Satie Pandemie. Il compleanno come maratona. Antivirus.

Puntate gli orologi. Alle 00.01, stanotte, tra sabato e domenica 17 maggio, scatta la maratona. Per festeggiare, come ogni anno, Erik Satie.

Dovete prepararvi. Spiritualmente. Nel più profondo silenzio. Nella più seria immobilità. “Il sera bon de se préparer au préalable, et dans le plus grand silence, par des immobilités sérieuses” raccomanda Erik Satie dopo aver stabilito che la sua breve composizione – 19 gruppi di note – che tanto breve non è, deve essere ripetuta 840 volte.

Una tortura, per chi la sente e per chi la suona. Un tormento. Una vessazione. O un piacere estremo. Vexations venne scritta dal compositore francese nel 1893. Oggi diventa un manifesto della musica antivirus.

Vexations Satie

Ogni 17 maggio, dal 1992, il Teatro Miela a Trieste festeggia la nascita del compositore francese. Lo ha sempre fatto con le più eccentriche, divertenti e spettacolari trovate. Tutte in sintonia con lo spirito iconoclasta dell’autore delle Gymnopédies (vedi il mio post sulla festa del 2019).

Quest’anno ci si è messo di mezzo il Covid-19. Ma la pandemia non scalfito l’inventiva di chi come Eleonora Cedaro, curatrice per il secondo anno consecutivo della festa, si è riboccata le maniche o meglio le mani, trattandosi di pianisti.

Satie Pandémie è il titolo scelto per l’ “edizione covid” del compleanno postumo più pazzo del mondo.

La Satie Mania

“Se non ci diverte, non si fa Satie” sostiene Cesare Piccotti, primo ideatore della Satie Mania assieme a Rosella Pisciotta, scomparsa tre anni fa. Così, per ventinove anni, ogni 17 maggio, i satie-maniaci e il loro folto pubblico hanno officiato, al Teatro Miela, il bizzarro culto. Divertendosi un sacco.

Satie Mania Teatro Miela

Ma cosa fare adesso che sicurezza sanitaria e distanziamento sociale impongono uno stop a tutto lo spettacolo dal vivo? Le Vexations (scritte nel 1893 e ‘scoperte’ solo nel 1963, grazie a John Cage) si sono dimostrate la composizione più adatta allo spirito del compositore. E anche alle vessazioni del virus. 

Vexations è la sequenza pianistica di circa sessanta secondi, che va ripetuta per 840 volte, da uno o più esecutori. In totale 840 minuti, cioè 14 ore, forse anche di più, magari 20, a seconda degli interpreti e della velocità. La composizione più lunga nella storia della musica. La più adatta a Satie nel tempo della Pandémie.

Satie Streaming

L’esecuzione avverrà infatti in una maratona web-streaming che prenderà il via questa notte (tra sabato e domenica 17) alle ore 00.01 e avrà come punto di incontro, riferimento e condivisione il sito www.buoncompleannosatie.it e il canale YouTube del Teatro Miela.

http://www.youtube.com/user/teatromiela/live

Aiutata da Sara Codutti, Anna D’Errico e Veniero Rizzardi, Eleonora Cedaro ha pubblicato su quel sito un manifesto, che chiama a raccolta tutti i satie-maniaci del globo e li invita a giocare con la bizzarra infografica, grazie alla quale prenotare la propria partecipazione pianistica.

Satie Pandemie

Superfluo e indispensabile

“Ci sarebbe piaciuto davvero poter eseguire almeno l’ultima ‘vexation’ dal vivo, nella sala del Teatro Miela – spiega Cedaro – e condividere questo atto pubblico con i cittadini attraverso enormi casse acustiche situate fuori dal teatro. Ma abbiamo capito che anche in questo modo avremmo creato i presupposti per uno dei temuti assembramenti. Così il senso di responsabilità ha prevalso. Ma non ha demolito lo spirito dell’ironia e del divertimento. Anzi, come insegnava John Cage, è proprio in questi momenti che ciò che appare superfluo diventa indispensabile“.

