Torna Spregelburd. E scatena di nuovo il panico

Debutta a Torino, giovedì 23 maggio, un nuovo allestimento di Il Panico, uno dei sette, contemporanei, peccati capitali, a firma di Rafael Spregelburd. La regia è di Jurij Ferrini.

Rafael Spregelburd - ph Diego Martinez
Rafael Spregelburd – ph Diego Martinez

Quasi d’incanto, all’improvviso, una quindicina di anni fa, l’Italia aveva scoperto Rafael Spregelburd, argentino. Una convergenza insolita, certo meritata, aveva fatto sì che l’attore, autore, regista (in definitiva, teatrista, come si dice in quel Paese) nato a Buenos Aires nel 1970, diventasse da noi oggetto di attenzioni speciali.

Spregelburd Time

Prima, la pubblicazione della sua Eptalogia di Hieronymus Bosch per Ubulibri (due volumi, 2010). Poi, l’interesse per la sua scrittura – così bizzarra, così post, così catastrofica – da parte di lettori attenti. Quindi le numerose trasferte in Italia: per Napoli Teatro Festival con la soap-opera Bizarra, per l’Ecole des Maitres a Udine con Furia avìcola, per il Festival della Mente a Sarzana.

Infine la scelta a lungo meditata, da parte Luca Ronconi, di mettere in scena per il Piccolo di Milano tre dei suoi sette eccentrici peccati capitali: La Modestia (2011) e Il Panico (2013). La Paranoia rimarrà solo un progetto.

Ecole des Maîtres - edizione 2012 - Rafael Spregelburd
Ecole des Maîtres – edizione 2012 – Rafael Spregelburd

Spregelburd Time, quindi, questo periodo a cavallo degli anni Dieci. Bel fenomeno certo, che aveva propiziato l’interesse dei teatri italiani anche per altri argentini (come Daniel Veronese e Claudio Tolcachir) e in seguito per i cileni (come Guillermo Calderón) e gli uruguaiani (Sergio Blanco).

Così argentino, così stravagante

Dopo un po’, Spregelburd era però scomparso dai nostri radar. Vuoi perché gli italiani sono molto attenti al proprio ombelico. Vuoi perché era venuto a mancare l’effetto novità. Ma soprattutto, mi pare, per l’eccentricità di quel suo scrivere teatrale, così argentino, così stravagante, beatamente cialtrone. Poco consono dunque alla seriosità con cui in Italia ci si dedica alla drammaturgia.

copertina Eptalogia Hieronimus Bosch

Ma ora Spregelburd ritorna. E promette chissà di seminare di nuovo il panico. Infatti proprio Il Panico (cioè la seconda regia spregelburlesca di Ronconi, uno dei sette capitoli della Eptalogia) verrà riallestito da chi Spregelburd lo conosce bene. Per averlo studiato e allestito in quel formidabile decennio: Jurij Ferrini.

Seminare il panico

Debutta giovedì 23 maggio al Teatro Gobetti a Torino (con repliche fino 9 giugno), Il Panico, la regia è firmata da Ferrini, la produzione è del Teatro Stabile di Torino. L’ autore sarà inoltre presente al Gobetti, mercoledì 29 e incontrerà la compagnia, il regista e il pubblico.

In più di trent’anni di mestiere non ho mai letto nulla che assomigli alla scrittura di Rafael Spregelburd – ricorda Ferrini. “È un drammaturgo, attore, regista, o più semplicemente teatrista, che mi ha letteralmente folgorato. È argentino, classe 1970, come me. Quando ho iniziato a leggere i suoi testi mi sono sorpreso a ridere fino alle lacrime. La sua comicità non è mai banale, è caustica, spietata, scorretta verso gli abitanti di quella parte del globo che risponde al nome di Occidente. Sbugiarda i falsi valori e l’ipocrisia su cui si impernia il nostro patto sociale“.

Jurij Ferrini

E ancora: “Tentare di scrivere una sinossi di Il panico, sarebbe un’azione scellerata perché si tratta di una commedia estremamente chiara e così fantasiosa e sorprendente che ci si chiede se tutto ciò che egli scrive esista davvero nel mondo reale. Ed è su questo crinale, tra plausibile ed impensabile, che Spregelburd conduce gli spettatori”.

Quella drammaturgia bizzarra

Continua Ferrini, che di Spregelburd aveva messo in scena Lucido nel 2013: “Il panorama da cui proviene questo autore è la viva capitale sudamericana, una Buenos Aires che è rinata, culturalmente parlando, durante il crollo economico. Il teatro diventa un luogo di ritrovo e di espressione popolare. Mancano i fondi e iniziano a nascere teatri casalinghi, nei salotti delle case private. Attori per passione e lavoratori per necessità si mettono al servizio di scrittori e registi per creare, interpretare e reagire”. 

Rafael Spregelburd e Violeta Urtizberea in Inferno (2022)

Immerso in questo clima di fermento culturale, Spregelburd aveva composto una serie di drammi, scritti tra il 1996 e il 2008, l’Eptalogia di Hieronymus Bosch, un richiamo al quadro del pittore fiammingo che nel sedicesimo secolo aveva illustrato i sette peccati capitali. L’accidia ora diventa il panico, la lussuria è identificata con l’inappetenza, la gola con la paranoia, l’invidia è la stravaganza, la superbia la modestia e l’ira è tradotta con la cocciutaggine”.

Quel presidente. Bizzarro anche lui

Certo, tutto giusto, anche se Ferrini sembra poi trascurare che nel frattempo in questa Argentina fervida, si è insediato un tipo – bizzarro pure lui – che risponde al nome di Javier Milei. Anche lui nato nel 1970, e anche lui ex-attore e ex-attore (El consultorio de Milei), inventore di personaggi caricaturali (el general Ancap).

Non so quanto siate informati, ma da quando è stato eletto presidente (dicembre 2023), l’Argentina sta attraversando parecchi guai. E manca niente perché scoppi il panico. Ma quello vero.

Javier Milei in campagna elettorale impugna la famosa sega elettrica

Del resto, da un presidente che sembra uscito pari pari da uno dei testi di Spregelburd, cos’altro vi aspettereste?

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IL PANICO
di Rafael Spregelburd
traduzione Manuela Cherubini
regia Jurij Ferrini
con Arianna Scommegna, Jurij Ferrini, Simona Bordasco, Roberta Calia, Lucia Limonta, Elisabetta Mazzullo, Viola Marietti, Francesca Osso, Michele Puleio, Dalila Reas 
scene e costumi Anna Varaldo
luci Alessandro Verazzi
suono Gian Andrea Francescutti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

dal 23 maggio (prima nazionale) al 9 giugno 2024, Teatro Gobetti, Torino

Joseph Roth e l’ultimo giro di giostra

Aneddoto di ascendenza ebraica. “Certo che stai per andare lontano!” dice un amico all’amico che sta per partire. Risponde l’altro: “Lontano da dove?

C’era voluta la perizia di Claudio Magris, maestro di germanistica, e un suo libro intitolato proprio in quel modo, Lontano da dove, perché anche gli italiani scoprissero Joseph Roth.

Lo scrittore austriaco diventava così, per eccellenza, il cantore della Finis Austriae: il dissolvimento dell’impero austro-ungarico. E per conseguenza, della nostalgia che tra rimpianti e contraddizioni investe ancora oggi il dibattito sulle culture di confine.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
La Cripta dei Cappuccini – regia Giacomo Pedini – ph Luca A. D’Agostino

Nella cripta dei Cappuccini

Questa sera al Teatro Verdi di Gorizia va in scena La cripta dei Cappuccini, versione teatrale, dal romanzo (1938) di Joseph Roth.

Lo spettacolo è una nuova produzione di Mittelfest, la manifestazione che 34 anni, ogni estate a Cividale del Friuli, presenta una cospicua selezione delle produzioni teatrali di quell’area che in tempi meno recenti si chiamava Mitteleuropa. Del work in progress della Cripta ho parlato anche in un post di qualche mese fa.

È un debutto, questo dedicato a Joseph Roth, che segna la prima tappa d’avvicinamento a GO2025, il progetto internazionale che tra un anno farà di Gorizia e della gemella slovena Nova Gorica, un’unica Città Europea della Cultura. 

La misura di un’epoca

Dice Giacomo Pedini, ideatore e regista dell’operazione teatrale: “Mettere in scena, per la prima volta Italia, La cripta dei Cappuccini è una sfida appassionante perché la storia, sviluppata nel romanzo e da me adattata insieme al drammaturgo Jacopo Giacomoni, unisce teatralmente due dimensioni. Da un lato, attraversa 25 anni d’Europa, dallo scoppio della prima guerra mondiale fino al 1938: un nodo cruciale del passato del nostro continente e anche dell’assetto del mondo di oggi“.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Dall’altro, ancora più importante, fa sì che il racconto passi attraverso un universo di personaggi che apparentemente non sono protagonisti dei mutamenti, ma che ne sono influenzati e li influenzano con i loro comportamenti, in quella dimensione quotidiana che fa la misura di un’epoca”. 

Lo spettacolo rilancia così teatralmente l’impianto narrativo del romanzo (che è l’ideale proseguimento del precedente La marcia di Radetzki) e ci avvicina alla figura di Joseph Roth che, come il suo coetaneo Karl Kraus (l’autore di Gli ultimi giorni dell’umanità), fu anche giornalista. Roth rimane inoltre noto al pubblico italiano soprattutto per il racconto La leggenda del santo bevitore, da cui Ermanno Olmi trasse nel 1988 un film.

A interpretare il protagonista dello spettacolo, l’impacciato viveur viennese Francesco Ferdinando von Trotta, c’è Natalino Balasso, attore e autore di teatro, cinema, libri e tv.

La Cripta dei  Cappuccini - Natalino Balasso - ph Luca A. D'Agostino
Natalino Balasso – ph Luca A. D’Agostino

È suo lo sguardo con cui Trotta, dilapidatore e gaudente rampollo di buona famiglia, dipinge tutta una galleria di amici, cugini, madri, moglie e fidanzate, avventurieri, millantatori, soldati e nobili decaduti. Che in ogni parola e in ogni gesto incarnano lo sbriciolamento dell’Impero, inghiottito prima nel gorgo della Grande Guerra e poi dalla devastante marcia del nazismo.

Joseph Roth e la giostra della Storia

Attraverso le pagine di Joseph Roth, assistiamo a una dantesca discesa agli inferi e, allo stesso tempo, a un grande melò mancato, dentro il turbinio della Storia – prosegue il regista.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Noi abbiamo voluto condensarlo nell’originale impianto scenico di Alice Vanini, scenografia che grazie a una grande giostra, gioca con il passato e con continui rimandi al presente”.

Dopo il debutto a Gorizia, La cripta dei Cappuccini verrà riproposto in una versione radiofonica, a cura della sede Rai Friuli-Venezia Giulia, e sarà ripreso successivamente, come primo capitolo della trilogia teatrale Inabili alla morte/Nezmožni umreti, che rappresenta il contributo di Mittelfest al programma di GO2025.

La Cripta dei  Cappuccini - Ivana Monti - ph Luca A. D'Agostino
Ivana Monti – ph Luca A. D’Agostino

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LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI
di Joseph Roth
traduzione Laura Terreni
adattamento Giacomo Pedini e Jacopo Giacomoni
regia Giacomo Pedini
dramaturg Jacopo Giacomoni
musiche Cristian Carrara
eseguite da FVG Orchestra
scene Alice Vanini
costumi Gianluca Sbicca e Francesca Novati
luci Stefano Laudato
suono Corrado Cristina
con Natalino Balasso 
e con Nicola Bortolotti, Primož Ekart, Francesco Migliaccio, Ivana Monti, Alberto Pirazzini, Camilla Semino Favro, Giovanni Battista Storti, Simone Tangolo, Matilde Vignaproduzione Mittelfest

STORIE – Giovanna Marini, il secchio, gli stracci e la mia voce

Oggi e domani ne parleranno tutti media. Perché Giovanna Marini – scomparsa ieri sera a 87 anni – è stata davvero una figura fondamentale della musica in Italia. Non c’è bisogno quindi che ci sia anch’io, a scorrere la sua biografia, come si fa con ogni artista importante che ci dice addio. 

