Breaking news. Le nomination dei Premi Ubu 2022

A tarda sera, pochi minuti fa, nella trasmissione radiofonica di Rai RadioTre, Teatri in prova, sono state rese pubbliche le terne che si disputeranno la vittoria nella finale dei Premi Ubu 2022, prevista per il 12 dicembre a Bologna all’Arena del Sole. Scrollate per scoprire tutti i finalisti.

le statuette dei Premi Ubu 2015

Come negli anni scorsi, l’annuncio delle nomination precede di alcune settimane la serata della finale e crea quell’aspettativa che fa dell’assegnazione dei Premi Ubu un momento importante del teatro italiano. Momento che si ripete dal 1978, quando Franco Quadri ne ideò la prima ‘prototipa’ edizione.

“L’ecosistema teatro si muove, e i premi registrano i sommovimenti” ha detto Graziano Graziani, presentando con Laura Palmieri la serata radiofonica di oggi. Nella quale sono state ricordate due delle figure più importanti della critica teatrale italiana, recentemente scomparse, Maria Grazia Gregori e Renato Palazzi.

Riporto di seguito le terne (qualche volta pure quaterne, o magari ambi, dipende dall’aritmetica dei voti) degli artisti e di titoli indicati dagli 80 referendari Premi Ubu 2022, che hanno espresso le loro preferenze fra tutti gli spettacoli che la scena italiana ha prodotto e circuitato tra primo settembre 2021 e 31 agosto 2022.

I dati dei Premi Ubu 2022

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Spettacolo di teatro

L’Angelo della Storia creazione di Sotterraneo (ideazione e regia di Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa)

Bros di Romeo Castellucci

Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee (regia di Antonio Latella)

Spettacolo di danza

Inferno regia, coreografia di Roberto Castello

Manifesto Cannibale concept e regia di Francesca Pennini

OtellO progetto e realizzazioneKinkaleri – Massimo Conti, Marco Mazzoni, Gina Monaco

Paradiso coreografie di Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci

Curatela / Organizzazione

Danila Blasi (PIN Doc)

Collettivo Amigdala (Periferico Festival)

Maurizio Sguotti e Kronoteatro (Terreni Creativi Festival)

Regia

Licia Lanera per Con la carabina

Antonio Latella per Chi ha paura di Virginia Woolf?

Leonardo Lidi per La signorina Giulia

Massimo Popolizio per M. Il figlio del secolo

Attrice / Performer

Sonia Bergamasco (Chi ha paura di Virginia Woolf?)

Monica Demuru (Giorni)

Valentina Picello (Edificio 3)

Attore / Performer

Marco Cavalcoli (AshesOttantanove)

Vinicio Marchioni (Chi ha paura di Virginia Woolf?)

Tommaso Ragno (M. Il figlio del secolo)

Attrice / Performer under 35

Dalila Cozzolino

Stefania Tansini 

Giuliana Vigogna 

Attore / Performer under 35

Alessandro Bay Rossi 

Ludovico Fededegni 

Scenografia

Radu Boruzescu (Edipo re)

Alfredo Pirri (Paradiso)

Paola Villani (Carne blu)

Costumi

Gianluca Falaschi (Agamennone)

Gianluca Sbicca (M. Il figlio del secolo)

Disegno luci

Nicolas Bovey (La signorina GiuliaI due gemelli veneziani)

Simona Gallo (Tutto Brucia)

Giulia Pastore (La notte è il mio giorno preferito)

Progetto sonoro / Musiche originali

Gianluca Misiti (Venere e AdoneL’armata Brancaleone)

F. Morello R.Y.F. (Tutto Brucia)

Muta Imago (Ashes)

Franco Visioli (Chi ha paura di Virginia Woolf?)

Nuovo testo italiano / Scrittura drammaturgica

L’Angelo della Storia di Daniele Villa/Sotterraneo 

Dei figli di Mario Perrotta 

Ottantanove di Elvira Frosini e Daniele Timpano 

Una riga nera al piano di sopra di Matilde Vigna 

Nuovo testo straniero / Scrittura drammaturgica

Brevi interviste con uomini schifosi di Daniel Veronese da David Foster Wallace 

Con la carabina di Pauline Peyrade 

Edificio 3 di Claudio Tolcachir 

Spettacolo straniero presentato in Italia

Catarina e a beleza de matar fascistas di Tiago Rodrigues (regia di Tiago Rodrigues

Liebestod | El olor a sangre no se me quita de los ojos Juan Belmonte di Angélica Liddell (regia di Angélica Liddell

Love (regia di Alexander Zeldin

Premio Ubu alla carriera e Premi Speciali

Viste le caratteristiche di questi premi, non è stata ufficializzata alcuna nomination. I vincitori saranno annunciati nel corso della serata finale.

Premi Speciale Franco Quadri

Jean-Paul Manganaro

Premi Ubu 2022 spirale

Lodo tuttofare indipendente. “Ma in tutto quello che faccio sono solo un dilettante”

Musicista, opinionista, influencer, attore, scrittore, conduttore, giudice. Lodo Guenzi cambia cappello e mestiere così veloce come cambia le t-shirt. Almeno tre in un giorno.

Da una settimana in palcoscenico è interprete serio e posato, fino a un certo punto almeno. Protagonista addirittura, in uno dei titoli più noti e più longevi (dopo Shakespeare) del teatro inglese: Trappola per topi di Agatha Christie. Un thriller. Fino a domani al Rossetti di Trieste, poi in tournée.

Lodo Guenzi ritratto

Gli ho chiesto: come mai?

C’è chi lo conosce come frontman di Lo Stato Sociale, iconica band indipendente che sbancava a Sanremo 2018 con Una vita in vacanza. C’è chi lo ha visto più volte condurre dal palco di piazza San Giovanni a Roma i concertoni del Primo Maggio assieme a Ambra Angiolini. È stato giudice a X-Factor, subito dopo che si era resa vacante la poltrona di Asia Argento.

Sempre in tv, ogni settimana, ha parlato a ruota libera di web e social, ospite a Le parole di Massimo Gramellini. Da tre anni si aggira nei titoli di testa di alcuni film (Dittatura Last Minute, tra qualche giorno esce La California, un altro lo girerà tra poco) e firma libri assieme ai suoi compagni di band (L’orologio che ha fermato il tempo, sulla strage della stazione di Bologna). Come attore, ha lavorato con i bolognesi di Kepler-452 e si è raccontato in un monologo dal titolo lunghissimo. Vi basta?

No. Perché non ho ancora parlato dei 430k di follower – ma saranno presto mezzo milione – che il suo account @influguenzer totalizza su Instagram. Dove tra un selfie e un altro, distribuisce versi che migliaia di ventenni si tatueranno sulla pelle. “Eggià, siamo la band più tatuata di questo Paese” mi conferma. E la memoria va a uno di quei titoli pop che hanno fatto la storia di Lo stato Sociale: Mi sono rotto il cazzo.