“Sono già più di cento, 124 per l’esattezza – continua – gli esecutori che fino a stamattina hanno aderito alla proposta, così indispensabile oggi, per la ripresa delle attività dal vivo. Un pianeta intero che condivide l’importanza della musica dal vivo e del ritorno nei teatri. Professionisti entusiasti che via via si aggiungono da tutta Europa, da Malta alla Lapponia, passando per Belgio, Olanda, Inghilterra, Francia, Germania e Austria. Ma anche da Berkeley in California fino a New York, Argentina, Giappone, Australia e Nuova Zelanda”.

Tra gli ospiti, tanti nomi illustri e una autentica sorpresa. Che verrà svelata in anticipo, questa sera alle ore 19.30, in collegamento con RadioTre Suite. Tenete pronti gli orologi.

[parzialmente pubblicato nell’edizione 15/5/20 di IL PICCOLO di Trieste]

Gli ospiti previsti a cominciare dalle ore 00.01 di domenica 17 maggio 2020:

Alvin Curran

Stephen Drury

Michelangelo Rinaldi

Ilaria Baldaccini

Debora Petrina

David Kaplan

Monica Chew

Haydée Schvartz

Allen Teyvell

Florence Millet

Yfei Xu

Antoniette Perry

Petra Persolja

Susan Svrcek

Kathleen Supove

Louis Goldstein

Nic Gerpe

Luba Poliak

Steven Vanhauwaert

Danny Holt

Colin Fowler

Sarah Cahill

Gloria Cheng

Sarah Gibson

Alexander Schwarzkopf

Thomas Kotcheff

Daniela Terranova

Vicki Ray

Corey Hamm

Richard Valitutto

Claudia Chan

Aleksander Rojc

Nico Morelli

Laura Carraro

Fabrizio Ottaviucci

Sebastiano De Gennaro

Giulia Vazzoler

Augusta Dall’Arche

Eleonora M. Ravasi

Martin Rizov

Yuna Kobayashi

Miwa Hoyano

Aki Kuroda

Lorenzo Marasso

Wayne Marshall

Antonina Tea Sala

Paola Fasola

Miharu Ogura

Lena Kollmeier

Louise Kollmeier

Sophie Patey

Andrea Corazziari

Luca delle Donne

Arianna Granieri

Svetlina Boyadzhieva

Michiko Saiki

Alex Raineri

Sara Costa

Fabiano Casanova

Cecilia Apostolo

Dimitri Candoni

Giancarlo Simonacci

Valentina Messa

Eleonora Lana

Giovanni Di Domenico

Ricciarda Belgiojoso

Leonardo Zunica

Annalisa Orlando

Enrico Gabrielli

Antonio Bonazzo

Alessandro Zuppardo

Maria Iaiza

Franco Venturini

Andrea Rebaudengo

Francesco Leineri

Alexander Hawkins

Roberto Olzer

Paolo Francese

Fabrizio Puglisi

Vida Rucli

Elena Rucli

Orietta Fossati

Stefania Rucli

Kelsey Walsh

Eleonor Sandresky

Ciro Longobardi

Carmen Anastasio

Stefano Pierini

Gian Luca Sfriso

Francesco Pavan

Maeva Beltran

Lucio Perotti

Giuseppe Jos Olivini

Roberto Esposito

Patrick Grant

Luca Chiandotto

Pak Yan Lau

Nicole Brancato

Rossella Fracaros

Margaret Kim

Adam Marks

Guy Livingston

Emanuele Torquati

Hans w. Koch

Simone Sgarbanti

Alessandra Celletti

Domenico di Leo

Daniele Ceraolo

Alfonso Santimone

Vincenzo Parisi

Maria Ala-Hannula

Marlies Debacker

Geoffrey Burleson

Hiroko Sakurazawa

Sarah Bob

Andrea Lodge

Jed Distler

Meral Guneyman

Daniel Goldstein

Alessandro Commellato

Nicolas Horvath

Bobby Mitchell

Ralph Grierson

Anna D’Errico

Mi illumino al tramonto. Il mio amico Gianfranco Pagliaro e la Casina di luce

Si illuminerà al calar del sole, mercoledì 11 settembre, la Casina di luce che Gianfranco Pagliaro aveva disegnato trent’anni fa e che sarebbe poi diventata il logo del Teatro Miela, a Trieste.