Ma due episodi, tra i tanti che costellano i miei incontri con lei, li voglio proprio raccontare. Un’altra delle mie STORIE – Incontri con uomini (e donne) straordinari.

Per ricordarvi che donna straordinaria era anche lei.

Giovanna Marini
Giovanna Marini – ph Luca A. d’Agostino

Quei Turcs tal Friûl

A Venezia, in Biennale, era stato programmato il debutto di I Turcs tal Friûl, lavoro teatrale in lingua friulana di un Pier Paolo Pasolini giovane, 22 anni, che rievocava la storia tormentata della sua Casarsa alla fine del 1500: il tempo mitologico dell’invasione dei Turchi. In parallelo con l’occupazione tedesca di quel 1944.

Era l’estate del 1995, e Giorgio Barberio Corsetti, allora direttore artistico del settore Teatro della Biennale dal vivo, aveva accolto la proposta registica di Elio De Capitani di portare quel testo sul prato della campanella, uno spiazzo erboso, dismesso e affascinante, che si specchiava nel bacino dell’Arsenale

Pier Paolo Pasolini - Manoscritto originale di I Turcs tal Friûl
Pier Paolo Pasolini – Manoscritto originale di I Turcs tal Friûl

La partitura musicale era stata composta da Giovanna Marini e il coro delle donne, alla cui testa era Claudia Grimaz, avrebbe commentato lo svolgersi della vicenda con le sue inconfondibili sequenze musicali. Come una capitana che confida nel buon lavoro delle sue reclute, Giovanna era là, in mezzo all’Arsenale. Alta, determinata, ferma sui propri piedi.

Bomba d’acqua

Giugno si sa è un mese imprevedibile, tanto più in laguna. E un temporalone fuori dell’ordinario (si direbbe oggi una bomba d’acqua) aveva colpito Venezia nel pomeriggio. L’inizio dello spettacolo era previsto dopo le 21. Ma fino alle 19, nuvoloni neri e scariche di pioggia avevano messo in forse il debutto.

Un timido accenno di sereno, verso le 20, verso occidente, all’imbrunire, aveva convinto De Capitani a dire “sì, lo facciamo, ci abbiamo messo così tanto impegno”. 

Tutto lo spazio di quella zona erbosa, in cui spiccava un albero enorme, era zuppo d’acqua. I sedili del pubblico, vuoti sulla gradinata, sembravano cucchiai che avessero ordinatamente raccolto la pioggia

Giovanna Marini

Giovanna fremeva dall’impazienza. Aveva lavorato per mesi con attori e cantanti: non si poteva perdere quell’occasione. Tuoni, lampi e nubi scure continuavano però a seminare dubbi.

Di colpo – messo da parte il suo essere artista e musicista – lei si era messa a cercare secchio e stracci. Ne aveva trovati, in quell’angolo poco frequentato dell’Arsenale, un numero spropositato: lenzuola, stracci, asciugamani. E armata di olio di gomito si era messa ad asciugare i sedili. Con tutto il suo vigore.

Giovanna Marini, signora della musica e degli stracci

La ricordo perfettamente – lei, musicologa ed etno-musicologa, figlia di musicisti eccellenti e raffinati, lei folclorista, compositrice e fondatrice del Nuovo Canzoniere Italiano, lei che aveva cantato con Dario Fo e Paolo Pietrangeli, con Guccini e De Gregori – strizzare a mani nude, lavandaia provetta, gli stracci zuppi d’acqua e incamminarsi poi verso la riva con il secchio pieno. 

Francesco Guccini - Paolo Pietrangeli Giovanna Marini
Guccini, Pietrangeli, Marini

Era stata la prima, efficiente, lesta, imitata subito dopo da una decina di persone, ma senza la signorilità popolare dei suoi gesti. Giovanna, per mezz’ora signora degli stracci. Ma per tutta la vita, della musica popolare italiana.

Come accadde poi che, per un miracolo atmosferico, lo spettacolo andasse in scena, l’ho già raccontato in un post di qualche anno fa. E mi farebbe piacere che lo leggeste, per completare il quadro.

Melismi

Ma no: il quadro lo completo io, con un altro episodio. 

2004, Sicilia, Gibellina vecchia, il paese distrutto dal terremoto del Belice. Le ultime giornate di giugno, proprio davanti al Cretto di Burri: qui Giovanna Marini, Umberto Orsini e gli allievi della Scuola di Musica popolare del Testaccio stanno provando il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, Urlo, in programma in quella edizione 2004 delle Orestiadi.

Giovanna Marini

Pausa pranzo. Da alcuni giorni seguo le prove e mangio assieme agli artisti in una di quelle trattorie speciali che solo la Sicilia occidentale sa inventare. Tra cous cous e pesto trapanese, Pippo cazzeggia.

Umberto, che non perde (quasi) mai l’aplomb, gli va dietro spiritoso. Fanno finta di cantare. Giovanna li osserva, con uno sguardo nel quale si intravede un certo rimprovero. Condiscendente però. Si rivolge quindi dalla mia parte.

Prova a cantare anche tu, no?”.

No, sono proprio stonato”.

“Stonato non è nessuno, ognuno ha il proprio modo di cantare. Prova”.

No, dài mi vergogno, davanti a dei professionisti, poi”.

Prova”.

Io provo.

“Vedi: non sei stonato. Quelli che fai sono melismi, un po’ troppi comunque”.

Che a me, in quel momento ,pare una formula delicata per dire che è meglio che io chiuda la bocca. Mi capiterà in seguito di scoprire che i melismi sono tipici del canto gregoriano. E che campioni di melismatica sono Claudio Baglioni e Gianna Nannini, per dirne solo due, popolari.

Quindi – mi dico adesso – io canto che non è male. Nell’opinione di Giovanna Marini, almeno. E poi i melismi li fa pure lei, come documenta il video qui sotto, il lamento in memoria di Pasolini. Questo, se volete scorrerlo, è il link al suo sito ufficiale.

L’opera di Papaioannou nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

La programmazione congiunta di EUR Culture per Roma e Teatro dell’Opera di Roma ha portato dentro La Nuvola di Massimiliano Fuksas all’EUR, una video-installazione di Dimitris Papaioannou intitolata Inside.

L’ho vista e ne ho parlato con lui. Il riferimento al celebre titolo di Walter Benjamin è del tutto voluto.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Camera con vista

Il monolocale con affaccio su Atene, è essenziale, chiaro, luminoso. Ne scrutiamo i dettagli. A sinistra, la porta dell’ingresso. È qui, sulla soglia, che un uomo apparirà, per poi chiuderla, riporre le chiavi, spogliarsi degli abiti, mettersi sotto la doccia, consumare un pasto frugale, bere, affacciarsi per qualche secondo al balcone, infilarsi nel letto, svanire dentro le lenzuola a destra.

La sequenza si ripeterà per dieci, cento, mille volte. Così come si moltiplicheranno i corpi in azione. Prima uno, poi due, tre, quattro… trenta in tutto, uomini e donne.

Inside, l’autore

Il titolo è Inside, ovvero dentro. Chi lo ha creato è Dimitris Papaioannou, greco, ateniese, 60 anni a giugno. Di lui ho parlato più volte su Quante Scene!, a proposito dei suoi Sisiphus, Ink, Transverse Orientation.

È uno degli artisti performativi più affascinanti e più innovativi di questo e del passato decennio. Si potrebbe dire che è un regista coreografo, almeno così generalmente lo si etichetta, ma per comodità. In realtà è un artista plastico. Intendo che sa modellare nei modi più spettacolari, oltre che i corpi dei suoi performer, anche gli oggetti, le cose, i materiali, la luce, gli ambienti. Tutto.

Andate a vedervi i video dei suoi titoli più famosi, da Primal Matter a The Great Tamer. Oppure provate a restare incantati dalle mirabilie registiche che Papaioannou è riuscito a inventare per la cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici di Atene 2004, o per quelli Pan-europei di Baku 2015. Spettacoli da stadio, collettivi, epici, monumentali.

Inside, dal vivo

Inside (in greco Mesa) era un performance, creata da Papaioannou nel 2011 per il Teatro Pallas di Atene. e durava sei ore. Era una riflessione artistica su uno degli aspetti più elementari della vita umana: il ritorno a casa, nel proprio nido. 

Inside era anche un esperimento che puntava a creare un algoritmo performativo che scalzasse la sequenza classica del narrare (inizio, climax, fine) per funzionare invece a loop: ripetizioni continue di un movimento-frase attraverso mille impercettibili variazioni e sovrapposizioni, creazione di una ipnotica poesia dei gesti più consueti, capace di alterare la quotidiana percezione del tempo. 

Infine, Inside era una proposta, rivolta agli spettatori delle venti repliche al Pallas: datevi un vostro tempo, costruite la vostra personale visione.Nel corso delle sei ore: si poteva entrare e uscire a piacere dalla sala, restare attenti, con gli occhi puntati sulla scena, o invece assopirsi, magari addormentarsi.

Sgranocchiare qualcosa, dare un’occhiata al display del telefono, uscire dalla sala per un salto al bagno, una fumatina, una boccata d’aria. E poi rientrare. Oppure andarsene. 360 minuti da gestire individualmente. Un’esperienza diversa dagli spettacoli che in tutto il mondo siamo abituati a guardare.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Inside, il video

Sarebbe possibile, si era domandato poi Papaioannou, ricreare attraverso una ripresa digitale questo stesso statuto di percezioni, alterazioni temporali, assenza narrativa. Non più dal vivo, quindi, ma in una una video-istallazione che, anche grazie a procedimenti di editing digitale, dissolvenze incrociate, studio sulla temperatura del colore, riportasse agli spettatori un’emozione, magari diversa, ma altrettanto viva, riguardante uno fra i più essenziali bisogni umani: the homecoming, il ritorno a casa, nel proprio nido.

E intervenisse inoltre a movimentare nell’animo di chi guarda placide riflessioni sulla solitudine (o meglio, sulla scelta di stare soli), sul vivere in una metropoli, sul rapporto tra il dentro dell’osservatore e il fuori di chi, sulla scena, viene guardato.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, sotto la nuvola

Da parecchie stagioni Inside (la versione video) si replica in tutto il mondo. Pochi giorni fa, per tre pomeriggi, le sei ore della video-installazione sono state al centro della programmazione del palazzo Eur Culture, a Roma, l’edificio ideato da Massimiliano Fuksas e noto come La Nuvola.

Non però ai piani alti, sotto cirri, cumuli e nembi, ma in una sala più sotterranea, spazio accogliente e buio, dove comode sedute permettevano agli spettatori – tanto ai più frettolosi, quanto a quelli decisi a viversi tutte le sei ore – di accomodarsi davanti al grande monitor: tredici metri per sei, seicento chili. E in quell’oscurità amniotica, farsi catturare dalla micro-narratività della lunga durata di Inside.

