Ritorno a Kleine Berlin. Nella zona di tenebra, con Andrej Tarkovskij

Hanno fatto bene a riallestirlo. A tornare, quattro anni dopo, nelle gallerie e nei cunicoli che si aprono sotto la città. A riattraversare il confine oscuro che Andrej Tarkovskij aveva varcato seguendo il suo stalker

La zona, liberamente tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij - Approdi Futuri 2022

Per tre giorni ancora, da giovedì 26 a sabato 28 maggio, a Trieste, si può assistere a La zona, lo spettacolo interpretato da Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi e liberamente tratto dal film più noto del regista sovietico: Stalker (1979).

Su QuanteScene! ne avevo parlato nel 2018, quando insieme ai tre attori e a uno sparuto gruppo di spettatori ero entrato anch’io nelle gallerie della Piccola Berlino, il dedalo che si apre sotto la collina di Scorcola.

Un’inquietante successione di tunnel, pozzi, condotti, scavati durante la seconda guerra mondiale. E utilizzati come rifugio antiaereo dai tedeschi che avevano occupato Trieste.

Kleine Berlin Trieste - La zona, liberamente tratto da Stalker di Andrej Tarkovskij - Approdi Futuri 2022

A me, e agli spettatori che erano entrati in quegli ambienti sotterranei, tra stalattiti e pozze d’acqua, condotti quasi per mano nella zona off-limits, proibita, aliena immaginata da Tarkovskij, quell’esperienza è rimasta impressa nella memoria.

Ma chi non fosse riuscito a viverla allora, lo può fare adesso che La zona viene ripresa nel programma del festival Approdi Futuri. In una nuova edizione, potenziata.

Qui potete leggere il post di allora. Ne vale la pena.

Qui il programma di Approdi Futuri, il festival che si estenderà fino a settembre 2022. Assieme a tutte le indicazioni necessarie per assistere a La Zona.

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LA ZONA 
liberamente tratto da Stalker (1979) di Andrej Tarkovskij
con Lorenzo Acquaviva, Giovanni Boni, Lorenzo Zuffi
regia teatrale Giovanni Boni e Lorenzo Acquaviva
regia video Diego Cenetiempo
produzione Festival Approdi con la collaborazione de La Cappella Underground

“Si consiglia la disponibilità di uno smartphone e un abbigliamento adeguato: la temperatura all’interno delle gallerie è di 17° costanti. Sono previste al massimo 40 persone a ogni rappresentazione”.

Da MittelYoung a In-Box. Sul binario della next generation

Sto su un treno. Ho lasciato Cividale del Friuli, dove qualche giorno fa si è conclusa MittelYoung, l’iniziativa di maggio grazie alla quale, dallo scorso anno, Mittelfest punta il suo sguardo su creatori e performer under 30 provenienti dai Paesi dell’Europa centrale, e non solo.

Il treno su cui viaggio adesso ha per destinazione Siena, dove mi aspetta un’altra manifestazione, In-Box, che mette al centro la stessa generazione di artisti.

MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli - ph Luca A. d'Agostino
MittelYoung 2022 a Cividale del Friuli – ph Luca A. d’Agostino

In partenza da Cividale

In programma a MittelYoung (che precede il Mittelfest vero e proprio, previsto tra il 24 e il 31 luglio), c’erano spettacoli, e in certi casi esperimenti, di teatro, musica e danza, come si addice a un’idea di festival multidisciplinare. Ma anche lavori creativamente fondati, pensati, realizzati a cavallo dei linguaggi e dei confini. Da artisti anche giovanissimi, alcuni poco più che ventenni , ibridi, fluidi, e sorprendenti nelle idee.

Me ne sono rimasti negli occhi alcuni, in cui la sorpresa, l’incrocio che non ti aspetti, o anche il semplice fatto di averti aperto finestre su un panorama nuovo, ti danno la sensazione di essere uno scopritore di talenti.

Guarda che bel futuro che si prospetta a questo – mi sono detto assistendo a Nymphs dell’olandese Niek Wagenaar, appena laureato al Dipartimento di danza urbana del’Università delle arti di Amsterdam (eh sì, nei Paesi bassi ci sono queste specialità , queste possibilità). Ha già strumenti tecnici solidi e idee per scompigliare, assieme ai suoi compagni d’avventura, il panorama della coreografia europea con ventate forti e rinfrescanti. Più incredibile ancora è che questo biondo e magnetico leader, gender fluid e non binario, di anni ne ha solo 22.

Niek Wagenaar - Nimphs - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Niek Wagenaar – Nimphs – ph Luca A. d’Agostino

Quel Butoh giapponese, cresciuto a Praga

E quanto stupore, poi, nel farsi catturare gli occhi da una proposta di clownerie butoh. Con questa etichetta i boemi Musasi Entertainment Company inquadrano il loro spettacolo intitolato: Since my house burned down I now own a better view of the rising moon.

È un incitamento ottimistico a superare gli ostacoli: se la casa è bruciata (come dice il titolo e come aveva da tempo previsto la giovane Greta Thunberg) possiamo provare a vedere la cosa anche dal lato positivo, e amaramente goderci più comodi lo spettacolo della luna crescente.

Adam Páník, Tereza Havlová, Matěj Šumbera, Veronika Traburová, i quattro membri del gruppo da poco fondato presso il Dipartimento di Teatro Alternativo e di Marionette dell’Accademia delle Arti di Praga, hanno messo su una storia che pare appena uscita dalla novellistica contadina del Sol Levante.

Un samurai, un demone malvagio, due danzatori butoh, due geishe, zoccoli, maschere e canne da pesca, per un racconto di sfida e di vendetta. Ma anche di grande divertimento, ingegnosamente in bilico tra sguardo ironico e ammirazione deferente per la cultura tradizionale e popolare giapponese.

Musasi Entertainment Company - ph Luca A. d'Agostino - MittelYoung 2022
Musasi Entertainment Company – ph Luca A. d’Agostino

Giovani curatori

Il bello è che ad averli individuati, scelti, e alla fine presentati a Cividale è una generazione altrettanto giovane di curatori, tutti under 30, che a MittelYoung stanno apprendendo la difficile arte della programmazione di cultura e di spettacolo. Perché anche saper selezionare è un’arte.

Sono loro ad aver scelto anche le riflessioni ciniche e affettuose che Luca Oldani e Jacopo Bottani mettono giù come appunti sul rischio del morire in Assenza Sparsa. Oppure il rosso di uno spettacolo che con naturalezza si sintonizza sul tema tutto femminile delle mestruazioni, Marea del Trio Tsaba. O ancora il concerto selvaggio e multiforme del Kollektiv Cuma (Finlandia, Lituania, Stati Uniti) sulla permeabilità, oggi, delle norme sociali. E molte altre convincenti proposte ancora (vedi qui le schede delle altre proposte)

Luca Oldani - Assenza Sparsa - ph Luca A. d'Agostino- MittelYoung 2022
Luca Oldani – Assenza Sparsa – ph Luca A. d’Agostino

Destinazione Siena

Mentre scrivo il treno già sta arrivando a destinazione. Tra pochi minuti sarò a Siena, dove anno per anno ho imparato a riconoscere l’importanza di In-Box (qui e qui il resoconto delle scorse edizioni).