L’11 settembre 2019 Gianfranco Pagliaro avrebbe compiuto sessant’anni. Ne aveva poco più di trenta quando è scomparso, nel 1991, in un incidente stradale, lasciando nella memoria della città il suo segno grafico, “ironico e gentile“.


Artista, sperimentatore, attivista su tanti fronti, dagli acquarelli alla moda, dalla computer graphic alla fotografia, Pagliaro era stato anticipatore e movimentatore delle tendenze che attraversavano fluide gli anni ’80, e che lui frequentava tutte, scomodando e ibridando cinema, musiche, immagini, modelli di vita.


Assieme a lui, una generazione intera di trentenni provava a trasformare Trieste, città soffocata da storia, passato, rimpianti, in un hub (ma non si diceva ancora così) in cui avrebbero voluto far rimbalzare idee e, prima di tutto, fatti.

La più incisiva tra quelle idee fu l’invenzione della Cooperativa Bonawentura, seguita subito dopo dal fatto: la fondazione del Teatro Miela nel 1990 ( https://www.miela.it/storia/). Un milione di lire per un milione di idee era il motto di un progetto visionario e ambizioso. Che diventò realtà, con la donazione milionaria di oltre 300 “signori Bonawentura”. Gianfranco Pagliaro accompagnò la ristrutturazione di quello spazio e ne disegnò il logo: lo stilizzato contorno alludeva all’edificio che oggi è la Casa del Cinema di Trieste, con la sala teatrale, la bandierina svelta, e il fiotto di luce: fulgido, solare, di un giallo intenso, un invito ad affrontare gli anni Novanta. Quelli che lui non conobbe.

Per ricordare i suoi sessant’anni mancati e i trent’anni imminenti del Teatro Miela, i “signori Bonawentura” di allora, gli amici di Gianfranco, e tanti altri ancora, più giovani, disposti a seguirne la traccia, hanno deciso di illuminare, proprio l’ 11 settembre, giorno di un non-compleanno, la Casina di luce.

Illuminiamola insieme

Mercoledì 11 settembre, ore 18, sul terrazzo della Casa del Cinema, si inaugurerà l’esposizione che presenta quindici opere inedite dell’artista: una struttura espositiva aerea e leggera, come le nuvole e come il cloud digitale dove queste opere, subito dopo, troveranno casa. Quindi, al calar del sole la Casina si accenderà esattamente come avrebbe voluto il suo creatore.

Il catalogo dell’iniziativa, insieme al Livre de Dessin (riproduzione del libro di disegno che Pagliaro acquistò a Parigi nell’87 e diventò il suo diario visivo, pubblicato in edizione limitata per la mostra del ’93) sono in vendita, singolarmente o insieme, anche online, in un pacchetto che comprende l’invito numerato per la serata dell’11, al quale si aggiunge una plaquette di poesia.

Hanno contribuito al progetto Casina di luce (voluto, ideato e portato avanti con determinazione da Lella Varesano) molti di coloro che videro nascere quel disegno. Ma la riuscita dell’evento di mercoledì si deve in particolare al contributo tecnico e artistico degli architetti Roberto D’Ambrosi e Livia Rossi, del designer Ilario Bontempo, del dj Nazareno Bassi, e alle voci dell’attrice Barbara Della Polla e di Oriana Varesano.

“E non finisce qui – vuole aggiungere Lella Varesano, a cui non è mai mancata fiducia nel proprio progetto, nonostante la complessità – la Casina di luce di Pagliaro è un gesto artistico pubblico, non una una memoria nostalgica, e intende stimolare un progetto futuro. Il Cloud Project : la realizzazione di un archivio digitale degli artisti contemporanei. Il primo passo sarà la versione beta dell’archivio online di una parte della sua produzione di Pagliaro da affidare sempre alla rete, quella rete che non ha potuto abitare, ma che avrebbe certamente sperimentato con la curiosità di un coraggioso pioniere”.

La presentazione del Cloud Project avverrà il 13 settembre (ore 11.30) nella sala Predonzani della Regione Friuli Venezia Giulia a Trieste (piazza Unità 3, ).

