Giacomo Matteotti. Quanto dista il mito dall’uomo?

Sono passati cento anni. L’uomo è lo stesso, mentre gli anniversari sono due. Il primo eroico: il 30 maggio. Il secondo funebre: il 10 giugno.

Sono cent’anni dal 30 maggio 1924, quando dai banchi socialisti di Montecitorio, il deputato Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso, denunciando le sopraffazioni e i brogli avvenuti nel corso delle elezioni di aprile, quelle che sanciranno il regime fascista. 

Sono anche cent’anni da quando, il 10 giugno, a un angolo del lungotevere, Matteotti venne sequestrato e ucciso da cinque sicari. Mandante, lo stesso capo di governo.

Sguardi sul passato, luci sul presente

Capita allora che parecchi mesi e in molti teatri d’Italia (nello specifico, oggi 16 aprile e domani 17 alla sala Bartoli da Trieste), si possa assistere a Giacomo, titolo dello spettacolo che Elena Cotugno e Gianpiero Borgia (Il Teatro dei Borgia) hanno deciso dedicare a Matteotti. 

Spettacolo particolare, di intensità, di storia. Parla del passato, getta luce sul presente. Dice il sottotitolo che si tratta di un “intervento d’arte drammatica in ambito politico”.

Giacomo Matteotti - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 1

Gianpiero Borgia, possiamo spiegare meglio?

“Portiamo sulla scena due discorsi parlamentari di Giacomo Matteotti. Vorremmo dimostrare che le parole della politica non sempre sono state spettacolari, ammalianti, di pancia, come quelle odierne. Matteotti, cent’anni fa, teneva alta l’asticella, con fatti e documenti. Era l’alfiere di un discorso fondato sul vero quando, a scapito della verità, prevalevano la narrazione lirica dannunziana e la retorica di Mussolini: oratori di grande successo, star mediatiche del tempo. Ciò ha molto che fare con il nostro tempo, oggi”.

Vie e piazze d’Italia portano il nome di Matteotti. Quanti italiani sanno però davvero chi fosse?

“Si sa che è stato un martire del fascismo. È diventato un mito dopo essere stato assassinato. Però Gramsci, prima del 1924, parlava di lui come di un rivoluzionario in pelliccia. Cavaliere del nulla, lo definivano certi suoi compagni di partito. In realtà era il leader minoritario di un partito minoritario. Il frontman di un antifascismo ante-litteram. È morto da profeta, non da oppositore, quando il fascismo si stava trasformando in dittatura. Questo lo sa solo chi si è occupato dell’argomento”. 

Giacomo [Matteotti] - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 2

Cento anni dopo si può ambire a una migliore conoscenza.

“Un merito il centenario ce l’ha: grazie alle pubblicazioni e alle iniziative che lo accompagnano e forse grazie al nostro spettacolo che era nato già cinque anni fa e, va detto, non insegue l’occasione celebrativa. Il merito è di confrontarsi direttamente con la personalità di Matteotti, mettere a fuoco la distanza tra il mito e l’uomo, il suo pensiero, i discorsi. Che all’epoca apparivano impopolari e faticosi, in un’Italia che non aveva capito dove stata andando. Come adesso appunto. I grilli parlanti fanno spesso una brutta fine”.

Perché il romanzo fondante dell’identità italiana non sono I promessi sposi, ma Pinocchio. Com’è stato accolto Giacomo in questi anni?

“Gli italiani che vanno a teatro sono uno spicchio marginale degli italiani che formano il Paese. La mia impressione è che i nostri spettatori si sentano orfani di politica. Sentono di essere sempre più consumatori e sempre meno cittadini. Chi viene a vederci percepisce un lutto, avrebbe voglia di una nuova cittadinanza, che non sia solo quella del consumo”.

Giacomo [Matteotti]- Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 3

E per questo che la vostra scena è così essenziale, desolata? Vecchi scranni parlamentari sono accatastati come dopo un naufragio. Elena Cotugno, che incarna i due discorsi di Matteotti, li vive pericolosamente.

“È l’immagine di un parlamento in dismissione. Concretamente permette a un’attrice di cimentarsi con una parola alta, quasi al confine del teatro, non al suo centro. Cimento è la parola esatta. Simbolicamente rende bene il decadimento della qualità democratica. E restituisce in maniera plastica la situazione di questo Paese oggi”.

Altri progetti del Teatro dei Borgia in cantiere dopo Giacomo?

“Sto pensando a un progetto intitolato Fus (Fottuti utopisti sognatori): si muoverà tra Cechov e i dispositivi di legge che regolano lo spettacolo dal vivo. Elena lavora già a “Festa di confine”, un testo del drammaturgo rumeno Matei Vișniec, pensato per il 2025, quando Gorizia e Nova Gorica saranno Capitale della Cultura. Cominceremo a prepararlo proprio là, assieme ad Artisti Associati, nel prossimo mese di giugno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, lunedì 16 aprile 2023]

– – – – – – – – 
GIACOMO
un intervento d’arte drammatica in ambito politico
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
progetto e drammaturgia Elena Cotugno e Gianpiero Alighiero Borgia

con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelliideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
produzione Teatro dei Borgia / Artisti Associati

con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Le parole politiche di Harold Pinter. Lino Musella ci punta sopra i fari

Diceva la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2005: “Harold Pinter svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno, e ci costringe a entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – Paolo Mazzarelli e Lino Musella – ph Ivan Nocera

Prese di posizione

C’era una volta il teatro politico. Oggi non c’è. Oggi non c’è nemmeno la politica. Nonostante i media diano questo nome al teatrino di opinioni da divulgare ogni santo giorno, spacciandole per prese di posizione politica. Il teatrino c’è, la politica no.

C’era, invece, nel secolo scorso. E non occorre essere esperti di storia, per capirlo. Un maestro in fatto di prese di posizione è stato Harold Pinter (1930-2008), autore teatrale, premio Nobel.

È possibile riscoprire oggi la chiarezza, la determinazione, la forza delle sue parole politiche, grazie alla scelta di Lino Musella, attore, uno dei più bravi tra quelli che hanno dato spessore al teatro, al cinema e alla televisione di questi ultimi anni (È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino per dire un titolo solo, recente).

Una trilogia per Lino Musella

Per Pinter Party, la nuova produzione del Teatro di Napoli, Musella si è impegnato anche nella regia di tre testi.

Tra una cinquantina di titoli pinteriani ha scelto tre brevi opere, scritte tra 1984 e 1991, le più forti, a mio parere, in fatto di chiarezza: Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna e Party Time.

Idealmente formano una trilogia. Tutte e tre parlano di esercizio del potere, autoritarismo e dissidenza, sopraffazione e resistenza. Anzi, le mettono in scena. In maniera cruda, violenta: la naturalezza della brutalità.

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Uno. Un prigioniero politico è sottoposto a interrogatorio. Nella stanza accanto sua moglie viene stuprata e suo figlio, sette anni, viene soppresso.

Due. A una minoranza viene proibito di usare la propria lingua. Chi la parla, anche perché non ne conosce altre, sarà sbranato dai cani.

Tre: Nelle strade della capitale, una dimostrazione di dissidenti è stata violentemente repressa, ci è scappato il morto. I dirigenti delle forze di polizia assieme a un esponente del governo festeggiano la buona riuscita dell’operazione con un brindisi, durante il party.

