Oggi Facebook mi ha bacchettato. Domani chissà.

È successo oggi. A Facebook non è piaciuta per niente la foto di Silvia Gribaudi che salta tutta nuda. Facebook mi ha spiegato che l’immagine non rispetta gli standard della community in materia di nudo e atti sessuali.

Io porto rispetto per chi mi rimprovera di non rispettare gli standard. Tanto che ho cambiato la foto. Al posto delle due tette della Gribaudi, ho messo le sei tette del Canova. Tre Grazie, sei tette. Di marmo e di Antonio Canova, campione del Neoclassicismo. Mica scherzi.

Antonio Canova, Le tre Grazie (copia in gesso conservata a Possagno)

Non so se ho fatto proprio la mossa giusta. Dite che Facebook si risente anche per Canova?

Il resto, se dio Facebook vuole, rimane tutto uguale. 🙂 E lo trascrivo qui di seguito.

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Silvia è la profetessa italiana del corpo libero. Non quello della ginnastica, che è molto legato anzi, alla forza e alla muscolatura. Ma il corpo davvero libero, quello che si è affrancato dagli obblighi e dai doveri a cui le culture lo costringono.

Perché oggi, più che in altre epoche, più che in altre società, il corpo è prigioniero.

Il corpo, mito d’oggi

Prigioniero di un’idea o – secondo pagine mai tramontate di Roland Barthes – di un mito d’oggi che lo vorrebbe sempre tonico e dinamico, armonioso, proporzionato, e magro. Insomma bello, toccato dalla grazia.

Antonio Canova, Le tre Grazie (questo è originale, all’Ermitage di San Pietroburgo)

All’opposto di quelli mitici, i corpi veri non sempre sono giovani, tonici, proporzionati, scattanti, flessibili. Quasi mai asciutti. È la loro verità, ma anche la loro bellezza. Il Vero e il Bello vanno assieme da millenni.

La storia personale di Slivia Gribaudi racconta questa sua scoperta. A dieci anni era la tipica bambina che sognava di fare la ballerina classica. A vent’anni coronava il suo sogno, lavorando con il linguaggio della danza d’école per il Teatro Regio di Torino (la sua città d’origine) e la Fenice di Venezia, e con il contemporaneo per numerose altre compagnie.

Ma il corpo ha le sue vie, e bisogna assecondarne le trasformazioni. Quando, a trent’anni, anche il corpo di Silvia ha cominciato a modificarsi, allontanandosi sempre più dal mito della ballerina, sono cominciati i guai. Però – come insegna il buddismo – debolezze e limiti possono essere trasformati in punti di forza. Così il suo corpo mitico ha lasciato il posto a un corpo politico.

What age are you acting? / Le età relative

Ho capito che, per restare performer, dovevo far lavorare le parti grasse” dice. “Rido sempre quando penso a queste parti del corpo che, quando cammini hanno una loro danza, a prescindere dal tuo controllo“. In altre parole, un’estetica curvy, arrotondata, morbida.

Da quella decisione, maturata nel tempo, sono nati progetti e spettacoli che hanno scavalcato l’anonimato e l’omologazione del corpo classico, per andare a costruire la personalità coreografica di Silvia Gribaudi. Una personalità speciale.

A corpo libero è una sua creazione del 2009. Di qualche anno fa è la coreografia di R.osa – Dieci esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano (Premio Ubu 2017). Accanto a ciò, laboratori con persone over 60, confluiti poi nei progetti pluriennali What age are you acting? / Le età relative e Oggi è il mio giorno e numerosi corsi e esperienze seminariali condotti in Italia e all’estero.

I temi della danza partecipata e della danza di comunità, diffuse, sottratte ai recinti del professionismo, sono sempre più sentiti in ambito coreografico (alcuni nomi soltanto: Virgilio Sieni, Jérôme Bel, Sharon Fridman, Marco Chenevier). Il che non significa che queste declinazioni non incrocino la Bellezza.