Per sostenere l’intero progetto è stato aperto un crowfunding online, pagina sulla quale è anche possibile ottenere l’invito per la serata. Altre notizie e aggiornamenti sulla pagina Facebook della Casina di Luce.

Ma per entrare davvero nella vita e nelle opere di Gianfranco, la strada maestra è il sito che lo racconta.

Marta Cuscunà: il canto delle altre muse

Oggi a Milano, nella serata finale organizzata dal trimestrale di teatro e spettacolo Hystrio, Marta Cuscunà riceverà il Premio Hystrio – Altre Muse.

Sono passati dieci anni giusti da quando È bello vivere liberi, il primo titolo di Marta Cuscunà, riceva il Premio Scenario per Ustica. Creato “per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo”, lo spettacolo raccontava la storia di Ondina Peteani, staffetta partigiana (1925-2003), una donna indipendente e anticonformista che era cresciuta nella stessa Venezia Giulia in cui è crescita anche lei, Marta, altrettanto indipendente, di sicuro non conformista.

La storia teatrale di Cuscunà è continuata in questo decennio, con altri titoli. Tra i quali La semplicità ingannata (2012), Hello, boys (2015), Etnorama 34074 (2017), Il canto della caduta (il più recente, dello scorso ottobre). Spettacoli che le sono valsi premi, riconoscimenti, attestati di qualità e di stima.

L’intervista

“I premi sono stati per me una spinta, un trampolino di lancio, un autentico sostegno economico. Ma sarebbe anche bello che coloro che li assegnano riuscissero a ideare per il futuro delle forme nuove di valorizzazione degli artisti, non basate su logiche di competizione e gerarchie di valore”. 

Proviamo a spiegarlo attraverso la tua storia.

“Nella mia esperienza i premi sono qualcosa di diverso rispetto a una pagella e a seconda di come vengono pensati, possono avere valore e finalità diverse. Il mio percorso artistico è iniziato nel 2009 con il Premio Scenario per Ustica, che consisteva innanzitutto in un piccolo budget per allestire lo spettacolo, in un numero di repliche prestabilito per farlo girare, una grande visibilità, ma soprattutto un percorso di selezione con obiettivi e scadenze precisi che mi hanno guidata nella realizzazione del mio primo progetto indipendente”. 

Marta Cuscunà Bello vivere liberi
È bello vivere liberi (2009)


“Significativo è stato anche il Premio Rete Critica che prevedeva un momento di confronto con la giuria e il pubblico. Per Rete Critica ho realizzato insieme a Paola Villani e Marco Rogante (rispettivamente la scenografa e l’assistente alla regia di Sorry, boys) il primo Making of di uno dei miei lavori. Cioè un racconto performativo del percorso di creazione che sta dietro allo spettacolo. Un format che poi ho scelto di replicare anche per l’ultima produzione Il canto della caduta, perché riesce a dare ulteriori chiavi di lettura per la fruizione dello spettacolo”.

Ora è la volta del Premio Hystrio, e lo ricevi per la categoria Altre Muse. Ritieni che questa categoria abbia un particolare significato?

“Mi sembra incoraggiante che un riconoscimento prestigioso come il Premio Hystrio cerchi di valorizzare un progetto artistico come il mio, che è un po’ fuori dagli schemi del teatro italiano. Mi piace pensarlo più come un’assunzione di responsabilità da parte di chi osserva con occhio critico il lavoro d’arte, vuol dire che è possibile aprirsi a una pluralità di forme teatrali nuove”.


Prova a tirare le fila di questi tuoi dieci anni in scena.

“Mi sento molto privilegiata: sono riuscita a realizzare i miei spettacoli grazie all’impegno di realtà italiane e straniere che condividono un’impostazione coraggiosa e anticonformista delle scelte produttive. Il merito principale è di Barbara Boninsegna, direttrice artistica di Centrale Fies, che oltre a ospitarmi in lunghissime residenze artistiche, è sempre stata disponibile a sperimentare metodi di produzione inconsueti come il microcredito (che prevedeva da parte mia la restituzione delle quote di finanziamento) oppure la costruzione dei pupazzi attraverso un processo di prototipizzazione, simile a quello usato nella produzione industriale ma decisamente inconsueto per i laboratori di scenografia italiani”.

