STORIE – Eimuntas Nekrošius. Due occhi di acciaio che mi hanno fatto a fette

Li ricordo come se fosse ieri. Occhi chiari, luminosi, taglienti. Puntati su di me, che forse avevo detto qualcosa di sbagliato. Sono passati più di vent’anni da quell’incontro. Eppure lo sguardo di Eimuntas Nekrošius, il regista lituano scomparso nel 2018, quello sguardo in me è sempre vivo.

Sono stato rimproverato per aver trascurato le Storie. Mi hanno detto che la rubrica dei miei Incontri con uomini (e donne) straordinarie vale più delle cronache di un teatro del presente. A cui questo blog sarebbe comunque dedicato.

Riprendo le Storie, allora. E alle figure di un passato prossimo – Harold Pinter, Kazuo Ohno, il signor Ikea, Milva – aggiungo ora quest’altro indimenticabile maestro del teatro. 

Nekrošius mi squadrò

Dovevo aver detto qualcosa che non andava. Ma non sapevo che cosa avevo detto. O meglio, che cosa la gentile interprete aveva tradotto. Lui mi squadrò, puntò la lama dei suoi occhi su di me, non disse una sola parola. Capii all’istante che il nostro incontro era giunto al termine. E anche in maniera un po’ brusca.

Era un’estate calda e tranquilla, quella del 2000. Si allargava attorno la campagna del Friuli e non c’era pressione o ansia nell’attesa di quell’intervista, a cui però tenevo tanto. Il luogo era un’antica casa colonica, restaurata, poco fuori dal centro di Fagagna, un paesone a qualche decina di chilometri da Udine. Il tempo e il posto ideale per l’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri del teatro, il corso internazionale di alta specializzazione per attori ideato da Franco Quadri. Quell’anno il maestro era Eimuntas Nekrošius.

Grazie alla sua trilogia shakespeariana (Amleto, Macbeth, Otello), grazie a Tre sorelle di Cechov, Nekrošius era allora già noto in Italia. Nota era anche la sua ritrosia, il suo parlare minimo, riservato, severo. Proprio per questo volevo incontrarlo. E per quell’incontro mi ero preparato bene. Nessun registratore: solo carta e penna. Poche domande. 

Sono sicuro che Nekrošius conoscesse la lingua inglese, e persino parecchie parole di italiano: avevo letto che amava tanto Dante. Ma per proteggersi quasi, per mettere sempre un sottile velo tra sé e gli altri, esigeva che un interprete, anche due, traducessero da qualsiasi lingua in lituano, oppure in russo.

Dieci, quindici, venti secchi di zinco

Con il gruppo dei giovani attori dell’Ecole e due interpreti, Nekrošius stava lavorando in quelle settimane su Cechov, sul Gabbiano. Dalla stanza in cui ci trovavamo in quel momento, si scorgeva la sala prove, dominata da una ventina di secchi di zinco e girandole colorate. Che insieme sarebbero stati il segno di quello spettacolo. Un gabbiano grazie al quale attori italiani come Fausto Russo Alesi, Pia Lanciotti, Paolo Mazzarelli, Laura Nardi, Alessandro Riceci e i loro compagni stranieri, avrebbero spiccato il volo, sempre più presenti nelle locandine del teatro europeo. 

Fausto Russo Alesi nelle prove di Il Gabbiano di Cechov

Dei miei lavori preferisco non parlare mai. Possiamo parlare d’altro“. Nekrošius lo mise in chiaro subito.
Attraverso il filtro dell’interprete, parlai di Cechov. “Ci torno sopra spesso – disse solamente – è piacevole e divertente. Finché vivo ci tornerò sempre“.
Poi della notizia che fosse stato chiamato a mettere in scena il Macbeth di Verdi. “Su questo progetto non vorrei dire niente. Sono stato incauto nel confessarlo a qualcuno. È anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“.
Infine della sintonia con altri artisti. “Non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. No, non cerco la vicinanza di nessuno“.

Il grande freddo

Oltre quelle parole, tradotte dall’inaccessibile (per me) lingua baltica, mi appariva sempre più concreto il velo della solitudine dentro cui il taciturno maestro era abituato ad avvolgersi.

Mi ricordai una frase che avevo letto, un suo pensiero espresso qualche anno prima.
Noi lituani – aveva detto all’incirca Nekrošius – siamo molto diversi dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno“.

Così mi venne spontaneo chiedere che cosa il suo teatro avesse assorbito da quei campi di patate.
Non so cosa l’interprete abbia capito, o in che forma la traduzione sia giunta all’orecchio del regista. Non so se a essere importuno ero stato io. Vidi solo i suoi occhi farsi più chiari ancora, di neve, di ghiaccio.
Sentii le due lame che mi tagliavano a fette, da capo a piedi.
Il grande gelo. Non disse una parola. Anche l’interprete mi squadrò. Più severa ancora. O forse più disperata.
Mi uscì dalla bocca, incomprensibile, malconcio, un mezzo saluto in inglese e presi la porta, turbato. Per fortuna, fuori c’era il sole d’agosto. E gli attori in pausa, facevano merenda.

Qui sotto, un breve video dall’allestimento finale (2001) del Gabbiano.

La fortezza dell’arte

Quattro anni fa, maggio 2018, ero a Vilnius. Il Ministero lituano della Cultura aveva interesse a far conoscere a giornalisti stranieri le realtà artistiche della nuova Lituania. Quella post-sovietica. Mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo Nekrošius. Scambiare due parole, dopo che in tutti quegli anni, avevo visto almeno una decina, forse anche più, dei suoi spettacoli. 

