STORIE – Il giradischi cominciò a girare, Kazuo Ohno danzò per noi

Ci volevano gambe buone per raggiungere la casetta in cima in cima a una delle colline di Yokohama. Davanti al cancello ci attendeva, Yoshito, il figlio del Maestro. Cerimonioso, come sono sempre i giapponesi, ci invitò ad entrare. Kazuo Ohno ci aspettava.

Kazuo Ohno in Water Lilies
(ph: Keiko Ikeuchi)

La storia che ho pubblicato lo scorso dicembre – nella quale racconto un incontro con Harold Pinter – ha avuto un inaspettato numero di lettori. Molti mi hanno scritto. Avrei dovuto saperlo che raccontare storie personali – quelle che sono capitate proprio a te – crea un interesse che notizie di altro tipo non riescono a suscitare.

Così mi sono ripromesso di pubblicarne altri, di questi episodi: una piccola antologia di incontri con uomini (e donne) straordinari. Dite che si è capito che quel vecchio libro di Gurdjieff, quando l’ho letto, mi è piaciuto molto? (… e sono poi rimasto incantato dal film che, alla fine degli anni ’70, ne aveva tratto Peter Brook).

Perciò, se vi va, seguitemi.

Giro del mondo. Ultima tappa Giappone

Yokohama, estate 1996. La settimana in Giappone faceva parte di un viaggio studiato e preparato con cura. Approfittavamo, Gianfranco Capitta e io, di quelle incredibili offerte che le compagnie aeree, in tempi di vacche grasse, mettevano nei loro menù di viaggio.

Giro del mondo completo, in una sola direzione, con due vettori e sei scali, a prezzi se non stracciati, certo abbordabili.

Poi c’era una borsa di studio della Japan Foundation, che ci avrebbe sostenuto in un momento in cui lo yen valeva tanto, ma tanto. L’istituto di cultura nipponico aveva programmato per noi, nella sosta a Tokyo e in quella a Kyoto, incontri ravvicinati con il meglio del teatro giapponese, esponenti della tradizione, ma anche dell’innovazione.

Atterrammo a Tokyo, un po’ sconcertati. La precedente tappa, le isole Fiji, ci aveva fatto toccare con mano la forbice etnica che separava, su tutti i piani del vivere quotidiano, la comunità etnica figiana e quella degli immigrati indiani. Una società divisa.

L’opposto del profilo monolitico, compatto della società giapponese, che ci accolse allora – erano gli anni ’90 – con tutte le meraviglie dispiegate di un decennio che avrebbe cambiato tecnologicamente il mondo.

Superfluo parlare del viaggio sulle linee dello Shinkansen: il treno-proiettile viaggiava quando l’alta velocità in Italia stava ancora ne sogni di futuristici imprenditori. Inutile soffermarsi sulla visita all’innovativo quartier generale dell’Asahi Shimbun, il più accreditato quotidiano giapponese, accolti dallo staff, con una pletora biglietti da visita e inchini che a noi, poco abituati, procurarono alla fine solo dolori di schiena.

Il momento più emozionate di quella settimana ci attendeva sulla collina di Yokohama.

Kazuo Ohno
(ph. Chris Magee)

Riuscirò a dimenticare quella mano?

La mano di Kazuo Ohno, novant’anni proprio in quell’anno, che con un gesto incerto, lento, appoggia la puntina sul vecchio giradischi. Le note di Rachmaninoff si diffondono nello stanzone, l’atelier, un piccolo edificio discosto dalla casa e tutto dipinto di bianco. Il corpo antico, rugoso, curvo quasi di carta velina, si anima di piccoli movimenti impercettibili.

Poi, per noi due increduli, seduti a gambe incrociate a terra, Kazuo Ohno comincia a danzare.

Prima, mentre in casa sorseggiavamo il te preparato dalla consorte, la signora Chie, lui ci aveva spiegato la sua filosofia. Era cristiano, Ohno, ma di un cristianesimo tutto suo, panteista, orientale. Credeva in un Cristo zen, sapeva che un fiore può rinchiudere l’universo intero. Minuscolo e generoso, aveva detto sì quando la Japan Foundation gli aveva proposto di concedere un’intervista ai due italiani: era ovvio, venivano dal Paese del Papa.

Concentrata e diligente, l’interprete si sforzava di tradurre, ma le parole si ficcavano ogni volta nella strettoie della traduzione. Non era facile capire. E pure lui sentiva l’ostacolo di due lingue diverse.

Soltanto il perizoma bianco

Così, con un moto imprevedibile, scaturito da quella impotenza, ci aveva condotti verso l’atelier, si era liberato della tuta di lavoro ed era rimasto nudo, soltanto il perizoma bianco. Poi, lentamente, ritualmente, con una antica precisione, staccandoli da un piccolo attaccapanni, aveva indossato gli abiti che da decenni indossava danzando la sua creazione del cuore. Il vestito nero e il cappello con il fiore rosso di La Argentina.

Kazuo Ohno in Admiring La Argentina

Restavano scoperte solo le mani, i tortuosi tendini del collo, la superficie prosciugata del viso. Avrebbe danzato per noi due. Era il messaggio che ci consegnava. La sua parola-corpo.

Bisogna ritornare molti indietro per capire che cosa rappresentassero quel vestito, quel fiore, quel cappello. Bisogna rivedere le foto del 1930, quando il giovane Kazuo, allora ufficiale dell’esercito, insegnante di educazione fisica, venne accompagnato a Tokyo per assistere all’esibizione di una celebre danzatrice spagnola, Antonia Mercé, che si faceva chiamare La Argentina. Quella serata, quella visione gli cambiarono la vita. Una finestra si aprì per lui su un diverso universo, Kazuo scoprì un altro linguaggio.

manifesto 1977

In Europa con La Argentina

Non è stato Kazuo Ohno a inventare il giapponese Butho, la danza delle tenebre, ma certo ne è stato l’immagine più nota, quella che ha girato il mondo. L’Europa cominciò a conoscerlo solo negli anni ’80, quando arrivò al Festival di Nancy con la sua creazione Admiring La Argentina, appunto. Alla sfuocata attenzione della critica, quello spettacolo parve allora un capolavoro decadente, dalle figurazioni kitsch, oltre Mishima.

Ma sbagliava chi si ostinava a rintracciare in Ohno il segno del travestitismo, la tradizione dell’onnagata.

La Argentina Sho (Admiring La Argentina) a San Paulo, Brasile (1997)

Ho danzato nel liquido amniotico di chi mi ha generato, con gioia e con dolore. La mia nascita ha coinciso con l’inizio della morte di mia madre” dirà dopo aver elaborato spettacoli sempre più lontani dalla matrice estetica del Butho, e diventati manifesto di una filosofia personale, ibrida, mistica, come My Mother, come Water Lilies, entrambi visti negli anni ’90 anche in Italia.

Kazuo Ohno

Dei fiori, del ventre materno, Kazuo Ohno volle parlarci in quell’estate del 1996, per tutto un pomeriggio. Ma attraverso la danza. E noi lo comprendemmo, nel mistero doloroso dei suoi 90 anni, mentre assieme alla moglie Chie e al figlio Yoshito continuava a offrici cibo e piccoli disegni. Nel giugno del 2010, Kazuo Ohno è scomparso. Stava per compiere 104 anni. Yoshito lo ha seguito nel gennaio del 2020.

In queste immagini, Kazuo Ohno a quasi 90 anni, si muove sulle note di un Notturno di Chopin.

Ecco il link al sito ufficiale.

[una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul trimestrale HYSTRIO 3/2010]