Venezia a media luz. Biennale.

Venezia è sempre bellissima. E carissima. Ma a settembre ancora di più. E poi c’è il virus, che seleziona turisti e spettatori. Non pochi: giusti. Così Venezia ritorna vivibile. Soprattutto la sera, con le sue ombre, le penombre, le calli. E l’Arsenale, dove Biennale Teatro presenta la maggior parte degli spettacoli, è un luogo fantastico, a media luz.

Chincaglierie

Vi parlo adesso dello spettacolo che ho visto ieri sera. Anch’esso a media luz.

Entrando al Teatro delle Tese: divani, abat-jour verdi, luci soffuse, candelieri, tavolini, sopra uno di questi un piccolo mappamodo, tappeti, vassoi, stracci, scialli, ciaffi, sgabelli intagliati, bottiglie di wodka. Ma soprattutto nebbia, che non ci si vede quasi nulla. Detto così sembra tutto un po’ antico, l’antiquariato cheap di cui Venezia è regina, art-decò, chincaglieria.

Klub Taiga - Industria Indipendente 1

E invece, via via che la nebbia si dirada, e non sparirà mai del tutto, via via che il suono si fa musica dal vivo, via via che le luci diventano lame, e puntano dritto in faccia allo spettatore, ecco che lui, lei, gli spettatori, con gli occhi strizzati da bagliori e ombre, hanno la percezione di trovarsi al limite. Non saprei dire che limite, precisamente Però di sicuro è il limite al di qua del quale ci sono i testi ben scritti, le storie, i messaggi, i personaggi, la regia. Al di qua del quale ci sono anche il concerto, la performance, l’evento.

Niente di tutto questo in Taiga Klub, che è tutto atmosferico. E credo che così mi piace.

Klub Taiga - Industria Indipendente 2

Atmosferico

“Nel KLUB TAIGA non esistono temperature tropicali, fa sempre freddo. Chi abita questo luogo oscilla tra la ricerca di saperi nascosti, sedute spiritiche e pratiche di conservazione. Le creature che abitano il KLUB TAIGA tendono a essere multiformi, cambiano spesso aspetto e sono fluide nel tentativo di sopravvivere alle rovine. KLUB TAIGA è un dispositivo in divenire, un luogo nascosto e scuro, all’interno del quale vive e cresce un organismo pluripensante e agente, un unicocorpo fatto di più corpi”.

Klub Taiga. Cosi lo raccontano loro, i creatori. Un po’ siberiano effettivamente. La produzione è del Teatro di Roma – teatro nazionale. Ma dentro il gruppo di lavoro di Industria Indipendente ci sta gente assai poco istituzionale.

Klub Taiga - Industria Indipendente 3

Anche se in testa si è infilata un burqua, o uno scialle – non so, non vedo bene – riconosco l’andatura tipica di Federica Santoro e i suoi modi di dire inconfondibili. Nei movimenti sinuosi serpenteschi di una dea Kalì, in primo piano, mi pare di capire che c’è Annamaria Ajmone. E là nell’oscurità interiore (Dear darkness è il sottotitolo) dev’esserci Luca Brinchi che sposta i cursori e si occupa di live electronics. A media luz, naturalmente.

“Con i nomi Bunny Dakota e Stigma Rose creiamo ambienti a quattro mani, in cui la pratica del tatuaggio e della trasmissione di saperi si mescola alla musica live e ai DJ set, dando vita a universi immaginari aperti e da abitare insieme”.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Immersivo

Ora la luce taglia la nebbia e crea altri piani d’orizzonte. Emerge da questo mare obliquo, un fantasma in controluce, poi graffiti colorati, fucilate di lampi, abat-jor intermittenti. La figura nera si immerge, scompare poi riemerge.

Tra i suoni che si accumulano senza interruzione, Shazam mi restituisce Ritual dei Bunlots e Breachbreze di Nic Toms, ma a prevalere è basso continuo la loundness che mette in agitazione lo stomaco. Materia sonora è poesia concreta. Santoro parla parla parla, come immagino facesse Majakovskij cento’anni fa.

“Ossa di spirochete
Mandibola impavida
Riconosce le macchie in fondo allo stagno
Corre veloce morde forte
La parola dentro la pietra
Non c’è formula,
Nessun numero pericolante
Ma un certo tipo di melodia”.

Se non fosse una brutta parola, oggi, direi, avanguardia. Tra il pubblico, infatti, qualche signora abbandona, sgaiattolando via silenziosa. Determinata, Santoro impone “10 secondi di silenzio”. Ed così.

Venezia Arsenale

Ma subito dopo tutto riprende ed è un imbuto di nuvole roteanti che ci inghiotte. Da un ceppo, o chissà, un tronco d’albero, sulla sinistra della scena, sgorga qualcosa come sangue. E si muovono invasate le quattro donne: seduta spiritica, o conciliabolo mediorientale. “Pausa Pausa Pausa“.

L’anta di uno mobiletto sbatte da sola, meccanicamente. La casa è quella delle finestre che ridono. Salta fuori un tamburo. Tribale. Ma anche una batteria. Parossistico il beat. Le donne poi fanno circolo. come a Beirut distrutta. Fine.

Klub Taiga - Industria Indipendente 5

Insomma, lo avete – capito: lo show immersivo di Klub Taiga mi è piaciuto. Parecchio. Delle altre cose che ho visto in questi giorni, vi parlo nei prossimi post.

Stay tuned.

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KLUB TAIGA
(Dear Darkness)

di Industria Indipendente con Annamaria Ajmone, Erika Z. Galli, Steve Pepe, Martina Ruggeri, Federica Santoro, Yva&The Toy George e con Luca Brinchi immagini / visioni / segni Dario Carratta, Timo Performativo, Floating Beauty costumi TEIN clothing produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale con il sostegno di Angelo Mai

Con Jan Fabre risorge Cassandra, profetessa a cui nessuno crede

Cassandra è bionda. Cassandra ha una voce profonda da uomo. Cassandra parla in tedesco e dice cose che potrebbero uscire dalla bocca della svedese Greta Thunberg.

Regista, ma soprattutto maestro multidisciplinare del vedere contemporaneo, Jan Fabre intende così il mito della profetessa che non veniva creduta.

Aggiungi che Fabre sostiene di discendere da uno dei più importanti naturalisti dell’Ottocento, l’entomologo belga Jean-Henry Fabre, e c’ha la fissa con gli animali. Ecco perché la sua Cassandra manifesta una spiccata, inquietante, passione per le tartarughe.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 1

Resurrexit Cassandra è il titolo che fa resuscitare l’inascoltata sacerdotessa nel cartellone internazionale di Napoli Teatro Festival. Il testo è del direttore del Festival, Ruggero Cappuccio. La regia dello spettacolo, pensato per la manifestazione e presentato al Teatro Bellini, è di Fabre. Le parole, profetiche, catastrofiste, confliggono un po’ con le immagini, perfettissime e suadenti. Ma questo è nei patti, essendo Fabre uno dei maître visionari e urticanti del teatro contemporaneo, quelli che viaggiano sempre al limite del rischio, se non della strafottenza.

Passino le molte chiacchiere che si fecero (oramai è passato del tempo) sul suo utilizzo degli animali in scena, e anche su certi atteggiamenti sessisti. Resta il fatto che a Fabre piace torturare un po’ anche lo spettatore, sottoponendolo a delle perfide corvée che mica tutti apprezzano.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 2

Modelli

Mi chiedo se vale la pena ricordare la serata di molto tempo fa, in cui protagonista in scena era uno spaventoso ragno nero e peloso, accanto a Els Deceukelier in abito bianco da sposa (Elle était et elle est, même ). O quella in cui la disinvolta performer Lisbeth Gruwez, tutta invischiata d’olio, giocava a far scomparire un’oliva nei posti più impensabili (Quando l’ uomo principale è una donna). Il modello però è ancora una volta lo stesso.