In-Box è una “rete di sostegno al teatro emergente italiano” e con questo appuntamento a maggio, offre opportunità distributive alle giovani formazioni, grazie alla rete di un’ottantina di sale distribuite in tutta la penisola e a programmatori con cuore e occhi attenti ai fermenti.

Che si ritrovano qui Siena a discutere, a scegliere, a garantire l’esistenza di un teatro che per tante ragioni sta ai margini del mercato. Marginalità che non sempre è uno svantaggio. Ve ne parlerò in uno dei prossimi post. Promesso.

Cento candele che suonano per il compleanno di Satie 

Due o tre forse li avrò mancati, ma i compleanni di Erik Satie, da trent’anni a questa parte, li ho festeggiati quasi tutti. E ogni volta in maniera diversa. Lo farò anche nel 2022.

manifesto SatieRose 2022

Erik Satie era nato a Parigi nel 1866. La data da segnare sul calendario è il 17 maggio. Uno scopo soltanto hanno infatti calendari e compleanni: farci far festa ogni anno. Del resto, qui a Trieste non abbiamo mai rinunciato alla festa per Satie, l’eccentrico compositore e pianista francese che a cavallo tra ‘800 e ‘900 metteva in fila, disordinatamente, stravaganti idee musicali, e non solo. 

Accompagnato da celebrazioni bizzarre, inventate fin dal 1992 da Rosella Pisciotta e Cesare Piccotti, SatieRose è oramai un appuntamento d’obbligo per i cultori del musicista e si ripete anche nel 2022 al Teatro Miela.

Erik Satie da trent’anni, anche a dispetto della pandemia

Eleonora Cedaro, appassionata esploratrice di arti, ha infatti raccolto il testimone lasciatole dai “satie-maniaci” di tre decenni, e tra le opere del maestro delle Gymnopédies trova sempre sollecitazioni nuove. 

Come quest’anno: ispirata dalla penultima composizione di Satie, ha ideato un micro-festival che culminerà nella serata di martedì 17 (ore 21.00) con il concerto del compositore e musicista statunitense Alvin Curran. “È il punto di arrivo di tutto l’incerto, l’accidentale, il mai definitivo, che è nello spirito di questo festival” spiega Cedaro. “Concerto e manifestazione si intitolano perciò Penultimi pensieri. Perché non arriveremo mai scoprire l’ultimo”.

“Tutto ciò che riguarda Erik Satie mi interessa” – aveva detto Curran, messo al corrente delle celebrazioni triestine. “Satie ha un’influenza fondamentale sul mio modo di comporre. Tenetemi informato”. 

Alvin Curran
Alvin Curran

Attorno all’esibizione dell’85enne maestro dell’elettronica contemporanea, compagno di strada di John Cage, David Tudor, Philip Glass, si dispone perciò la tre-giorni che prenderà il via già domenica 15 (ore 21.00) con Il sogno di 100 candele e l’apparizione al Teatro Miela di una sorprendente macchina di luce e di suono.

Fabio Bonelli 100 candele per Erik Satie

La macchina dei suoni e delle luci

“Accendere una candelina di compleanno è un segno festoso – prosegue Cedaro – ma accenderne 100, e in tempi bui come questi, ci ricordava anche Hannah Arendt, ha un valore speciale”.

La macchina dei suoni e delle luci, ideata da Fabio Bonelli, è semplice, ma anche complessa. Un carillon gigante di scintillanti metalli e caldo legno. Un turbine calmo di girandole, cetre, fili, tasselli, mossi da cento piccole candele, che danno calore e luce. Il marchingegno li trasforma poi in delicate note musicali, cui si sovrappongono la chitarra e il vibrafono dello stesso Bonelli e di Paolo Novellino.

Fabio Bonelli 100 candele per Erik Satie
Fabio Bonelli e la sua macchina sonora

Le tre giornate prevedono anche il Satie-Laboratorio condotto da Giovanni Mancuso (fondatore del Laboratorio Novamusica), residenza alla quale prenderanno parte 14 musicisti under 35, italiani e stranieri. Dal loro lavoro collettivo di composizione, improvvisazione e musica d’insieme, scaturirà Entr’acte – Penultimi giochi, la performance che nella giornata di martedì 17 (ore 19.30) anticiperà il concerto di Curran.

E non basta. Durante tutti i tre giorni, ad accogliere il pubblico negli spazi del Miela ci sarà l’installazione sonora Penultimopensierometro (a cura di Spazioersetti). Un congegno sonoro (musica, testi, idee, e chissà quant’altro) realizzato con i messaggi vocali che in questi giorni stanno arrivano da tutto il mondo. 

Scopri di più su SatieRose, sul sito della manifestazione.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO DI TRIESTE, domenica 15 maggio 2022]

La senti la tua voce? Il programma di Santarcangelo Festival 2022

Can you feel your own voice è il titolo di Santarcangelo Festival 2022 in programma dall’8 al 17 luglio. Il nuovo direttore artistico, Tomasz Kireńczuk, attivista, critico teatrale, curatore polacco, lo condurrà nel triennio 2022-2024 e dice: “Immaginate questa 52esima edizione come un’esperienza generosa, empatica e intima“.

Teresa Vittucci e Colin Self - Doom
Teresa Vittucci e Colin Self – Doom

Santarcangelo è come la Mecca. Una volta almeno devi esserci stato. Meglio se in due, tre, quattro occasioni. Oppure, come è capitato a qualcuno, quasi sempre.

Fossero gli anni del teatro in piazza (i leggendari Settanta). Fossero quelli del teatro dei gruppi (gli Ottanta). Fosse la direzione di Leo De Berardins, o quella dei Motus, o ancora quelle internazionali: il francese Olivier Bouin, la bielorussa Eva Neklyaeva. 

Santarcangelo Festival 1971
il manifesto della prima edizione – 1971

Non si è spettatori attenti, se non si è passati a Santarcangelo. E non si è percepita la mission innovativa del festival, sempre però in rapporto con il tradizionalismo della tavola romagnola: dalle tagliatelle alle piadine. Per non parlare del sangiovese.

Perché un festival non è solo un festival: è un ambiente, è un’esperienza multisensoriale.

Santarcangelo Festival
una recente edizione di Santarcangelo Festival

Certo sono stati complessi i due anni di pandemia, con i Motus Enrico Casagrande e Daniela Nicolò a governare la macchina degli inviti agli artisti e degli stop dovuti alle restrizioni sanitarie.

Ora, al timone per il triennio nel quale siamo entrati c’è un attivista, drammaturgo e critico teatrale polacco, Tomasz Kireńczuk, fondatore a Cracovia del Teatr Nowy e co-creatore di Dialog – Wrocław International Theatre Festival, tra i più importanti festival di quel Paese.

Santarcangelo Festival 22

Il programma

Qui di seguito, sulla base del comunicato stampa, riporto il programma che Kireńczuk ha stilato per Santarcangelo Festival 2022 (tra l’8 e il 17 luglio).

“Numerose saranno le presenze internazionali che faranno il loro debutto assoluto in Italia: la coreografa portoghese Mónica Calle, la regista e performer franco-belga Léa Drouet, la performer mozambicana Márilu Mapengo Namóda, il danzatore, performer e coreografo brasiliano Calixto Neto che riprende una coreografia di Luiz de Abreu, l* interprete e coreograf* brasilian* Catol Texeira, il trio composto dall’artista tedesca Lucy Wilke, Paweł Duduś Kim Twiddle, e la regista polacca Anna Karasińska. 