Che cosa pensano quegli individui, maschi e femmine, nel rincasare? Qual è la forza dell’abitudine che li spinge verso quella immutabile routine? Che cosa vedono oltre la porta a vetri affacciati al balcone che si affaccia sui panorami di una Atene illuminata dal sole del mattino, o costellata da infiniti punti luminosi la sera? Hanno un compagno, una compagna? Come vivono il loro essere soli? Entrare da una porta, affondare alla fine in un letto, è qualcosa a che fare, per loro, con il nascere, con il morire?

E noi, invece, di qua dal monitor – noi spettatori vivi – come abbiamo vissuto questo esporre l’intimità del loro quotidiano? Come voyeur che spiano? Come cavie di un esperimento sul tempo lungo? Oppure come astanti curiosi davanti a un’esperienza un po’ speciale?

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, il backstage 

In una sala attigua, più piccola, veniva intanto proiettata, in contemporanea, per altrettante ore, la ripresa video del backstage di quell’Inside 2011. Le cui immagini mostravano tutta la ricerca tecnico-artistica necessaria per ottenere quel risultato dal vivo.

Una techné impeccabile, inesorabile di scenotecnica, regia, coordinamento dei performer. Risultato altrettanto avvincente dell’opera vera e propria. Asciugamani, lenzuola, zaini, indumenti, ma anche camerini, paratie, scale di servizio, si avvicendavano per far funzionare perfettamente la sequenza dei movimenti umani visibili a chi stava in sala.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Papaioannou, chiediamogli qualcosa

Alla fine, lo stesso Papaionannou, presente a Roma, non si è sottratto alle curiosità del pubblico. Ho colto anch’io, tra gli altri, l’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Sono uno spettatore attento dei suoi lavori, mr Papaioannou. E mi domandavo, dopo essermi immerso a lungo nella video-installazione, quale sia la sua posizione riguardo alle riprese video di opere nate live. Fino a poco tempo fa si pensava che il video restituisse in forma ridotta, depauperata, l’esperienza vissuta dal vivo dagli spettatori. La qualità con cui Inside restituisce adesso l’originale 2011, la proiezione del backstage, l’esperienza ipnotico-percettiva su quel grande schermo, mi pare riescano ad aggiungere invece qualcosa. Forse anche un plus di valore artistico.

“Lo spettacolo dal vivo comporta sempre una ricchezza umana e un rituale che fanno scattare emozioni. Una sequenza acrobatica, per esempio, viene vissuta dal pubblico in tutta la sua pericolosità. Che è qualcosa di completamente diverso dal vederla riprodotta. Detto questo, ci sono molti diversi modi per avvicinarsi alla documentazione di un evento. Ed è un vero peccato che non si ricerchi costantemente la possibilità di trasmettere quella primaria intensità emotiva alle generazioni future e ad altri pubblici del pianeta. Non saranno le stesse emozioni, ma la diversità del medium ne farà scaturire altre, altrettanto forti, grazie ai propri specifici strumenti linguistici”.

“Mi sono impegnato molto nell’editing digitale, nel cross fading, nella selezione delle temperature di colore. Inside era una sfida davvero speciale e ne vado davvero fiero. Ci abbiamo messo dentro un’enorme perizia tecnica, per restituirlo in forma di documentazione. Del resto la parola tecnica viene da technè, che in greco è l’arte”.

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INSIDE_DimitrisPapaioannou – Rene-Habermacher

Lei Papaioannou, ripone quindi fiducia nel digitale.

“Al contrario: nutro forti sospetti nei confronti di proposte che tentano, attraverso con il digitale immersivo, di “restituire” l’arte. Ad esempio, mi sono imbattuto nel tentativo digitale di entrare nell’universo di Jeronimus Bosch, nel suo Giardino delle delizie. Lo trovo assolutamente senza senso. Il dipinto è là, a Madrid, e funziona alla perfezione. Quando invece si tratta di restituire una performance di 20 anni fa, il discorso cambia. È necessaria una documentazione di altissima qualità, che, sperabilmente, possa emozionare, non solo informare. L’arte non ha a che fare con l’informazione”.

Come sapeva ben fare uno dei suoi maestri, Bob Wilson, il digitale le permette anche di lavorare sul tempo, sulla sua percezione, i rallentamenti, il senso di attesa e di quiete, la slow motion.

“Anche se appare lento, Inside non lo è affatto. I movimenti dei performer rispettano la velocità naturale dei movimenti umani. La sensazione di lentezza è data dalle traiettorie energetiche – più dense, meno dense – che si sovrappongono. Un rallentamento, invece, è richiesto al pubblico, invitato in quelle sei ore ad accomodarsi in un ritmo molto più rilassato, a decelerare persino il battuto del cuore. L’ho imparato da Wilson, quando avevo ancora 23 anni, e mi interessavo anche alla danza butho”.

Ciò vuol dire condividere con il pubblico la propria ricerca di una calma interiore?

“Io lo considero un gesto di generosità, e incoraggio qualsiasi cosa sia orientata al rallentamento, tanto più nella frenesia di questi anni. A me piace passeggiare nella natura, osservare albe e tramonti, ritrovare il ritmo naturale dei cambiamenti”.

Archetipi e corpi quotidiani

Dal pubblico giungono poi altre domande, la più interessante riguarda l’uso esclusivo di corpi atletici, bianchi, performanti, qualcosa di molto diverso dai corpi quotidiani, portatori tutti della propria diversità genetica, etnica, aspettuale. A cui Papaioannou replica.

“Lei dunque mi chiede perché i miei spettacoli non siano inclusivi: le rispondo sinteticamente. Io sono greco e lei certamente avrà visitato musei che espongono l’arte classica greca. La mia è una scelta consapevole. Non si tratta di corpi quotidiani. I miei sono kouroi e korai, archetipi maschili e femminili, e rappresentano i corpi della razza umana nella sua piena funzionalità, al suo stadio migliore. Come le statue classiche, appunto. In quanto greco ne sono ossessionato. Ma non abbia paura: amo corpi di tutti i tipi. Semplicemente non strizzo l’occhio a Calvin Klein”.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

“”La cosa più divertente che una spettatrice mi ha detto a proposito di Inside, è che quei performer sembrano le statue del Museo Archeologico quando, la sera, finito il loro lavoro, se ne tornano a casa. Perché anche l’Ermes di Prassitele ha bisogno, allontanatosi anche l’ultimo visitatore, di farsi una bella doccia”.

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INSIDE 
conceived and directed by Dimitris Papaioannou

inside the room: Thanassis Akokkalidis, Pavlina Andriopoulou, Natassa Aretha, Panos Athanasopoulos, Savvas Baltzis, Ilia De Tchaves-Poga, Nikos Dragonas, Altin Huta, Yorgos Kafetzopoulos, Konstantinos Karvouniaris, Amalia Kosma, Eleftheria Lagoudaki, Euripides Laskaridis, Tadeu Liesenfeld, Konstantinos Maravelias, Yorghos Matskaris, Yiannis Nikolaidis, Christos Papadopoulos, Yiannis Papakammenos, Simos Patieridis, Ilias Rafailidis, Kalliopi Simou, Diogenis Skaltsas, Drossos Skotis, Manolis Theodorakis, Michalis Theophanous, Simon Tsakiris, Sophia Tsiaousi, Vangelis Zarkadas

set & video installation design Dimitris Theodoropoulos & Sofia Dona music K.BHTA
sound design for stage & video installations Konstantinos Michopoulos
lighting design Alekos Yiannaros
costume design Thanos Papastergiou
production: Elliniki Theamaton 

Première: 13 April 2011, at Pallas Theatre (Athens – Greece), Six hours, 20 performances

Video-installazione a Roma, a La Nuvola di Fuksas, 14-16 aprile 2024, un progetto di Eur Culture in collaborazione con Teatro dell’Opera di Roma

Giacomo Matteotti. Quanto dista il mito dall’uomo?

Sono passati cento anni. L’uomo è lo stesso, gli anniversari sono due. Il primo eroico: il 30 maggio. Il secondo funebre: il 10 giugno.

Sono cent’anni dal 30 maggio 1924, quando dai banchi socialisti di Montecitorio, il deputato Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso, denunciando le sopraffazioni e i brogli avvenuti nel corso delle elezioni di aprile, quelle che sanciranno il regime fascista. 

Sono anche cent’anni da quando, il 10 giugno, a un angolo del lungotevere, Matteotti venne sequestrato e ucciso da cinque sicari. Mandante, lo stesso capo di governo, Benito Mussolini.

Sguardi sul passato, luci sul presente

Capita allora che da parecchi mesi e in molti teatri d’Italia (nello specifico, il 12 giugno a Udine per il CSS, e due giorni prima all’Argentina, a Roma), si possa assistere a Giacomo, titolo dello spettacolo che Elena Cotugno e Gianpiero Borgia (Il Teatro dei Borgia) hanno deciso dedicare a Matteotti. 

Spettacolo particolare, di intensità, di storia. Parla del passato, getta luce sul presente. Dice il sottotitolo che si tratta di un “intervento d’arte drammatica in ambito politico”.

Giacomo Matteotti - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 1

Gianpiero Borgia, possiamo spiegare meglio?

“Portiamo sulla scena due discorsi parlamentari di Giacomo Matteotti. Vorremmo dimostrare che le parole della politica non sempre sono state spettacolari, ammalianti, di pancia, come quelle odierne. Matteotti, cent’anni fa, teneva alta l’asticella, con fatti e documenti. Era l’alfiere di un discorso fondato sul vero quando, a scapito della verità, prevalevano la narrazione lirica dannunziana e la retorica di Mussolini: oratori di grande successo, star mediatiche del tempo. Ciò ha molto che fare con il nostro tempo, oggi”.

Vie e piazze d’Italia portano il nome di Matteotti. Quanti italiani sanno davvero chi fosse?

“Si sa che è stato un martire del fascismo. È diventato un mito dopo essere stato assassinato. Però Gramsci, prima del 1924, parlava di lui come di un rivoluzionario in pelliccia. Cavaliere del nulla, lo definivano certi suoi compagni di partito. In realtà era il leader minoritario di un partito minoritario. Il frontman di un antifascismo ante-litteram. È morto da profeta, non da oppositore, quando il fascismo si stava trasformando in dittatura. Questo lo sa solo chi si è occupato dell’argomento”. 

Giacomo [Matteotti] - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 2

Cento anni dopo si può ambire a una migliore conoscenza.

“Un merito il centenario ce l’ha: grazie alle pubblicazioni e alle iniziative che lo accompagnano e forse grazie al nostro spettacolo che era nato già cinque anni fa e, va detto, non insegue l’occasione celebrativa. Il merito è di confrontarsi direttamente con la personalità di Matteotti, mettere a fuoco la distanza tra il mito e l’uomo, il suo pensiero, i discorsi. Che all’epoca apparivano impopolari e faticosi, in un’Italia che non aveva capito dove stata andando. Proprio come adesso, appunto. I grilli parlanti fanno spesso una brutta fine”.

Perché il romanzo fondante dell’identità italiana non sono I promessi sposi, ma Pinocchio. Com’è stato accolto Giacomo in questi anni?

“Gli italiani che vanno a teatro sono uno spicchio marginale degli italiani che formano il Paese. La mia impressione è che i nostri spettatori si sentano orfani di politica. Sentono di essere diventati sempre più consumatori e sempre meno cittadini. Chi viene a vederci percepisce un lutto, avrebbe voglia di una nuova cittadinanza, che non sia solo quella del consumo”.

Giacomo [Matteotti]- Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 3

E per questo che la vostra scena è così essenziale, desolata? Vecchi scranni parlamentari sono accatastati come dopo un naufragio. Elena Cotugno, che incarna i due discorsi di Matteotti, li vive pericolosamente.