Anticipato da una telefonata ufficiale, il nostro gruppo di colleghi ha bussato alla porta di legno di Meno Fortas, la sede della sua compagnia, il cui nome, tradotto, vuol dire La Fortezza dell’arte.
Ci hanno accolti, abbiamo parlato a lungo con un suo assistente e visto qualche video dei lavori che la compagnia aveva in cantiere. Aspettavamo lui. Ma niente. Pochi mesi dopo è arrivata la notizia della scomparsa. 

Eimuntas Nekrošius

Chi ha paura del futuro? I 40 anni di Teatro Contatto: quelli che verranno

Teatro Contatto 2022, il cartellone del CSS di Udine, teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, tocca quest’anno quota 40. Si potrebbero rievocare i quattro decenni trascorsi. Meglio immaginare quelli futuri.

Teatro Contatto 2022

Controcorrente. In tempi complicati come questi non è facile muoversi in direzione contraria. Ma è necessario farlo. Per non restare in balia dei flussi negativi.

Nel 1982 a Udine, città di provincia e di caserme, un manipolo di ventenni raggruppato sotto un’inedita etichetta – CSS – ideava una stagione di spettacoli e la chiamava Teatro Contatto.

Oggi, nel 2022, quarant’anni dopo, il CSS di Udine è teatro stabile di innovazione e centro di produzione, tra i primi i Italia per volume di attività e capacità di internazionalizzazione.

In queste settimane l’impatto della pandemia sulle attività di spettacolo dal vivo torna ad essere allarmante. Teatri, sale, programmatori si tengono sul vago, in attesa di capire quali disposizioni regoleranno la loro vita quando metà della popolazione italiana e europea risulterà contagiata.

Controcorrente, in questa fase di incertezze e pensieri negativi, Teatro Contatto consolida e lancia il suo nuovo progetto annuale: quello a quota 40.

Chi ha paura del futuro? 

È ciò che si domandano i progettisti di Teatro Contatto. Ma si potrebbe anche scrivere: Chi ha paura del futuro! Per intendere che il futuro è comunque un’incognita, ma non per questo ci deve fermare.

Ecco quindi schierate sulla distanza dei prossimi sei mesi, le produzioni e le ospitalità che Teatro Contatto 2022 mette in campo. Sicuro che chi si arrende all’incertezza, si arrende tout court.

Gli internazionali

Il più interessante, il più internazionalizzato, è il progetto che vede Teatro Contatto tra i produttori del nuovo spettacolo di Tiago Rodrigues. Il titolo sarà:  Dans la mesure de l’impossible.

Il regista portoghese, stimato nel mondo, Premo Europa per il Teatro 2018, Premio Pessoa 2019, e dal prossimo autunno anche direttore del Festival d’Avignone, ha un rapporto consolidato con Udine. Nel 2019 Rodrigues era stato maestro all’Ecole des Maitres, il corso di alta professionalizzazione per attori. Là è nato il rapporto che, dopo alcuni spettacoli, porta adesso i progettisti CSS a co-produrre il suo nuovo titolo assieme a Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano, Odéon di Parigi, Teatro di Strasburgo. Il 18 e il 19 febbraio prossimi, Dans la mesure de l’impossible sarà al Teatro Palamostre.

Tiago Rodrigues - Teatro Contatto 2022
Tiago Rodrigues

Dopo aver deciso di occuparsi dei numerosi teatri di guerra presenti nel pianeta, Rodrigues ha voluto conoscere da vicino il mondo della Ginevra internazionale, il direttore della Croce Rossa, i professionisti che lavorano con lui, medici, infermieri, operatori sociosanitari, mediatori culturali. Ha quindi provato a guardare il mondo attraverso i loro occhi e le loro responsabilità. Ispirato dalle loro testimonianze, ne racconta adesso le storie. Cosa spinge un essere umano a scegliere di rischiare la propria vita per aiutare gli altri?

Produzione internazionale è anche quella sviluppata con Agrupación Señor Serrano. Dopo aver debuttato al Festival International des Arts Bordeaux Métropole e lo scorso luglio alla Biennale di Venezia, la compagnia di Barcellona premiata con il Leone d’argento, presenterà anche a Udine The Mountain.
Lo spettacolo “pone il tema delle fake news al centro del suo stupefacente universo multimediale dove convergono la prima spedizione sull’Everest, Orson Welles, un sito web di fake news, un drone che scruta il pubblico, molta neve, schermi mobili e Vladimir Putin“.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain
Agrupación Señor Serrano – The Mountain

Gli italiani

Produzione italiana, realizzata insieme a Marche Teatro sarà il nuovo lavoro scritto da Liv Ferracchiati. Elaborato durante le sessioni dell’Ecole des Maitres 2021 (che era impostata sulla scrittura e necessariamente si è svolta in remoto) il nuovo progetto drammaturgico d’autore si intitolerà Uno spettacolo di fantascienza e troverà spazio in un verosimile 2050, o da quelle parti.
Ispirato all’ultimo progetto, mai realizzato, di Cechov, questa pièce ambientata su una nave diretta al Polo Nord, riprende l’idea di quel viaggio e lo immagina collegato al tentativo dei suoi tre personaggi di scongiurare una catastrofe climatica“.