Mónica Calle

Quest’ultima presenterà all’interno dell’ex-cementificio BUZZI-UNICEM un progetto site-specific, così come il regista, filmmaker e giornalista Mats Staub in otto diversi appartamenti privati di Santarcangelo, e gli svizzeri Igor Cardellini e Tomas Gonzalez al centro commerciale Le Befane di Rimini.

Nello spazio pubblico di Piazza Ganganelli, attorno alla tavola rotonda di 12 metri di diametro realizzata appositamente per questa edizione del festival, si esibiranno il performer polacco Paweł Sakowicz e i collettivi svizzero-italiani Dreams Come True, Hichmoul Pilon Production, collectif anthropie e Siamo ovunque.

Mats Staub – Death and Birth in my Life

Saranno prime italiane anche gli spettacoli della performer sudafricana Ntando Cele, della performer e coreografa svizzera Teresa Vittucci, di Marina Otero, tra le artiste più importanti della nuova generazione di theatre maker sudamericani (alla sua prima europea), del giovane performer bielorusso Igor Shugaleev e della scrittrice, performer e regista polacca Maria Magdalena Kozłowska. 

Completano il programma internazionale, la performer, regista e ricercatrice brasiliana Gabriela Carneiro da Cunha e il coreografo polacco-britannico Alex Baczyński-Jenkins.

Gli italiani (anzi, le italiane)

Tra gli artisti italiani Annamaria Ajmone, la coreografa di stanza a Berlino Rita MazzaCristina Kristal Rizzo – tra le più rinomate dancemaker della scena contemporanea italiana, Stefania TansiniMotus e CollettivO CineticO.

Giovanfrancesco Giannini – Cloud – ph. Piero Tauro

Questa edizione vedrà anche i debutti di due giovani performer: Giovanfrancesco Giannini e Camilla Montesi, individuata attraverso la call di KRAKK per un periodo di residenza artistica a Santarcangelo.

Anche quest’anno in programma al Festival gli esiti dei laboratori Let’s Revolution! / Teatro Patalò e della non-scuola del Teatro delle Albe, frutto di quattro mesi di lavoro con i ragazzi e le ragazze delle scuole medie e superiori di Santarcangelo.

… e una Bright Room

Santarcangelo Festival 2022 si è confermato negli ultimi anni come spazio di speranza e resistenza per un gran numero di giovani artisti con identità ed estetica queer. Con l’intenzione di continuare a supportare questa comunità, per la prossima edizione del Festival, Kunstencentrum Voouit (Belgio), Kampnagel Hamburg (Germania), Fierce Festival (UK), Imbricated Real (Svizzera) lavoreranno insieme per la creazione di Bright Room, un ambiente atto a ospitare workshop, talk, wellness session, feste e incontri aperti a tutti i partecipanti del Festival. All’interno di questo habitat Santarcangelo Festival 2022 presenterà intanto il lavoro di Industria Indipendente.

(vedi il post di QuanteScene! dedicato al loro Klub Taiga)

Industria Indipendente – Klub Taiga

Il Festival prosegue inoltre nella realizzazione di una proposta di clubbing sperimentale, in linea con la tradizione romagnola che proprio nei club ha visto nascere alleanze sociali e nuovi movimenti politici e culturali. Santarcangelo Festival amplierà l’offerta musicale organizzando concerti all’aperto a cura di Chris Angiolini, di artisti tra cui Joan Thiele (Italia), WOW (Italia), SIKSA (Polonia), POCHE cltv (Italia). Non mancheranno i live-set che animeranno le notti del Festival”.

(dal comunicato stampa del 3/5/22)

(questo è il link al sito ufficiale di Santarcangelo Festival 2022)

Ecco perché dovremmo amare Angélica Liddell. Oppure odiarla

Ogni spettacolo di Angélica Liddell è un’avventura. E spesso, per lo spettatore, è un’avventura che fa male, che lascia il segno. Anche solo per questo, noi spettatori, dovremmo amare Angelica Liddell. Oppure odiarla.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage
Liebestod – tutte le foto sono di Christophe Raynaud de Lage

Liebestod (che equivale a “morir d’amore”) è uno dei suoi titoli più recenti. Dal debutto a luglio 2021 a Avignone, lo spettacolo è ora stato ospite a Bologna, nella stagione di Ert-Emilia Romagna Teatro Fondazione. E ha lasciato il segno anche qui. Fisicamente, come sempre, sul corpo della performer. Idealmente, nell’animo di chi lo ha visto.

“L’odore del sangue non mi va via dagli occhi”

Anche in Liebestod, come in tanti altre sue creazioni, ritorna il sangue. Liddell lo fa scorrere fin dall’inizio, quando con le lamette infligge tagli aguzzi alle proprie ginocchia.

È lo stesso sangue che sgorgava in Te haré invencible con mi derrota, la sua prima apparizione italiana, nel 2011 al festival Vie, creazione dedicata alla prematura scomparsa della violoncellista Jacqueline Du Pré.

Lo stesso sangue che veniva prelevato dal braccio e disperso in Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, lo spettacolo che a Vicenza nel 2015 aveva suscitato scandalo sui giornali, esorcismi e processioni integraliste.

Il sangue, quello autentico, è invece garanzia di realtà, di verità. Sanguinare è l’opposto di recitare, fare teatro, fingere.

Il sangue, in Liebestod, si può spiegare in modo ancora più definitivo. Ancora più legato alla personale storia di Liddell. Un modo che è concreto e metaforico assieme. È il sangue che bagna l’arena nelle plazas de toros della Spagna dove Liddell è nata (a Figueras, 56 anni fa) . E’ il sangue mischiato di tori e toreadores, che sempre si sono sfidati in duelli mortali. Ciò che aveva fatto piangere García Lorca alle 5 della sera, e affascinato Hemingway, che ne diede conto in Morte nel pomeriggio. È quel sangue – recita il sottotitolo –  il cui odore non mi va via dagli occhi.

Liebestod secondo Liddell è un rito iniziatico che introduce il pubblico al mistero glorioso del toreàr: l’arte crudele e aberrante che da secoli, se non millenni, si è affermata nel mondo iberico e latino. È un tributo offerto al fondatore moderno di questa pratica, così riprovevole oggi, Juan Belmonte, “il più grande torero di tutti i tempi”: tauromachista con più di 50 trafitture e un finale suicida.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage
Liebestod – ph. Christophe Raynaud de Lage

“Scrivere con il sangue, solo allora ci si renderà conto che il sangue è spirito”.

Ci sono due mondi che convergono negli spettacoli di Liddell. Il primo è quello della scrittura, di cui la performer è una mistica devota. Scrittura che sgorga a fiotti, senza filtri né impedimenti, e passa calda attraverso la sua voce, sempre diretta, rauca, arrotata, irrevocabile. In Liebestod dice:

Mi sei entrato entrato nel cuore con un fucile.
Mi sono fatta una corona funebre con il tuo silenzio.
Mi sono comprata una casa per pensare a te.
Ti regalerò la mia veste battesimale.
Sei la seta del mio divenire cristiana
Lascia che sia la tua evangelista.
La tua puttana della corona di spine.
La tua Madonna della Macarena con i canini.

L’altro mondo è quello delle immagini, che portano la scena ai livelli alti dei maestri del teatro contemporaneo. La geometria e la pulizia delle linee, la carica del colore, l’immensità dello spazio e la minuta fisionomia di lei che lo abita. Occupandolo tutto però.