“È l’immagine di un parlamento in dismissione. Suggerisce niente? Concretamente permette a un’attrice di cimentarsi con una parola alta, quasi al confine del teatro, non al suo centro. Cimento è la parola esatta. Simbolicamente rende bene il decadimento della qualità democratica. E restituisce in maniera plastica la situazione di questo Paese oggi”.

Altri progetti del Teatro dei Borgia in cantiere dopo Giacomo?

“Sto pensando a un progetto intitolato Fus (Fottuti utopisti sognatori): si muoverà tra Cechov e i dispositivi di legge che regolano lo spettacolo dal vivo. Elena lavora già a Festa di confine, un testo del drammaturgo rumeno Matei Vișniec, che perfettamente si adatta al 2025, quando Gorizia e Nova Gorica saranno Capitale della Cultura. Cominceremo a prepararlo proprio là, assieme ad Artisti Associati, nel prossimo mese di giugno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, lunedì 16 aprile 2023]

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GIACOMO
un intervento d’arte drammatica in ambito politico
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
progetto e drammaturgia Elena Cotugno e Gianpiero Alighiero Borgia

con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelliideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
produzione Teatro dei Borgia / Artisti Associati

con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Le parole politiche di Harold Pinter. Lino Musella ci punta sopra i fari

Diceva la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2005: “Harold Pinter svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno, e ci costringe a entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – Paolo Mazzarelli e Lino Musella – ph Ivan Nocera

Prese di posizione

C’era una volta il teatro politico. Oggi non c’è. Oggi non c’è nemmeno la politica. Nonostante i media diano questo nome al teatrino di opinioni da divulgare ogni santo giorno, spacciandole per prese di posizione politica. Il teatrino c’è, la politica no.

C’era, invece, nel secolo scorso. E non occorre essere esperti di storia, per capirlo. Un maestro in fatto di prese di posizione è stato Harold Pinter (1930-2008), autore teatrale, premio Nobel.

È possibile riscoprire oggi la chiarezza, la determinazione, la forza delle sue parole politiche, grazie alla scelta di Lino Musella, attore, uno dei più bravi tra quelli che hanno dato spessore al teatro, al cinema e alla televisione di questi ultimi anni (È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino per dire un titolo solo, recente).

Una trilogia per Lino Musella

Per Pinter Party, la nuova produzione del Teatro di Napoli, Musella si è impegnato anche nella regia di tre testi.

Tra una cinquantina di titoli pinteriani ha scelto tre brevi opere, scritte tra 1984 e 1991, le più forti, a mio parere, in fatto di chiarezza: Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna e Party Time.

Idealmente formano una trilogia. Tutte e tre parlano di esercizio del potere, autoritarismo e dissidenza, sopraffazione e resistenza. Anzi, le mettono in scena. In maniera cruda, violenta: la naturalezza della brutalità.

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Uno. Un prigioniero politico è sottoposto a interrogatorio. Nella stanza accanto sua moglie viene stuprata e suo figlio, sette anni, viene soppresso.

Due. A una minoranza viene proibito di usare la propria lingua. Chi la parla, anche perché non ne conosce altre, sarà sbranato dai cani.

Tre: Nelle strade della capitale, una dimostrazione di dissidenti è stata violentemente repressa, ci è scappato il morto. I dirigenti delle forze di polizia assieme a un esponente del governo festeggiano la buona riuscita dell’operazione con un brindisi, durante il party.

Tortura e repressione

Senza alcuna retorica, senza comizi, anzi, con poche asciutte parole, Pinter ci mette davanti gli occhi queste tre situazioni. Non importa che a suggerirgliele, a suo tempo, sia stato l’aver visto documentate, o con i propri occhi, le torture inflitte dai dittatori sudamericani, la condizione dei curdi sotto il regime turco, la repressione delle forze dell’ordine nelle strade britanniche.

Dimostrazioni violente di potere che accadevano negli anni ’80, esattamente come sono accadute dieci anni più tardi, e accadono oggi. In tutto il mondo. Basterebbe ricordare, da noi, le cronache del G8 e della scuola Diaz a Genova, le botte agli studenti qualche mese fa a Pisa.

La capacità sovrana di Pinter è di restituirle alla nostra attenzione – distratta dalle disgrazie dei Ferragnez o dalle vittorie di Sinner – con un’asciuttezza di linguaggio e una spietatezza che mette in brividi. E costringe alle lacrime le persone più sensibili. Altro che televisione del dolore.

Harold Pinter
Harold Pinter

Musella, Pinter ce l’ha nel cuore. Aveva portato quelle parole all’esame di ammissione alla Scuola di teatro a Milano. Le aveva interpretate quando, a un anno dalla morte del drammaturgo inglese, a Udine, il CSS aveva realizzato un esteso progetto, Living Things, che comprendeva l’allestimento di dieci titoli pinteriani. Quelle parole, Musella le riscrive ora da regista (e anche interprete) in questa produzione del Mercadante di Napoli, allestita al San Ferdinando, il teatro dei De Filippo. 

Brevi e brutali

Da parecchio tempo i tre testi non venivano allestiti su palcoscenici importanti, anche per la loro brevità: non più di 20 minuti ciascuno. Musella li ha riportati sotto la luce dei fari.

Conservano intatta la forza e il gesto artistico (anche prima che politico) che denuncia governi i quali si professano democratici, ma scivolano con allarmante velocità verso l’autocrazia, il controllo della popolazione, lo stato di polizia. Per non andare troppo lontani, Ungheria, Bielorussia, Russia, già ci insegnano come si fa. E non mi pare che, da questo punto di vista l’Italia stia troppo bene. 

Nell’allestire i tre testi, Musella ha scelto di alternarli ad alcuni passi del discorso che Pinter aveva scritto nel 2005, per il Nobel. Queste altre parole, la loro perentorietà, a me non sono sembrate strettamente necessarie. Ma forse aiutano a dissipare qualche dubbio, in chi non conosca ancora la capacità di argomentazione politica dello scrittore inglese.

E sono interpretate anche dallo stesso Musella, assieme a un numerosa compagnia nella quale spiccano la calma tagliente dei torturatori (Paolo Mazzarelli), la brutalità travestita da indulgenza (Totò Onnis), la leggerezza colpevole dei benestanti e delle ladies che la sanno lunga (Betti Pedrazzi). 

Pinter Party - ph Ivan Nocera - Teatro di Napoli
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Corale finale

I loro dialoghi si trasfigurano poi nel corale finale: tutti assieme pronunciano il monologo che chiude Party Time (1991). Di bocca in bocca passano le parole di Jimmy, il caduto, la vittima dell’intervento della polizia.

Personaggio nel quale, nel 2001, non era stato difficile riconoscere il destino di Carlo Giuliani. Personaggio che oggi attende un nuovo nome e un nuovo cognome, alla svolta del prossimo intervento di sicurezza delle forze dell’ordine. In Italia, o altrove.

Il nuovo ordine del mondo, del resto, è un altro titolo di Pinter.

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PINTER PARTY 
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, Party Time
di Harold Pinter
regia Lino Musella
con Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Betti Pedrazzi, Totò Onnis, Eva Cambiale, Gennaro Di Biase, Dario Iubatti, Ivana Maione, Dalal Suleiman
in video Matteo Bugno
scene Paola Castrignanò
costumi Aurora Damanti
musiche Luca Canciello
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Le donne, che mascalzone… Parola di August Strindberg

Nuova co-produzione del Teatro di Genova e del Metastasio di Prato,  I creditori  (un lavoro scritto nel 1888 dal drammaturgo svedese) è stato riportato in scena dalla regista Veronica Cruciani.

Viola Graziosi in I Creditori di August Strindberg - ph Federico Pitto
Viola Graziosi in I Creditori – ph Federico Pitto

Le donne di August Strindberg sono un po’ tutte uguali. Tremende, dominanti, sprezzanti, vampire. In definitiva, mostri. O almeno, mostri sono molti personaggi femminili dei suoi drammi. Quanto alle donne vere, le sue tre mogli, non saprei dare un giudizio motivato. Lui, probabilmente, era assai peggio di loro.

Certi pensieri mi rimbalzavano in testa mentre assistevo a I creditori, uno dei drammi “naturalisti” di Strindberg, un testo che la regista Veronica Cruciani ha allestito per il Teatro di Genova e il Metastasio di Prato. Con un bel cast, davvero appropriato: Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza.

Lo dico subito, così fin da principio capite che la faccenda ha tre vertici (e quindi tre lati). Del resto, ai triangoli di famiglia il teatro sfuggiva difficilmente a quell’epoca.

Mogli e mariti. Un inferno

L’epoca sarebbe il 1889, anno in cui Creditori viene pubblicato e debutta a Stoccolma. Il suo autore, svedese, è appena reduce dall’aver scritto un dramma altrettanto crudo, Il Padre. Mentre Henrik Ibsen, norvegese, manda in scena in quell’anno La donna del mare. Tutte storie di mogli (e mariti) parecchio complicate.

Tanto più difficile per lui, Strindberg, allontanarsi dal tema famigliare e da quel combattimento all’ultimo respiro che, per sua esperienza, e per sua opinione, è il matrimonio. Di esperienza ne aveva fatta abbastanza, essendo sposato da nove anni con un’attrice. Un inferno. Sosteneva lui.

Inferno di August Strindberg

Crediti e debiti

Un matrimonio, anzi due, sono al centro anche di Creditori. C’è una donna, Tekla che si è sposata prima con Gustav, e poi con Adolf. (Ebbene sì, nella lungimirante e luterana Svezia il divorzio era contemplato fin dal 1734; in Italia abbiamo aspettato il 1970). 

Facendo attenzione al titolo, non è poi difficile intuire il bilancio contabile che – sempre ad avviso dell’autore – caratterizza l’unione tra un uomo e una donna. Un dare e un avere.

Non necessariamente uno scambio di beni materiali, o di denaro. Non solo, almeno. Potremmo invece parlare di un trasferimento di potenza e di energie, che ciascuna/o rinfaccia all’altra/o. Una specie di vampirismo.

Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

Fatto sta che Tekla riesce a tener testa a tutti e due. Distruggendone uno, Adolf, il secondo marito, che è un artista mancato, e quindi, per definizione un tipo vulnerabile. E mandando a quel paese per ben due volte il primo, Gustav, che fa finta di essere un cinico disinvolto, ma si dimostra poi rancoroso, vendicativo. Fragile anche lui, pertanto.

Scene da un matrimonio

Non è tanto importante, però, scoprire come va a finire. Strindberg anzi (come aveva già fatto Ibsen in Casa di bambola, o in Spettri, o in La donna del mare) lascia uno spiraglio un po’ aperto nel finale. E questo contribuisce alla suspence.

Importante – e qui la regia coglie, secondo me, la chiave di Creditori – è quell’analisi delle mosse tattiche che la donna, e i suoi due uomini, adottano per portare avanti la propria strategia di discredito dell’altro/a.

Per esempio: “sei così vecchia che non potresti nemmeno fare la troia” dice villanamente Adolf a Tekla. Che per tutta risposta non gli farà mistero di aver flirtato “con quattro giovanotti sul traghetto” (la nuova traduzione dallo svedese, svelta e disinvolta, è di Maria Valeria Davino e Katia De Marco).

La guerra dei sessi

Dunque, ignorando per quanto possibile l’aspetto temporale (sono passati 130 anni da allora, figuriamoci) ed accogliendo invece con precisione le indicazioni spaziali (“un salotto di una località balneare”, al quale aggiunge una pennellata di De Chirico), Cruciani studia la guerra dei tre. Senza risparmiarci un colpo. Ricordandoci a piè sospinto che è sempre questione di sesso (o secondo Strindberg, di disparità dei sessi). Mettendo a fuoco i repentini cambi tattici. 

