Bidibibodibiboo. Una favola per oggi, sul tempo e sul lavoro

Dopo il debutto a La Spezia e le repliche a Teatro Contatto a Udine, Bidibibodibiboo di Francesco Alberici arriva tra qualche giorno (dal 20 febbraio al 3 marzo) al Piccolo di Milano, sala Grassi.

Salvatore Aronica, Francesco Alberici - ph Francesco Capitani
Salvatore Aronica, Francesco Alberici – ph Francesco Capitani

Tutta un’altra musica

La prima cosa a cui Pietro dovrebbe pensare quando si sveglia è il suo lavoro, il suo incubo, la sua devastazione. E invece dice: “La prima cosa a cui penso al mattino è soltanto la musica”. 

Pietro lavora in una di quelle multinazionali nelle quali a tutti piacerebbe lavorare. Quelle che nel momento iniziale del reclutamento promettono: “rispettiamo il coraggio e l’originalità di pensiero, difendiamo idee, confrontiamo angolazioni di pensiero”. E prospettano poi “un percorso professionale basato sul senso di comunità”. Insomma, avete capito quali. Quelle in cui vorreste lavorare anche voi.

Credetemi, non è così

Da quando Pietro è stato ha assunto a tempo indeterminato, ha scoperto che le cose non stanno così. Appunto. Da 74 chili che pesava, Piero ha superato gli 80, e adesso è sugli 86. La psoriasi che all’inizio aveva colpito le gambe, ora gli rovina la faccia. La sua posizione in azienda precipita ogni giorno di più. Una via crucis.

Alla macchinetta del caffè, la sua capa, in maniera informale, amichevolissima, gli rimprovera performance sotto media e lo incoraggia. Ma gli ventila pure il licenziamento. Magari non usa proprio questa parola, dice opzioni alternative e sfidanti, dice exit strategy. Che, in quelle aziende, vuol dire la stessa cosa.

Pietro comunque dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Bidibibodibiboo - Francesco Alberici- ph Francesco Capitani
Francesco Alberici, Daniele Turconi – ph Francesco Capitani

Pietro e Daniele

La storia di Pietro ce la racconta suo fratello, Daniele. Che invece lavora in teatro: attore, autore, regista. Professione creativa, che dà soddisfazioni. Daniele ha chiesto a Piero se può presentare al suo pubblico quella storia. Ci ha costruito sopra un copione, ci ha vinto un premio di drammaturgia, ora sta per andare in scena con lo spettacolo. Lavorare con l’arte è mestiere che tutti vorremmo fare. Creativo.

Ma è davvero così? È la domanda che ci rivolgeremo, noi spettatori, a fine spettacolo. Davvero esiste un divario, uno scarto radicale tra chi ha scelto la strada della creatività (del teatro, della musica, e del precariato perenne, va aggiunto) e chi ha scelto la sicurezza del posto fisso, la routine della scrivania (e la logica massacrante della competitività, dentro l’azienda, tra colleghi, e fuori dell’azienda, tra competitors).

E Pietro dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Scrittura contemporanea

Credo sia questo lo snodo (almeno uno degli snodi) attorno ai quali Francesco Alberici ha costruito Bidibibodibiboo. Testo, finalista 2021 al Premio Riccione di drammaturgia, che viene ora portato in scena, con soluzioni di rottura, rispetto al ron ron, che ammorba molta scrittura contemporanea.

Bidibibodibiboo è un spettacolo fuori ordinanza. Quei 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento, che mettono in gioco tutta la compagnia che produce lo spettacolo: i liguri Gli Scarti. Con i loro attori, i figuranti di questa favola al nero, con note di autofiction.

C’è Maria Ariis, tormentata madre, modernamente all’antica (e anche quello delle aspettative famigliari è uno snodo importante). C’è Daniele Turconi, che fa il compulsivo fratello di Pietro (e anche il benessere mentale è un tema). E ci sono ancora, in ruoli che sarebbe un peccato svelare: Salvatore Aronica, Andrea Narsi e altri.

Maria Ariis- ph Francesco Capitani
Maria Ariis- ph Francesco Capitani

Tutti ben calibrati – mi sembra – su quello stile non interpretativo, diretto, interlocutivo verso il pubblico, al quale nei cinque anni di lavoro con la compagnia Deflorian/Tagliarini, Alberici si è attrezzato. Pure con bei risultati personali (il premio Ubu 2021 come migliore attore under 35, in particolare per Diario di un dolore e Chi ha ucciso mio padre), conquistati nell’area del teatro italiano più vitale.

Un teatro nel quale anche Daniele, l’artista (cioè il personaggio nel quale si proietta Alberici) è comunque un tassello, la funzione di un sistema aziendale. Che magari non produce componenti informatici, ma orienta e segrega i talenti creativi, la passione per le arti, nel labirinto di quelle procedure che, regolano, ad esempio, lo spettacolo dal vivo.

Tanto le regole antiche e non scritte (ancora dell’Ottocento capicomicale), tanto l’algoritmo (nato dieci anni fa tra le pieghe di un criticato decreto legislativo, che ha messo nero su bianco criteri di performance quantificati con minuzia).

Bidibibodibiboo - La compagnia - ph Francesco Capitani
ph Francesco Capitani

Life Work Balance

Insomma, non è soltanto questione di posto fisso vs precariato, o di soldi sicuri vs libertà creativa. Né solo di nuovi asset nel mondo del lavoro, quelli che ottimizzano il life work balance, e che oltre la forza-lavoro di marxiana memoria, mettono a profitto anche talenti, passioni, aspirazioni di chi lavora soddisfatto.

È questione, anche e soprattutto, di tempo. Quel tempo che a tutti sembra sfuggire di mano. Nonostante sia stata proprio la componentistica digitale e il magico mondo delle applicazioni, a comprimerlo, a dilatarlo, a accelerarlo, a renderlo oggi un iper-tempo.

Per questo Bidibibodibiboo fa il paio con l’altro titolo importante di questa stagione, Il capitale, di Kepler-452 (leggi qui). Anche là, di lavoro e di tempo si parla, pur dal punto di vista di una fabbrica, diciamo poco creativa, che per decenni ha prodotto semiassi automobilistici.

Sarebbero da vedere assieme, uno dopo l’altro, questi due spettacoli. E proprio a Udine, nel cartellone di Teatro Contatto, ciò è successo.

Bidibibodibiboo. Una favola di oggi, sul tempo e sul lavoro

Aggiungo due cose

Il discorso sul tempo, sulla tirannia del tempo, dà il titolo a un bel libro, da cui prende le mosse anche Bididibodidiboo, un saggio scritto dalla sociologa Judy Wajcman. Leggerlo, è il mio suggerimento. Anzi se proprio volete, acquistatevi in pochi secondi l’e-book e leggetelo sull’e-reader: guadagnerete tempo. ; -)

Judy Wajcman - La tirannia del tempo

La seconda riguarda il titolo, Bidibibodibiboo. Forse niente a che fare con il magico mondo che, cantando, la Fata presenta a Cenerentola nel celebre cartone di Disney. Molto a che fare invece con l’opera omonima dell’iper-scultore Maurizio Cattelan.

Nella quale, imbalsamato, scorgiamo uno scoiattolo suicida, un attimo dopo che si è sparato il colpo di pistola: gli occhi ancora aperti, la testa riversa sul tavolo di formica gialla, un lavabo alle sue spalle, il boiler dell’acqua calda. Tutti oggetti che lo spettacolo di Alberici riporta in scena.

Maurizio Cattelan – Bidibibodibiboodiboo

Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: la ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare.

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BIDIBIBODIBIBOO
regia e drammaturgia Francesco Alberici
testo creato nell’ambito dell’École des Maîtres 2020/21
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
e con Federico Maso per la replica di Udine
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri

produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. In coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano. 

Sul lago con Čechov e Liv Ferracchiati. Samovar o bottiglie di prosecco?


Al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 febbraio è in scena Come tremano le cose riflesse nell’acqua, una revisione del Gabbiano di Anton Čechov, alla quale ha lavorato Liv Ferracchiati.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Insomma, c’è questo lago. Pare sia stregato. Un lago però è un lago è un lago, e solo l’attenzione spasmodica che gli rivolgono i personaggi (e con loro anche noi, spettatori) lo rende tale. Un’attenzione così totale che la sua immagine impegna, in video, luminosissima, l’intero fondale del Teatro Studio Melato

E fa sì che il trascorrere dei suoi colori – dal giorno pieno fino al tramonto rosso e torpido – si rifletta sulle facce del pubblico. E le trasformi.

È così stregato quel lago, che trasforma anche il titolo dello spettacolo. Invece che Il gabbiano (si tratta infatti di un remake della commedia di Čechov), si intitola Come tremano le cose riflesse nell’acqua. Capite bene che è un lago importante. È un personaggio.

Camilla Semino Favro, Marco Quaglia - ph Masiar Pasquali
Camilla Semino Favro, Marco Quaglia – ph Masiar Pasquali

Al posto del samovar, bottiglie di prosecco

Dopo aver messo mano a una precedente commedia di Čechov (ma tanto meno bella, il Platonov, oltre che all’Hedda Gabler di Ibsen), ancora una volta nel doppio ruolo di drammaturgo e di regista Liv Ferracchiati ha preparato questa revisione del più struggente fra i titoli cecoviani.

Ne ha conservato tutta l’architettura drammatica, la dinamica dei sentimenti, le aspirazioni e le rinunce alla vita. Ma le ha astratte da quella Russia degli ultimissimi anni dell’Ottocento, dov’era nato il testo. 

Ha tolto pure i samovar: che sono diventati bottiglie di prosecco. E gli ha dato invece un’ambientazione nuova, nuove parole, nuove espressioni, nuove gag. Anche perché a Cechov le battute, l’umorismo, le situazioni burlesche piacevano un sacco, e ne scriveva in continuazione.