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage

Quando questi due mondi convergono, ecco che si realizza il miracolo terribile: la realtà si incarna nell’ideale. E viceversa. È il punto in cui la propria storia personale e quella pubblica coincidono. Il limite autodistruttivo in cui la sua vita e la sua morte si congiungono e si celebrano a vicenda. 

Angélica Liddell - Liebestod - ph. Christophe Raynaud de Lage

Il Liebestod di Liddell non è quello wagneriano di Isotta sul corpo di Tristano, pur adeguatamente citato e fatto risuonare a lungo in sala.

È il desiderio più profondo dell’artista, più esattamente di questa artista. Il cui nome paradisiaco, Angélica, fa il paio con quello della sua compagnia, Atra Bilis, bile nera, e si accoda perfettamente con i libri e i lavori che hanno preceduto questa ennesima aspirazione funebre. Titoli come: Lesioni incompatibili con la vita. Greta vuole suicidarsi. Trilogia dell’afflizione. Cane morto in tintoria.

Angélica Liddell - Non devi far altro che morire nell'arena- Luca Sossella Editore

“L’unica cosa che ci libera dalla morte è desiderarla”

Di Angélica Liddell, o non si accetta nulla (e le si diagnostica una sindrome maniaco-depressiva, costellata da pulsioni suicide). Oppure si accetta tutto, anche la via crucis, anche l’estremismo, anche la spudorata autoflagellazione. Che a volte sfiora il ridicolo, ma ci fa sorridere incantati.

Flagellando se stessa dice:

“Non sarai mai Isotta. Non vedrai mai Tristano. Vuoi essere Angélica di Dio e non fai altro che lavare i vestiti sporchi dei preti. Sei stufa di scrivere per donne e froci, non è così? (…) Ti sarebbe piaciuto emozionare i grandi pensatori e i grandi maestri con la tua scrittura. Invece ti devi far bastare un sacco di entusiasti sciocchi e insignificanti. La tua scrittura cresce fino all’infima altezza dei tuoi lettori più mediocri: femministi, studenti, artigiani, tesisti, fanatici e moderni, (…) imitatori da sagra, venditori ambulanti, falsificatori e caricature, gentaglia priva di qualsiasi talento, petulanti appiccicosi, instagrammer social-totalitari di merda, fan di merda…”.

Fan di merda, noi dunque. Che se lo dice lei, possiamo stare tranquilli.

Prima di Liebestod

Qui sotto, l’intervista di Altre Velocità a Angélica Liddell in occasione della sua prima apparizione italiana (a Carpi, nel 2011 per il festival Vie): Te haré invencible con mi derrota: la mia sconfitta ti renderà invincibile.

Qui invece il link a una clip dallo spettacolo.

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LIEBESTOD
testo, regia, scene, costumi Angélica Liddell
con Angélica Liddell, Gumersindo Puche, Palestina de los Reyes, Patrice Le Rouzic, Borja Lopez, Ezekiel Chibo
assistente alla regia Borja López
disegno luci Mark Van Denesse
luci Dennis Diels
suono Antonio Navarro
produzioneNTGent, Atra Bilis Teatro, in coproduzione con Festival d’Avignon, Tandem Scene National Arras-Douai, Kunstlerhaus Mousonturm (Frankfurt)
in collaborazione con Aldo Miguel Grompone, Roma
foto di scena Christophe Raynaud

Imprevisti a nordest. Il programma di Mittelfest 2022

Dal 22 al 31 luglio, a Cividale del Friuli nel nordest d’Italia, Mittelfest rinnova lo sguardo verso ciò che gli artisti – autori, performer, musicisti, in particolare quelli dell’Europa centrale – stanno creando sull’orizzonte più rischioso dello spettacolo dal vivo. Il tema che li accomuna infatti è : Imprevisti.

Imprevisti. Mittelest 2022

Imprevisti possono essere gli eventi. Una pianista ucraina, ad esempio, che sceglie di suonare, sul palco, assieme a un violinista russo (Natacha Kudritskaya e Aylen Pritchin: accadrà domenica 31 luglio). Oppure, un po’ più lontani dallo scenario conflittuale, La rappresentante di lista che si esibisce fianco a fianco all’Orchestra sinfonica Arcangelo Corelli (stesso giorno). 

Imprevisti possono essere i titoli. I voli taciturni di Dino Zoff. Sì, proprio il portiere della nazionale, che quest’anno festeggia l’ottantesimo. Oppure Justice for Peter’s stupidities. Dove lui è il Nobel 2019 Peter Handke e il problema è il suo discutibile negazionismo, ancora dai tempi della Serbia di Milosevic. 

L’imprevedibile – lo avevo già anticipato qualche post fa – è il tema dell’edizione 2022 di Mittelfest, il festival che da più di 30 anni ha sede a Cividale del Friuli, e che oggi ha presentato in modo ufficiale il calendario degli spettacoli in programma tra il 22 e il 31 luglio.

Marc Oosteroff ph. Alex Brenner - Mittelfest 2022- Imprevisti
Marc Oosterhoff – ph Alex Brenner

Imprevisti, tra possibilità e rischi

Giacomo Pedini, direttore artistico, ha detto che: “Imprevisto è ciò che eccede la percezione collettiva”, soprattutto oggi, quando tutti aneliamo a un collettivo recupero di normalità. “L’imprevisto ha invece a che fare con il modo in cui ci rapportiamo con i rischi, ma anche con tutte le possibilità che un rischio comporta”. 

Un modo per dire che l’azzardo culturale, l’imprevisto che apre uno sguardo nuovo, sono motori che fanno andare avanti il mondo. Anche il mondo apparentemente meno problematico, in cui oggetti di attenzione sono il teatro, la musica, la danza. I tre linguaggi di cui Mittelfest si occupa. Quest’anno accompagnati anche da una buona dose di circo.

Imprevedibili, e in buona parte poco conosciuti, sono allora gli autori, i perfomer, i musicisti che Pedini è andato a scovare in quindici diversi Paesi europei. Per restituire a Mittelfest – ha aggiunto Roberto Corciulo, presidente dell’associazione che organizza la manifestazione – “un ruolo ideale di ponte”.

Ideale, ma anche materiale, visto che il Ponte del Diavolo è una delle maggiori attrazioni della città posta al margine nordest dell’Italia. Corciulo si è anche soffermato sulle nuove sfide che il festival affronterà, da adesso al 2025, quando insieme, Friuli Venezia Giulia e Slovenia, ma nello specifico le città gemelle di Gorizia e Nova Gorica diventeranno Capitale europea della Cultura 2025. Più ponte di così.

Mats Staub - Death and Birth in my Life - Mittelfest 2022- Imprevisti
Mats Staub – Death and Birth in my Life

Il programma

Il programma competo di Mittelfest 2022 si può consultare sul sito ufficiale. In questo breve post segnalo solo quelli che – secondo una personale idea di spettacolo dal vivo – sono i titoli che consiglierei a chi mi chiedesse : che cosa potrei vedere di bello quest’anno a Cividale?

Indicherei prima di tutto i quattro eventi di cui ho parlato all’inizio. Il concerto di Natacha Kudritskaya e Aylen Pritchin. La serata finale con La rappresentante di lista e l’Orchestra sinfonica Corelli. Lo spettacolo che ripercorre assieme la parabola di Dino Zoff e dell’Italia del dopoguerra. Il tema del limite e della libertà di pensiero dell’artista attraverso la specchio di Peter Handke. Tutte plausibili dimostazioni di imprevedibilità.

