aperto che si declina tra teatro, danza, letteratura, cinema, video/performance, musica e mostre: 130 eventi, per un calendario di un mese, distribuiti in 19 luoghi tutti all’aperto con una sola eccezione: il Teatro di San Carlo. Platee allestite nel rispetto delle distanze di sicurezza, divise tra Napoli e altre città della Campania (Salerno, Solofra, Pietrelcina e Santa Maria Capua Vetere), dove andranno in scena creazioni italiane e coproduzioni a conferma dell’attività produttiva della Fondazione.

L’edizione 2020 presenta 34 spettacoli di prosa nazionale, di cui 28 prime assolute, consolidando la struttura in sezioni, ormai tratto distintivo della direzione artistica firmata Cappuccio.

Le sezioni

Italiana, Osservatorio, Danza, SportOpera, Musica, Letteratura, Cinema, Mostre, Progetti Speciali: il Festival rinnova la sua grande attenzione alla multidisciplinarità in un dialogo che mira a una visione organica e interdisciplinare dell’arte. La sezione Internazionale, che negli anni passati ha portato a Napoli grandi nomi della scena contemporanea, è stata invece riprogrammata a partire dall’autunno e vedrà in scena, tra gli altri, il coreografo greco Dimistris Papaioannu, l’artista belga Jan Fabre, e Ramzi Choukair e Sulayman Al-Bassam.

Con l’intento di supportare la ripresa di un settore in grave difficoltà in quest’anno segnato dalla crisi economica indotta dal Covid-19, NTFI conferma l’attenzione e il sostegno a favore di produzioni e compagnie del territorio campano e napoletano, insieme a tante realtà del panorama nazionale.

I protagonisti

Tra i protagonisti di questa edizione Silvio Orlando, Vinicio Marchioni, Francesco Montanari e Gianmarco Saurino, Bruno Fornasari, Andrea De Rosa, Luana Rondinelli, Antonio Piccolo, Lino Musella, Federica Rosellini, Ciro Pellegrino, Laura Angiulli, Joele Anastasi, Salvatore Ronga, Lucianna De Falco, Francesco Saponaro, Lara Sansone, Vincenzo Nemolato, Chiara Guidi, Claudio Ascoli, Marcello Cotugno, Ettore De Lorenzo, Massimiliano Gallo, Alessio Boni, Gianni Farina, Sarah Biacchi, Lina Sastri, Franca Abategiovanni, Riccardo Pippa, Corrado Ardone, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, Roberto Rustioni, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Mario Scandale, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Francesco Tavassi, Mariangela D’Abbraccio, Euridice Axen, e le compagnie Anagoor, Carrozzeria Orfeo, Casa del Contemporaneo, Nuovo Teatro Sanità, e Mutamenti/Teatro Civico 14.

Musica

Per la sezione Musica si avvicenderanno invece Roberto De Simone, Raffaello Converso, Pippo Delbono e Enzo Avitabile, i Foja, Stefano Valanzuolo con Sarah Jane Morris e i Solis String Quartet, Massimiliano Sacchi, Maria Mazzotta, Francesco Di Cristofaro, Valerio Sgarra, Ars Nova, Ciro Riccardi, EbbaneSis, i Folkonauti, Raffaella Ambrosino, Ambrogio Sparagna con Iaia Forte, Giada Colagrande, Roberta Rossi, Ivo Parlati e Nadia Baldi, Renato Salvetti e Antonella Ippolito. Nella sezione Danza si segnala la partecipazione del coreografo francese figlio di minatori di origine italiana Alexandre Roccoli.

La collaborazione con il Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale si concretizza attraverso la coproduzione di due spettacoli inseriti nella sezione Progetti Speciali del Festival con Mimmo Borrelli, Renato Carpentieri, Claudio Di Palma. Tra gli altri protagonisti della sezione del NTFI, da anni ormai terreno di sperimentazione di nuove pratiche sceniche, Roberto D’Avascio, Carlo Geltrude, Maria Rosaria Omaggio, Marco Dell’Acqua, Alberto Conejero, Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì.

