Brancaleone dà di testa. Ed è un’attrice

“Age, Scarpelli e Monicelli hanno inventato un’immaginazione” dice Roberto Latini, che per il Teatro Metastasio di Prato ha lavorato sulla sceneggiatura di L’armata Brancaleone.

L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini - Teatro Metastasio di Prato
L’armata Brancaleone, regia di Roberto Latini (ph. Guido Mencari)

Anche il cinema ha i suoi classici, così come la letteratura. Per quanto i film siano molto più giovani, relativamente parlando. Uscito nelle sale nel 1966, L’armata Brancaleone – regia di Mario Monicelli, sceneggiatura dello stesso regista assieme a Age e Scarpelli – è un classico del cinema italiano.

È anche un film pop. Monicelli seppe pensarlo quando in Italia la parola pop non esisteva ancora. E seppe inventare per Vittorio Gassman un personaggio, mezzo samurai mezzo capitano di ventura, che ne fa ancora, 50 anni dopo, una delle icone durature del cinema italiano. Assieme al famoso jingle Branca branca branca, leon leon leon… Con botto finale.

L’Armata Brancaleone (1966)

L’armata Brancaleone è pop, cioè popolare, per la sua lingua sbracata (una irresistibile parlata centro-italiana, burina, ciociara e aulica con un surplus maccheronico). È popolare per il tempo e il luogo in cui è ambientato (quello delle Crociate, ma lungo la dorsale appenninica della nostra penisola). È popolare perché in un medioevo immaginario riprende i temi e i modi della commedia all’italiana, quella appena appena scollata, appena appena sboccata, di cui Monicelli fu maestro. Anche se Catherine Spaak, allora poco più ventenne, ricorda bene le pesantezze verbali subite sul set da quella ciurma di maschi imbruttiti a zonzo per il Viterbese.

Questo e molto altro si è detto di quel film.

Una scena disegnata dalle luci

Una sfida alta, per Roberto Latini, dare lo stesso titolo a un’operazione teatrale, riprenderne la sceneggiatura, e affidarla a sette attori, oltre a lui, su una scena astratta, quasi tutta disegnata dalla luci di Max Mugnai (e dai pochi inserti di Luca Baldini).

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci è Brancaleone da Norcia (ph. Guido Mencari)

È facile, per qualsiasi spettatore, ma altrettanto inutile per chi ne scrive, cadere nel tranello di un confronto – del resto impossibile – tra la pellicola di Monicelli e il teatro di Latini. 

Le due operazioni corrono su strade diverse, e soprattuto parlano a pubblici diversi. Un’Italia in pieno boom, pronta per nuovi stili di vita e un inaspettato benessere, un pubblico interclassista per il film di Monicelli, nazionalpopolare.

Spettatori selezionati invece, nel caso di Latini, capaci di intuire tutti i perché delle scelte che fanno di questo Brancaleone una variazione su tema, un esercizio di stile fedele alla sceneggiatura, ma di pura invenzione mentale, nei modi in cui il regista ha abituato il suo pubblico, lavorando ad esempio sui Sei personaggi di Pirandello (e molto bene in quel caso) o su Il teatro comico di Goldoni.

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Brancaleone da Norcia è un’attrice

Non è insomma l’Armata che spettatori e abbonati di un teatro pubblico come il Metastasio di Prato (che apre la stagione con questa nuova produzione) possono aspettarsi dopo aver visto in locandina quel titolo. Non è un nuovo rutilante Gassman che calca la scena con i suoi compagni sgangherati e cialtroni, ma la cerebrale rilettura che ne fa Latini, consegnando il personaggio a Elena Bucci. In modi astratti, l’attrice cita Gassman, ne riprende la zazzerona nera, la magniloquenza gestuale, il fare da Rodomonte, ma con il proprio corpo e la propria storia attorale. 

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Qualcosa di simile aveva fatto Latini, citando con il proprio corpo, l’Arlecchino archetipico di Marcello Moretti e Strehler, nel Servitore di due padroni, firmato anni fa da Latella. Che infatti scontava lo stesso problema. Sorvolare l’aspettativa del pubblico di tre teatri (i nazionali Veneto e Emilia Romagna, assieme allo steso Metastasio), che si attendeva un arlecchino comico e brillante. Come andare a sentire Glenn Gould nelle Variazioni Goldberg, aspettandosi il Bach di Quark e della quarta corda.

Claudia Marsicano in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Claudia Marsicano in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Francesco Pennacchia in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Francesco Pennacchia in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Ciro Masella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Ciro Masella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

Maneggiare i classici

Maneggiare i classici, è sempre rischioso, se non lo si vuole fare in maniera banale, piatta, convenzionale. Ed è anche un doppio salto mortale, poi, se dal cinema o dalla letteratura si passa al teatro.

A volte riesce, magari felicemente. Penso a come Deflorian – Tagliarini stanno trattando il felliniano Ginger e Fred, in Avremo ancora l’occasione di ballare assieme, proprio in questi giorni all’Argentina a Roma. Penso anche a come Martone ha teatralizzato le Operette morali di Leopardi.

E comunque, il motivetto tanto atteso alla fine arriva, anch’esso in forma di raffinata citazione.

Savino Paparella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Savino Paparella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

È l’ultimo numero: un anziano signore (è lo stesso Latini con spiritosa bombetta in testa) attraversa a mezz’aria la scena. Dice sornione Branca branca branca, leon leon leon... e fragorosamente esplode il palloncino. 

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L’ARMATA BRANCALEONE 
adattamento teatrale di Roberto Latini
da un’opera di Mario Monicelli, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli
regia Roberto Latini

con Elena Bucci, Roberto Latini, Claudia Marsicano, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso, Marco Vergani

musica e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Chiara Lanzillotta
luci Max Mugnai
assistente alla regia Giorgia Cacciabue e Alessandro Porcu
produzione Teatro Metastasio di Prato, ERT – Teatro Nazionale
con il sostegno di Publiacqua

Marta Cuscunà Earthbound. Perché il futuro è dietro la porta

Earthbound è il titolo del nuovo spettacolo di Marta Cuscunà. Uno sguardo contemporaneo su ciò che sarà il pianeta tra duecento anni.

“Non credo che ci trasformeremo in automi” ha detto qualche giorno al Festival della Letteratura a Mantova, il filosofo Slavoj Žižek. Uno che ha parecchio sèguito e uno sguardo spesso rivolto al futuro.

Eppure, già dal titolo del suo più recente libro Hegel e il cervello postumano è chiaro che secondo lui – garantista umano a oltranza – in qualcosa d’altro ci trasformeremo. 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

In che cosa ci trasformeremo?

Magari in quelle strane creature, un po’ tricheco, un po’ pipistrello, che Marta Cuscunà immagina abitare il mondo nel 2425. Ce le presenta nel suo più recente lavoro teatrale Earthbound, lei, creatrice e performer che già nel 2018, in Il canto della caduta (vedi qui e anche qui) aveva tentato il salto nel tempo e gettato uno sguardo su una remota comunità che non sapeva che farsene della guerra. Millenni fa, naturalmente.

Cuscunà ora guarda avanti, molto avanti, e affascinata dalla fantascienza radicale di Donna Hataway, prova a immaginare, con i mezzi teatrali di adesso, quel che potrebbe essere l’orizzonte umano, post-umano, o trans-umano – lo scopriremo solo vivendo – di domani.

Però la fantascienza, anche la più avanzata, come questa creata da Haraway, eco-femminista statunitense, autrice del Manifesto Cyborg, non è una previsione di futuro. È invece – almeno a mio avviso – la capacità di leggere l’oggi da un punto di vista diverso da quello abituale e banale. Giornalistico, in definitiva.

Marta Cuscunà e un pupazzo - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Posizione 2425

Seguiamo dunque Cuscunà e teletrasportiamoci assieme a lei nel 2425. Che sarà un mondo fortemente inquinato e infetto (proprio come quello odierno). Che vedrà le intelligenze artificiali svolgere tutti i compiti di routine (come succede già oggi). Un mondo in cui l’homo sapiens si abituerà a convivere con altre creature che si saranno evolute grazie a salti di specie (e anche su questo oggi siamo abbastanza ben informati, e perfino vaccinati).