Per fortuna in Resurrexit Cassandra le tartarughe non sono vive. E lei – pur ricoperta dai peggiori insulti, come vuole il mito – si limita a rotolarsi per una buona mezz’ora sul palcoscenico di terriccio, scuro, eterno, materia di madreterra. Di cui fa piacere percepire l’odore.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 3

A convincere meno è l’architettura d’insieme. Cassandra sta in piedi, immobile, in proscenio, di fronte al pubblico. Inascoltata, aveva predetto la caduta e la strage a Troia, e adesso inascoltata sempre perora la causa di quell’allarme ambientalista a cui La nostra casa è in fiamme di Greta Thunberg ci ha educati.

Istanze onorevoli, certo. Onorevolissime. Ma purtroppo risapute e certo non inascoltate. Almeno dalla maggior parte popolazione mondiale che già sopporta i guai dell’innalzamento delle acque marine, della desertificazione dei terreni, del dissesto idrogeologico.

Invece, dovrebbero stare a sentire questa Cassandra 2020 gli inquinatori con il salvacondotto istituzionale, le fameliche multinazionali abituate al ricatto lavoro-salute, i potenti e i potentati del mondo. Ma è tutta gente che frequenta poco i teatri, lo sapete bene.

Devo riconoscere che alcuni miei colleghi, di osservanza cattolica, in tali lunghe querele, che a me sono sembrate abbastanza ovvie, hanno invece rilevato ispirazioni francescane (come se fossero lo stampo al negativo delle laudi di San Francesco) e reminiscenze di encicliche papali. Bravi. Io invece ne sono rimasto deluso.

Deluso…

… e annoiato pure. Perché questa Cassandra, le sue profezie le dice in sequenza. Per farlo, si cambia ogni volta d’abito, con spogliarelli, movenze e musiche da danza del ventre. Così dopo il vestito verde e quello nero, capisco che mi toccherà attendere anche quello blu, quello rosso, quello bianco. Una buona oretta prima che lo spettacolo prenda un’altra piega.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 4

Piega che si risolve in un’altra mezz’ora durante la quale cinque schermi in contemporanea mi rimandano l’immagine di lei che si dimena e ulula, neanche fosse una baccante, su quella stessa terra, mosaico di cinque elementi: nebbia, vento, fuoco, vapore, pioggia.

Se poi brandisce e eleva al cielo le oramai famose tartarughe (che nei filmati sono vere e vive), sarà perché Fabre ha promosso a “pietre oracolari” queste creature sopravvissute “a tutti gli incendi del mondo”. E sul cui guscio i profeti leggerebbero il futuro. Ma forse, in tempi frenetici, le tartarughe sono soltanto un elogio della lentezza.

Stella Höttler che avevo visto agire straordinariamente nelle 24 ore (altra piccola tortura) di Mount Olympus (se lo volete rivedere ecco la sintesi di un’oretta ), è qui un po’ meno straordinaria. Per quanto brava. Tranne che a cantare. E non sono riuscito a capire perché debba essere proprio Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt il titolo feticcio del sua Cassandra.

Jan Fabre - Resurrexit Cassandra 5

Ma strizzare l’occhio a Marlene D. fa bene comunque. Mentre resta l’impressione – dicevo prima – di una grande maestria teatrale. Che cela, ma lascia anche trasparire, la debolezza dell’impianto. Però, a uno dei maître del teatro odierno non si può mica chiedere ogni sei mesi un capolavoro. Giusto?

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RESURREXIT CASSANDRA

ideazione e regia JAN FABRE
testo RUGGERO CAPPUCCIO
musiche originali ARTHUR LAVANDIER
performer STELLA HÖTTLER
voce maschile GUSTAV KOENIGS
drammaturgia MARK GEURDEN
light design JAN FABRE, WOUT JANSSENS
costumi JAN FABRE, KASIA MIELCZAREK
produzione TROUBLEYN/JAN FABRE (ANTWERP, BE)
in coproduzione con FONDAZIONE CAMPANIA DEI FESTIVAL – NAPOLI TEATRO FESTIVAL ITALIA (NAPOLI, IT), TANDEM SCÈNE NATIONALE (ARRAS-DOUAI, FR), TOVSTONOGOV BOLSHOI DRAMA THEATRE (SAN PIETROBURGO, RU), CHARLEROI DANSE, CENTRE CHORÉGRAPHIQUE DE WALLONIE-BRUXELLES (BE)

immagini di Wonge Bergmann 

L’arte del miscelare i classici. Gassman, Pagliai, Babilonia

Mixology è l’arte del miscelare. Miscele d’alcol per lo più. Quelle che di solito chiamiamo cocktail. Ma la mixologia non si applica solo al bere.

I maestri miscelatori amano ripetere che “ogni drink è una voce e racconta una storia”. Sarà allora vero anche l’inverso: che tutte le storie, anche quelle di teatro, nascono da mix particolari, originali, spesso inediti.

Vi parlo adesso del mix teatrale che mi sono trovato davanti l’altra sera, al Teatro romano di Verona, all’aperto, sulle pietre nude. Il debutto di un particolare, inedito Romeo e Giulietta nel cartellone shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese, diretta da quest’anno da Carlo Mangolini, mixologist teatrale della situazione.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Parliamo di ingredienti

Primo ingrediente, tradizionale: il sapore di base, un marchio di quelli solidi, che si portano dietro una storia leggendaria. Un po’ come il Campari. La coppia formata da Paola Gassman e Ugo Pagliai. Attori di lungo corso e nobili natali. Lei, tanto per dire, è figlia di Vittorio e Nora Ricci, e vanta ascendenze che vanno su su, fino a Renzo Ricci e Ermete Zacconi.

Il secondo ingrediente è invece contemporaneo, aromatico, contrastante. La ginger beer, per esempio. Enrico Castellani e Valeria Raimondi sono anche loro una coppia, titolari di una compagnia, Babilonia Teatri (vedi il loro sito), che ha segnato tappe importanti del teatro italiano recente . E un Leone d’argento alla Biennale Teatro 2016.

Infine, visto che siamo a Verona, visto che Shakespeare è di casa con i suoi due eterni amanti, Romeo e Giulietta come terzo ingrediente. Ma in purezza, distillato. Ne sentiremo solo i monologhi e i duetti più celebri.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Stir, do not shake

Certi cocktail è meglio non scuoterli troppo, una veloce girata e via…

Così, questo remake di Shakespeare non ripercorre per intero la romantica e tragica storia che abbiamo tante volte sentito. Azzarda invece un’operazione più semplice. O più complessa, se volete.

Entrare nel vissuto teatrale della prima coppia, quella matura, nella loro vita nell’arte. E farlo attraverso i formati teatrali della seconda coppia, più giovane, più post-drammatica. Formato visto, ad esempio, in un altro spettacolo di Babilonia, Pinocchio, in cui si usavano voce fuori campo e microfono come bisturi biografici. E con le domande stile intervista e con le risposte dei protagonisti veniva disegnata l’architettura dello spettacolo.

Ugo, qual è stato il momento più pericoloso della tua carriera?” domanda Castellani all’inizio, dalla platea del Teatro romano. “Questo, questo!” risponde Pagliai dal palco.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

È un gioco scoperto, perché un attimo prima lui e lei si erano trovati schiacciati contro una parete e un lanciatore di coltelli, nel primo e rischioso numero della serata, li aveva sfiorati con le sue lame. Impeccabile lui. Coraggiosi, ma pure preoccupati, loro.

Shakespeare’s greatest hits

Si sarebbe potuto leggere, in quel coup de théatre d’avvio, una certa cattiveria registica. Ma il lancio dei coltelli è giustificato da un testo come Romeo e Giulietta, dove le lame luccicano e i duelli abbondano. Giustificata anche la scelta dei greatest hits dell’opera (Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo, nella traduzione eccellentissima di Salvatore Quasimodo) per raccontare la storia d’amore di Ugo e Paola. Storia nata – come si scoprirà presto – nell’aver preso entrambi parte all’Orlando Furioso di Ronconi, la grande festa di un teatro nuovo, battezzato nel 1969.