Sprezzante e poi gatta morta lei, Viola Graziosi, consapevole, elegante, sempre padrona sempre di sé. Signorile flaneur prima, manipolatore e farabutto poi, lui, il Gustav di Graziano Piazza. Prostrato e sottomesso il povero Adolf. Cui Rosario Lisma, concede il nervosismo succube dei perdenti sempre, la debolezza febbricitante di chi sta male dentro. Bravo. A tratti, persino naturalistico. 

Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

È ovvio, ma non naturale né naturalistico, che alla fine vince lei. O meglio: vince la misoginia di quel genio squilibrato che fu Strindberg, mandato ai pazzi dalle sue tre mogli. Le donne, che mascalzone… Così, almeno, la raccontava lui. Facciamo finta di credergli.

Costruttori di immaginario

Una precisazione, infine. Non mi stanco mai di dire che una cosa è il profilo artistico (il drammaturgo Strindberg, in questo caso). Gli artisti sono costruttori di immaginario). Altra cosa è il profilo biografico (l’uomo Strindberg). Sovrapporre le due personalità è a volte una forzatura, a volte un errore. Ma la storia biografica aiuta senz’altro capire e a interpretare una storia artistica.

Strindberg con i tre figli avuti dalla prima moglie, Siri von Essen

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I CREDITORI
di August Strindberg
traduzione Maria Valeria Davino e Katia De Marco
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza
scene Anna Varaldo
costumi Erika Carretta
luci Gianni Staropoli
drammaturgia sonora John Cascone
movement coach Marta Ciappina
produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato

STORIE – Trattoria con vista. Un golfo per Francesco Macedonio

Non è la stessa notorietà che hanno avuto – mettiamo – Harold Pinter, oppure Milva, o alcuni degli altri artisti protagonisti di STORIE, i miei Incontri con uomini e donne straordinari (ne trovate in questo blog almeno una dozzina, qui oppure qui).

Ma per me, e per molti di quelli che leggeranno questo post, il nome di Francesco Macedonio è altrettanto importante. Più importante, anzi.

Francesco Macedonio
Francesco Macedonio

Perché quassù a Nordest, il regista Francesco Macedonio è stato generatore di una svolta e poi punto fermo del teatro che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni.

Il teatro delle lingue

Mi spiego. Per quella che è stata, nel tempo, la storia d’Italia, ci sono città che anche a teatro hanno dato dignità alta e alta rilevanza alla loro lingua – o se volete, al loro dialetto – anche a teatro: Venezia, Napoli. Pure Palermo, e più in generale la Sicilia. È superfluo che vi dica perché, o che vi elenchi gli autori: è una cosa che fa parte del dna culturale della nazione.

Altre città, come Firenze, Bologna, Genova, Bari, che pure hanno coltivato le loro lingue – o se volete dialetti – non sono riuscite a costruire altrettanto forti drammaturgie. E il bolognese, il fiorentino, il genovese, il barese, le loro parlate insomma, sono rimaste di preferenza legate al teatro amatoriale, alle filodrammatiche, alle compagnie dilettanti.

Varianti adriatiche. Di terra e di mare

Francesco Macedonio, in quasi cinquant’anni di progetti teatrali e con la sua attenzione alla lingua che ancora si parla, in tante varianti, sulle coste dell’Adriatico settentrionale, nella città di Trieste, e nei dintorni, è riuscito nell’impresa di darle qualità artistica e spessore teatrale. Di farne un tramite d’arte. E ha aperto un lungo filone, che ancora adesso, a più quattro decenni dalle sue prime prove, si nutre di autori e spettatori numerosissimi.

Carpinteri e Faraguna - Le Maldobrìe

Dalle Maldobrìe (inizio anni ’70), le storie di terra e di mare, raccontate nei dialetti istro-dalmati delle coste e dei porti dell’Adriatico (autori Carpinteri & Faraguna) alla rievocazione di eventi fissati nella storia locale: A casa tra un poco (I foghisti dell Lloyd) (1976, autori Roberto Damiani e Claudio Grisancich). 

Dal sodalizio con Tullio Kezich (per un affettuosa trilogia autobiografica del critico cinematografico, nato e cresciuto a Trieste, o per curiose rivisitazioni della vita di Italo Svevo, L’ultimo carneval, anni ’90) al lavoro di memoria collettiva avviato poi con giornalisti come Roberto Curci (Sariàndole, Tramàchi) e Pierluigi Sabatti (Vola colomba). 

Francesco Macedonio e La Contrada

Attraverso la loro scrittura, e con le regie a cui Macedonio metteva mano, i dialetti dell’alto Adriatico hanno trovato una dignità teatrale e un assetto professionistico, sia presso il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, sia presso la compagnia di teatro popolare da lui stesso co-fondata, nel 1976, La Contrada.

Nel 2004, a 87 anni, Macedonio è scomparso. In quella Gorizia dov’era cresciuto e aveva sempre vissuto, a poche centinaia di metri dalla Stazione Transalpina, posta tra Italia a Slovenia e tagliata a metà, negli anni della guerra fredda, dalla Cortina di Ferro. Ma diventata ora uno dei confini più facilmente valicabili di tutta Europa.

Dieci anni dopo

Qualche sera fa, a Trieste, al Teatro Bobbio, sede della Contrada, si è voluto ricordare la poetica e la carriera di Francesco Macedonio. In una lunga serata, nella quale spezzoni video, fotografie, ricordi dei suoi interpreti, frammenti di aneddotica, hanno ridisegnato a 360 gradi la sua personalità e il suo lavoro (che non si limitava a Trieste, ma si era esteso, per esempio a Bologna).

Francesco Macedonio
Screenshot

A tanti racconti ho aggiunto anch’io un breve contributo che, tra le altre cose, rievocava questo episodio della mia, e della sua, vita. Ve lo racconto in questo nuovo capitolo di STORIE.

La collina sopra il golfo

2012, giugno mi pare. Francesco aveva appena vinto il premio teatrale Flaiano, così qualche sera dopo, decisi di festeggiare con lui, e lo portai a cena in una trattoria sul mare. Di solito, i posti dove incontrarci li sceglieva lui, nella pianura friulana, o attorno a Gorizia. Quella volta fui io a scegliere un posto, proprio quello, su una collina dell’ultima città prima del confine sloveno: Muggia. Un ristorante di pesce, con la terrazza che dall’alto spaziava su tutto il golfo di Trieste

Il golfo di Trieste, sullo sfondo il profilo delle Alpi Giulie e Carniche

Era quasi sera, guardando a Nord, oltre i cantieri Monfalcone, si potevano scorgere, chissà, Gorizia e il Collio, famoso per i vini, e ancora più in là, forse, i monti della Slovenia, verso Idria, il paesino dove lui era nato e dove aveva visto per la prima volta il cinema, proiettato su un lenzuolo. 

Se ci voltava a Sud, a riflettersi nel mare era la costa istriana, quella dei racconti di terra e di mare che lui aveva messo in fila nelle Maldobrìe. Tra Nord e Sud, nel mezzo, Trieste nella mezza luce del tramonto. La città che lo aveva fatto diventare regista. 

In cerca di un’auto

A un certo punto, puntando il dito a Nord, a Sud, dappertutto, e con un tono che voleva essere solenne, che avrebbe voluto toccargli il cuore, gli ho detto: “Cesco, questa xè tutta roba tua” (Francesco, questa è la tua storia). È rimasto pensieroso per un po’, ma non si è scomposto più di tanto. “È vero, è vero. Hai ragione” ha risposto. Fine.

Non era vero però, che non si fosse turbato. Me lo aveva nascosto. Quando siamo tornati a riprendere la sua automobile, aveva in subbuglio in testa, e non ricordava affatto dove l’aveva posteggiata. Due ore buone siamo stati, lungo i moli di Trieste, avanti e indietro, oramai nella notte, per ritrovare la vettura, sperando che il carro attrezzi non l’avesse portata via. 

Che quadretto. Che teatro. Regista e giornalista, appiedati davanti al mare, persi nella notte. In cerca, non di un autore, ma di un’auto.

Da Bassano a Pompei. Inseguendo Napoleone

Dalle Alpi alle Piramidi. Era il tour proposto dalla famosa ode napoleonica che abbiamo tutti studiato a scuola. 

Ora: evitando l’Egitto, Paese non particolarmente sicuro (il caso di Giulio Regeni è ancora aperto) e rinunciando alla gloria (“fu vera gloria?”), vorrei suggerire in questo post un altro itinerario, ugualmente interessante e pure di belle soddisfazioni. Tutto made in Italy, poi. Dal ponte di Bassano alle pietre di Pompei.

Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei
Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei

Sono stati appena presentati due festival estivi che potrebbero scandire i mesi più caldi della vostra estate 2024, se deciderete di concedervi qualche fine settimana a Nord, oppure a Sud. In due dei luoghi più iconici (si dice così, no?) della nostra penisola.

Bassano, la città veneta celebre per il ponte, su cui darsi la mano, oltre che per l’encomiabile distilleria di grappa, la più antica d’Italia (dal 1739).

E Pompei, che città invece era stata prima che il vulcano che la sovrasta, imbizzarrito, la distruggesse con una ricaduta di fuoco, lava, ceneri, pomici, lapilli.

Pompei, le pietre, i tramonti

Da otto edizioni, da quando cioè il Teatro Grande degli scavi ospita il festival Pompei Theatrum Mundi, alla marea dei turisti che, sotto il solleone, visitano le antiche pietre e la scabrose “stanze dell’amore”, si è aggiunto, la sera, l’arrivo di un altro inaspettato numero di visitatori.

Al tramonto, a giugno e luglio, quando la suggestione del luogo tocca vertici supremi grazie al dialogo tra le luci e le rovine, centinaia di persone si accomodano sui sedili di pietra per recuperare, in forme contemporanee, il sapore dell’antico.

Nel senso che Pompei Theatrum Mundi è un festival dedicato alla manutenzione della drammaturgia antica, greca e latina, rielaborata e riattivata da alcuni fra i maggiori autori e registi italiani, internazionali, contemporanei. Citato da Roberto Andò (il direttore del Teatro di Napoli, che si occupa anche della programmazione di Pompei), Italo Calvino ci ricordava che rileggere un classico impone la domanda del chi siamo e del dove siamo arrivati. E fa bene ogni tanto porsi la questione.

Sembra inoltre (lo avrebbe riferito lo storico latino Cassio Dione) che quando il Vesuvio, la sera fatidica del 79 aC, diede avvio alla furibonda strage, borbottando prima, esplodendo poi, i cittadini pompeiani si trovassero riuniti proprio a teatro. La vita qui finiva, ma la vita anche qui rinasce.

Pompei Theatrum Mundi 2024

Pompei, il programma

Tratta dal comunicato stampa, ecco la sintesi dei quattro spettacoli, frutto della collaborazione tra Teatro di Napoli e Parco Archeologico di Pompei, che si replicheranno ogni fine settimana nelle serate di giovedì, venerdì e sabato, tra il 13 giugno e il 13 luglio 2024.

Si partirà il 13 giugno con la prima assoluta di Odissea cancellata, opera di Emilio Isgrò, con la regia di Giorgio Sangati su installazione scenica dello stesso Isgrò, una produzione del Teatro di Napoli. Le gradinate del Teatro Grande si trasformeranno in una gigantesca video-installazione. E mentre i versi dell’Odissea impressi sulla pietra dei gradini verranno cancellati a vista, dalle cancellature stesse prenderà vita il testo. Cancellando Omero (tornando cioè alla fonte primaria dell’epica) l’artista siciliano ha selezionato solo i frammenti ritenuti essenziali e, sradicandoli dal loro contesto, restituirà loro nuova e inaspettata forza.