Il futuro insomma è dietro la porta. Anzi, è già entrato.

EarthBound. Legati al pianeta, dipendenti dalle tecnologie

Pure il vocabolario usato dalle future creature sembra quello contemporaneo. Parole come connessione, abilitazione, sincronizzazione, tornano spesso, a ricordarci che ieri, come oggi e come domani, siamo stati e saremo sempre dipendenti dalla tecnologia.

Molti millenni erano la fusione e la lavorazione dei metalli. Ci si sono poi messi la polvere da sparo, il motore a vapore, quello a scoppio, quello elettrico, e infine Steve Jobs e Bill Gates, ad asciugarci il sudore della fronte e a indirizzarci verso una vita sedentaria.

Quella che le future creature di Earthbound sembrano esercitare nel loro habitat, ora spiaggiate sopra uno scoglio, ora appese per le zampe a un ramo, oppure rannicchiate come una pianta cactacea nella propria comfort zone.

Earthbound. Abitanti di un’enorme sfera che gira

Nell’impianto scenografico che Paola Villani ha preparato per Earthbound c’è una enorme sfera abitata che gira. E lascia di volta in volta intravedere questi nuovi esseri – simbiogenetici scrive Haraway – cui le leggi del sovrapopolamento hanno ostacolato la riproduzione. Oppure dà visibilità a esseri decrepiti e fisicamente impotenti (in pratica, la nostra specie, oramai prossima all’estinzione). 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Di lato, Villani ha collocato un alberello stentato, per dire che la natura naturans comunque esiste ancora. E si potrebbe in qualche modo farla rifiorire, grazie alle tecnologie green, naturalmente.

A fare la spola tra la sfera e l’alberello c’è Cuscunà, che si muove veloce e disinvolta su un monoruota (se non immaginate che cos’è, vedetevi questo link)) e dà voce a una futura intelligenza artificiale. Non troppo diversa però dall’Alexa contemporanea di Amazon (vedi qui un mio post su di lei), anche nelle numerose e divertenti defaillance di cui è zeppa la vita degli/delle assistenti digitali di oggi.

Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Animatronica

Dovessimo usare parole difficili, diremo che la distopìa annunciata da Donna Haraway e portata in scena da Cuscunà, con pupazzi animatronici (cioè meccanismi rigorosamente mossi a mano) è un’immagine dello stato di equilibrio delle società odierne.

La contesa tra la spinta all’innovazione avventurosa e le sicurezze riposte nella tradizione. O con più semplici parole, l’inestinguibile battaglia tra progressisti e conservatori, tra gli integrati e gli apocalittici che Umberto Eco immaginava scontrarsi nella cultura di massa. E che oggi si è trasferita, nel mondo occidentale almeno, ai consumi di massa. Letali, come si sa, per la sopravvivenza del pianeta.

Gli aggeggi aninatronici di Earthbound - ph Guido Mencari
Gli aggeggi aninatronici di Earthbound – ph Guido Mencari

Su questo Haraway e l’antropologo francese Bruno Latour (da cui Cuscunà ha ripreso il titolo Earthbound) hanno parecchie cose da dire.

Gli spettatori più attenti sapranno coglierle e ci rifletteranno sopra. Io per esempio vi ho scorto la somiglianza tra intelligenze artificiali e immortalità dello spirito. Che è un pensiero parareligioso.

Altri, meno portati a sognare il futuro, potranno seguire la favola , ma senza entusiasmarsi troppo. Perché l’avvenire non è materia per tutti i palati.

Se vi interessa tuttavia sapere qualcosa di più su Haraway e sul suo romanzo, andate qui e buona lettura.

Oppure guardatevi questo video:

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EarthBound
ovvero le storie delle Camille

liberamente ispirato a Staying with the trouble di Donna Haraway
di e con Marta Cuscunà
scena Paola Villani
assistenza regista e scenografica Marco Rogante
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Etnorama
con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal (Lisbona)
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, i-Portunus, A Tarumba – Teatro de Marionetas (Lisbona)

Christoph Marthaler e l’uomo che faceva cantare i caloriferi

Agile, portatile, essenziale, Aucune idée è lo spettacolo che il regista svizzero Christoph Marthaler ha presentato a Napoli, al Teatro Bellini, nel cartellone internazionale di Campania Teatro Festival. Un tuffo carpiato nell’assurdo. Quello dell’altro secolo.

Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler

Ironico, o autoironico chissà, Christoph Marthaler ha voluto intitolare Aucune idée una di quelle operine che da tempo alterna a impegni più sostanziosi e regie musicali nei maggiori teatri d’Europa. Aucune idée, letteralmente, significa nessuna idea

Mai titolo fu più esatto, fatta la tara di quella autoironia, che come il sale, o il peperoncino, è un ingrediente abituale nei lavori del regista svizzero.

Christoph Marthaler
Christoph Marthaler

Marthaler: cavalcare la storia

Ho un bel ricordo del giovane Marthaler. Negli anni ’90, quando era quarantenne, il suo era il nome emergente del teatro europeo. Con Murx den Europäer (la presa in giro della Ddr-nostagia e dell’europeismo entusiasta, nati subito dopo la caduta del Muro), Marthaler lo svizzero sbaragliava registi centroeuropei assai più accreditati e maturi. Che stavano appena digerendo la svolta storica. Lui invece la cavalcava.

Sornione, un po’ stravolto, capelli lunghi e un cappellaccio rincagnato in testa, lo incontrammo una sera alla Volksbühne a Berlino, nella taverna del teatro. Le taverne sono i posti migliori nei teatri per incontrare gente. Davanti bicchieri di vino riempiti fino all’orlo, in un italiano impeccabile, Marthaler ci diede allora prova del suo pungente spirito.

La stesso che ritrovammo in altri spettacoli, successivi, più imponenti: Stunde Null, Winch only, Papperlapapp... Quelli che ce lo fecero conoscere meglio, e nei quali spiccava spesso, allampanata e originale, la figura di Graham F. Valentine

Guardate Valentine alla Cour des Papes di Avignone, mentre amoreggia con una lavatrice.

Papperlappap (2010) – regia Christoph Marthaler – ph Christophe Raynaud de Lage

Qui ne trovate anche un estratto video, dov’è vestito da arcivescovo.

Quel portamento stordito

Scozzese, capelli rossi e irrequieti, uno spiccato temperamento musicale e il dono di una parlantina sciolta, capace di destreggiarsi in ogni lingua, Valentine era entrato a gamba tesa nella teatrografia del regista fin da quando, studente a Zurigo, aveva preso alloggio nella pensione di famiglia dei Marthaler. Affiatamento immediato.

La sua flemma britannica, le cantatine in falsetto, il portamento stordito, l’impeccabile parrucchino, hanno da allora attirato l’occhio e l’orecchio dello spettatore in tanti importanti titoli del regista fino a farne una icona attesa.

Guida turistica cieca, Valentine trascinava in palcoscenico folle di onesti servitori dello stato in Stunde Null. O si accoccolava tra la mobilia malandata di casa in Das Weisse vom Ei. Che era una commedia di Labiche, rimaneggiata con spirito salace.

Puntando su questo singolare talento, Marthaler ha voluto costruire uno spettacolo-dedica al compagno d’avventure teatrali di sempre. E gli ha cucito addosso una sequenza di azioni per farlo davvero protagonista, maestro di cerimonie di scena in uno di quei “non luoghi” (sale d’attesa, aeroporti, stanze d’albergo…) che sono gli ambienti preferiti da Marthaler.