Tortura e repressione

Senza alcuna retorica, senza comizi, anzi, con poche asciutte parole, Pinter ci mette davanti gli occhi queste tre situazioni. Non importa che a suggerirgliele, a suo tempo, sia stato l’aver visto documentate, o con i propri occhi, le torture inflitte dai dittatori sudamericani, la condizione dei curdi sotto il regime turco, la repressione delle forze dell’ordine nelle strade britanniche.

Dimostrazioni violente di potere che accadevano negli anni ’80, esattamente come sono accadute dieci anni più tardi, e accadono oggi. In tutto il mondo. Basterebbe ricordare, da noi, le cronache del G8 e della scuola Diaz a Genova, le botte agli studenti qualche mese fa a Pisa.

La capacità sovrana di Pinter è di restituirle alla nostra attenzione – distratta dalle disgrazie dei Ferragnez o dalle vittorie di Sinner – con un’asciuttezza di linguaggio e una spietatezza che mette in brividi. E costringe alle lacrime le persone più sensibili. Altro che televisione del dolore.

Harold Pinter
Harold Pinter

Musella, Pinter ce l’ha nel cuore. Aveva portato quelle parole all’esame di ammissione alla Scuola di teatro a Milano. Le aveva interpretate quando, a un anno dalla morte del drammaturgo inglese, a Udine, il CSS aveva realizzato un esteso progetto, Living Things, che comprendeva l’allestimento di dieci titoli pinteriani. Quelle parole, Musella le riscrive ora da regista (e anche interprete) in questa produzione del Mercadante di Napoli, allestita al San Ferdinando, il teatro dei De Filippo. 

Brevi e brutali

Da parecchio tempo i tre testi non venivano allestiti su palcoscenici importanti, anche per la loro brevità: non più di 20 minuti ciascuno. Musella li ha riportati sotto la luce dei fari.

Conservano intatta la forza e il gesto artistico (anche prima che politico) che denuncia governi i quali si professano democratici, ma scivolano con allarmante velocità verso l’autocrazia, il controllo della popolazione, lo stato di polizia. Per non andare troppo lontani, Ungheria, Bielorussia, Russia, già ci insegnano come si fa. E non mi pare che, da questo punto di vista l’Italia stia troppo bene. 

Nell’allestire i tre testi, Musella ha scelto di alternarli ad alcuni passi del discorso che Pinter aveva scritto nel 2005, per il Nobel. Queste altre parole, la loro perentorietà, a me non sono sembrate strettamente necessarie. Ma forse aiutano a dissipare qualche dubbio, in chi non conosca ancora la capacità di argomentazione politica dello scrittore inglese.

E sono interpretate anche dallo stesso Musella, assieme a un numerosa compagnia nella quale spiccano la calma tagliente dei torturatori (Paolo Mazzarelli), la brutalità travestita da indulgenza (Totò Onnis), la leggerezza colpevole dei benestanti e delle ladies che la sanno lunga (Betti Pedrazzi). 

Pinter Party - ph Ivan Nocera - Teatro di Napoli
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Corale finale

I loro dialoghi si trasfigurano poi nel corale finale: tutti assieme pronunciano il monologo che chiude Party Time (1991). Di bocca in bocca passano le parole di Jimmy, il caduto, la vittima dell’intervento della polizia.

Personaggio nel quale, nel 2001, non era stato difficile riconoscere il destino di Carlo Giuliani. Personaggio che oggi attende un nuovo nome e un nuovo cognome, alla svolta del prossimo intervento di sicurezza delle forze dell’ordine. In Italia, o altrove.

Il nuovo ordine del mondo, del resto, è un altro titolo di Pinter.

– – – – – – – – – – – – 

PINTER PARTY 
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, Party Time
di Harold Pinter
regia Lino Musella
con Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Betti Pedrazzi, Totò Onnis, Eva Cambiale, Gennaro Di Biase, Dario Iubatti, Ivana Maione, Dalal Suleiman
in video Matteo Bugno
scene Paola Castrignanò
costumi Aurora Damanti
musiche Luca Canciello
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Le donne, che mascalzone… Parola di August Strindberg

Nuova co-produzione del Teatro di Genova e del Metastasio di Prato,  I creditori  (un lavoro scritto nel 1888 dal drammaturgo svedese) è stato riportato in scena dalla regista Veronica Cruciani.

Viola Graziosi in I Creditori di August Strindberg - ph Federico Pitto
Viola Graziosi in I Creditori – ph Federico Pitto

Le donne di August Strindberg sono un po’ tutte uguali. Tremende, dominanti, sprezzanti, vampire. In definitiva, mostri. O almeno, mostri sono molti personaggi femminili dei suoi drammi. Quanto alle donne vere, le sue tre mogli, non saprei dare un giudizio motivato. Lui, probabilmente, era assai peggio di loro.

Certi pensieri mi rimbalzavano in testa mentre assistevo a I creditori, uno dei drammi “naturalisti” di Strindberg, un testo che la regista Veronica Cruciani ha allestito per il Teatro di Genova e il Metastasio di Prato. Con un bel cast, davvero appropriato: Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza.

Lo dico subito, così fin da principio capite che la faccenda ha tre vertici (e quindi tre lati). Del resto, ai triangoli di famiglia il teatro sfuggiva difficilmente a quell’epoca.

Mogli e mariti. Un inferno

L’epoca sarebbe il 1889, anno in cui Creditori viene pubblicato e debutta a Stoccolma. Il suo autore, svedese, è appena reduce dall’aver scritto un dramma altrettanto crudo, Il Padre. Mentre Henrik Ibsen, norvegese, manda in scena in quell’anno La donna del mare. Tutte storie di mogli (e mariti) parecchio complicate.

Tanto più difficile per lui, Strindberg, allontanarsi dal tema famigliare e da quel combattimento all’ultimo respiro che, per sua esperienza, e per sua opinione, è il matrimonio. Di esperienza ne aveva fatta abbastanza, essendo sposato da nove anni con un’attrice. Un inferno. Sosteneva lui.

Inferno di August Strindberg

Crediti e debiti

Un matrimonio, anzi due, sono al centro anche di Creditori. C’è una donna, Tekla che si è sposata prima con Gustav, e poi con Adolf. (Ebbene sì, nella lungimirante e luterana Svezia il divorzio era contemplato fin dal 1734; in Italia abbiamo aspettato il 1970). 

Facendo attenzione al titolo, non è poi difficile intuire il bilancio contabile che – sempre ad avviso dell’autore – caratterizza l’unione tra un uomo e una donna. Un dare e un avere.

Non necessariamente uno scambio di beni materiali, o di denaro. Non solo, almeno. Potremmo invece parlare di un trasferimento di potenza e di energie, che ciascuna/o rinfaccia all’altra/o. Una specie di vampirismo.

Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

Fatto sta che Tekla riesce a tener testa a tutti e due. Distruggendone uno, Adolf, il secondo marito, che è un artista mancato, e quindi, per definizione un tipo vulnerabile. E mandando a quel paese per ben due volte il primo, Gustav, che fa finta di essere un cinico disinvolto, ma si dimostra poi rancoroso, vendicativo. Fragile anche lui, pertanto.