Da giovedì 27, un altro debutto nazionale. Si tratta di De Rerum Natura (There is no planet B), liberamente ispirato poema di Lucrezio, su ideazione, adattamento e regia di Davide Iodice e drammaturgia di Fabio Pisano. Iodice e Pisano tornano a collaborare insieme dopo il successo di Hospes- Itis, in un lavoro dove i temi del poema latino precipitano fragorosamente nel nostro presente.

Terzo appuntamento, da giovedì 4 luglio, è Edipo Re di Sofocle con l’adattamento e la regia di Andrea De Rosa. Simbolo dell’eterno dissidio tra libertà e necessità, tra colpa e fato, nella nuova regia di De Rosa, che torna per l’occasione a lavorare con Fabrizio Sinisi, la tragedia ruota attorno alla verità, proclamata, cercata e misconosciuta: “Il sapere è terribile, se non giova a chi sa”.

Quarto e ultimo spettacolo sarà Fedra, Ippolito portatore di corona di Euripide, con la regia di Paul Curran nella traduzione di Nicola Crocetti, in scena da giovedì 11 luglio, una creazione nella quale Napoli rinnova la collaborazione con l’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, che coproduce lo spettacolo. Affidata alla sensibilità del regista scozzese, noto per le innovative interpretazioni di opere classiche, l’antica narrazione di Fedra riecheggia con sorprendente attualità nel contesto odierno. 

Emilio Isgrò
L’artista e scrittore siciliano Emilio Isgrò

Bassano, là ci darem la mano 

Diversa storia, quanto è diversificata l’Italia, quella di Bassano del Grappa. Che è un tranquilla città, veneta e di provincia, con i suoi 43mila abitanti ben fieri di quel magnete turistico di cui ho parlato prima, il ponte.

Non dimenticherei però, qualche decina di chilometri più su, a Possagno, l’impareggiabile gipsoteca che raccoglie i più importanti modelli in gesso di Antonio Canova. E qui, il Napoleone che avevamo snobbato all’inizio, ci sta (e non lo pubblico, che sennò Facebook me lo censura).

Il modello realizzato da Canova per Le tre Grazie

A chi si interessa inoltre di spettacolo dal vivo e si indirizza verso luoghi dove teatro, musica e danza interagiscono attraverso formati innovativi, la città offre il valore aggiunto del suo Bassano OperaFestival.

Nato come programmazione estiva del Comune, cresciuto grazie alla determinazione e all’intuito dell’ingegnosa Rosa Scapin, Bassano OperaFestival è diventato un punto di riferimento importante, anche per il fervore con cui schiera in campo progetti nuovi, accende le luci su prime assolte e debutti, esplora prospettive e finanziamenti internazionali.

Per mettere a segno un cartellone che di anno in anno anno si fa più attrattivo per il numero di nuovi (e non solo) artisti che riesce a convogliare nel territorio, che alla città aggiunge i centri della Pedemontana veneta: Castelfranco, Marostica, la valle del Brenta…

Bassano OperaEstate 2024

Bassano, il programma

Di nuovo, sulla base sul comunicato stampa, ecco una sintesi forzatamente ridotta, visto il programma di oltre cento eventi, che si svolgeranno tra il 2 luglio e il 15 settembre 2024). Il programma completo è qui.

Nella sezione Danza molti i progetti interdisciplinari che intrecciano linguaggi diversi: così è per l’evento Un Amico, che vede insieme per la prima volta il musicista Mario Brunello con il coreografo Virgilio Sieni in una serata omaggio al mondo della musica di Ezio Bosso, grande amico di Mario Brunello. Tra le altre composizioni anche Roots, la sonata per violoncello e pianoforte che Ezio Bosso scrisse e dedicò a Brunello 10 anni fa. (29/7). Alessandro Sciarroni, Leone d’oro alla Biennale, sarà al festival con il suo nuovo lavoro U., che dà corpo a una coreografia di voci, un inno di gioia, speranza e amore (26/7). Due tra le coreografe italiane più innovative: Cristina Kristal Rizzo, riunisce straordinari danzatori nel suo nuovo Monumentum the second sleep, (31/7) e Silvia Gribaudi con MM Contemporary Dance Company, in Grand Jeté, propone una riflessione divertente sui cliché della danza e del balletto (2/8). 
Al confine tra danza e installazione artistica, Gruppo Nanou propone una creazione coreografica tra architetture di luce e di oggetti che omaggia Shining di Stephen King e la ancor più celebre trasposizione cinematografica di Kubrick (20 e 21/7). 
Un grande ritorno è quello con Sharon Fridman, che in Go Figure crea una coreografia intrisa di poesia e forza fisica, equilibrio e leggerezza, potenza e precisione, per i corpi non conformi dei suoi danzatori. (6/8). 
Le futuristiche Bolle, disegnate da Fuksas per le distillerie Nardini, ospitano infine Michele Di Stefano con la sua compagnia MK in Creatures. Album degli abitanti del Nuovo Mondo che unisce l’architettura dei corpi all’architettura contemporanea, mettendo in connessione le competenze specialistiche differenti ma complementari proprie della danza e dell’architettura. (9 e 10/8).

Fuksas Bolle Bassano Nardini
Le Bolle ideate da Massimiliano Fuksas per la Distilleria Nardini

Per la sezione Teatro, a Bassano sarà in scena il nuovo progetto di Motus: Frankenstein, che affronta il capolavoro di Mary Shelley guardando al Mostro come metafora della diversità (23/7). In prima nazionale Anagoor con la nuova produzione nata per il tedesco Theater an der Ruhr : Bromio con Marta Ciappina, che incrocia danza, performance, teatro e musica, sviluppando un rituale poetico di trance, per vivere la comunità in modo nuovo (prima nazionale 26 e 27 luglio); Marco Paolini ambienta invece alla Tagliata della Scala in Valbrenta, Latitudini, un primo studio ispirato alla figura umana e scientifica di Charles Darwin (18 e 19 luglio). 

Particolarità del Festival è proprio la sua ambientazione nei luoghi di rilievo del territorio e del suo patrimonio: ville, palazzi, paesaggi. E così la nuova creazione per i Dance Well dancers di Castelfranco Veneto – la pratica di danza per persone con Parkinson, nel 2023 Premio Rete Critica e Premio Speciale Danza&Danza – è affidata al coreografo Matteo Marchesi, in scena in Villa Parco Bolasco (13/7); in prima nazionale Villa Dolfin Boldù di Rosà, ospita la nuova produzione di Stivalaccio Teatro, Strighe Maledette! (11/7), mentre Alessandro Bergonzoni nel parco di Villa Cerchiari a Isola Vicentina prosegue le sue sperimentazioni linguistiche nel nuovo Sempre sia rodato (22/7). A Marostica, sulla Collina del Pigrotto, la mega scultura del cane creato da Elena Xausa, giovane illustratrice da poco scomparsa, i Fratelli Dalla Via in Nulla è più invisibile, riflettono proprio sui monumenti e sul rapporto tra il ricordare e l’agire (3/8). 

Accoglie stili e linguaggi differenti anche il programma dedicato alla Musica, che si apre con il collettivo dei C’Mon Tigre in Habitat live, dal loro ultimo lavoro, acclamato tra i migliori dischi del 2023 (12/7). Prosegue con il programma dedicato ai giovani talenti della classica: il violinista Giovanni Andrea Zanon con Martin James Bartlett al pianoforte (13/7), che cura anche il programma Leonora Armellini e un Quintetto di fiati (25/7), la pianista Eva Gevorgyan (8/8) e il duo violoncello pianoforte formato da Luca Giovannini e Leonardo Colafelice (11/8). 
Appuntamento con la classica il 4 agosto con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius nella Nona Sinfonia di Beethoven che, in occasione del centenario dalle composizione, esprime ideali di libertà, pace e solidarietà così necessari in questi tempi. 

B.Motion. Il contemporaneo. Realmente

Una sezione, che considero assai stimolante, si colloca poi nelle ultime settimane del Festival (tra il 21 agosto e il primo settembre). B.Motion, modellato adesso da Michele Mele, dopo essere stato consolidato da Roberto Casarotto, si concentra su linguaggi del contemporaneo e artisti emergenti.

B.Motion a Bassano
Una precedente edizione di B.Motion

Senza costringersi alla separazione di generi, anche perché in questi lavori, danza, musica e teatro si fondono grazie a nuove pratiche di spettacolo che spesso portano allo scoperto i corpi vulnerabili (vedi un precedente post su Dance Well), le dinamiche del gioco e del videogioco, gli archivi della memoria individuale e collettiva, i legami con lo sport.

A Bassano insomma, anche questa estate, si prova a disegnare il vasto panorama del realmente contemporaneo. Seguendo questo link trovate il programma dettagliato (ma anche qui e qui). Di B.Motion riparleremo poi a suo tempo.

Biennale 2024 dal vivo. Biglietti a/r per un altrove trasversale

Nonostante il nome, La Biennale di Venezia fa parlare di sé molto più spesso. È infatti un flusso continuo di notizie e eventi ciò che l’istituzione veneziana, specializzata in arti contemporanee e in cinema, architettura, spettacolo dal vivo e archivio, macina di mese in mese. 

Dopo aver reso pubblici i nomi degli artisti che quest’anno verranno premiati con i Leoni d’oro e con quelli d’argento (questo è il link alla sezione news del sito), è venuto questa mattina il momento di annunciare, dalla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, i titoli delle creazioni che tra giugno e ottobre prossimi, andranno a formare la Biennale 2024 dal vivo.

Quella Biennale DMT, che mette in campo – definizione che bene si adatta all’urbanistica veneziana – Danza e Musica e Teatro nei rispettivi Festival.

Biennale 2024 cartelloni festival DMT

Le date

Due sono le settimane durante le quali ciascuna manifestazione porterà in laguna e presenterà al pubblico un ventaglio di titoli italiani, ma soprattutto internazionali, selezionati dai direttori alla quarta e ultima tornata del loro mandato. 

Introdotti dal nuovo presidente Pietrangelo Buttafuoco, che succede da quest’anno a Roberto Cicutto, ecco dunque:

Niger et Albus, 52esimo Festival Internazionale del Teatro (15 > 30 giugno, direttori Stefano Ricci e Gianni Forte), qui l’annuncio dei Leoni 2024 d’Oro e d’Argento teatrali

We Humans,  18esimo Festival Internazionale di Danza Contemporanea (18 luglio > 3 agosto, direttore Wayne McGregor) qui l’annuncio dei Leoni 2024d ‘Oro e d’Argento coreografici

Musica Assoluta,  68esimo Festival Internazionale di Musica Contemporanea (26 settembre > 11 ottobre, direttrice Lucia Ronchetti), qui l’annuncio dei Leoni 2024 d’Oro e d’Argento musicali.

Wayne Mc Gregor, Lucia Ronchetti, Stefano Ricci e Gianni Forte
Wayne Mc Gregor, Lucia Ronchetti, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori Biennale 2024 dal vivo

Qui sotto il video completo della presentazione di questa mattina a Ca’ Giustinian.

https://www.youtube.com/live/elB8G4tHew8?feature=shared

Estrapolati da alcuni passaggi del comunicato stampa che accompagna i tre Festival e dalle presentazioni dei direttori, ecco gli artisti e i momenti salienti dei tre festival.

Il Teatro: bianco e nero, direzioni precise, senza ripensamenti. 

