Ave Maria, priva di grazia. Sara Alzetta è Maria Farrar

Rinchiusa in carcere per il suo crimine, Maria Farrar veniva uccisa dalle altre detenute. A lei e a tutte le donne che per miseria, ignoranza, disperazione, compiono atti che indignano la società, Bertolt Brecht dedicava, cento anni fa, nel 1922, una delle sue poesie più toccanti.

Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue.

Per anni, la storia di questa minorenne che uccide il neonato che ha appena messo al mondo, aveva raggiunto il pubblico grazie anche alla voce di Milva, in una famosa selezione di poesie e canzoni, fatta da Giorgio Strehler. Come il verbale di una stazione di polizia, i versi raccontavano povertà e sfruttamento, neve e fame, solitudine, mancanza di alternative. Una giovanissima madre senza domani, il gesto di un momento. E il ritornello, tornava più volte a reclamare quel po’ di umanità che ancora oggi sembra non abitare il pensiero di chi richiama la legge cruda del respingimento.

Contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.
Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri.

Manlio Marinelli, autore che lavora in Sicilia, ha preso in mano la storia di Maria Farrar. L’ha accompagnata lungo le strade d’Italia, oggi, tra parlate e dialetti del Nord e del Sud, e ha scritto la sua Maria Farrar. L’ha affidata quindi a un’attrice, non solo a una voce, ma alle tante voci di Sara Alzetta. Che ne ha fatto la sua Maria senza domani.

Questa Maria, che prima è una figlia mai voluta. Poi una bambina sfigurata dalla bruttezza. Poi sguattera in un convento di suore. Poi ragazzina abusata e gravida. Infine infanticida.

Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.

Alzetta Maria Farrar 1

Il monologo dell’attrice triestina che si è formata alla scuola di Strehler, negli scorsi giorni ha esaurito tutti i posti a sedere del Ridottino, la piccola sala che il Teatro Miela riserva agli spettacoli più raccolti, si potrebbe anche dire più intimi.

Ma Alzetta è una donna determinata e la sua interpretazione è tanto forte, che il tono crudo e documentario della poesia di Brecht, ripreso in mano e rielaborato da lei e Marinelli, diventa ciò che oggi risuona come un pianto e una risata tragica. Pietoso e derisorio allo stesso tempo.

Un neo-espressionismo in cui il senso di pietà che proviamo per quella vittima si sfrange nel comico dei suoi carnefici. Genitori, suore, parroci, bulli di periferia, carabinieri, nei loro diversi dialetti, nelle loro crudeltà ignoranti.

Con l’apparizione infine di una Madonna, luminosa, bellissima, madre di un figlio diventato giustamente famoso. La quale, con accento emiliano e gesti televisivi da salotto, rimprovera alla sua devota omonima, il peccato più grave, il più mortale, oggi nella società dell’apparenza. Quello della bruttezza: Ave Maria Farrar, priva di tutte le grazie.

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La Maria Farrar, di Manlio Marinelli, interpretata da Sara Alzetta, produzione Bonawentura, si replica ancora oggi 20 marzo, al Teatro Miela.

La traduzione della poesia, dal Libro di devozioni domestiche (Einaudi) è di Emilio Castellani e Roberto Fertonani.

Con la Barcolana veleggiano anche i teatri

Vuoi che a Trieste, adesso che c’è la Barcolana, non si parli ovunque di mare? La manifestazione velica internazionale sta raccogliendo quest’anno adesioni che domenica prossima porteranno nel golfo forse più duemila barche. Nel frattempo il programma prevede una serie di iniziative collaterali. Quella della Notte Blu dei teatri, per esempio, che ha mobilitato per una notte le sale della città, con estemporanee proposte di spettacoli dedicate a temi velistici e marinari.

barcolana, foto G. Crozzoli

Così domenica scorsa mi sono inoltrato anch’io nella Notte Blu. Ma solo quando è cominciato a far notte, appunto. Ho tralasciato per esempio un concerto d’ispirazione cinematografica previsto al pomeriggio al Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Filo conduttore era la colonna sonora del film Master and Commander (2003) , kolossal marinaro di Peter Weir con Russell Crowe. E mi è sfuggito pure, al Teatro La Contrada, il monologo che Antonello Avallone ha tratto da Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano, best-seller anni Novanta di Alessandro Baricco.

notte blu al Teatro Sloveno

Acqua senz’acqua

Insomma, la notte era già bella che scesa quando ho varcato la soglia del Teatro Sloveno per H2OPS, un percorso per spettatori negli spazi del teatro, foyer e sottopalcoscenico compresi, su tema marino. Acqua senz’acqua, ha sicuramente pensato il regista dell’operazione, Igor Pison. Ispirato da un’idea dell’artista brasiliano Hélio Oiticica ha predisposto per esempio in palcoscenico una tempesta di vento per spettatori incapottati e disseminato qua e là piccole distese di sale, alghe, plastiche inquinanti, oppure tappeti elastici e materassini gonfiabili dove trattenersi, ascoltando i classici, Sapore di saleLe mille bolle blu, messi con ironia in bocca agli attori.

Straulino signore del mare

Al Politeama Rossetti tra vele issate e video d’epoca, scorrevano invece le imprese di Agostino “Tino” Straulino, che nel secolo scorso ha portato ai livelli più alti il velismo sportivo italiano. Primati eccelsi  (l’oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, affiancato dai primi posti nei campionati italiano, europeo e mondiale). Ma anche episodi passati nella leggenda, come l’uscita a vele spiegate della Vespucci – “il veliero più bello del mondo” – dal canale navigabile di Taranto . Un’impresa. E con gli attori della Compagnia Stabile del FVG, che sfogliavano le pagine del bel volume Straulino signore del mare di Tiziana Oselladore, il racconto è diventato epico.

Vespucci a Taranto 1965

Ai limiti estremi

Così come drammatico, altamente drammatico, era il punto d’arrivo finale della Notte Blu dei teatri: 74 giorni sospesi. Al Teatro Miela, il regista Massimo Navone aveva scelto di rievocare il naufragio che aveva spinto Ambrogio Fogar e Mauro Mancini alla deriva per due mesi e mezzo su una zattera, nell’Oceano Atlantico, al largo dell’Argentina, senza risorse, fino allo stremo. Uno dei naufragi più lunghi della storia nautica recente. Il diario di chi prova a raccontare i limiti ultimi che due uomini possono varcare, tenuti a galla da un istinto di sopravvivenza, che ne cancella via via le fisionomie umane, portando allo scoperto le forze genetiche e animali che sono alla base della vivere, e del sopravvivere. Senza però mai perdere speranza e lucidità del pensiero. Ivan Zerbinati e Alessandro Mizzi, insieme a una zattera di salvataggio, in una difficile prova di endurance, anche teatrale. “È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde”, scriveva Conrad nei suoi ‘Taccuini’.

L’immagine della regata Barcolana (1.) è di Gabriele Crozzoli.