Nuova produzione CSS sarà anche A+A Storia di una prima volta, scritta e diretta dal regista Giuliano Scarpinato e realizzata con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
Con grazia, poesia e adeguata ironia lo spettacolo racconta il viaggio di due adolescenti come tanti, alla scoperta dell’intimità nella quale i due protagonisti dovranno destreggiarsi, tra falsi miti, paure ed ansie, per giungere insieme a qualcosa di unico, speciale ed irripetibile“.

Gli ospiti e gli incontri

Il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini offrirà a Teatro Contatto l’occasione per ospitare un lavoro di Ascanio Celestini intitolato Pasolini Museo.
Qual è il pezzo forte di questo Museo? – si domanda il performer romano – Quale oggetto dobbiamo cercare? Quale oggetto dovremmo impegnarci a acquisire da una collezione privata o pubblica, recuperarlo da qualche magazzino, discarica, biblioteca o ufficio degli oggetti smarriti?”

Emma Dante - Pupo di zucchero
Emma Dante – Pupo di zucchero

Saranno presenti nella prima parte del cartellone 2022 anche Carrozzeria Orfeo (con Miracoli metropolitani), Emma Dante (con Pupo di zucchero e le dieci sculture create ad hoc da Cesare Inzerillo) e  Il bacio della vedova di Israel Horovitz, “ipnotico viaggio dentro i rimbalzi psicologici della violenza sulle donne, orchestrato dalla regia di Teresa Ludovico“.

Alle produzioni e agli spettacoli ospiti si intrecceranno gli incontri Il futuro accade che sul palcoscenico del Palamostre udinese inviteranno a conversare, tra gli altri, Alberto Negri (giornalista del Sole 24), Chiara Valerio (scrittrice e editor della casa editrice Marsilio), Francesca Cavallo (scrittrice e coautrice della serie bestseller Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli) e Massimo Polidoro (psicologo, giornalista, esperto nel campo delle fake news delle pseudoscienze).

Sono impaziente di vedere Virginia Woolf. Voglio scoprire chi ne ha paura

Debutta domani a Spoleto il testo di Edward Albee, esploso sui palcoscenici di Broadway esattamente 60 anni fa e consacrato alla storia del cinema quattro anni dopo dalla coppia Liz Taylor – Richard Burton. Chi ha paura di Virginia Woolf? in una nuova edizione italiana, diretta da Antonio Latella, tradotta da Monica Capuani, prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria.

Sonia Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf?
Sonia Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf? regia Latella (ph. Brunella Giolivo)

Io sono impaziente di vedere Virginia Woolf. O perlomeno chi ne ha paura. 

È una pietra miliare del teatro anglo-americano, quella commedia. È una combinazione esatta di psicologia di coppia e scrittura teatrale. Sono le scene fotografate dagli angoli bui di un matrimonio borghese e al tempo stesso i dialoghi di una drammaturgia luminosa. Un equilibrio di realismo e invenzione, trivialità, raffinatezze, raramente raggiunto da altri autori di teatro americani. Direi solo Mamet e Shepard, per fermarsi al secolo precedente.

Un storia notturna di sesso e alcol: non solo

Martha e George, coppia matura, invita Nick e Honey, coppia più giovane, per il drink della mezzanotte. Bevono. Tanto. Tirano avanti fino al mattino. Tirano fuori tutto. Vanno oltre.

George Segal, richard Burton, Liz Taylor nel film Who's abradi of Virginia Woolf? di Mike Nichols (1966)
il film di Mike Nichols del 1966

Nel teatro americano della seconda metà del ‘900 l’alcol scorre sempre a fiumi. Ma qui l’impianto alcolico è molto di più di un congegno narrativo, è un detonatore. Il carburante teatrale che assicura il booster [ il termine è entrato nell’uso, no? 🙂 ] al talento di attori e attrici di ogni successiva epoca e paese.

Guardatevi intanto il trailer originale del film:

Leggetevi anche, se vi fa piacere, 14 particolari curiosi che ne aumentano la leggenda.

Bestie di razza

Ecco perché Chi ha paura di Virginia Woolf resta da allora una commedia con la quale attori e attrici si cimentano. Dopo le 664 repliche del primo allestimento a teatro (New York, Broadway, Billy Rose Theatre) , dopo Taylor e Burton cinematografici e Katlheen Turner più Bill Irwin quattro decenni più tardi in palcoscenico, in Italia ci si sono provate bestie teatrali di razza. Sarah Ferrati e Enrico Maria Salerno (a fare Nick c’era Umberto Orsini). Anna Proclemer e Gabriele Ferzetti. Mariangela Melato e Gabriele Lavia. E non sono stati i soli. Finora, Chi ha paura di Virginia Woolf? è stato un testo per attrici e attori. Eccellenti. Quasi mai per registi.

Perciò: sono davvero curioso ora di vedere come lo prenderà in mano e cosa saprà farne Antonio Latella. Che tra i registi della sua generazione resta il più imprevedibile e il più sorprendente. Quello che meglio sa smarcarsi dalle banalità della tradizione e del già visto.

Chi ha paura di Virginia Woolf? - regia Latella
lo spettacolo diretto da Antonio Latella (ph. Brunella Giolivo)

Chi ha potuto assistere al suo Hamlet, Premio Ubu lo scorso anno, già lo sa. Come chi lo ha apprezzato nel fluviale Via col vento (che si intitolava Francamente me ne infischio), o nel Pinocchio sconsigliato ai minori di anni 14, o ancora dell’anti-eduardiano Natale in casa Cupiello. Non c’è titolo che gli metta soggezione e che lui non provi a restituire svestito dalle abitudini e dal già detto.