Tre uomini, il Canova, la grazia

È il pensiero che Silvia Gribaudi sta coltivando oggi e che – con il coinvolgimento di altri tre perfomer professionisti – guarda a giugno 2019. Il momento in cui al Festival Armunia, a Castiglioncello, debutterà ufficialmente Graces: un lavoro che dalla bellezza neoclassica di Antonio Canova prende le mosse. Per indagare come l’idea del Bello, oltre che culturalmente relativa, sia un principio vitale e salubre in eterno. Splendore, gioia, prosperità, questo spandono le Tre Grazie, tre punti cardinali fissati tra il 1812 e il 1817 da Canova nel marmo, che Gribaudi libera dagli stereotipi di tempo e di genere, e svela con il balsamo dell’ironia.

residenza per Graces – Gradisca d’Isonzo, dicembre 2018

Tre uomini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) e la stessa Gribaudi stanno lavorando fin dal dicembre 2017 a questa creazione, prodotta da Zebra e vincitrice del progetto CollaborAction XL 2018/19. Un lavoro di ricerca, paziente, che ha li ha visti e li vedrà proseguire a tappe in numerose residenze: al Danstationeen Danscentrum Skånes Dansteater di Malmö in Svezia, ad Armunia a Castiglioncello, alla Fondazione Piemonte dal Vivo, a L’Arboreto di Mondaino, e nelle scorse settimana ad Artefici, progetto residenziale attivato da a.ArtistiAssociati di Gorizia.

È qui – più esattamente nel teatro di una cittadina piccola e accogliente, Gradisca d’Isonzo – che ho intercettato il loro lavoro. Che in questa fase, ancora preparatoria, mette assieme procedimenti di alto virtuosismo, intrecciati al graffio di una dissacrazione piena di grazia.

residenza per Graces

Come fermare, per un momento almeno, la sfuggente idea di Bello? Come modellarne un simulacro odierno, visto che quell’idea è stata sempre resa fluida da pulsazioni di moda e oscillazioni del gusto? Come interrogare la Cultura, le culture, per scoprire sotto il velo che le tre divinità sorreggono, il ruolo della Natura? Ma sopratutto, come far spazio nella nostra vita, oggi, alla Bellezza e alla Grazia?

A chi li considera concetti astratti, sorpassati oggi, bisognerebbe sussurrare all’orecchio che sono indispensabili. E salutari, prima di tutto.

Unwrapping Silvia Gribaudi. La grazia e il corpo libero

Se non lo faccio adesso, davvero finisce che la promessa non la mantengo più. Avevo scritto, qualche mese fa, che sarei tornato a parlare del lavoro di Silvia Gribaudi. Lo faccio ora, alla fine dell’anno, scartando l’ultima grazia che il 2018 concede, prima del botto.

Silvia è la profetessa italiana del corpo libero. Non quello della ginnastica, che è molto legato anzi, alla forza e alla muscolatura. Ma il corpo davvero libero, quello che si è affrancato dagli obblighi e dai doveri a cui le culture lo costringono.

Perché oggi, più che in altre epoche, più che in altre società, il corpo è prigioniero.

Il corpo, un mito d’oggi

Prigioniero di un’idea o – secondo pagine mai tramontate di Roland Barthes – di un mito d’oggi che lo vorrebbe sempre tonico e dinamico, armonioso, proporzionato, e magro. Insomma bello, toccato dalla grazia.

Antonio Canova, Le tre Grazie (copia in gesso conservata a Possagno)

All’opposto di quelli mitici, i corpi veri non sempre sono giovani, tonici, proporzionati, scattanti, flessibili. Quasi mai asciutti. Ma è questa la loro bellezza. Il Vero e il Bello vanno assieme da millenni.

La storia personale di Slivia Gribaudi racconta proprio questa sua scoperta. A dieci anni era la tipica bambina che sognava di fare la ballerina classica. A vent’anni coronava il suo sogno, lavorando con il linguaggio d’école per il Teatro Regio di Torino (la sua città d’origine) e la Fenice di Venezia, e con il contemporaneo per numerose altre compagnie.

