Le donne di Mittelfest. Agata Tomsic al timone di un festival che non ha smesso mai di trasformarsi

Dall’autunno prossimo, a Cividale del Friuli, Agata Tomsic prenderà il posto di Giacomo Pedini, attuale direttore di Mittelfest, il quale ha portato a termine due mandati triennali firmando il programma 2026 del festival, appena concluso, che aveva per tema la Paura. All’attrice Lucia Limonta è intanto andato l’annuale Premio Adelaide Ristori.

Mittelfest 2026 - ph Luca d'Agostino
ph Luca d’Agostino

Poche ore fa

Ora è ufficiale. E nonostante se ne parlasse, e le voci e la curiosità si rincorressero, e oramai si risapesse, la notizia definitiva è giunta solo poche ore fa, certificata e confermata.

Dal prossimo autunno alla direzione di Mittelfest, il festival internazionale (che nel 2027 giungerà alla 36esima edizione) ci sarà Agata Tomsic. A lei il Consiglio di amministrazione e il neo presidente del festival, Toni Capuozzo, hanno conferito il mandato triennale 2027-2029.

Capuozzo, Tomsic, Pedini - ph Luca d'Agostino
Capuozzo, Tomsic, Pedini – ph Luca d’Agostino

Attrice, ma al tempo stesso regista e dramaturg, progettista e curatrice, fondatrice assieme a Davide Sacco della compagnia ErosAnteros, che sei anni fa ha dato il via al festival Polis a Ravenna, Agata Tomsic si muove con competenza e passo esperto nel net internazionale dello spettacolo dal vivo.

Il fatto di essere nata e cresciuta da queste parti, a Izola/Isola, città del’Istria slovena, aggiunge una radice territoriale al progetto da lei presentato. Il recente ingresso nel consiglio direttivo di ItaliaFestival testimonia inoltre il suo rapporto stretto con altre importanti realtà festivaliere.

È per questo che la governance di Mittelfest ha scelto Tomsic tra più di quaranta candidate e candidati, tutti con titoli professionali di grande rilievo. E a lei consegna ora il timone futuro della manifestazione, dopo aver individuato nel suo curriculum e attraverso colloqui conoscitivi, la fisionomia più adatta a imprimere, una volta ancora, una nuova svolta a Mittelfest.

Agata Tomsic - ph Luca d'Agostino
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Trentasei anni di Europa che cambia

Trasformazioni, Mittelfest ne ha subite parecchie in oltre tre decenni di attività. Come del resto si è trasformata la geografia cui il festival fa riferimento. Nato subito dopo la caduta dei Muri, nel 1991, il festival individuava nell’area della Mitteleuropa storica, il proprio bacino di interessi, musicali, teatrali, di danza, e all’inizio anche cinematografici.

Trent’anni, e non poco movimentati, hanno trasformato drasticamente questo territorio: confini diversi, etnie in movimento, guerre, alleanze economiche: uno scacchiere politico instabile, ma culturalmente fervido.

Andrea Bosca in Bébi - regia Giacomo Pedini - ph Luca d'Agostino
Andrea Bosca in Bébi – regia Giacomo Pedini – ph Luca d’Agostino

Oggi la mitologia del confine, tra Occidente e Oriente, tra blocchi più o meno armati, tra lingue oramai omologate, ha cambiato aspetto. Se c’è una frontiera europea decisiva, adesso sta nel Donbass, tra Ucraina e Russia. Se c’è un linguaggio che unisce nazioni estese tra più di 3000 chilometri, è quello performativo. Musica, teatro contemporaneo, danza, parlano una lingua sola.

Mittelfest - Mittellounge
Mittelfest – Mittellounge

Metamorfosi

Di tutte queste metamorfosi, Agata Tomsic, che conosce una decina di lingue e nei paesi balcanici come nel nord d’Europa è di casa, terrà conto nel definire un’impronta nuova, da dare al festival nel prossimo triennio.

Intanto, durante questa edizione 2026, ha affiancato Pedini, direttore uscente, per raccogliere il testimone del principale evento dal vivo in Friuli Venezia Giulia e non tradire la conformazione che negli scorsi sei anni, Pedini ha dato alla manifestazione: inventando il progetto Mittelyoung (con focus sugli under 30), aprendo spazi di territorio con Mittelland, investendo sui linguaggi del circo e sulla scrittura d’autore, delineando spettacoli per famiglie.

Mittelyoung 2026 - Call
Call 2026 per Mittelyoung

Donne

Che la componente femminile, a Mittelfest, abbia trovato sempre spazio e visibilità è raccontato da una storia che muove fin dagli albori della della manifestazione. Dal fatto che già allora figura chiave del festival fosse Mimma Gallina, mediatrice avveduta tra i membri di una direzione artistica internazionale, ma tutta maschile.

Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger
la “pentagonale” artistica : Tabori, Ascher, Ćirilov, Menzel e Pressburger

Allo scrittore e regista Giorgio Pressburger, si affiancavano infatti nel 1991 l’austriaco George Tabori, lo jugoslavo Jovan Ćirilov, il cecoslovacco Jiří Menzel, l’ungherese Tamás Ascher. Con lei, Gallina, a imbrigliare le diverse esperienze e le diverse anime di quegli esperti conoscitori della Mitteleuropa teatrale.

È un tassello lontano, quello femminile, ma caratterizza ancora il team gestionale di Mittelfest. E non è difficile affiancarlo a un altro tassello, più recente, che vede nella giovane attrice Lucia Limonta la destinataria del Premio Adelaide Ristori 2026.

Adelaide Ristori (1822 – 1906) – nata a Cividale del Friuli per quella casualità geografica che almeno quattro secoli accompagna la vita degli attoririmane tutt’ora un simbolo di imprenditoria artistica femminile.

Cividale del Friuli - piazza Duomo
Cividale del Friuli – piazza Duomo

Nel nome di Adelaide

Ed è per ciò che – promosso dal Soroptimist Club Italia e consolidato all’interno di Mittelfest – il Ristori premia ogni anno l’attrice che, a giudizio unanime, si sia distinta nell’edizione precedente del Festival.

Lucia Limonta – lo scorso anno nel cast dello spettacolo Argo, dal testo di Letizia Russo per la regia di Serena Sinigaglia – ne è la valida destinataria 2026, anche per una carriera davvero speciale che nelle diverse vesti di attrice e cantante l’ha vista percorrere passi importanti sulla scena contemporanea italiana.

Lucia Limonta - ph Luca d'Agostino
Lucia Limonta – ph Luca d’Agostino

Diplomata quattro anni fa alla Scuola del Piccolo Teatro, in breve tempo Limonta ha modellato la sua figura d’interprete lavorando accanto a Massimo Popolizio, Carmelo Rifici, Alessandro Sciarroni, Declan Donnellan, Alessio Maria Romano. Fino al cast messo assieme da Filippo Dini per il recente Alcesti, che dai palcoscenici di pietra di Siracusa, Pompei, Ostia antica, si sposterà lungo la penisola nella stagione teatrale 2026/2027.

Mittelfest  2026- Erini - ph Luca d'Agostino
Erini , vocalist in Fos– ph Luca d’Agostino

Lucia e le altre

Di molte altre donne si potrebbe ancora parlare, sfogliando l’elenco della cinquantina di eventi di questo Mittelfest 2026 appena concluso. Una Madre Coraggio, spietata trafficante centroeuropea, che si è inventata Laura Marinoni sopra la rilettura drammaturgica di Michele Santeramo.

Oppure la vocalist cretese Erini, che ha cantato l’esodo ellenico dall’Asia minore, o il duo Dagadana, che esplora la cultura polacca e ucraina fondendo musica tradizionale con ogni altro genere: etnico, pop, rock.

Adam's Apple - Creama - ph Luca d'Agostino
Adam’s Apple – Creama – ph Luca d’Agostino

E ancora le tre giovani danzatrici della tentante edenica coreografia Adam’s Apple. Infine Manuela Mandracchia e Alvia Reale, sapienti revisioniste di un gioiello teatrale della scrittrice ungherese Ágota Kristóf.

Dalla cupa scrittura originale, intitolata (ancora al maschile) John e Joe, Mandracchia e Reale hanno saputo estrarre un dialogo agile e spiritoso, che sembra direttamente destinato a una felice tournée nei teatri italiani. Dove le incontreremo di nuovo nella stagione prossima. Parola di osservatori perspicaci.

Quattro parole per un progetto

Comprendere, “che è l’aprirsi assieme”. Dialetticacome arte del saper parlare e ascoltare”. Tradizionela capacità di trasmettere, nel tempo e negli spazi“. E infine piacere, “una carezza che rende liscia la pelle, ma anche il pensare”.

Agata Tomsic
Agata Tomsic – ph Luca d’Agostino

Queste le quattro parole che attraverso le quali Agata Tomsic intende realizzare il progetto 2027-2029, mentre garantisce di mettercela affinché non restino solo parole. Perché il teatro – dice – “è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina“.

Puglia Showcase 2026. Nel nodo dell’identità regionale

Fasano, Puglia. Quarantamila abitanti, cinquanta chilometri da Bari, il doppio da Lecce. Siamo nel cuore della Regione, quei luoghi dove il trullo fa compagnia all’olivo.

Dopo l’esito dello scorso anno – lusinghiero senz’altro (vedi il reportage del 2025) – Puglia Showcase 2026 ha rilanciato a Fasano il suo progetto regionalista di spettacolo dal vivo.

E lo rivendica. È la capacità di un territorio – dice Paolo Ponzio, presidente di Puglia Culture – “di generare visioni, dialogo, cooperazione”.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Il Villaggio Puglia a Fasano

Regionalismi

Penso a tutto ciò che, nella mia testa, la parola regionalismo può scatenare. Non il significato storico, nemmeno giuridico: piuttosto quello culturale.