Roberto Latini, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Roberto Latini, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

In questo spettacolo, il personaggio del Maestro domanda al Dottore, in visita nella villa sul lago: “Dottore, lei che ha così fortemente in mano la sua vita e che ha così tanto viaggiato e vissuto, mi chiedevo, qual è la città che le piace di più?”. Micro-pausa. Il Dottore: “La Spezia. Scherzo. Genova”.

Sempre il Maestro, alla Vicina di cui è innamorato, ma non ricambiato, anzi. “Ti dà fastidio che io ti parli?”. “Ho mal di stomaco, scusa”. “Dovrei avere una bustina di Malox nella tasca della giacca…”. “Non importa”. “No, ma ce l’ho sicuramente, soffro spesso di mal di stomaco, ho il colon irritabile… succede a chi è sensibile”.

Che è una revisione esatta del non-amore che legherà la Mas’a dell’originale (Maria per Ferracchiati) a quel disperato nell’anima, povero in canna del Maestro. Accompagnato poi dalla musica del più cecoviano dei nostri cantautori anni ’60: Luigi TencoMi sono innamorato di te.

Come faceva Stanislavskij. Come si fa oggi

E ancora: mentre in Čechov, nella biblioteca della villa sul lago, si trovavano titoli di Maupassant, qui, oltre a Maupassant, si trova pure qualche libro di David Foster Wallace.

A suggerire quel titolo così particolare – come tremano le cose riflesse nell’acqua – è infatti una frase da un racconto (Caro vecchio neon) dello scrittore statunitense.

Giovanni Cannata, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Giovanni Cannata, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

Il che potrà infastidire i cultori del samovar. Ma – se ci si pensa bene – di altro non si tratta che di una traduzione aumentata e accordata ai tempi che viviamo. In cui, tra innamorati, non ci si scrive più lunghe lettere, ma si chatta. E i giovani artisti, come il giovane Figlio (nell’originale si chiama Kostja) occupano il tempo smanettando. Anche sulle consolle dei videogiochi.

E quindi: dobbiamo decidere tra prendere in mano Čechov come faceva Stanislavskij nel 1898, oppure farlo come si fa oggi nel mondo (Le tre sorelle della brasiliana Christiane Jathay, per esempio) ma anche in Italia (le stesse tre sorelle, nella proposta di Muta Imago, o Il giardino dei ciliegi ristrutturato da Kepler-452, o ancora i recenti lavori di Leonardo Lidi).

Il frenetico rumore dei tasti del computer, non esclude comunque un frinire di cicale. In fin dei conti, siamo in riva a un lago.

Laura Marinoni, Giovanni Cannata - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni, Giovanni Cannata – ph. Masiar Pasquali

Spericolato Ferracchiati

Nella sua spericolata impresa, Ferracchiati ha avuto al proprio fianco un angelo custode, uno che Čechov lo conosce meglio delle proprie tasche: il nostro più autorevole slavista, Fausto Malcovati. Che su Čechov e sulle regie cecoviane di Stanislavskij ha speso decenni di studi e ci ha consegnato indispensabili libri.

M. P. Roksanova [Nina] e K. S. Stanislavskij [il Romanziere] allestimento di Mosca 1898

Anche Malcovati avrà apprezzato – suppongo io – che Ferracchiati abbia voluto, come primi attori (così si diceva un tempo), Laura Marinoni e Roberto Latini e abbia cucito loro un po’ di battute addosso. Per lei la Madre (“una grande attrice forse in declino”). Per lui il Romanziere (“uno a cui piace pescare, ma deve scrivere”).

Laura Marinoni - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni – ph. Masiar Pasquali

Entrambi superbamente nella parte. Lei, con i suoi cinque cambi d’abito, visto che le stagioni passano (ma al modo delle divine di un tempo, tipo Valentina Cortese). Lui, con il timbro vocale avvincente (il Figlio al Romanziere: “Lei ha una voce molto profonda”).

Da tenere sott’occhio

Sintonizzati su nuovi personaggi, sono anche Nina, energica e impaziente e poi desolata, di Petra Valentini (“una che vuole fare l’attrice o la rivoluzione”), il Dottore sornione e sazio della vita di Marco Quaglia, lo Zio (“che voleva essere, e non è stato”) di Nicola Pannelli, la Vicina di Camilla Semino Favro (“porto il lutto per la mia vita, sono infelice”, dice precisamente Čechov), che al posto di masticare tabacco si scola cicchetti di Porto, invecchiato in rovere. E spiaccica in terra le prugne.

Con un ulteriore apprezzamento al casting, che ci fa scoprire le smanie artistiche del Figlio, attraverso l’interpretazione del giovane e sensitivo Giovanni Cannata. “Mi piace molto perché riesce a essere sempre naturale e in connessione con quello che gli accade intorno” dice di lui Ferracchiati. E lo veste proprio come il suicida Foster Wallace, fascia in fronte compresa.

E scopriamo pure l’arrendevole Maestro di Cristian Zandonella. Diplomati tutti e due da poco, alla D’Amico e alla Paolo Grassi, saranno da tenere sott’occhio, ai prossimi appuntamenti.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Resta il lago stregato. Personaggio che non parla, ma è sempre presente. “Si dice che nei punti più profondi si possa vedere il fondo oltre mille metri più in basso; io stesso ho visto una tale profondità, con rocce e montagne immerse nel blu turchese, che mi ha fatto rabbrividire”, scriveva Čechov in una lettera. Il tremore si addice ai laghi. E ai gabbiani.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Čechov e l’ourangutan

“Peccato per le risate del pubblico”. È di ieri il commento di uno spettatore su Facebook. Ben vengano le risate invece. Čechov ne sarebbe entusiasta, perché a lui ridere piaceva, nonostante la malattia ai polmoni avanzasse. 

Diceva: “In teatro ho una tale sfortuna, ma una tale sfortuna, che se sposassi un’attrice nascerebbe un orangutan, o qualche mostro simile”.

Nel famoso allestimento di Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, 1898, Olga Knipper interpretava Arkadina, l’attrice “in declino”. Tre anni dopo Čechov sposa proprio Knipper. E non nacque nessun orangutan, conferma Malcovati.

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COME TREMANO LE COSE RIFLESSE NELL’ACQUA 
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati 
liberamente ispirato a Il gabbiano
di Anton Čechov
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suoni spallarossa
video Alessandro Papa
consulenza letteraria Fausto Malcovati

con Giovanni Cannata, Roberto Latini, Laura Marinoni, Nicola Pannelli, Marco Quaglia, Camilla Semino Favro, Petra Valentini, Cristian Zandonella

dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
assistente volontaria alla regia Eliana Rotella 
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Due serve, una padrona, tanti oggetti. Veronica Cruciani rilegge Jean Genet

Da pochi giorni ha debuttato a Bologna una nuova produzione di Emilia Romagna Teatro FondazioneLe serve, scritto dall’autore francese nel 1947, il tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

A proposito di classici moderni

Diciamolo subito. Le serve di Jean Genet non è un classico. Nemmeno un classico del Novecento, come si usa dire a proposito di certi Brecht, Beckett oppure Pinter.

Invece – come aveva intuito il regista Massimo Castri mettendolo in scena, controvoglia, alla fine degli anni ’80 –  Le serve “sono un vuoto gioco di specchi, annebbiato da noiosi tourbillon erotico-masochistici”.

Vediamo di che si tratta. Due sorelle, cameriere al servizio di un ricca e sofisticata Signora, in sua assenza, giocano al gioco della serva e della padrona.

Frustrate e depresse come sono, la adorano, la invidiano, la odiano, vorrebbero vederla morta. E mentre la Signora è fuori di casa, approfittano dei suoi abiti, dei gioielli, dei belletti, inscenando spesso un privatissimo teatrino, in cui immaginano di assassinarla. 

All’improvviso però il campanello squilla, la Signora rientra, e si ritorna nella realtà. O quasi. Perché la volta che sembra la volta buona, quando provano a far fuori la Signora con una tisana avvelenata, il tentativo va a vuoto e le due si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Fedeli però all’insano copione, che da tempo si sono messe in testa, trangugeranno loro stesse il bibitone mortale. Forse.

copertina  Genet Les bonnes

“Una scrittura tronfia e datata – sbottava Massimo Castri – il prodotto di un autore enfatico e decadente, ripetitivo e ideologico”. Si capisce insomma che al regista toscano (scomparso dieci anni fa) Jean Genet stava sullo stomaco.

Perché allora metterlo in scena?

Perché Le serve offre al teatro la sontuosa parte di Madame, la Signora. Parte che permette ad attrici fuori dell’ordinario una prova al tempo stesso snob, eccentrica, salace.

Sarebbe stata perfetta per Paolo Poli, se avesse una volta tanto deciso di cimentarsi con testi non suoi. Come era stata perfetta per Copi, il romanziere, drammaturgo e fumettista argentino che arrivava in scena, giraffesco, caracollando su tacchi altissimi, in lontana regia di Mario Missiroli.

Copi nella parte di Madame  (1981)- Le serve - regia Mario Missiroli
Copi nella parte di Madame (1981) – Le serve, regia Mario Missiroli

Magari il severo filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre, vero e decisivo sponsor di Genet, non se la immaginava proprio così, alla Copi, alla Paolo Poli. Ma Madame è affare da uomini. Ed è stata spesso interpretata da uomini. Meritevoli della penna di un Arbasino.