Quasi che quell’anno fosse uno spartiacque. In effetti, lo è stato. Da una parte il canone recitativo dell’Accademia nazionale d’arte drammatica del dopoguerra. Le intonazioni, le impostazioni, la dizione espressiva, le pause, i crescendo di cui Pagliai e Gassman sono i detentori. Sull’altro versante, il buttato via, l’immediato, il quotidiano, lo slogan scandito, i graffiti della scena pop rock di Babilonia, nati e cresciuti in provincia. Un teatro sempre in bilico tra il cinico e la provocazione, di cui i veronesi Castellani e Raimondi sono fra i campioni.

Nozze d’oro?

Se si contano gli anni, dal 1969 a oggi, sono più di cinquanta quelli che hanno visto Pagliai e Gassman fare coppia e ditta. Infatti mano mano che il talk show va avanti, alternato ai brani shakespeariani, si comincia a capire quanto sia l’affetto che la coppia più giovane nutre per quella matura.

Con quanta cura li accompagnano in un questo decorso d’arte che prevede in successione: cavalli da giostra, dediche di canzoni, immaginari bagliori di spade, un balcone improvvisato, giochi di prestigio, bottiglioni con il veleno fatale. Anche un matrimonio – finto, per carità: siamo a teatro – perché Paola e Ugo, non sono sposati. È un assessore vero a celebrarlo, ma per finta.

Però, “Wherever you’re going, I’m going your way” (ovunque andrai, andrò con te) canta il Sinatra di Moon River e sarà tutto un volteggiar di lucciole nel finale, mentre Verona notturna e l’Adige sullo sfondo, fanno da naturale e ovvia scenografia. Applausi.

Ugo Pagliai e Paola Gassman per Babilonia Teatri

Questo per dire quanto sia sorprendente che i Babilonia, campioni di un teatro potentemente shakerato, alle prese con un cocktail romantico di amore e morte, sospiri e sfide, ce lo servano mescolato con delicatezza. Che in inglese si dice to stir.

Raccomandava James Bond, che di cocktail se ne intendeva: “Shaken, not stirred“. Ma non sempre James Bond ha ragione.

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ROMEO E GIULIETTA
una canzone d’amore

di Babilonia Teatri
da William Shakespeare
traduzione Salvatore Quasimodo
con Paola Gassman, Ugo Pagliai, Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Francesco Scimemi, Luca Scotton
produzione Teatro Stabile di Bolzano – Teatro Stabile del Veneto
nel cartellone 2020 di Estate Teatrale Veronese

foto di Andrea Bianco

Alfa Romeo Jankovits. Un sogno aerodinamico a 160 all’ora

Al centro di questa storia c’è un’automobile. L’Alfa Romeo 6C 2300 Aerodinamica Spider. Meglio però chiamarla Alfa Romeo Jankovits. Attorno ci sono gli Anni Trenta, il confine orientale d’Italia, Fiume e il Quarnaro. E poi la sete di velocità, il miracolo del design che traduce la forma in bellezza, la furia montante della guerra e i suoi esiti mesti.

Alfa Romeo Jankovits 1

Come le storie, anche i sogni sono belli da raccontare. Se poi li racconti molte volte, possono pure diventare veri. Questa è la vera storia dei fratelli Eugenio (Gino) e Oscar Ferruccio (Uccio) Jankovits, meccanici e sognatori.

A narrare per filo e per segno la vicenda dei due Jankovits sarà uno spettacolo, che debutterà nel marz02021 a Rijeka-Fiume (Croazia) al Teatro Ivan pl. Zajc, prodotto dalla compagnia del Dramma Italiano.

Intanto, una lettura scenica – o per restare nel tema, un prototipo – verrà presentato questa sera a Science in the City, il programma di spettacoli e iniziative che a Trieste anticipa Esof 2020, l’Euroscience Open Forum internazionale in programma tra il 2 e il 6 settembre. L’Alfa Romeo Jankovits è stato scritto da Laura Marchig, Tommaso Tuzzoli ne ha curato drammaturgia e regia.

Alfa Romeo Jankovits - locandina

Tra Fiume e Trieste

L’Alfa dei fratelli Jankovits sfreccia dunque sull’asfalto del Quarnaro e imbocca poi le arterie della Storia: gli anni che precedono la seconda guerra mondiale, la competizione nella ricerca tecnologica, le complicate e dolorose vicende del confine orientale d’Italia.

Ingredienti giusti per far riemergere dalla storia, quella vera, le tre generazioni degli Jankovits. Il nonno (Eugen Fabich, imprenditore del legno che fece fortuna nella Fiume italiana del primo dopoguerra), la madre (Iginia, fascinosa e malinconica creatura che si muove tra le ville di Abbazia) e soprattutto loro, Gino e Uccio, impresari del proprio sogno.

Eugenio studia ingegneria. Ferruccio architettura. Come studenti falliscono, ma trionfano come visionari sognatori. In una Fiume anni ’30, attraversata da poche automobili, vetture di ricchi e di arricchiti, Gino e Uccio decidono di aprire un garage. Fiuto e lungimiranza. L’autorimessa Lampo, in via Ciotta 27, è un lussuoso beauty center per autovetture, 100 posti macchina, concessionaria esclusiva Alfa Romeo per l’intera regione. Avrà subito successo. È dolce la vita per chi ha i soldi. 

Alfa Romeo Jankovits - Autorimessa Lampo

Ma l’ambizione dei due giovani Jankovits è più ardita, l’aspirazione punta più in alto. Le contemporanee imprese di Tazio Nuvolari li eccitano. Vogliono mettersi in corsa anche loro. Il progetto nasce nell’officina della Lampo alla metà degli anni ’30. L’impegno economico e la sfida sono altissime. Anticipare Porsche, Union, Mercedes Benz, nella costruzione di una vettura sportiva che superi tutte le altre per prestazioni e bellezza. Utilizzare il potente motore 6C 2300, prototipo per le vetture da corsa dell’Alfa Romeo. Modellare una nuova creatura meccanica. Aerodinamica, filante, seducente. Linee mai viste prima. Un profilo sportivo che mantiene però l’eleganza di un’automobile da strada.

i fratelli Gino e Uccio Jankovits - Fiume
I fratelli Jankovits a bordo del loro prototipo (senza carrozzeria)
Alfa Romeo Jankovits - disegni 1935

Occhi di lucertola

Voglio che assomigli a un animale, a un incrocio fra una mantide e un primate, con gli occhi da lucertola…“. Lo sterzo al centro. Il telaio ribassato. 160 chilometri all’ora. Un bolide con la targa: FM 2757. Fiume, città di frontiera, è un incubatore di idee in quegli anni. L’automobile è il futuro. 

Alfa Romeo Jankovits 3

Ci vollero 5 anni per progettarla, 4 per costruirla. Bastò una guerra per azzerare il sogno. Gino finì sul fronte russo. Uccio a Livorno, artiglieria contraerea. A Fiume, all’officina Lampo, prima gli ufficiali nazisti, poi gli ufficiali di Tito. La stessa arroganza, lo stesso potere. Distruggere il sogno e la libertà di sognarlo.

Gli Jankovits tornano a Fiume. La città asburgica in cui sono nati, ora è jugoslava. La ricchezza adesso è un problema. È il 1946. Da sotto il telone, che per tutti quegli anni di guerra l’ha nascosta, i due fratelli tirano fuori la loro Alfa. E azzardano un nuovo disperato progetto. Sottrarla alla Jugoslavia comunista e portarla a Trieste italiana, o meglio alleata. È la vigilia di Natale, i posti di blocco sono ridotti. le guardie di frontiera saranno ubriache. Imboccano la tortuosa strada che taglia l’Istria. Una fuga a 160 km all’ora. A fari spenti nella notte. Tanto per evitare le pallottole della Storia. Che li sfiorano. Ma l’Alfa, con pneumatici bucati e qualche proiettile nella carrozzeria, è oramai a Trieste.

Sopravvivere da esuli non è facile, non basteranno i gioielli che nonna Fabich ha loro affidato. Dovranno vendere anche il sogno. L’auto passa di mano, probabilmente a un ufficiale americano. Comincia allora un altro viaggio, misterioso e malinconico.

Raccogliere i fili

In L’Alfa Romeo Jankovits, il testo che Marchig e Tuzzoli hanno messo a punto, a raccogliere i fili della lunga saga degli Jankovits, a rovistare tra le carte di famiglia, è Enrico, il discendente, figlio di Gino, nipote di Uccio.