Per fare tutto questo – spiega Latella nelle sue note di regia – “ho voluto circondarmi di un cast non ovvio, non scontato, un cast che possa spiazzare e aggiungere potenza a quella che spesso viene sintetizzata come una notturna storia di sesso ed alcool. Un cast che avesse già nei corpi degli attori un tradimento all’immaginario”.

Liz Taylor in Who's afraid of Virginia Woolf?
Liz Taylor nel film

Niente stereotipi

Così gli interpreti che Latella ha scelto non rispecchiano precisamente il profilo che Albee aveva scolpito nel 1962 per i suoi personaggi. Per esempio: la Martha divoratrice ma anche un po’ ciabattona che era Taylor nel prototipo del 1964, adesso è Sonia Bergamasco. Attrice di una compostezza e di una bellezza che ne sono l’opposto.

E accanto a lei non sembra affatto stereotipo Vinicio Marchioni che interpreterà George. Nei ruoli della coppia giovane e malassortita ci saranno Ludovico Fededegni e Paola Giannini. 

Marchioni e Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf?
Vinicio Marchioni e Sonia Bergamasco (ph. Brunella Giolivo)

Latella ci tiene a disperdere qualsiasi interpretazione consolidata. A cominciare da quella che vede nel titolo, Who’s afraid of Virginia Woolf? (derivato dal Who’s afraid of the Bad Big Wolf dei tre porcellini disneyani), una trovata, un gioco di parole. Che lo stesso Albee raccontava di aver scoperto una sera, per caso, sullo specchio nel bagno di un bar del Greenwich Village. E di aver scelto come titolo, strizzando un po’ l’occhio alle paure: dei protagonisti, ma anche sue. Fino a ricavarne però una fortuna (500.000 dollari per i diritti del film, più una percentuale sugli incassi). 

In quella paura del lupo Latella sembra invece vederci anche altro. “Ogni volta che entra la morte, bisogna inventare, mentire, ricostruire. La morte la puoi vincere solo con l’invenzione” aveva scritto Virginia Woolf.

“Albee prende spunto da questa frase – scrive Latella – e porta questa coppia, ormai morente, a inventare per ricrearsi, per restare in vita, a scegliere di inventare un figlio mai esistito: è spiazzante che lo faccia proprio lui che fu un figlio adottato. Bisogna scegliere di spiazzare la morte, di vincere la depressione, la paura, forse anche di anticiparla”.

Ora potete guardarvi il trailer che il Teatro Stabile dell’Umbria, produttore dello spettacolo, ha preparato.

Chi ha paura di rinchiudersi in casa?

Staremo perciò a vedere. Anzi, a vedere starete tutti quanti, dal momento che lo spettacolo, vuoi per il titolo, vuoi per i nomi in locandina, è uno di quelli che – pandemia permettendo – potrebbe girare tutta l’Italia nel 2022 e oltre. Poco male se non saranno proprio 664 repliche. 

Ogni serata, di questi tempi, è un respiro per il mondo dello spettacolo dal vivo. E se non ci dovremo chiudere di nuovo in casa, da qui alla fine di marzo, Chi ha paura di Virginia Woolf? sarà a Torino, Reggio Emilia, Rimini, Napoli, Perugia, Bologna, Arezzo, Pavia, Genova, Milano, Lugano. 

Chi ha paura di Virginia Wolf? domanda Latella. “Se qualcuno c’è, alzi la mano” aggiunge. Provate a metterlo in agenda.

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CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF? 

traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
produzione Teatro Stabile dell’Umbria 
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

debutto: Teatro Nuovo, Spoleto (Pg), 9 gennaio 2022

È la stampa, bellezza. E tu puoi farci qualcosa

L’ultimo post dell’anno, lo dedico agli uffici stampa. Alle ufficie stampa anzi, perché è una specializzazione per lo più femminile. E sono loro – capitane della comunicazione – le interlocutrici più frequenti nel mio lavoro. Le mie fonti, le mie informatrici, le suggeritrici.

ecologic  mail

Ufficio stampa è una definizione vecchia come il cucco. Oggi si stampa poco, i giornali su carta si leggono sempre di meno, e in una decina di anni il loro lavoro si è trasformato radicalmente. Su Quante Scene! nell’ultimo post del 2019, ringraziavo tutte queste esperte di comunicazione e mi divertivo a ricordare i tempi gloriosi e battaglieri dell’ufficio stampa vecchio stile. Quello fatto soprattutto di pubbliche relazioni. E passavo in rassegna i nuovi compiti digitali che vengono imposti oggi dalla diffusione di e-mail, messaggerie, social, zoomate, ecc. Ufficio stampa addio – dicevo – nell’infosfera, ai tempi delle infodemia, il ruolo chiave è dei Media Department.

Nuovi strumenti comportano anche nuovi linguaggi. E nuove grammatiche. Su questo punto non siamo ben messi. L’aggiornamento del come-fare, la conoscenza delle nuove pratiche, non è stata altrettanto veloce. E non altrettanto efficace. 

Era la stampa, bellezza

Molte fra le mie care interlocutrici lavorano di whatsapp e smartphone recentissimi. Ma pensano alla vecchia maniera, quando le foto si facevano con le reflex, si stampavano in bianco e nero, si spedivano alle redazioni dei giornali con il corriere. La preistoria: tipo quel famoso film anni ’50 in cui Humphrey Bogart pronuncia la frase fatidica: “È la stampa bellezza, e tu non puoi farci niente. Niente”.

paura digitale

E invece qualcosa ci si può fare. Aggiornandosi, informandosi, mettendo in atto pratiche buone. 