Le lingue, gli idiomi, le parlate regionali. Gli scrittori, i musicisti, gli artisti del territorio. Soprattutto una certa idea nostalgica di identità locale, protezionista, conservativa. Sentimentale e populista spesso. Di chi si aggrappa a tradizioni che vengono spazzate via dall’omologazione del life style globale che avanza.

Poi però, nel mezzo di Lu baciu santu – creazione di danza del coreografo Diego Tortelli per la compagnia ResExtensa di Elisa Barucchieri – sento Leuca, un pezzo di Justin Adams e Mario Durante. Il primo è cresciuto in Egitto, pur essendo inglese, l’altro è il leader del Canzoniere Grecanico Salentino.

Mi attrae la frizione tra danza contemporanea, un po’ di maniera, e una musica in cui il tamburello e la sua pizzica richiamano la tradizione, e una chitarra suona come quella dei Led Zeppelin di una vita fa. Nello stesso tempo la voce canta il mare di una delle città più a oriente d’Italia, Santa Maria di Leuca.

Non tutto torna. Ripenso al regionalismo. Ci ragiono.

Lu baciu santu - compagnia ResExtensa
Lu baciu santu – compagnia ResExtensa

Dodici titoli pugliesi

In quattro giorni, all’inizio di luglio, Puglia Showcase 2026 si ingegnerà nel presentare dodici spettacoli di teatro e danza. Dodici titoli che per produzione, provenienza degli artisti, temi e modalità espressive, a questa Regione fanno capo.

Creazioni che, dalle quattro giornate a Fasano, trarranno probabilmente visibilità nazionale, pure internazionale. E in virtù del formato di expo-vetrina moltiplicheranno le aspettative di vendita e distribuzione. Non solo la loro, si spera, ma dell’intero sistema territoriale dello spettacolo dal vivo, la filiera.

Sono infatti duecento, probabilmente di più, gli osservatori nazionali e internazionali, i buyer, i programmatori, convenuti nei due teatri di Fasano, il Kennedy e il Sociale, e nella Biblioteca di comunità ‘Ignazio Ciaia’ . Per vedere, incontrare, capire la Puglia dal vivo. E rifletterla magari in altre parti del pianeta.

Racconto personale

Poi sento la storia di Mamadou Diakite, giovane uomo ivoriano, che ha attraversato l’Africa settentrionale da Abidjan fino alla costa mediterranea: i pullman scassati, i posti di blocco, i soldi nascosti, le estorsioni, il rischio di morte. Non per sfuggire a un conflitto, o a una miseria disperata, ma per rivendicare il diritto ad avere, anche lui, un’occasione migliore, altrove.

Mamadou Diakite - Racconto personale
Mamadou Diakite – Racconto personale

Per uno dei labirinti del caso, si è ritrovato a fare teatro con La Bottega degli Apocrifi, a Manfredonia, provincia di Foggia. E a mettere nelle parole e nel corpo di Racconto personale la sua avventura: un monologo schietto, di verità narrativa.

Mamadou viene dalla Costa d’Avorio. Penso ancora una volta al regionalismo.

A man bassa

Più tardi infine, nella masseria di Pettolecchia che accoglie ogni sera, artisti, operatori teatrali, osservatori, giornalisti, studenti, e diventa così il momento più conviviale di Puglia Showcase 2026, sento incrociarsi lingue diverse.

Vanno dal finlandese al francese, dallo spagnolo del Sudamerica a chissà quale idioma dell’estremo oriente. E tutti, tutti, si mettono ordinatamente in fila per orecchiette, riso patate e cozze, e le bombette appena grigliate, e i nodini e la burrata, il pasticciotto con la crema, e certi vini rosati che non si dimenticano. L’arcobaleno intero delle cucina pugliese.

Sul piano dell’enogastronomia – è lampante – il regionalismo vince a man bassa. È il Guinness delle eccellenze e l’Italia ne è il campione.

Ripenso a ciò che ho visto e sentito in una sola giornata, la prima di Puglia Showcase 2026, e faccio ammenda di quella iniziale impressione. Complice il cibo, mi lascio trasportare anch’io nel flusso regionalista, che congiunge la disseccate pianure del Foggiano al Salento estremo, turistico, allettante.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Fasano

La selezione di Puglia Showcase 2026

Un “dispositivo di visione territoriale” lo definisce Giulia Delli Santi, al timone del programma assieme a Gemma Di Tullio. Una foto panoramica, come quella possibile sui nostri smarphone, in cui è inserita la selezione dei titoli, curata da una commissione ad hoc. I quali hanno provato a dirimere il nodo regionalista in una rappresentanza larga.

Tra i registi c’è la Licia Lanera, barese, che in James, titolo recente, riversa la propria sfacciataggine, sul pubblico e sulla compagnia dei suoi attori, intenti a un allestimento ancora da fare – in realtà, l’incompiutezza è una finzione – nel quale l’idea della creazione collettiva si sfalda.

Nei dialoghi tra madri e figlie – ce ne sono parecchi e si moltiplicano come tra specchi – emerge un tema ambizioso qual è l’immortalità. O più semplicemente un desiderio di discendenza, che la simmetrica finzione delle adozioni a distanza (James è l’ipotetico bambino, frutto di elargizioni) fa fatica a soddisfare.

James - regia Licia Lanera
James – regia Licia Lanera

C’è Koreja, cantiere teatrale leccese, che per la regia di Salvatore Tramacere racconta Domenico Modugno prima di volare. Ovvero la travisata identità del cantante, nato effettivamente a Polignano a mare (Bari), che diventerà poi siciliano nella percezione orecchiata dal popolo della canzone. Lo spettacolo lo restituisce alle origini, agli anni della formazione, e alle fresche interpretazioni canore di Emanuela Pisicchio e Angelo De Matteis (che ha anche scritto il testo).

A orientare titoli e storie non è soltanto la geografia territoriale. La versione che Tonio De Nitto e Fabio Tinella di Factory Compagnia Transadriatica danno dell’Amleto shakespeariano lascia emozionati nel profondo, per l’adesione che i corpi fragili di alcuni degli interpreti danno a quei personaggi, così tante volte raccontati.

Ma in questo caso inaspettatamente veri, nella scrittura storta di Fabrizio Tana e nella sua presenza magnetica , amletica, “non conforme”.

(H)Amleto - regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella
(H)Amleto – regia Tonio De Nitto e Fabio Tinella

Nella scia shakespeariana si muove anche Giulietta e Romeo di La Luna nel letto e Teatri di Bari, con una schiera di giovani interpreti, tredici in scena, che non aggiunge comunque granché a quanto della tragedia delle due famiglie veronesi già non si sappia. O non si sia stato, nel bene e nel male, rimaneggiato.

La cooperativa di Taranto, Crest, trova intanto nel corpo atletico di Andrea Simonetti lo strumento di una narrazione che dalle vittorie del pugilato finisce nei campi di sterminio nazista. Sono la vita e la morte del boxeur tedesco di origine zingara Johan Trollman (1907-1944). La regia di Gaetano Colella (già attore in La ferocia dei corregionali Lagioia-Paolocà-Altamura) la rischiara con l’asciuttezza di una sola lampadina.

Resto colpito molto da Oliviero, nuovo titolo del Teatro dei Borgia, formazione di coppia (Gianpiero Borgia, Elena Cotugno) che ha radici a Barletta, ma con la trilogia La città dei miti ha attraversato paesaggi diversi. Diverso ancora è il paesaggio che Oliviero racconta, partendo dal una storia vera di disagio comportamentale.

Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri - Oliviero
Gianpiero Borgia e Riccardo Palmieri – Oliviero

Dal rapporto tra chi accompagna e chi è accompagnato, dai dubbi sulla cosa giusta e dal rischio del burnout che le situazioni di margine comportano. In un rapporto inusuale con il pubblico, lo stesso Borgia come Oliviero e Riccardo Palmieri nei panni dell’operatore sociosanitario, trovano la chiave che scioglie la drammaticità, senza perdere di vista l’umano.

Potrei aggiungere anche una LidoOdissea da spiaggia, della compagnia Berardi-Casolari, o l’accostamento incongruo tra la musica di Arvo Pärt e quella di David Bowie, che giustifica il dittico coreografico di Equilibrio Dinamico.

Non cambierebbe però il senso di questo mio riflettere sul regionalismo che, dall’inizio della quattrogiorni, si è fatto via via più complesso, problematico. Continuamente in bilico tra offerta turistica, seduzione gastronomica, e capacità di costruire rapporti, in forma di impatto culturale.

Buona pratica

Un modello, una pratica, per dirla alla fine e in breve, che mi sembra si possa estendere anche ad altre regioni, quelle che non godono della visibilità offerta dalla nostra geografia nazionale, che ancora privilegia Nord e concentrazioni metropolitane: l’asse Milano, Bologna, Roma, Napoli.

L’antica, e sempre contemporanea, questione meridionale (di cui QuanteScene! ha altre volte parlato) non molla la presa. Ma l’incontro che al quarto giorno ha suggellato Puglia Showcase 2026 – Visioni dal Sud, un summit di rappresentati istituzionali da tutto il Mezzogiorno – lascia una finestra aperta sulla convergenza futura. Una comune strategia meridionale.

Buona pratica, di cui questo blog potrebbe magari parlare al prossimo Showcase, luglio 2027.