Sul pianerottolo

Nel caso di Alcune idée è un pianerottolo, sul quale si aprono molte porte. Dalle quali entrare e uscire, improbabilmente, come nelle commedie di Feydeau

È qui che Valentine di affanna ad aprire una cassetta postale, ma per una ventina di volte si lascia di mano il mazzo di chiavi. È qui che si finge scassinatore, ma rinuncia al colpo perché troppo faticoso per la sua indolenza. È qui che smonta e rimonta il radiatore del riscaldamento, fino a farlo cantare.

Graham F. Valentine e Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler – ph. Julie Masson

Davanti a quel calorifero, lui stesso si cimenta poi nel recitarcantando di un classico dadaista. Il Ribble Bobble Pimlico di Kurt Schwitters, suo cavallo di battaglia da oltre trent’anni.

Tutte cose che sarebbero state bene in bocca al Joyce più misterioso, al Beckett più sperimentale, o in una delle pagine che il reverendo Carroll dedica ad Alice nel suo paese di meraviglie.

Graham F. Valentine e Martin Zeller in Aucune idée - regia Christoph Marthaler - Campania Teatro Festival
Aucune idée – regia Christoph Marthaler – ph. Julie Masson

Sotto i ponti del teatro

Sono questi i riferimenti, magari solo le suggestioni, che – nella mancanza di idee del titolo – Marthaler offre agli spettatori. Come se ci volesse far sorridere con le ripetizioni infinite, i dialoghi insensati , le battute surreali, quell’Assurdo che piaceva negli anni Cinquanta, quando era un’alternativa a lavori impegnati e realistici. 

Ma nel frattempo, tanta acqua è passata sotto i ponti del teatro. 

Così, con infinita comprensione, e uno sbuffo di noia, perfino gli spettatori più attenti attendono la fine degli 80 minuti di Aucune idèe

Li rincuora, qua e là, la viola da gamba di Martin Zeller, musicista dal vivo, ma un po’ anche attore, sparring partner che si destreggia tra Wagner e Bach, eseguiti anche loro col piglio ironico della ditta Marthaler. Che si sa, non risparmia nemmeno Tristano e Isotta

Ma siamo lontani da quello spirito caustico che motivava le aspettative.

Sarà che di tempo ne è passato. Che l’Europa è cambiata. Che l’ironia, migrante per natura, si è imbarcata per altri Paesi, su altre rotte.

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AUCUNE IDÉE

IDEATO E DIRETTO DA CHRISTOPH MARTHALER
DRAMMATURGIA MALTE UBENAUF
SCENOGRAFIA DURI BISCHOFF
MUSICHE MARTIN ZELLER
COSTUMI SARA KITTELMANN
LUCI JEAN-BAPTISTE BOUTTE
SUONO CHARLOTTE CONSTANT 
ASSISTENTE ALLA REGIA CAMILLE LOGOZ, FLORIANE MÉSENGE
COSTRUZIONE SCENOGRAFIA E OGGETTI DI SCENA THÉÂTRE VIDY-LAUSANNE
PRODUZIONE ANOUK LUTHIER
CON GRAHAM F. VALENTINE, MARTIN ZELLER
PRODUZIONE THÉÂTRE VIDY-LAUSANNE
COPRODUZIONE FESTIVAL D’AUTOMNE THÉÂTRE DE LA VILLE (PARIS), TEMPORADA ALTA – FESTIVAL INTERNATIONAL DE CATALUNYA GIRON/SALT, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – CAMPANIA TEATRO FESTIVAL, TANDEM SCÈNE NATIONALE,  MAILLON – THÉÂTRE DE STRASBOURG SCÈNE EUROPÉENNE, THÉÂTRE NATIONAL DE NICE – CDN NICE CÔTE D’AZUR, LE MANÈGE – SCÈNE NATIONALE, MAUBEUGE 

Dimitris Papaioannou. La scena è un toro. E va presa per le corna

Dopo il debutto di giugno a Lione, Trasverse Orientation, lo spettacolo creato da Dimitris Papaioannou, è stato ospite a Napoli, a Campania dei Festival. Toccherà prossimamente Torino Danza (dal 23 al 26 settembre) e il Festival Aperto di Reggio Emilia (dall’1 al 3 ottobre).

Dire capolavoro è scegliere una parola banale.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert
Transverse Orientation – tutte le foto sono di Julian Mommert

La bestia

Un toro nero, enorme, aggressivo, irrequieto, si agita in scena. Da’ di corna, tenta l’assalto, mette paura. A manovrare il grande pupazzo – questa macchia mobile e scura che si staglia su uno sfondo bianchissimo – ci sono sei giovani uomini. Uno uguale all’altro, vestiti come Dimitris Papaioannou veste sempre i suoi uomini. Giacca e pantaloni neri, affusolati, camicia bianca, scarpe nere – l’uniforme dei suoi spettacoli.

La bestia scalpita. Uno degli uomini si spoglia – si spogliano sempre nei suoi spettacoli – lo fa lentamente e la sua figura nuda, esposta, bianca, si avvicina con mille cautele al toro. Tenta una prima carezza, poi un’altra. Offre il dorso della mano a quelle narici umide. Poi prova con l’acqua, in un secchio. La bestia ci infila il muso, ne sentiamo il rumore, si abbevera, si tranquillizza, diventa mansueta.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Faranno una specie d’amore, più tardi, l’uomo e il toro. Lui lo prenderà per le corna e aderirà a quel corpo bestiale. Nella luce ora calda di un riflettore, diventeranno una cosa sola, una sola immagine. E al centro della scena, oppure di lato, quel toro accompagnerà noi spettatori per quasi due ore. Di immaginazione pura.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

L’architetto della materia

Ci sono immagini, in questo Tranverse Orientation, che rimarranno nella storia dello spettacolo contemporaneo. Come sono rimaste nella memoria le scene che hanno ideato Robert Wilson, Pina Bausch, Jan Fabre, Luca Ronconi.

Dimitris Papaioannou, greco, 57 anni, appartiene a quella stessa categoria di artisti. Dire regista, o coreografo, o pittore, è scegliere categorie dell’altro secolo. Papaioannou è un architetto delle materia. E anche il corpo è materia viva per lui, come lo sono l’acqua, il legno, la pietra, la plastica, le corde, gli abiti neri.

Con la materia Papaioannou compone quadri nitidi e bellissimi. In tre dimensioni. È un maestro dei chiaroscuri, delle nature morte. Ma dà pure vita a immagini mostruose. Ibridi animati e inanimati, creature di sogno: dite pure d’incubo, se avete paura della sua creatività estrema. 

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Ibridi

Un torso femminile si innesta su un addome di rettile e avanza verso la ribalta come uno dei mostri di Jeronimus Bosch. Una donna prima, un uomo poi, si intrappolano nella rete di un lettino pieghevole e con quell’oggetto avvolgente, pericoloso, combattono una battaglia mortale.

Una creatura marina, in proscenio, sotto i nostri occhi, cambia pelle e in questa muta diventa uomo, tra cascate di perline luminose. Omuncoli neri, corpo imponente, testolina minuscola a palla, si comportano come lemming, mentre salgono e scendono su scale snodabili di metallo.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Centauri, sirene, satiri, arcimboldi, sono i soggetti di Transverse Orientation.

Impressiona la donna che nel riquadro di altarino a forma di vulva partorisce un neonato plastico, tra scrosci di liquido limaccioso. Ma poi diverte, quella stessa donna, quando simile a una fontana vivente inonda il palco di acqua con zampilli barocchi, a decine.

Una porta erutta blocchi e lastre di pietra. Schiavi neri devono spostarli, accumularli, sovrapporli in torrioni o colline pericolanti e sghembe. Che ricadranno fragorosamente a terra. Profili di atleti da vaso greco inutilmente si affannano a far roteare i cubi sui quali si ergono in equilibrio precario.

L’erotismo si mescola al divertimento. Rivaleggiano la nudità e il mistero. Vivaldi e le sue sonate, discretamente, in sottofondo, di tanto in tanto accompagnano le invenzioni.