Ma il corpo ha le sue vie, e bisogna assecondarne le trasformazioni. Quando, a trent’anni, anche il corpo di Silvia ha cominciato a modificarsi, allontanandosi sempre di più dal mito della ballerina, sono cominciati i guai. Però – come insegna il buddismo – debolezze e limiti possono essere trasformati in punti di forza. Così il suo corpo mitico ha lasciato il posto a un corpo politico.

What age are you acting? / Le età relative

Ho capito che, per restare performer, dovevo far lavorare le parti grasse” dice. “Rido sempre quando penso a queste parti del corpo che, quando cammini hanno una loro danza, a prescindere dal tuo controllo“. In altre parole, un’estetica curvy.

Da quella decisione, maturata nel tempo, sono nati progetti e spettacoli che hanno scavalcato l’anonimato e l’omologazione del corpo classico, per andare a costruire la personalità coreografica di Silvia Gribaudi.

A corpo libero, del 2009, appunto. E soprattutto la coreografia di R.osa – Dieci esercizi per nuovi virtuosismi con Claudia Marsicano (Premio Ubu 2017). Accanto a laboratori con persone over 60, confluiti poi nei progetti pluriennali What age are you acting? / Le età relative e Oggi è il mio giorno e numerosi corsi e esperienze seminariali condotti in Italia e all’estero.

I temi della danza partecipata e della danza di comunità, diffuse, sottratte ai recinti del professionismo, sono sempre più sentiti in ambito coreografico (alcuni nomi soltanto: Virgilio Sieni, Jérôme Bel, Sharon Fridman, Marco Chenevier). Il che non significa che queste declinazioni coreografiche non incrocino la Bellezza.

Tre uomini, il Canova, la grazia

È il pensiero che Silvia Gribaudi sta coltivando oggi e che – con il coinvolgimento di tre danzatori professionisti – guarda a giugno 2019. Il momento in cui a Castiglioncello debutterà ufficialmente Graces: un lavoro che dalla bellezza neoclassica di Antonio Canova prende le mosse. Per indagare come l’idea del Bello, oltre che culturalmente relativa, sia un principio vitale e salubre. Splendore, gioia, prosperità, questo spandono le Tre Grazie, tre punti cardinali fissati tra il 1812 e il 1817 da Canova nel marmo, che Gribaudi libera dagli stereotipi di tempo e di genere, e svela con il balsamo dell’ironia.

residenza per Graces – Gradisca d’Isonzo, dicembre 2018

Tre uomini (Siro Guglielmi, Matteo Marchesi, Andrea Rampazzo) e la stessa Gribaudi stanno lavorando fin dal dicembre 2017 a questa creazione, prodotta da Zebra e vincitrice del progetto CollaborAction XL 2018/19. Un lavoro di ricerca, paziente, che ha li ha visti e li vedrà lavorare a tappe in numerose residenze: al Danstationeen Danscentrum Skånes Dansteater di Malmö in Svezia, ad Armunia a Castiglioncello, alla Fondazione Piemonte dal Vivo, a L’Arboreto di Mondaino, e nelle scorse settimana ad Artefici, progetto residenziale attivato da a.ArtistiAssociati di Gorizia.

È qui – più esattamente nel teatro di una cittadina piccola e accogliente, Gradisca d’Isonzo – che ho intercettato il loro lavoro. Che in questa fase, ancora preparatoria, mette assieme procedimenti di alto virtuosismo, intrecciati al graffio di una dissacrazione piena di grazia.

Come fermare, per un momento almeno, la sfuggente idea di Bello? Come modellarne il simulacro contemporaneo, eternamente fluidificato da pulsazioni di moda e oscillazioni del gusto? Come interrogare la cultura, le culture, per scoprire sotto il velo che le tre divinità sorreggono, il ruolo della natura? Ma sopratutto come far spazio nella nostra vita, oggi, alla Bellezza e alla Grazia?