Lodo Guenzi @influguenzer

Incontro Lodo Guenzi alla fine di una replica di Trappola per topi al Politeama Rossetti di Trieste. Lo spettacolo ha debuttato all’inizio di novembre a Carpi, provincia di Modena. Da là è partita la tournée che toccherà un bel po’ di teatroni importanti, storici, capienti, come questo a Nordest, e un sacco di altre sale di medie dimensioni.

Il vecchio copione della Christie, che dal 1952 si replica ininterrottamente (Covid a parte) in una teatro londinese, è stato rinfrescato dalla traduzione di Edoardo Erba e va in scena con la regia di Giorgio Gallione. In platea quasi tutto esaurito. Fifty fifty tra il pubblico maturo (venuto per Agatha Christie) e i ragazzi (venuti per Lodo Guenzi).

Lodo Guenzi in Trappola per topi di Agata Christie
una scena di Trappola per topi, regia di Giorgio Gallione

Una centrifuga di cose

“Qui al Rossetti ci sono stato una volta sola. Quando studiavo da attore all’accademia ‘Nico Pepe’ di Udine. A Trieste quella sera davano L’arlecchino servitore di due padroni. Così mi sono messo in macchina. Volevo partire proprio da là. Dalle basi”.

Voleva partire dalle basi, Lodo. In realtà, in pochi anni, la sua fortunata carriera si è sviluppata in altezza. Assodato che Lodo è abbreviazione per Lodovico (con la o), registrato 36 anni fa all’anagrafe di Bologna, è soprattutto nell’ultimo decennio che il giovane Guenzi, musicista prima che attore, ne ha infilate parecchie. Tutte quelle elencate prima, e chissà quante altre.”In tutto quello che faccio però resto sempre un dilettante“.

Ma non ci si stanca, Lodo, a fare così tante cose? A essere esposti 24/24?

“Ho dentro di me un ego ipertrofico, che si manifesta in una centrifuga di cose da fare. O forse ho solo un’ansia, alimentata sempre dall’orrore del vuoto. Sia come sia, l’ozio non fa per me. E al dormire preferisco di gran lunga il guardare basket in tv. Mi concilia”.

Come spiegare ai fan di Lo Stato Sociale la scelta di un tour nei teatroni, al posto dei palasport della tua band, quelli da decine di migliaia di spettatori?

“Ci sono cose che si innestano nella tua vita senza che te l’aspetti. Qualcosa che non hai mai fatto finora. Oppure un’emozione. O un titolo importante. Da pochissimi giorni ho debuttato con questo spettacolo e ha preso il via una tournée nei teatroni, che quando dici teatro ti viene in mente proprio quella cosa là. Me l’avevano proposto: mi sono detto ci provo. Perché mi piace proprio fare cose che non ho mai fatto. Per ora c’ho il carburante dell’entusiasmo. In seconda battuta capirò se c’era un motivo. In fondo, la mia strada è stata sempre quella dell’indipendenza”.

Lodo Guenzi concerto primo maggio

Prime sensazioni dopo il debutto?

“Qui sono un po’ il protagonista. Ma sono anche il più giovane della compagnia. Per questo ho studiato e ho fatto tutti i compiti per bene. Se la prendevo sottogamba, poteva venir fuori una gran brutta figura”.

Bisogna sempre essere all’altezza del ruolo.

“C’è sempre gioia nel sentirsi i più giovani in un locale. Ma nella vita, per continuare a sentirsi i più giovani, bisogna continuamente cambiare locale”.

A 36 anni si è già degli ometti.

“Quest’anno cade il decennale del primo album con Lo Stato Sociale, Turisti della democrazia. Quindi potremmo fare il nostro primo tour da anziani. Non sai che impressione vedere di fronte a te migliaia di ventenni che cantano a memoria i nostri pezzi di dieci anni prima. Ti chiedi: ma come li sanno? 

Lodo Guenzi cinema

Nel frattempo, Lodo…

Nel frattempo hai abbracciato il cinema.

“Nel cinema c’è una cosa che per me è contronatura: il risultato del tuo lavoro dipende da una quantità infinta di persone che non sei tu. Detto questo, ho avuto la tentazione di farlo, l’ho fatto, e credo di poter dire la mia. È chiaro che dopo dieci anni di totale indipendenza, lavorare in quell’ambiente, completamente monetizzato, fa un certo effetto”.

Stai rimpiangendo gli stadi e i palasport, la musica indie.

“Dieci anni fa, quando scendevo dal palco mi prendevano sotto braccio, mi dicevano vieni, ci ubriachiamo assieme. Adesso hanno il dubbio se darmi o non darmi del lei. È inquietante. Però è anche bello. Sentirli cantare le nostre canzoni mi dà la misura di aver lasciato, nel mio piccolo, un segno. Con ciò che facevo quando avevo poco più di vent’anni, e non sapevo nemmeno io quel che facevo”.

Lo Stato Sociale
Lo Stato Sociale

Quasi mezzo milione di follower su Instagram non sono già una bella misura?

“Penso che Internet impedisca di leggere la realtà per quello che è. Guardando solamente i social è difficile capire se una cosa funziona o no. Devi suonare dal vivo per capirlo, solo così ti accorgi di aver significato qualcosa per qualcuno”.

I versi delle vostre canzoni finiscono sulla pelle delle persone.

“Già, siamo il gruppo più tatuato. Nel senso che se le scrivono addosso, le nostre canzoni. Io, di tatuaggi non ne ho nemmeno uno. Ho paura di ciò che è imperituro. E restare sulla pelle delle persone mi pare un bel problema. Magari un giorno gli starò sulle palle. E a quel punto non vorrei proprio disturbare”.

[questa intervista è stata parzialmente pubblicata sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO, il 9 novembre 2022]

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TRAPPOLA PER TOPI 

di Agatha Christie
traduzione e adattamento Edoardo Erba
con Lodo Guenzi
e Claudia Campagnola, Dario Merlini, Stefano Annoni, Tommaso Cardarelli, Andrea Nicolini, Maria Lauria, Lisa Lendaro
scene Luigi Ferrigno
costumi Francesca Marsella
musiche Paolo Silvestri
regia di Giorgio Gallione
produzione La Pirandelliana

Chi ha vinto il premio Rete Critica 2022?

Pochi minuti fa, al Teatro Bellini a Napoli, la giuria di Rete Critica 2022 il gruppo che riunisce testate, siti, portali e blog di cultura teatrale online – ha annunciato i vincitorl del Premio.