Miti mediterranei

“Vi prego, non chiedetemi a chi o a che cosa mi ispiro, non lo so nemmeno io. È l’immaginario collettivo che mi si rovescia addosso, io so soltanto dargli forma” dice Papaioannou a chi con ostinazione stolta vuole conoscere le radici, le fonti, le intenzioni.

Non si riconosce nemmeno nel mito, che qui potrebbe abbondare: dal Minotauro cretese, a Sisifo esasperato, alle Veneri di Botticelli. “Per molto tempo ho fatto il pittore” dice e noi sappiamo che è stato allievo di un grande della pittura greca moderna, Yannis Tsarouchis, “adesso porto quelle stesse figure in scena”.

Come capita oramai in questo nuovo secolo, è l’artista a lanciare il sasso. Lo spettatore lo raccoglie e lo fa suo, riconoscendo in quelle immagini il proprio vissuto, le proprie esperienze, le proprie visioni.

Ed è facile, per noi mediterranei, pronipoti di Omero, riconoscersi negli archetipi e le favole della infanzia della nostra civiltà. “Ovunque io vada, la Grecia mi accora” scriveva Seferis.

Transverse Orientation by Dimitris Papaioannou - ph Julian Mommert

Così il paesaggio finale, l’affresco sublime che chiude Trasverse Orientation – e che non bisogna svelare – ci lascia negli occhi l’immagine dell’uomo che con il suo mocio vorrebbe asciugare il mare. Quel mare su cui siamo tutti nati.

Subito dopo scrosciano gli applausi.

Come ho fatto in altri post di QuanteScene!, dedicati a spettacoli di Papaioannou (clicca qui per Sisyphus) (e qui per Ink) , vi consiglio di dare un’occhiata al suo sito ma soprattutto al video di Transverse Orientation.

Che è di una bellezza impressionate e abnorme. Sarete d’accordo con me.

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TRANSVERSE ORIENTATION
Conceived – Visualized + Directed by DIMITRIS PAPAIOANNOU

With DAMIANO OTTAVIO BIGI, ŠUKA HORN, JAN MÖLLMER, BREANNA O’MARA, TINA PAPANIKOLAOU, ŁUKASZ PRZYTARSKI, CHRITOS STRINOPOULOS, MICHALIS THEOPHANOUS

Music ANTONIO VIVALDI 
Set Design TINA TZOKA + LOUKAS BAKAS
Sound Composition + Design COTI K. 
Costume Design AGGELOS MENDIS
Collaborative Lighting Designer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Music Supervisor STEPHANOS DROUSSIOTIS
Sculptures + Special Constructions – Props NECTARIOS DIONYSATOS  
Mechanical Inventions DIMITRIS KORRES 

Creative – Executive Producer + Assistant Director TINA PAPANIKOLAOU
Assistant Directors + Rehearsal Directors PAVLINA ANDRIOPOULOU + DROSSOS SKOTIS
Assistant to the Set Designers TZELA CHRISTOPOULOU
Assistant to the Sound Composer MARTHA KAPAZOGLOU
Assistant to the Costume Designer AELLLA TSILIKOPOULOU
Special Constructions – Props Assistant EVA TSAMBASI
Photography + Cinematography JULIAN MOMMERT

Technical Director MANOLIS VITSAXAKIS
Assistant to the Technical Director MARIOS KARAOLIS
Stage Manager – Sound Engineer + Props Constructions DAVID BLOUIN  
Props Master TZELA CHRISTOPOULOU
Lighting Programmer STEPHANOS DROUSSIOTIS
Costumes Construction LITSA MOUMOURI, EFI KARATASIOU, ISLAM KAZI
Stage Technicians KOSTAS KAKOULIDIS, EVGENIOS ANASTOPOULOS, PANOS KOUSOUMANIS
Lighting Constructions MILTOS ATHANASIOU
Silicone Baby made by JOANNA BOBRZYNSKA-GOMES
Props Team NATALIA FRAGKATHOULA, MARILENA KALAITZANTONAKI, TIMONTHY LASKARATOS, ANASTASIS MELTIS, ANTONIS VASSILAKIS

Executive Production 2WORKS in collaboration with POLYPLANITY PRODUCTIONS
Executive Production Associate VICKY STRATAKI 
Executive Production Assistant KALI KAVVATHA
Props Production Manager PAVLINA ANDRIOPOULOU
International Relations + Communications Manager JULIAN MOMMERT

A production of ONASSIS STEGI 
To be first performed at ONASSIS STEGI (2021)

Co-Produced by FESTIVAL D’AVIGNON, BIENNALE DE LA DANSE DE LYON 2021, DANCE UMBRELLA / SADLER’S WELLS THEATRE, FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA, GREC FESTIVAL DE BARCELONA, HOLLAND FESTIVAL – AMSTERDAM, LUMINATO (TORONTO) / TO LIVE, NEW VISION ARTS FESTIVAL (HONG KONG), RUHRFESTSPIELE RECKLINGHAUSEN, SAITAMA ARTS THEATRE / ROHM THEATRE KYOTO, STANFORD LIVE / STANFORD UNIVERSITY, TEATRO MUNICIPAL DO PORTO, THÉÂTRE DE LA VILLE – PARIS / THÉATRE DU CHÂTELET, UCLA’S CENTER FOR THE ART OF PERFORMANCE

With the support of FESTIVAL APERTO (REGGIO EMILIA), FESTIVAL DE OTOÑO DE LA COMUNIDAD DE MADRID, HELLERAU – EUROPEAN CENTRE FOR THE ARTS, NATIONAL ARTS CENTRE (OTTAWA), NEW BALTIC DANCE FESTIVAL, ONE DANCE WEEK FESTIVAL, P.P. CULTURE ENTERPRISES LTD, TANEC PRAHA INTERNATIONAL DANCE FESTIVAL, TEATRO DELLA PERGOLA – FIRENZE, TORINODANZA FESTIVAL / TEATRO STABILE DI TORINO – TEATRO NAZIONALE
Funded by the HELLENIC MINISTRY OF CULTURE AND SPORTS
Dimitris Papaioannou’s work is supported by MEGARON – THE ATHENS CONCERT HALL

We would also like to thank the team at LEMON POPPY SEED for styling the performers’ hair.

Trailer filmed by JULIAN MOMMERT + edited by DIMITRIS PAPAIOANNOU

La carica dei 90. I novantasette anni di Gianfranco De Bosio, nel segno del teatro veneto

Per Tullio Kezich, che nel suo libro La rivolta degli attori, raccontava il teatro come prologo del Sessantotto, Gianfranco De Bosio era il sergente di ferro

“De Bosio è il sergente di ferro del teatro italiano. Colui che ha inventato la giornata lavorativa di 16 ore. Il regista di cui gli attori temono la tempra infaticabile. L’uomo di cui si sospettano origini teutoniche” scriveva Kezich nel 2005.

Nico Pepe e Gianfranco De Bosio in una foto (1957) dell'archivio del Teatro Stabile di Torino
Nico Pepe e Gianfranco De Bosio in una foto (1957) dell’archivio del Teatro Stabile di Torino

In realtà De Bosio è nato a Verona, la città più shakespeariana d’Italia, il 16 settembre 1924. Oggi dunque, il sergente di ferro compie 97 anni. E non ha smesso affatto di lavorare. 

Un regista per Ruzante

Di De Bosio si ricorda la pluridecennale devozione a Ruzante, l’autore cinquecentesco veneto, da lui introdotto nel teatro italiano del ‘900. 

La Moscheta, allestito nel 1950 con Giulio Bosetti protagonista, poi con Cesco Baseggio e dieci anni più tardi con Franco Parenti nello stesso ruolo, è stato il capitolo fondamentale della presenza ruzantiana sulle scene nazionali. Così come i successivi L’Anconitana e Bilora (1965), La Betìa (1969), Vaccària (2005). 

Anche negli allestimenti delle opere di Carlo Goldoni, De Bosio ha lasciato il proprio incisivo segno di regista, diverso certo da quello di Strehler e di Ronconi, e decisamente più affine alla lingua e al temperamento del commediografo veneziano: da La famiglia dell’antiquario (1952) a Il bugiardo (1962), poi Le donne de casa soa (1986), Le massère (1992), La bottega del caffè (1993).