A chi li considera concetti astratti, sorpassati oggi, bisognerebbe sussurrare all’orecchio che sono indispensabili. E salutari, prima di tutto.

A Prato, Contemporanea 18. Ma io direi futura

A Prato, torno sempre volentieri. Qualcuno sostiene che lo faccio per i biscotti, che in effetti sono un motivo forte di attrazione. Un pacco da un chilo di mattonelle del biscottificio Mattei, a casa mia, si vaporizza in mezza giornata. Sostengono altresì che lo faccio per un ristorante di tradizione, Soldano vicino a piazza del Duomo, un posto da cui esci sempre soddisfatto.

La verità sta da un’altra parte. A Prato, in autunno, ci vado per Contemporanea.

La scena futura

Contemporanea, a cui sovraintende Edoardo Donatini, è una delle iniziative che costellano le attività del toscano Teatro Metastasio, ed è un festival della scena teatrale appunto contemporanea. Che come i biscotti e i menu succulenti esercita un fortissimo potere di attrazione.

Fosse per me, più che Contemporanea, lo chiamerei Futura. Frequentandolo in questi anni, mi è sempre capitato di scoprire – e tra i primi – artisti che due o dieci stagioni dopo sarebbero diventati di dominio pubblico. Nomi allora quasi sconosciuti in Italia, con un futuro poi da star delle premiazioni.

Metti Rodrigo Garcia, del quale avevo visto qui, anni fa, lo “scandaloso” Matar para comer (e il suo controverso astice “torturato”). Metti Rimini Protokoll, o Anagoor: un decennio dopo, Leoni alla Biennale.

Nelle sale a disco volante del Centro per l’arte contemporanea Pecci, nello storico spazio neutro del Fabbricone, o nelle stanzette dell’Istituto Magnolfi, ritorno perciò volentieri, con la certezza che magari una soltanto delle creazioni che vedo, la locandina nella quale non riconosco alcun nome, avrà un futuro radioso, del quale riparlare e scrivere tra qualche anno.

Questa volta sono riuscito a seguire Contemporanea solo nei giorni finali. Accanto a un incontro-seminario intitolato Il ruolo culturale dei festival (di cui si possono immaginare portata e estensione degli interventi, oltre che degli intervenuti), il cartellone in quei giorni ha messo in fila soprattutto episodi di danza.

Holistic Strata, Hiroaki Umeda, ph. de_buurman

Gira la testa e via

Ho visto Holistic Strata del giapponese Hiroaki Umeda, gli short italiani di Barbara Berti, Claudia Caldarano, Siro Guglielmi, i lavori di Davide Valrosso e Silvia Gribaudi. Perlopiù formati corti, come piacciono a me, occasioni da arraffare al volo, venti minuti di visione intensa. Poi, come accadeva nelle sale del Pecci, si ruota la testa di 180 gradi e via: un altro titolo e un altro creatore.

Siro Guglielmi, Pink Elephant, ph. Roberto Cinconze

Posso dirlo. Non sempre ne sono uscito soddisfatto. Non è sbagliato il formato, anzi. In venti minuti, un buon coreografo, una danzatrice eccellente, possono davvero tenere alta l’attenzione, che in creazioni più lunghe – i canonici 50 o 60 minuti – magari si allenta. Qui, in alcuni episodi, si leggeva il lavoro sviluppato dal coreografo. Ma veniva a mancare poi, per lo spettatore, la soddisfazione di trovarsi davanti a un risultato. Mentre il tempo passava – testimoniando esercizi, ricerche, tentativi onesti – mancava alla fine il piacere dell’opera finita, per quanto short.