Nel Real Bosco del Museo di Capodimonte e al circolo Canottieri, per la sezione SportOpera a cura di Claudio Di Palma, che propone 8 spettacoli di cui 7 in prima assoluta, si alterneranno Mariano Rigillo, Patrizio Oliva, Pino Maddaloni, Fulvio Cauteruccio, Andrea Zorzi, Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli, Rosario Giglio, Marina Sorrenti, Chiara Baffi, Rossella Pugliese, Antonio Marfella, Paolo Cresta, Ferdinando Ceriani, Gennaro Ascione, Alfonso Postiglione.

Letteratura

E ancora per la sezione Letteratura, progetto a cura di Silvio Perrella, ospiti Maurizio Bettini, Daniele Ventre, Caterina Pontrandolfo, Alberto Rollo, Mimmo Borrelli, Silvia Bre, Piera Mattei, Claudio Damiani, Vincenzo Frungillo, Igor Esposito, Maria Grazia Calandrone, Sonia Gentili, Enza Silvestrini, Fiorinda Li Vigni, Mariafelicia De Laurentis, Antonio Biasiucci, Alfio Antico.

“Siamo riusciti a compiere in tempi strettissimi un vero miracolo mantenendo la struttura del Festival fedele rispetto a quella iniziale”, ha dichiarato Ruggero Cappuccio, direttore artistico del Festival. 

L’edizione dello scorso anno

Per leggere qualcosa sull’edizione dello scorso anno di Napoli Teatro Festival Italia, la dodicesima, clicca qui.

Qui è quando andava tutto bene. Il teatro sensibile di Gabriella Salvaterra

Si può chiamare in tanti modi. Sensoriale. Esperienzale. Immersivo. Ma per lo spettatore, anche il più smaliziato, è sempre un’occasione unica. Al Festival di Napoli e a Contemporanea a Prato, Un attimo prima rafforza la biodiversità del teatro.

(ph. Salvatore Pastore)

Nella penombra

Sei andato a teatro. Ma ti hanno fatto sedere in un vecchio banco di scuola e hai di fronte a te, nella penombra, qualcuno che ti chiede chi sei, dove sei nato, quando sei nato. Poi, annota tutto su un foglio.

Ti intimidiscono quelle richieste: preferiresti restare un anonimo spettatore di teatro. Ti tranquillizza, a un certo punto, il fatto che la stessa persona cominci a disporre davanti ai tuoi occhi una decina di fotografie. E ti propone di sceglierne una.

(ph. Salvatore Pastore)

Io ho scelto una vecchia polaroid, con le montagne sbiadite di rosa e l’utilitaria da cui emerge sbieco il volto di una donna. Potrebbe essere mia madre. Estate. Prati. Gli anni Sessanta. Le piccole vacanze di noi piccoli italiani. “Qui è quando andava tutto bene. Quando tutto sembrava perfetto” mi ricorda la voce che ho di fronte. E mi prende per mano.


Per un teatro dei sensi

Gabriella Salvaterra è stata, fin dal 1999, collaboratrice indispensabile di Enrique Vargas, il maestro colombiano del Teatro de los Sentidos, colui che ha diffuso in Europa spettacoli a cui non si assiste, ma si partecipa con i sensi, come viaggiatori. Singoli, solitari, unici.

Spesso bendati, appena appena guidati e accuditi da presenze umbratili e silenziose, i viaggiatori degli spettacoli di Vargas (da Oracoli a Fermentación, da Piccoli esercizi per il buon morire a Renéixer) vagano dentro a labirinti di stoffe, camminano a piedi nudi sopra terreni vaghi, odorano e tastano come se fossero ciechi, oggetti e corpi, e ne ricavano sensazioni. Ne ho scritto due anni fa, quando a Il Funaro, il suo punto di riferimento italiano a Pistoia, Vargas e Gabriella Salvaterra avevano presentato Il filo di Arianna. (Leggi qui).