Meno noto, forse messo in ombra dal ruolo di regista princeps del teatro veneto, il suo contributo alla cinematografia italiana degli anni 60: Il terrorista (1963), con Gian Maria Volontè, è un film ispirato alla sua attività di partigiano, attivo nella Resistenza in area veronese, e al suo comandante di allora Otello Pighin.

locandina di Il terrorista (1963) regia Gianfranco De Bosio

“Una radiografia della Resistenza, vent’anni dopo, una verifica, un esame di coscienza” scriveva sempre Kezich.

A quegli episodi del ’44 De Bosio ha appena dedicato un libro, di carattere storico, pubblicato proprio quest’anno da Neri Pozza: 1944. Fuga dal carcere. La liberazione di Giovanni Roveda.

Gian Maria Volontè in una scena di Il terrorista (1963)
Gian Maria Volontè in una scena di Il terrorista (1963)

Dovete sentirlo

A chi voglia conoscere meglio la caratura artistica e soprattutto lo sfaccettato carattere umano di Gianfranco De Bosio, posso consigliare una bella intervista audio (clicca qui) curata da Silvia Iracà e Pietro Crivellaro, che si può ascoltare sul sito di Patrimonio Orale, la collezione digitale di fonti orali per le arti della scena, ideata da Donatella Orecchia per il Progetto Ormete.

Per finire

Le felicitazioni a Gianfranco De Bosio per questi 97 anni di infaticabile attività sono infine d’obbligo. Accanto all’augurio che nel non lontano 2024 possa toccare i 100. Segno – nel bene e nel male – della longevità del teatro italiano.

Se quarantadue centimetri vi sembrano pochi. Gap of 42.

Si conclude domani, 5 settembre, a Cividale del Friuli, la 30esima edizione di Mittelfest. Un cartellone nel quale – anche grazie ai tedeschi Rimini Protokoll, agli olandesi Strijbos e van Rijkwijk e ai loro progetti pensati apposta per il festival – si poteva leggere il balzo che lo spettacolo dal vivo sta compiendo in questi anni verso formati ibridi: #audiowalks, #musicscape, #soundspecificsound, #locativeaudio… O come si diceva un tempo Land Art.

Provate a leggere e a guardare il post procedente, dedicato a Remote, di Rimini Protokoll.

Eppure, nella fusione imprevedibile di linguaggi che caratterizza un festival – questo festival – anche il corpo, elemento di base e essenza, secondo alcuni, di ogni performance, può trovare il suo spazio eletto, la sua celebrazione.

Senza sussidi tecnologici, senza indagini drammaturgiche. Il corpo, da solo, immediato, con la sua presenza, la sua forza, la sua differenza. 

Provate adesso a leggere ciò che vi racconto di Gap of 42.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency
tutte le immagini @Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Lui e lei

Lui è alto. Lei è bassina. Lui si chiama Chris, lei Iris. Lei ha gli occhi chiari, lui scuri. Coppia come tante altre, se non per un particolare, che li rende assolutamente speciali.

Lui è altro 42 centimetri più di lei. Lei pesa 42 chili meno di lui. In questa differenza è il senso del loro spettacolo: Gap of 42. Lo scarto su cui hanno costruito la loro identità di artisti e ginnasti.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Giocano prima sulle misure. Lui si accovaccia. Lei si alza sulle punte. Poi lui seduto sullo sgabello. Lei orgogliosamente in piedi. O viceversa. La sfida è mantenere gli occhi, lo sguardo, la relazione alla stessa altezza.

Adesso è il momento delle presentazioni. Lo scarto diventa visibile, clamoroso. Lei uno scoiattolo. Lui è una sequoia. Lui è lento, statico, arborescente. Lei mobilissima, gli gira attorno, lo studia, lo esplora.

Cresce il rapporto. Lui accetta quell’innamoramento strano. Lei osa di più. Si arrampica su di lui, lo scala, lo risale, gli si siede in testa.

Senza parole, solo con un po’ di musiche, il loro spettacolo può raccontare molte storie. Bastano quelle presenze fisiche, la loro forza, la loro fiducia, a far crescere le narrazioni. Lavorano mano nella mano.

Sotto uno chapiteau

Il loro linguaggio, certo, è quello del circo. Tant’è che qui a Cividale, si esibiscono sotto uno chapiteau (e ci sono i sacchetti di pop corn per gli spettatori).

Del circo ci sono tutti i fondamentali: l’acrobazia, i numeri un po’ clowneschi, le luci puntate sul centro della pista, l’umorismo e il momento di suspence, per il salto mortale, a quattro metri di altezza.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Ma gli spettatori, seduti sulle immancabili panche di legno, corrono molto più in là con l’immaginazione. Il filo del rischio già mette i brividi… e se lei scivolasse, se lui sbagliasse la presa, se un attimo di distrazione si trasformasse in rovinosa caduta? 

Però si potrebbero immaginare Chris e Ines anche al di fuori di questa situazione. Nella vita ordinaria, nel tran tran quotidiano, dove 42 centimetri di differenza diventano motivo di preoccupazione. Oppure di divertimento. Sempre mano a mano.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

Un gap of 42 centimetri

E adesso voi? Provate a pensarci pure voi. Quanti centimetri e quanti chili vi separano dal/la vostro/a partner? Siete già riusciti a colmare la distanza? Non solo quella distanza. Pensateci, dai.

Cividale del Friuli, MITTELFEST 2021 - EREDI - GAP OF 42 - CHRIS & IRIS  Foto © 2021 Alice BL Durigatto / Phocus Agency

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GAP OF 42
di e con Iris Pelz e Christopher Schlunk
Occhio esterno Stefan Schönfelt
Musica Schroeder (con Jan Fitschen, Felix Borel e Bella Nugent)
Coaching teatro di figura Anne-Kathrin Klatt
Dance coaching Laura Börtlein
Luce / Tecnica Marvin Wöllner
Produzione Duo mano a mano Chris e Iris per Mittelfest 2021
Fondi e partner Fonds Darstellende Künste con i fondi del Commissario Federale per la Cultura e i Media, Hessische Kulturstiftung, Kulturzentrum Tollhaus Karlsruhe, Bürgerstiftung Tübingen, Dipartimento della Cultura della Città di Tubinga

Rimini Protokoll, in cuffia a Mittelfest. Appuntamento al cimitero

C’è tempo fino a domenica 5 settembre per partecipare a Remote Cividale del Friuli: un format che il gruppo teatrale tedesco Rimini Protokoll (uno dei suoi fondatori, in particolare, Stefan Kaegi) ha realizzato in molte città del mondo, e proposto adesso anche a Mittelfest, quassù ai confini d’Italia. Ho partecipato. Potreste farlo anche voi. Vi dico perché.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli
Tutte le immagini di questo post sono di Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

L’appuntamento è al cimitero, un po’ fuori mano. Hai deciso di partecipare a Remote Cividale del Friuli dei Rimini Protokoll, e qui sei stato convocato, alle 17.30 di un sabato pomeriggio.

Non è per un malinteso senso del macabro che ti hanno convocato proprio qui. Ma perché i cimiteri – che probabilmente frequenti poco – sono i soli luoghi dove si può avviare una riflessione non banale su ciò che separa i vivi (che ti stanno attorno) dai morti (che invece stanno là sepolti dalla terra). E riflessioni così, probabilmente, non ne fai molto spesso. 

Siete già in dieci, convocati qua, e altri via via si aggiungono. All’ora fissata, siete una trentina. Vi hanno dotati di cuffie per l’ascolto individuale e vi stanno dando delle istruzioni. Da remoto. È per questo che Remote Cividale del Friuli si chiama così.