Puglia Showcase 2026 - Masseria Pettolecchia
Villaggio Puglia a Pettolecchia – Fasano

“Caro Giorgio”, “Caro Bert”. Milano 1956. In un libro l’incontro 1956 tra Brecht e Strehler

Nel volume intitolato L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti, (Il Saggiatore, 368 pp.) la germanista Flavia Foradini ripercorre l’evento che ha lasciato un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Grassi, Brecht, Strehler. 10 febbraio 1956
Grassi, Brecht, Strehler, 10 febbraio 1956

Uomini straordinari

Non capitano più, oggi, gli incontri tra uomini straordinari. O magari non ce ne accorgiamo. Ma settant’anni fa, sì, eccome. E se ne accorgevano tutti. Nel febbraio del 1956, in una Milano livida e ghiacciata, sotto un manto di neve, al Piccolo Teatro di via Rovello, Giorgio Strehler il Regista mette in scena l’Opera da tre soldi.

E Bertolt Brecht l’Autore scende dal treno partito da Berlino Est per essere presente a quel debutto. Un incontro che lascerà un segno tenace nella storia del teatro italiano.

Attraverso un volume informato, scrupoloso, documentatissimo, Flavia Foradini, germanista e giornalista, racconta quell’incontro epocale. Ciò che lo precedette. Ciò che ne seguì. L’opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti è un viaggio archivistico-documentario attorno a quel testo e alla sua avventura italiana. Che non durerà solo le 70 repliche del cartellone milanese 1955/1956, ma, di rimbalzo, troverà nuovamente spazio nella teatrografia del regista triestino al timone dell’istituzione milanese.

Flavia Foradini, L'opera da tre soldi di Brecht. Riflessioni, note di regia, allestimenti. Il Saggiatore

Una capsula del tempo

“Un complesso ordito di materiali” scrive Claudio Longhi, attuale direttore del Piccolo Teatro, nella premessa al libro. E subito pone in rilevo la varietà, la vastità (e la rarità pure) della antologia curata da Foradini . “Un po’ personalissimo trattato di registica, un po’ conte philosophique, un po’ eccentrica avventura letteraria: tutte angolazioni da cui è possibile scorgere in filigrana l’evoluzione del paesaggio teatrale italiano”.

Volendo, anche una “capsula del tempo” che restituisce un momento irrecuperabile, se non solo in libri e fotografie, della temperatura culturale di quell’anno fatidico.

Un 1956 di “epiche tensioni fra vecchi grumi di bacchettoneria andreottiana e fermenti nuovissimi: libri da Feltrinelli, articoli di Camilla Cederna, trionfi della Callas con Visconti, travestiti proletari di Legnano, canzoni della mala a Porta Romana…” scrive Alberto Arbasino su Repubblica a cinquant’anni esatti da quella data.

E prosegue: ” tutto un culto dei dischetti di Lotte Lenya, recuperati nei mercatini e danzati fra abat-jour di perline in soffitte e mansarde di futuri grandi sarte per dive, sognando quei luoghi arcani magicamente evocati da Brecht e Weill”.

Brecht. Opera da tre soldi, Einaudi

“Con il fare di chi chiede scusa per disturbo”

Venerdì 10 febbraio 1956 è il giorno della prima. Ed è anche il compleanno, il 58esimo di Brecht (morirà sei mesi dopo). Ricorda Nina Vinchi, segretaria generale del Piccolo, che quando l’Autore entra in sala non lo riconosce quasi nessuno. “Stretto nella sua giacca grigia, abbottonata alla russa, capelli radi e corti, si muove con il fare di chi chiede scusa per disturbo”.

Lo spettacolo, che tra gli altri vede in scena Tino Carraro, Mario Carotenuto, Milly, dura fino alle due di notte. “Un successo enorme, travolgente”, registra Paolo Grassi, che con Strehler aveva fondato il Piccolo nove anni prima.

in primo piano, Milly e Tino Carraro
in primo piano, Milly e Tino Carraro

Al termine – annota Foradini – Brecht viene condotto sul palcoscenico e senza rivolgersi al pubblico vi rimane solo il tempo necessario per accennare un abbraccio al regista e fare un inchino agli attori schierati. Poi si ritira e scrive un messaggio a Strehler: «Vorrei poterle affidare in Europa tutte le mie commedie, una dopo l’altra. Grazie»”.

La portata della presenza italiana di Brecht alla prima milanese dell’Opera da tre soldi, il clamore e le polemiche, gli applausi e le grida di “Basta, bolscevichi!”, sono stati oggetto anche di altri studi. Quello di Alberto Benedetto (2016) che dalle due righe indirizzate a Strehler fa partire una minuziosa indagine sul “protettorato “ che il Piccolo intenderà esercitare in Italia, per decenni, sulle rappresentazioni brechtiane.

Esiste anche un’inaspettata graphic novel (2018) nella quale, a fumetti, Davide Barzi, Claudio Riva e Alessandro Ambrosoni ridisegnano quel febbraio milanese

la prima del 10 febbraio vista dalla matita di Alessandro Ambrosoni

Costellazione

Attorno all’evento il volume di Foradini appronta adesso una vera e propria costellazione, che dà conto di articoli di giornale, recensioni , lettere pubbliche, lettere personali, dichiarazioni, convegni, riflessioni e note di regia del Regista. Compresi molti materiali inediti, immagini e bozzetti.

Non finisce qui, perché a quelle memorabili repliche, che consacrano in Italia il drammaturgo marxista e il suo teatro epico, il volume aggiunge capitoli sulle altre tre edizioni dell’Opera firmate Strehler (quelle del 1958, del 1973 con Domenico Modugno e Milva, del 1986 a Parigi). Cui si potrà aggiungere, per scrupolo di precisione, l’allestimento del 2016, con la regia di Damiano Michieletto.

Milva come Jenny delle spelonche (dal volume curato da Flavia Foradini)
Milva come Jenny delle spelonche

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO, mercoledì 30 giugno 2026]

Baccanti, tragedia terminale. Terzopoulos al suo settimo allestimento

Ad aprire la nona edizione del festival Pompeii Theatrum Mundi, la scorsa settimana, sono state Le Baccanti con la regia di Theodoros Terzopoulos.

Lo spettacolo è in scena anche questa sera giovedì 25 e domani 26 al teatro di Ostia Antica. In autunno sarà a Modena al Teatro Storchi.

Baccanti Terzopoulos 1 Gemma Carbone ph Johanna Weber
Gemma Carbone in Le Baccanti – regia T. Terzopoulos – ph J. Weber

Ossigeno e sangue

Le ho contate, sono centocinquanta. Centocinquanta sacche trasfusionali di sangue che fanno da sfondo a Le Baccanti, nuova versione che Terzopoulos dà dell’ultima e più estrema tragedia di Euripide.

Davanti alle sacche di sangue si scorge qualcosa che assomiglia a una barella o a una navicella spaziale, magari temporale, dove giace un corpo tenuto in vita – pare di capire – da tubi che lo allacciano a due bomboloni di ossigeno a lato.

Davvero ci vogliono ossigeno e sangue – mi sono subito chiesto – per tenere in vita, se non resuscitare, la più terminale fra tragedie di Euripide? Un testo vertiginoso che già ha attraversato due millenni e mezzo, e che ancora proietta le sue terribili immagini sul presente?

Baccanti Terzopoulos - Musio Vetrano ph Johanna Weber
Paolo Musio e Enzo Vetrano – ph Johanna Weber

La più estrema

Baccanti è la più estrema tra le opere del canone classico. Non a caso quel titolo entra nel linguaggio comune come una ventata di ebbrezza, fanatica e pericolosa. Baccanti sono le donne inebriate dal vino, scompigliate nei gesti, incontrollate nei sensi, fameliche, feroci.

Baccanti in quanto seguaci di Bacco. Che è uno dei tanti nomi di Dioniso. Come Dioniso Lieo, il liberatore. Come Dioniso Bromio, il festoso. Saranno poi i Romani a fare di Bacco, autonomamente, il dio del vino. Con tutto ciò che ne consegue.

Bene lo sa Terzopoulos, 81 anni, greco, nato proprio sotto il Monte Olimpo, e fondatore del Teatro ateniese Attis. Di Baccanti, Terzopoulos ha già realizzato sei allestimenti diversi e sul dio protagonista ha scritto anche un diffuso manuale di teatro che si intitola Il ritorno di Dionysos.

copertina il ritorno di Dionysos

Quel mito lo conosce dunque bene, benissimo, per averlo studiato nelle tante sfaccettature, e per aver immaginato, altre sei volte, un disegno diverso, adatto ai tempi e alle situazioni, in cui le sue Baccanti si sono trovate a replicare, ebbre, scomposte, gli scandalosi riti boschivi. “Un dio terribile e dolcissimo” lo definisce Euripide. “Il dio protettore dei rave” potremmo chiamarlo noi.

L’archetipo del profugo

Qui, nel Teatro Grande di Pompei, non siamo nella Epidauro del turismo di massa, ma la richiesta è ancora una volta quella di ammansire il tragico, renderlo più comprensibile, dargli perfino una patina di attualità. Cosa di cui il tragico, che va alle radici dei comportamenti umani, davvero non avrebbe bisogno.

Dioniso è l’archetipo di un profugo che attraversa i paesaggi di guerra – ha raccontato il regista in un’ intervista al Corriere della Sera – “è il predecessore dei profughi di oggi come quelli che cercano salvezza, per esempio sulle coste di Lampedusa”. E via avanti con lo spiegone.

Ecco perciò ricomposto nel suo disegno di regia un mondo, non senza tempo, ma di tutti i tempi. Che mette insieme il passo dell’oca nazista e il settecentesco Lascia ch’io pianga… Il corpo nudo della liberazione dionisiaca e il corpo armato della militarizzazione.