“Nessuno può dire cosa sia realmente accaduto dopo la vendita” spiega Enrico. “Nel dopoguerra l’auto passò negli Stati Uniti. E poi? In giro per il mondo: America, Irlanda, Inghilterra, Italia, Germania, cambiando proprietari e padroni. Nel 1979, un nostro parente che abitava a Trieste, leggendo la rivista Quattroruote, riconobbe l’auto dai disegni. L’articolo raccontava di un curioso veicolo visto a Ballymena presso il concessionario nord irlandese dell’Alfa Romeo”. 

Qui comincia un’altra storia, ancora da scrivere. “Papà, morì nel 1993, zio Ferruccio nel 2000, prima che il restauro dell’auto terminasse – aggiunge Enrico – il mondo è carogna!“.

Alfa Romeo Jankovits - l'automobile restaurata

Il restauro dell’Alfa Romeo Jankovits è stato completato nel 2004 ( raccontata da Enrico, la storia è anche qui). Il progetto è degli anni ’30, ma sembra un modello contemporaneo. Più elegante, più sontuosa, meno aggressiva delle vetture e dei suv che sfrecciano oggi sulle nostre strade. Perché dentro quell’auto c’è la Storia. E c’è il sogno che 70 anni dopo si è realizzato.

[questo articolo è stato pubblicato il 31 agosto 2020 sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste]

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ALFA ROMEO JANKOVITS
di Laura Marchig
drammaturgia e lettura scenica a cura di Tommaso Tuzzoli
con Bruno Nacinovich, Mirko Soldano, Andrea Tich, Elena Brumini, Serena Ferraiuolo

produzione Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc Fiume /Golden Show srl – Impresa Sociale / Tinaos 
con il sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia 
in collaborazione con il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia | ESOF | Umjetnička organizacija Fedra art projekt – Rijeka / Associazione Stato Libero di Fiume – Udruga Slobodna Država Rijeka

lettura scenica 
31 agosto 2002 (ore 21). Teatro Franco e Franca Basaglia, via Edoardo Weiss – Trieste
3 settembre (ore 20.30). Comunità degli Italiani di Fiume 
4 settembre (ore 21). Festival internazionale del Teatro da Camera Leone d’oro – Umago

debutto (in lingua italiana)
marzo 2021. Teatro Nazionale Croato Ivan pl. Zajc – Rijeka-Fiume

Un paese, la pagnotta, la tovaglia a quadri: in “Pan de’ mia” diventano un film

Il sole è appena sorto. I raggi del primo mattino svegliano l’uomo che ha passato la notte sui tetti. Disperata, una ragazza corre per le vie del borgo in cerca di qualcosa che lo possa sfamare. Bussa a tante porte, ma pochi sono disposti a darle del pane secco e un po’ di formaggio. Il sole intanto comincia a picchiare duro su quell’uomo in fuga.

Sono le immagini che aprono Pan de’ mia. Il film-teatro che ha visto la luce (del proiettore) pochi giorni fa ad Anghiari, nel bel mezzo della Toscana.

Pan de' mia. Tovaglia a quadri 2020. Il manifesto.

Per capire di più, bisogna ripassare la storia

Anghiari deve la sua fama principalmente a Leonardo Da Vinci. Basta sporgersi dalle mura, dalla contrada del Poggiolino, per ammirare la piana che quasi seicento anni fa – nel giugno del 1440 – vide i soldati di Firenze e quelli di Milano sfidarsi in una famosa battaglia. Che Leonardo pittore rese ancor più celebre e misteriosa. Soprattutto perché quell’opera imperfetta non esiste più.

Per chi si occupa di teatro, Anghiari è nota anche altrimenti. Non saranno seicento, ma sono 25 certamente gli anni che hanno visto tutto il paese (in provincia di Arezzo, a picco sulla Val Tiberina) radunarsi all’aperto, ogni agosto al Poggiolino, attorno a lunghe tavolate vestite da sgargianti tovaglie a quadri.

Tovaglia a quadri si intitola appunto la manifestazione che dal 1996, mette d’accordo teatro e cibo, turisti e concittadini, allestendo spettacoli in cui, tra una portata e l’altra, il paese e suoi abitanti si specchiano e si raccontano. Spettacolo contemporaneo, che non rinuncia alla tradizione antica di un teatro povero e popolare (vedi il mio post del 2018). Come succede ad esempio nella vicina Monticchiello. Ma con un’aria più impavida, scanzonata e golosa, l’essenza di certo spirito toscano.

Pubblicato una decina di anni fa, un bel libro ripercorre queste storie di Anghiari e di tovaglie, scritte tutte e tutte portate in scena da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini. Quest’anno se ne sarebbe aggiunta un’altra ancora. Se pandemia e limiti conseguenti non avessero decretato che no, Tovaglia a quadri 2020 non si poteva fare. Almeno così come si era fatta fino ad ora.

Tovaglia a quadri - Teatro di Anghiari
Nel borgo del Poggiolino le tovaglie a quadri delle precedenti edizioni

In ogni sacco di male, c’è un grammo di bene

Così la manifestazione, riservata ogni anno solo a un migliaio di spettatori commensali, è diventata un film.

Il sapore del cibo si può soltanto immaginare adesso, ma il pubblico si è idealmente allargato a tutto il globo. Visto che a Sidney come a L’Avana, basta acquistare un biglietto (www.tovagliaquadri.com ) per godersi in streaming la nuova storia che Merendelli (anche regista), Pennacchini e gli abitanti di Anghiari hanno congegnato. E che come ogni anno si ispira all’avvenimento che più ha colpito l’immaginario e l’immaginazione . Non solo di quel paese. Di tutto il Paese. Del mondo intero. Vuoi che non sia la pandemia?

Il gioco di parole è chiaro

Pane e pandemia si incrociano lungo insoliti labirinti narrativi e la storia dell’uomo in fuga (quello che il paese sospetta sia stato contagiato dal virus) si incrocia quella del concorso per la miglior pagnotta sfornata dal forno artigianale, che ancora opera nel centro storico. Pandemia. Pan de’ mia. Il pane che ho fatto io.

Diversamente da quel teatro dal vivo, di tavola, di strada e di comunità, che alternava portate e cantate, e che ha fatto la fortuna di Tovaglia a quadri, la forma del film, le singole inquadrature, i ritmi di montaggio, permettono adesso di sviluppare i personaggi. E di catturarne meglio, uno per uno, il dettaglio di carattere, la parlata viva, il ruolo che svolge nella comunità. E che spesso non è lontano dal ruolo che veste nella Anghiari di tutti i giorni.

La pandemia diventa insomma un’opportunità. Il film scavalca sì l’effimero e l’irripetibile di quelle poche giornate d’agosto, in cui ci si sedeva attorno ai tavoli, gomito a gomito, per mangiare, ascoltare e divertirsi . Ma consegna la minuscola comunità anghiarese a una storia più lunga, e anche più globale: una storia di cinema.

Che proprio il cinema saprà conservare. Molto meglio di come (non) fu conservato il dipinto murale di Leonardo. Molto più a lungo di quanto si conservano formaggio e pane: che è cibo di tutti, non solo mio, e è filo conduttore di Pan de’ mia.

PAN DE’ MIA – Il trailer

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PAN DE’ MIA – I crediti

una produzione del Teatro di Anghiari – Tovaglia a quadri
in collaborazione con Associazione Pro Anghiari
un film di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
con il contributo di Comune di Anghiari, Regione Toscana, Mibact
main sponsor: Busatti

Con Pietro Romanelli, Federica Botta, Stefania Bolletti, Rossano Ghignoni, Alessandro Severi, Marta Severi, Ada Acquisti, Maris Zanchi, Palmiro Martinelli, Giuseppe Ricceri, Pierluigi Domini, Sergio Fiorini, Andrea Finzi, Andrea Valbonetti, Fabrizio Mariotti, Kim Mingo, Primo Jack Ventura, Giulio Corridore, Armida Kim, Alberto Marconcini, Ilaria Lorenzini, Catia Talozzi, Vittorio Valbonetti, Elisa Cenni, Teresa Bevignani, Bianca Van Zandbergen, Mario Guiducci, Gabriele Meoni, Ermindo Santi.