Scene da un matrimonio

Non è tanto importante, però, scoprire come va a finire. Strindberg anzi (come aveva già fatto Ibsen in Casa di bambola, o in Spettri, o in La donna del mare) lascia uno spiraglio un po’ aperto nel finale. E questo contribuisce alla suspence.

Importante – e qui la regia coglie, secondo me, la chiave di Creditori – è quell’analisi delle mosse tattiche che la donna, e i suoi due uomini, adottano per portare avanti la propria strategia di discredito dell’altro/a.

Per esempio: “sei così vecchia che non potresti nemmeno fare la troia” dice villanamente Adolf a Tekla. Che per tutta risposta non gli farà mistero di aver flirtato “con quattro giovanotti sul traghetto” (la nuova traduzione dallo svedese, svelta e disinvolta, è di Maria Valeria Davino e Katia De Marco).

La guerra dei sessi

Dunque, ignorando per quanto possibile l’aspetto temporale (sono passati 130 anni da allora, figuriamoci) ed accogliendo invece con precisione le indicazioni spaziali (“un salotto di una località balneare”, al quale aggiunge una pennellata di De Chirico), Cruciani studia la guerra dei tre. Senza risparmiarci un colpo. Ricordandoci a piè sospinto che è sempre questione di sesso (o secondo Strindberg, di disparità dei sessi). Mettendo a fuoco i repentini cambi tattici. 

Sprezzante e poi gatta morta lei, Viola Graziosi, consapevole, elegante, sempre padrona sempre di sé. Signorile flaneur prima, manipolatore e farabutto poi, lui, il Gustav di Graziano Piazza. Prostrato e sottomesso il povero Adolf. Cui Rosario Lisma, concede il nervosismo succube dei perdenti sempre, la debolezza febbricitante di chi sta male dentro. Bravo. A tratti, persino naturalistico. 

Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

È ovvio, ma non naturale né naturalistico, che alla fine vince lei. O meglio: vince la misoginia di quel genio squilibrato che fu Strindberg, mandato ai pazzi dalle sue tre mogli. Le donne, che mascalzone… Così, almeno, la raccontava lui. Facciamo finta di credergli.

Costruttori di immaginario

Una precisazione, infine. Non mi stanco mai di dire che una cosa è il profilo artistico (il drammaturgo Strindberg, in questo caso). Gli artisti sono costruttori di immaginario). Altra cosa è il profilo biografico (l’uomo Strindberg). Sovrapporre le due personalità è a volte una forzatura, a volte un errore. Ma la storia biografica aiuta senz’altro capire e a interpretare una storia artistica.

Strindberg con i tre figli avuti dalla prima moglie, Siri von Essen

– – – – – – – – – –
I CREDITORI
di August Strindberg
traduzione Maria Valeria Davino e Katia De Marco
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza
scene Anna Varaldo
costumi Erika Carretta
luci Gianni Staropoli
drammaturgia sonora John Cascone
movement coach Marta Ciappina
produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato

STORIE – Trattoria con vista. Un golfo per Francesco Macedonio

Non è la stessa notorietà che hanno avuto – mettiamo – Harold Pinter, oppure Milva, o alcuni degli altri artisti protagonisti di STORIE, i miei Incontri con uomini e donne straordinari (ne trovate in questo blog almeno una dozzina, qui oppure qui).

Ma per me, e per molti di quelli che leggeranno questo post, il nome di Francesco Macedonio è altrettanto importante. Più importante, anzi.

Francesco Macedonio
Francesco Macedonio

Perché quassù a Nordest, il regista Francesco Macedonio è stato generatore di una svolta e poi punto fermo del teatro che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni.

Il teatro delle lingue

Mi spiego. Per quella che è stata, nel tempo, la storia d’Italia, ci sono città che anche a teatro hanno dato dignità alta e alta rilevanza alla loro lingua – o se volete, al loro dialetto – anche a teatro: Venezia, Napoli. Pure Palermo, e più in generale la Sicilia. È superfluo che vi dica perché, o che vi elenchi gli autori: è una cosa che fa parte del dna culturale della nazione.

Altre città, come Firenze, Bologna, Genova, Bari, che pure hanno coltivato le loro lingue – o se volete dialetti – non sono riuscite a costruire altrettanto forti drammaturgie. E il bolognese, il fiorentino, il genovese, il barese, le loro parlate insomma, sono rimaste di preferenza legate al teatro amatoriale, alle filodrammatiche, alle compagnie dilettanti.

Varianti adriatiche. Di terra e di mare

Francesco Macedonio, in quasi cinquant’anni di progetti teatrali e con la sua attenzione alla lingua che ancora si parla, in tante varianti, sulle coste dell’Adriatico settentrionale, nella città di Trieste, e nei dintorni, è riuscito nell’impresa di darle qualità artistica e spessore teatrale. Di farne un tramite d’arte. E ha aperto un lungo filone, che ancora adesso, a più quattro decenni dalle sue prime prove, si nutre di autori e spettatori numerosissimi.

Carpinteri e Faraguna - Le Maldobrìe

Dalle Maldobrìe (inizio anni ’70), le storie di terra e di mare, raccontate nei dialetti istro-dalmati delle coste e dei porti dell’Adriatico (autori Carpinteri & Faraguna) alla rievocazione di eventi fissati nella storia locale: A casa tra un poco (I foghisti dell Lloyd) (1976, autori Roberto Damiani e Claudio Grisancich). 

Dal sodalizio con Tullio Kezich (per un affettuosa trilogia autobiografica del critico cinematografico, nato e cresciuto a Trieste, o per curiose rivisitazioni della vita di Italo Svevo, L’ultimo carneval, anni ’90) al lavoro di memoria collettiva avviato poi con giornalisti come Roberto Curci (Sariàndole, Tramàchi) e Pierluigi Sabatti (Vola colomba). 

Francesco Macedonio e La Contrada

Attraverso la loro scrittura, e con le regie a cui Macedonio metteva mano, i dialetti dell’alto Adriatico hanno trovato una dignità teatrale e un assetto professionistico, sia presso il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, sia presso la compagnia di teatro popolare da lui stesso co-fondata, nel 1976, La Contrada.

Nel 2004, a 87 anni, Macedonio è scomparso. In quella Gorizia dov’era cresciuto e aveva sempre vissuto, a poche centinaia di metri dalla Stazione Transalpina, posta tra Italia a Slovenia e tagliata a metà, negli anni della guerra fredda, dalla Cortina di Ferro. Ma diventata ora uno dei confini più facilmente valicabili di tutta Europa.

Dieci anni dopo

Qualche sera fa, a Trieste, al Teatro Bobbio, sede della Contrada, si è voluto ricordare la poetica e la carriera di Francesco Macedonio. In una lunga serata, nella quale spezzoni video, fotografie, ricordi dei suoi interpreti, frammenti di aneddotica, hanno ridisegnato a 360 gradi la sua personalità e il suo lavoro (che non si limitava a Trieste, ma si era esteso, per esempio a Bologna).

Francesco Macedonio
Screenshot

A tanti racconti ho aggiunto anch’io un breve contributo che, tra le altre cose, rievocava questo episodio della mia, e della sua, vita. Ve lo racconto in questo nuovo capitolo di STORIE.