La rappresentante di lista - phGabiele-Giussani
La rappresentante di lista – ph Gabiele Giussani

Ma anche Death and Bird in my Life di Mats Staub, spettacolo installazione dell’interessante regista elvetico. Oppure La singolarità di Schwarzschild, dove pagine tratte dal libro più noto di Benjamin Labatut, Quando abbiamo smesso di capire il mondo, si sciolgono nelle note del violoncello di Marco Michele Rossi e nei voli d’acrobata di Eva Luna Betelli.

E ancora Take care of yourself, altro azzardo, in cui Marc Oosterhoff mette a dura prova se stesso, mentre alterna millimetrici lanci del coltello e bicchierini di whisky, alzando ogni volta l’asticella del rischio. Sarete d’accordo anche voi che l’imprevisto, in questo caso, è facilmente prevedibile.

In realtà sono proprio le curiosità che ciascuno di noi mette in campo, a indicare gli itinerari da seguire dentro un cartellone come questo. Che comprende 28 progetti artistici.

Più quei nove che già dal prossimo 12 maggio (e fino al 15) verranno messi a concorso nel format pensato per artisti under 30, ideato lo scorso anno, e intitolato MittelYoung.

Ma su questo particolare episodio tornerò in un prossimo post. Restate all’erta.

Ricordi. Come quello di Jack, che compie gli anni ogni 11 settembre

Scritto da Francesco Godina e Fabio Vignarelli, Tu dov’eri registra l’istante emozionale che è ancora dentro di noi. Anche oggi, quando sono passati più di vent’anni dall’11 settembre 2001. Repliche fino a domenica 24 aprile alla sala Bartoli del Politeama Rossetti, a Trieste.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Il compleanno di mamma. L’anniversario di matrimonio. Il giorno che tuo fratello è morto. Ci sono date scolpite nella memoria di ognuno. Altre sono date collettive: il 31 dicembre, il 25 aprile, l’11 settembre.

Sulla memoria collettiva del giorno in cui, 20 anni fa a New York, caddero le Torri Gemelle, Francesco Godina e Fabio Vignarelli hanno costruito uno spettacolo. Che ha per titolo una domanda: Tu, dov’eri?

Se lo ricordano tutti, dov’erano quel giorno. Tutti quelli nati nel secolo passato, boomers e millenials. Tutti quelli che l’11 settembre 2001, dopo le 8 e 46 del mattino (a New York, mentre in Italia erano passate da un bel po’ le 16.00 ) si attaccarono agli schermi delle tv per scoprire che cosa stava accadendo. Per capacitarsi di ciò che era impensabile potesse accadere.

Chi nella sua stanzetta di adolescente. Chi in viaggio sulla metro all’ora di punta. Anche chi non vedeva l’ora di finire il turno di lavoro. L’11 settembre era un giorno qualsiasi. Fino a che il primo aereo non si schiantò sulla torre nord. Poi il secondo. Poi le due torri vennero giù.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - produzione teatro stabile FVG

Facebook, Instagram, Twitter non esistevano proprio

Non è uno spettacolo commemorativo Tu dov’eri? Non ci riporta (o perlomeno lo fa discretamente) ai corpi in picchiata giù dalle finestre dei due grattacieli, vanto della metropoli statunitense. O alla tempesta di polveri che invade le strade di Manhattan e le soffoca.

Non è uno spettacolo sul passato Tu dov’eri? Ci parla di oggi. Sceglie i media odierni. I linguaggi contemporanei. Si concentra su ciò che, dell’emozione di allora, rimane in questo momento nella nostra memoria collettiva.

11 settembre. Alla domanda Tu dov’eri? rispondono tutti. Se lo ricordano tutti.

Sollecitati da Godina (che è anche l’interprete) e Vignarelli (che è anche il drammaturgo), boomers e millennials condividono i propri ricordi nelle stories di Instagram, o in quelle di Facebook. E lo spettacolo le mostra. Fino a che le loro parole, i loro visi, i meme, non diventano un mosaico sullo schermo che fa da fondale. E una playlist di Spotify, le commenta affettivamente.

Tu dov'eri - 11 settembre - regia Marco Casazza - Teatro stabile del Friuli Venezia Giulia

L’11 settembre in tre sguardi

Sul mosaico dei mi ricordo, Godina dà vita a tre personaggi. 

Un professore che illustra come funzionano i meandri della memoria. E garantisce che quella straordinaria capacità del nostro cervello non è omogenea, ma seleziona, cancella o conserva per tutta la vita. 

Uno stand-up comedian dal fare cinico e dal linguaggio sboccato, che riflette sul fatto che quella data è lo spartiacque di un prima e di un dopo (pensate a come si viaggiava, prima, in aereo, pensate all’acqua nelle bottigliette). 

Infine Jack, un uomo che ogni 11 settembre compie gli anni, e che nel 2001, ventenne, avrebbe dovuto sostenere un colloquio di lavoro nel ristorante (allora) “più alto del mondo”, al 107° piano della torre nord. In un istante, l’appuntamento mancato si trasformò in un lutto privato.

Sono figure che si staccano vive da quel mosaico. E che Francesco Godina schizza velocemente. Con un cambio di occhiali, una t-shirt d’epoca, una confessione davanti alla telecamera dello smartphone.

Francesco Godina  - Tu dov'eri - 11 settembre - produzione teatro stabile FVG

Mentre ognuno di noi, in sala, saprebbe dire per filo e per segno, dov’era, cosa faceva, che reazione ha avuto, quando le prime immagini si sono stampate, quell’11 settembre e per sempre, nella sua retina, nella sua memoria.

Lo spettacolo (con la regia di Marco Casazza) è stato presentato per la prima volta proprio alle 16.46 del 11 settembre 2021, nella sala Bartoli del Rossetti di Trieste. Le repliche di questa settimana lo ripropongono al pubblico. Perché sarebbe davvero colpevole relegarlo nei cimiteri delle rimembranze e delle commemorazioni.

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TU DOV’ERI
di Francesco Godina e Fabio Vagnarelli
regia Marco M. Casazza
con Francesco Godina
video design Den Baruca
produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con SUOMI

Biennale dal vivo. Tre mesi, tre festival, seicento leoni

Si distenderà comodamente sopra i tre mesi dell’estate, l’edizione 2022 della Biennale delle Arti dal vivo. Nei suoi luoghi di spettacolo, Venezia alternerà dal 24 giugno al 25 settembre il Festival Internazionale di Teatro (giugno), quello di Danza (luglio) e quello di Musica (settembre).

Il programma delle tre manifestazioni è stato presentato oggi, dal presidente Roberto Cicutto e dai direttori delle sezioni: ricci/forte, Wayne McGregor, Lucia Ronchetti.

Katharina Fritsch,  Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)
Katharina Fritsch, Rattenkönig (59a Biennale Arte, 23 aprile > 27 novembre 2022)

Figlio più giovane della storica Esposizione Internazionale d’Arte (che tradizionalmente occupa l’Arsenale e i padiglioni dei Giardini) e della Mostra internazionale d’Arte Cinematografica (con le sue sale al Lido), il settore Arti dal Vivo della Biennale si riprende i propri spazi, i propri tempi, la propria programmazione. Dopo due anni di incertezze e restrizioni pandemiche. 