Soggetto e sceneggiatura Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
Direzione di produzione Massimiliano Bruni
Direzione della fotografia Gabriele Bianchini
Assistenza alla regia Samuele Boncompagni
Montaggio Gabriele Bianchini
Assistenza sul set Filippo Massi
Operatore camera Rossano Corsi
Organizzazione tecnica Stefan Schweitzer
Fonici Jacopo Andreini, Enrico Zoi
Sound design Giacomo Calli
Scenografie e costumi Armida Kim, Emanuela Vitellozzi
Assistenza tecnica Matteo D’Amore, Filippo Massi, Eleonora Santi
Segreteria di produzione Alessandra Stanghini
Assistenza di produzione Miriam Petruccioli
Runner Mario Tanzi
Regia Andrea Merendelli

Lodo, Nicola, il capitalismo capzioso

Tornano a Udine, da dove è partita la loro strada nell’arte, Guenzi e Borghesi. Dentro il cartellone “Blossom – Fioriture” del Css va in scena stasera il loro dialogo generazionale, intitolato Capitalismo magico. Piazza Venerio, ore 20.00

Nicola Borghesi e Lodo Guenzi
(ph. Giuseppe Palmisano)

Era nato un po’ per caso, un po’ per l’occasione, questo spettacolo. Uno al piano, Lodovico “Lodo” Guenzi . L’altro davanti al leggio, Nicola Borghesi.

Capitalismo magico si sarebbe potuto esaurire anche lì sul palco del Teatro Bonci dove erano stati a chiamati da Radio 3 Rai, un anno fa, a rappresentare la loro generazione, quella dei trentenni.

Due trentenni. Che si conoscono da vent’anni. Che hanno fatto la scuola assieme, e poi l’accademia, quella di teatro. La “Nico Pepe” di Udine, per inciso.

Poi era venuta la fine del mondo, cioè l’epidemia, E più tardi ancora era venuto il post-epidemia, con le sue cervellotiche limitazioni e sospensioni. Letali per lo spettacolo, più che per un bar o una barberia. Termoscanner, autodichiarazioni, sanificazioni, distanze sociali e personali.

Il mondo là fuori, nella rarefazione

“Nel dopo-epidemia, gli spettacoli sono diventati una specie di sala d’attesa del dentista” dice Guenzi. “Così abbiamo pensato di rimetterlo in piedi i nostro Capitalismo magico. Rifacciamolo, ci siamo detti. Proviamo a vedere com’è il mondo là fuori, nella rarefazione”.

Detto fatto, a luglio, adesso, Capitalismo magico è tornato sui palcoscenici. Lodo spesso al piano, Nicola sempre davanti al leggio. Questa sera, in due, sono a Udine, nel punto esatto da dove, dal punto di vista artistico, sono partiti. E con quel titolo, ironico e capzioso, riflettono sul presente. O sul breve passato. Con le parole e con la musica.

“È un esperienza che ci fa star bene, e mette in una buona disposizione chi è venuto a sentirci. In questo dialogo, pensato inizialmente per la radiofonia, abbiamo messo i nostri ultimi dieci anni, la catena di messaggi e di stati d’animo che ci siamo scambiati su Facebook e sul telefonino“.

Lodo Guenzi e Nicola Borghesi
(ph. Giuseppe Palmisano)

Quei dieci anni in cui uno, Lodo, ha percorso le strade della musica, è diventato frontman di Lo stato sociale, si è ritrovato giudice a X-Factor. Quei dieci anni in cui l’altro, Nicola, ha messo su un gruppo dal nome stellare, Kepler-452 (ci sono dentro anche Enrico Baraldi e Paola Aiello), inventando progetti che hanno rinnovato l’offerta di spettacolo a Bologna.

“Adesso Capitalismo magico si è trasformato in un gioco di complicità e di ascolto reciproci. Lavoriamo in ambienti diversi, lui quello musicale, io quello teatrale – dice Borghesi – ma ancora dai tempi in cui studiavamo assieme ci accomuna uno stesso modo di pensare e di affrontare i problemi”.

Una normalità che non era normale

“A entrambi infatti sembra davvero strano che dopo il lockdown, di cui assistiamo ora alla rimozione sfrontata, molti si siano messi all’inseguimento di una normalità, che normale non era. E non potrebbe essere”

“Lodo ha questa capacità – continua Borghesi – sa muoversi da corsaro, leggero, dentro territori diversi, sa conquistare nuove zone, non lo spaventa nessun contesto. Io mi sono specializzato nella dimensione del teatro. Difficile dire se è una virtù o un limite. Di questa dimensione mi interessa però dilatare i confini. Aprire il teatro verso altre persone”.

Con qualche accorgimento. “Se lo leggi con attenzione, Theodor Adorno ti dice che l’ingresso nell’età matura porta immancabilmente al cretinismo”. E’ proprio vero? “È da dimostrare, ma noi, 34 anni entrambi, partiamo proprio da lì”.

Capitalismo magico

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CAPITALISMO MAGICO
di e con Lodovico Guenzi e Nicola Borghesi
produzione Kepler-452
un appuntamento di Blossom-Fioriture, stagione di Teatro Contatto 2020-2021

Semplice, buttato via, moderno. Il teatro di Gianrico Tedeschi

Il mio ricordo di Gianrico Tedeschi, pubblicato il 29 luglio su quotidiano di Trieste, IL PICCOLO.

Gianrico Tedeschi
Gianrico Tedeschi, applausi finali per La rigenerazione di Italo Svevo (2009)

È scomparso ieri, dopo aver compiuto, lo scorso aprile, cent’anni, uno degli attori italiani più longevi e più amati dal pubblico.

Un traguardo grande, importante, Gianrico Tedeschi l’aveva raggiunto. Poteva allora andarsene così: sereno, in punta di piedi, consapevole di aver operato bene. E per il bene.

Ma non erano i cent’anni il suo traguardo. Sì, li aveva compiuti, lo scorso 18 aprile. Il traguardo vero era un altro. Un’esistenza piena e onesta. Una specchiata vita d’attore. Così è stato. 

Sarebbero tanti gli aggettivi utili a raccontare Tedeschi. Molti li abbiamo spesi qualche mese fa, su queste pagine, proprio per festeggiare il monumentale compleanno. Ma volendo trovare ora, per la sua scomparsa, i termini più giusti, altro non ci viene in mente, se non il titolo della affettuosa biografia che una delle sue due figlie, Enrica, aveva voluto dedicargli: Semplice, buttato via, moderno (Viella Editore, 222 pp., 27 euro). Così era lui. Così era il suo lavoro. 

Smemorando

Tedeschi non somigliava a quegli attori che usano la scolorina per correggere la data di nascita sui documenti. Della sua lunga vita nell’arte, andava fiero. Se di qualcosa si rammaricava, era della memoria. Del non poter mettere in fila tutti i nomi, i personaggi, i copioni che in più di 70 anni di carriera aveva interpretato, alternando teatro, cinema, televisione e – certo – anche le microscopiche storie degli spot pubblicitari che lo avevano reso popolare ovunque. Cavalcando o affondando nelle onde dei ricordi aveva perciò deciso di intitolare Smemorando, ballata del tempo ritrovato lo spettacolo in cui, 15 anni fa, raccontava la propria vita. 

Raccontava di essere cresciuto, come attore, nella Milano della ricostruzione, alla fine degli Anni ’40. E di aver scalpitato per debuttare sul rivoluzionario palcoscenico che sarebbe presto diventato il Piccolo Teatro di quella grande città. Sarà protagonista, anni dopo, nell’Opera da tre soldi di Brecht e un indimenticabile Pantalone nello storico Arlecchino. La professione gli aveva riservato presto grandi incontri: con la Magnani sul set, con Visconti e Mastroianni in un’altrettanto storica Locandiera.