La collina sopra il golfo

2012, giugno mi pare. Francesco aveva appena vinto il premio teatrale Flaiano, così qualche sera dopo, decisi di festeggiare con lui, e lo portai a cena in una trattoria sul mare. Di solito, i posti dove incontrarci li sceglieva lui, nella pianura friulana, o attorno a Gorizia. Quella volta fui io a scegliere un posto, proprio quello, su una collina dell’ultima città prima del confine sloveno: Muggia. Un ristorante di pesce, con la terrazza che dall’alto spaziava su tutto il golfo di Trieste

Il golfo di Trieste, sullo sfondo il profilo delle Alpi Giulie e Carniche

Era quasi sera, guardando a Nord, oltre i cantieri Monfalcone, si potevano scorgere, chissà, Gorizia e il Collio, famoso per i vini, e ancora più in là, forse, i monti della Slovenia, verso Idria, il paesino dove lui era nato e dove aveva visto per la prima volta il cinema, proiettato su un lenzuolo. 

Se ci voltava a Sud, a riflettersi nel mare era la costa istriana, quella dei racconti di terra e di mare che lui aveva messo in fila nelle Maldobrìe. Tra Nord e Sud, nel mezzo, Trieste nella mezza luce del tramonto. La città che lo aveva fatto diventare regista. 

In cerca di un’auto

A un certo punto, puntando il dito a Nord, a Sud, dappertutto, e con un tono che voleva essere solenne, che avrebbe voluto toccargli il cuore, gli ho detto: “Cesco, questa xè tutta roba tua” (Francesco, questa è la tua storia). È rimasto pensieroso per un po’, ma non si è scomposto più di tanto. “È vero, è vero. Hai ragione” ha risposto. Fine.

Non era vero però, che non si fosse turbato. Me lo aveva nascosto. Quando siamo tornati a riprendere la sua automobile, aveva in subbuglio in testa, e non ricordava affatto dove l’aveva posteggiata. Due ore buone siamo stati, lungo i moli di Trieste, avanti e indietro, oramai nella notte, per ritrovare la vettura, sperando che il carro attrezzi non l’avesse portata via. 

Che quadretto. Che teatro. Regista e giornalista, appiedati davanti al mare, persi nella notte. In cerca, non di un autore, ma di un’auto.

Da Bassano a Pompei. Inseguendo Napoleone

Dalle Alpi alle Piramidi. Era il tour proposto dalla famosa ode napoleonica che abbiamo tutti studiato a scuola. 

Ora: evitando l’Egitto, Paese non particolarmente sicuro (il caso di Giulio Regeni è ancora aperto) e rinunciando alla gloria (“fu vera gloria?”), vorrei suggerire in questo post un altro itinerario, ugualmente interessante e pure di belle soddisfazioni. Tutto made in Italy, poi. Dal ponte di Bassano alle pietre di Pompei.

Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei
Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei

Sono stati appena presentati due festival estivi che potrebbero scandire i mesi più caldi della vostra estate 2024, se deciderete di concedervi qualche fine settimana a Nord, oppure a Sud. In due dei luoghi più iconici (si dice così, no?) della nostra penisola.

Bassano, la città veneta celebre per il ponte, su cui darsi la mano, oltre che per l’encomiabile distilleria di grappa, la più antica d’Italia (dal 1739).

E Pompei, che città invece era stata prima che il vulcano che la sovrasta, imbizzarrito, la distruggesse con una ricaduta di fuoco, lava, ceneri, pomici, lapilli.

Pompei, le pietre, i tramonti

Da otto edizioni, da quando cioè il Teatro Grande degli scavi ospita il festival Pompei Theatrum Mundi, alla marea dei turisti che, sotto il solleone, visitano le antiche pietre e la scabrose “stanze dell’amore”, si è aggiunto, la sera, l’arrivo di un altro inaspettato numero di visitatori.

Al tramonto, a giugno e luglio, quando la suggestione del luogo tocca vertici supremi grazie al dialogo tra le luci e le rovine, centinaia di persone si accomodano sui sedili di pietra per recuperare, in forme contemporanee, il sapore dell’antico.

Nel senso che Pompei Theatrum Mundi è un festival dedicato alla manutenzione della drammaturgia antica, greca e latina, rielaborata e riattivata da alcuni fra i maggiori autori e registi italiani, internazionali, contemporanei. Citato da Roberto Andò (il direttore del Teatro di Napoli, che si occupa anche della programmazione di Pompei), Italo Calvino ci ricordava che rileggere un classico impone la domanda del chi siamo e del dove siamo arrivati. E fa bene ogni tanto porsi la questione.

Sembra inoltre (lo avrebbe riferito lo storico latino Cassio Dione) che quando il Vesuvio, la sera fatidica del 79 aC, diede avvio alla furibonda strage, borbottando prima, esplodendo poi, i cittadini pompeiani si trovassero riuniti proprio a teatro. La vita qui finiva, ma la vita anche qui rinasce.

Pompei Theatrum Mundi 2024

Pompei, il programma

Tratta dal comunicato stampa, ecco la sintesi dei quattro spettacoli, frutto della collaborazione tra Teatro di Napoli e Parco Archeologico di Pompei, che si replicheranno ogni fine settimana nelle serate di giovedì, venerdì e sabato, tra il 13 giugno e il 13 luglio 2024.

Si partirà il 13 giugno con la prima assoluta di Odissea cancellata, opera di Emilio Isgrò, con la regia di Giorgio Sangati su installazione scenica dello stesso Isgrò, una produzione del Teatro di Napoli. Le gradinate del Teatro Grande si trasformeranno in una gigantesca video-installazione. E mentre i versi dell’Odissea impressi sulla pietra dei gradini verranno cancellati a vista, dalle cancellature stesse prenderà vita il testo. Cancellando Omero (tornando cioè alla fonte primaria dell’epica) l’artista siciliano ha selezionato solo i frammenti ritenuti essenziali e, sradicandoli dal loro contesto, restituirà loro nuova e inaspettata forza.

Da giovedì 27, un altro debutto nazionale. Si tratta di De Rerum Natura (There is no planet B), liberamente ispirato poema di Lucrezio, su ideazione, adattamento e regia di Davide Iodice e drammaturgia di Fabio Pisano. Iodice e Pisano tornano a collaborare insieme dopo il successo di Hospes- Itis, in un lavoro dove i temi del poema latino precipitano fragorosamente nel nostro presente.

Terzo appuntamento, da giovedì 4 luglio, è Edipo Re di Sofocle con l’adattamento e la regia di Andrea De Rosa. Simbolo dell’eterno dissidio tra libertà e necessità, tra colpa e fato, nella nuova regia di De Rosa, che torna per l’occasione a lavorare con Fabrizio Sinisi, la tragedia ruota attorno alla verità, proclamata, cercata e misconosciuta: “Il sapere è terribile, se non giova a chi sa”.

Quarto e ultimo spettacolo sarà Fedra, Ippolito portatore di corona di Euripide, con la regia di Paul Curran nella traduzione di Nicola Crocetti, in scena da giovedì 11 luglio, una creazione nella quale Napoli rinnova la collaborazione con l’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, che coproduce lo spettacolo. Affidata alla sensibilità del regista scozzese, noto per le innovative interpretazioni di opere classiche, l’antica narrazione di Fedra riecheggia con sorprendente attualità nel contesto odierno. 