Questa sera, a Milano, avrai accanto gli altri premiati Hystrio 2019: Alessandro Serra (regia), Paolo Pierobon (interpretazione), Lucia Calamaro (scrittura), Simona Bertozzi (coreografia), il Teatro dei Gordi (compagnia emergente). Che cosa ti interessa, adesso, nel lavoro dei tuoi colleghi?

“Grazie al progetto Fies Factory, ho la fortuna di seguire da vicino il percorso artistico di Anagoor e Sotterraneo, che spesso arrivano agli spettacoli dopo lunghe ricerche teoriche e multidisciplinari. Con i loro lavori ho la sensazione di vedere qualcosa che è sempre in bilico tra teatro e performance, che sfugge alle definizioni e per questo mi coglie di sorpresa”. 

Marta Cuscunà - Il canto della caduta
Il canto della caduta (2018)

“Per me il teatro, come la letteratura e la musica, ha questa capacità incredibile: arrivare al destinatario in diverse forme, alcune delle quali non passano direttamente dalla comprensione razionale dell’opera o del suo messaggio. E se qualcosa ti sconvolge in modo inaspettato, forse può nascere in te la necessità di farti delle domande, di cercare un senso senza aspettare che qualcuno te lo fornisca già confezionato”.

È bello vivere liberi ripercorreva la vicenda di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana, tua conterranea. È stata la tua regione, il Friuli Venezia Giulia, a darti la prima spinta per raggiungere i tuoi traguardi?

“Devo molto a questa terra che nel periodo dell’adolescenza mi ha offerto molte occasioni per coltivare aspirazioni e talento. Qui avevo trovato festival e stagioni teatrali che ospitavano spettacoli di ricerca italiani e stranieri, luoghi di aggregazione giovanile in cui sperimentare i miei progetti, attività culturali di alto livello culturale, spesso completamente gratuite”.

Marta Cuscunà
Sorry, boys – backstage

Mentre ora… 

“Molte di queste realtà non esistono più o sono state snaturate da una politica miope e faziosa che priva la cultura della sua funzione primaria: aiutare una comunità a ragionare su se stessa attraverso un pensiero che rispecchia la complessità del mondo. Io comincio a sentirmi stretta in un contesto così impoverito. Rimangono dei luoghi a cui mi sento più affine come il Css di Udine, alcune realtà teatrali che fanno parte del circuito dell’Ert, il Teatro Miela di Trieste e dei piccoli miracoli di fermento culturale come la Biblioteca di Ronchi dei Legionari”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata domenica 9 giugno 2109 sul quotidiano IL PICCOLO].

Se vuoi leggere di più

In questi dieci anni su Marta Cuscunà ho scritto parecchio. Ecco ad esempio le mie riflessioni su È bello vivere liberi, su La semplicità ingannata, su Sorry, boys, su Etnorama 34074 e su Il canto della caduta.

Stasera porto una sedia a teatro. È il mio regalo per il compleanno di Erik Satie

Musica d’arredamento da oggi sabato 11 e fino a venerdì 17 maggio, giorno del compleanno del compositore francese. Eccentriche e affettuose, ecco le serate di SatieRose, al Teatro Miela di Trieste

In un soleggiato giorno di maggio del 1992, John Cage buonanima (ma allora ancora in vita) spedì un fax al Teatro Miela di Trieste.

Si complimentava, quel genio, per un’iniziativa con cui al Miela si sarebbe festeggiato, il 17 maggio, il compleanno di Erik Satie. Un evento che nel corso degli anni successivi – quasi trenta – si trasformerà in vera e propria SatieMania.

Ideata da Rosella Pisciotta e Cesare Piccotti (estroversi e affettuosi, avevano scelto il compositore francese, loro beniamino) la SatieMania di Trieste non ha mai perso un colpo.