Trio femminile

La pensa diversamente Veronica Cruciani, decisa a smentire, con un trio femminile, la solenne stroncatura artistica di Castri. Per Madame, la regista punta su Eva Robin’s, attrice che non si può dire manchi di originalità.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Con movimenti, intonazioni, atteggiamenti che ricordano vagamente Poli o anche Copi (di cui è stata spesso interprete), fornita di un lussureggiante guardaroba, da stilisti parigini, Robin’s fa il suo ingresso in scena spinta su una cassa di trovarobato teatrale, cilindro in testa, stola di pelliccia, cangiante abito azzurro. Alla Marlene. Insomma Madame si addice a Robin’s. Scelta azzeccata.

Anche le parti delle due Serve esercitano un fascino perverso. Se le sono contese fior di attrici. Basti ricordare che, in Italia, se ne erano impossessate Piera degli Esposti, Adriana Asti, Manuela Kustermann, Franca Valeri, Lucilla Morlacchi, Anna Bonaiuto. Per dirne solo alcune, passate alla storia.

Serve che parlano, spolverano poco 

In questo caso Matilde Vigna e Beatrice Vecchione svolgono il loro compito in modo adeguato. Spolverano poco, recitano molto. Senza però portare fino in fondo un suggerimento che mi sembra di poter leggere nella regia di Cruciani.

Viene messa da parte la chiave novecentesca con i conflitti di classe (e di genere, di etnia, di status sociale, di minoranza) che Jean Genet, sempre molto annebbiato, misturava puntando di volta la propria attenzione sui negri, sui maghrebini, oppure ladri, o detenuti, o marinai, come il sopravvalutato Querelle. E mi sembra che invece traspaia, e si addica di più ai nostri tempi, qualcosa del thriller

Un giallo criminale, che muovendo le mosse da quella tisana al veleno, per indizi, a ritroso, si incarica di svelare attraverso una – questa sì, originale – rivolta degli oggetti, il criminoso disegno delle due domestiche piene di invidia. Che Cruciani veste peraltro alla maniera delle gemelline di Shining.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Gli oggetti chiacchierano

Un guanto di gomma da cucina, una cornetta del telefono mal collocata, una sveglia dimenticata fuori posto, tracce di fard sul volto, una chiave rivelatrice, la calligrafia delle lettere anonime, fanno il resto. Le cose parlano, chiacchierano, sventano i piani, spiattellano i segreti, puntano il dito sulle due scellerate.

E le costringono all’ennesimo teatrino in cui, riconoscendosi colpevoli, si consegneranno ai gendarmi e/o berranno loro stesse il veleno. Nemmeno fossero Socrate. E sono invece due poveracce, fuori della realtà, oltre che di testa, sempre alle prese con il proprio delirio. Rito o cerimonia, come noiosamente si ripete a proposito di questo testo.

Che però merita non una nota sola, ma due

Scritto da Genet nel 1947 Le serve (Les bonnes) prende lo spunto da un caso criminale realmente accaduto a Les Mans, negli anni ’30. Riporta Wikipedia, sulle tracce del quotidiano Paris-Soir dell’epoca:

Due sorelle di nome Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni, a servizio da almeno 4 anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono madre e figlia. Lo fecero con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con accanimento. Commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice non fornirono alcun motivo comprensibile del loro atto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividerne interamente la responsabilità”.

Le sorelle Christine e Léa Papin  il 2 febbraio del 1933 massacrarono orribilmente la signora Lancelin e la giovane figlia
Le sorelle Papin

Questo sì è molto avvincente, something thrilling. Se ne erano occupati nientemeno che Jacques Lacan e Cesare Musatti, psicoanalisti eccellenti.

Inoltre, nelle sue note, intitolate Come recitare Le Serve, oltre alla solita opzione maschile, e sconsigliando ogni forma di realismo, Genet prescrive: ”Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate di...”.

E qui mi fermo, perché educazione vuole. Ma voi potete facilmente leggere il seguito. Basta googlare.

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LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna
scene Paola Villani
costumi Erika Carretta
movement coach Marta Ciappina
produzione CMC-Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
in tournée

Ambra. Quella Ambra? Sì proprio lei, che di strade ne ha percorse tante

Dovremmo costringerci a pensare che il tempo passa. E che gli anni Novanta sono passati da un bel po’. Eppure, per buona parte pubblico che affolla e affollerà, in una lunga tournée, i teatri italiani, Ambra – Ambra Angiolini intendo – è ancora un’icona anni ’90. Della televisione anni ’90. Di quello spirito ribelle e un po’ antipatico delle ragazzine spigliate anni ’90.

Invece Ambra, proprio quella Ambra, di strade ne ha fatte tante, diverse. E oggi, con uno spettacolo che sembra sfidare quegli spettatori che a teatro ci vanno per Ambra personaggio, Angiolini li costringe a dimenticare, o almeno a mettere tra parentesi, Non è la Rai, T’appartengo, il tempo delle fiction… E in successione, anche l’Ambra sanremese, l’Ambra dei concertoni del primo maggio, l’Ambra di X Factor.

Ambra Angiolini in Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
Ambra Angiolini in Oliva Denaro – ph Laila Pozzo

Da qualche settimana, per un tour che non è musicale, ma è di teatro-teatro (un monologo, per essere precisi) Angiolini è Oliva

Dire di no, per cambiare

Oliva Denaro è la protagonista di un libro di Viola Ardone, romanzo che nei modi della narrazione contemporanea, racconta una vicenda degli anni Sessanta. Di quella Sicilia dove il nodo di mafia e morale arcaica, di cultura del maschio e sottomissione della donna, era norma di vita. A quel nodo, allo stupro di cui è vittima, alla proposta di matrimonio riparatore, all’opinione della gente, Oliva dice no. È anche grazie ad Oliva che la Sicilia, da allora, cambia.

Oliva forse non è bellissima, ma quei suoi occhi, neri come due olive nere, nel mezzo della fronte bianca e sincera, restano nella memoria di chi ha letto il libro. E resteranno impressi in chi riconoscerà in Angiolini e nella minuziosa tournée che fino ad aprile la porterà in quasi quaranta teatri italiani, l’ostinazione che da molto tempo fa stare l’attrice un passo più avanti, anche rispetto ai suoi fan più affezionati.

Prese di parola

La determinazione che la annovera, ad esempio, fra le attrici che denunciano le molestie ai danni delle donne nel sistema dello spettacolo (il loro manifesto, già del 2018, si chiamava Dissenso Comune), che le ha fatto scrivere sulla bulimia (un suo libro autobiografico si intitola Infame), che la impegna in spettacoli contro il bullismo e il prendere di petto il problema del diritto d’autore nell’uso che ne fanno le piattaforme digitali.

Ambra Angiolini a X Factor

Una tavolozza di posizioni pubbliche, di prese di parola, a volte anche contestate, in linea però la scelta di portare in scena anche questo libro di Viola Ardone, questo personaggio.

Una pietra sopra

Personaggio che adombra, nei modi della letteratura, la storia di Franca Viola, la ragazzina siciliana di 17 anni che nel 1966 disse no, e con tutte le proprie forze si oppose alla logica del matrimonio riparatore.

Per la legge (la legge com’era prima di allora) accettare quell’accomodamento avrebbe messo una pietra sopra al suo rapimento, al sequestro, allo stupro subìto, alla “vergogna”. Franca invece porterà i colpevoli davanti al giudice.

E segnerà un passo irrevocabile nelle trasformazioni della legislazione italiana in tema di diritti, con l’abolizione dell’ignobile art. 455, la successiva cancellazione del delitto d’onore e il finale riconoscimento della violenza carnale come delitto contro la persona, e non più oltraggio alla morale pubblica (la vicenda di Franca Viola è ripercorsa e analizzata qui). (1) 

Il rosario della subalternità

Un gesto di emancipazione, anche prima del Sessantotto, da quel modi di pensare e vivere che, nello spettacolo, fa dire alla madre di Oliva: “La femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia”.

Anche per ricordare che il patriarcato, tanto sulle bocche oggi, non è proprio così diverso da quel matriarcato che in forma di mantra maligno torna nelle regole di vita che la madre di Olivia ripete come grani di un rosario. “Donna che sorride, ha già detto sì”. “Chìnati giunco, che passa la piena”. Il rosario della subalternità.

E anche se si avvia con toni da fiaba, in quell’eden giardino d’arance, che inquadra la Sicilia come terra dalle seduzioni forti, violente, poi sempre più penetrante si fa l’interpretazione, con cui Angiolini porta fino alle lacrime lo scorrere della vicenda.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Accompagnata dall’interessante ipotesi della regia di Giorgio Gallione, che alleggerisce e costella con le canzoni della giovane Mina (e il valore di cronaca di quei testi) una storia che invece ha un ben più drammatico scioglimento.

Ambra o Oliva o Viola?

Così alla fine dello spettacolo – che ho visto a Trieste nelle iniziali repliche della tournée, al Teatro Bobbio, tra un pubblico al 75% di signore, e tutte emancipate – è stata immediata la standing ovation delle spettatrici, il voler stare accanto a lei, l’abbracciarla, Ambra, o Viola, o Oliva che fosse (2), il sentirsi partecipi. Le lacrime dell’una e delle altre.

Per tutto ciò che viene prima e dopo quel no, che ha impresso una svolta alla Storia. E che come tanti altri no, passati e futuri, di donne soprattutto, è da tenere a mente.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

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OLIVA DENARO
dal romanzo di Viola Ardone
con Ambra Angiolini
drammaturgia Giorgio Gallione e Ambra Angiolini
regia Giorgio Gallione
scene e costumi Guido Fiorato
produzione Agidi / Goldenart Production

(1) una nota, solo per ricordare che legale di parte civile nel processo contro gli abusatori di Franca Viola e promotore poi delle modifiche legislative era stato Ludovico Corrao. Allora avvocato, quindi senatore della Repubblica e sindaco di Gibellina, uno dei centri distrutti dal terremoto del Belice nel 1966, Corrao ne incentivò la ricostruzione ad alcune decine di chilometri di distanza (Gibellina Nuova) e ne fece un hub per artisti, architetti e urbanisti contemporanei, invitando lo scultore Alberto Burri a ricoprire le rovine del paese con un Cretto, annoverato oggi tra i più importanti esempi di land-art. A Corrao, si deve anche la Fondazione del Museo delle Trame Mediterranee e l’invenzione del Festival Le Orestiadi, capace valorizzare la località a livello internazionale. Un uomo che alle mafie ha saputo dire no.