Già lo scorso gennaio erano stati comunicati i nomi degli artisti a cui, nel corso delle tre manifestazioni, verranno assegnati i Leoni alla carriera. Leoni d’oro e Leoni d’argento.

Oggi, dalla location istituzionale di Palazzo Giustinian in streaming, e questa volta anche in presenza, presidente e direttori hanno scandagliato e presentato gli oltre 170 appuntamenti del programma 2002. A tanto ammontano gli spettacoli che – volendo restare sui numeri – vedranno ospiti a Venezia 600 artisti provenienti da tutte le parti del mondo.

In questo video, la presentazione ufficiale dalla Sala delle Colonne a Ca’ Giustinian:

Il Teatro 

Dopo il blu dello scorso anno è rosso, anzi il tedesco Rot, il titolo scelto ora per la sezione teatro.

Rot ha un suono duro, è un graffio, una lacerazione che racconta uno sforzo, è il rumore dei denti nello sforzo. E’ il rosso che acceca, la metamorfosi della passione, furia che avvampa, iconoclastia; è il sangue che irradia i nostri cuori o il marchio della violenza dei crimini perpetrati… ma è anche il linguaggio del perdono e delle emozioni; è il colore ancestrale dell’Eros“. Lo hanno spiegato, con metaforica volatilità, i direttori Stefano Ricci e Gianni Forte, al secondo anno del loro mandato.

Triptych - Peeping Tom (ph Virginia Rota)- Biennale dal vivo 2022
Triptych – Peeping Tom (ph Virginia Rota)

Il programma (dal 24 giugno al 3 luglio)

Ricci/forte hanno annunciato che saranno in scena: Christiane Jatahy (premiata anche con il Leone d’oro 2022) con l’odissea dei migranti di The Lingering Now; Samira Elagoz (Leone d’argento) e il suo personale migrare del corpo in Seek BromanceBig Art Group di Caden Manson e Jemma Nelson che in Broke House incrociano Cechov con l’Occupy Movement; Yana Ross e la mascolinità tossica di Brevi interviste con uomini schifosi di D. F. Wallace; il duo Natacha Belova e Tita Icobelli e la loro specialissima arte dei burattini che in Loco fa interagire corpo artificiale e corpo organico; Milo Rau, a Venezia con uno spettacolo – La reprise, che scardina la nostra percezione sul mondo della violenza – e un ciclo di film (The New Gospel, The Congo Tribunal, Orestes in Mosul: the Making of, Familie).

Ma ci saranno pure il mondo onirico di Peeping Tom con Triptychla coppia Daria Deflorian e Antonio Tagliarini con Sovrimpressioni che tocca tangenzialmente il film di Fellini Ginger e FredOlmo Missaglia, vincitore del bando Biennale College Registi, che in Una foresta metaforica e reale inscrive le vite di tre millennial; Antoine Neufmars Aine E. Nakamura, vincitori del bando performance site specific, in scena rispettivamente con Odorama e Under an Unnamed Flower; inoltre, la mise en lecture di En Abyme di Tolja Djokovic e Veronica di Giacomo Garaffoni, testi vincitori del bando per autori di Biennale College”.

La Danza

I lavori e gli artisti di questo secondo anno non sono catalogabili – ha detto il direttore di sezione, Wayne McGregorsfuggono alla singola definizione, in quanto trascendono il genere e il mezzo espressivo con cui lavorano. Il loro essere senza confini apre nuove strade al fare arte e offre al pubblico sfide inedite in materia di percezione e interpretazione”. Per questo il titolo scelto quest’anno è Boundary-Less.

Rocío Molina (ph Simone Fratini) - Biennale del vivo 2022
Rocío Molina (ph Simone Fratini)

Il programma (dal 22 al 31 luglio)

Concorrono a infatti a formare “ecosistemi artistici” le diverse discipline di cui si avvale Saburo Teshigawara (Leone d’oro) re-immaginando un’opera seminale come Petrouchka. Mentre la mercuriale danzatrice di flamenco contemporaneo Rocío Molina (Leone d’argento) mette in scena una battaglia fra il suo corpo vulcanico e cinque musicisti dal vivo. A guidare invece in un viaggio attraverso il corpo, a partire dalla gola, è Diego Tortelli (vincitore del bando per una nuova coreografia italiana) con il suo Fo:NO, un esperimento sonoro e viscerale che vede in scena un beatboxer e tre danzatori.

Riunisce sullo stesso palco sette coreografi di prima grandezza, sette diversi mondi artistici per i sette peccati capitali laGauthier Dance Company di Eric Gauthier – con Aszure Barton, Sidi Larbi Cherkaoui, Sharon Eyal, Marco Goecke, Marcos Morau, Hofesh Shechter e Sasha Waltz

Sono confini e barriere reali quelle infrante da Marrugeku, compagnia interculturale di artisti indigeni e non, unica nel suo genere in Australia, sotto la guida della coreografa Dalisa Pigram e la regista Rachel SwainStraight Talk è un grido di libertà per l’abolizione di tutte le forme di violenza, oppressione, confinamento. 

Con potere sciamanico Rudi Cole Júlia Robert di Humanhood fondono nel linguaggio del corpo fisica moderna e misticismo orientale offrendo in Infinite uno spettacolo che è anche meditazione. A.I.M di Kyle Abraham, voce potente di una visione politica della danza che programmaticamente si impegna a nutrire della storia e della cultura Black, sarà a Venezia con Requiem: Fire in the Air of the Earth; mentre la danza espansa di Trajal Harrell, che metabolizza Vogue dance, postmodern, butoh, ricerca e cultura pop, arriva alla Biennale con Maggie the Cat, dal testo di Tennessee Williams, per interrogarsi su potere, gender, intolleranza, inclusione. 

Si spingono infine oltre i limiti dello spazio reale rendendo visibile l’invisibile Tobias Gremmler con l’installazione scenica digitale di Collisions e Blanca Li con la danza in V/R di Le bal de Paris, dove reale e virtuale si confondono.

La Musica

Tutti artisti invitati per il Festival di Musica – sono parole di Lucia Ronchetti, direttrice di sezione – ci restituiscono in forme mutuate dalla creazione musicale pop e dalla ricerca compositiva non-accademica, la denuncia di spoliazioni, di soprusi, di negazione dei diritti, di mancato riconoscimento e rispetto dell’identità sessuale, che sono tuttora sotto i nostri occhi. Il festival di settembre tratteggia una larga prospettiva del teatro musicale contemporaneo e del ruolo delle nuove tecnologie, della multimedialità, con programmazione di realtà virtuale e realtà aumentata applicata al suono, secondo forme e generi nuovi, codificati dai compositori coinvolti nel festival”.

Ars Ludi (ph Leonardo Puccini) Biennale dal vivo 2022
Ars Ludi (ph Leonardo Puccini)

Il programma (dal 14 al 25 settembre)

Intitolata Out of Stage, la Biennale Musica 2022 presenterà nuovi lavori di teatro musicale sperimentale commissionati a Simon Steen-AndersenHelena TulveMichel van der AaPaolo Buonvino e Annelies Van Parys, oltre a prime italiane di nuovi progetti di Alexander SchubertRino Murakami e Ondřej Adámek co-prodotti con altre istituzioni europee. Di Giorgio Battistelli, Leone d’oro alla carriera del 2022, sarà realizzata una nuova produzione di Jules Verne eseguita dai performer di Ars Ludi, Leone d’argento 2022, nella serata inaugurale del festival al Teatro la Fenice. Battistelli, autore di questa fantasia da camera in forma di spettacolo sarà impegnato anche nella inedita veste di regista.