Così nacque la SatieMania

Purtroppo John Cage non arrivò a Trieste (e scomparirà nell’agosto di quell’anno). Ma altri eccellenti nomi della musica internazionale hanno poi scelto di partecipare, entusiasti, alle annuali celebrazioni. Che sono via via diventate un eccentrico festival: Steve Lacy, Uri Caine, René Aubry, Wim Mertens, Giancarlo Cardini… Tutta gente che nel proprio dna nasconde una sequenza di geni sicuramente appartenuti al compositore delle Gymnopédies. Sequenza responsabile appunto della Satiemania e capace di contagiare anche i tanti pianisti coinvolti nelle maratone di 24 ore e 840 ripetizioni di Vexations.

Rosella è scomparsa quasi da due anni e per ricordarla il festival ha cambiato titolo: SatieRose. “Ma qui al Miela siamo tutti dell’idea che festeggiare, nel suo nome, una personalità come Erik Satie resti una buona occasione per far incontrare la qualità dell’offerta musicale, il piacere della condivisione e, perché no, anche il guizzo della provocazione” spiega Eleonora Cedaro, che ha curato il programma 2019, incrociando l’eredità creativa di Rosella con solida competenza e giovane passione.

Proprio da Cedaro nasce l’idea di svuotare completamente la sala del teatro per collocarvi al centro, monumentale, il pianoforte. Attorno al quale, come costellazioni, andranno collocati i dispositivi di seduta che ciascuno spettatore dovrà portarsi da casa: il proprio regalo all’arte liberatoria di Satie. Sedie, sedili, sgabelli, cuscini, poltrone, sofà, ottomane: le più disparate “sedute per musica d’arredamento“.

La musica d’arredamento secondo Erik Satie

Satie definiva infatti la sua tarda produzione – quella degli anni in cui divampava la prima guerra – musica d’arredamento. E divertendosi forse ancora di più: musica tappezzeria. Da questa idea è partita la “chiamata” che Cedaro ha rivolto a una decina di artisti del pianoforte. I quali con identico spirito ludico, andranno a comporre fino a venerdì 17 (e certamente per scaramanzia) il programma della manifestazione.

Il programma

Così la prima serata, oggi, vedrà un talento del pianoforte italiano, Agnese Toniutti, cimentarsi sì con le musiche di Satie, Glass, Shiomi, ma anche con una personale lettura dello spartito grafico del compositore e artista di Fluxus, Dick Higgins, e con la prima assoluta di un pezzo di Philip Corner: A really lovely piece made for e by Agnese (2019).

Attorno al pianoforte, dalle pareti del Teatro Miela, occhieggeranno intanto le partiture grafiche, i manifesti, le fotografie, i libretti di sala che il collezionismo raffinato di Cristina Burelli e Sara Candotti ha saputo mettere insieme come omaggio a Fluxus, la corrente artistica che in Satie aveva visto certo un precursore.

Preludio per un canarino, su musica e parole di Silvio Mix (1900-1927)

Ognuno degli appuntamenti di SatieRose, ha comunque una ragione speciale d’attenzione. La riscoperta che due veterani satie-maniaci, Aleksander Rojc e Stefano Dongetti, hanno fatto dell’opera di Silvio Mix, compositore futurista nato nel 1900 (Preludio per un canarino, martedì 14) Oppure le due suite colorate di blu, come i suoi abiti, i video, i tratti del volto, che Alessandra Celletti, presenterà domenica 12: Cellettiblue.

Alessandra Celletti in Cellettiblue

Nella stessa serata, anche la performance (o “informance”, come la chiama lui) che il regista sloveno Dragan Zivadinov, pensa di dedicare a Edvard Zajec, artista di una Trieste un tempo innovativa e pioniere, già negli anni Sessanta, della grafica computerizzata.

Gli studenti del Conservatorio Tartini (Jeunes pour Satie, mercoledì 15), il quartetto jazz di Gianni Bertoncini (Il meccanismo demolito, giovedì 16) e la presentazione del volume Silenzio di John Cage (a cura di Veniero Rizzardi, venerdì 17) completeranno l’offerta.