Emilio Isgrò
L’artista e scrittore siciliano Emilio Isgrò

Bassano, là ci darem la mano 

Diversa storia, quanto è diversificata l’Italia, quella di Bassano del Grappa. Che è un tranquilla città, veneta e di provincia, con i suoi 43mila abitanti ben fieri di quel magnete turistico di cui ho parlato prima, il ponte.

Non dimenticherei però, qualche decina di chilometri più su, a Possagno, l’impareggiabile gipsoteca che raccoglie i più importanti modelli in gesso di Antonio Canova. E qui, il Napoleone che avevamo snobbato all’inizio, ci sta (e non lo pubblico, che sennò Facebook me lo censura).

Il modello realizzato da Canova per Le tre Grazie

A chi si interessa inoltre di spettacolo dal vivo e si indirizza verso luoghi dove teatro, musica e danza interagiscono attraverso formati innovativi, la città offre il valore aggiunto del suo Bassano OperaFestival.

Nato come programmazione estiva del Comune, cresciuto grazie alla determinazione e all’intuito dell’ingegnosa Rosa Scapin, Bassano OperaFestival è diventato un punto di riferimento importante, anche per il fervore con cui schiera in campo progetti nuovi, accende le luci su prime assolte e debutti, esplora prospettive e finanziamenti internazionali.

Per mettere a segno un cartellone che di anno in anno anno si fa più attrattivo per il numero di nuovi (e non solo) artisti che riesce a convogliare nel territorio, che alla città aggiunge i centri della Pedemontana veneta: Castelfranco, Marostica, la valle del Brenta…

Bassano OperaEstate 2024

Bassano, il programma

Di nuovo, sulla base sul comunicato stampa, ecco una sintesi forzatamente ridotta, visto il programma di oltre cento eventi, che si svolgeranno tra il 2 luglio e il 15 settembre 2024). Il programma completo è qui.

Nella sezione Danza molti i progetti interdisciplinari che intrecciano linguaggi diversi: così è per l’evento Un Amico, che vede insieme per la prima volta il musicista Mario Brunello con il coreografo Virgilio Sieni in una serata omaggio al mondo della musica di Ezio Bosso, grande amico di Mario Brunello. Tra le altre composizioni anche Roots, la sonata per violoncello e pianoforte che Ezio Bosso scrisse e dedicò a Brunello 10 anni fa. (29/7). Alessandro Sciarroni, Leone d’oro alla Biennale, sarà al festival con il suo nuovo lavoro U., che dà corpo a una coreografia di voci, un inno di gioia, speranza e amore (26/7). Due tra le coreografe italiane più innovative: Cristina Kristal Rizzo, riunisce straordinari danzatori nel suo nuovo Monumentum the second sleep, (31/7) e Silvia Gribaudi con MM Contemporary Dance Company, in Grand Jeté, propone una riflessione divertente sui cliché della danza e del balletto (2/8). 
Al confine tra danza e installazione artistica, Gruppo Nanou propone una creazione coreografica tra architetture di luce e di oggetti che omaggia Shining di Stephen King e la ancor più celebre trasposizione cinematografica di Kubrick (20 e 21/7). 
Un grande ritorno è quello con Sharon Fridman, che in Go Figure crea una coreografia intrisa di poesia e forza fisica, equilibrio e leggerezza, potenza e precisione, per i corpi non conformi dei suoi danzatori. (6/8). 
Le futuristiche Bolle, disegnate da Fuksas per le distillerie Nardini, ospitano infine Michele Di Stefano con la sua compagnia MK in Creatures. Album degli abitanti del Nuovo Mondo che unisce l’architettura dei corpi all’architettura contemporanea, mettendo in connessione le competenze specialistiche differenti ma complementari proprie della danza e dell’architettura. (9 e 10/8).

Fuksas Bolle Bassano Nardini
Le Bolle ideate da Massimiliano Fuksas per la Distilleria Nardini

Per la sezione Teatro, a Bassano sarà in scena il nuovo progetto di Motus: Frankenstein, che affronta il capolavoro di Mary Shelley guardando al Mostro come metafora della diversità (23/7). In prima nazionale Anagoor con la nuova produzione nata per il tedesco Theater an der Ruhr : Bromio con Marta Ciappina, che incrocia danza, performance, teatro e musica, sviluppando un rituale poetico di trance, per vivere la comunità in modo nuovo (prima nazionale 26 e 27 luglio); Marco Paolini ambienta invece alla Tagliata della Scala in Valbrenta, Latitudini, un primo studio ispirato alla figura umana e scientifica di Charles Darwin (18 e 19 luglio). 

Particolarità del Festival è proprio la sua ambientazione nei luoghi di rilievo del territorio e del suo patrimonio: ville, palazzi, paesaggi. E così la nuova creazione per i Dance Well dancers di Castelfranco Veneto – la pratica di danza per persone con Parkinson, nel 2023 Premio Rete Critica e Premio Speciale Danza&Danza – è affidata al coreografo Matteo Marchesi, in scena in Villa Parco Bolasco (13/7); in prima nazionale Villa Dolfin Boldù di Rosà, ospita la nuova produzione di Stivalaccio Teatro, Strighe Maledette! (11/7), mentre Alessandro Bergonzoni nel parco di Villa Cerchiari a Isola Vicentina prosegue le sue sperimentazioni linguistiche nel nuovo Sempre sia rodato (22/7). A Marostica, sulla Collina del Pigrotto, la mega scultura del cane creato da Elena Xausa, giovane illustratrice da poco scomparsa, i Fratelli Dalla Via in Nulla è più invisibile, riflettono proprio sui monumenti e sul rapporto tra il ricordare e l’agire (3/8). 

Accoglie stili e linguaggi differenti anche il programma dedicato alla Musica, che si apre con il collettivo dei C’Mon Tigre in Habitat live, dal loro ultimo lavoro, acclamato tra i migliori dischi del 2023 (12/7). Prosegue con il programma dedicato ai giovani talenti della classica: il violinista Giovanni Andrea Zanon con Martin James Bartlett al pianoforte (13/7), che cura anche il programma Leonora Armellini e un Quintetto di fiati (25/7), la pianista Eva Gevorgyan (8/8) e il duo violoncello pianoforte formato da Luca Giovannini e Leonardo Colafelice (11/8). 
Appuntamento con la classica il 4 agosto con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius nella Nona Sinfonia di Beethoven che, in occasione del centenario dalle composizione, esprime ideali di libertà, pace e solidarietà così necessari in questi tempi. 

B.Motion. Il contemporaneo. Realmente

Una sezione, che considero assai stimolante, si colloca poi nelle ultime settimane del Festival (tra il 21 agosto e il primo settembre). B.Motion, modellato adesso da Michele Mele, dopo essere stato consolidato da Roberto Casarotto, si concentra su linguaggi del contemporaneo e artisti emergenti.

B.Motion a Bassano
Una precedente edizione di B.Motion

Senza costringersi alla separazione di generi, anche perché in questi lavori, danza, musica e teatro si fondono grazie a nuove pratiche di spettacolo che spesso portano allo scoperto i corpi vulnerabili (vedi un precedente post su Dance Well), le dinamiche del gioco e del videogioco, gli archivi della memoria individuale e collettiva, i legami con lo sport.

A Bassano insomma, anche questa estate, si prova a disegnare il vasto panorama del realmente contemporaneo. Seguendo questo link trovate il programma dettagliato (ma anche qui e qui). Di B.Motion riparleremo poi a suo tempo.