(2) una seconda nota per evidenziare che Oliva Denaro è anagramma di Viola Ardone, l’autrice del romanzo.

Un salto a Milano, dove Lino Guanciale canta il tango della dittatura. E ne succedono tante altre

Voi che a teatro ci andate, che lo leggete, che qualche volta perfino lo amate. Voi che inoltre viaggiate, un salto a Milano dovreste farlo. Di questi tempi, aggiungo.

Un salto a Milano, piuttosto che a Roma, dove la situazione teatrale si fa complicata di ora in ora (sentite a proposito che cosa ne dice il mio collega e amico Andrea Pocosgnich).

A Milano invece, e nonostante il fresco, una congiunzione astrale sta riscaldando l’atmosfera e un ingorgo di titoli e locandine accende il palinsesto teatrale della città. La quale – come i suoi supermercati 24/24 – avrebbe voglia di non dormire mai.

Ho paura torero - Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Ho paura torero – Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

In realtà, sono le ultime corse della metro, lo sferragliare dei rari tram notturni, a scandire il tempo dei teatri. E se lo spettacolo dura un po’ più del previsto, o del consueto, appena il sipario si chiude, eccoci, spettatori in fuga per acchiappare l’ultima corsa dei mezzi. Beato – viene da pensare – il pubblico accorto delle pomeridiane.

Come a Broadway

Senza togliere merito alla programmazione delle altre sale, bisogna riconoscere che è il Piccolo Teatro a impastare in queste settimane il calendario più fitto, il più variato, il più inclusivo.

Dall’11 gennaio e fino all’11 febbraio alla Sala Grassi in via Rovello (per un intero mese di repliche, quasi come a Broadway) Lino Guanciale se la vede con il romanzo di Pedro Lemebel di cui tutti media parlano, Ho paura torero

Ho paura torero - locandina Piccolo Teatro

Da qualche giorno intanto si sono concluse le recite di quei due fenomeni da palcoscenico che sono Orsini e Branciaroli (ecco ciò che scrivevo su I ragazzi irresistibili) ed è già pronto, alla sala Strehler da martedì 23, l’altro leone bianco del teatro italiano, Glauco Mauri. Con un lavoro che gli sembra tagliato proprio addosso: il Minetti (ritratto dell’artista da vecchio) di Thomas Bernhard.

Un hub di culture e spettacolo

Sempre al Piccolo, ma sul versante opposto, c’è quel teenager – teatralmente parlando – di Liv Ferracchiati, che debutterà con il suo punto di vista su Cechov (tanto che Il gabbiano secondo lui, si intitola Come tremano le foglie riflesse nell’acqua, in sala Melato, dal 27), Isabella Ragonese non vede l’ora di presentare la sua Clitemnestra (dal 7 febbraio) e il contemporaneo scalpita con Bidibodiboo di Francesco Alberici (dal 20 febbraio). 

Sono in arrivo anche un Camilleri spiritoso (La concessione nel telefono) e il più angosciante Dentro di Giuliana Musso. A ciò, bisognerebbe infine aggiungere gli appuntamenti di Oltre la scena, il progetto Unlock the city, tutto un lavoro di incontri, conversazioni, letture, presentazioni e passeggiate fuori dal palcoscenico, che il direttore del Piccolo, Claudio Longhi, ha imbastito per fare del più quotato fra i teatri italiani un hub fervido di culture e spettacolo al vivo.

Complimenti. Del resto Milano, un teatro così se lo merita.

Piccolo Teatro - Sala Grassi - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Poche sere fa, imbroccando alla svelta quei due o tre cambi di metro, sono arrivato puntuale puntuale in via Rovello. Ci tenevo a vedere in palcoscenico Lino Guanciale, attore di cui ho larga stima (anche se la televisione non la vedo proprio). E ve ne parlo.

L’ultimo nastro di Allende 

È con la voce di Salvador Allende, con il suo ultimo discorso ai cileni, con le frasi drammatiche registrate nel vivo del colpo di stato del 1973, che prende il via lo spettacolo. Mélo e dittatura, giovani rivoltosi e travestiti sul viale del tramonto, pellicole che hanno fatto grande il cinema e spezzoni di telegiornale passati alla storia del ‘900, si alterneranno poi nei saliscendi di un teatro che si prende il titolo e le pagine del libro dell’autore cileno Pedro Lemebel (1952-2015). Un poeta in tacchi, pizzi e piume di struzzo, così lo ritrae Sara Chiappori in un suo pezzo sul Venerdì di Repubblica.

Le ultime ore di Salvador Allende, 11 settembre 1973

Checche e omofobi

Poeta poligrafo e sovversivo, soprattutto cronista, agitatore, attivista, come gli argentini Copi e Manuel Puig, come il peruviano Jaime Bayly più di recente, Lemebel ha dipinto nel suo romanzo (l’unico, del 2001) il mondo che chiamiamo Lgbt+ in un continente segnato allora (e oggi) dagli stereotipi del machismo e dalle angustie del cattolicesimo.

In quel libro, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, checche e omofobi, divise militari e foulard, cinemini a luci rosse e foto dei desaparecidos, si avvicendano a velocità folle. Sul palcoscenico, li accompagneranno certi appassionati tangos e gli inni alla vita di Violeta Parra.

Ho paura torero - copertina libro Marcos y Marcos

Sono soprattutto Puig e il suo titolo più celebre, Il bacio della donna ragno (il film di Hector Babenco con William Hurt è del 1985) a riemergere dalla memoria mentre assistiamo all’idillio tra il giovane militante che assieme ai compagni di lotta prepara l’attentato al dittatore Augusto Pinochet e la vida loca di una creatura che porta invece nella vie e nei barrios militarizzati della capitale cilena la propria fluidità di genere, il grande cuore, il minuscolo guardaroba, la borsetta, e tutti testi delle canzoni che ama. 

Una soprattutto, Tengo miedo torero, Ho paura torero, titolo che diventerà anche parola d’ordine della impossibile relazione sentimentale tra la travesta e il guerrillero.

La fata e il sovversivo

Fata dell’angolo è il nome di battaglia che lui/lei si è scelta, in ricordo del proprio passato di strada. Carlos è il nome in codice del muchacho (lo interpreta Francesco Centorame: è proprio una bella scoperta per il teatro italiano, e lo avevamo già apprezzato al cinema in C’è ancora domani della Cortellesi).

Come accadeva nella prigione argentina immaginata da Puig, anche qui, nella lunga notte della dittatura cilena, assisteremo a una reciproca educazione alla vita, quella sentimentale per Carlos, quella politica per la Fata. Due esistenze destinate a incontrarsi per un momento e a disperdersi poi nel grande fiume degli eventi. In mezzo a loro, una fantasia di vecchi mélo, la potenza dei documenti della Storia, le musiche di un continente, il Sudamerica (i travestimenti musicali sono stati curati da Davide Fasulo).

Francesco Centorame e Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Francesco Centorame e Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

Era partita dall’innamoramento di Lino Guanciale per il romanzo di Lemebel (da cui è stato trattato quattro anni fa anche un film messicano) la sfida a costruire – quasi contro la propria immagine, consolidata dai personaggi delle serie televisive – questa figura di Fata, femminili movenze, indole canterina.

Ed è stato Claudio Longhi, dal banco della regia, a riattivare per lui la formula, così cara a Luca Ronconi, dell’alternarsi naturale tra dialoghi e narrazione, l’io e il lui, complice anche l’esuberanza barocca e ridondantekitsch come i fenicotteri rosa – della prosa di Lemebel, prodigo di aggettivi e avverbi, così come prodiga d’amore è lei, la Fata. 

Madri in piazza, dittatori al balcone

Le tre ore e passa di spettacolo giocano su continui ribaltamenti di piani. Quelli di una scenografia a soppalco, con i suoi squarci metropolitani e i suoi murales sparati tutto attorno nella scena allargata (di Guia Buzzi).

Diana Manea - ph Masiar Pasquali
Diana Manea – ph Masiar Pasquali

Ma più di ogni altra cosa giocano sui ribaltamenti di registro. Tanto che dalle manifestazioni in piazza delle madri, alle quali i servizi segreti hanno ucciso mariti e figli, in un solo cambio di luci, si svolta nell’ironia e nei toni da commedia all’italiana del turbolento ménage tra il generale golpista Augusto José Ramón Pinochet e la sua petulante consorte Doña Lucía.

La verve dittatora di Mario Pirello e Arianna Scommegna è del resto ogni volta pronta a strappare risate al pubblico. Proprio mentre il controcanto visivo delle proiezioni rilancia esplosive le immagini dell’attentato del 1986, quello che darà avvio al tramonto della dittatura.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello - ph Masiar Pasquali
Arianna Scommegna e Mario Pirrello – ph Masiar Pasquali

Storie d’amore in tempi difficili

Finirà come deve finire, con uno struggente addio tra Carlos e la sua Fata davanti a un tramonto sulla costa del Pacifico. Mentre Politica da una parte, Eros dall’altra, riprenderanno i propri cammini.

Sconsolati e inevitabili perché questa è la regola dei mélo. Che mettono tristezza, ma piacciono. Come tutti i romanzi d’amore in tempi difficili.

