A Prato, Contemporanea 18. Ma io direi futura

A Prato, torno sempre volentieri. Qualcuno sostiene che lo faccio per i biscotti, che in effetti sono un motivo forte di attrazione. Un pacco da un chilo di mattonelle del biscottificio Mattei, a casa mia, si vaporizza in mezza giornata. Sostengono altresì che lo faccio per un ristorante di tradizione, Soldano vicino a piazza del Duomo, un posto da cui esci sempre soddisfatto.

La verità sta da un’altra parte. A Prato, in autunno, ci vado per Contemporanea.

La scena futura

Contemporanea, a cui sovraintende Edoardo Donatini, è una delle iniziative che costellano le attività del toscano Teatro Metastasio, ed è un festival della scena teatrale appunto contemporanea. Che come i biscotti e i menu succulenti esercita un fortissimo potere di attrazione.

Fosse per me, più che Contemporanea, lo chiamerei Futura. Frequentandolo in questi anni, mi è sempre capitato di scoprire – e tra i primi – artisti che due o dieci stagioni dopo sarebbero diventati di dominio pubblico. Nomi allora quasi sconosciuti in Italia, con un futuro poi da star delle premiazioni.

Metti Rodrigo Garcia, del quale avevo visto qui, anni fa, lo “scandaloso” Matar para comer (e il suo controverso astice “torturato”). Metti Rimini Protokoll, o Anagoor: un decennio dopo, Leoni alla Biennale.

Nelle sale a disco volante del Centro per l’arte contemporanea Pecci, nello storico spazio neutro del Fabbricone, o nelle stanzette dell’Istituto Magnolfi, ritorno perciò volentieri, con la certezza che magari una soltanto delle creazioni che vedo, la locandina nella quale non riconosco alcun nome, avrà un futuro radioso, del quale riparlare e scrivere tra qualche anno.

Questa volta sono riuscito a seguire Contemporanea solo nei giorni finali. Accanto a un incontro-seminario intitolato Il ruolo culturale dei festival (di cui si possono immaginare portata e estensione degli interventi, oltre che degli intervenuti), il cartellone in quei giorni ha messo in fila soprattutto episodi di danza.

Holistic Strata, Hiroaki Umeda, ph. de_buurman

Gira la testa e via

Ho visto Holistic Strata del giapponese Hiroaki Umeda, gli short italiani di Barbara Berti, Claudia Caldarano, Siro Guglielmi, i lavori di Davide Valrosso e Silvia Gribaudi. Perlopiù formati corti, come piacciono a me, occasioni da arraffare al volo, venti minuti di visione intensa. Poi, come accadeva nelle sale del Pecci, si ruota la testa di 180 gradi e via: un altro titolo e un altro creatore.

Siro Guglielmi, Pink Elephant, ph. Roberto Cinconze

Posso dirlo. Non sempre ne sono uscito soddisfatto. Non è sbagliato il formato, anzi. In venti minuti, un buon coreografo, una danzatrice eccellente, possono davvero tenere alta l’attenzione, che in creazioni più lunghe – i canonici 50 o 60 minuti – magari si allenta. Qui, in alcuni episodi, si leggeva il lavoro sviluppato dal coreografo. Ma veniva a mancare poi, per lo spettatore, la soddisfazione di trovarsi davanti a un risultato. Mentre il tempo passava – testimoniando esercizi, ricerche, tentativi onesti – mancava alla fine il piacere dell’opera finita, per quanto short.

Così la ricerca di Caldarano (che si faceva leggere solo di spalle, con una maschera indossata sulla nuca, e gli arti curiosamente rovesciati “all’indietro”) non mi è sembrata andare oltre la dimostrazione di un’idea (Sul vedere). Né le capacità fisiche di Siro Guglielmi e il suo sgargiante mutandone da mare (Pink Elephant) hanno saputo lasciare in me un segno di memoria più forte. Davide Valrosso giocava sulla propria nudità tutte le carte (Biografia di un corpo), e maneggiava pile e lumini per mostrarla o per schermarla, ma il senso di estenuazione era predominante.