Biennale 2024 dal vivo. Biglietti a/r per un altrove trasversale

Nonostante il nome, La Biennale di Venezia fa parlare di sé molto più spesso. È infatti un flusso continuo di notizie e eventi ciò che l’istituzione veneziana, specializzata in arti contemporanee e in cinema, architettura, spettacolo dal vivo e archivio, macina di mese in mese. 

Dopo aver reso pubblici i nomi degli artisti che quest’anno verranno premiati con i Leoni d’oro e con quelli d’argento (questo è il link alla sezione news del sito), è venuto questa mattina il momento di annunciare, dalla Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian, i titoli delle creazioni che tra giugno e ottobre prossimi, andranno a formare la Biennale 2024 dal vivo.

Quella Biennale DMT, che mette in campo – definizione che bene si adatta all’urbanistica veneziana – Danza e Musica e Teatro nei rispettivi Festival.

Biennale 2024 cartelloni festival DMT

Le date

Due sono le settimane durante le quali ciascuna manifestazione porterà in laguna e presenterà al pubblico un ventaglio di titoli italiani, ma soprattutto internazionali, selezionati dai direttori alla quarta e ultima tornata del loro mandato. 

Introdotti dal nuovo presidente Pietrangelo Buttafuoco, che succede da quest’anno a Roberto Cicutto, ecco dunque:

Niger et Albus, 52esimo Festival Internazionale del Teatro (15 > 30 giugno, direttori Stefano Ricci e Gianni Forte), qui l’annuncio dei Leoni 2024 d’Oro e d’Argento teatrali

We Humans,  18esimo Festival Internazionale di Danza Contemporanea (18 luglio > 3 agosto, direttore Wayne McGregor) qui l’annuncio dei Leoni 2024d ‘Oro e d’Argento coreografici

Musica Assoluta,  68esimo Festival Internazionale di Musica Contemporanea (26 settembre > 11 ottobre, direttrice Lucia Ronchetti), qui l’annuncio dei Leoni 2024 d’Oro e d’Argento musicali.

Wayne Mc Gregor, Lucia Ronchetti, Stefano Ricci e Gianni Forte
Wayne Mc Gregor, Lucia Ronchetti, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori Biennale 2024 dal vivo

Qui sotto il video completo della presentazione di questa mattina a Ca’ Giustinian.

https://www.youtube.com/live/elB8G4tHew8?feature=shared

Estrapolati da alcuni passaggi del comunicato stampa che accompagna i tre Festival e dalle presentazioni dei direttori, ecco gli artisti e i momenti salienti dei tre festival.

Il Teatro: bianco e nero, direzioni precise, senza ripensamenti. 

Il mondo è a colori ma la realtà è in bianco e nero, suggeriva Wim Wenders. “Se non riusciamo a immaginare un mondo migliore e più armonioso” hanno detto Stefano Ricci e Gianni Forte nel raccontare per filo e per segno il loro programma“non avremo mai i mezzi necessari per ricostruirlo. Niger et Albus, titolo di questa 52esima edizione del Festival, è allora la promessa di una nuova luce che si fa strada”.

Biennale Teatro 2024

Il programma

La nuova creatività trova spazio nel 52. Festival Internazionale del Teatro con drammaturghi, registi, performer autori del proprio teatro. Sono gli artisti selezionati per le diverse sezioni di Biennale College, progetto sviluppato nell’arco di un’annualità o di un biennio e che si prolunga in un programma di produzioni e co-produzioni.

E’ il caso di Stefano Fortin e Carolina Balucani, autori rispettivamente di Cenere e Addormentate, testi che presentano ora in forma compiuta in coppia con i registi Giorgina Pi e Fabrizio Arcuri, fra i più sensibili alle nuove drammaturgie e ai nuovi linguaggi della scena e che già li avevano accompagnati nelle mise en lecture viste allo scorso festival.

Sempre sul fronte della drammaturgia, quest’anno sarà la volta di Rosalinda Conti, autrice selezionata al termine del laboratorio di scrittura con Davide Carnevali lo scorso anno, con Così erano le cose appena nata la luce, di cui si vedrà la lettura scenica curata da Martina Badiluzzi; mentre la seconda vincitrice del bando drammaturghi, Eliana Rotella e il suo Livido verrà visto sempre sotto forma di lettura scenica per mano di Fabio Condemi.

Anche Ciro Gallorano, dopo una serie di tappe di avvicinamento da cui esce vincitore del College Registi, avrà modo di sviluppare e presentare sul palcoscenico del festival il suo Crisalidi, “un’indagine intima attorno alle grandi domande evocative nelle opere di Virginia Woolf e Francesca Woodman, in risonanza con le inquietudini dell’oggi”.

Fresco di nomina sul fronte della performance site specific è, infine, Elia Pangaro con il progetto Bolide | deus ex machina, “un lavoro sulla velocità che caratterizza il nostro tempo annullandone il senso”, di cui si vedrà l’esito finale nel corso del Festival.

I “game-changer” della scena contemporanea, compagnie che sono espressione di nuove forme della teatralità e un nuovo modo di essere spettatori, saranno ospiti del 52. Festival Internazionale del Teatro. 

Back to Back Theatre, la pluripremiata formazione australiana che trova nella disabilità uno strumento di indagine artistica, vincitrice del Leone d’oro alla carriera, sarà per la prima volta in Italia alla Biennale con un suo spettacolo, Food CourtGob Squad Theatre, il collettivo anglo-tedesco che riceverà il Leone d’argento, sarà presente con due opere emblematiche: Creation (Picture for Dorian) che riflette con ironia sulla relazione tra artista opera e spettatore, ed Elephants in Rooms, installazione visiva a schermi multipli, che illumina quattordici finestre dei nostri interni sicuri da cui guardare il mondo.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’ensemble lituano – costituito dalla scrittrice Vaiva Grainytė, la musicista Lina Lapelytė, la regista Rugile Barzdžiukaitė e già premiato con il Leone d’oro per il miglior padiglione alla Biennale Arte 2019 – con Have a Good Day!, un’opera che allinea dieci cassiere in un supermercato con un pianoforte per un affondo sottilmente eversivo dei nostri riti consumistici. 

Il regista drammaturgo iraniano Amir Reza Koohestani, da anni presente sulle maggiori scene d’Europa con il suo Mehr Theatre Group fondato a Teheran nel ’96, sarà a Venezia con il suo ultimo spettacolo, già di culto, Blind Runner, dove il corpo a corpo ad alta tensione psicologica tra un uomo e una donna si intreccia alla Storia.

L’attore, autore, regista affermatosi sulla scena non solo britannica per la forza dei suoi testi, Tim Crouch, sarà in scena con Truth’s a Dog Must to Kennel nella parte del Fool di Re Lear, dando corpo e voce all’ultimo tassello di un ciclo di monologhi, spin-off di commedie e tragedie del Bardo che affrontano Sheakespeare dalle retrovie, ricorrendo allo sguardo dei personaggi minori.

Reduci dal successo parigino per l’installazione Bar Luna, realizzata al Centre Pompidou con Alice Rohrwacher, la regista Claudia Sorace e il drammaturgo e sound artist Riccardo Fazi, nucleo artistico di Muta Imago, proseguendo nella ricerca sulla natura e la percezione del tempo, affrontano per la prima volta un classico del teatro, Tre sorelle di Cechov, con una riscrittura che condensa tutte le voci dei personaggi in quelle delle tre protagoniste pur mantenendosi fedele all’originale.