Baccanti Terzopoulos - Randisi Carbone ph Johanna Weber
Stefano Randisi e Gemma Carbone- ph Johanna Weber

Tra le tante altre soluzioni estrose, noi spettatori vedremo e sentiremo: rombi guerra e sirene, un rotear di ventagli rossi, movimenti di scena che trasformano il coro in coreografia…. Tutte cose abbastanza incongrue con l’assunto principale, ma adatte a fare spettacolo.

Riccioli d’oro

Perfino il casting appare piuttosto curioso. La regia assegna a Roberto Latini il ruolo del biondo e riccioluto Dioniso. Che era un Massimo Popolizio, divino nell’edizione di Luca Ronconi a Siracusa, un’ambigua Federica Rosellini nella versione di Andrea De Rosa, proprio qui a Pompei nove anni fa.

Ma Latini – il quale resta un attore superbamente bravo e molto applaudito – non è né biondo né riccioluto, e deve perciò mimare riccioli e belli capelli.

Roberto Latini e Marco Cacciola
Roberto Latini e Marco Cacciola – ph Ivan Nocera

Lo stesso vale per Penteo, tiranno di Tebe, co-protagonista repressivo prima, poi sedotto anche lui dalla divinità. Con un po’ di imbarazzo vedremo l’interprete, Marco Cacciola, costretto allo spogliarello e a un balletto sinuoso, un po’ odalisca, un po’ sette veli.

Autentica mater dolorosa è Alvia Reale, mentre succhia il proprio dolore dal cranio del figlio Penteo, scambiato per una belva feroce e decapitata. Terrore e raccapriccio.

Baccanti Terzopoulos - Alvia Reale
Alvia Reale – ph Johanna Weber

Sono i particolari di quella tendenza allo spettacolare e – sottolinerei – pure al banale che abbondano spesso nelle riprese dei titoli del canone classico. Ma che le Baccanti, estremiste e sovversive, non si meriterebbero. E che non si merita nemmeno la gloriosa carriera di Terzopoulos.

Dioniso è Bacco

Mi risuona, mentre lascio i gradini del Teatro Grande, un canto ritmato e allegro che viene dai camerini, curiosi container bianchi tra le pietre antiche. “Venite Baccanti, Baccanti venite!” scandiscono con l’entusiasmo di chi è stato poco prima applaudito, e finalmente si disseta, i dodici ragazzi e ragazze del Coro.

Chissà – mi chiedo salutando Pompei – se le sacche trasfusionali erano piene di sangue davvero. Dionisio è pure Bacco, e inventò il vino. E il bel colore, un rosso rubino, più o meno è lo stesso.

Baccanti Terzopoulos - Pompeii Theatrum Mundi

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LE BACCANTI
di Euripide
traduzione Edoardo Sanguineti
regia, adattamento, scene, luci e costumi Theodoros Terzopoulos
musiche originali Panagiotis Velianitis
regista assistente e collaboratore alla drammaturgia Savvas Stroumposcon Roberto Latini (Dioniso), Alvia Reale (Agave), Enzo Vetrano (Cadmo), Stefano Randisi (Tiresia), Marco Cacciola (Penteo), Paolo Musio (Corifeo), Gemma Carbone (Corifea), Giulio Germano Cervi (Primo Messaggero), Rocco Ancarola (Secondo Messaggero)
il Coro: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Attis Theatre Company

Pompei, Teatro Grande, dal 18 al 20 giugno 2026
Ostia, Teatro Antico, 25 e 26 giugno
Modena Teatro Storchi, dal 22 ottobre

Ivor Martinić, autore croato. Felicità teatrale per famiglie infelici

Ha debuttato a Rijeka/Fiume nella monumentale sala del Teatro Nazionale Croato “Ivan Zaic”, Mio figlio cammina solo un po’ lentamente di Ivor Martinić.

Tre lingue, tre produttori, nove attori e la regia “argentina” di Marcela Serli.

Ivor Martinic - Mio figlio cammina solo un po' più lentamente
Il cast – ph Željko Jerrneić 

Birthday blues, lo chiamano gli anglosassoni. Non è un genere musicale. Ma è quella sensazione di disagio, di depressione e scoraggiamento, che si prova a volte [spesso, #diciamocelo] nel momento in cui si dovrebbe invece festeggiare il proprio compleanno.

Anniversari

A teatro, ma anche al cinema e nella musica, il compleanno è un topic ricorrente. Sempre drammatico. The birthday party di Harold Pinter. Il film Festen di Lars von Trier. La canzone di Guccini. Questi e molti altri titoli raccontano quanto di spaventoso possa nascondersi in quegli anniversari.

Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, creazione 2011 dello scrittore croato Ivor Martinić, prende avvio dai preparativi per una festa di compleanno. Temibile. Perché nessuno o quasi ci tiene a festeggiarlo. Ma tutti sentono il dovere di farlo.

Infelicità

Anche le famiglie infelici sono un topic teatrale ricorrente. “Tutte le famiglie felici si somigliano. Ma tra quelle infelici, ciascuna è infelice a modo suo” sentenziava Tolstoj. Non credetegli.

Andando a memoria, non mi sembra di avere mai visto, in scena, una famiglia felice. Anzi: più infelici sono, più teatro fanno. A cominciare da quelle tremendissime di Oreste e di Edipo. Fanno massa, le infelicità.

Capita ancha a voi, no?

Pure Mio figlio cammina solo un po’ lentamente, si occupa di una famiglia infelice. Non più di tanto. Qualcuno potrebbe etichettarla: disgregata, traballante. Ancora peggio: disfunzionale. Non credetegli.

Una nonna che non sta bene con la testa. Una mamma apprensiva. Un marito disattento. Un figlio che ha problemi di salute. Un flirt tra cognati. Normale amministrazione. Capita anche a voi, no? [non tutto nello stesso momento, spero]. Ma vi definireste una famiglia disfunzionale?

Giuseppe Nicodemo - Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
Giuseppe Nicodemo – ph Željko Jerrneić 

Nel suo testo Ivor Martinić combina i due topic: infelicità e compleanno. Che non sarebbe una novità. Ma lo fa con un suo gusto per la lingua, per le battute, per una palette di toni e sentimenti che va dal malinconico al grottesco. Si può ridere delle disgrazie altrui, certo, facendo però finta che non siano anche le nostre.

Una regia “argentina”

Mentre assistevo al debutto dello spettacolo, qualche sera fa, allestito dalla compagnia del Dramma Italiano nel bel teatro storico-ottocentesco di Rijeka / Fiume, pensavo: ha qualcosa di argentino questo testo.

E mi ricordavo di certe famiglie latinoamericane raccontate da Claudio Tolcachir (Le omissioni della famiglia Coleman, Emilia) o Rafael Spregelburd (Lucido, Il panico). O ancora da Roberto Cossa e Gabriel Calderón.

Il conto torna: infatti colei che ha proposto il testo alla compagnia fiumana (e anche al CSS di Udine e al Teatri Stabil Furlan) è una regista di ineccepibile origine argentina: Marcela Serli, che è nata a Tucumán.

Quando a scrivere sono gli argentini, c’è sempre di mezzo uno psicanalista. La dissestata famiglia di Martinić deve invece sbrigarsela da sola. Con le complicazioni del caso. Divertenti a volte, pensose altre volte.

Perché il festeggiato, 25 anni, si trova purtroppo costretto su una sedia a rotelle. Perché la nonna manifesta sintomi evidenti di declino cognitivo. Perché tra sorelle il rancore supera l’amore, e i mariti pensano ad altro. Perché in fin dei conti nessuno vuole vedere la propria infelicità e – come spiega con una metafora il titolo – “cammina solo un po’ lentamente”.

Sosteneva Beckett

Niente è più buffo dell’infelicità” scrive Samuel Beckett in Finale di partita. Consapevole del proprio compito, la compagnia degli attori, sintomaticamente affiatata, ci dà dentro parecchio per rendere sopportabile, se non comica, tutta questa infelicità.

I palloncini colorati scoppiano. Sulla sedia a rotelle si balla. I costumi sono un’esplosione di fiori. E una telecamera ingigantisce i primi piani, le espressioni dei volti, e sottolinea le battute.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

Di più: la linearità del testo croato, viene allegramente demolita mettendo in ballo l’italiano (nella traduzione di Elisa Copetti) assieme al dialetto di Fiume e alla lingua friulana. Un mix che ben si adatta al triangolo fiumano-udinese che produce lo spettacolo e lo porterà prossimamente in tournée.

Copertina - Edizioni del Teatri Stabil Furlan
Il testo in edizione bilingue croato-friulano

Tavolozza Martinić

Mi dicono che Martinić (classe 1984, nato a Spalato, ora vive a Barcellona) sia uno dei croati più tradotti, in tutto il mondo, soprattutto in Sudamerica. Giustamente.

E che laggiù, di questo testo, siano stati realizzati allestimenti diversi, che virano dal melodrammatico al tragicomico. Lo capisco bene, perché l’attenzione che lo scrittore mette nell’uso della lingua dà spazio a una colorata tavolozza interpretativa dei legami famigliari. Così come succedeva nel precedente Questo è il titolo della storia di Ante (2009). E e come succede anche nel più recente Peccato… marciranno le piante (2019).

Dimensione alla quale io però opporrei la domanda provocatoria spesso avanzata da Spregelburd. “Ma siamo davvero sicuri che una famiglia sia il modo migliore di organizzare corpi nello spazio?” Andate a vedere Mio figlio cammina solo un po’ lentamente. Pensateci. E ne riparliamo.