Così la ricerca di Caldarano (che si faceva leggere solo di spalle, con una maschera indossata sulla nuca, e gli arti curiosamente rovesciati “all’indietro”) non mi è sembrata andare oltre la dimostrazione di un’idea (Sul vedere). Né le capacità fisiche di Siro Guglielmi e il suo sgargiante mutandone da mare (Pink Elephant) hanno saputo lasciare in me un segno di memoria più forte. Davide Valrosso giocava sulla propria nudità tutte le carte (Biografia di un corpo), e maneggiava pile e lumini per mostrarla o per schermarla, ma il senso di estenuazione era predominante.

Sempre al Pecci, Silvia Gribaudi ha presentato un estratto da uno dei suoi titoli già noti, What age are you acting? L’ha intitolato, Primavera Contemporanea, un po’ pensando al Festival, un po’ perché la primavera, nel segno quasi di Botticelli, è nelle corde e nei tendini di questa coreografa, di cui preferirò però parlare tra alcune settimane in un post più ampio.

Silvia Gribaudi, Primavera contemporanea

I piumaggi di un emisfero esotico

Alla fine la mia soddisfazione l’ho trovata. Stava nell’ultimo degli spettacoli del programma: 45 minuti di teatro fisico, di colore e riflessi smaglianti, di crescendo sonoro, che porterò abbastanza a lungo nella memoria. Combattimento, ideato dalla regista Claudia Sorace per Muta Imago, mette di fronte due donne. Ma io c’ho visto due creature animali, due esseri mossi da una biologia antica, che li spinge attraverso il rituale bellico del corteggiamento, a trovare un’unione, un patto finale.

Dal gym gear delle palestre – braghetta e vogatore nero – la scena si colora via via di piumaggi, stringhe, creste e code fantastiche, armature da uccello e attrezzi da sciamano, che raccontano combattimenti in un emisfero meridionale e esotico. Un fisico poderoso, sul filo del body building, per Sara Leghissa. Linee più morbide e caparbietà per Annamaria Ajmone. Sono due nomi che i bene informati della danza già conoscono, ma che trovano qui, sotto l’egida di una regista teatrale, e una colonna sonora che trascina, il modo per rievocare iconografie e letterature enciclopediche. Da Tancredi e Clorinda a Pentesilea e Achille. Su cui domina l’immaginario western dei combattimenti al tramonto di Ennio Morricone, l’impetuoso sound del duello.

Combattimento, Muta Imago, ph. Claudia Pajewski

COMBATTIMENTO
regia Claudia Sorace, con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi, costumi Fiamma Benvignati
produzione Muta Imago

NID 2017. Che cosa viene dopo la coreografia?

È un po’ di tempo che continuano a girami in testa immagini di danza. Sarà perché la settimana scorsa, qui a Nordest, a Gorizia, alla NID Platform 2017, ne abbiamo fatto una scorpacciata.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)
Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

NID, piattaforma contemporanea per la danza

In soli quattro giorni la piattaforma NID – che sta per New Italian Dance – è riuscita a portare a Gorizia, quassù sul confine, lontano dai grandi snodi dello spettacolo in Italia, più di quattrocento tra artisti, compagnie, operatori, programmatori, esperti, giornalisti e media, figure istituzionali: buona parte di coloro che formano il tessuto della danza contemporanea italiana. Ed è riuscita a mettere in fila in un long weekend, ben sedici spettacoli, sedici titoli che si sono distribuiti tra i quattro teatri che la città sull’Isonzo e la sorella slovena Nova Gorica avevano messo a disposizione.

Nel cartellone degli eventi anche due tavoli tematici su aspetti rilevanti della situazione attuale, un passaggio del testimone istituzionale tra regione Friuli Venezia Giulia e regione Emilia Romagna (per NID 2019) e un expo ininterrotto di produttori negli spazi del Centro Culturale Santa Chiara. La meccanica fluida degli eventi – approntata dagli organizzatori A.Artisti Associati e dal direttore Walter Mramor – assicurava tenuta e tempismo a un progetto che ha raccolto l’eredità dei NID svolti negli anni scorsi. Ma l’ha anche messa a punto, equilibrando la modalità artistica, quella promozionale e le opportunità di incontro tra chi lavora nel settore. Un’occasione formidabile – insomma – di visibilità, scambio, prospettive per tutti. Che tutti hanno apprezzato.