Milo Rau e il suo teatro militante, che sovverte le regole creando situazioni al limite tra spettacolo e indagine sociale, arte, politica, storia e cronaca giornalistica. Come la nuova creazione che presenterà alla Biennale, Medea’s Children, che prende spunto, ancora una volta, da un vero e proprio caso criminale, per intrecciare tragedia moderna e tragedia classica.

Gob Squad, Vaiva Grainyté, Lina Lapelyté, Rugilé Barzdžiukaité, Davide Carnevali, Tim Crouch, Muta Imago, Gianni Staropoli saranno, inoltre, artisti in residenza per le masterclass che integrano il programma del festival. Attori, performer, drammaturghi, video artisti, registi, giornalisti, scrittori, studiosi, light designer potranno fare domanda di partecipazione fino a lunedì 8 aprile. Il bando è sul sito della Biennale all’indirizzo www.labiennale.org

La Danza: sudore trasferito nel respiro e nei battiti del cuore

Artisti che sfruttano le capacità dell’essere umano per superarne il potenziale, mentre ci ricordano con calma, grazia e urgenza che ciò che Noi Esseri Umani condividiamo è molto più grande di tutto ciò che ci divide. We Humans è il titolo del Festival di danza 2024” ha scritto Wayne McGregor.

Biennale Danza 2024

Il programma

Così lungo l’intero arco del festival si vedrà De Humani Corporis Fabrica, film/installazione di Véréna Paravel e Lucien Castaing-Taylor, registi e antropologi che firmano documentari sperimentali noti ai maggiori festival. In cinque diversi ospedali di Parigi i due cineasti seguono le più innovative tecnologie endoscopiche con cui la medicina osserva e opera per un viaggio dentro il mistero del corpo umano che sfida limiti fisici e culturali. 

Anche la danza cyborg della svizzera Nicole Seiler apre nuove strade e pone nuovi interrogativi. In Human in the Loop la Seiler sottopone a uno “stress test” l’IA, provando a farne l’innesco del processo creativo con i danzatori in scena. Uno sconfinamento tra umano e artificiale che esplora il corpo tecnologico e il corpo biologico.

Un nuovo modo di sperimentare la danza ai tempi dell’IA è offerto anche dalla formazione taiwanese Cloud Gate, che festeggia i suoi cinquant’anni con la danza cosmica di Waves, concepita dal coreografo Cheng Tsung-lung con l’artista digitale Daito Manabe. I movimenti dei danzatori, tradotti in dati informatici, sono rielaborati dall’IA e trasmutati in nuove forme danzanti in dialogo con i danzatori in scena. 

Cinema d’animazione, teatro, musica, danza sono compresenti in Antechamber, opera degli artisti e musicisti Romain Bermond e Jean-Baptiste Maillet, noti come Stereoptik. Lo spettacolo è il making of di un corto, che narra il risveglio alle meraviglie del mondo di un ragazzo, e immerge il pubblico nel prender forma delle idee, nel materializzarsi di un personaggio, nell’evolversi di una storia, svelando il processo creativo della coppia. 

L’idea del processo creativo come performance è anche alla base di Find Your Eyes del pluripremiato fotografo britannico Benji Reid, che ha battezzato la sua pratica artistica choreo-photolist, facendo coesistere nelle sue creazioni fotografia, danza, teatro, racconto. Find Your Eyes s’ispira alla sua vita – esplorando vulnerabilità, tragedia e successo attraverso la lente del fotografo. Coreografando tre performer, Reid trasforma il palcoscenico nel suo studio fotografico e crea davanti al pubblico vere e proprie fotografie in movimento.

All’incrocio fra danza contemporanea e radici afro si colloca la ricerca del coreografo colombiano e attivista Rafael Palacios, allievo di Germaine Acogny e Irène Tassembédo, che in vent’anni di carriera ha affermato la diversità della danza afro-colombiana. Con la sua compagnia Sankofa Danzafro, per la prima volta in Italia, Palacios presenta Behind the South: Dances for Manuelispirato al romanzo epico di Manuel Zapata Olivella, Changó, el Gran Putas, sull’esperienza diasporica africana tra mitologia, spiritualità, radici ancestrali. 

Riattiva il mito classico Ruination, che la compagnia britannica di teatro danza Lost Dog, per la regia e la coreografia del fondatore Ben Duke, porta in scena con spirito anticonformista e in chiave contemporanea. Il mito di Medea trova espressione in un dramma giudiziario, riscritto con fantasia e umorismo in un mix di danza, musica, teatro.

Il programma di commissioni, produzioni e coproduzioni della Biennale Danza, che destina risorse alla nuova creazione coreografica attraverso bandi nazionali e internazionali e attraverso Biennale College, ma anche attraverso la collaborazione con festival e istituzioni internazionali, vedrà in scena al 18. Festival Internazionale di Danza Contemporanea, nomi in ascesa accanto a nomi già consolidati della scena contemporanea. 

Il dinamico duo Miller de Nobili (MdN), vincitore del bando nazionale per una coreografia inedita, con una visione che mescola break dance, danza contemporanea e danza urbana a tecniche teatrali, presenterà There Was Still Time, ispirato al mondo di Samuel Beckett.

Noemi Dalla Vecchia e Matteo Vignali, alias Vidavé, anche loro vincitori del bando nazionale per una nuova coreografia, scavano nel passato con Folklore Dynamics, fra storie, proverbi, giochi, superstizioni e gesti delle diverse tradizioni che prendono forma nel movimento. 

Accanto a loro Melisa Zulberti, regista, coreografa, artista visiva argentina e vincitrice del bando internazionale per nuove coreografie, porterà alla Biennale il suo progetto interdisciplinare, Posguerra.

Cuore pulsante del festival sono i giovani artisti di Biennale College – 16 danzatori e 2 coreografi – che dal 6 maggio al 3 agosto saranno in residenza a Venezia con un programma dedicato di apprendistato artistico che sia occasione di trasmissione di saperi, ma anche di confronto e cimento delle proprie esperienze e della propria creatività, un programma che culminerà nella presentazione di nuove coreografie commissionate dalla Biennale. Si tratta della nuova creazione in prima mondiale di Wayne McGregor, pensata per la Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido e realizzata in collaborazione con gli stessi danzatori del College unitamente ai componenti della Company Wayne McGregor.

Sempre in prima mondiale The Bench di Cristina CaprioliLeone d’oro alla carriera, che sarà maestra e creatrice per e con i danzatori del College. Infine duenuove creazioni originali ideate dai coreografi che verranno a breve selezionati, condivise e realizzate con gli stessi danzatori del College.

Fra le coproduzioni della Biennale Danza spicca Tangent di Shiro Takatani, cofondatore e direttore artistico di Dumb Type, un nucleo di artisti che della ricerca tecnologica ha fatto uno stile di vita e impiega media diversi nel proprio lavoro, che trova espressione in mostre d’arte e installazioni museali, performance, produzione di audiovisivi, vantando collaborazioni con Ryoji Ikeda e Ryuichi Sakamoto. Tangent, con cui Shiro Takani dopo quasi dieci anni torna al lavoro per il palcoscenico, esplora lo spazio liminale tra arte, scienza e tecnologia.