Lino Guanciale e Francesco Centorame - ph Masiar Pasquali
Lino Guanciale e Francesco Centorame – ph Masiar Pasquali

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HO PAURA TORERO
di Pedro Lemebel
traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
trasposizione teatrale Alejandro Tantanian
dramaturg Lino Guanciale
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
visual design Riccardo Frati
travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo

con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Arianna Scommegna, Giulia Trivero

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Nel lungo tramonto dell’Europa. Ci guida Joseph Roth

Quella grande guerra venne giustamente chiamata guerra mondiale, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”.

Come molti romanzi che raccontano la Finis Austriae, e anche più altri, La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth rende ragione di un tramonto. Una trasformazione epocale che ancora non si è compiuta fino in fondo.

Di questo – di passati lontani, ma anche prossimi, addirittura recenti – parla Inabili alla morte / Nezmožni umreti, il nuovo progetto che Mittelfest, il festival mitteleuropeo di Cividale del Friuli, ha ora in cantiere.

le bare degli Asburgo nella Cripta dei Cappuccini a Vienna
le bare degli Asburgo nella Cripta dei Cappuccini a Vienna

Format mitteleuropeo

È un progetto lungo, allargato, articolato. Un long-format di teatro, radiofonia, digital podcast, editoria, televisione. Un proponimento che intreccia passato e presente, storia e memoria, popoli e individui. E con il quale Mittelfest e i suoi partner internazionali si presenteranno all’appuntamento del 2025, Gorizia e Nova Gorica Capitale Europea della Cultura: GO! 2025.

Inabili alla morte / Nezmožni umreti è stato presentato nei giorni scorsi a Milano, al Piccolo Teatro, e a Lubiana, all’Accademia di Scienze e Lettere : un’iniziativa di spettacolo dal vivo (e non solo) che impegnerà nei prossimi mesi il festival di Cividale del Friuli assieme al Teatro Nazionale Sloveno di Nova Gorica, con la partnership di Rai RadioTre e sede di Rai Friuli Venezia Giulia, Radiotelevisione slovena, Ars Program.

Un mandato culturale commissionato dalla Regione Friuli Venezia Giulia a una cordata di largo respiro che ha garantito al progetto l’accoglienza nella programmazione ufficiale di Go! 2025.

Infinito tramonto

Quel titolo – come una lapidaria iscrizione – proviene da una pagina di La cripta dei Cappuccini, romanzo-affresco nel quale lo scrittore austriaco Joseph Roth (1884-1939) – uno fra i più insigni cantori di ciò che è stata la Mitteleuropa – raffigurava temi, vicende e personaggi che da sempre rappresentano uno dei temi di Mittelfest, la Finis Austriae: quella trasformazione epocale che più di un secolo fa vide l’Europa coinvolta prima nella più grande guerra che il nostro continente avesse mai affrontato.

E poi la sua profonda metamorfosi, la perdita del suo primato, il lungo, infinito tramonto di un continente. Ciò di cui anche il filosofo Oswald Spengler parlava in un suo celebre libro, dal titolo spesso citato, ma molte volte a sproposito: il tramonto dell’Occidente.

In realtà quel tramonto – annunciato in molti capolavori della letteratura novecentesca, cesellato dai più eccellenti tra gli scrittori, Elias Canetti, Karl Kraus, Franz Kafka, Miroslav Krleža, naturalmente lo stesso Roth, indagato nelle stringenti argomentazioni di Claudio Magris sul “mito asburgico” – quel tramonto, noi europei contemporanei lo stiamo ancora vivendo.

manifesto Inabili alla morte - Mittelfest 2024-2025

Tre spettacoli, due podcast bilingui, una pubblicazione

“Dovevamo essere tramontati da un pezzo, e siamo invece ancora qua, invece”, ha detto Giacomo Pedini, direttore di Mittelfest e ideatore di Inabili alla morte, presentando l’intero progetto in tutte le sue articolazioni alla stampa internazionale, nel chiostro del Piccolo Teatro a Milano.

Il format teatrale prevede tre diversi spettacoli (maggio 2024, novembre 2024, e settembre 2025, con una tournée e l’allestimento finale dell’intera trilogia ). Ma anche la loro trasposizione radiofonica, bilingue, inserita nel palinsesto Rai, nelle teche Rai Play Sound, nelle trasmissioni di Rtv Slovenija, inoltre un documentario televisivo e una pubblicazione. 

Una convergenza larga di produttori, ma soprattutto un lungo arco storico, che prenderà le mosse dal romanzo di Roth (La cripta dei Cappuccini, rielaborato per il teatro dal dramaturg Jacopo Giacomoni e con la regia dello stesso Pedini).

copertina Roth Cripta Cappuccini Adelphi

Ma si estenderà nella seconda parte agli anni Sessanta della Jugoslavia (Cercando la lingua perduta, frutto del lavoro di scrittura di una delle più interessanti figure della cultura slovena contemporanea, Goran Vojnović, e con la regia del polacco Janusz Kica). Per poi toccare gli anni Novanta, quelli da poco trascorsi, nella terza parte (L’alba dopo la fine della storia, a cui sta mettendo mano lo scrittore e conduttore radiofonico Paolo Di Paolo, assieme al compositore Cristian Carrara e alla Fvg Orchestra).

La perdita del primato

Saranno poi Rai RadioTre, la sede Rai del Fvg, Radio Slovenija a trasformare i tre spettacoli in produzioni radiofoniche, affidandole ai canali podcast sempre più frequentati dai contemporanei fruitori di prodotti culturali. “Perché al di là al consumo turistico della Mitteleuropa, della piacevolezza delle passeggiate che si possono oggi fare a Lubiana, come a Cracovia – ha spiegato Pedini – ciò che conta è capire che questa questa trasformazione, questa perdita del primato culturale, noi europei la stiamo ancora vivendo, e sono gli artisti contemporanei a darcene la consapevolezza”.

Gli hanno fatto eco Marko Bratuš, direttore artistico dello SNG di Nova Gorica, e Stojan Pelko, responsabile del programma culturale di Go! 2025, ricordando quali siano le opportunità che la nomina a Capitale della Cultura Europea delle città gemelle di Gorizia e Nova Gorica, offrono al territorio transfrontaliero. Dove la dualità, ideologica e linguistica, da momento di contrapposizione e conflitto, soprattutto nei decenni della Guerra Fredda, si è trasformata oramai in volano economico e culturale.

Il confine italo-sloveno a piazza della Transalpina - Gorizia ph Luca A. d'Agostino
Il confine italo-sloveno a piazza della Transalpina – Gorizia – ph Luca A. d’Agostino

Modello che potrebbe essere imitato anche altrove, laddove vi fosse la volontà e la prospettiva politica. Sottolineate anche da Mario Anzil, vice-presidente della Regione Fvg con delega alla Cultura: “Regioni di frontiera sono sinonimo di culture di frontiera – ha detto – e plurilinguismo significa anche policentrismo”.

Bevendo, nella cripta dei cappuccini

Non è mancato fra tanti contributi alla presentazione, quello di Natalino Balasso, che vestirà gli abiti di Francesco Ferdinando Trotta, protagonista-narratore del romanzo di Roth.

Natalino Balasso - ph Massimo Battista
Natalino Balasso vestirà gli abiti del protagonista di La cripta dei Cappuccini

L’attore ha ricordato quanto l’addentrarsi in La cripta dei Cappuccini gli sia stato utile a dirimere la falsa credenza, a metà tra ironia e Witz ebraico, che lo ha portato per oltre cinquant’anni a credere che quel luogo, tanto famoso, fosse “una mescita sotterranea di bevande calde”. I cappuccini di Roth, insomma.

Con buona pace dell’altro grande personaggio dello scrittore austriaco, di origine ucraina e morto a Parigi: il suo santo bevitore.

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Il progetto

La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth
debutto 11 maggio 2024 , Teatro Verdi – Gorizia
regia Giacomo Pedinii
produzione Mittelfest

Cercando la lingua perduta (titolo provvisorio) di Goran Vojnović 
debutto novembre 2024, SNG Nova Gorica (Slo)
regia Janusz Kica
produzione SNG Nova Gorica

L’alba dopo la fine della storia (titolo provvisorio) di Paolo Di Paolo 
debutto 20 settembre 2025, Teatro Verdi – Gorizia
produzione Mittelfest

I podcast radiofonici, in versione italiana e slovena saranno una co-produzione Mittelfest con Rai FVG per Rai Radio3 e SNG Nova Gorica, con Radio Slovenija – Program Ars.

[L’ articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, il giorno 18 gennaio 2024]

Branciaroli e Orsini. Due ragazzi anziani. E irresistibili

“È un mestiere vano, quello dell’attore. Vano, vago, e non lascia memoria”. Lo dicono Umberto Orsini e Franco Branciaroli. Li smentisce, un attimo dopo, lo spettacolo che assieme stanno portando in giro nei teatri italiani. È la tournée 2024 di questi due, Ragazzi irresistibili.

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Due attori per due attori

Due attori che – a volte capita – interpretano due attori. Un gioco al quadrato che ha la firma di uno dei grandi autori comici americani, il più grande forse: il newyorkese Neil Simon. “Il Goldoni del Novecento”, assicura Branciaroli. E loro, insieme, a giocarselo tutto, quel mestiere. Fiuto per la battuta, tempismo esemplare, trucchi da gran professionista, strizzatine d’occhio. La complicità di due anziani ragazzi.

Simon aveva scritto The Sunshine Boys nel 1972, per Broadway. Pochi anni dopo era diventato un film e a interpretarlo erano Walter Matthau e George Burns. Che per una produzione televisiva del 1996 lasciarono poi il posto a Woody Allen e Peter Falk. Insomma, il meglio.

Su e giù per lo Stivale

Il meglio, in Italia, tra i ragazzi anziani, sono Branciaroli (al traguardo dei 75) e Orsini (che il prossimo aprile ne farà 90). Eppure mai stanchi, allenati, tonici, pronti per una lunga tournée che li trascinerà su e giù per lo Stivale.