Da 11 edizioni, il riconoscimento viene annualmente assegnato all’artista o alla compagnia che meglio incarnano lo spirito di innovazione e la capacità di progetto nella scena contemporanea in Italia.

rete critica 2022 - finalisti
i finalisti di Rete Critica 2022

Individuati tra una rosa di 13 nomi, selezionati un mese fa , solo tre erano i finalisti di questa edizione 2022 ospitata a Napoli: Carrozzerie n.o.t., Niccolò Fettarappa Sandri, e Teatro dei Borgia. (vedi il post dello scorso 7 ottobre)

Domenica sera, in una seduta di intenso dibattito e valutazioni, giornalisti e blogger di Rete Critica 2022, hanno scelto di premiare :

La città dei miti del Teatro dei Borgia

La motivazione è la seguente : Per la maturità e la complessità di un progetto in grado di entrare nella vita, nelle sue pieghe più complesse e dolorose, in un lavoro di scrittura e attorialità che attualizza il senso del mito.

Da più di due anni, con un lavoro sui personaggi di Medea, Eracle e Filottete, La città dei miti utilizza il teatro, in particolare il mito classico, come leva per restituire dignità all’emarginazione e al disagio contemporanei, in tre spaccati potenti, senza letterarietà e retorica.

In ricordo di Vincenzo Del Gaudio

Questa edizione del Premio Rete Critica 2022 è stata dedicata a Vincenzo Del Gaudio, studioso di Digital e Performing Arts, docente all’Università di Salerno e nostro collega, improvvisamente scomparso proprio nei due giorni del Premio.

Effetto domino a Nordest. Due donne al timone del CSS

Al cambio di direzione all’Ente Regionale Teatrale del Friuli Venezia Giulia, segue a ruota il rinnovo della presidenza del CSS di Udine- teatro stabile di innovazione. Presidente è stata eletta Rita Maffei, vice presidente sarà Fabrizia Maggi.

Fabrizia Maggi e Rita Maffei nel Cda del Css di Udine

Tandem di donne al timone dell’impresa che da più di 40 anni, in questa Regione è sinonimo di innovazione in campo culturale e di spettacolo dal vivo. In questa immagine la notizia apparsa oggi sul quotidiano Messaggero Veneto di Udine.

Ad entrambe, buon lavoro e gli auguri di QuanteScene!

Breaking news. Alberto Bevilacqua è il nuovo direttore ERT FVG

Il Circuito regionale teatrale del Friuli Venezia Giulia ha un nuovo direttore. Il Consiglio di Amministrazione di ERT FVG ha indicato Alberto Bevilacqua come successore di Renato Manzoni, che dal 2004 ha diretto l’Ente . Al neo-direttore Bevilacqua vanno gli auguri di QuanteScene!

Alberto Bevilacqua - ERT FVG
Alberto Bevilacqua

È ufficiale

L’annuncio ha tardato un po’ a diventare pubblico. Incrementando così l’attesa. Ma alla fine, la notizia è stata ufficializzata. Sessantadue anni, esperto nella gestione e nella direzione di imprese culturali, dal mese di novembre 2022 Alberto Bevilacqua è il nuovo direttore ERT FVG. 

Il CdA lo ha scelto entro una rosa di otto nomi, ristretta poi a tre, che si sono candidati al bando pubblico dello scorso giugno. 

Bevilacqua succede a Renato Manzoni che negli scorsi 18 anni, in particolare nel passato biennio di difficoltà e restrizioni sanitarie, ha retto l’Ente. E ne passa adesso le redini, dopo averlo consolidato istituzionalmente, portando da 15 a 28 le sale del Circuito e festeggiando nel 2019 anche i cinquant’anni dalla fondazione.

Alberto Bevilacqua

Da CSS a ERT FVG

Fondatore nel 1984, e fino a questo momento presidente del CSS teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia – Alberto Bevilacqua vanta una conoscenza del sistema teatrale italiano e internazionale che ne fanno una delle figure più note del settore. Ha attivato, assieme al suo team, tutte le iniziative che hanno visto il CSS udinese imporsi tra i centri di produzione più attivi in Italia, vicepresidente Agis Tre Venezie e figura chiave nei percorsi che hanno permesso al FVG di diventare regione leader nel campo dell’innovazione nello spettacolo dal vivo

Nel territorio il suo impegno si è sviluppato a 360 gradi (dal Mittelfest di Cividale alle Residenze artistiche di Villa Manin, dal Teatro Pasolini di Cervignano alle attività regionali di inclusione sociale). A incrementare le sue competenze sono stati anche incarichi nazionali, per ItaliaFestival per esempio, e progetti internazionali, primo fra tanti il percorso di alta specializzazione per attori, oramai trentennale, Ecole des Maîtres.

Ecole des Maitres - logo

Prosa, musica, danza

Sarà adesso chiamato ad assolvere le principali missioni di cui è investito l’ERT FVG. Curare e gestire, in sintonia le amministrazioni e le comunità locali, una trentina stagioni di prosa, musica e danza che nei Comuni del Fvg fanno capo al circuito. Sviluppare progetti rivolti alla diffusione della cultura teatrale nelle scuole. Sovraintendere all’edilizia teatrale nell’ambito della manutenzione e della ristrutturazione delle sale aderenti all’Ente.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO, in data 1 novembre 2022]

le 28 stagioni teatrali di ERT FVG
le 28 stagioni teatrali 2022-23 di ERT FVG

Al neo-direttore Bevilacqua, QuanteScene! fa i migliori auguri di buon lavoro.

Quei dieci dell’Amalgama. Tra le alchimie di Macondo

Ve li voglio presentare. Si chiamano L’Amalgama. Sono dieci e fanno teatro. Sei anni fa hanno formato un collettivo. E da allora girano. Ma tanto. Con un bel progetto, che si intitola Lost in Macondo. Domani, domenica 30 ottobre, saranno a Genova, a conclusione di una settimana che li ha visti lavorare con la gente del quartiere di San Fruttuoso. Se siete da quelle parti, andate a vederli (o guardatevi almeno il loro sito).

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)
Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)

A fisarmonica

Li avevo persi di vista, da quando sono usciti tutti e dieci, vittoriosi, dal diploma finale alla “Nico Pepe” di Udine, accademia di teatro. Li ho ritrovati alcuni anni più tardi, sempre in dieci. Crescere e formarsi assieme vuol dire molto. Ma lo spirito di coesione che è alla base di L’Amalgama è davvero inconsueto.

Non che siano sempre là, uno appiccicato all’altra. Ognuno sviluppa progetti personali. Chi come attrice, o attore, o performer. Chi come regista. Oppure progettista, ideatore di iniziative, creatrice di testi…

Ma quando Macondo chiama, tornano di nuovo assieme, compatti, forti del proprio progetto collettivo. Che inevitabilmente raccoglie attorno a sé altre forze: collaboratori, stabili o occasionali, supporter, istituzioni e associazionismo, follower e amici.

È un lavoro che funziona a fisarmonica. Momenti di forte concentrazione collettiva, alternati a spazi di lavoro personale. Mi piace. Così come mi piace lo stile che mettono nel loro fare teatro.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo - (ph. Mara Giammattei)
Lost in Macondo (ph. Mara Giammattei)

Va detto che per un bel po’ di tempo, in accademia, hanno lavorato con Giuliano Scabia. E quell’incontro ha sicuramente modellato la loro idea di spettacolo dal vivo. Un teatro che attraversa la vita quotidiana. Si insinua nelle case, invade gli spazi aperti, i parchi, i cortili. Acchiappa gli spettatori e li trascina con sé in piazza. Racconta storie, strappa risate, prepara sorprese e diverte. Ecco perché mi piace.