Il programma del festival prevede inoltre alcuni classici del “teatro strumentale” di Mauricio Kagel, Georges Aperghis e lavori di compositori riconosciuti in questo ambito come Carola Bauckholt e François Sarhan.

Ci saranno le voci del compositore curdo-iraniano Mehdi Jalali, della statunitense di origine africana Yvette Janine Jackson, di Klein, performer nigeriana attiva a Londra, del compositore e producer americano di origini taiwanesi X. Lee, del compositore di musica elettronica fiorentino Daniele Carcassi e del gruppo di compositori nativi americani messo in luce dal progetto collettivo dello Shenandoah Conservatory.

Biennale College

Il programma di Biennale College – progetto della Biennale di Venezia dedicato alla formazione dei giovani – si interseca ai tre festival con un ciclo di masterclass destinato ad attori, performer, danzatori, drammaturghi, cantanti, video artisti, registi, giornalisti, scrittori, studiosi. 

Big Art Group - Broke House (ph Ves Pitts) - Biennale dal vivo 2022
Big Art Group – Broke House (ph Ves Pitts)

Per informazioni sui programmi e sulle candidature di Biennale College, si può aprire la pagina relativa a formazione artistica e stage.

Tutti i programmi

È invece la pagina ufficiale della Biennale di Venezia, quella da raggiungere per avere il quadro completo della programmazione dei tre festival, oltre che delle altre sezioni.

Giorni felici. La spensieratezza secondo Beckett

Lo so. Ottimismo non è una parola che usereste parlando di Samuel Beckett, o dei suoi lavori. Non se ne trova proprio in opere celebri come Aspettando Godot, oppure Finale di partita. Eppure, sotto la scorza di quel catastrofismo, qualche sintomo di felicità si intuisce. Fin dal titolo.

Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Monica Demuru in Giorni felici (ph. Duccio Burberi)

Parlo di Giorni felici, è chiaro. Felici come quelli della signora Winnie. La quale, pur cementificata dentro un tumulo che diventerà la sua tomba, incurante di tutto, continua a ringraziare il buon Dio per ogni “divino” giorno che Lui manda in terra. E si spazzola i denti, e rovista nella borsetta, e si pettina, e canta spensierata. “Tace il labbro, t’amo dice il violin…”: le note di un’operetta allegra di Lehár.

È per questo che Winnie è diventata famosa

Famosi sono anche Vladimiro e Estragone, quei due tipi malandati e sempre in attesa di Godot. Famoso è anche il vecchio Krapp, decrepito e sommerso dai nastri delle sue registrazioni.

Ma Winnie è di tutt’altra pasta.

Delle catastrofi, Winnie se ne infischia. Conficcata nel terreno, incapace di muoversi, se non con le braccia, poi solo con la testa, Winnie non si piange addosso, non si intristisce per quel disastro esistenziale, continua a amare il suo consorte Willie, e fino alla fine – “cinquantenne, ben conservata, grassottella e preferibilmente bionda” – si ostina a intonare la sua aria: “Tace il labbro, t’amo dice il violin. le sue note dicon tutte m’hai da amar… “.

Felice. Spensierata. Fiduciosa. Così mi è parsa Winnie nell’interpretazione che ne dà Monica Demuru, guidata dalla regia di Massimiliano Civica, in una nuova edizione di Giorni felici, che ha preso il via qualche giorno fa dal Teatro Metastasio di Prato

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)
Roberto Abbiati e Monica Demuru (ph Duccio Burberi)

Spensierata come una cinquantenne che si sia assicurata la pensione dell’Inps e si goda la nuova situazione. Fiduciosa e ben pettinata come la signora del brodo Star. Donne che si portano dietro solo una punta di malinconia per il passato. “Il vecchio stile” lo chiama Winnie. Il brodo di carne autentico, dico io.

I beneinfomati sostengono che proprio in ciò sta il tragico di Beckett, la sua depressiva ironia, il cosmico pessimismo. Nel fatto che Winnie non si renda conto della propria apocalisse e continui come se niente fosse a salutare ogni nuovo divino giorno, a parlare a Willie, a cantare. “Né peggio né meglio… nessun cambiamento…“.

Un po’ come noi, che siamo sull’orlo del baratro – dicono i beneinformati – e non ce ne accorgiamo.

Un briciolo di felicità per Winnie

Io invece dico che è più interessante, oggi, cercare dentro quel nero cupo beckettiano un sintomo, anche se piccolo, di letizia, un briciolo di felicità che non stia solo nel titolo. 

E quando la Winnie di Monica Demuru, con la sua lente d’ingrandimento, si ostina a leggere le minuscole lettere sullo spazzolino (“vera setola… animale”) e quando alla fine ci riesce, ecco, là per esempio, quel sintomo di felicità io lo trovo. E in tanti altri momenti.

Roberto Abbiati e Monica Demuru in Giorni Felici di Samuel Beckett (ph. Duccio Burberi)

Con buona pace di tutti quelli che prevedono l’apocalisse prossima ventura, bellica, economica, climatica.

E con buona pace, anche, di tanta Beckett Industry che in sessant’anni – da quando Giorni felici venne pubblicato – ha sfornato allestimenti sopra allestimenti, saggi accademici sopra saggi accademici, siti in rete dopo siti in rete, e biografie dopo biografie (ma quella di James Knowlson, quella fareste bene a leggerla, nonostante le 876 pagine).

Anche se, in fondo in fondo, direi che, celebrando i propri giorni felici, Demuru e Civica aggiungano solo un’altra variante a un lunga serie di allestimenti che altro non sono se non una galleria di eccellenze d’attrice. Dalla Winnie aurorale di Laura Adani – parlo delle edizioni italiane, e di quelle che ho visto – via via a Giulia Lazzarini (per Strehler), Eva Robbin’s (per Andrea Adriatico), Anna Marchesini, Adriana Asti (per Robert Wilson), Nicoletta Braschi (per Andrea Renzi) … aggiungendoci pure l’aristocratica Natasha Parry. Alle cui spalle (“nude”) stava sorniona la regia del consorte Peter Brook.

Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)
Adriana Asti in Giorni felici secondo Robert Wilson (ph. Luciano Romano)

Giorni felici per i pupazzetti

Un’ultima cosa devo ancora confessare. A me non sembra che i migliori interpreti di Beckett siano attori o attrici in carne e ossa. 

Ma piuttosto pupazzi, pupazzetti, burattini, bambole, ombre, l’universo intero del teatro di figura. Che si presta assai meglio di noi umani (sempre troppo umani) a mantenere in forma quei capolavori del ‘900. E a dare loro una speranza di vita che vada anche oltre il secolo in cui sono nati. 

Un vero sgambetto al beckettismo consueto lo avevano fatto per esempio quelli del Teatrino Giullare: Giulia dall’Ongaro e Enrico Deotti. Anni fa avevano portato in scena Finale di partita, manovrando le pedine di una scacchiera. Nel 2020, in pieno lockdown, hanno inventato una Winnie bambolina, tutta in stop motion digitale, felice, pop e inconsapevole dell’epidemia che le gravava attorno. 