Il Meccanismo Demolito di Gianni Bertoncini

Fino all’imprevedibile concerto finale in cui Triadic Memories, che Morton Feldman aveva pensato come composizione per piano sì, ma “a fisarmonica” (variabile cioè da 65 a 120 minuti), concluderà sotto le dita di Anna D’Errico, una settimana intera di libertà percettiva.

Le sedute per musica d’arredamento, accompagnate dal proprietario/a, devono pervenire in teatro oggi, 11 maggio, tra le 9.00 e le 15.00.

[parzialmente pubblicato nell’edizione del 10 maggio 2019 del quotidiano di Trieste, IL PICCOLO]

Ave Maria, priva di grazia. Sara Alzetta è Maria Farrar

Rinchiusa in carcere per il suo crimine, Maria Farrar veniva uccisa dalle altre detenute. A lei e a tutte le donne che per miseria, ignoranza, disperazione, compiono atti che indignano la società, Bertolt Brecht dedicava, cento anni fa, nel 1922, una delle sue poesie più toccanti.

Maria Farrar, nata in aprile, senza segni
particolari, minorenne, rachitica, orfana,
a sentir lei incensurata, stando alla cronaca,
ha ucciso un bambino nel modo che segue.

Per anni, la storia di questa minorenne che uccide il neonato che ha appena messo al mondo, aveva raggiunto il pubblico grazie anche alla voce di Milva, in una famosa selezione di poesie e canzoni, fatta da Giorgio Strehler. Come il verbale di una stazione di polizia, i versi raccontavano povertà e sfruttamento, neve e fame, solitudine, mancanza di alternative. Una giovanissima madre senza domani, il gesto di un momento. E il ritornello, tornava più volte a reclamare quel po’ di umanità che ancora oggi sembra non abitare il pensiero di chi richiama la legge cruda del respingimento.

Contro i deboli e i reietti non scagliate l’anatema.
Fu grave il suo peccato, ma grande la sua pena.
Di grazia, quindi, non vogliate sdegnarvi:
ogni creatura ha bisogno dell’aiuto degli altri.

Manlio Marinelli, autore che lavora in Sicilia, ha preso in mano la storia di Maria Farrar. L’ha accompagnata lungo le strade d’Italia, oggi, tra parlate e dialetti del Nord e del Sud, e ha scritto la sua Maria Farrar. L’ha affidata quindi a un’attrice, non solo a una voce, ma alle tante voci di Sara Alzetta. Che ne ha fatto la sua Maria senza domani.

Questa Maria, che prima è una figlia mai voluta. Poi una bambina sfigurata dalla bruttezza. Poi sguattera in un convento di suore. Poi ragazzina abusata e gravida. Infine infanticida.

Maria Farrar, nata in aprile,
defunta nelle carceri di Meissen,
ragazza madre, condannata, vuole
mostrare a tutti quanto siamo fragili.

Alzetta Maria Farrar 1

Il monologo dell’attrice triestina che si è formata alla scuola di Strehler, negli scorsi giorni ha esaurito tutti i posti a sedere del Ridottino, la piccola sala che il Teatro Miela riserva agli spettacoli più raccolti, si potrebbe anche dire più intimi.

Ma Alzetta è una donna determinata e la sua interpretazione è tanto forte, che il tono crudo e documentario della poesia di Brecht, ripreso in mano e rielaborato da lei e Marinelli, diventa ciò che oggi risuona come un pianto e una risata tragica. Pietoso e derisorio allo stesso tempo.

Un neo-espressionismo in cui il senso di pietà che proviamo per quella vittima si sfrange nel comico dei suoi carnefici. Genitori, suore, parroci, bulli di periferia, carabinieri, nei loro diversi dialetti, nelle loro crudeltà ignoranti.

Con l’apparizione infine di una Madonna, luminosa, bellissima, madre di un figlio diventato giustamente famoso. La quale, con accento emiliano e gesti televisivi da salotto, rimprovera alla sua devota omonima, il peccato più grave, il più mortale, oggi nella società dell’apparenza. Quello della bruttezza: Ave Maria Farrar, priva di tutte le grazie.

–  –  –  –  –  –

La Maria Farrar, di Manlio Marinelli, interpretata da Sara Alzetta, produzione Bonawentura, si replica ancora oggi 20 marzo, al Teatro Miela.