Lo spirito allegro che si ritrovava addosso

Ma, con lo spirito allegro che pur ultranovantenne si ritrovava addosso, preferiva rievocare quanto si fosse divertito a stare in tv con Cochi e Renato. E quanta fortuna avesse portato, con i Caroselli, a formaggi spalmabili e caramelle. Lo strillo pubblicitario più popolare lo ricordava alla perfezione: “Il cofanetto di caramelle Sperlari non si incarta mai“.

Eppure, discorrendo con lui, si finiva sempre a parlare di queste terre, del Friuli Venezia Giulia e della guerra. Perché dalla guerra era nato il suo teatro. Quando, recluso nei campi di concentramento di Sandbostel e Wietzendorf aveva provato a recitare. Per sopravvivere. E per far sopravvivere i suoi compagni prigionieri.

Non parlava solo della “sua” guerra. Per dieci anni aveva preso casa a Cormòns, dov’era stato anche insignito della cittadinanza onoraria. “Poco distante – diceva – c’è un’altra casa, un’infermeria, un edificio semidistrutto dai bombardamenti. Parlo di una guerra che non ho fatto. La guerra del ’15-’18. Da allora è rimasta così. Intatta. Mi ha sempre emozionato.”.

Tedeschi tornava volentieri quassù. E le passeggiate sul Collio e sul Carso rafforzavano il suo rapporto con Walter Mramor e con Artisti.Associati, la compagnia goriziana con la quale ha dato vita a molti spettacoli negli ultimi trent’anni: Le ultime lune (il testo di Furio Bordon, dove aveva aveva preso il posto di Marcello Mastroianni), La rigenerazione di Svevo (dove era in scena con l’altra sua figlia, Sveva). 

Quattro anni fa, quando recitava ancora, Trieste aveva avuto occasione di rivederlo. Lo spettacolo, al Rossetti, aveva qualcosa di presago. Scritto da Franco Branciaroli e interpretato anche insieme a Ugo Pagliai e Massimo Popolizio, si intitolava, scaramanticamente, Dipartita finale.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, 29 luglio 2020]

Quando il Wyoming somiglia al tuo Paese. Il seme della violenza secondo l’Elfo.

lI seme della violenza è il titolo dell’allestimento italiano di The Laramie Project, documento teatrale di Moisés Kaufman e del Tectonic Theatre Project: uno spettacolo che indaga un caso di violenza omofoba accaduto negli Stati Uniti. Lo presenta nel nostro Paese il Teatro dell’Elfo.

Il seme della violenza - The Laramie Project 1 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Gente del Wyoming? Fossi in voi, ci penserei due o tre volte prima di dargli l’amicizia. Brokeback Mountain – il romanzo di Annie Proulx, da cui è tratto il film vincitore nel 2005 del Leone d’oro a Venezia – in italiano si intitolava proprio così: Gente del Wyoming. E una ragione c’è, sicuramente. Il Wyoming è uno stato nel quale né io né forse voi che leggete, amereste vivere.

Anche Il seme della violenza – che ho visto qualche sera fa a Napoli Teatro Festival, una nuova produzione di Teatro dell’Elfo e  Fondazione Campania dei Festival – anche questo spettacolo dicevo, parla del Wyoming. Ne dà anzi un’immagine più precisa di quanto faccia il romanzo della Proulx. 

Il seme della violenza è il ritratto di una comunità in gran parte rurale, conservatrice, ostile al nuovo, dominata da convinzioni religiose – protestanti, cattoliche o mormoni, a scelta – e da una adesione politica che dal 1964 la porta a votare esclusivamente per il partito repubblicano. Non occorre aggiungere che nel Wyoming vige ancora la pena di morte.

Quale sia il pensiero corrente della maggior parte dei cittadini del Wyoming nei confronti dell’omosessualità lo raccontava in maniera drammatica già il finale di Brokeback Mountain.

Questo non è un romanzo

Il seme della violenza racconta invece la morte di Matthew Shepard, uno studente gay di 21 anni, aggredito e ucciso di botte da due suoi coetanei, nel 1998 a Laramie (nel Wyoming, 26.000 abitanti). La ragione? I due odiavano i gay. Non è l’episodio di un romanzo. È successo proprio.

Il seme della violenza - The Laramie Project (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

In quell’anno, la notizia dell’aggressione, poi della morte, e infine il processo penale che ne è seguito ha portato Laramie e tutto lo stato del Wyoming al centro dell’attenzione mediatica. Tanto che un gruppo teatrale statunitense, con sede a New York, The Tectonic Theatre Project guidato da Moisés Kaufman, ha deciso di arrivare fino là e svolgere un’inchiesta. Un lavoro di tipo giornalistico, che ben presto, nel 2000, si è trasformato in un progetto teatrale, The Laramie Project, appunto. Ed è diventato poi anche un film (premiato nel 2002 con quattro Emmy Award).

Laramie. Una storia. I pregiudizi

Se vi interessa conoscere nel dettaglio la storia di Matthew Shepard, capacitarvi dell’abisso a cui può arrivare l’odio di matrice sessuale, se vi interessa sapere come mai The Laramie Project è diventato un titolo-manifesto, ed è stato rappresentato in teatri, scuole, college, teatri degli Stati Uniti e dei paesi anglosassoni, diventando strumento di educazione alla tolleranza e di abbattimento dei pregiudizi, Internet vi dà tutti i mezzi per farlo (a cominciare da questo link in inglese, o quello più sintetico in italiano).

Potrete anche scoprire che la legge federale Usa che punisce i crimini motivati dall’odio di genere, porta dal 2009 il nome di Matthew Shepard 

Qui interessa invece dire che da un bel po’ di tempo il Teatro dell’Elfo coltivava l’idea di lavorare su The Laramy Project. Forse per aggiungere uno specchio temporale al loro lavoro di 15 anni fa su Angels in America di Tony Kushner, pietra miliare di un teatro a tematica LGBT. È un tema sul quale la compagnia milanese ha costruito molti capitoli della propria storia e molti dei suoi spettacoli, non ultimo il lavoro dello stesso Kaufman sui processi a carico di Oscar Wilde, Atti osceni.

L’odio o la speranza?

Interessa anche dire che Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, registi dell’operazione, hanno scelto d’accordo con Kaufman di intitolarla Il seme della violenza. Per provare a capire fino in fondo – dicono – “quale sia la voce che prevale in noi? Quella dell’odio o quella della compassione? Quella della crudeltà o quella della gentilezza? Quella della paura o quella della speranza?

Il seme della violenza - The Laramie Project 3 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Interessa infine ricordare che The Laramie Project utilizza un formato teatrale diffuso nell’area anglosassone, il verbatim theatre. Si tratta di realizzare una tessitura teatrale, usando documenti reali (in questo caso interviste) che sostituiscono la più consueta invenzione di storie, personaggi, dialoghi: il normale percorso della drammaturgia teatrale.

The Laramie Project è dunque questo, un’inchiesta che si sposta verso il teatro e che del teatro utilizza gli strumenti e gli effetti di realtà. Personaggi-testimoni in scena, proiezione di documenti video alle loro spalle, ricerca di ciò che ci permette di superare gli schematismi dei media di massa, per andare a capire, per provare a documentare, le radici (ma anche le fronde) di pensieri e di comportamenti che non sono solo caratteristici di una piccola città bigotta come Laramie. Pensieri, che sono invece pensati e praticati anche nella nostra (un po’ più) laica Europa.

Il seme della violenza - The Laramie Project 3 (ph. Laila Pozzo)
(ph Laila Pozzo)

Una legge per i crimini d’odio

Da questo punto di vista, a mio parere, va osservato Il seme della violenza. Un allestimento che, oltre alla collocazione teatrale, che ne farà uno degli spettacoli da vedere nella prossima stagione, prova a operare su un tessuto di opinioni, con cui anche l’Italia in questo momento si sta confrontando.

Il seme della violenza 5  (ph. Laila Pozzo)
(ph. Laila Pozzo)

Proprio ora che in Parlamento e sui media conservatori si moltiplicano le offensive per affossare la legge che intende aggiungere ai reati d’odio fondati su nazionalità, origine etnica e confessione religiosa, anche l’odio che nasce dai pregiudizi riguardanti la sfera sessuale. (Qui, sul sito del Senato, il disegno di legge).