Perdersi a Macondo

C’è un romanzo che buona parte di noi ha letto, molti hanno amato, e tutti conoscono anche solo per il titolo. Cent’anni solitudine di Gabriel García Márquez. Dal realismo magico dell’autore sudamericano, da quella saga famigliare, dall’epica che in quel paesino leggendario avvolge l’albero genealogico della famiglia Buendía, Lost in Macondo prende solo spunto.

E con piglio contemporaneo e coraggio performativo, prendendosi gioco delle mitologie letterarie, abbraccia certe piccole comunità, che possono essere isolati paesi di montagna, cittadine di pianura ricche di storia, o rioni di città, come sta succedendo adesso a Genova. È la formula, sempre più praticata, delle Residenze Teatrali.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo - (ph. Mara Giammattei)
Lost in Macondo (ph. Mara Giammattei)

In dieci, all’unisono, dicono: “L’Amalgama vuole recuperare la componente magica presente nelle storie dei Comuni italiani per mostrare quanto di meraviglioso si nasconde nel reale. Ci faremo influenzare dai fatti reali e miracolosi che ci racconteranno gli abitanti, da ciò che vedremo in paese, da leggende, dal romanzo stesso e dalle nostre esperienze personali per costruire così i vari capitoli. Vorremmo riscrivere la storia di questi paesi come fossero nuove Macondo: luoghi rappresentativi di un immaginario collettivo, in cui tanti Comuni italiani possano riconoscersi“.

Per una settimana, i dieci di Macondo vivono dunque assieme a una comunità urbana, ne raccolgono l’identità e le storie, intervistano e filmano chi ha piacere di parlare con loro, lavorano con chi si mette in sintonia: magari una minuscola banda locale, o un coro di non professionisti. Scoprono ciò che di irrazionale, leggendario, alchemico, si nasconde nella memoria della gente. Ricordi, episodi, figure.

Collettivo L'Amalgama - Lost in Macondo  (ph. Cristina Modonutti)
Le comunità urbane partecipano a Lost in Macondo (ph. Cristina Modonutti)

Tutti assieme, costruiscono ciò che alla fine della settimana sarà lo spettacolo, il finale momento, il botto. In una economia di scambio (come nelle antiche formule di Eugenio Barba e dell’Odin) con coloro che li hanno accolti.

Sulle tracce di Aureliano Buendía, dal Fvg alla Liguria

È successo già parecchie volte nella regione dove hanno piantato la loro sede, il Friuli Venezia Giulia. Sono stati a Porpetto, a Marano Lagunare, a Prato Carnico, a Mossa, a Arta Terme. A Turriaco e a Muggia, centri più popolosi. Adesso la sfida è una città ancora più grande. Teatralmente più esigente. Genova. 

Hanno scelto (e sono stati scelti) dal quartiere di San Fruttuoso, sulla riva destra del torrente Bisagno. E l’episodio che portano per le strade e in piazza si intitola I gringos e le banane del progresso.

Non resta che andarli a vedere, domani.

locandina Lost in Macondo

Ecco il comunicato stampa:


Genova. Domenica 30 ottobre dalle ore 15:30 nel quartiere San Fruttuoso (da via G. De Paoli, traversa di via Paolo Giacometti, a Villa Imperiale) andrà in scena lo spettacolo itinerante che concluderà la residenza artistica e teatrale in Bassa Val Bisagno “Lost in Macondo”, ideata e realizzata dal collettivo L’Amalgama. La pièce è liberamente ispirata al romanzo “Cent’anni di solitudine” di Gabriel García Márquez.

L’obiettivo del progetto è recuperare la componente magica presente nelle storie dei diversi Comuni italiani e rappresentare le tradizioni dei singoli luoghi che caratterizzano l’Italia. La regia è firmata da Andrea Collavino, la drammaturgia da Valentina Diana, i tecnici luci e suono sono Théo Longuemare e Alberto de Felice, i costumi sono curati da Lucia de Monte e Corinne Giunti. Lo spettacolo sarà interpretato da Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti, Clara Roberta Mori, Davide Pachera, Stefano Pettenella e Miriam Russo.

L’evento fa parte del progetto “QuartierArte – Percorsi spettacolari in Bassa Val Bisagno”, ideato e realizzato dal Teatro Garage e dall’associazione La Chascona con lo scopo di valorizzare il territorio, la storia e la cittadinanza del luogo attraverso attività artistiche e didattico formative. Il progetto è finanziato dal Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo in accordo con il Comune e a sostegno di attività di spettacolo dal vivo nelle aree periferiche della città.

In caso di forte pioggia lo spettacolo sarà rappresentato a Villa Piantelli, in corso De Stefanis 8.

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LOST IN MACONDO 

un progetto del Collettivo L’Amalgama
regia, ideazione e coordinamento artistico Andrea Collavino
drammaturgia Valentina Diana
tecnici luci e suono Théo Longuemare – Alberto de Felice
costumi Lucia de Monte – Corinne Giunti
video Stefano Giacomuzzi
progetto fotografico Mara Giammattei
con le attrici e gli attori del Collettivo L’Amalgama: Caterina Bernardi, Angelica Bifano, Jacopo Bottani, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti, Clara Roberta Mori, Davide Pachera, Stefano Pettenella e Miriam Russo
produzione Collettivo L’Amalgama
co-produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia

il Collettivo L'Amalgama

Sala piena. Sala vuota. Quanto contiamo, noi spettatori, in teatro?

L’impatto che uno spettacolo, una stagione teatrale, un festival, hanno sul pubblico si valuta anche dai posti rimasti liberi e dai posti occupati. A volte, più che l’allestimento, più che il programma, conta in quanti siamo, là, seduti in sala. Un invito a pensarci.

Ecloga XI di Anagoor - ph Giulio Favotto
Ecloga XI di Anagoor – ph Giulio Favotto

Due premesse

Premessa indispensabile. Una sala da 1000 posti è un fatto. Una da 200, un fatto di tutt’altro tipo. Per chi gestisce un teatro, per chi programma un’iniziativa, per chi ha un naturale bisogno di pubblico, la seconda è più facile da riempire. Ovviamente. La sfida è la prima. La tradizione storico-operistica dei teatri italiani ha dotato le principali città di sale grandi, storiche, importanti. Molte superano i 1000 posti. Purtroppo, o per fortuna.

Seconda premessa. Ci sono spettacoli, anche belli, che in una sala grande muoiono, annegati dall’ampiezza del palcoscenico, sterminati dal numero dei posti rimasti vuoti.