Ivor Martinić- Mio Figlio... - ph Željko Jerrneić 
ph Željko Jerrneić 

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MIO FIGLIO CAMMINA SOLO UN PO’ LENTAMENTE
di Ivor Martinić
traduzione italiana Elisa Copetti
regia e concept scenico Marcela Serli
musiche Enza De Rose
con Rita Maffei, Massimo Somaglino, Elena Brumini, Serena Ferraiuolo, Annamaria Ghirardelli, Stefano Iagulli, Giuseppe Nicodemo, Mirko Soldano, Leonora Surian Popov
una co-produzione HNK Dramma Italiano di Fiume, CSS Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatri Stabil Furlan
lo spettacolo è anche parte nella stagione 2026/2027 di Teatro Contatto, a Udine

STORIE – Tom Stoppard, Harold Pinter, e un incontro di schiena

E così, alcune sera fa, siamo finiti a parlare di personaggi minori. Ci saranno magari stati altri argomenti, più decisivi, da mettere in discussione. Ma quella sera là, niente da fare: personaggi minori e basta. Ovvero, soprattutto a teatro, personaggi che non sempre stanno sotto il riflettore, ma sono indispensabili, con il loro intervento, a fare andar avanti la storia.

Tra i personaggi minori – sostenevo io – i più interessanti, i maggiori, per me restano sempre Rosencrantz e Guildenstern, i compagni di studi di Amleto, i suoi traditori.

Tom Stoppard (Ansa)
Tom Stoppard (Ansa)

Personaggi minori

Dalla questa minorità – argomentavo – li aveva liberati nel 1966, al festival di Edimburgo, il commediografo inglese Tom Stoppard, che aveva dedicato loro addirittura un titolo: Rosencrantz e Guildenstern are dead. Cioè sono morti: una “tragicommedia dell’assurdo”, poi anche un film ( molto premiato, Leone d’oro a Venezia nel 1990). Una promozione di grado che li aveva, una volta tanto, resi protagonisti.

Appunto parlando di Stoppard, mi era tornato in mente un episodio curioso. Una storiellina che può figurare bene tra le mie STORIE: gli incontri con uomini (e donne) straordinari che un po’ per caparbietà, un po’ per caso, hanno attraversato la mia vita. E che di tanto intanto rievoco su QuanteScene!

Ve lo racconto, quel divertente episodio.

Memorial Day

Giugno 2009. Eravamo tutti commossi alla fine della cerimonia: un memorial day che, a Londra, il National Theatre aveva dedicato a Harold Pinter, scomparso sei mesi prima (24 dicembre 2008).

Nella sala Olivier del principale teatro della capitale si era ritrovata la maggior parte degli attori che, nei decenni, avevano interpretato i suoi lavori: la crema più crema del teatro inglese.

Da Jeremy Irons (che indossava incredibili scarpe rosse) a Colin Firth, a Jude Law. Da Penelope Wilton a Eileen Atkins, solo per dire i nomi di quelli noti anche da noi.

Ciascuno aveva letto, e rivissuto in poche battute, il personaggio interpretato in un momento magico della propria carriera. Dal barbone molesto di Il guardiano (David Bravely) alle due scombinate prostitute di The Black & White (Atkins and Sheila Hancock).

Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter
Tom Stoppard con Vaclav Havel e Harold Pinter

Molti anche gli amici, i registi, gli scrittori che avevano accompagnato la sua carriera. E guarda caso, anche i suoi due biografi italiani (cioè Gianfranco Capitta ed io), arrivati frettolosamente a Londra con un volo low-cost, per non mancare alla celebration. E per abbracciare Antonia Fraser, la seconda moglie di Harold, storica di grande rilievo, a cui ci legava, esattamente come a lui, un affetto particolare.

Roberto Canziaini - Gianfranco Capitta - Harold Pinter

Standing reception

Non sono sobri né frugali, gli inglesi, nelle celebrazioni. Figuriamoci per un Premio Nobel. Alla fine della serata, che aveva toccato tutti i cuori, ci aspettava infatti un’abbondante standing reception. Ciò che in Italia si chiama buffet in piedi.

Non ho più memoria delle pietanze fatte circolare da impeccabili waiter, i camerieri messi a disposizione dal teatro. Ma certo ricordo l’affollamento e il vorticoso alternarsi dei piatti in mano. E dei bicchieri.

Sbadatamente, mi capitò di scontrarmi di schiena con un signore che stava riempiendo il proprio piatto, tenendo pericolosamente un bicchiere con l’altra mano. Anzi: non era la schiena, lo scontro avveniva più in basso.

Una botta di culo

Chissà di chi era la colpa. Ma l’incontro, così come era avvenuto, risultava un po’ sconveniente. Tanto che, rosso come un peperone rosso, mi affrettai a chiedere scusa a quel signore. “Sorry, I’m really sorry”. Lui si voltò senza battere ciglio. E il signore si rivelò per quel che era: un gran signore, Tom Stoppard.

L’imbarazzo prevalse sul rossore. “Good evening, mr Stoppard”. Pausa pinteriana. “Aren’t you mr Stoppard?” aggiunsi, potevo anche essermi sbagliato. “I’m Tom Stoppard”, la laconica risposta. Che altro potevo dire?

In una frazione di secondo sfogliai tutto il mio repertorio di espressioni brillanti in inglese. Ne cavai fuori una che peggio non si poteva. “Pity I didn’t meet Rosencrantz and Guildenstern too, at the celebration”. Peccato che non ci siano anche quei due qui alla cerimonia. “Oh, they’re dead, really”. Che in quel momento suonava non so se macabra non so se divertente. Ma sciolse il ghiaccio, dopo quel colpo di culo. Letterale.

Stoppard - Rosencrantz e Guildenstern are dead

Ecco: due sole battute. Ma nello stile arguto e frizzante, che potreste apprezzare leggendo qualcuna delle sue commedie. Peccato che anche lui non ci sia più.

Sei mesi fa pure Stoppard, che aveva sceneggiato film come Shakespeare in Love (Oscar e Golden Globe nel 1999), ci ha lasciati.

Tom Stoppard
Tom Stoppard

FESTIVAL 2026 – Castrovillari, o del pensiero meridiano

Quattro giorni a Castrovillari, in provincia di Cosenza, per la 26esima edizione di Primavera dei Teatri, caposaldo dello spettacolo dal vivo a Sud.

Il reportage.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

Anche i festival hanno un’anima. I festival più interessanti, dico. Spesso è un luogo di incontro. Lo spazio dove spettatori e artisti si incrociano, si annusano, approfondiscono la conoscenza, al di là del momento dello spettacolo, che è venuto prima, o verrà dopo. Un’anima che pulsa di esperienze e passioni teatrali, dal mattino a sera.

Primavera estiva

A Castrovillari, a Primavera dei Teatri, quell’anima per molti anni è stata il chiostro del Protoconvento. Spazio di quiete nelle già estive giornate di maggio, quando il festival abitualmente si apre a un pubblico che viene anche da molto lontano (come me) per l’infilata di prime, anteprime, anticipazioni, presentazioni, che la Primavera calabrese promette. E mantiene pure.

Castrovillari - Chiostro del Protoconvento - ph Angelo Maggio
Chiostro del Protoconvento – ph Angelo Maggio

Quest’anno il chiostro era vuoto: la logistica ha avuto il sopravvento. Ma non si è persa l’anima, che si è spostata semplicemente altrove.

Un cortile nobile, poco distante, con il suo spicchio di cielo e annessa bakery. Che si chiama Emy’s e assicura agli abbracci e agli incontri, ai libri, alla musica, quel capitale di inclusività e colazioni, brunch, torte dolci e salate, apertivi, gatti… Senza i quali il meridione italiano non è tale.

Meridiano soprattutto

Meridione, ma soprattutto meridiano. Nell’eco di un “pensiero meridiano” che è risuonato più volte nelle conversazioni con artisti, studiosi, scrittori di teatro che hanno animato il cortile di Emy.

Franco Cassano - il pensiero meridiano

Il richiamo va al titolo pubblicato vent’anni fa dal sociologo Franco Cassano (1943-2021): superamento di una questione meridionale disagiata e piagnona, e slancio invece verso un diverso futuro. Richiamo ancora vivo in questo avamposto del teatro a Sud.

Che la compagnia Scena Verticale coltiva da 26 edizioni e si interfaccia oggi con un altro pensiero. Quella della “restanza” (il rimanere qui, il resistere, l’àncora dello spaesamento) che un altro studioso meridionale, l’antropologo calabrese Vito Teti, ha maturato negli scorsi anni.

Fughe in avanti. Riesami all’indietro

Sono traccianti di pensiero che – per la forza dei luoghi, i luoghi dell’anima – investono anche il programma degli spettacoli intessuto da Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Fughe in avanti, come i lavori di Luna Cenere coreografa, o di Filippo Andreatta, atmosferico progettista di Nuvolario.

Oppure riesami all’indietro, come la ripresa di Sutta scupa, exploit siciliano di precariato che Giuseppe Provinzano e Giuseppe Massa avevano tracciato ancora venti anni fa. E che ora, tra schiavitù economiche e intelligenze artificiali, acquista se possibile ancora più sinistri bagliori.

Castrovillari - Primavera dei Teatri 2026  - Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa - ph Angelo Maggio
Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano in Sutta scupa – ph Angelo Maggio

Ma qui pure si fanno tuffi nella favolistica locale e al tempo stesso europea: Dario De Luca con Le tre cicoriane rilegge in dialetto locale l’orizzonte della leggenda di Barbablù.

E anche nella favolistica irrisoria e moderna con cui Niccolò Fettrappa e Lorenzo Guerrieri condiscono i loro affreschi sul trash contemporaneo (dalla premiata Apocalisse tascabile del 2020, siamo adesso, qui, all’anteprima di Scemi del villaggio, che preannuncia altrettanti traguardi).