A osteggiare l’approvazione non sono gli abitanti del Wyoming, ma quegli italiani che pensano che ogni legge che punisce i crimini d’odio rappresenti un bavaglio alla propria libertà di espressione e di opinione.

Come se le aggressioni omofobe, le botte ai trans, i femminicidi frutto di mentalità maschiliste – accanto al suprematismo bianco e alla caccia all’immigrato – fossero opinioni.

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IL SEME DELLA VIOLENZA

The Laramie Project
di Moisés Kaufman e dei membri del Tectonic Theater Project
traduzione di Emanuele Aldrovandi
regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
con Ferdinando Bruni, Margherita Di Rauso, Giuseppe Lanino, Umberto Petranca, Marta Pizzigallo, Luciano Scarpa, Marcela Serli, Francesca Turrini
produzione Teatro dell’Elfo e Fondazione Campania dei Festival
in collaborazione con il Festival dei Due Mondi di Spoleto

Ci vuole un fisico bestiale. Mimmo Borrelli e i mostri

Si pensava, una volta, all’ influsso maligno dell’arcobaleno. ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli rivive a Napoli in lettura e corpo. Una co-produzione di Teatro Stabile e Teatro Festival a 15 anni dalla ‘scoperta’ dell’autore.

Mimmo Borrelli 3 - 'nzularchia - ph Marco Ghidelli
ph. Marco Ghidelli

Nella lingua dei Campi Flegrei, Nzularchia vuol dire itterizia. Piuttosto insolito, per essere il titolo di un lavoro teatrale, no? Eppure a Mimmo Borrelli aveva portato fortuna. Con quel titolo aveva vinto il Premio Riccione 2005. Il Riccione è il più longevo fra i concorsi italiani di drammaturgia. Borrelli aveva appena compiuto ventisei anni.

“Uno scrittore furibondo, fluviale, forte, già importante – diceva la motivazione – con un’acuta sensibilità linguistica e un coraggio da leone, forsennato nella sua ambiziosa loquacità da inferno…”.

Me le ricordo quelle parole. Mi aveva colpito il fatto che una giuria autorevole come quella si fosse espressa con entusiasmo tanto ardito. A dire il vero, la giuria si era spaccata in due. I sospettosi e gli entusiasti, e i secondi avevano prevalso. Doveva essere un forza della natura, quell’autore.

Autore e attore

Oggi, quindici anni dopo, Mimmo Borrelli è ancora così. Anzi, di più. Più ruggente e più feroce. Non solo autore. Già da tempo e con grande energia, anche attore. Ha una forza bestia, Borrelli.

Mimmo Borrelli 4 - 'nzularchia - ph Marco Ghidelli
ph. Marco Ghidelli

Per ristabilire i contatti umani – dice lui – in un momento in cui distanziamento e limitazioni li hanno depressi, ha deciso di riprendere in mano ‘Nzularchia. Che era stata già allestita nel 2008, per il Teatro Mercadante di Napoli da Carlo Cerciello. L’autore, ovviamente, allora non era in scena.

Lo è oggi invece, sempre per lo Stabile napoletano. E la scena se la prende tutta. Quando si mette a delirare, schiantato sul vecchio ramo portato in spiaggia dalla corrente. Quando ficca la testa dentro le buste della spesa e sembra soffocare. Quando con un pelliccia rancida addosso, appare come una decrepita e malvagia divinità marina.

‘Nzularchia è il capitolo primo di una Trinità dell’acqua che ha via via impastato antropologia flegrea, intersezioni linguistiche, geografie personali e brandelli di autobiografia. Pozzuoli, Bacoli, Torregaveta: i luoghi e le varianti campane della lingua di Borrelli, tutte le sue ossessioni, i suoi fallimenti, le sue malattie sentimentali.

Mimmo Borrelli 2 - 'nzularchia - ph Marco Ghidelli
ph. Marco Ghidelli

Pozzuoli sprofonda

Questa itterizia, il giallo che viene su dal fegato e intorbida le pupille, Borrelli la riversa in scena, metabolizzando in sé i tre personaggi della prima versione di ‘Nzularchia. È un fluire fragoroso di parole, spesso incomprensibili. Un colare caldo di sudori che il corpo non cela. La sommatoria di lampi, di suoni, di tuoni che corrono sul margine degli abissi. Pozzuoli sprofonda là vicino. Nelle acque di Baia si intuiscono i mostri.

Intendiamoci. La sua scrittura e il suo interpretare non sono trascrizione di una parlata bruta. È un lavoro cesello, invece, che sul tessuto orale innesta una studiata filologia poetica. La quale, per essere fino in fondo compresa, va spiegata in nota (le note raddoppiano le pagine dei suoi testi per il teatro). Oppure ruminata, come lui sa fare, e promossa a canto ritmico. Così parlava l’antica sibilla di Cuma. Indizi, misteri, profezie.

Mimmo Borrelli 5 - 'nzularchia - ph Marco Ghidelli
ph. Marco Ghidelli

Indizi, misteri, profezie

Così non è possibile (e probabilmente non è nemmeno importante) cogliere fino in fondo la storia che ‘Nzularchia racconta. Quella di un padre mitologico, forse solo camorrista, che si mangia i figli impedendo loro di nascere. Non è importante perché il teatro animale di Borrelli la restituisce al pubblico, facendo risuonare una corteccia più primitiva. È un istinto preistorico a dirci che si tratta di un artista speciale. Il ragionamento, la storia, anche l’applauso, vengono dopo.

[ Dimenticavo una cosa. Se si tratta – come in questo caso – di un monologo (per quanto a tre voci) una stretta nei tempi e nella drammaturgia riuscirebbe a valorizzare meglio quella specialità. A cui dà già un bello spessore il lavoro sonoro e musicale dal vivo di Antonio Della Ragione, che se ne sta in un angolo, circondato da percussioni e tintinnaboli. Ma si fa sentire in ogni molecola dell’atmosfera].

Mimmo Borrelli 1 - 'nzularchia - ph Marco Ghidelli
ph. Marco Ghidelli

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‘NZULARCHIA
di e con Mimmo Borrelli
musiche composte e eseguite in scena da Antonio Della Ragione
installazioni video Alessandro Papa
illustrazioni video Domenico Raisen
disegno luci Angelo Grieco
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale
in coproduzione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Mimmo Borrelli - 'Nzularchia - copertina
Anche se c’è scritto romanzo, è un testo teatrale

Da Koltès a Vargas Llosa. Traffici illeciti e desideri non mancano mai, a Napoli.

I luoghi cambiano la scrittura. Figurarsi qui a sud, dove ogni particolare assume sembianze diverse. Cosa succede se due autori teatrali – un francese e un peruviano – trovano spazio a Napoli.

Cortile di Palazzo Fondi - Napoli Teatro festival Italia

Si somigliano un po’ tutte, le città di mare.

Se si lavora di linguaggio e di fantasia, non è difficile immaginare un porto sudamericano – supponiamo nel Perù di Mario Vargas Llosa – ridisegnato nei vicoli, nei bordelli, nei locali più malfamati di Napoli. La Napoli notturna altre volte evocata nel teatro di Enzo Moscato. Coltelli, marinai, puttane…

Può anche capitare che la città indossi gli abiti di uno dei testi più ben scritti per il teatro degli Anni Ottanta dell’altro secolo. Un capolavoro francese, di precisione e ambiguità, firmato da Bernard-Marie Koltès.

Ma andiamo con ordine.

Vargas Llosa. Il gioco delle distanza e delle trasposizioni

Nel 1986, il premio Nobel per la letteratura, il peruviano Vargas Llosa, aveva catturato in un lavoro teatrale intitolato La Chunga, una piccola e misteriosa storia di malaffare.

La Chunga - copertina

Regista di una cinematografia pop e chiassosa, in qualche occasione prestato al teatro, Pappi Corsicato ha provato a riscoprire La Chunga a Napoli. E ha perciò rimesso mano all’originale, ambientato nel 1946 su un fiume peruviano. La Napoli di Corsicato, più che di Vargas Llosa dunque, vive in un paesaggio non dissimile da quello che accompagnava Querelle nella Marsiglia barocca e di fantasia di Fassbinder.