Sempre al Pecci, Silvia Gribaudi ha presentato un estratto da uno dei suoi titoli già noti, What age are you acting? L’ha intitolato, Primavera Contemporanea, un po’ pensando al Festival, un po’ perché la primavera, nel segno quasi di Botticelli, è nelle corde e nei tendini di questa coreografa, di cui preferirò però parlare tra alcune settimane in un post più ampio.

Silvia Gribaudi, Primavera contemporanea

I piumaggi di un emisfero esotico

Alla fine la mia soddisfazione l’ho trovata. Stava nell’ultimo degli spettacoli del programma: 45 minuti di teatro fisico, di colore e riflessi smaglianti, di crescendo sonoro, che porterò abbastanza a lungo nella memoria. Combattimento, ideato dalla regista Claudia Sorace per Muta Imago, mette di fronte due donne. Ma io c’ho visto due creature animali, due esseri mossi da una biologia antica, che li spinge attraverso il rituale bellico del corteggiamento, a trovare un’unione, un patto finale.

Dal gym gear delle palestre – braghetta e vogatore nero – la scena si colora via via di piumaggi, stringhe, creste e code fantastiche, armature da uccello e attrezzi da sciamano, che raccontano combattimenti in un emisfero meridionale e esotico. Un fisico poderoso, sul filo del body building, per Sara Leghissa. Linee più morbide e caparbietà per Annamaria Ajmone. Sono due nomi che i bene informati della danza già conoscono, ma che trovano qui, sotto l’egida di una regista teatrale, e una colonna sonora che trascina, il modo per rievocare iconografie e letterature enciclopediche. Da Tancredi e Clorinda a Pentesilea e Achille. Su cui domina l’immaginario western dei combattimenti al tramonto di Ennio Morricone, l’impetuoso sound del duello.

Combattimento, Muta Imago, ph. Claudia Pajewski

COMBATTIMENTO
regia Claudia Sorace, con Annamaria Ajmone, Sara Leghissa
drammaturgia e suono Riccardo Fazi, costumi Fiamma Benvignati
produzione Muta Imago

La volta che spensero le luci. Ma proprio tutte. E finimmo con Vargas e McIntosh nel teatro del buio

Dici che non hai paura del buio? Bugiardo. Del buio abbiamo paura tutti. È istintivo. Se non riesci a vedere, se i tuoi occhi non misurano e non controllano il mondo là fuori, scatta subito l’ansia.
Di recente ho partecipato a due spettacoli dove il buio era il protagonista. E come tutti, ho avuto un po’ paura.

vargas filo di Arianna

Seguendo Arianna e il suo filo

Devi immaginarti in piedi, solo, nel buio totale. Non vedi nulla, ma ti accorgi che una mano gentile ha preso la tua mano e ti invita ad avanzare. Verso dove, verso chi? Senti il terreno inconsistente sotto i piedi scalzi. Forse è sabbia. Però un metro più in là potrebbero essere sassi, vetri, scalini, il vuoto. Io mi sono fidato di quel gesto d’incoraggiamento e sono andato avanti. Rischiando.

Il filo di Arianna è una creazione di Enrique Vargas, regista e antropologo. Settantasette anni, colombiano, Vargas è uno di famiglia a Pistoia, dove le accoglienti sale del Funaro Centro Culturale da quasi dieci anni danno spazio ai suoi titoli e ai suoi seminari. Il gruppo che Vargas ha fondato si chiama Teatro de Los Sentidos perché il suo modo di fare teatro è un lavoro sui cinque sensi degli spettatori. O meglio, dello spettatore. I suoi allestimenti sono infatti percorsi d’esperienza sensoriale e si rivolgono a uno spettatore/viaggiatore solo. Uno solo per volta, quaranta minuti di gioco teatrale, cinquantaquattro viaggiatori a sera. Odori, sapori, rumori, cose da toccare, e soprattutto il buio, sono i primi attori di Vargas. Solo dopo vengono i suoi collaboratori.

vargas filo arianna 2

Così, seguendo le raccomandazioni sussurrate da un alchimista, ho annusato spezie e maneggiato polverine. Mi sono incamminato seguendo l’unico inizio di una corda che tenevo tra le mani. Ho sentito fruscii e suoni di campanellini che attiravano la mia attenzione. Il buio, la semioscurità, restavano sovrani. Ho capito che dovevo accucciarmi, proseguire a carponi, mi sono seduto su un minuscolo sgabello e una voce, pacatamente, si è messa a raccontarmi una storia.