Potrebbero recitare qualsiasi cosa. E molte le hanno fatte. Orsini non ha finito ancora di calarsi in nel Dostoevskij (Le memorie di Ivan Karamazov), che Luca Micheletti ha tagliato esattamente sulla sua misura. Branciaroli continua ancora a vestire l’abito del Mercante di Venezia per la regia di Paolo Valerio. Lo scorso anno se le dicevano di santa ragione, in Pour un oui ou pour un non.

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Ma se hanno scelto The Sunshine Boys (I ragazzi irresistibili, nella traduzione di Masolino D’Amico e con la regia di Massimo Popolizio) è perché in quelle due vecchie glorie del palcoscenico, ritratte a sbalzo da Simon, si rivedono fotografati tali e quali. Orsini sempre in formissima, e doverosamente tignoso, come vuole il suo personaggio. Branciaroli, che di carattere non è un santo, vagamente sdegnato, svagato, fanfarone, di corta memoria.

Di nuovo assieme

Willy Clark e Al Lewis, i loro due personaggi, hanno lavorato fianco a fianco per più di quarant’anni. Dovrebbero ritrovarsi di nuovo assieme, undici anni dopo una furibonda lite. Dovrebbero rimettere in piedi il duetto comico che li ha resi famosi in tutti gli States. Dovrebbero apparire in uno show televisivo, dedicato proprio a quel modo di fare teatro, che la televisione ha seppellito. Dovrebbero…

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

Ma l’ostilità, che per tanto tempo ha covato, il livore, i rancori, bruciano ancora. E non è detto che il progetto riesca. Riescono sicuramente invece l’affilatezza delle battute, l’inesorabile seguito delle risate del pubblico, la maestria di uno che ha scritto commedie come La strana coppia e A piedi nudi nel parco. E il modo in cui i nostri due ragazzi infilano quelle battute sullo spiedo di un umorismo che suona americano, suona commerciale, e suona novecentesco. Ma acchiappa ancora, anche qui. 

Un materasso di divertimento

Sostiene Branciaroli: “Neil Simon è così bravo che il risvolto amaro, che pure c’è, galleggia su un materasso di divertimento”. Conferma Orsini: “Di questo vado orgoglioso: del saper rompere la barriera che separa teatro serio da teatro leggero”.

Spaccheremo il culo ai passeri” dicono in una una battuta della commedia, che ho visto qualche settimana fa al Teatro Manzoni di Pistoia. Infatti, veniva giù il teatro. 

Franco Branciaroli e Umberto Orsini in I ragazzi irresistibili di Neil Simon - ph. Nicolò Feletti
ph. Nicolò Feletti

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I RAGAZZI IRRESISTIBILI
di Neil Simon
regia Massimo Popolizio
con Umberto Orsini e Franco Branciaroli
e con Flavio Francucci, Chiara Stoppa, Eros Pascale, Emanuela Saccardi
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca
produzione Teatro de Gli Incamminati, Compagnia Orsini, Teatro Biondo Palermo

Santo Stefano in casa Cupiello. L’altro Eduardo

Devo averlo scritto un centinaio di volte almeno. Le feste raccomandate, gli anniversari, le ricorrenze, i compleanni, mi scatenano l’orticaria, le bolle, e pure il prurito. Natale più di tutte.

Quindi ho deciso di scomparire dai radar, per questi tre giorni almeno. Divano.

Eduardo De Filippo

Leggere sì. Che cosa?

A questo punto, sdraiato, mi sono chiesto: che potrei leggere? Non ci crederete, ma un’idea perversa mi ha fatto tirare fuori dallo scaffale Eduardo della libreria nientemeno che Natale in casa Cupiello. Edizione princeps. Cioè quella dei Meridiani Mondadori, quella più note che testo, quella più filologica: “Tommasi’ te piace ‘o Presebbio?” (p. 812).

Niente da fare, però. Dopo una decina di pagine ho mollato: credo di conoscerla a memoria, nonostante sia nato e cresciuto a latitudini ben distanti da Napoli.

E poi: perché calarmi anch’io, proprio nel giorno di Natale, in quel familismo moralistico e basso-borghese, che è il tipico segno dell’Eduardo più noto e più rappresentato?

“Tommasino, ti piace il presepe?”. “A me non mi piace”.

Il caso ha voluto

Caso ha voluto che dallo stesso scaffale, poco distante dal Meridiano, occhieggiassero due altri volumi, di un bel verde trifoglio. Il primo Vorrei caro Eduardo (legare il tuo nome al Piccolo Teatro. Lettere 1941-1980). Il secondo Mio caro Eduardo (Eduardo De Filippo e Lucio Ridenti. Lettere 1935, 1964).

Come si capisce, sono selezioni della corrispondenza che il co-fondatore del Piccolo teatro di Milano, Paolo Grassi, e uno dei più autorevoli critici teatrali dell’epoca, oltre che attore e editore, appunto Lucio Ridenti, hanno scambiato con De Filippo.

Con competenza e certosina pazienza, li ha messi assieme Maria Procino, che dei materiali conservati presso la Fondazione Eduardo De Filippo è un po’ la vestale. Archivista, storica e studiosa di diari, dicono di lei le note di copertina. Ma Procino è molto di più.

Al festival delle Corrispondenze

Quando l’ho incontrata, lo scorsa estate a Monte del Lago, sul Trasimeno, per una bella serata al Festival delle Corrispondenze, nei suoi racconti si è aperto un vulcano di episodi, piccoli e grandi, recenti e lontani, che la legano alla famiglia De Filippo.

E fanno di lei la voce più autorevole, e la più scientifica dal punto di vista degli epistolari, se si vuole conoscere da vicino il versante biografico della dinastia eduardiana. Perché fin da giovanissima, lei là stava, dai De Filippo.

Però, non me la sono sentita, proprio a Natale, di mettere giù una recensione. Non tirava aria. Però: se venisse voglia anche a voi di andare un po’ oltre a “te piace ‘o Presebbio?” e a “ha da passà ‘a nuttata”, questi due libri sarebbero la lettura giusta. Per conoscere, oltre all’Eduardo drammaturgo, anche l’Eduardo imprenditore e impresario, l’Eduardo dietro le quinte. L’altro Eduardo insomma.

Quello che Lino Musella ha raccontato molto bene nello spettacolo Tavola tavola, chiodo chiodo… Al quale proprio Maria Procino ha dato il proprio contributo di esploratrice di lettere e archivi.

Lino Musella in Tavola tavola, chiodo chiodo...
Lino Musella in Tavola tavola, chiodo chiodo…

Grassi, Ridenti… e Eduardo

Sono dunque due bei volumi, pubblicati da Guida Editori per la Fondazione De Filippo. Insieme fanno più di 450 pagine e aggiungono sfumature inaspettate anche al carattere di Paolo Grassi, il meno studiato dei due (o tre) fondatori del Piccolo Teatro (vedi qui quello scrivevo 4 anni fa).

Ma accendono pure un riflettore importante sull’attività di Lucio Ridenti, fino a ora terreno di studio accademico e di tesi di laurea. Ridenti, che è stato invece figura importante per il sistema teatrale italiano, attore prima, giornalista poi, aveva diretto la rivista Il Dramma, decisiva per la circolazione di nuovi testi teatrali nell’Italia pre e post-bellica.

L’immersione epistolare è durata ben oltre la giornata natalizia, e si è conclusa oggi, nell’altro giorno di relax festivo, quello di Santo Stefano

Mentre leggevo, comunque, pensavo insistentemente a una delle più belle riedizioni di Casa Cupiello che mi sia capitato di recente di vedere.

Ne ho parlato su QuanteScene! all’inizio del 2023 quando, proprio nel giorno della Befana, mi sono ritrovato a Napoli, al Teatro Bellini, per vedere ri-animata con ombre, pupazzi, figure, proprio quella commedia, novant’anni dopo il debutto. 

Cum figuris in casa Cupiello

Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris – progetto nato da un’idea di Vincenzo Ambrosino e Luca Saccoia e diretto da Lello Serao – avrebbe meritato ben più di quel minimo Premio che si è portato via nella finale degli Ubu di qualche giorno fa: il riconoscimento è andato ai costumi, ideati da Federica Del Gaudio, per i pupazzi inventati da Tiziano Fario

Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris -
Natale in casa Cupiello, spettacolo per attore cum figuris

Ma poteva invece essere lo Spettacolo dell’anno. Poteva essere un Premio Speciale. Come referendario Ubu lo avevo candidato “perché rivela ancora una volta la forza del teatro delle figure e sottrae questo genere al pregiudizio che lo vuole riservato a pubblici minoritari”. Ma le cose non sono andate cosi. Il perché lo spiega e anche bene, Andrea Pocosgnich, nell’ultima parte del suo commento-bilancio agli Ubu 2023.

Allora, proprio a Santo Stefano, proprio nel giorno in cui, nella commedia, Luca Cupiello potrebbe lasciarci per sempre (ma forse anche per lui, come pare abba deciso Eduardo per l’edizione televisiva, potrebbe “passà ‘a nuttata”), condivido con voi una clip di quello spettacolo-presepe.

Se ne presentasse l’occasione, fareste proprio bene a vedere (a gennaio, per esempio, il giorno 11, si replica al Comunale di Corato, in Puglia).

Premi Ubu 2023. Chi vince? E chi perde. La diretta

Dalla poltrona numero 20, fila E, della sala Leo De Berardinis all’Arena del Sole di BolognaQuanteScene! seguirà per voi, tra pochi minuti, la proclamazione e la consegna dei Premi Ubu 2023. Sarà una lunga serata, c’è da scommettere.

Potete seguire il blog (anche da Facebook) con tutti gli aggiornamenti in tempo reale.

