Alessandro Haber è il professore, protagonista di Le ultime lune di Furio Bordon. Con la regia di Paolo Valerio, lo spettacolo si replica fino domenica 18 ottobre al Politeama Rossetti di Trieste. Da dove prende il via la lunga tournée.

“A volte mi chiedo chi l’abbia scritto. Rileggendo quel testo lo trovo così bello che mi sembra impossibile che l’abbia scritto io”. Non ha nemmeno quarant’anni, Furio Bordon, quando nel 1992 scrive Le ultime lune.
Dove racconta il tramonto di un anziano professore vedovo, che lascia la casa dove ha vissuto, in famiglia, e si rassegna a trascorrere tutte le sue prossime giornate – e le ultime lune, appunto – in una casa di riposo per anziani. Un uomo di ottant’anni e passa, cui il tempo poco a poco ha sottratto il futuro. Gliene resta ormai poco.
La questione non riguarda dunque soltanto la bellezza di quel testo. Le traduzioni in venti lingue, decine e decine di allestimenti diversi, il calibro degli interpreti italiani (da Marcello Mastroianni a Gianrico Tedeschi, da Gastone Moschin a Andrea Giordana) e di quelli internazionali (Jean Piat in Francia, Federico Luppi in Argentina ) sono già testimoni eccellenti di tale bellezza. Di tale grazia.

Empatia, drammaturgia
La questione ha a che fare, anche, con la capacità di un autore ancora giovane allora, di entrare nel vivo di un’età avanzata, di una condizione, di uno stato d’animo che solo oggi, più quarant’anni dopo, egli si trova davvero a vivere. Sensibilità, sensitività, empatia.
Oppure, è il dono prezioso della drammaturgia: “I miei personaggi non nascono dalla mia biografia – mi diceva qualche anno fa Furio Bordon – quell’uomo non era mio padre. Né io assomigliavo minimamente a quel figlio. Sono personaggi. Come tutti i personaggi sono nati da soli e, in quanto autore, mi hanno portato dove hanno voluto loro“.
E sì che all’inizio degli anni Novanta, la condizione senile – che l’autore ha molte volte indicato come una delle “età indifese” – era alquanto diversa da come la percepiamo oggi.
Adesso che l’allungarsi della vita, l’avanzare della medicina, la rete assistenziale di personale sanitario e badanti, e tante nuove attenzioni, anche commerciali, circondano il fiorire delle “terza età” e mitigano le giornate di chi si appresta ad affrontare le ultime lune.
Nel testo scritto allora da Bordon, il professore è intento a preparare la valigia per la partenza e al tempo stesso concentrato nel dialogo immaginario con il fantasma della moglie amata, morta da tempo, e in quello reale con il figlio, malato di superficialità.
Ma le sue riflessioni possono esattamente trovar posto anche oggi. Nell’accudimento (o nella mancata attenzione) che riserviamo alle età maiuscole: i padri e le madri anziane, i nonni, perfino i bisnonni.

Una galleria gloriosa
Perché questa figura d’uomo, il professore, che ascolta i corali di Bach e ragiona come un filosofo di stampo leopardiano, si accomoda in una gloriosa galleria. Dove primeggiano i Lear shakespeariani, e i Todero di Goldoni, e i Krapp di Beckett. Anche lo Zeno di Italo Svevo. Più drammatico il primo, molto più ironico l’ultimo, sul quale Haber si era addestrato qualche anno fa, sempre con Paolo Valerio regista.
Haber e Valerio, mi pare abbiano intuito e coltivato l’apertura che il testo scritto allora da un quarantenne offre a chi oggi ne ha il doppio, anche a sé stesso. Variandone ancora una volta l’effetto sul pubblico.
Marcello Mastroianni
Lasciava un segno emotivo fortissimo l’interpretazione di Mastroianni, alter ego naturale di quel personaggio, schivo quanto l’autore Bordon, e già indebolito durante le repliche.
“Le donne? Hanno fatto tutto loro, mi creda” si schermiva Marcello in un’intervista che gli avevo strappato a Venezia, a pochi giorni dal debutto. Sarebbe scomparso un anno dopo la ‘prima’ .
E infatti : “Le tue sono tutte malinconie da vecchio charmeur” rimprovera affettuosamente al professore il fantasma della moglie.

Gianrico Tedeschi
Erano invece il sorriso bonario, lo spirito arguto, l’abito chiaro di Gianrico Tedeschi a illuminare, nel 2000, il tramonto dello stesso personaggio.

Alessandro Haber
In un tempo oggi ancora diverso, Haber trova un’energia impensata nelle piccole crudeltà che riserva al figlio (accudente, ma superficiale e sbrigativo, come lo fa Francesco Godina) e nella dolcezza bambina dei ricordi che, sfogliando un album di foto, condivide con la moglie morta da tempo (ma per niente diafana, e anzi giovane, decisa, incoraggiante, come la fa Silvia Siravo).

Ma la sorpresa viene nella seconda parte dello spettacolo. Quando, messo da parte il realismo della mesta stanzetta che si appresta ad lasciare, il professore si ritrova nell’empireo fumettistico del ricovero per anziani. Di cui non vorrei svelarvi i particolari. Perché vale la pena sorprendersi.
Qui, surreale – come giustamente vuole l’arte del teatro, a cui il realismo fa male – potrà scagliare dardi appuntiti al bersaglio di chi quell’esercito di anziani tiene in ordine e comanda.
Qui potrà ascoltare, nella notte, il canto dei compagni morti che si squaderna attraverso i tubi dei cessi.
Qui potrà accudire l’esistenza breve di una piantina di basilico.
E, da vivo, cantare ancora il suo inno alla vecchiaia santa, alla sacralità della morte. Una preghiera francescana, quasi. Ma anche un po’ pop.

Qui sotto, in un raro filmato, il monologo finale nell’interpretazione di Marcello Mastroianni (1995)
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LE ULTIME LUNE
di Furio Bordon
regia di Paolo Valerio
con Alessandro Haber
con Silvia Siravo e Francesco Godina
scene e costumi Francesca Tunno
musiche Umberto Iervolino, Federica Luna Vincenti
luci Gigi Saccomandi
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e Goldenart Production





































