Allo stesso modo, ci sono spettacoli che in una sala piccola non possono proprio stare. Vuoi perché sono pensati in grande, dal punto di vista scenografico, o per la numerosità di chi ci lavora. Vuoi perché il loro costo non consente di limitarli a un pubblico di poche centinaia di spettatori. Certo, si possono programmare più repliche, ma ogni replica moltiplica il costo.

Ci pensavo mentre…

Scrivo ciò anche per condividere delle riflessioni che mi passavano per la testa, mentre vedevo alcuni spettacoli al Festival Vie, una delle principali iniziative di Emilia Romagna Teatro Fondazione. Fedele a una storia trentennale, il festival si tiene in alcuni teatri emiliani (Bologna, Modena, Vignola) e della Romagna (Cesena). Quindi in diverse sale: alcune più ampie, altre meno.

Imagine, di Krystian Lupa

Il grande e storico edificio del Teatro Storchi a Modena, per esempio, ha circa mille posti. Vederli vuoti per una buona metà, insieme a gallerie desolate, è stato una specie di amplificatore della delusione per chi ha assistito a Imagine, la produzione dei Teatr Powszechny di Varsavia e Łódź, con la regia del polacco Krystian Lupa

È il polpettone di rimpianti generazionali e di aspirazioni fuori tempo di un artista che presto compirà 80 anni e che, comunque, ha un magistrale passato alle spalle. Ma sembra qui accontentarsi di accarezzare (problematicamente) i figuranti di un’epoca passata. In scena ci sono personaggi chiamati Janis, Joan, Susan (cioè Joplin, Baez, Sontag…), tanto per dirne alcuni, convocati da un certo Antonin (si suppone Artaud) in uno slabbrato salotto per discutere del come eravamo e come siamo. 

Imagine di Krystian Lupa - ph NK - Vie Festival - Modena - Sala Teatro Storchi
Imagine di Krystian Lupa – ph NK

A sedere nel titolo è Image di John Lennon (e la iconica clip girata nella white room della sua villa a Tittenhurst Park), e tutto il portato di comunismo utopico della canzone. Quella brigata di reduci si attarda invece a chiacchierare, anche violentemente, stravaccata sulle poltrone e a fare autocoscienza sulle proprie sconfitte. Per ben due ore. Faticose, sul serio. Tralascio le tre ore successive, più faticose ancora, in cui la tensione dello spettacolo e le situazioni sceniche si mostrano inversamente proporzionali alle ambizioni della regia.

Audience Amplification

Amplificatore in senso positivo è invece la sala piccola del Arena del Sole, intitolata allo scomparso regista Thierry Salmon. Là sì soli 200 spettatori, che occupano tutte le sedute, qualcuno perfino in piedi, hanno potuto creare quell’elettricità, quella tensione tra palcoscenico e pubblico, che certo ha portato fortuna al debutto di titoli come Gli anni di Marco D’Agostin e Marta Ciappina (ne ho parlato in un post precedente). O come Il Capitale – un libro che ancora non abbiamo letto, della compagnia Kepler-452. 

Il Capitale, di Kepler-452

C’erano, soprattutto in questa proposta, motivi anche emozionali e di solidarietà. I tre lavoratori di un’azienda messa in liquidazione (la GKN di Campi Bisenzio) e il loro rappresentante sindacale raccontavano la propria storia di mobilitazione e occupazione dello stabilimento toscano che produce (produceva, anzi) semiassi per veicoli. La GKN è stata messa in liquidazione, nel luglio 2021, dalla multinazionale proprietaria, con il contestuale licenziamento via mail dei 422 dipendenti. Oggi gli operai sono ancora in presidio, all’interno dello stabilimento, a macchinari fermi (qui è riassunta la vicenda).

Un impatto – la presenza in questo spettacolo di persone, i tre operai, non di personaggi – che ha avuto la capacità di squarciare il tran tran teatrale (per dire, la drammaturgia contemporanea). 

Tanto più nella serata ad alto voltaggio che ha visto in platea anche compagni di lavoro dei tre – Tiziana De Biasio, Felice Ieraci, Francesco Iorio – promossi perfomer dalla poetica politica di Nicola Borghesi e del coautore, Enrico Baraldi.

Il Capitale - Kepler-452 - ph Enrico Baraldi (Vie Festival- Sala Salmon)
Il Capitale – Kepler-452 – ph Enrico Baraldi

Va detto che alcuni precedenti titoli di Kepler-452 (dedicati agli espropri eseguiti in nome del parco alimentare Fico, alle sorti dei rider in tempo di pandemia, all’annullamento di identità sociale degli immigrati senza dimora, allo hate speech in Rete) hanno avuto, su di me almeno, impatto più forte.

Agivano più da vicino e con maggior consapevolezza di classe – o di ciò che un tempo era lotta di classe – rispetto a questo reportage di fabbrica, emozionale certo, condiviso certo. Però anche viziato dal paradosso di una critica del capitalismo globale, dello sfruttamento del capitale umano, della mercificazione del tempo che ci consegna la vita (e non son mica bazzecole), esercitata attraverso uno strumento supremamente mercantile come è uno spettacolo teatrale, prodotto da uno dei più finanziati stabili italiani. Rispolverando Marx, uno spettacolo possiede un questionabile valore d’uso, ma nasce e vive in una elitaria economia di scambio.

Il Capitale - Kepler-452 - ph Enrico Baraldi (Vie Festival- Sala Salmon)
Il Capitale – Kepler-452 – ph Enrico Baraldi

Però il respiro di quella sala piena, la partecipazione, la condivisione, la vicinanza stretta di un sentimento solidale, hanno certo minimizzato il problema economico-filosofico. E decretato la standing ovation di un pubblico toccato profondamente. Funziona così. 

Ecloga XI, di Anagoor

Era un punto di riflessione che mi pareva utile esportare, magari sul piano estetico, quando mi è apparso davanti, al Teatro Fabbri di Vignola, il nuovo lavoro della compagnia Anagoor. Concentrato sulla rilettura teatrale dell’opera poetica (più precisamente della raccolta di versi IX Ecloghe, 1962) di uno dei grandi del ‘900 letterario italiano: Andrea Zanzotto. 

La sala di Vignola che conta 450 posti, abbastanza vuota anch’essa, era tuttavia popolata da operatori stranieri (programmatori, direttori di teatro, curator, selector…). Giustamente invitati al nuovo debutto dal gruppo che, in anni non lontani, ci ha dato titoli sapienti come Virgilio brucia e Socrate, il sopravvissuto.

Peccato che la poesia di Zanzotto – per il quale personalmente nutro stima – sia ostica sul serio. Al 93% degli italiani (il calcolo è mio) riuscirebbe incomprensibile, anche per il lessico che il poeta adotta. Nello spettacolo non veniva tradotta in altre lingue. 

Capisco la difficoltà di tradurre poesia, ma non veniva tradotta nemmeno la lunga conversazione dei due attori, Leda Kreider e Marco Menegoni. Davanti alla riproduzione della Tempesta di Giorgione, da cui erano state abolite le due figure umane, i loro Adamo e Eva riflettevano sull’emergere del paesaggio naturale della pittura umanistica: un piccolo saggio di storia dell’arte.