Da anni i media ci ricordano che il digitale ha un impatto non indifferente sui consumi energetici. E questo è ovvio, pensando a quanto desktop e telefonini si cibino di energia. 

Ma chi per lavoro spedisce mail a raffica dovrebbe anche sapere che le mail inquinano tanto quanto aerei e centrali a carbone. L’invio di un messaggio di solo testo genera circa 4 grammi di CO₂. Con un allegato da 1 Megabyte (e non affatto è una cosa infrequente) si toccano i 20 grammi. Con mail più ciccione si arriva anche a 50 grammi (il libro di Mike Berners Lee che lo racconta, How bad are bananas: the carbon footprint of everything è di 10 anni fa). 

Il quarto stato

Ora: quante mail mediamente, tra pubblicità, informazione, conversazione, ricevete ogni giorno? Qual è l’impronta ambientale della vostra corrispondenza digitale? Si stimano 136 Kg di CO₂ a testa ogni anno. Ed è una cifra media. Se il Web fosse uno Stato nazionale, sarebbe il quarto, dopo Cina, Usa e India, per impatto inquinante sul pianeta.

I soliti bene informati dicono poi che ogni giorno il mondo si instradano circa 190 miliardi di mail. E sono tanti quelli e quelle che scrivono per dire “OK. Ricevuto”.

Potete immaginare a quanti viaggi aerei attorno al mondo, a quante centrali a carbone fumanti, corrispondono quei miliardi di letterine. Ecco perché è nata la raccomandazione Think before you thank. 

carbon footprint

Sarà per questo che in certe mattinate la mia casella postale rigurgita di comunicatoni stampa, lunghi come lenzuola (che mai potrebbero essere pubblicati integralmente, nemmeno sul web) e fotografie allegate, e per niente desiderate, che pesano 10, 20, a volte 30 MB (come spedire in un solo colpo tutta la Divina Commedia illustrata e tradotta in tutte le lingue del mondo). 

Sarà per questo che in quelle mattinate mi intristisco già di buon’ora, pensando che grazie a quelle mail pesanti, inutili, ciccione, depositate come grassi insolubili nella mia casella di posta, va in fumo tutto il lavoro virtuoso che faccio con la raccolta differenziata, gli spostamenti a piedi, le borracce di acqua, la doccia al posto del bagnetto con i sali.

1692358 emails

La dieta delle mail

Molti ma molti anni fa, quando la telefonia cellulare non era onnipresente, quando i modem erano scatoloni che gracchiavano e la velocità non si misurava in Giga, ma in Kbyte, avevo scritto un articolo (poi diventato una “buona pratica del teatro”) che si intitolava “La dieta delle e-mail”. E dicevo: farle dimagrire è bello.

Ecco. Ci sono uffici stampa che ogni giorno, invece, spediscono a decine e decine di persone come me, mail grassocce e imburrate di byte, come se fosse sempre Capodanno. Come se ogni santo giorno si facesse festa e bisognasse allestire il cenone. 

Un buon auspicio, allora, per il 2022: se dal prossimo 6 gennaio, come fanno tutti, proverete a mettervi a dieta, ricordatevi di tenere a stecchetto anche le vostre mail. Ve ne saremo tutti grati. Anche il pianeta.

E poi, ufficie stampa care, ci pensate? 136 chili in meno.

Mettiti all’opera. Pochi giorni ancora per creare una “operina per Rosella”

Ne stanno arrivando, piano piano, sempre di più. Via via che si avvicina la scadenza, gli amici di Rosella si mettono d’impegno. Per lei, ognuno crea un’operina.

Operina per Rosella by Cesare Piccotti
la prima operina per Rosella pubblicata nel gruppo – by Cesare Piccotti

OPERINE IN ROSE_LLA è il gruppo Facebook che abbiamo attivato per ricordare a tutti coloro che le hanno voluto bene, che il 19 dicembre Rosella avrebbe compiuto… beh, un numero tondo. 🙂

Tante idee per chi ci ha regalato idee

Ci è sembrato un buon pensiero, semplice, senza fronzoli, pensato nello spirito che Rosella aveva sempre trasfuso nel suo lavoro. E quanto lavoro!

L’idea è semplice. Ognuno può creare un’operina, preferibilmente una foto, un disegno, una composizione originale – ma la scelta è strettamente personale – e pubblicarla con un post sul gruppo.

Operina per Rosella by Massimo Gardone
un’altra fra le prime operine postate nel gruppo

Domenica 19 dicembre 2021, alla Stazione Rogers, a Trieste, ma anche in streaming su Facebook, scorreremo tutti assieme la galleria delle operine, e le trasformeremo quindi in un libro. Cartaceo sì, perché il digitale non ha mica fatto fuori la carta. Certi miei amici assai avanti dicono che la carta è resiliente, antifragile. Del resto, pure Rosella lo era.

Poche e semplici, le indicazioni che abbiamo dato. Le trascrivo qui sotto.

“Il 19 dicembre, giorno in cui Rosella avrebbe festeggiato il suo compleanno, noi la festeggeremo con la presentazione di tutte le “operine” che i suoi amici le vorranno dedicare per l’occasione. Ricordando così il suo spirito d’iniziativa, le sue aperture creative, la dedizione alle arti e agli altri, la gentilezza, l’umanità“.