Il mondo è a colori ma la realtà è in bianco e nero, suggeriva Wim Wenders. “Se non riusciamo a immaginare un mondo migliore e più armonioso” hanno detto Stefano Ricci e Gianni Forte nel raccontare per filo e per segno il loro programma“non avremo mai i mezzi necessari per ricostruirlo. Niger et Albus, titolo di questa 52esima edizione del Festival, è allora la promessa di una nuova luce che si fa strada”.

Biennale Teatro 2024

Il programma

La nuova creatività trova spazio nel 52. Festival Internazionale del Teatro con drammaturghi, registi, performer autori del proprio teatro. Sono gli artisti selezionati per le diverse sezioni di Biennale College, progetto sviluppato nell’arco di un’annualità o di un biennio e che si prolunga in un programma di produzioni e co-produzioni.

E’ il caso di Stefano Fortin e Carolina Balucani, autori rispettivamente di Cenere e Addormentate, testi che presentano ora in forma compiuta in coppia con i registi Giorgina Pi e Fabrizio Arcuri, fra i più sensibili alle nuove drammaturgie e ai nuovi linguaggi della scena e che già li avevano accompagnati nelle mise en lecture viste allo scorso festival.

Sempre sul fronte della drammaturgia, quest’anno sarà la volta di Rosalinda Conti, autrice selezionata al termine del laboratorio di scrittura con Davide Carnevali lo scorso anno, con Così erano le cose appena nata la luce, di cui si vedrà la lettura scenica curata da Martina Badiluzzi; mentre la seconda vincitrice del bando drammaturghi, Eliana Rotella e il suo Livido verrà visto sempre sotto forma di lettura scenica per mano di Fabio Condemi.

Anche Ciro Gallorano, dopo una serie di tappe di avvicinamento da cui esce vincitore del College Registi, avrà modo di sviluppare e presentare sul palcoscenico del festival il suo Crisalidi, “un’indagine intima attorno alle grandi domande evocative nelle opere di Virginia Woolf e Francesca Woodman, in risonanza con le inquietudini dell’oggi”.

Fresco di nomina sul fronte della performance site specific è, infine, Elia Pangaro con il progetto Bolide | deus ex machina, “un lavoro sulla velocità che caratterizza il nostro tempo annullandone il senso”, di cui si vedrà l’esito finale nel corso del Festival.

I “game-changer” della scena contemporanea, compagnie che sono espressione di nuove forme della teatralità e un nuovo modo di essere spettatori, saranno ospiti del 52. Festival Internazionale del Teatro. 

Back to Back Theatre, la pluripremiata formazione australiana che trova nella disabilità uno strumento di indagine artistica, vincitrice del Leone d’oro alla carriera, sarà per la prima volta in Italia alla Biennale con un suo spettacolo, Food CourtGob Squad Theatre, il collettivo anglo-tedesco che riceverà il Leone d’argento, sarà presente con due opere emblematiche: Creation (Picture for Dorian) che riflette con ironia sulla relazione tra artista opera e spettatore, ed Elephants in Rooms, installazione visiva a schermi multipli, che illumina quattordici finestre dei nostri interni sicuri da cui guardare il mondo.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’ensemble lituano – costituito dalla scrittrice Vaiva Grainytė, la musicista Lina Lapelytė, la regista Rugile Barzdžiukaitė e già premiato con il Leone d’oro per il miglior padiglione alla Biennale Arte 2019 – con Have a Good Day!, un’opera che allinea dieci cassiere in un supermercato con un pianoforte per un affondo sottilmente eversivo dei nostri riti consumistici. 

Il regista drammaturgo iraniano Amir Reza Koohestani, da anni presente sulle maggiori scene d’Europa con il suo Mehr Theatre Group fondato a Teheran nel ’96, sarà a Venezia con il suo ultimo spettacolo, già di culto, Blind Runner, dove il corpo a corpo ad alta tensione psicologica tra un uomo e una donna si intreccia alla Storia.

L’attore, autore, regista affermatosi sulla scena non solo britannica per la forza dei suoi testi, Tim Crouch, sarà in scena con Truth’s a Dog Must to Kennel nella parte del Fool di Re Lear, dando corpo e voce all’ultimo tassello di un ciclo di monologhi, spin-off di commedie e tragedie del Bardo che affrontano Sheakespeare dalle retrovie, ricorrendo allo sguardo dei personaggi minori.

Reduci dal successo parigino per l’installazione Bar Luna, realizzata al Centre Pompidou con Alice Rohrwacher, la regista Claudia Sorace e il drammaturgo e sound artist Riccardo Fazi, nucleo artistico di Muta Imago, proseguendo nella ricerca sulla natura e la percezione del tempo, affrontano per la prima volta un classico del teatro, Tre sorelle di Cechov, con una riscrittura che condensa tutte le voci dei personaggi in quelle delle tre protagoniste pur mantenendosi fedele all’originale.

Milo Rau e il suo teatro militante, che sovverte le regole creando situazioni al limite tra spettacolo e indagine sociale, arte, politica, storia e cronaca giornalistica. Come la nuova creazione che presenterà alla Biennale, Medea’s Children, che prende spunto, ancora una volta, da un vero e proprio caso criminale, per intrecciare tragedia moderna e tragedia classica.

Gob Squad, Vaiva Grainyté, Lina Lapelyté, Rugilé Barzdžiukaité, Davide Carnevali, Tim Crouch, Muta Imago, Gianni Staropoli saranno, inoltre, artisti in residenza per le masterclass che integrano il programma del festival. Attori, performer, drammaturghi, video artisti, registi, giornalisti, scrittori, studiosi, light designer potranno fare domanda di partecipazione fino a lunedì 8 aprile. Il bando è sul sito della Biennale all’indirizzo www.labiennale.org

La Danza: sudore trasferito nel respiro e nei battiti del cuore

Artisti che sfruttano le capacità dell’essere umano per superarne il potenziale, mentre ci ricordano con calma, grazia e urgenza che ciò che Noi Esseri Umani condividiamo è molto più grande di tutto ciò che ci divide. We Humans è il titolo del Festival di danza 2024” ha scritto Wayne McGregor.

Biennale Danza 2024

Il programma

Così lungo l’intero arco del festival si vedrà De Humani Corporis Fabrica, film/installazione di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor, registi e antropologi che firmano documentari sperimentali noti ai maggiori festival. In cinque diversi ospedali di Parigi i due cineasti seguono le più innovative tecnologie endoscopiche con cui la medicina osserva e opera per un viaggio dentro il mistero del corpo umano che sfida limiti fisici e culturali. 

Anche la danza cyborg della svizzera Nicole Seiler apre nuove strade e pone nuovi interrogativi. In Human in the Loop la Seiler sottopone a uno “stress test” l’IA, provando a farne l’innesco del processo creativo con i danzatori in scena. Uno sconfinamento tra umano e artificiale che esplora il corpo tecnologico e il corpo biologico.

Un nuovo modo di sperimentare la danza ai tempi dell’IA è offerto anche dalla formazione taiwanese Cloud Gate, che festeggia i suoi cinquant’anni con la danza cosmica di Waves, concepita dal coreografo Cheng Tsung-lung con l’artista digitale Daito Manabe. I movimenti dei danzatori, tradotti in dati informatici, sono rielaborati dall’IA e trasmutati in nuove forme danzanti in dialogo con i danzatori in scena. 

Cinema d’animazione, teatro, musica, danza sono compresenti in Antechamber, opera degli artisti e musicisti Romain Bermond e Jean-Baptiste Maillet, noti come Stereoptik. Lo spettacolo è il making of di un corto, che narra il risveglio alle meraviglie del mondo di un ragazzo, e immerge il pubblico nel prender forma delle idee, nel materializzarsi di un personaggio, nell’evolversi di una storia, svelando il processo creativo della coppia. 

L’idea del processo creativo come performance è anche alla base di Find Your Eyes del pluripremiato fotografo britannico Benji Reid, che ha battezzato la sua pratica artistica choreo-photolist, facendo coesistere nelle sue creazioni fotografia, danza, teatro, racconto. Find Your Eyes s’ispira alla sua vita – esplorando vulnerabilità, tragedia e successo attraverso la lente del fotografo. Coreografando tre performer, Reid trasforma il palcoscenico nel suo studio fotografico e crea davanti al pubblico vere e proprie fotografie in movimento.

All’incrocio fra danza contemporanea e radici afro si colloca la ricerca del coreografo colombiano e attivista Rafael Palacios, allievo di Germaine Acogny e Irène Tassembédo, che in vent’anni di carriera ha affermato la diversità della danza afro-colombiana. Con la sua compagnia Sankofa Danzafro, per la prima volta in Italia, Palacios presenta Behind the South: Dances for Manuelispirato al romanzo epico di Manuel Zapata Olivella, Changó, el Gran Putas, sull’esperienza diasporica africana tra mitologia, spiritualità, radici ancestrali. 

Riattiva il mito classico Ruination, che la compagnia britannica di teatro danza Lost Dog, per la regia e la coreografia del fondatore Ben Duke, porta in scena con spirito anticonformista e in chiave contemporanea. Il mito di Medea trova espressione in un dramma giudiziario, riscritto con fantasia e umorismo in un mix di danza, musica, teatro.

Il programma di commissioni, produzioni e coproduzioni della Biennale Danza, che destina risorse alla nuova creazione coreografica attraverso bandi nazionali e internazionali e attraverso Biennale College, ma anche attraverso la collaborazione con festival e istituzioni internazionali, vedrà in scena al 18. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, nomi in ascesa accanto a nomi già consolidati della scena contemporanea. 

Il dinamico duo Miller de Nobili (MdN), vincitore del bando nazionale per una coreografia inedita, con una visione che mescola break dance, danza contemporanea e danza urbana a tecniche teatrali, presenterà There Was Still Time, ispirato al mondo di Samuel Beckett.

Noemi Dalla Vecchia e Matteo Vignali, alias Vidavé, anche loro vincitori del bando nazionale per una nuova coreografia, scavano nel passato con Folklore Dynamics, fra storie, proverbi, giochi, superstizioni e gesti delle diverse tradizioni che prendono forma nel movimento. 

Accanto a loro Melisa Zulberti, regista, coreografa, artista visiva argentina e vincitrice del bando internazionale per nuove coreografie, porterà alla Biennale il suo progetto interdisciplinare, Posguerra.

Cuore pulsante del festival sono i giovani artisti di Biennale College – 16 danzatori e 2 coreografi – che dal 6 maggio al 3 agosto saranno in residenza a Venezia con un programma dedicato di apprendistato artistico che sia occasione di trasmissione di saperi, ma anche di confronto e cimento delle proprie esperienze e della propria creatività, un programma che culminerà nella presentazione di nuove coreografie commissionate dalla Biennale. Si tratta della nuova creazione in prima mondiale di Wayne McGregor, pensata per la Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido e realizzata in collaborazione con gli stessi danzatori del College unitamente ai componenti della Company Wayne McGregor.

Sempre in prima mondiale The Bench di Cristina CaprioliLeone d’oro alla carriera, che sarà maestra e creatrice per e con i danzatori del College. Infine duenuove creazioni originali ideate dai coreografi che verranno a breve selezionati, condivise e realizzate con gli stessi danzatori del College.

Fra le coproduzioni della Biennale Danza spicca Tangent di Shiro Takatani, cofondatore e direttore artistico di Dumb Type, un nucleo di artisti che della ricerca tecnologica ha fatto uno stile di vita e impiega media diversi nel proprio lavoro, che trova espressione in mostre d’arte e installazioni museali, performance, produzione di audiovisivi, vantando collaborazioni con Ryoji Ikeda e Ryuichi Sakamoto. Tangent, con cui Shiro Takani dopo quasi dieci anni torna al lavoro per il palcoscenico, esplora lo spazio liminale tra arte, scienza e tecnologia.