Ecloga XI di Anagoor - ph Giulio Favotto
Ecloga XI di Anagoor – ph Giulio Favotto

Mi domandavo: se faccio fatica io, italofono, a seguire il dettato poetico di Zanzotto, come mai faranno gli stranieri, senza traduzione, a comprendere il principale veicolo dello spettacolo che, in sostanza, era linguistico. Poetico, anzi.

Bella domanda: tanto più decisiva dopo, quando ho scoperto che buona parte di quel pubblico internazionale ha avuto parole di apprezzamento per Ecloga XI. A colpirli dev’essere stato l’annerimento totale della Tempesta giorgionesca, a forza di rullate di vernice scura. Oppure le strane forme al neon e luce di Wood che pendevano dall’alto nella seconda parte.

Chissà che a motivare la mia perplessità – mi sono detto allora – non sia l’effetto sala: solo poche decine di persone per 450 posti, capaci di annientare questo “omaggio presuntuoso alla grande ombra di Andrea Zanzotto“, come dice il sottotitolo.

Ripensandoci ora, non credo sia esattamente così: non era solo l’effetto di una sala vuota.
Ma perciò, se vi capitasse di vedere Ecloga XI da qualche altra parte, ne riparliamo assieme.

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IMAGINE
regia e scenografia Krystian Lupa
testo Krystian Lupa e creazione collettiva degli attori
musica Bogumił Misala
costumi Piotr Skiba
con Karolina Adamczyk, Grzegorz Artman, Michał Czachor, Anna Ilczuk, Andrzej Kłak, Michał Lacheta, Mateusz Łasowski, Karina Seweryn, Piotr Skiba, Ewa Skibińska, Julian Świeżewski, Marta Zięba, voce fuori campo Krystian Lupa
coproduzione Teatr Powszechny Varsavia, Teatr Powszechny Łódź

IL CAPITALE 
Un libro che ancora non abbiamo letto

un progetto di Kepler-452
drammaturgia e regia Enrico Baraldi e Nicola Borghesi
con Nicola Borghesi
e Tiziana De Biasio, Felice Ieraci, Francesco Iorio – Collettivo di fabbrica lavoratori GKN
e con la partecipazione di Dario Salvetti
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

ECLOGA XI
testi di Andrea Zanzotto
con Leda Kreider e Marco Menegonim
usiche e sound design Mauro Martinuz
drammaturgia Simone Derai, Lisa Gasparotto
regia, scene, luci Simone Derai
voce del Recitativo Veneziano Luca Altavilla
produzione Anagoor 2022
coproduzione Centrale Fies, Fondazione Teatro Donizetti Bergamo, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, TPE – Teatro Piemonte Europa / Festival delle Colline Torinesi, Operaestate Festival Veneto

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Se scorri ancora più in basso, sul tuo cellulare, trovi l’elenco degli articoli di QuanteScene! più letti oggi.

Massimo Navone alla direzione del Miela, a Trieste

Regista e autore teatrale, radiofonico e televisivo, ideatore e organizzatore di progetti, formatore teatrale. Per un decennio direttore della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, Massimo Navone è stato oggi nominato direttore artistico del Teatro Miela Bonawentura di Trieste.

Massimo Navone ph Marina Alessi
Massimo Navone in una immagine di Marina Alessi

Del Teatro Miela, della sua storia, delle sue iniziative, QuanteScene! ha parlato spesso. Questa particolare sala, sulle Rive a Trieste, era stata inventata più di trent’anni fa da un intraprendente gruppo di visionari, che avevano trovato l’appoggio di più trecento Signori Bonawentura. Nel senso che ciascuno di loro, come il leggendario personaggio di Sergio Tofano e del Corriere dei Piccoli, aveva messo a disposizione un milione di lire (eravamo nel 1988). Nelle loro intenzioni c’era la ristrutturazione una sala cinematografica dismessa, il “Cinema del Mare”. Da riaprire, oltre che ai film, allo spettacolo dal vivo: musica, danza, teatro, digital experience. Ma anche tutto ciò che di nuovo allora girava nell’aria.

Un teatro instabile

Dall’inaugurazione del 1990, progetti, iniziative, stagioni, manifestazioni si sono avvicendate nella sala da trecento posti, con annessa saletta video da sessanta e bar stiloso. E hanno segnato i tre decenni di vita di un teatro che ci tiene parecchio alla propria auto-definizione di Teatro Instabile. Ironicamente contrapposta alle tre istituzioni stabili (Il Rossetti, lo Sloveno, La Contrada) che spiccano nel panorama teatrale di Trieste.

Il Teatro Miela torna adesso in cronaca, per l’annuncio, dato oggi, della scelta da parte del CdA, di un nuovo direttore artistico: Massimo Navone.

il logo del Teatro Miela

Due o tre cose che so di Massimo Navone

Ligure di nascita, milanese d’adozione, attore e regista, formatore e progettista, Navone ha qualche anno fa scelto Trieste, considerata un buon approdo per una sua grande passione extraprofessionale: la vela. E la città della Barcolana – la regata internazionale, con il primato Guinness di barche partecipanti – lo ha in più modi ricambiato, offrendogli oltre che il mare, numerose opportunità professionali di progettazione e di regia. In particolare il Teatro Miela, per il quale ha realizzato, fin dal 2016, una decina di iniziative e spettacoli.

Un affiatamento e una familiarità acquisita che perviene a un nuovo traguardo con la scelta, ufficializzata oggi, di affidargli la responsabilità artistica del teatro.

Leggi il comunicato ufficiale del Miela.

Teatro Miela - Trieste
la sede del Teatro Miela Bonawentura, a Trieste

Marco D’Agostin e Marta Ciappina. Contando anni e limoni

“Che colpaccio, eh!” avevo scritto a Marco D’Agostin un attimo dopo che si era sparsa nel mondo la notizia del Nobel per la letteratura a Annie Ernaux.
Perché il titolo del lavoro che D’Agostin stava portando a termine – Gli anni – è lo stesso di un romanzo della scrittrice francese Nobel 2022. Oltre ad appartenere a un famoso brano di Max Pezzali per gli 883.

Ho visto Gli anni qualche sera fa, a Bologna, a tarda ora, tra le proposte bolognesi del Festival Vie.

Gli anni - Marco D'Agostin - Vie Festival Bologna 2022

Al libro più chiacchierato della scorsa settimana, Gli anni (quelli di D’Agostin) rubano una citazione (“La sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari…“). Alla canzone anni ’90 di Max Pezzali sottraggono qualche icona (il Real Madrid, Candy Candy…). A tutti gli effetti, però, Gli anni portati in scena da D’Agostin sono un romanzo di formazione. Dico romanzo sapendo bene che il Premio Ubu 2018 e la nomination 2021 gli erano stati attribuiti come miglior performer e coreografo. E non come narratore.