Padre Ubu consegna i Premi Ubu
Padre Ubu in persona consegna l’ambito riconoscimento ai vincitori Ubu 2023

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20:50

Come molti di voi già sanno, il referendum Ubu è promosso dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, e continua a svolgersi, anche dopo la scomparsa del suo ideatore. Quest’anno sono 45 edizioni.

I voti dei referendari, ovvero giornalisti, critici, studiosi, operatori esperti di spettacolo contemporaneo – quest’anno sono stati in tutto 69 – contribuiscono a segnalare quanto di più significativo ha prodotto la scena italiana nei 12 mesi appena trascorsi. 

In due tornate, con ballottaggio finale, per ciascuna delle 16 categorie e per i 3 premi speciali, vengono individuati i vincitori, che saranno poi premiati a dicembre, come succede ora per questa serata Ubu 2023.

manifesto Premi Ubu 2023

La serata

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20:58

Bene, finalmente sto comodo. Comodissimo. Per modo di dire. Ho il portatile appoggiato sulle ginocchia e spero che la batteria regga fino alla fine della serata. Quelli della Apple mi hanno detto fìdati, te ne abbiamo messo una nuova di pacca. Di continuo devo cambiare gli occhiali per guardare il palco prima, e guardare poi il display. La vita dei cronisti è sempre stata dura. Stare sul pezzo, resterebbe comunque l’imperativo. O l’aperitivo.

Poco distante da me c’è il collega e amico Renzo Francabandera. Anche lui sta facendo la diretta dagli Ubu 2023 per PAC- Paneacquaculture, dove mette in fila, una dopo l’altra, le immagini della serata. Se cercate una bella stereofonia visiva, potete seguire anche lui, in parallelo. Il link è questo.

Infine, se siete davvero incontentabili, vi dirò che potete pure seguire una diretta video trasmessa sui canali dell’Associazione Ubu Per Franco Quadri. Ecco il link su YouTube, e quello su Facebook.

Anche Rai Radio3 si collegherà in diretta più tardi, verso le 22.45, per le fasi finali della serata, con gli interventi di Laura Palmieri, dentro al programma 𝐼𝑙 𝑡𝑒𝑎𝑡𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑅𝑎𝑑𝑖𝑜3 / 𝑇𝑒𝑎𝑡𝑟𝑖 𝑖𝑛 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎. 

Insomma: dovete proprio essere dei gran menefreghisti, se non approfittate di tutto sto bendiddio mediatico.

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21:02

La serata ha preso il via. Sul palco è apparso Graziano Graziani, che la condurrà. Accanto a lui Elena Di Gioia, delegata alla Cultura del comune di Bologna e Città Metropolitana.

Si aggiunge loro adesso Gioia Salvatori, l’attrice che avrà il compito, con Graziani, di presentare via via i vincitori. È una tradizione del Premio, questa della valletta sui generis. Salvatori sta cimentandosi ora in un monologo ironico. Parecchio urlato. Però qualcuno ride.

La parola, anzi i suoni, passano ora a Mirco Mariani e al suo gruppo Gli Extraliscio, saranno colonna musicale portante dell’intera serata.

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21:17

Siamo già nel vivo della premiazione. Graziano Graziani chiederà a ciascuno dei premiati di pensare a una parola che rappresenti un augurio, un talismano, un desiderio per l’anno che viene. Si comincia con i cosiddetti premi tecnici:

SCENOGRAFIA
Margherita Palli per Romeo e Giulietta

E’ la settima volta che la scenografa di Ronconi, ma in questo caso di Mario Martone, ottiene un Ubu. La sua parola, per il 2024 è GIOCARE. Ritira il premio Alberto Benedetto, direttore di produzione del Piccolo Teatro di Milano. Palli appare in video.

COSTUMI
Federica Del Gaudio per Natale in casa Cupiello, cum figuris

Ha vestito i pupazzi di Tiziano Farlo per la più originale fra le edizioni del Natale eduardiano. spettacolo a mio avviso tra i migliori di questa annata, Per il 2024 Del Gaudioha scelto la parola COMUNITA’.

DISEGNO LUCI
Cesare Accetta per La Cupa

Maestro della luce Accetta ha illuminato il più intricato e oscuro spettacolo di Mimmo Borrelli. La sua parola è RITORNO ALLA RICERCA.

PROGETTO SONORO/MUSICHE ORIGINALI
GUP Alcaro per Lazarus 

In realtà sul palco sono in sei, l’universo sonoro del musical firmato da David Bowie e Enda Walsh e prodotto in Italia da ERT Emilia Romagna Fondazione. La parola che tutti insieme consegnano è SORPRESA.

Graziani ricorda l’eredità del Patalogo, l’annuario del teatro italiano confluito poi nell’enorme data base teatrale dei Premi Ubu, fondamentale lavoro di storiografia del contemporaneo. Vi si dedica il team bolognese di Altre Velocità.

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21:39

Su un tavolo, a lato del palcoscenico mandano bagliori scenografici una decina di coppe Ubu. Che tra un po’ finiranno nelle mani di:

ATTORE/PERFORMER UNDER 35
Alberto Boubakar Malanchino 

Dedica il suo premio a tutta la seconda generazione, i figli nati in Italia dagli immigrati di tanti paesi. A loro, soprattutto ai giovani attrici e attori, che si stanno facendo sotto, va l’incoraggiamento di uno che ce l’ha fatta, anche grazie al suo forte spettacolo Sia. La parola scelta dal giovane premiato è PERSONA, “come l’album di Marrakesh” specifica.

ATTRICE/PERFORMER UNDER 35
Petra Valentini

La sua parola è PASTAMADRE, “perché serve tempo per fare il teatro, e per farlo bene. E’ un elemento vivo, il lievito, e se ne deve avere cura e dedizione“. Lei legge alcune pagine da L’evento di Annie Arnaux, lui una poesia di Nazim Hikmet.

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21:45

Il breve intervento musicale di Mirco Mariani e del suo gruppo ci instrada ora verso i Premi Speciali, “un campo indefinito di progetti editoriali e di ricerca, e di parabole artistiche difficilmente inquadrabili nelle categorie tradizionali dei Premi“. Ne parlano Maddalena Giovannelli, Lorenzo Donati e Roberta Ferraresi. Non solo tre: sono ben sei premi perché si è verificato un triplice ex aequo.

PREMI SPECIALI 2023 ex aequo

AMATI, Archivio Multimediale degli Attori Italiani a cura di Siro Ferrone e Francesca Simoncini

Is Mascareddas, nel 40simo anniversario del percorso di ricerca sul teatro di figura

La bottega dello sguardo, centro di documentazione realizzato da Renata Molinari

Mi ritrovo ancora qui, per quanto pensassi di aver chiuso tutto ciò che avevo fatto in un cassetto: nel teatro invece si vivono molte vite” dice Renata Molinari, figura fondamentale nella redazione editoriale di molti decenni di Patalogo. Molinari ha scelto METAMORFOSI come parola-mantra.

Alle figure più iconiche della identità sarda, Is Mascaredas dedica invece il suo premio, con la parola DUBBIO. Mentre per Francesca Simoncini di AMATI, il termine più pertinente è DRIBBLING.

PREMI SPECIALI 2023

I restanti due Premi Speciali, vanno a:

Valentina Valentini e Viviana Raciti per l’attività editoriale sul teatro di Franco Scaldati
e a
Kepler-452 per l’attività di ricerca sul campo alla GKN e il lavoro di allestimento di Il Capitale

Un premio che va a un collettivo, di fabbrica, spiega Nicola Borghesi. Il quale ritrova il filo di più di trenta mesi di lotta e di presidio, nella fabbrica fiorentina della GNK. E si lancia nel finale in un crescendo improvvisato .”Viva Marx. Viva il collettivo di fabbrica GKN. Viva il teatro“.

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22:07

NUOVO TESTO STRANIERO / SCRITTURA DRAMMATURGICA
Anatomia di un sucidio di Alice Birch

Ritira il premio, su indicazione dell’autrice, la traduttrice Margherita Mauro, un riconoscimento che anche alla categoria – essenziale – dei traduttori teatrali. RAGGIANTE infatti è una parola presente nel testo della Birch.

NUOVO TESTO ITALIANO / SCRITTURA DRAMMATURGICA
Via del Popolo di Saverio La Ruina

Teatro del plurilinguismo, lo definisce Graziani. Dopo i doverosi ringraziamenti, La Ruina spiega come sia il stato padre, “come una foglia sull’albero” e oramai scomparso , la radice di questo lavoro dedicato alla sua città, Castrovillari.

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22:18

Tocca adesso ad attori e attrici protagonisti.

ATTORE/PERFORMER
Francesco Villano

ATTRICE/PERFORMER
Marta Ciappina

Ciao fratello“. Si abbracciano la performer-coreografa e l’attore di La casa di argilla. BAGLIORE è la voce che Ciappina ha scelto per il 2024. “I vostri occhi profumano di futuro, quel futuro che piace a Marta“. Villano legge una pagina di Ágota Kristóf.

Una lettera di Campo Innocente, letta da Tania Garribb, firmata da oltre trecento artisti, chiede l’adesione del mondo dello spettacolo alla causa palestinese “contro l’invisibilizzazione del genocidio in corso“. Una lettera – dicono le attiviste che innalzano manifesti e cartelli – che al tempo stesso va contro antisemitismo e islamofobia.

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22:38

SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Caridad – Angélica Liddell

Non lavoro con attori, lavoro con persone, Caridad è stato un lavoro molto difficile in tempi così puritani“, sono parole della regista catalana che quasi a sorpresa sale in palcoscenico e si rivolge al pubblico.

REGIA
Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni per Anatomia di un suicidio e Il ministero della solitudine

Dicono: “ZIGZAG è una linea che procede spezzandosi, una forma e un procedere con precisi movimenti. All’origine del mondo non c’è il Big Bang, ma uno zigzag“. Questo il ragionamento dei due creatori.