In controtendenza, Alan Lucien Øyen sceglie un approccio analogico per Still Life, interpreti Daniel Proietto e Mirai Moriyama. Regista, coreografo e artista, esponente di punta di un’area fertile per le arti performative come il Nord Europa, Alan Lucien Øyen è uno dei due coreografi chiamato a creare per il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, oltre che coreografo stabile all’Opera e al Balletto nazionale norvegese e fondatore di un collettivo di artisti, “winter guests”.

Infine, sempre in coproduzione con la Biennale, la compagnia indipendente con sede a Barcellona GN|MC, ovvero la catalana Maria Campos e il libanese Guy Nader, presenta un nuovo lavoro, “un’ode alla vita e alla sua fragile atmosfera”, un incontro fra danzatori che impiegando schemi di movimento ripetitivi e ciclici, evoca un’atmosfera ipnotica che altera la nostra percezione visiva trasformandola in un paesaggio di entità viventi.

Tra i più seguiti coreografi della sua generazione, il destinatario del Leone d’argento Trajal Harrell, che ha portato le sue creazioni tanto in luoghi d’arte come in festival e teatri – fra cui MoMA, Stedelijk Museum, Biennale di San Paolo, Biennale di Gwangju, Festival di Avignone, The Kitchen di New York – inaugurerà e concluderà il festival con Sister or He Buried the body e Tambourines. Due lavori esemplari di quella “archiviazione fittizia” con cui Harrell rigenera materiale storico e forme della danza pre-esistenti.

Percorrerà il Festival un tributo al Leone d’oro alla carriera Cristina Caprioli, danzatrice, coreografa, teorica sperimentale, accademica e curatrice,che con i suoi lavori esprime un’idea di coreografia come “discorso critico in continuo movimento”, in cui l’atto creativo non è mai disgiunto dalla riflessione. DeadlockFlat HazeSilver sono fra i suoi ultimi lavori, cui si aggiunge The Bench, che Cristina Caprioli stessa, facendosi mentore d’eccezione, creerà per e con i danzatori e coreografi selezionati di Biennale College.

La Musica: un ritorno alle forme pure

Il Festival cercherà di analizzare il significato della musica quale linguaggio autonomo, entrando nel laboratorio dei compositori e degli interpreti più rigorosi e inventivi che elaborano partiture, programmi, codici e performance, senza alcun riferimento extra-musicale e senza riferimenti visivi” ha detto Lucia Ronchetti. In altre parole, Musica Assoluta.

Biennale Musica 2024

Il programma

Il festival si articolerà in dieci sezioni.
La sezione Polyphonies “presenta complesse composizioni per orchestra, con solisti e trattamento elettronico. Le tecniche sofisticate sviluppate dai celebri compositori coinvolti in questa sezione, attraverso la costruzione di raffinate stratigrafie sonore, generano monumentali architetture acustiche”.Tre i concerti in programma: con l’Orchestra del Teatro La Fenice che insieme all’Ensemble Modern, Tito Ceccherini sul podio, presenta le prime italiane del Leone d’oro alla carriera Rebecca Saunders (Wound) e Unsuk Chin (Shards of Silence); con l’orchestra della WDR Sinfonieorchesterdi Colonia diretta da Ilan Volkov, interprete di brani di Marco Momi (co-commissione della Biennale), di Beat Furrer in prima italiana, e di Bernd Alois Zimmermann; con la Frankfurter Opern-und Museumsorchester diretta da Thomas Guggeis per le due commissioni della Biennale a Luca Francesconi (Sospeso) e Salvatore Sciarrino (Nocturnes).

Assolo è una sezione “incentrata su raffinate e virtuosistiche composizioni strumentali, secondo l’idea concettuale che la scrittura per strumento solista possa rendere un’espressione completa dell’estetica di un compositore”. Il pianista francese Bertrand Chamayou eseguirà pagine della letteratura pianistica di George BenjaminUnsuk Chin, insieme a un nuovo brano di Miles Walter, giovane compositore americano di Biennale College. La pianista giapponese Chisato Taniguchi sarà interprete di una selezione dei lavori pianistici di Alberto Posadas, accanto al nuovo lavoro commissionato dalla Biennale a Miharu Ogura. La violista americana Hannah Levinson presenterà la prima assoluta di Jaeduk Kim, compositore sudcoreano di Biennale College, insieme alle prime italiane della compositrice iraniana Bahar Royaee e del compositore americano Michael Pisaro-Liu.

Listening/Hearing è uno “spazio installativo per l’ascolto individuale che sarà realizzato durante tutto il festival nelle Sale d’armi E dell’Arsenale, con la diffusione del suono curata dal compositore e sound engineer Thierry Coduys. Questo antro sonoro presenterà opere di musica elettronica digitale e acusmatica, composte in studio o generate in concerto con tecnologie innovative, per evidenziare le tendenze attuali dell’elettronica finalizzata alla ricerca della musica assoluta”. Ci saranno opere di compositori come Dmitri Kourliandski (Mosca), Patricia  Kopatchinskaja(Chișinău), Natasha Barrett (Norwich), François J. Bonnet (Parigi), Hanna Hartman (Uppsala), Mattia Parisse (Terni), proveniente da Biennale CollegeJohn Zorn (New York), Ali Nikrang (Teheran), oltre a due classici della ricerca elettroacustica come De Natura Sonorum di Bernard Parmegiani Bohor di Iannis Xenakis.

La sezione Sound Structures è “dedicata a vaste composizioni che esplorano la natura fisica del suono, conducendo il pubblico in un viaggio immersivo all’interno della realtà delle emissioni acustiche”. Verranno eseguiti due capolavori per percussioni: Le Noir de l’étoile di Gérard Griseycon l’ensemble ET-ET, insieme a Federico Tramontana e Alexsandra Nawrocka, provenienti da Biennale College, e la prima italiana di Tutuguri VI- Kreuze di Wolfgang Rihm con il collettivo tedesco Christian Benning Percussion Group, che eseguirà anche la prima assoluta, commissionata dalla Biennale, del compositore israeliano-palestinese Samir Odeh-Tamimi.

L’ensemble americano Yarn/Wire sarà interprete di un’altra commissione della Biennale alla compositrice svedese Lisa Streich e della prima italiana di Zeno Baldi. La sezione presenta anche una performance della raccolta di concerti L’estro Armonico di Antonio Vivaldi con la Venice Baroque Orchestra diretta da Andrea Marcon “per mettere in evidenza il lavoro straordinario e ante-litteram del compositore veneziano nell’ambito di una ricerca strumentale pura e autonoma”. Conclude la sezione un concerto dell’Ensemble Modern, Leone d’argento del festival, che unisce il Leone d’oro Rebecca Saunders con la prima italiana di Skull e un pezzo per percussioni della compositrice di Hong Kong Alice Hoi-Ching Yeung, selezionata da Biennale College.

Absolute Jazz presenta “solisti di diversa provenienza culturale che fanno riferimento al linguaggio jazzistico nella loro ricerca improvvisativa, intesa come prassi compositiva basata su codici riconosciuti”. Saranno in scena: Georg Vogel, performer viennese, con il suo Claviton; la violinista e compositrice libanese Layale Chaker e il suo violino a sei corde; il trombettista statunitense Peter Evans e il percussionista, pianista e compositore americano Tyshawn Sorey, esponente di spicco di una nuova generazione di performer/compositori decisi a superare gli schemi e le divisioni tra i generi.

Counterpoints presenta “grandi meccanismi contrappuntistici presenti nell’ambito della scrittura attuale, strutture complesse che si animano e si dissolvono nel tempo dell’ascolto, dispositivi musicali che trasportano gli ascoltatori in paesaggi sonori escheriani”.

Ci saranno due lavori fondanti della compositrice russa Galina Ustvolskaya eseguiti dalla violinista Patricia  Kopatchinskaja e dal pianista Markus  Hinterhäuser; il quartetto francese Quatuor Béla presenterà una prima assoluta, commissionata dalla Biennale, di Tristan Murail e una di Hristina Susak, giovane compositrice serba di Biennale College. Il quartetto newyorkese Attacca Quartet presenterà la prima assoluta di daisy, di David Lang, accanto al capolavoro di George Crumb, Black Angels. Infine, il Kandinsky Quartet, quartetto d’archi viennese selezionato attraverso i bandi di Biennale College, che eseguirà lavori del repertorio quartettistico contemporaneo di Salvatore SciarrinoGeorg Friedrich Haas e del giovane compositore sloveno Vito Žuraj.

Solo Electronics comprende tre concerti che si svolgeranno nel Padiglione 30 di Forte Marghera con pubblico in piedi e libero di muoversi con rinomati protagonisti dell’elettronica sperimentale e tecnologie sofisticate”. Ci saranno le esibizioni live del compositore e chitarrista irlandese Sam Barker, il sound artist canadese Tim Hecker, la dj tedesca di origini mozambicane Cecilia Tosh; performance di Richard Devine, producer di Atalanta, Pan Daijing, musicista e artista cinese di stanza a Berlino, e Søs Gunver Ryberg, artista danese, un concerto che rinnova la collaborazione con il CTM di Berlino; infine il dj palestinese Muqata’a e l’artista e musicista ungherese Zsolt Sörés/Ahad con due nuovi lavori (commissione della DAAD di Berlino) che evidenziano le caratteristiche linguistiche delle due grandi tradizioni musicali, rielaborate con una straordinaria perizia tecnica; infine il producer sudafricano Robert Machiri

Pure Voices è una sezione volta a suggerire la possibilità che la musica vocale, se legata a un testo rarefatto e destrutturato, distillato dalla sua portata semantica e comunicativa, possa dare origine a progetti di musica pura, conducendo l’ascoltatore a un’esperienza estatica e meditativa”. Nella  Basilica di San Marco, il Coro della Cappella Marciana diretta da Marco Gemmani eseguirà lo Stabat della compositrice svedese Lisa Streichaccanto allo Stabat Mater di Pierluigi da Palestrina e allo Stabat Mater di Giovanni CroceCatherine Simonpietri dirigerà l’ensemble vocale parigino Sequenza 9.3, interprete di un programma dedicato alla musica vocale assoluta, con lavori della compositrice lettone Santa Ratniece, dellacompositrice lituana Justė Janulytė e di Arvo Pärt.

Musica Reservata è un “concetto di elaborazione compositiva ideato nel Rinascimento per sottolineare che la musica sperimentale doveva essere inizialmente rivolta a un pubblico selezionato o addirittura concepita solo per il compositore stesso e i suoi interpreti, da il titolo ad una sezione che presenta lavori di ricerca ambiziosa per uno strumento o piccolo ensemble strumentale di virtuosi”. Ci saranno la compositrice e violista da gamba austriaca Eva Reiter con il suo nuovo lavoro commissionato dalla Biennale, in dialogo con le musiche di Monsieur De Sainte Colombe, in collaborazione con la violista da gamba Romina Lischka.

I solisti veneziani Massimo Raccanelli e Cristiano Contadin e il giovane violista da gamba italiano Giulio Tanasini eseguiranno brani di Benedetto Marcello e la prima esecuzione assoluta della compositrice tedesca Isabel Mundry.La sezione è completata dalla performance della compositrice e polistrumentista iraniana Golfam Khayam, basata sulla musica tradizionale persiana e sulle tecniche ornamentali nell’ambito della performance improvvisativa.

Un ricordo

Un ricordo affettuoso da parte dei direttori è andato alla memoria di Elena Leonardi, collaboratrice alla attività di produzione della Biennale, scomparsa pochi giorni fa, in un tragico incidente in laguna.