Più esagerato ancora, nel suo estremismo linguistico, Dino Lopardo, drammaturgo e regista. Dopo la malandata famiglia di Affogo (del 2022, anche in volume), il lucano Lopardo si imbatte ora in problemi di corpo e alimentazione (Rigetto, è il titolo, bulimico, del suo più recente lavoro, che anticipa il prossimo Cesso). Con cui lui pensa di chiudere la trilogia sulle disfunzioni. O come dice lui, sull’odio.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026 - Angela Ciaburri e Claudia A.Marsicano in Rigetto - ph Angelo Maggio
Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano in Rigetto – ph Angelo Maggio

Naufrago senza nome

Ma qui, a Castrovillari, a qualche ora di macchina da Cutro e dal suo naufragio 2023, qui, a pochi chilometri da Amendolara, e dal suo spietato rogo dell’altro giorno, è impossibile non pensare a chi migra. E resta impigliato nel traffico di esseri su cui malavita, mafie e caporalati gettano benzina politica. E qui muore.

Così KR70M16 – Naufrago senza nome, scritto dallo stesso La Ruina (e a mio avviso uno dei suoi testi più intensi) aggancia il discorso del disumano, senza la retorica e il piagnisteo degli spiegoni e con quel minimo di disincanto che garantisce dignità a tutte le vittime della Storia. Non solo quelle della Shoah, anche quelle di chi, affogato, senza nome, con il corpo smembrato dai pesci, ci ascolta dal fondo delle coste calabre.

Castrovillari - Primavera dei teatri 2026  -Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 - ph Angelo Maggio
Cecilia Foti, Dario De Luca, Saverio La Ruina in KR70M16 – ph Angelo Maggio

Karamu è un 16enne, migrante, annegato mentre cercava di raggiungere Crotone: “… e vacci da quei poveretti, fagli compagnia, che è brutta la solitudine in mezzo al mare. Parlagli, che loro ti sentono. Sentono quello che dice la gente sulla spiaggia, i bambini che giocano, quelli che ridono, pensa se lo sapessero che li sentiamo mentre ridono. Che poi fanno il bagno proprio sopra di noi, com’è che non ci pensano che siamo là sotto?

Je suis Armande, a Castrovillari

Nei miei quattro giorni a Castrovillari, non sono riuscito a vedere tutto ciò che questa primavera calabrese prometteva, e ha poi mantenuto.

Un titolo rimarrà comunque impresso in me: Armande sono io. È il francesismo di uno spettacolo d’intervento, in cui Fiorenza Menna e Luce Sant’Ambrogio riscoprono la lezione di Carla Lonzi, attivista femminista (1931 -1982).

Castrovillari - primavera dei teatri 2026 ARMANDE foto Angelo Maggio
Armande sono io – ph Angelo Maggio

In filigrana, le due attrici leggono la delegittimazione che già Molière riservava alle donne d’intelletto (preziose e ridicole, secondo lui) e con registratori d’epoca e interviste, la riportano a quel pensare avanzato che caratterizzò la stagione della Rivolta Femminista. Dalla quale, oggi, ci ritroviamo lontani, in retromarcia. Spettacolo che raccomanderei a chi sa tenere lo sguardo e le orecchie tese ai miti d’oggi, alle trasformazioni del costume.

Genius loci

Non mi va infine di trascurare la dedica che ha accompagnato Primavera dei Teatri 2026. Dedica triplice e triste, ad amici di Castrovillari e del Festival, oltre che miei, che negli scorsi mesi ci hanno lasciato. Giancarlo Cauteruccio regista, Laura Palmieri giornalista, Goffredo Fofi critico e saggista.

Tutti e tre, a modo loro, hanno valorizzato il pensiero meridiano che in 25 anni ha fatto di questo piccolo centro del nord della Calabria, un luogo essenziale della geografia teatrale italiana, caposaldo al Sud, un territorio dove riconoscere l’impronta, il genius loci.

Che spicca pure nelle immagini di Angelo Maggio, fotografo. Sono quelle che accompagnano questo mio reportage da Castrovillari. Ma anche quelle, pubblicate nel più recente numero della rivista Mas Ruido.

ph Angelo Maggio
ph Angelo Maggio

In quelle pagine, la rovina del “non finito”, cemento sbrecciato, ferro arrugginito, il degrado edilizio meridionale insomma, si manifestano come ulteriore, ammaliante presenza di questo genius loci.

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SUTTA SCUPA
di Giuseppe Massa
diretto e interpretato da Giuseppe Massa e Giuseppe Provinzano
produzione Babel con Sutta scupa

RIGETTO
regia, drammaturgia, scene e luci Dino Lopardo
con Angela Ciaburri e Claudia A. Marsicano
costumi Annamaria Porcelli
ambienti sonori Mario Russo
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione teatrale

KR70M16 – NAUFRAGO SENZA NOME
scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina
con Cecilia Foti e Dario De Luca
musiche tradizioni, musiche originali di Gianfranco De Franco
produzione Scena Verticale

ARMANDE SONO IO!
di Carla Lonzi
ideazione e regia Fiorenza Menni
drammaturgia Sara De Simone, Caterina Venturini, Fiorenza Menni
con Fiorenza Menni e Luce Sant’Ambrogio
realizzazione costume Umberta Burroni
produzione Ateliersi
in coproduzione con Festival dell’Eccellenza al Femminile

Polis Festival 2026. Perché la Romagna non si affaccia sul Baltico?

Tre giorni a Ravenna, a maggio. Per Polis Festival 2026, che ogni anno apre finestre su una nuova geografia teatrale. Contemporanea. Questa volta il Nord.

Polis Festival 2026 - Je suisse - Camilla Parini - ph Dario Bonazza
Polis Festival 2026 – Je suisse – Camilla Parini – ph Dario Bonazza

Piangipane, duemila abitanti in provincia di Ravenna, ha un teatro sociale. Anzi, un Teatro Socjale. Nel 1920 i braccianti agricoli del posto lo costruirono con le proprie mani, pensando a uno strumento di elevazione culturale e politica. E quella j sembrò “migliorare l’armonia della scritta”.

Domenica scorsa, mi sono ritrovato anch’io nel Teatro Socjale di Piangipane. E dalle tradizioni del luogo, dai tavolini che stanno al posto delle poltrone in platea, dal piatto di cappelletti con il ragù che regolarmente viene servito nell’intervallo degli spettacoli, sono stato catapultato a Nord. Nei Paesi baltici, addirittura.

Teatro Socjale di Piangipane (1920)
Teatro Socjale di Piangipane (1920)

Sintomi di felicità. O di paura

Baltico, cioè nordico, scandito dai contorni di Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia era il programma di Polis Festival 2026, manifestazione che da nove anni ErosAntEros organizza in quella che un tempo era la Romagna Felix.

I tempi, oggi, non registrano eccessi di felicità. Ma darsi da fare per attivare anche a Ravenna sguardi sul contemporaneo internazionale è ciò che fanno Agata Tomsic e Davide Sacco, direttori artistici, le due metà di ErosAntEros. Decisi infatti a orientare, anno per anno, la loro bussola verso una geografia diversa.

Pertanto, dopo la penisola iberica dell’edizione scorsa, per il 2026 hanno scelto il grande freddo settentrionale. Che artisticamente, così freddo non è. Peccato solo che qui in Italia se ne sappia poco, davvero poco, limitandosi a quei tre quattro nomi che dal Novecento abbiamo ereditato: Nekrošius, Tuminas, Koršunovas, il divisivo Hermanis

Un compito di riattivazione internazionale se lo è dato perciò Polis Festival 2026, provando ad importare una nuova leva di artisti baltici. Ma pure nomi e figure espunte dalla storia, che vale invece la pena riscoprire, oggi, sotto luce diversa.

Asja, ingegnere delle idee

Il nome di Asja Lācis, artista e attivista nata in Lettonia, era balenato dalle nostre parti quando l’animazione teatrale degli anni ’80 e il teatro per l’infanzia e la gioventù avevano cominciato a studiare il celebre Programma per un teatro proletario di bambini, scritto a quattro mani da lei e Walter Benjamin. Poi, per decenni, l’indomita agitatrice rossa (è il titolo dato a una sua biografia, 1891-1979) era stata consegnata all’oblio.

Asja Lācis
Asja Lācis

Riemerge grazie alla compagnia italiana Carullo-Minasi che proprio al Teatro Socjale di Piangipane, tra vecchie fotografie bracciantili, ha voluto far debuttare Asja Lācis. La donna che fa parlare la storia.

Titolo nel quale viene restituita al teatro una personalità paragonabile a una Frida Kahlo, a una Camille Claudel. Di più, anzi, per la forza con la quale Lācis, di professione rivoluzionaria (altro titolo di biografia), si era opposta al conformismo sovietico della prima metà (e anche della seconda, a dire il vero) del Novecento.

Scrive Benjamin che l’aveva incontrata e designata musa – intellettuale, sentimentale, e soprattutto politica – nella dedica che apre il libro intitolato Strada a senso unico (1926). “Questa strada si chiama / via Asja Lacis / dal nome di colei che, / da ingegnere, / l’ha aperta dentro l’autore”.

Walter Benjamin - Einbahnstrasse

Il che, oltre a essere una inaspettata dichiarazione d’amore, riconosce il ruolo che questa donna ha avuto nel pensiero del filosofo di Infanzia berlinese.

E Cristiana Minasi, accompagnata dalle evoluzioni vocali e strumentali di Irida Gjergji, la racconta tutta, la loro storia. Avventurandosi come un segugio tra biglietti, abiti, valige, stazioni ferroviarie, stanze deserte, pillole di morfina. Da Capri a Portbou.