Operina per Rosella by Maila Zarattini

Contribuire è semplice

– crea un “operina per Rosella” (pensa a una cosa che le sarebbe piaciuto ricevere)

– “gentilezza” e “però non tanti gattini, eh!” sono le sole regole che suggeriamo 

– fanne una foto e pubblicala sul gruppo Facebook “Operine in rose_lla” (lei amava Fb), il link è questo: https://www.facebook.com/groups/431674095199299

– ricorda che tutte le operine pubblicate entro le 18.00 del 18 dicembre saranno visibili nel gruppo (dopo una verifica tecnica)

– partecipa, domenica 19 dicembre 2021, alle ore 11.00, in Stazione Rogers a Trieste, e in diretta streaming su Fb, all’evento in cui visioneremo tutti assieme la galleria delle operine. E brinderemo: perché a Rosella piacevano le feste.

– se vuoi entrare nel gruppo, e non sai come fare, manda a me (o a qualsiasi altro amministratore del gruppo) una mail attraverso Fb e ti faccio avere il link.

Tutto chiaro? Penso di sì. E mi raccomando, sii gentile, perché la gentilezza fa bene.

Operina per Rosella by Alessandra Muran

Rosella

Rosella Pisciotta (1941 – 2016) è stata l’anima e il motore femminile di tante iniziative che hanno trasformato Trieste dagli anni Sessanta in poi.

Gentile e sorridente, schiva e determinata, irresistibilmente pop, ha acceso nella città le luci internazionali di una cultura d’avanguardia.

Operina per Rosella by Ori Varesano

Lolita, l’adolescenza, il tennis

Il romanzo di Vladimir Nabokov? O la pellicola di Stanley Kubrick? About Lolita, la nuova drammaturgia di Francesca Macrì e Andrea Trapani per Biancofango, li schiva entrambi, libro e film. Bene.

Ho visto lo spettacolo a Prato, nel cartellone del Metastasio. Quasi un debutto, dopo la fugace apparizione alla Biennale Teatro 2020.

About Lolita - Biancofango - Nabokov - Kubrick

Ci sono immagini che restano nella memoria di una generazione e non se ne vanno più. Tra queste, Lolita. Gli occhiali a cuore, il lecca lecca, la linguetta fuori: la foto che ha reso immortali Sue Lyon e il film 1962 di Stanley Kubrick. L’attrice allora aveva quattordici anni, il suo personaggio dodici. Nel 2019 Lyon è morta in povertà.

Sue Lyon - Lolita
Sue Lyon a 14 anni, nel film di Kubrick

Qualcosa su Lolita

Però è impossibile dire o pensare oggi “qualcosa su Lolita” senza che per la testa si disegni ancora quella icona. Bene allora ha fatto Francesca Macrì, regista di About Lolita a consigliare gli stessi occhiali a Gaja Masciale. Che della ragazzina di sessant’anni fa è la reincarnazione, oggi. 

Capricciosa, sgarbata, maliziosa, ingenua finta, o perturbante tennista, come la voleva Nabokov nel suo scandaloso romanzo. Adolescenziale, ma non ninfetta, come invece l’avrebbe definita il parlare comune. Che in sessant’anni per fortuna si è evoluto un po’.

“È pornografia”

Nell’America anni ’50 il romanzo fece scandalo – “è pornografia” si scrisse – per la storia pruriginosa del quarantacinquenne che si invaghisce della dodicenne e la rapisce, portandosela appresso in fuga tra stanze in affitto e motel del Midwest. 

Vladimir Nabokov - Lolita - Adephi

Nel frattempo, ne abbiamo viste e sentite così tante, che occuparsi di Lolita altro non può voler dire oggi che puntare gli occhi su certi sguardi predatori, sulla competitività sessuale tra maschi, sulla devastante miscela di potenza e fragilità dei comportamenti odierni.

Come appunto fa Biancofango. Senza impartire lezioni, magari lasciando che sia il pubblico a giudicare.

A capire se per esempio una tentazione pedofila attraversi o meno certo teatro (About Lolita mette sotto esame il caso del Gabbiano di Cechov), oppure certe canzoni (provate a risentire Margherita di Cocciante, o magari qualcosa di Lucio Dalla). O ancora certe immagini (i filmati acquatici che aprono e chiudono lo spettacolo sconfessano la neutralità dell’obiettivo di qualsiasi videocamera).

About Lolita - Biancofango - Andrea Trapani e Francesco Villano
About Lolita – Gaja Masciale (ph. Piero Tauro)

Ciò che ci turba

Perché il lolitismo è diventato questione di marketing, pagina di cronaca vera, sintomo culturale. A sdoganare il termine in Italia – vi ricordate – è stata Non è la Rai: un’idea e una trasmissione di Gianni Boncompagni. Era il 1991.

Mentre supera tutto questo, schivandolo, About Lolita mette in tensione il il filo dei piaceri illeciti, delle tentazioni, di ciò che turba, qualsiasi sia l’età : adolescenti appena usciti dal gioco dell’infanzia, adulti cui la maturità non fa da freno. Per ciascuno di noi, l’età non è che un mancato pretesto.

È ben congegnato, perciò About Lolita. Non illustra il romanzo, non scimmiotta il film, né esprime giudizi sommari.
È interessante, perché tiene avvinti gli spettatori per tutta la durata, incatenandoli nel gioco maledetto delle età.
È un bel vedere, perché la scena è essenziale, semplice, pulita. Così come gli interpreti. Sull’arancione caldo della terra (è quella di un campo da tennis) si disegnano netti i tre personaggi (in candida tenuta sportiva). Sarebbero quelli del romanzo: il professor Humbert Humbert, il cinico Quilty, una volubile Lolita.