È un’esperienza di tatto, di udito, di odori, il teatro di Vargas e di chi ne segue il magistero. Non è un teatro della vista. Ogni volta una storia diversa, alla cieca, ogni volta un percorso diverso, sconosciuto. E ogni volta il brivido o la curiosità di ciò che potrebbe succedere.

L’acqua, le voci, un ballo

Scoprire che devi immergere le mani in un bacile d’acqua profumata. Farti sfiorare l’orecchio da voci che ti raccontano un frammento della propria vita. Lasciarti andare in un ballo con un fantasma oscuro e sconosciuto, come in un dipinto di Magritte.

Qui, a Contemporanea a Prato, in Un attimo prima, sono stato preso per mano e invitato a sedere, con altri dodici ospiti come me, viaggiatori e commensali, a una tavola da pranzo sontuosamente apparecchiata. Sotto i miei occhi un piatto antico di porcellana, con una vistosa crepa. La sfioro con il dito.

(ph. Salvatore Pastore)

“Qui è dove tutto comincia. È quando mia madre si è ammalata” ci racconta Gabriella Salvaterra, seduta al centro. Padrona di casa, sfiora anche lei la crepa del suo piatto. “C’è chi sostiene che a tutto c’è rimedio. Io non credo che sia proprio così. Ci sono cose che sono irreparabili. O diventano irreparabili. Mentre per riparare c’è un tempo, un tempo giusto“. Lo dice, mentre ciascuno di noi cerca di risalire il proprio tempo e trovare nella memoria l’attimo in cui anche per noi si è aperta quella crepa, mai più rimediata da allora, quel bordo che taglia ancora. Intanto qualcuno, da dietro, con delicatezza, mi mette sugli occhi una benda.

Come si arriva all’intimità? Alla memoria nascosta dentro le persone? Noi lo facciamo attraverso i sensi. In questo spettacolo c’è una drammaturgia olfattiva che accompagna tutto il percorso del viaggiatore. C’è una drammaturgia sonora, pensata proprio per risvegliare questa memoria profonda, a cui solo i sensi possono accedere“, spiega Salvaterra in un’intervista.

La stanza delle giostre

Poi vengo invitato a ballare, con la benda sugli occhi, in balia di braccia e corpi che non vedo. Poi entro in una stanza dei giochi e delle giostre in cui c’è un posto riservato a me, e dove trovo una valigetta di ricordi. La scarpetta di quando avevo 3 anni. O forse soltanto le somiglia. La boccetta di inchiostro di china. Matite smozzicate. Una tessera del domino. Una macchinina. Tanti altri oggetti di un passato, forse non mio, ma quasi mio. E di nuovo quella fotografia. Strappata e rimediata alla buona, col nastro adesivo. C’è anche un foglietto bianco. Molti lo usano per scrivere le proprie impressioni. O ringraziare l’autrice per questo viaggio a ritroso.

(ph. Salvatore Pastore)

Sono passati quasi 50 minuti, usciamo assieme, tutti e dodici, da questo labirinto di ricordi. Molti sono commossi.

Rifletto: sono soltanto io a chiedermi perché il teatro dei sensi – questo teatro biologicamente diverso, questo gioco potentemente emotivo – si occupi soprattutto del passato? Potrebbe invece spingerci a immaginare il futuro? Potrebbe guardare in avanti? Superare la melanconia e il rimpianto di ciò che siamo stati, per aiutarci a capire ciò potremmo essere?

È un aspettativa. O un dubbio. Me lo sarei dovuto porre un attimo prima?

Un attimo prima
di Gabriella Salvaterra – Teatro de los Sentidos
con la collaborazione di Nelson Jara
paesaggio olfattivo Giovanna Pezzullo e Nelson Jara
visto a Contemporanea 2019, Prato