Contro la prepotenza del danzare

Ma il 35enne autore di Valdobbiaene ci ha abituati, nelle sue ultime creazioni, a districarci dagli obblighi della coreografia e dalla prepotenza del danzare. E da un bel po’ si libra leggero e singolare nel campo della memoria (la propria, prima di tutto, ma come vedremo anche quella altrui). 

Una sua lettera affettuosa a Nigel Charnok, leader dei DV8 – Physical Theatre, era la traccia lungo la quale si muoveva Best Regards (2020), che porgeva i saluti postumi a un maestro irruento e ipercinetico degli anni ’80. La rievocazione del suo primo amore (non una ragazzina, ma lo sci di fondo) dava invece il titolo a First love (2018). E letteralmente, una valanga di parole, in cinque lingue diverse, investiva gli spettatori di Avalanche, da lui portata in scena, sempre nel 2018, assieme alla portoghese Teresa Silva.

Marco D'Agostin - Best Regards- Ph Roberta Segata
Marco D’Agostin – Best Regards – Ph Roberta Segata

Stavolta non è D’Agostin a esporre in Gli anni, il proprio diario privato. È Marta Ciappina, perfomer altrettanto singolare. Che in questo solo racconta se stessa, provando a capire, assieme al pubblico, se “la propria storia e quella della propria famiglia, possano duettare con quella del genere umano“.

Proposito francamente ambizioso. Che affrontato però con ironia e giusta distanza dal vissuto produce i 50 minuti leggeri in cui D’Agostin – alle spalle, dal banco della regia – sorveglia che il diario della performer (biglietti d’amore adolescenziali, pellicole super8 di lei bambina, canzoni del cuore e ricordi famigliari) si metta in sintonia con il pubblico al quale viene chiesto di collaborare un po’. “Ditemi una vostra canzone“, chiede Ciappina a un certo punto agli spettatori, e ci saranno poi Spotify o YouTube a lanciarla in pista. 

Marta Ciappina - Gli anni - ph Andrea Macchia
Marta Ciappina – Gli anni – ph Andrea Macchia

Al ritmo dei limoni

Ma andiamo con ordine. Si comincia che lo spazio è quasi vuoto, solo un tavolo. Appare lei, magnetica Ciappina, con uno zainetto giallo. “Sono andata al mercato e ho comprato un limone, due limoni, tre limoni, quattro limoni….”

L’acquisto dei limoni (saranno subito 26, 27, 28… ) segnerà passo passo il ritmo all’azione. 104, 105, 106 limoni… Mentalmente, lei conterà fino a 1000 per regredire poi all’inverso: di nuovo fino a uno. Ma dallo zaino giallo, intanto, faranno capolino un paio di cuffie, anche loro gialle, un telefono giallo, due segnaposti gialli. E poi un cagnolino di porcellana, una tessera del Pci di Occhetto. Con la colonna sonora che infilerà, uno dopo l’altro la Vanoni di L’eternità, il De Gregori di Rimmel, la Bertè e la Pausini, i Bronski Beat, i boati degli anni di piombo, i radiogiornali d’epoca… È quello stile-catalogo, perfezionato da D’Agostin già in Best Regards

Lo asseconderà, lo doppierà, lo accompagnerà, e proverà a dargli un certificato di nostalgia collettiva, il movimento di Ciappina. Mai coreografico (“Qui è il momento in cui Marco mi raccomanda di essere meno seduttiva“), spesso allusivo e ironico (“Immensità, spalanca le tue braccia“), ancora più spesso dedicato a verbalizzare le posture del corpo (“La mia ascella si inarca come la cupola del Brunelleschi“).

Post-coreografico

È un movimento a tecnica libera, empatico, sganciato dalle maglie di un disegno minuziosamente preordinato. Viene spontaneo chiamarlo post-coreografico, così come a teatro si usa il termine post-drammatico, per indicare i lavori che si staccano dalle regole costruttive del Novecento. E provano a costruire un diverso orizzonte di invenzione (da parte degli artisti) e di percezione (da parte del pubblico). Cosa che nel settore contemporaneo della danza si riflette oramai in tanti lavori che si parlano l’un l’altro, perché assieme si parlano e collaborano anche i loro creatori: Marco D’Agostin, Marta Ciappina, Chiara Bersani, Alessandro Sciarroni, Silvia Gribaudi, … una famiglia nel post-coreografico italiano.

Marta Ciappina
Marta Ciappina

E intanto siamo arrivati anche noi spettatori a contare alla rovescia gli ultimi limoni – … quattro, tre, due, uno – come in quel gioco infantile di cui protagonista è una Ciappina bambina, nel super8 di famiglia che chiude Gli anni.

Proprio come voleva Annie Ernaux nel suo romanzo, in cui protagonista è sì la scrittrice. Ma si parla sempre e comunque di noi, impersonale collettivo: “La sua vita potrebbe essere raffigurata da due assi perpendicolari, su quello orizzontale tutto ciò che le è accaduto, ha visto, ha ascoltato in ogni istante, sul verticale soltanto qualche immagine, a sprofondare nella notte…“. Una notte di tutti, singola plurale, collettiva.

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GLI ANNI
di Marco D’Agostin
con Marta Ciappina
suono LSKA
luci Paolo Tizianel
produzione VAN
coproduzione Centro Nazionale di Produzione della Danza Virgilio Sieni e Fondazione CR Firenze, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Festival Aperto – Fondazione I Teatri, Tanzhaus nrw Düsseldorf, Snaporazverein, 

Visto al Festival Vie, Bologna, Arena del Sole

STORIE – Maria Grazia Gregori: ma per noi era Emmegigì

È stato appena pubblicato e verrà presentato presentato oggi 12 e domenica 16 novembre, durante Vie Festival a Bologna, il volume Summa critica. Il teatro di Maria Grazia Gregori, pubblicato da Ubulibri.

Il volume raccoglie una selezione degli articoli che la giornalista milanese ha scritto nel corso di una lunga carriera. Ma anche parecchi materiali biografici. Un ritratto al vivo di questa donna, che è stata punto di riferimento per il teatro italiano ed è scomparsa un anno e mezzo fa, nell’aprile 2021.

Summa Critica - Maria Grazia Gregori - Ubulibri

La signora del teatro

Al suo cognome da nubile e longobardo – Astolfi – ci teneva tantissimo. Ma erano altri tempi, e allora per tutti lei era Maria Grazia Gregori, firma molto stimata, e molto ambita, nel mondo del teatro. Ci teneva anche ad abbreviarsi in m.g.g., rigorosamente minuscolo, quando scriveva articoli più brevi.

Emmegigì, la chiamavamo perciò. E assieme a lei formavamo un bel gruppo di criticoni, una specie di compagnia di giro, sempre pronti a viaggiare, in macchina, in treno, inseguendo spettacoli in festival e teatri, per scriverne poi su riviste e giornali. Che allora erano solo di carta.