La traduzione della poesia, dal Libro di devozioni domestiche (Einaudi) è di Emilio Castellani e Roberto Fertonani.

Con la Barcolana veleggiano anche i teatri

Vuoi che a Trieste, adesso che c’è la Barcolana, non si parli ovunque di mare? La manifestazione velica internazionale sta raccogliendo quest’anno adesioni che domenica prossima porteranno nel golfo forse più duemila barche. Nel frattempo il programma prevede una serie di iniziative collaterali. Quella della Notte Blu dei teatri, per esempio, che ha mobilitato per una notte le sale della città, con estemporanee proposte di spettacoli dedicate a temi velistici e marinari.

barcolana, foto G. Crozzoli

Così domenica scorsa mi sono inoltrato anch’io nella Notte Blu. Ma solo quando è cominciato a far notte, appunto. Ho tralasciato per esempio un concerto d’ispirazione cinematografica previsto al pomeriggio al Teatro Lirico Giuseppe Verdi. Filo conduttore era la colonna sonora del film Master and Commander (2003) , kolossal marinaro di Peter Weir con Russell Crowe. E mi è sfuggito pure, al Teatro La Contrada, il monologo che Antonello Avallone ha tratto da Novecento, la leggenda del pianista sull’oceano, best-seller anni Novanta di Alessandro Baricco.

notte blu al Teatro Sloveno

Acqua senz’acqua

Insomma, la notte era già bella che scesa quando ho varcato la soglia del Teatro Sloveno per H2OPS, un percorso per spettatori negli spazi del teatro, foyer e sottopalcoscenico compresi, su tema marino. Acqua senz’acqua, ha sicuramente pensato il regista dell’operazione, Igor Pison. Ispirato da un’idea dell’artista brasiliano Hélio Oiticica ha predisposto per esempio in palcoscenico una tempesta di vento per spettatori incapottati e disseminato qua e là piccole distese di sale, alghe, plastiche inquinanti, oppure tappeti elastici e materassini gonfiabili dove trattenersi, ascoltando i classici, Sapore di saleLe mille bolle blu, messi con ironia in bocca agli attori.

Straulino signore del mare

Al Politeama Rossetti tra vele issate e video d’epoca, scorrevano invece le imprese di Agostino “Tino” Straulino, che nel secolo scorso ha portato ai livelli più alti il velismo sportivo italiano. Primati eccelsi  (l’oro alle Olimpiadi di Helsinki del 1952, affiancato dai primi posti nei campionati italiano, europeo e mondiale). Ma anche episodi passati nella leggenda, come l’uscita a vele spiegate della Vespucci – “il veliero più bello del mondo” – dal canale navigabile di Taranto . Un’impresa. E con gli attori della Compagnia Stabile del FVG, che sfogliavano le pagine del bel volume Straulino signore del mare di Tiziana Oselladore, il racconto è diventato epico.

Vespucci a Taranto 1965

Ai limiti estremi

Così come drammatico, altamente drammatico, era il punto d’arrivo finale della Notte Blu dei teatri: 74 giorni sospesi. Al Teatro Miela, il regista Massimo Navone aveva scelto di rievocare il naufragio che aveva spinto Ambrogio Fogar e Mauro Mancini alla deriva per due mesi e mezzo su una zattera, nell’Oceano Atlantico, al largo dell’Argentina, senza risorse, fino allo stremo. Uno dei naufragi più lunghi della storia nautica recente. Il diario di chi prova a raccontare i limiti ultimi che due uomini possono varcare, tenuti a galla da un istinto di sopravvivenza, che ne cancella via via le fisionomie umane, portando allo scoperto le forze genetiche e animali che sono alla base della vivere, e del sopravvivere. Senza però mai perdere speranza e lucidità del pensiero. Ivan Zerbinati e Alessandro Mizzi, insieme a una zattera di salvataggio, in una difficile prova di endurance, anche teatrale. “È la tua ombra a scendere a terra, ma il tuo corpo continua a lambire le onde”, scriveva Conrad nei suoi ‘Taccuini’.

L’immagine della regata Barcolana (1.) è di Gabriele Crozzoli.