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22:45

Comincia la diretta radiofonica su Rai Radio3, il microfono ora nelle mani di Laura Palmieri, ma si parte con musica di Mirco Mariani e degli Extraliscio. “Voglio vederti danzare“. Battiato vince su tutti, sempre. Fa impressione che venga dopo il proclama di appoggio alla causa palestinese, Fatto sta che metà platea è in piedi, e, mentre si danza, gira tutta stanza. La sala, anzi.

È ora il momento del

PREMIO ALLA CARRIERA
Danio Manfredini

Doloroso, fragoroso e ironico, tutto assieme, è il monologo che Manfredini interpreta, ripreso da Minetti, ritratto dell’artista da vecchio, il più bel testo, probabilmente, di Thomas Bernhard.

Ognuno porta la sua croce, io porto la mia. Ma non mi sembra la più pesante, visto ciò che succede nel mondo”. La dedica di Mafredini va a Vincenzo Del Prete, “la persona che da decenni mi ascolta nel mio processo creativo”. La parola che lui sceglie per il teatro del 2024 è ATTORE, composta dalle stesse lettere di TEATRO. “Ma sono solo loro, gli attori, quelli che mettono i piedi sul palcoscenico, ed è solo grazie a loro che il gioco si compie, gioco che ha a che fare con la coscienza dell’umano”.

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23:08

SPETTACOLO DI DANZA
Gli anni – Marco D’Agostin

Chissà se è davvero benaugurante la sua parola: ASTEROIDE. Il rischio che precipiti sulla terra è un segno nefasto, ma qualchecosa, finalmente potrebbe cambiare. Magari in meglio.

SPETTACOLO DI TEATRO
Anatomia di un sucidio – Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni

È un imponente semicerchio quello formato ora sul palcoscenico dell’Arena del Sole dai creatori di questo spettacolo e dagli altri premiati. La parola talismano, che insieme ci consegnano, è ALLEANZA, “patto, risonanza desiderio comune, tutto ciò che ci lega assieme”.

Anatomia di un suicidio l’abbiamo fatta tutti noi, compresa quella cosa che si chiama regia” dichiara Lisa Ferlazzo Natoli. “Una straordinaria creatività collettiva, un capocomicato del ventunesimo secolo“, lo definisce Graziani.

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23:25

Si aggiunge ora a quelli tradizionalmente assegnati dagli Ubu un altro premio.. Rossella Menna, referendaria e madrina, per questa sera, dell’ottavo Premio Franco Quadri lo annuncia così:

“Il vincitore è Eugenio Barba, maestro ottantasettenne e pioniere“.

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23:32

Prolungato riassunto di nomi e titoli premiati, ad uso dei radioascoltatori. E una canzone patchwork per mettere insieme tutte le parole piovute durante la serata. La interpreta Sonia Salvatori.

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23:53

Maddalena Giovannelli, Lorenzo Donati e Valter Malosti commentano i risultati di questa 45esima edizione. L’ultimo capitolo è fatto di musica. Mirco Mariani e gli Extraliscio chiudono quando è quasi mezzanotte una lunga e premiata serata. Per i nottambuli il bello comincia adesso. Buona notte.

Nikola Tesla, elettricità, luci, ombre. E in più Elon Musk, che vorrebbe vestirne gli abiti

Figura enorme nella storia del Novecento, Nikola Tesla è stato uno scienziato, ma anche un personaggio opaco. Di cui si è detto molto, e forse non tutto. 

Ksenija Martinović e Federico Bellini gli hanno costruito attorno uno spettacolo. Va in scena domani, venerdì 15 e sabato 16 dicembre 2023 nella stagione di Teatro Contatto a Udine.

Tesla - Ksenija Martinović- Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Scienziato. Ma anche un po’ mago. Inventore bizzarro, futurista, solitario. Gli aggettivi non non mancano se si parla di Nikola Tesla. E non solo per i contributi che ha dato all’avanzamento di scienza e tecnologia.

Idealista, utopista. Eppure relegato sempre in un cono d’ombra. Compulsivo, misantropo, celibe a oltranza. Al tempo stesso visionario, intuitivo, seduttivo.

Soprattutto avanti. Tanto avanti che non si spiegherebbe altrimenti il fatto che l’automobile del futuro, quella che si guiderà da sola, oggi porti il suo nome. Tesla lo scienziato ieri. Tesla il marchio oggi. Frontiera avveniristica e capitalismo finanziario. Spoiler: da tempo Elon Musk ci sta mettendo sopra le zampe. 

Tesla, mito opaco

Nell’universo dei processi tecnologici, ma non solo, Nikola Tesla (1856-1943) è una stella enorme, per quanto opaca. Mancò di un soffio il Premio Nobel, ma un’unità di misura magnetica porta oggi il suo nome. Collaborò con Thomas Alva Edison, però contro di lui combatté la “guerra delle correnti“: alternata e vittoriosa la sua, continua ma indispensabile quella di Edison.

Registrò quasi 300 brevetti (qualcuno sussurra 700), sui quali si appoggiano oggi, un secolo dopo, la luce al neon, il radar, le applicazioni wireless, le microonde, la fisica del plasma.

Testa a Mittelfest 2023 - Ph Luca A. d'Agostino
Tesla in replica a Mittelfest 2023 – ph Luca A. d’Agostino

Nikola Tesla, personaggio di cui si è detto il dicibile. Forse anche di più. Scienziato di genio. O magico illusionista. Generoso filantropo. Anche baro sconfitto. Non è difficile pensare a lui come oggi si pensa ad Elon Musk, che da Tesla ritiene di aver ereditato lo sguardo visionario. E dice di avere i capitali – lui, oggi l’uomo più ricco del mondo – per rendere concreto, oggi, ciò che lo scienziato ieri non ebbe i mezzi per realizzare. Anche se pochi ci credono.

A Udine, da domani sera

A gettare più luce sulle due figure, grandi e controverse, è ora uno spettacolo teatrale. Il titolo è appunto Tesla. Lo firmano assieme Ksenija Martinović (che lo ha ideato e lo interpreta) e Federico Bellini (che si è concentrato della drammaturgia). Co-prodotto da CSS di Udine e da Teatro La Contrada di Trieste, Tesla è frutto di un lavoro di residenze artistiche, durato quasi un anno, a cui ha partecipato anche Artisti.Associati di Gorizia, e ha avuto un suo primo battesimo a Mittelfest 2023.

Lo si può rivedere da domani a Udine, nella stagione di Teatro Contatto.

Tesla - Ksenija Martinović- Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Dalla Serbia agli USA

Ce ne parla Martinović, attrice nata a Belgrado, perfettamente bilingue, che sulla propria speciale biografia aveva già avuto modo di costruire Diario di una casalinga serba e poi Mileva, docu-ritratto teatrale della prima moglie di Albert Einstein. Scienziata anche lei, si chiamava Mileva Marić.

Tocca ora a Tesla, altra decisiva figura che sembra incrociare la sua vita. Anche perché Serbia e Croazia si contendono ancora i natali di Tesla, nato in un villaggio croato, figlio di una famiglia serba, in anni in cui quelle terre erano parte dell’Impero austroungarico. Naturalizzato statunitense, Tesla divenne nel 1891 cittadino di quel continente delle promesse. Che lo avrebbe però fatto morire, solo e senza un soldo, a 86 anni, in una stanza d’albergo a New York, prima che venissero riconosciti a lui importanti brevetti, già attribuiti a Guglielmo Marconi.

Nikola Tesla
Nikola Tesla

Due ragazzine al Museo Tesla, a Belgrado

Avevo davvero la necessità di raccontare Tesla” spiega Martinović. “Ivana Abramovic, che vi ha collaborato come consulente scientifica, è specialista in fisica nucleare, docente al Mit di Boston, ma è stata anche la mia migliore amica d’infanzia. Sua madre, Marija (cognata della più nota performer, Marina Abramović) ha diretto per lungo tempo il Museo Nikola Tesla a Belgrado”.

Il Museo Tesla, oggi, a Belgrado

E continua: “Le storie che Ivana mi raccontava, le visite che facevamo al museo, l’impressione che suscitava in noi la stanza più in fondo, quella dedicata alla Wardenclyffe Tower, l’ultimo utopistico e fallimentare progetto di Tesla. Tutto ciò ha alimentato in me il bisogno di esplorare questa incredibile biografia. Tanto più che il busto di Tesla, oggi esposto a Long Island, è opera di uno scultore che era mio zio“.

Tesla - Ksenija Martinović - Css Udine - La contrada Trieste - ph Alice Durigatto
Tesla – Ksenija Martinović – ph Alice Durigatto

Lavorare sugli archivi

Se il dato biografico ha il suo ruolo, c’è anche uno spessore di documenti originali, in parte inediti, che Martinović e Bellini hanno messo assieme per dare un taglio non scontato al lavoro. Oltre ai tanti volumi consultati, molte informazioni provengono da ricerche effettuate nell’archivio del New York Times. Ma anche – per dirne una curiosa – dalla biblioteca della Comunità serbo-ortodossa di Trieste.

Di Nikola Tesla, in altre parole, non si è ancora detto tutto. E lo spettacolo contribuisce anche a scoprire un sacco di cose nuove su di lui. E su Elon Musk, di conseguenza.

[articolo pubblicato in origine sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, 29 luglio 2023]

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TESLA
creazione scenica di Ksenija Martinović e Federico Bellini
testo di Ksenija Martinović e Federico Bellini
performer Ksenija Martinović
sound design Antonio Della Marina
consulente scientifica Ivana Abramović
coreografia terzo quadro Matilde Ceron
video Sonia Veronelli
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e La Contrada Teatro stabile di Trieste