“Lei è in attesa di Remote Cividale del Friuli. Si metta comodo. Può sedersi sui gradini, o sul marciapiede, lungo la ringhiera. Cerchi un posto all’ombra. Ma non vada lontano. Se il volume è troppo alto o troppo basso, lo sistemi nel suo ricevitore. E per cortesia, indossi la mascherina non appena si avvicina agli altri. Remote Cividale del Friuli inizierà tra pochi minuti. Riceverà un segnale. Si prenda il suo tempo. Si rilassi”. 

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Possiamo cominciare 

Scarpe comode, ti avevano detto, e così hai fatto. Una bottiglietta d’acqua. E un abbigliamento leggero. Attento che potrebbe piovere. Bene, sei a posto. Una volta pronto , in cuffia, sentirai una voce femminile che si presenta.

“Il mio nome è Fabiana. È un piacere conoscerLa. Posso darle del tu?
Immagini un viso mentre mi ascolti? Come sono i miei occhi? Come sono le mie labbra? La mia voce ti sembra strana? Suona un po’ artificiale, vero? Le mie parole sono composte da sillabe. E queste sillabe creano la mia identità. Ecco perché a volte suono strana. Credi che io abbia una strana identità? In futuro sarà sempre più difficile distinguere tra umani e umanoidi. Distinguere tra ciò che è ancora vivo e ciò che è già morto. Ma questa distinzione sarà ancora necessaria in futuro? Proverò ad aiutarti a trascendere queste distinzioni. Ti fiderai di me?”.

Seguendo le indicazioni di Fabiana, ti muoverai dentro al cimitero, sosterai davanti alle tombe, percorrerai i viali. Fabiana ti inviterà a camminare, a stare fermo, a guardare, a pensare. Ai vivi e ai morti. Questo, il navigatore che hai in macchina non lo sa fare. Eppure, proprio come lui, Fabiana non ha un corpo. Ha solo la voce. Perciò entrambi amano molto lavorare con gli umani.

Sarà un piccolo rito, questo che fate al cimitero. Potrai riflettere sul tuo corpo, che un giorno sarà qui, sotto la terra, o in qualche altro posto simile. Potrai pensare alla sua decomposizione. Non solo della carne, ma anche del ricordo che gli altri avranno di te. Perché anche i ricordi si decompongono. Proprio come i corpi.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

A questo punto Fabiana ti inviterà a uscire dal cimitero, a prendere la via della città. Ma non quella abituale. Non sempre la via più corta è la migliore. A volte ti avvicini di più all’obiettivo se prendi una deviazione. Così comincerai a camminare insieme agli altri. Trenta camminatori. Un gruppo. Una comunità. Un’orda, secondo il lessico di Fabiana.

A dire il vero, in mezzo a quella piccola società, sarai solo. Solo con quella voce, che ti si infila nelle cuffie. Fabiana vi guiderà per strade a te sconosciute, per viottoli al margine della città, tra filari di viti, campi di ulivi, terreni falciati. E vi farà riflettere per esempio sul fatto che ciò che ti sembra natura, è invece paesaggio agricolo, artificialmente modellato. Che ogni frutto di quegli alberi diventerà oggetto di consumo. Prodotto per un mercato. Natura uguale denaro. Sempre più spesso.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Non ha esperienza del mondo, ma lo comprende grazie a te

Mentre cammini, oppure mentre sei fermo al passaggio a livello, la voce ti svelerà la propria natura. Digitale, sintetica, un algoritmo che non ha esperienza del mondo, ma lo comprende grazie alle tue azioni. E alle tue reazioni. È un umanoide. Fabiana fa parte di quelle cose che tu chiami intelligenza artificiale.

A volte ti sembrerà ironica, spiritosa. A volte ti infastidiranno i suoi comandi. Svolta a destra. Segui il marciapiede. Adesso a sinistra. Attraversa la strada. Attento alle macchine. Cammina un po’ più veloce. 

“In che modo gli altri influenzano la tua velocità? e in che modo tu influisci sulla velocità degli altri? Puoi farli andare più veloci? Prova a sorpassare la persona che hai davanti. Dai, prova! Quelli in cima al gruppo rimarranno sempre lì? Chi sta rimanendo indietro di proposito? Proverò ad essere un buon pastore. Ma alcuni saranno sempre troppo pigri per me. Cerca almeno di non restare troppo indietro”. 

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Fabiana, quando fai così, mi stai proprio antipatica. Eppure la seguirai, la asseconderai. Proprio come faranno i tuoi compagni di avventura, i trenta camminatori. Fabiana vi guiderà verso non-luoghi, i templi della periferia. Poi vi avvicinerete al centro, e anche là, altri luoghi, altre strade, altri edifici: un paesaggio urbano da esplorare assieme, da conoscere, da mettere in cima alle tue riflessioni. Per un momento. Per poi concentrarsi sulla prossima tappa.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

Da remoto

Non voglio svelarti altro. Come la maggior parte delle creazioni di Rimini Protokoll (vedi qui il loro sito), Remote Cividale del Friuli non è uno spettacolo. È un’esperienza 

Come 100% City, come in Home visit Europe, anche le diverse declinazioni geografiche di Remote si collocano in un filone di creazioni teatrali, che conta sempre più esempi nel mondo. Un teatro che prescinde da personaggi, interpreti, vicende. E forse anche dagli spettatori. Perché in Remote tu sei un camminatore. Come in Home Visit Europe sei un giocatore. Come in 100% City, un soggetto percentuale in un giocoso esperimento di statistica. 

Remote è un esercizio sull’esperienza sul camminare, sul quotidiano urbano, sul vivere la città, che osservata in questo modo, assume significati diversi. O addirittura li assume per la prima volta. Perché camminiamo in un certo modo? Perché scegliamo sempre certi percorsi? Ci avevi mai pensato? Hai avuto bisogno di qualcuno che ti ci faccia pensare da remoto.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

“Per andare avanti devi costantemente lasciare delle cose indietro. Per andare avanti, devi dimenticare, e dimenticare, e dimenticare…. Io non dimentico mai. Fermati un attimo e goditi il silenzio. Adesso girati e cammina. Guarda come camminano. In modo strano vero? Come se qualcuno li stesse controllando da remoto. Non ne hanno idea. Ti senti preso in giro essendo controllato da remoto da una strana voce? O invece ti piace, se qualcuno ti dice cosa fare, e non devi prendere decisioni?”. 

Alla fine, dopo 100 minuti di Remote Cividale del Friuli scoprirai di essere un po’ cambiato – come sono cambiato io – almeno nel modo di vedere certe cose, magari piccole, ma è il modo di pensarle che conta. E questo, per il teatro, benché da remoto, è un bel traguardo.

Rimini Protokoll - Remote Cividale del Friuli

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Per approfondire un po’, vedi qui sotto l’intervista a Stefan Kaegi realizzata da Renzo Francabandera per Remote Milano.

Oppure vedi qui, attraverso gli occhi di questo blog, un altro spettacolo di Rimini Protokoll.

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REMOTE CIVIDALE DEL FRIULI
di Rimini Protokoll (Stefan Kaegi / Jörg Karrenbauer)
Idea, testo e regia Stefan Kaegi
Ricerca, testo e regia di Cividale del Friuli Jörg Karrenbauer
Sound design Nikolas Neecke
Sound design di Cividale del Friuli Peter Breitenbach, Karolin Killig
Drammaturgia Aljoscha Begrich
Direzione di produzione Monica Ferrari

“Remote X” è una produzione di Rimini Apparat
In coproduzione con HAU Hebbel am Ufer Berlin, Maria Matos Teatro Municipal e Goethe-Institute Portugal, Festival Theaterformen Hannover/Braunschweig, Festival d’Avignon, Zürcher Theater Spektakel, Kaserne Basel
Con il sostegno di Capital Cultural Fund Berlin, Swiss Arts Council Pro Helvetia e Fachausschuss Tanz und Theater Kanton Basel-Stadt.
Una coproduzione Rimini Protokoll / House on Fire con il sostegno del Programma Culturale dell’Unione Europea

Tutte le foto © Luca A. d’Agostino / Phocus Agency

Lino Guanciale. Europeana. Un secolo nel frullatore

Questa mattina, 28 agosto, nel cartellone di Mittelfest a Cividale del Friuli, Lino Guanciale e io parliamo di serialità televisiva e di teatro, di sex symbol, di This is us e di La porta rossa, di attori versatili e spettatori addormentati. E soprattutto di Europeana.