About Lolita - Biancofango - Gaja Masciale
About Lolita – Gaja Masciale (ph. Lorenzo Letizia)

Quarantenni che si tengono in forma

In realtà non lo sono, perché la drammaturgia di About Lolita prende altre vie. Non le autostrade infinite degli Usa, ma i campetti da tennis dove i quarantenni italiani in carriera si tengono in forma con le racchette. E adocchiano le ragazzine.

About Lolita - Biancofango - Andrea Trapani e Francesco Villano
About Lolita – Andrea Trapani e Francesco Villano (ph. Piero Tauro)

Se non ricordo male, nel film c’era poco tennis. Sport che a Nabokov scrittore piaceva un sacco. Mentre Kubrick cineasta non ne capiva niente.

Nello spettacolo invece si gioca a tennis tutto il tempo. E piace ai tre protagonisti rievocare l’aforisma di Jean-Luc Godard secondo il quale “il cinema può mentire, ma non lo sport“. Per questo trascinano a un certo punto in scena un enorme riflettore da teatro di posa. Come se volessero dirci: il cinema mente sempre.

About Lolita - Biancofango - Nabokov - Kubrick
il finale dello spettacolo (ph. Piero Tauro)

E sono giustamente in forma Andrea Trapani e Francesco Villani, in braghetta bianca griffata e molleggio di gambe. E si esibisce in tutta la sua giovinezza Gaja Masciale, tra bambinerie e trash food da far paura, ma con robuste briglie per tenere a bada i suoi due scalpitanti pretendenti, sempre carichi di regali e di attenzioni per la loro bimba.

Credibili tutti. Nonostante sia vero che anche il teatro mente, pure quando ci fa vedere uno sport: un tennis dove non si tocca palla. Perché la palla non c’è. Va immaginata.

Ciò che vola, tutt’al più, è un chewing gum, un chupa chups, una patatina fritta.

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ABOUT LOLITA
drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani
con Gaja Masciale, Andrea Trapani, Francesco Villano
regia Francesca Macrì
luci Gianni Staropoli
video Lorenzo Letizia
una creazione Biancofango
prodotta con Teatro Metastasio di Prato e Fattore K
in collaborazione con TWAIN Residenze di spettacolo dal vivo

Breaking news. La volata finale del Premio Rete Critica 2021

Due giornate di visioni e di lavoro comune. Fino alla volata conclusiva, di pochi minuti fa. Padova e Il Teatro Stabile del Veneto hanno ospitato venerdì 3 e sabato 4 dicembre la finale del Premio Rete Critica 2021

Rete Critica 2021 - Gli incontri

Un percorso avviato nei primi mesi dell’anno, con le candidature e le selezioni degli artisti e dei gruppi che, anche nel periodo più difficile della pandemia 2020-2021, hanno continuato a pensare e a produrre teatro. Gente di spettacolo con il gene della resilienza. Antifragili, si dice oggi. Gente che progetta il futuro del teatro.

I quattro progetti finalisti

Nella sessione conclusiva, ospitata al Teatro Verdi a Padova, e di nuovo in presenza dopo un anno di SDAD (Scarso il Divertimento A Distanza), erano quattro i progetti finalisti:

Il Labirinto, spettacolo post-teatrale in realtà virtuale ideato e realizzato dal Teatro dell’Argine. Quattordici storie di adolescenza, inserite in un game interattivo pensato come spin off del progetto di cittadinanza attiva Politico Poetico;

Gli altri, indagine sui nuovissini mostri, scritta da Nicola Borghesi e Riccardo Tabilio per Kepler-452. Il tentativo di capire i meccanismi con cui, sulle piattaforme social e anche nella vita reale, si costruiscono le figure degli hater e le reazioni d’odio;

I promessi sposi, rivisitazione che i toscani Kanterstrasse hanno allestito in stile graphic novel del romanzo che ha modellato la coscienza letteraria di molte generazioni, e che può essere riattivato attraverso nuove sintonie generazionali;

– Residenze digitali, un progetto realizzato dal Centro per le Residenze della Toscana con l’intento di stimolare gli artisti delle performig arts all’esplorazione dello spazio digitale, una diversa declinazione insomma della loro ricera autoriale.

Ciascun progetto si è poi ampliato, nel corso delle due giornate, grazie a conversazioni e incontri sviluppati dopo le presentazioni.

L’esito

Alla fine di questo lavoro di visibilità aperto al pubblico, nel pomeriggio di sabato, davanti a un tavolo di panno rosso, si è riunita la giuria di Rete Critica 2021, il gruppo di giornalisti e youtuber che raccoglie i rappresentanti delle maggiori testate teatrali attive nel web.

Rete Critica 2021 - La giuria
(grazie alla signora delle pulizie che ha scattato questa bella foto)

Il vincitore di Rete Critica 2021

La discussione – direi parecchio animata – ha portato infine a maggioranza alla scelta conclusiva.

Il Premio Rete Critica 2021 va a :

Il Labirinto, spettacolo post-teatrale in realtà virtuale ideato e realizzato dal Teatro dell’Argine.

con la seguente motivazione:
Per la capacità di creare una rete organizzativa e un percorso complesso e ad ampio raggio, in comunicazione e collaborazione con le istituzioni pubbliche, che fa del teatro (e delle sue possibi trasformazioni digitali) uno strumento politico e sociale in grado di intervenire nel tessuto cittadino; con uno specifico evidente in uno dei più fragili momenti della vita, l’adolescenza“.