Ma questo – di come Beckett possa sopravvivere al beckettismo – è un altro discorso. 

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GIORNI FELICI
di Samuel Beckett
traduzione Carlo Fruttero
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Roberto Abbiati e Monica Demuru
scene Roberto Abbiati
costumi Daniela Salernitano
luci Gianni Staropoli
produzione Teatro Metastasio di Prato

Tra rosa e noir. Con Scerbanenco sull’isola degli idealisti

Dopo che La nave di Teseo ha riscoperto e pubblicato il dattiloscritto (che si pensava disperso), ora L’isola degli idealisti diventa uno spettacolo teatrale. Una sfida. Vuoi per l’interesse che Massimo Navone regista, da sempre nutre per la narrativa di Giorgio Scerbanenco, vuoi per il rischio d’impresa che ha spinto a La Contrada, centro di produzione teatrale a Trieste, a mettere in scena il romanzo.

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
(ph Laila Pozzo)

Nel secondo dopoguerra, l’editore Rizzoli gli affidò la direzione di Novella, rivista femminile destinata a diventare poi Novella 2000, caposaldo di cronaca rosa. Ma anche su altri periodici del gruppo (Bella, Annabella) Giorgio Scerbanenco curava la posta del cuore, firmandosi Adrian o Valentino.

Prolifico scrittore di romanzi appunto rosa, Scerbanenco si riscatterà da quel colore. E diventerà negli anni 60, il maestro italiano del noir, o come si diceva da noi, del giallo. Asciutto, ironico, sarcastico, italiano.

Titoli vendutissimi: Traditori di tutti, Venere privata, I milanesi ammazzano al sabato, una raccolta ancora più esplicita: Milano calibro 9. Oppure il mix di guerra fredda, spionaggio, letteratura di frontiera e seduzione che corre nelle vicende di Appuntamento a Trieste.

Penna bifronte quella di Scerbanenco: inesorabile nelle storie d’amore, affilata nei romanzi investigativi.

Giorgio Scerbanenco
Giorgio Scerbanenco

La malavita in barca sul lago

Lettore instancabile dei suoi titoli è sempre stato il regista Massimo Navone. Che dopo aver preso in mano L’isola degli idealisti, scritto probabilmente nei primi anni ’40 (poi disperso, poi ritrovato e infine pubblicato nel 2018 da La nave di Teseo) ha immaginato che si potessero trasportare su un palcoscenico l’atmosfera malavitosa della sua Milano e la tranquillità annoiata di un lago lombardo. Combinandoli in una commedia brillante, come si diceva allora.  Ma con risvolti polizieschi.

Gli ha offerto l’occasione produttiva il teatro di Trieste La Contrada, che in questi giorni al Teatro Bobbio porta in scena quel titolo.

Ho parlato con Navone prima del debutto.

L'isola degli idealisti. Giorgio Scerbanenco. La nave di Teseo

Massimo Navone. L’intervista.

Senta Navone, partiamo dal giallo di questo giallo. C’è un romanzo che scompare e poi misteriosamente ricompare.

“Non è un mistero tanto misterioso. Quel titolo stava in un elenco che Scerbanenco aveva consegnato, come curriculum, alle autorità di frontiera quando nel settembre del ’43 era riparato in Svizzera. Tra le carte di famiglia, dopo molti decenni, il dattiloscritto è infine riemerso. l’Intenzione originaria era di pubblicarlo a puntate sul “Corriere”. Lo ha fatto invece, in volume, La nave di Teseo. Ma solo quattro anni fa”.

Lei lo ha letto e ne è rimasto colpito.

“La vicenda nasce da un’esperienza personale dello scrittore. Per certo periodo, durante la guerra, si ritrova sfollato sul lago d’Iseo. Lo affascina un’isoletta che si trova in mezzo al lago, dove sorge una villa. Decide che può essere il luogo in cui ambientare una storia. Immagina che una famiglia – padre, figlio, figlia – si siano trasferiti in quel luogo solitario dopo aver lasciato Milano. Vita altoborghese tranquilla, colta, annoiata, da eremiti quasi. Il loro patto affettivo, fortissimo, viene però scosso in una notte di tempesta. Tra i flutti, approda alla riva una piccola barca, con due balordi”.

E qui prende il via il giallo.

“Lei è una donna affascinante, sensuale, nata a Trieste. Lui un piccolo malvivente. Vivono di espedienti, sono due ladri d’albergo, inseguiti dalla polizia. Accoglierli o non accoglierli? si chiedono i membri della famiglia. Su ciò che separa personaggi così diversi, Scerbanenco impernia il racconto. L’ironia è sempre la cifra dei suoi romanzi. Qui la gioca tra lo humor sarcastico e lombardo dei tre milanesi e la follia triestina degli altri due”. 

L'isola degli idealisti di Giorgio Scerbanenco, regia di Massimo Navone per @ContradaTeatro
Il cast insieme al regista Massimo Navone (ph Laila Pozzo)

Scerbanenco tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia

Milano e Trieste, dunque. Anche lei, Navone, è diviso tra questi due luoghi.

“Abitavo a Milano, ho preso casa qui. È naturale che quel particolare mi abbia attratto. In realtà sono da sempre un appassionato lettore di Scerbanenco, e ho intuito l’aspetto teatrale che potevo far assumere a questa vicenda”.

Appuntamento a Trieste è stato uno dei titoli più noti dello scrittore.

“Alla fine degli anni Ottanta, la Rai ne fece una miniserie tv, ambientata in città. Ero un giovane attore e mi ci sono trovato dentro anch’io. Ero l’attendente dell’agente segreto americano interpretato da Tony Musante. Ma i legami tra Scerbanenco e questa regione sono ancora più numerosi”.

A Lignano Sabbiadoro, località di villeggiatura, passava le sue estati. Là, ai tavolini dei caffè, inventava romanzi. Quella città lo celebra adesso con un premio importante.

“Viene giustamente considerato il maestro del noir italiano, e proprio questo romanzo, L’isola degli idealisti rappresenta lo spartiacque tra la sua produzione precedente e la successiva grande stagione dei gialli”.

Il teatro La Contrada sì è innamorato del suo progetto.

“Ho passato l’adattamento che ne avevo fatto a Livia Amabilino, direttrice del teatro. Ne è venuta fuori l’idea di una produzione. Scegliendo un cast che in qualche modo richiamasse le diverse dimensioni geografiche del racconto, il parlato snob della borghesia lombarda, il dialetto popolare di Trieste. Ma senza voler essere forzatamente realistico. Anche perché non è facile portare un’isola in palcoscenico. Dettagli di stanze e di mobili, prue di barche, pali d’ormeggio sembrano galleggiare sull’acqua mossa del lago nella scena creata apposta da Andrea Stanisci”.

[l’intervista è stata pubblicata, parzialmente, sul quotidiano di Trieste, Il Piccolo, il 28 febbraio 2022]

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L’ISOLA DEGLI IDEALISTI
uno spettacolo di Massimo Navone
dal romanzo di Giorgio Scerbanenco
scene e costumi Andrea Stanisci
assistente alla regia Giacomo Segullia
con Pino Quartullo, Giusto Cucchiarini, Gianmaria Martini, Marzia Postogna, Antonio Veneziano e Anna Godina
produzione La Contrada

fino a domenica 6 marzo al Teatro Bobbio a Trieste, poi in tournée