Lino Guanciale

Prendete la storia europea del XX secolo. Mettetela nel frullatore. Pigiate l’interruttore per pochi istanti. Ne verrà fuori Europeana, il libro che lo scrittore praghese Patrik Ourednik ha pubblicato nel 2001, appena terminato il secolo. 

E sono brandelli di vite, scampoli di notizie, frammenti di giornale, tragedie capitali, vicende minuscole. Tutti assieme. Da buttare giù, in una lunga sorsata.

Appena frullati, ve li versa nel bicchiere Lino Guanciale. Che non è soltanto l’attore italiano che vanta il più alto tasso di serialità televisiva. Ma è uno che spesso, anzi molto spesso, distilla teatro. Lui, sul palcoscenico, davanti al suo pubblico. A volte, con un musicista.

Europeana è anche il titolo dello spettacolo che Guanciale presenterà questa sera, sabato 28 agosto, a Cividale del Friuli, nel cartellone di Mittelfest, la manifestazione che da trent’anni raccoglie gli stimoli di teatro, danza, musica dai Paesi del Centro-Europa. Non solo quelli, naturalmente.

Patrick Ourednik - Europeana

L’intervista

Lino, com’è che a un attore viene in mente in portare in scena un libro che non sceglie se far cominciare il ventesimo secolo con la scoperta collettiva dell’inconscio (“L’interpretazione dei sogni” di Freud, 1898) o con l’inizio della produzione industriale di carta igienica (1901, in Svizzera).

“Ho letto e riletto più volte il libro di Ourednik, ci ho lavorato sopra parecchio, è un’opera che mi ha fatto scoprire l’altra faccia dell’Europa, il doppiofondo della storia, così come ci è stata raccontata. Per me, quand’ero ragazzino, l’Europa dell’Est erano certi potenti atleti, sempre vittoriosi alle Olimpiadi. Oggi, da adulto, la vedo diversamente, e il libro Ourednick, uno che ha vissuto la Primavera di Praga, me lo conferma. Perché riesce a demistificare tutti i luoghi comuni, filo-occidentali o filo-sovietici, con i quali da una o dall’altra parte della Cortina di Ferro, siamo cresciuti”.

Sarà un reading con musiche, quello di stasera a Mittelfest.

“Una formula mista. Una formula che amo moltissimo. Alcune pagine le leggerò, per mettere in evidenza la raffinata letterarietà del libro: un corpo a corpo con la carta, anche perché provo un vero piacere nel lavorare con i fogli in scena. Altre pagine le gestirò a memoria, impegnato in un altro corpo a corpo, quello con la musica”.

A teatro, Lino Guanciale lavora spesso con i musicisti, i compositori, gli ingegneri del suono. Meglio se dal vivo. In questo caso il fisarmonicista Marko Hatlak, uno che suona il suo strumento come fossero sessanta strumenti diversi.

“L’esperienza mi ha insegnato che la musica dal vivo è uno dei mezzi più potenti per mettersi in relazione con il pubblico. Certo non la devi trattare come un tappeto sonoro. Devi farne un impulso per arrivare più a fondo possibile nelle parole che porti sulla scena. Grazie alla musica, anche gli attori, oltre che il pubblico, possono sprofondare nelle parole. Per me è una specie di invasamento”.

Lino Guanciale set camerino
Guanciale sul set

I fan, le fan

Ma – tanto per capire – il pubblico viene per vedere Guanciale, o per sentire ciò che Guanciale dice?

“Magari viene per me. Ma poi si appassiona a ciò che interpreto o leggo”. 

Nei fan e nelle fan, quelle che seguono il loro beniamino ovunque, c’è anche un surplus di innamoramento.

“Credo sia un di problema tutti quegli attori e attrici a cui è capitato di avere un largo seguito. Il lavoro nel cinema e in televisione accelera il rapporto di fidelizzazione, che magari ricade poi sul teatro, se uno lo fa. Ed è una specie di doping. Ma io non considero la popolarità come un fine. Per me è un mezzo per portare più gente a teatro, per farlo diventare più popolare. Non nel senso di commerciale, ma nel senso nobile che a questa parola dava Jean Vilar, l’artista francese che aveva ideato il Festival di Avignone”. 

Una tra le etichette più comuni che i media appiccicano a Lino Guanciale è quella di sex symbol.

“Mammamia, mi ha fatto sempre paura essere identificato come sex symbol. A volte mi ha anche divertito, perché so che questa ‘qualifica’ non mi riguarda da un punto di vista personale: riguarda solo l’immagine dei personaggi che ho interpretato. E al cinema e in tv il lavoro d’interpretazione passa sempre attraverso manipolazioni e rimodulazioni, a cominciare dal montaggio. Nel prodotto finito, quello sullo schermo, non ci sono più io. Su un palcoscenico invece ci sono sempre e soltanto io, assieme a chi mi lavora accanto. Per questo il teatro è la vera casa degli attori”.

Lino Guanciale

This is us

Molti lettori vogliono invece sapere cosa riserverà loro la prossima serie televisiva.

“Se vogliamo parlare di “This is us”, posso dire che le riprese sono terminate e che siamo in fase di post produzione. Immagino che la potranno vedere con l’anno nuovo”.

Cinque stagioni, 88 episodi e passa, come nell’originale statunitense?

“Dodici episodi distribuiti in sei serate, uno dei format abituali della serialità televisiva del nostro Paese. Spero tanto che il pubblico apprezzi il bel lavoro di traduzione che lo sceneggiatore Sandro Petraglia e la sua équipe hanno fatto trasferendo quello che orami viene considerato un classico, nella realtà italiana, dagli anni ’70 in poi”.

Chiedo all’esperto: ma questa abbuffata di serie, questo restare per ore e ore incollati sugli schermi, sciroppando episodio dopo episodio, è un fenomeno temporaneo, un effetto delle restrizioni dell’epidemia, o è destinato a proseguire?

“Durerà, perché sprofondarsi in un’altra realtà è una cosa di cui le persone hanno bisogno”.

Inevitabile a questo punto parlare di “La porta rossa“, terza stagione.

“Cominceremo a girare a Trieste, il 30 agosto. Mi sa che in questa ultima stagione resterò orfano di Ursus. È stato un altro dei miei corpo a corpo, quello. Arrampicarmi sulla gru più iconica del porto di Trieste era un cosa che mi entusiasmava moltissimo”.

Guanciale arrampicato sulla gru Ursus in una scena della serie televisiva “La porta rossa”

[l’intervista a Lino Guanciale è stata pubblicata nell’edizione di sabato 28 agosto 2021 sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste].

Nicoletta Orsomando. La televisione italiana era lei.

“La televisione era lei” dice oggi e senza possibilità di smentita la sua collega più giovane, Maria Giovanna Elmi, ottant’anni compiuti.

“Un punto di riferimento per tutti gli italiani” aveva dichiarato Sergio Mattarella, ottant’anni anche lui, facendole gli auguri per il compleanno. 

Nicoletta Orsomando televisione

Nicoletta Orsomando, scomparsa oggi, a 92 anni, era davvero la televisione italiana del ‘900 e il punto di riferimento per la generazione dei boomers, nati e cresciuti in parallelo con l’apparecchio televisivo.

Garbata, gentile, sorridente

Sono gli aggettivi che più si ricorrono nell’antologia di obituaries (forma elegante per dire necrologio) che ha invaso oggi le reti e i giornali. Un’icona che ricordiamo tutti, noi boomers e non solo.