Vanno anche a tutti gli altri finalisti la stima e i complimenti di noi giurati, e di Rete Critica 2021 in tutte le sue componenti.

Qui sotto il video-doc di Politico Poetico, progetto del Teatro dell’Argine :

Sono arrivato a 100K. E non me ne sono nemmeno accorto.

Lasci passare un giorno e il destino ti scappa di mano. 

Ieri il mio blog di faccende teatrali, QuanteScene!, ha traguardato i 100K, le centomila visite.

Un buon risultato – direi – da quando è nato, quattro anni fa su questo sito (prima era uno dei blog del gruppo Repubblica, poi ho preferito gestirmelo da solo). Sono circa 200 da allora gli articoli pubblicati.

QuanteScene! grafico 100K

Però ieri ero distratto, e non me ne sono accorto. Rimedio subito con questo post festeggiante. Grazie a tutti i lettori per i 100k, e al prossimo traguardo.

Se vi interessasse poi sapere quali sono stati gli articoli più letti, vi dico che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni Dimitris Papaioannou (tanto con Ink tanto con Transverse Orientation), Ascanio Celestini (con le sue Barzellette), la Ferriera di Servola, Marco Cavallo, ma anche tutte le mie Storie con Milva nel suo camerino, Kazuo Ohno, Harold Pinter, il signor Ikea e la sauna

… inoltre c’è il mio manuale tascabile di teatro italiano contemporaneo. E questo ve lo raccomando proprio.

Premi Ubu 2021. Le nomination in diretta

Nel corso di Piazza Verdi, la trasmissione del sabato di Rai Radio3, sono state annunciate in diretta le nomination ai Premi Ubu 2021.

le statuette dei Premi Ubu
le “statuette” dei Premi Ubu

C’è un fremito, sempre, nell’apprendere quali saranno gli spettacoli, i testi, gli interpreti, gli artisti degli spettacoli dal vivo che, visti in Italia, concorreranno alla finale dei Premi Ubu.

Lo stesso fremito, questo pomeriggio, è nelle voci di Oliviero Ponte di Pino, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, “annunciatori” delle nomination agli Ubu 2021, edizione biennale, che considera tutte le produzioni che hanno debuttato in Italia tra settembre 2019 e agosto 2021.

Le condivido con voi, man mano che su Rai Radio3, loro tre ce le snocciolano.

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I titoli, gli artisti, le artiste in lizza per gli Ubu 2021

Migliore spettacolo internazionale presentato in Italia
Ink – Dimitris Papaioannou
Orestes in Mosul – Milo Rau
The mountain – Agrupacion señor Serrano
Ultraficciòn n.1 – El Conde de Torrefiel  

Miglior nuovo testo straniero
Chi ha ucciso mio padre – Edouard Loius
L’amore del cuore – Caryl Churchill
Tiresias – Kae Tempest

Miglior testo italiano o drammaturgia
Il filo di mezzogiorno – Ippolita Di Majo (secondo Goliarda Sapienza)
La Gloria – Fabrizio Sinisi
La tragedia è finita, Platonov – Liv Ferracchiati (da Checov)
Sylvie e Bruno – Chiara Lagani (da Lewis Carrol)
Spezzato è il cuore della bellezza – Mariano Dammacco

Colonna sonora
Collettivo Angelo Mai – Tiresias 
Giovanni Lo Cascio – Furore

Disegno luci
Luca Brinchi e Erika Z. Galli – Klub Taiga
Pasquale Mari  – Misery
Cristian Zucaro – Misericordia 

Migliori costumi
Emanuela Dell’Aglio  – Naturae
Ettore Lombardi  – Dialogo terzo
Gianluca Sbicca – Misery

Miglior performer under 35 
Francesco Alberici
Alessandro Bay Rossi 
Simone Zambelli

Migliore performer under 35 
Marina Occhionero 
Federica Rosellini
Petra Valentini

Migliore scenografia
Nicolas Bovay – La casa di Bernalda Alba e Le sedie
Alessandro Serra – Il giardino dei ciliegi
Giuseppe Stellato – La valle dell’Eden
Paola Villani – Earthbound

Miglior attore
Michelangelo Dalisi – Hamlet
Michele di Mauro – Le sedie
Gabriele Portoghese – Tiresias

Migliore attrice
Anna Della Rosa – Cleopatràs e Sorelle
Manuela Lo Sicco – Misericordia
Francesca Sarteanesi – Sergio

Miglior regia
Valerio Binasco- Le sedie
Fabio Condemi – La filosofia nel boudoir
Emma Dante – Misericordia
Antonio Latella – Hamlet

Curatela o organizzazione
Elena Di gioia – Epica Festival
Lucia Franchi e Luca Ricci- Kilowatt Festival
Maurizio Sguotti e Tommaso Bianco – Terreni Creativi Festival
Velia Papa – In teatro Festival

Migliore spettacolo di danza 2021
Best Regards – Marco D’Agostin
Dialogo terzo: In a Landscape – Collettivo Cinetico e Alessandro Sciarroni 
Doppelgänger – Bertoni / Abbondanza

Migliore spettacolo 2021
Hamlet (Shakespeare, regia Antonio Latella)
Antigone (Sofocle, regia Massimiliano Civica)
Misericordia (Emma Dante)
Piazza degli Eroi (Thomas Bernhard, regia Roberto Andò)

La finale dei Premi Ubu 2021 si svolgerà lunedì 13 dicembre a Riccione, al Cocoricò , la storica discoteca romagnola cara a Franco Quadri, fondatore del Patalogo e dei Premi collegati a quell’annuario.