Dagli anni Settanta e fino al 2014, quando L’Unità cessò le pubblicazioni, Maria Grazia era la firma milanese di quel quotidiano, e con la scomparsa di Aggelo Savioli, la firma tout court. Avrebbe continuato poi in Rete – lei che dal digitale manteneva una sovrana distanza – sul sito Delteatro.it , invitata a scrivere là da Renato Palazzi.

In quella compagnia di giro, un gruppo per lo più affannato, spesso sbrindellato, con le valigie sempre in mano, lei era invece la Lady. Una signora vera. Per eleganza e autorevolezza. Per la determinazione con cui svolgeva il proprio lavoro e la puntualità che caratterizzava il suo modo di fare.

Non solo era puntuale: era sempre in anticipo. Nell’arrivare a teatro, certo, ma anche sui tempi. Una critica lungimirante, una Summa critica, come spiega, se letto per bene, il titolo del volume che le ha dedicato Ubulibri (a cura di Leonardo Mello, pp. 240, 18 euro).

Maria Grazia Gregori

Maria Grazia Gregori: quante storie!

Dentro di me porto un bagaglio di storie che riuscirebbero a comporre cento ritratti affettuosi e spiritosi di m.g.g. Ma nel volume è lei stessa raccontarsi in una lunga intervista nella quale delinea la propria storia, le amicizie, le passioni. Intervista che bisognerebbe leggere e rileggere, per recuperare immagini e motivi da un mondo giornalistico che non esiste più. Oppure esiste ancora.

Per esempio. Siamo all’inizio degli anni Settanta, la giovane Maria Grazia Gregori è alla sua prima intervista importante. Incontra Paolo Grassi, fondatore del Piccolo di Milano. “Lui rimase entusiasta – racconta lei a distanza di anni – e fece una telefonata a Claudio Petruccioli, che allora era il direttore della sezione milanese del giornale su cui avrei poi scritto per quarant’anni. Petruccioli mi disse: “Mi si dice che vorresti scrivere di teatro. Ma tu sai che non guadagneresti una lira?”.

Maria Grazia Gregori, Franco Quadri, Roberto De Monticelli negli anni ’70

Insomma, certe cose non sono granché cambiate da allora. Altre invece sì. Moltissime.

Siccome questo post si intitola STORIE, come gli altri della stessa serie, ci sarebbero divertenti episodi che abbiamo vissuto assieme e che vorrei rievocare. Certo non posso farlo per il più clamoroso fra tutti, visto che quella volta purtroppo non c’ero. Ma, nella nostra compagnia di giro, è stato ripetuto così tante volte che vale la pena ricostruirlo.

A Mosca, a Mosca…

Mosca, Unione Sovietica, 1989. Sono i mesi della perestrojka e manca poco al momento fatidico che cambierà le mappe dell’Europa. Grazie a un’iniziativa di Emmecinque, Eti e Unione degli Scrittori Sovietici, il nuovo teatro italiano è presente in una mostra allestita al teatro Taganka. Maria Grazia non può mancare, e con lei molti dei suoi colleghi.

Una sera, lei, il marito Italo Gregori, il mio amico Gianfranco e qualcun altro ancora, decidono di cenare in un ristorante del centro, scelto per il menù esclusivamente russo. Al momento di andarsene, viene loro presentato il conto. In dollari statunitensi. Maria Grazia si rifiuta. Giornalista dell’Unità, quotidiano ufficiale del PCI, lei esige di pagare in rubli: “Siamo in Unione Sovietica e la valuta sovietica è il rublo”.

Il cameriere fa un passo indietro e si mette a confabulare con il direttore del locale. Che arriva accigliato: “Qui non si accettano rubli”. Lei, piccata, ripete: “Siamo in Unione Sovietica e la valuta sovietica è il rublo”, e dalla borsa tira fuori un pacchetto di banconote, sovietiche. Che l’uomo prende in mano, appallottola rabbioso e lancia per aria, come se fossero carta straccia. Non va troppo lontano dalla verità, per dirla tutta, ma l’espressione del volto non lascia presagire alcunché di buono. Si è arrivati oramai all’alterco, però c’è anche il rischio che a breve spuntino le pistole. Così gli italiani se ne vanno, testa bassa e gambe levate, dopo aver pagato in dollari. Con Maria Grazia incazzata che per strada rimprovera tutti: “In rubli, in rubli, in rubli dovevamo pagare”.

Il rigore, l’ansia, l’abitudine

Era un esempio, tanto per far capire il carattere. Al rigore, comunque, Maria Grazia Gregori associava l’ansia e l’abitudine. Al binario del treno – un altro esempio – era sempre pronta un’ora prima. A dormire, o pranzo, o a cena, si andava solo nei posti di cui era sicura, riverita, affezionata cliente. Dal sopraffino Da Enzo, a Modena, per esempio, e all’hotel Canalgrande. E quando a Milano mi voleva far mangiare la milanese, non si poteva sfuggire a Rigolo a Brera.

La mia città, Trieste per lei era una specie di santuario, visto che c’era nato Giorgio Strehler, al primo posto, assieme a Luca Ronconi, tra i registi di cui lei si era instancabilmente occupata. E sui quali aveva scritto fiumi, oltre a un fondamentale volume: Il signore della scena (per Feltrinelli).

Il suo volume per Feltrinelli, dedicato al secolo della regia

È un caso, ma guarda il caso, che io sia nato nello stesso giorno in cui è nato Luca Ronconi (qualche decennio prima, eh!). Così un 8 marzo, Maria Grazia si è presentata a casa mia per festeggiare me e, a distanza, Ronconi. E ovviamente ha voluto anche rivisitare le ceneri di Strehler nel cimitero di Sant’Anna, che dista solo un centinaio di metri. 

Peccato che, nonostante marzo, fossimo ancora in pieno inverno, con un gelo e una bora che portava via le tegole. Ebbene, a quel pellegrinaggio, Maria Grazia non ha voluto in nessun modo rinunciare. E imbacuccati, assieme a Italo, come se fossimo al Polo Nord, siamo usciti a piedi per il doveroso tributo alla tomba di Strehler, suo artista d’affezione.

Fermi là, davanti al quella lastra grigia, non so se per la bora, o per l’affetto, c’erano sicuramente delle lacrime a solcarle il viso.

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Per ricordare lei e Renato

L’associazione Ubu per Franco Quadri e il festival Vie, dedicano a Maria Grazia Gregori e al suo collega Renato Palazzi due appuntamenti a Bologna: oggi mercoledì 12 ottobre e domenica 16 ottobre .

Summa Critica - Bologna 12 ottobre 16 ottobre 202

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Questo post fa parte della serie STORIE, i miei incontri con uomini e donne straordinari. Non è difficile trovare in QuanteScene! anche gli altri post, dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Milva, Ingvar Kamprad (mr Ikea, in altre parole), Eimuntas Nekrošius, il Living Theatre, … Basta cliccare.