L’acconciatura sempre uguale attraverso i decenni. La voce sicura e la dizione esatta anche con i nomi più esotici. Il piglio discreto con cui entrava, sera dopo sera, nelle cucine degli italiani per annunciare, all’ora di cena, i programmi. Più precisa del Radiocorriere. Più in diretta di tutti. Sempre sul pezzo.

Nicoletta Orsomando negli anni '50

Non era stata la prima, ma certo fu la più iconica di tutte le annunciatrici: le signorine buonasera, che nell’Italia del boom prima, e dello sboom dopo, sapevano vagamente cullare il blando immaginario erotico della borghesia italiana.

La Farinon viso d’angelo, la Gambineri nuvola bionda, la femme fatale Cannuli (Noschese, ci campò per anni), la Cercato acqua sapone, la fata Elmi, il pepe di Peppi Franzlin. Uomini nemmeno uno, ci mancherebbe.

Ma lei, la Orsomando, no. L’eros faceva a pugni con suo il sorriso inclusivo, con il suo filo di perle, con gli abiti che per le spettatrici erano la quintessenza del classico. Magari soltanto nel mezzobusto dell’inquadratura.

Poi venne la neo-televisione (la paternità del termine è di Umberto Eco). E tutto il vecchio mondo televisivo, educato e pedagogico, scomparve. Scomparvero anche signorine buonasera, Tanto in Rai, tanto nelle reti commerciali. Marina Morgan fu l’ultima, o quasi.

Le annunciatrici vennero dismesse, si affermarono le conduttrici. Disinvolte. Determinate. A volte impiccione. Usavano il telefono come un’arma. Chi l’ha visto? Pronto, Raffaella?

L’annunciatrice che ne aveva fatte tante

Se avete la pazienza di scorrere la Wiki di Nicoletta Orsomando, troverete pane per la vostra curiosità. E se avete più di cinque decenni alle spalle, scorrerà con lei, davanti ai vostri occhi, la storia stessa della televisione italiana.

Dall’Amico degli animali, Angelo Lombardi, al Disco per l’estate di Vittorio Salvetti. Dal Festival di Sanremo, un passo dietro al proverbiale Nunzio Filogamo, a La giornata parlamentare con il severo Jader Jacobelli.

Anche un po’ di cinema, in prima persona. In Totò, lascia o raddoppia? di Camillo Mastrocinque (1956) interpretava se stessa. Esattamente come avrebbe fatto in Parenti serpenti di Mario Monicelli, quasi quarant’anni dopo.

Orsomando e quella Rai bacchettona, castigatissima

“Ricordo che inaugurando un nuovo centro di produzione – rievocava Orsomando alcuni anni fa – indossai un abito da sera con un castigatissimo décolleté. La Rai a quei tempi aveva un direttore intelligente e colto, ma era una specie di prete laico. Un funzionario zelante si precipitò a prendere una rosa per coprire quel poco che c’era da coprire e evitare lo scandalo”.

Di quella Rai bacchettona e ultrademocristiana, lei era stata comunque il volto. Anche se, nella testa le si muovevano le idee che avrebbero di lì a poco cambiato non solo la televisione, ma l’intero Paese. Come dimostra questa intervista del 1979, dove Nicoletta Orsomando dice cose che andrebbero sottoscritte, ancora oggi. 

Anche per questo, non solo scusiamo, ma siamo tutti con lei, quando le tocca combattere, oltre che i direttori cattolici, pure i colpi di tosse.

Una tovaglia a quadri e il fantasma di una notte di mezza estate. A Sorci

Castelli che ospitano fantasmi ce ne sono tanti. Ma che ai fantasmi si aggiungano anche gli artisti non capita tanto spesso. A pochi chilometri da Anghiari, città toscana famosa per la battaglia, quella forse dipinta da Leonardo, sorge il Castello di Sorci. Non pago del fantasma d’ordinanza, l’antico maniero si è scelto da tempo una diversa destinazione d’uso: cenacolo di cultura. Lo si scopre grazie a Tovaglia a quadri, cena teatrale che da 25 edizioni porta la città della battaglia leonardesca all’attenzione delle cronache estive.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

Grazie all’intraprendenza della famiglia Barelli, al suo ottimo ristorante e a cene frequentate dal bel mondo, da quasi mezzo secolo il Castello di Sorci si è trasformato in cenacolo e punto d’incontro. Tra queste mura ha soggiornato e lavorato gente come Alberto Burri (che ha pure disegnato il logo), Roberto Benigni e Massimo Troisi (che hanno ideato e scritto qui “Non ci resta che piangere”), Giuseppe Bertolucci (che vi ha collaborato), Pupi Avati. Vi sono tornati spesso noti intellettuali e attrici acchiappafolle, come la fedele Monica Bellucci

Uno spettacolo in quattro portate

Un bel po’ di queste storie ce le hanno raccontate, tra una portata e l’altra, gli attori di Tovaglia a quadri. Forte di una formula nata 25 anni fa (l’ho descritta in un post del 2018), la cena con spettacolo in quattro portate, ideata da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, continua ad attrarre il pubblico. Tanto i residenti tanto i turisti che ogni agosto si muovono tra le valli toscane (qui siamo in provincia di Arezzo). 

Dalla tradizionale location del Poggiolino, la terrazza sulle mura di Anghiari, Tovaglia a quadri si è trasferita però quest’anno a Sorci. Spinta dai protocolli antipandemici, ma anche dalla possibilità di trarre ispirazione dalla storia del luogo, dal suo fantasma, dai suoi artisti.

Seguendo il filo delle storie a Sorci

È nata così Filocrazìa, uno spettacolo che – suggerisce il titolo – perde e ritrova il filo di tanti eventi che dal Quattrocento (con l’assassinio di Baldaccio, il fantasma del posto), alla seconda guerra mondiale (quando il castello ospitò gli sfollati e un soldato alleato venne paracadutato qui sopra), fino all’oggi se non al domani (in autunno in questi Comuni si andrà al voto per le amministrative), tengono la matassa della storia locale e dell’immaginario collettivo.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

Di cui gli attori di Tovaglia a quadri sono i più esatti rappresentanti. Sono loro a imbastire, con la colorita parlata di qua e con il canto, le vicende. Episodi che si rincorrono da finestra in finestra, attorno a un pozzo abitato da mostri, tra i lunghi tavoloni e dietro ai portoni dell’edificio.

Dai quali usciranno a tempo debito e istruiti da una locandiera (che in Toscana viene chiamata fattoressa ed è interpretata da Monica Bauco), schiere di giovani “valletti” pronti a servire in piatto, sulle tovaglie a quadri bianchi e rosa, le quattro portate canoniche: crostini neri e rossi, brìngoli al sugo finto, stracotto di vitello al Chianti (con l’alternativa vegetariana del tortino di verdura) e cantucci da inzuppare nel vinsanto. Tutto buono. Tutto territorio.

Acchiappare il filo

Così si lascia il posto a notte inoltrata, soddisfatti del cibo e dei racconti, mentre le stelle cominciano a cadere. Filocrazìa, io l’ho sperimenta infatti il 10 di agosto, data fatidica. Ma gli ospiti illustri non mancano: due giorni fa, incuriosito e affamato, è arrivato qui perfino Ralph Fiennes. C’è ancora un po’ di tempo, fino a giovedì 19, per acchiappare quel filo e scoprire dove porta.

Tovaglia a quadri 2021 - Castello di Sorci (Anghiari)
(ph Giovanni Santi)

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Filocrazìa
una storia di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini gli con appunti musicali di Mario Guiducci e la gente del Castello:
Monica Bauco, Federica Botta, Stefania Bolletti, Paola Scolari, Sonia Cherici, Maris Zanchi, Fabrizio Mariotti, Sergio Fiorini, Mario Guiducci, Cristian Materazzi, Rossano Ghignoni, Pierluigi Domini, Andrea Finzi, Gabriele Meoni, Gino Quieti, Miranda Neri

al Castello di Sorci, dal 10 al 19 di agosto
(prenotazioni e biglietti on line sul sito della manifestazione)