POLIS FESTIVAL 2026 - Asja Lacis - foto di Dario Bonazza
Irida Gjergji e Cristiana Minasi – Asja Lacis – ph Dario Bonazza

Affacciarsi sul Baltico

Ma è lo sguardo contemporaneo, ciò che più intreccia i binari di Polis Festival 2026, capaci di trasportare il pubblico verso una sorprendente indagine su piacere e dispiacere erotico femminile (Tremolo è il progetto, tra l’artistico e lo statistico, l’intimo e il collettivo, della lituana Laura Kutkaitė).

Ma anche alla simbiosi di musica contemporanea e immagini d’archivio che l’altrettanto lituano Karolis Kaupinis ha composto in Radvila Darius, figlio di Vytautas. Concerto nel quale i documentari sulla oppressione russo-sovietica tornano fuori, catapultati dai sintomi di pericolo e paura che a quarant’anni quasi dalla piena indipendenza (1990) tornano ad affacciarsi nelle città del Baltico.

POLIS FESTIVAL 2026 - Tremolo - foto di Dario Bonazza
Tremolo – ph Dario Bonazza

Ha trovato strade ancora diverse la drammaturgia di quei Paesi. Per il tramite di due compagnie italiane (MaMiMò e Studio Doiz), la nuova scrittura baltica si è manifestata nella lettura scenica dei testi dell’autrice finlandese Eeva Turunen (il maniacale Due parole su Ulla) e dell’estone Martin Algus (Qualcosa di reale, stringente plot di estorsioni video-pornografiche, con la consolazione però del lieto fine).

Barbara, feroce, klimtiana Medea

Molti altri inoltre, e internazionali, gli appuntamenti di questo Polis Festival, tra i quali si incastonava la ripresa di Materiale per Medea, il frequentato testo di Heiner Müller, a cui Agata Tomsic, in veste (anzi piuttosto svestita) di performer e regista ha rigenerato i neri stridenti bagliori della discesa nel mito. E, grazie al potente mantello dorato, klimtiano quasi, di una risalita verso il presente, cui il tema dello straniero (e della straniera Medea) riverbera feroce nelle attuali dispute sul patriarcato. Nonché nella partitura di Matevž Kolenc, già compagno di strada della band musicale slovena Laibach, barbara e industrial.

Agata Tomsic_ErosAntEros_Medea_foto Dario Bonazza
Agata Tomsic – Materiale per Medea – ph Dario Bonazza

Da qualche anno, l’immagine-guida di Polis viene affidata a Gianluca Costantini, fumettista e graphic journalist, noto anche per le immagini che hanno accompagnato il movimento per liberazione di Patrick Zaki.

Quest’anno, Costantini ha scelto di piazzare il volto severo e climatico di Greta Thunberg tra il pelo accogliente di un orso polare, sotto le aurore dell’Artico. Mentre una sua mostra, Shieldmaiden, a via Zirardini Open-Air Gallery (fino al 19 maggio), ancora ritrae quattordici poetesse nordiche.

Polis Festival 2026 - Manifesto

Mosaici

In definitiva, un tonificante tuffo nordic, questi miei tre giorni a Polis Festival 2026. Contrappesati dalla struggente bellezza adriatica di Ravenna e dei suoi mosaici, bizantini e non.

Che sono riusciti a infilarsi persino nei miei breakfast. La sorpresa di trovare, al primo mattino, tessere di mosaico in forma di biscotto, aveva qualcosa di predittivo.

Per quando, nella futura deriva dei continenti, il Baltico si affaccerà su Ravenna.

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ASJA LACIS, LA DONNA CHE FA PARLARE LA STORIA
di e con Cristiana Minasi
viola, voce, elettronica Irida Gjergji
drammaturgia Silvia Bragonzi e Cristiana Minasi
produzione Carullo-Minasi

TREMOLO
idea, autrice, drammaturga e regista Laura Kutkaitė
performer Kristina Morta P. B., Laura Kutkaitė
coreografa Agnietė Lisičkinaitė

RADVILA DARIUS, FIGLIO DI VYTAUTAS
team creativo Karolis Kaupinis, Birutė Kapustinskaitė, Arnas Mikalkėnas, Kristupas Gikas, Kazimieras Jušinskas, Simonas Kaupinis, Goda Palekaitė, Julius Kuršis, Ervinas Gresevičius, Ignas Juzokas
produzione Operomanija

MATERIALE PER MEDEA
testo Heiner Müller
traduzione di Saverio Vertone
ideazione, regia, spazio Agata Tomšič / ErosAntEros
musiche e sound design Matevž Kolenc
costumi Bàste sartoria
con Agata Tomšič
produzione ErosAntEros

MUUTAMA SANA ULLASTA. DUE PAROLE SU ULLA
testo di Eeva Turunen
traduzione di Delfina Sessa
con Alice Giroldini
regia Eugenio Sideri
produzione Centro Teatrale MaMiMò

MIDAGI TÕELIST. QUALCOSA DI REALE
testo Martin Algus
traduzione Daniele Monticelli
con Lorenzo Carpinelli e Alessandro Renda
regia Iacopo Gardelli
produzione Studio Doiz

JE SUISSE (OR NOT)
di e con Camilla Parini
produzione Collettivo Treppenwitz

STORIE – Orcolat. Il mostro che si agita sottoterra e nella memoria di una comunità

Cade oggi 6 maggio l’anniversario – il 50esimo – del terremoto che ha distrutto vasta parte del Friuli nel 1976. Un evento della memoria collettiva italiana che investe anche il teatro.

Friuli 1976
Friuli, 1976

Reenactment

C’è una parola che torna ormai spesso nelle riflessioni fatte sul teatro. È la parola reenactment. Che, alla svelta, si potrebbe tradurre rievocazione. Ma ha un significato diverso, più specifico.

Tra i molti compiti che le comunità assegnano al teatro, o meglio allo spettacolo dal vivo, c’è anche quello della memoria. I grandi eventi si riflettono nelle comunità che li hanno attraversati grazie alla loro rievocazione, spesso teatrale, che funziona poi come strumento di trasmissione.

Se il teatro medievale si è sovraccaricato di via crucis e crocefissi è proprio perché trasmissione e evangelizzazione (di popolazioni in larga parte analfabete) convergevano in quel rievocare, o con più precisione, mettere al centro dell’azione, la morte di Gesù Cristo.

Memoria collettiva

Ma non occorre tornare tanto indietro. Nella mia memoria di spettatore c’è ad esempio un grande evento (pur molto lontano da me) qual è stata la strage della comunità Tutsi ad opera di quella Hutu, nel Ruanda africano del 1994. Un milione di morti in poche settimane.

Portato in maniera prepotente al centro dell’azione teatrale, era uno spettacolo fatto di sole testimonianze che ancora ricordo nei dettagli. Per la forza emotiva che quella rievocazione aveva saputo trasmettere anche a chi, come noi, occidentali, europei, pacifisti magari, ne era all’oscuro. Il titolo era Rwanda 94. Lo aveva ideato il collettivo teatrale belga Groupov, guidato dai registi Jacques Delcuvellerie e Marie-France Collard.

Su eventi importanti, tragedie collettive spesso, si è concentrato ciò che in Italia abbiamo chiamato teatro civile, di narrazione. Dallo storico Racconto del Vajont (1993, di Marco Paolini) a Ustica (2000, sempre Paolini), a Radio clandestina (2000, di Ascanio Celestini, sulle Fosse Ardeatine), fino al più recente L’abisso (2018, di Davide Enia), sugli sbarchi a Lampedusa.

6 maggio

La data di oggi, 6 maggio, riporta all’attenzione la tragedia collettiva che 50 anni ebbe come vittime il territorio e le popolazioni del Friuli. Una magnitudo 6,5 scala Richter, circa 10 scala Mercalli, e una contabilità dolorosa di quasi mille morti, un centinaio di centri abitati distrutti o danneggiati, 100.000 sfollati. La feroce coda, quattro mesi dopo, a settembre ’76, butterà giù anche quel poco che era rimasto in piedi.

Non riesco ad apprezzare per niente, e più volte l’ho scritto, gli anniversari. Ma il fatto che quell’evento, ogni decennio, in particolare questo, di mezzo secolo dopo, spinga il teatro a rievocare e a rimettere al centro dell’azione l’Orcolat, è qualcosa che non si può trascurare.

Un mostro chiamato Orcolat

In Friuli, territorio che in modo così distruttivo ha conosciuto la sua forza, la cultura popolare umanizza il movimento tellurico, immaginandolo in forma di creatura mostruosa, che vive sottoterra, indifferente alle sorti umane: l’Orcolat, in lingua friulana, variante peggiorativa di orco, come dire un mostro gigante, brutto e spaventoso.

La favola dell'Orcolat - Sacile

In cinquant’anni l’immaginario feroce di quell’orco, ha dato spazio a numerosi titoli. E proprio oggi, in forma di anniversario, se ne possono intercettare parecchi.

Il film documentario, anticipato già a marzo, L’Orcolat, con la regia di Federico Savonitto e la voce udinese di Bruno Pizzul (in proiezione in questi giorni al Visionario di Udine). O la produzione della compagnia teatrale friulana Anà-Thèma, in versione radiofonica proprio stasera alle 20:59.

O ancora il lavoro di una scuola di Sacile (PN): La favola dell’Orcolat raccontata da Carla Manzon. Senza trascurare la tournée (avviata già ad aprile in Canada e Usa) di Orcolat ’76, il lavoro di Simone Cristicchi, realizzato per Ert Friuli Venezia Giulia, in occasione del 40ennale, nel 2016.

Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti - Orcolat '76 - ph Walter Menegaldo
Maja Monzani, Simone Cristicchi, Walter Sivilotti – Orcolat ’76 – ph Walter Menegaldo

Sempre questa sera, al Teatro Giovanni da Udine (20.30), un’opera-musical, tra lirica e contemporaneo, ideata dal soprano Fiorenza Cedolins, prodotta da Orchestra Fvg, e intitolata 55 secondi, prova a raccontare anche lo slancio della successiva ricostruzione (quel “55” lo aveva scritto David Maria Turoldo, ma è inesatto).

Per parte mia, volevo portare anche il terremoto del ’76 a far parte delle mie STORIE, i miei incontri con uomini e donne (ma a questo punto anche creature) straordinarie.

La mia storia con l’Orcolat

Attorno alle ore 21 del 6 maggio ’76, mi trovavo in un letto d’ospedale, a Udine, con una gamba rotta. Era una stanza a due letti e il mio compagno di sventura ortopedica era un giovanotto, più o meno della mia età, che si era rotto “soltanto” le dita di un piede, operato in mattinata.

Insieme a noi, in quel momento, c’era la sua fidanzata, una ragazza di Tolmezzo, lontana, chissà per quale misteriosa fortuna, dalla sua città. E in amorevole soccorso infermieristico. Ci trovavamo al sesto piano (mi pare) del padiglione ospedaliero che ospitava l’Ortopedia.

La prima scossa arrivò alle 20:59, ma debole, tanto che da lassù la scambiammo per un forte colpo di vento. Lei esclamò “Diobbono, terremoto”. Lui la tranquillizzò, minimizzando che a sud del Friuli, a Trieste, la bora soffia anche più impetuosa.

La seconda scossa, la spallata disastrosa, arrivò un minuto più tardi. 21:00:13. Lui, su una sola gamba, scattò fuori dal letto e a balzelloni, con l’aiuto di lei, si fiondò sulla porta. Scomparvero. Andò via la luce. La stanza cominciò a ballare.

Io, che non potevo muovermi, rimasi nel letto, orizzontale (o quasi), per tutti quegli infiniti 59 secondi.

Poche ore dopo, l’arrivo nelle corsie di decine e decine di feriti, tutti coperti di polvere grigia, prostrati, alcuni davvero in un gravissimo stato, rivelò l’entità dell’evento. In quel momento cominciai anch’io a sentir parlare dell’Orcolat.

Il pomeriggio successivo giunse sul posto il presidente della Repubblica, allora Giovanni Leone. Le corsie erano ingombre: letti, barelle, soluzioni d’emergenza, con il loro carico umano dolorante. L’uomo volle accertarsi sulla salute dei terremotati, e i giornalisti radiotelevisivi lo seguirono. Tra tanti volti che piangevano, io – che non ero stato ricoverato quella notte, che terremotato non ero – apparivo come uno dei meno malconci.

Ignaro, proprio con me, lui volle congratularsi. A favore di cineprese, mi augurò una veloce guarigione. E così successe, a dispetto, e forse anche a beffa, dell’Orcolat. Che mi aveva soltanto sfiorato. Ma che ricordo ancora in ogni dettaglio.

Orcolat '76 - ERT FVG

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STORIE

Parecchi tra i post di QuanteScene! sono STORIE: racconti che, strizzando l’occhio a Gurdjieff, parlano dei miei incontri con uomini (e donne) straordinari. Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Living Theatre, Giorgio Strehler, Milva, Luca Ronconi… e tanti altri, anche a venire, tutti dal vivo.

Georges Gutdjieff - Incontri - Adelphi

Amazzoni, lottatrici. Le donne nuove di Silvia Gribaudi

 Alle Fonderie Limone di Moncalieri, per TorinoDanza Festival, debutta dopodomani, 5 maggio, la nuova creazione della performer e coreografa torinese. Il titolo è Amazzoni.

Amazzoni - ph Silvia Gribaudi
Amazzoni – ph Silvia Gribaudi

Amazzoni – parlo per me – richiama soprattutto l’Amazzonia. Si racconta che quei temibili conquistadores, nel xvi secolo, avessero incontrato là, su un fiume, un gruppo di indigene altrettanto temibili. E soprattutto feroci. Vuoi mettere: difendevano la loro terra.

Ai più colti tra quegli spagnoli venne facile battezzare quel fiume col nome delle antiche guerriere del mito greco. Amazzoni, rio delle Amazzoni, Amazzonia.

Capitasse anche a voi di assistere, dopodomani, o magari più in là nella lunga tournée, alla nuova creazione di Silvia Gribaudi, fareste bene a sbarazzarvi di tutto l’immaginario che le Amazzoni si portano dietro. A cominciare dalla raccapricciante immagine di una volontaria amputazione. Per tirare meglio con l’arco. Piuttosto cringe, no?

Spazzate ora tutto via dalla testa. E provate a riflettere assieme a noi – Gribaudi ed io – su quel titolo.

Scoprirsi diversa

“Non ti posso dire tanto altro. Nemmeno io so la strada che questo spettacolo sta prendendo”. Gribaudi me lo dice al telefono, quando mancano ancora dieci giorni al debutto di dopodomani. E per una coreografa come lei, per la quale creare è una pratica plurale, c’è ancora lavoro, parecchio, da sviluppare con le cinque danzatrici che andranno in scena.

Amazzoni - coreografia Silvia Gribaudi - ph Andrea Macchia
Amazzoni – coreografia Silvia Gribaudi – ph Andrea Macchia

“Di sicuro – continua lei – c’è che io, stavolta, non sarò sul palco. Ed è abbastanza inusuale per me stare fuori. Però sto trovando una diversa forma di trasmissione: sperimento. Mi sto scoprendo anch’io diversa” .

Diversa dalla Gribaudi che in un decennio ha lascato la sua originale firma comica nella contemporanea danza italiana. Diversa dalle proposte sovrappeso di R.osa, dieci esercizi per nuovi virtuosismi (2017, dove la verve irresistibile di Claudia Marsicano strizzava l’occhio a Botero). Dalla liberazione dagli stereotipi di genere attraverso il balsamo dell’ironia (Graces, 2019, rilettura al maschile della bellezza delle Grazie di Canova). Dalla fumettizzazione del movimento (Monjour, 2021, con i disegni di Francesca Ghermandi) e dalla destrutturazione dell’alfabeto accademico (Grand Jeté, 2023).

Suspended Chorus - ph Andrea Macchia
Suspended Chorus – ph Andrea Macchia

Fino a danzare da sola, in Suspended Chorus (2025), titolo dentro al quale Gribaudi sperimentava un diretto ingaggio comico della platea. Scavalcava la linea di ribalta e, volando, si gettava tra le braccia del pubblico, pronto a tenerla sollevata in aria. Non un amazzone, ma una divinità imperfetta. Che con ironia celebra la forza della gravità.

Se non scatta il riso

“Mi chiedo – si domanda – che cosa ne sarà di questa mia poetica, se non sono in scena, se non scatta ancora una volta il riso. Mi rispondo che guardare da fuori e lasciare andare la risata non vuol dire cadere per forza nella depressione. Piuttosto, è lasciare aperta la porta a una vitalità di altro tipo”.

Amazzoni - Silvia Gribaudi

Raccontiamola, questa vitalità.

“La lotta di sentirsi donna, oggi. Che vuol dire destrutturare tutto quello che viene pensato sull’essere donna, oggi. Una diversa attitudine nel mettersi in azione, andando anche oltre al concetto di genere: femminile, maschile. Ma anche tenendolo presente. Perché pure nel campo della coreografia, essere donne vuol dire che devi lottare, se vuoi aprirti degli spazi. Ho scelto di lavorare con queste cinque danzatrici perché ogni giorno lottano per essere quello che sono. Una di loro ha appena avuto un bambino. Che cosa vuol dire, oggi, essere danzatrice, coreografa, e anche madre? È questa la vitalità delle amazzoni di cui parliamo”.

Da maschio, faccio un po’ difficoltà a immaginarlo. Però potresti dirmi come state lavorando.

“Cinque danzatrici. Hanno età e background diversi. Ho cercato proprio queste artiste con le quali sapevo di poter lavorare attraverso forme sciamaniche, in un rituale che crea comunità, in cui la relazione passa soprattutto attraverso gli occhi e lo sguardo”.

ph Andrea Macchia

Nemmeno un’immagine vuoi anticiparmi?

“Nei miei spettacoli finora predominava il bianco. Sono curiosa di capire quale sarà l’impatto di una nuova creazione che invece parte dal nero. Lo sto scoprendo. Che cosa vuol dire costruire sui corpi una nudità, anche se sono vestiti. Cosa coprire. Cosa scoprire. È stato un lavoro attento anche sui costumi. Abiti che sprigionano la nudità, ma non la espongono. È nel buio, che stiamo lavorando, è una diversa luce – una non-luce anzi – e viene da dentro”.

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AMAZZONI

concept, regia, coreografia Silvia Gribaudi
performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva
musiche Matteo Franceschini
disegno luci Luca Serafini
styling Ettore Lombardi
consulenza artistica Matteo Maffesanti
produzione Associazione Culturale Zebra (IT), coproduzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale (IT), Le Gymnase CDCN – Roubaix (FR)

Amazzoni sarà poi in tournée. Dal 20 maggio 2026 al 23 maggio 2026 ai Chantiers d’Europe Festival, Théâtre des Abbesses – Parigi, dal 3 giugno 2026 al 4 giugno 2026 ai Potsdamer Tanztage, Fabrik Potsdam. E poi nuovamente in Italia: 18 giugno 2026 Ira festival a Soverato, 30 giugno 2026 Festival Inequilibrio a Castiglioncello, 10 ottobre 2026 a Romaeuropa.