Francesco Di Leva, Cristina Donadio in La Chunga
Francesco Di Leva e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Al gioco delle distanze e delle trasposizioni Napoli e il suo teatro stabile, il Mercadante, hanno risposto volentieri. Sono andati esauriti tutti subito i posti (limitati, a causa delle restizioni da Covid) nel cortile del Maschio Angioino, l’avamposto monumentale affacciato proprio sul porto.

Evocativo e suggestivo, lo spazio ospiterà gli spettacoli di Scena Aperta (la rassegna estiva ideata dallo Stabile che si è aperta appunto con La Chunga) mentre attorno, il tessuto cittadino è costellato dal cartellone di Napoli Teatro Festival (vedi il post precedente).

Notturno oggetto del desiderio

Insomma il porto, i suoi chiaroscuri, i desideri, le relazioni morbose, giocano il ruolo chiave in questo spettacolo.

L’oggetto del desiderio si chiama Meche. Giovane, flessuosa, meravigliosa, Meche è fidanzata con un marinaio che ha tutte le intenzioni di farne una prostituta, da collocare nel bordello locale. A concupire Meche sono anche gli altri marinai, altrettanto smaniosi, ma non si sa se più attratti dalla giovane donna o dal gioco dei dadi, che svela sempre maschili debolezze. Meche interessa molto anche a Chunga, la matura proprietaria di un localaccio, esplicitamente disinteressata agli uomini e disposta invece a comprarsi Meche per lo svago di una notte.

Irene Petris, Cristina Donadio in La Chunga 3
Irene Petris e Cristina Donadio in La Chunga (ph. Marco Ghidelli)

Attrici convincenti per personaggi alquanto stereotipati, Cristina Donadio e Irene Petris conducono il gioco della narrazione. L’una, la Chunga, con la durezza richiesta a donne che si muovono in un mondo machista. L’altra, Meche, con lo splendore di una giovinezza sentimentale ancora intatta dalle manacce di chi la vorrebbe far sua.

Che cosa sia poi successo in quella notte fatale – dopo la quale la giovane scompare, per non riemergere più dal passato – è il cuore di tenebra attorno al quale Llosa aveva costruito il suo lavoro.

Alla fantasia di quattro uomini e di una donna, a un fantastico spogliarello di Meche, è lasciato dunque il compito di alimentare misteri, ipotesi, soluzioni, mondi notturni. Ai quali il teatro – più forse che la letteratura – può dare un’apparenza di realtà. Veloce però a dissolversi all’alzarsi del sole. E le canzoni di Lana Del Rey sono per Corsicato il solvente migliore.

Koltès. Nella solitudine dei porti e del cotone

Napoli trasforma in qualcosa d’altro anche un testo che, per me, è il più bello tra quelli di Bernard-Marie Koltès. Scritto anch’esso nel 1986, sta proprio all’opposto della storia di Vargas Llosa.

Koltès - Nella solitudine dei campi di cotone - Ubulibri

Certo dipende dalla chirurgia con cui lo scrittore francese, morto di Aids tre anni più tardi, analizza le traiettorie del desiderio, che in questo caso non è carnale, ma tutto di testa. Geometrico e cerebrale.

Mi sono sempre chiesto se Koltès, nello scrivere La solitudine nei campi di cotone, abbia pensato al teatro, e non invece a un settecentesco trattato filosofico, splendidamente sadiano. Una carta dei sentimenti con cui solo menti sensibili trovano la sintonia.

Ma fin dalla sua prima e clamorosa apparizione italiana, nel dimesso cinema Arsenale di Venezia, in occasione di una Biennale Teatro, quando a impersonare venditore e cliente erano il seduttivo Patrice Chéreau e il nerissimo Isaac de Bankolet, Nella solitudine dei campi di cotone è stato un terreno di sfida in cui molti attori si sono inoltrati.

Le irraggiungibili Variazioni Goldberg

Perché questa analisi raffinata (degli impulsi che attraversano chi compra e chi vende), questa lingua alta (che si ispira ai dialoghi teatrali del ‘700), questo paesaggio notturno (che confonde aspirazioni intellettuali e brividi animali) impegnano al massimo gli interpreti e la loro solitudine. Ma ne mettono anche in luce i registri più preziosi. Come se loro, gli attori, dovessero impegnare tutte le dieci dita per inseguire, sulla propria tastiera, le irraggiungibili Variazioni Goldberg di Bach, cosa che aveva fatto l’irraggiungibile Glenn Gould.

La regia di Andrea De Rosa per Napoli Teatro Festival 2020 (in una produzione della Compagnia Orsini, allestita nel Cortile delle carrozze di Palazzo Reale) parte da questa opzione musicale, Bach e le sue Variazioni. Che tornano inesorabili nello spettacolo, come inesorabile torna il fatto che non si può, né si deve, enunciare il desiderio. Per non estinguerlo.

In definitiva: né il venditore svelerà quale sia la merce offerta, né il cliente renderà esplicita la propria domanda. Però è chiaro che di un mercato illecito si tratta. Che sia droga, sesso, rock’n’roll, o altro (chissà, traffico d’organi, di armi, di virus letali…) lo spettatore non lo verrà a sapere.

Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)
Federica Rosellini e Lino Musella in La solitudine dei campi di cotone di Koltès (ph. Salvatore Pastore)

Perché è il suo desiderio, il desiderio dello spettatore, che deve proiettarsi su quella scena vuota. Un vuoto che a capriccio può diventare il buio dei campi di cotone, la notte prima della foresta, o magari uno scarno interno teatrale, come suggerisce nelle sue note di regia Andrea De Rosa.

Ribaltando un elenco che ha visto solo interpreti maschili (a mia memoria, almeno: da Fantastichini e Iuorio, a Cecchi e Amendola, ai recenti Cordella e Di Giacomo), De Rosa ha scelto Federica Rosellini (in un vistoso abito d’epoca tipo Liasons dangereuses) e Lino Musella (col trasandato cappottaccio dei vagabondi). Campioni entrambi di un teatro italiano attuale, i due trattano con strumenti fini la preziosa merce. Musella è un bisturi. Rosellini una medusa.

Koltès - Nella solitudine nei campi di cotone - Federica Rosellini e Lino Musella
Nella solitudine dei campi di cotone (ph. Salvatore Pastore)

Ma la semplificazione di genere semplifica molto le cose (troppo, per i miei gusti) e si perde gran parte del potenziale erotico. Che è frutto del lavoro immaginativo di chi guarda, non delle supposizioni di un regista. Lo sapeva benissimo Koltès.

Il tempo delle limitazioni, lo spazio delle opportunità

E mentre anch’io, tra gli spettatori, lascio velocemente il cortile di Palazzo Reale per far posto a procedure sanitarie e ad altri spettatori, mentre insieme ci disperdiamo nei bar di piazza Plebiscito, penso che Covid, se non altro, ha moltiplicato le repliche: anche due nello stesso giorno, come ai tempi che furono.

E penso che l’esigenza di allestire spazi all’aperto, in questa Napoli d’estate, viva, vitale, e spesso pure assembrata, permette di penetrare in luoghi poco esplorati e silenziosi, cortili, parchi, giardini, che la popolosa solitudine dei teatri non mi avrebbe mai dato occasione di frequentare.

Così continuo a ritenere che il tempo delle limitazioni sia pure lo spazio delle opportunità. 

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LA CHUNGA
di Mario Vargas Llosa, traduzione Ernesto Franco
regia, scene e costumi Pappi Corsicato
con Cristina Donadio, Francesco Di Leva, Irene Petris, Simone Borrelli, Antonio Gargiulo, Daniele Orlando
luci Luigi Biondi
regista collaboratore Raffaele Di Florio
produzione Teatro Stabile Napoli – Teatro Nazionale

NELLA SOLITUDINE DEI CAMPI DI COTONE
di Bernard-Marie Koltès, traduzione Anna Barbera
con Federica Rosellini e Lino Musella
regia Andrea De Rosa
progetto sonoro g.u.p. alcaro
disegno luci Pasquale Mari
il costume di Federica Rosellini è di Tirelli Costumi spa
produzione Compagnia Orsini