Silphidarium (Francesca Pennini, 2016)

La forza dell’esposizione

Sono rimasto a Gorizia per gli interi quattro giorni e ho seguito quasi tutto. Mi sono dilungato nel raccontare adesso come si è svolta NID Platform perché credo che un impianto organizzativo ben fatto, valorizzi in modo esponenziale il prodotto che intende promuovere. Mi è parso che programmatori e buyer nazionali e internazionali abbiamo trovato qui ciò che cercavano: la misura di ciò che coreografi e danzatori pensano, creano ed esprimono oggi in Italia. Qualcuno racconta che pure gli affari – spettacoli venduti e comprati, o almeno contatti avviati – sono andati bene. È un altro segnale di buona riuscita e un punto di merito per la commissione di sei membri (3 italiani e 3 stranieri) che ha fatto la cernita fra le proposte pervenute, e consegnato nelle mani dei sedici selezionati un momento di visibilità, altrimenti irraggiungibile.

A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)
A Room for all our Tomorrows (Igor e Moreno, 2015)

Guardare indietro, guardare avanti

Diventa così più facile spiegare che i sedici titoli in programma a NID Platform rappresentavano un campione ampio, quasi esaustivo, delle diverse maniere in cui si crea danza contemporanea nel nostro Paese. E se contemporaneo significa odierno, è naturale che – oggi – ci siano artisti con lo sguardo rivolto al passato e artisti che lo puntano sul futuro. È l’incessante gioco di forze tra tradizione e innovazione: il solo che garantisce vita ai processi culturali, tanto più a quelli che si svolgono dal vivo, com’è questo. Il solo che possa tener conto dei diversi interessi dei diversi pubblici, che formano l’audience della danza.

Detto ciò, e premesso che il mio occhio e la mia inclinazione guardano più volentieri ai fenomeni di innovazione che non alla tradizione, metterò di seguito in fila quei tre-quattro spettacoli che mi sono sembrati incarnare meglio una tendenza, sulla quale da un po’ di tempo vado riflettendo.

 

Una danza post-coreografica?

In una delle due tavole tematiche ho provato anch’io a portare un contributo di riflessione che si potrebbe qui tradurre così: se nel teatro contemporaneo si è andata via via affermando una modalità post-drammatica (detta in maniera diversa: una fuga dai modelli con cui si è creato teatro negli ultimi tre secoli) possiamo anche supporre che esista, oggi nella danza, una modalità post-coroegrafica? voglio dire un modello di creazione in cui la componente coreografica non sia totalizzante, come lo è stata per buona parte del Novecento. Forse così, la domanda è un po’ troppo schematica, ma spero, che almeno ad intuito, qualcuno mi capisca.

 

Sopratutto penso che questa impressione sia rimbalzata vivace nella testa di chi, a Gorizia, ha visto le produzioni recenti firmate da Francesca Pennini, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, Igor e Moreno. Quelle che più hanno suscitato negli spettatori intorno a me il dubbio: “si può ancora parlare di coreografia?”

Io mi domando invece: è davvero protagonista la coreografia se un computer e una sua applicazione video (in At Home Alone di Sciarroni, qui sotto), se una performer simpatica e oversize (nella creazione di Gribaudi, qui sopra), se un macchina da caffè espresso (in quella di Igor e Moreno) rubano la scena a quell’idea di danza che per un intero secolo si è concentrata sulle architetture mobili e sulle dinamiche del corpo?

 

Dovete essere davvero interessati, e disposti a una bella fatica, per arrivare a leggere fino a questo punto. Tanto più che adesso il post si è fatto troppo lungo per cominciare ad osservare assieme, più da vicino questi quattro titoli. Andate a rivedere intanto, se vi fa piacere, i video e i teaser che avete incontrato più sopra. E ne riparliamo con calma tra qualche giorno, al prossimo post.