La storia, come dice il titolo, è un mito: quello del labirinto di Creta, del potente Minosse, del mostruoso Minotauro. Ripercorrevo le strade di chi, migliaia di anni, fa si era perso nel dedalo a Cnosso. Sono rimasto nuovamente solo. Un lumino lontano, flebile, mi diceva vieni da questa parte. In uno specchio opaco ho intravisto la mia immagine, ma si confondeva con quella di una creatura infernale, le corna e il ghigno inconfondibile. Forse era il Minotauro. O forse era il mostro che è in me. Vuoi non aver paura?

Sono finito in un armadio, vestiti polverosi mi hanno sfiorato il viso, le braccia. Ho aperto a tentoni una valigia per ritrovare oggetti di un secolo fa. Una clessidra, che aveva smaltito la sua sabbia, mi ha invitato a proseguire e ho fatto un’esperienza che non so riscrivere, perché va sentita, ma con il corpo. Alla fine sono sbucato in una radura. Calma, tranquilla, in penombra, un’oasi di pace dopo l’emozione. Una vestale mi ha offerto un infuso caldo. E sono rimasto là, chissà quanti minuti, a rimettere a posto i miei pensieri. Un viaggio fuori della realtà: ma quando ho guardato l’orologio ne erano passati 40.

vargas filo arianna 6

Ditelo con le mani

Il secondo spettacolo, visto al Festival Contemporanea a Prato, era tutt’altra cosa. Nessuna storia da raccontare, niente misteri. Ancora una volta però era in ballo il mondo dei sensi. Primo fra tutti, il tatto. A cui il buio regala potenza.

In many hands è stato inventato da Kate McIntosh, una versatile artista neozelandese, che ha fatto base a Bruxelles, al Kaaitheater. E come dice il titolo, sono le mani, più che gli occhi, le protagoniste di quest’altro gioco esperienziale.

Macintosh many hands

Seduti davanti a lunghi tavoli disposti sul palcoscenico, noi, una quarantina di spettatori, sconosciuti gli uni agli altri, con la consegna del silenzio, ci passiamo di mano in mano una fettuccina di carta, piena di istruzioni. Poi, attraverso questa catena di mani curiose passano pietre, conchiglie, gusci d’insetti, crani di uccelli, pezzi d’animale imbalsamato. Oppure martelli e altri arnesi pesanti. Le mani si toccano e si incrociano, i polpastrelli si parlano.

E poi capelli, terra umida, fondi di caffè, materiali molli e ripugnanti. E polveri colorate. Abbiamo tutti le mani sporche, impiastricciate, impregnate di odori, quando improvvisamente cala il buio. Ma gli oggetti continuano a correre di mano in mano. Un brivido, se nell’oscurità ti agguanta le dita un filo di ferro attorcigliato. Paura, mentre la corda che stai passando sembra volerti strappare dalla seggiola, e una pioggia di sassolini, grandine o chissà che cosa ti si rovescia addosso. Terrore, se non vedi nulla e non sai quale potrebbe essere il prossimo accidente che ti toccherà tra le mani.

Due spettacoli fuori dal comune. I bene informati parlano di sensotopia, il luogo dove regnano i sensi. Altri parlano di audience engagement, coinvolgimento intenso del pubblico, oppure di un teatro immersivo. E a me pare che abbiano ragione, ma che si tratti soprattutto di tentativi del Teatro di scrollarsi di dosso le solite storie di famiglie borghesi,  le forme rappresentative che si porta dietro almeno da tre secoli. E per il secolo in cui noi abitiamo, di darsi una nuova vita.

 

Le fotografie di Il filo di Arianna sono di Stefano Di Cecio
Qui trovi altre informazioni su Il Funaro Centro Culturale.
Qui trovi altre informazioni su Festival Contemporanea 2017 al Teatro Metastasio e in altre location a Prato.