In controtendenza, Alan Lucien Øyen sceglie un approccio analogico per Still Life, interpreti Daniel Proietto e Mirai Moriyama. Regista, coreografo e artista, esponente di punta di un’area fertile per le arti performative come il Nord Europa, Alan Lucien Øyen è uno dei due coreografi chiamato a creare per il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, oltre che coreografo stabile all’Opera e al Balletto nazionale norvegese e fondatore di un collettivo di artisti, “winter guests”.

Infine, sempre in coproduzione con la Biennale, la compagnia indipendente con sede a Barcellona GN|MC, ovvero la catalana Maria Campos e il libanese Guy Nader, presenta un nuovo lavoro, “un’ode alla vita e alla sua fragile atmosfera”, un incontro fra danzatori che impiegando schemi di movimento ripetitivi e ciclici, evoca un’atmosfera ipnotica che altera la nostra percezione visiva trasformandola in un paesaggio di entità viventi.

Tra i più seguiti coreografi della sua generazione, il destinatario del Leone d’argento Trajal Harrell, che ha portato le sue creazioni tanto in luoghi d’arte come in festival e teatri – fra cui MoMA, Stedelijk Museum, Biennale di San Paolo, Biennale di Gwangju, Festival di Avignone, The Kitchen di New York – inaugurerà e concluderà il festival con Sister or He Buried the body e Tambourines. Due lavori esemplari di quella “archiviazione fittizia” con cui Harrell rigenera materiale storico e forme della danza pre-esistenti.

Percorrerà il Festival un tributo al Leone d’oro alla carriera Cristina Caprioli, danzatrice, coreografa, teorica sperimentale, accademica e curatrice,che con i suoi lavori esprime un’idea di coreografia come “discorso critico in continuo movimento”, in cui l’atto creativo non è mai disgiunto dalla riflessione. DeadlockFlat HazeSilver sono fra i suoi ultimi lavori, cui si aggiunge The Bench, che Cristina Caprioli stessa, facendosi mentore d’eccezione, creerà per e con i danzatori e coreografi selezionati di Biennale College.

La Musica: un ritorno alle forme pure

Il Festival cercherà di analizzare il significato della musica quale linguaggio autonomo, entrando nel laboratorio dei compositori e degli interpreti più rigorosi e inventivi che elaborano partiture, programmi, codici e performance, senza alcun riferimento extra-musicale e senza riferimenti visivi” ha detto Lucia Ronchetti. In altre parole, Musica Assoluta.

Biennale Musica 2024

Il programma

Il festival si articolerà in dieci sezioni.
La sezione Polyphonies “presenta complesse composizioni per orchestra, con solisti e trattamento elettronico. Le tecniche sofisticate sviluppate dai celebri compositori coinvolti in questa sezione, attraverso la costruzione di raffinate stratigrafie sonore, generano monumentali architetture acustiche”.Tre i concerti in programma: con l’Orchestra del Teatro La Fenice che insieme all’Ensemble Modern, Tito Ceccherini sul podio, presenta le prime italiane del Leone d’oro alla carriera Rebecca Saunders (Wound) e Unsuk Chin (Shards of Silence); con l’orchestra della WDR Sinfonieorchesterdi Colonia diretta da Ilan Volkov, interprete di brani di Marco Momi (co-commissione della Biennale), di Beat Furrer in prima italiana, e di Bernd Alois Zimmermann; con la Frankfurter Opern-und Museumsorchester diretta da Thomas Guggeis per le due commissioni della Biennale a Luca Francesconi (Sospeso) e Salvatore Sciarrino (Nocturnes).

Assolo è una sezione “incentrata su raffinate e virtuosistiche composizioni strumentali, secondo l’idea concettuale che la scrittura per strumento solista possa rendere un’espressione completa dell’estetica di un compositore”. Il pianista francese Bertrand Chamayou eseguirà pagine della letteratura pianistica di George BenjaminUnsuk Chin, insieme a un nuovo brano di Miles Walter, giovane compositore americano di Biennale College. La pianista giapponese Chisato Taniguchi sarà interprete di una selezione dei lavori pianistici di Alberto Posadas, accanto al nuovo lavoro commissionato dalla Biennale a Miharu Ogura. La violista americana Hannah Levinson presenterà la prima assoluta di Jaeduk Kim, compositore sudcoreano di Biennale College, insieme alle prime italiane della compositrice iraniana Bahar Royaee e del compositore americano Michael Pisaro-Liu.

Listening/Hearing è uno “spazio installativo per l’ascolto individuale che sarà realizzato durante tutto il festival nelle Sale d’armi E dell’Arsenale, con la diffusione del suono curata dal compositore e sound engineer Thierry Coduys. Questo antro sonoro presenterà opere di musica elettronica digitale e acusmatica, composte in studio o generate in concerto con tecnologie innovative, per evidenziare le tendenze attuali dell’elettronica finalizzata alla ricerca della musica assoluta”. Ci saranno opere di compositori come Dmitri Kourliandski (Mosca), Patricia  Kopatchinskaja(Chișinău), Natasha Barrett (Norwich), François J. Bonnet (Parigi), Hanna Hartman (Uppsala), Mattia Parisse (Terni), proveniente da Biennale CollegeJohn Zorn (New York), Ali Nikrang (Teheran), oltre a due classici della ricerca elettroacustica come De Natura Sonorum di Bernard Parmegiani Bohor di Iannis Xenakis.

La sezione Sound Structures è “dedicata a vaste composizioni che esplorano la natura fisica del suono, conducendo il pubblico in un viaggio immersivo all’interno della realtà delle emissioni acustiche”. Verranno eseguiti due capolavori per percussioni: Le Noir de l’étoile di Gérard Griseycon l’ensemble ET-ET, insieme a Federico Tramontana e Alexsandra Nawrocka, provenienti da Biennale College, e la prima italiana di Tutuguri VI- Kreuze di Wolfgang Rihm con il collettivo tedesco Christian Benning Percussion Group, che eseguirà anche la prima assoluta, commissionata dalla Biennale, del compositore israeliano-palestinese Samir Odeh-Tamimi.

L’ensemble americano Yarn/Wire sarà interprete di un’altra commissione della Biennale alla compositrice svedese Lisa Streich e della prima italiana di Zeno Baldi. La sezione presenta anche una performance della raccolta di concerti L’estro Armonico di Antonio Vivaldi con la Venice Baroque Orchestra diretta da Andrea Marcon “per mettere in evidenza il lavoro straordinario e ante-litteram del compositore veneziano nell’ambito di una ricerca strumentale pura e autonoma”. Conclude la sezione un concerto dell’Ensemble Modern, Leone d’argento del festival, che unisce il Leone d’oro Rebecca Saunders con la prima italiana di Skull e un pezzo per percussioni della compositrice di Hong Kong Alice Hoi-Ching Yeung, selezionata da Biennale College.

Absolute Jazz presenta “solisti di diversa provenienza culturale che fanno riferimento al linguaggio jazzistico nella loro ricerca improvvisativa, intesa come prassi compositiva basata su codici riconosciuti”. Saranno in scena: Georg Vogel, performer viennese, con il suo Claviton; la violinista e compositrice libanese Layale Chaker e il suo violino a sei corde; il trombettista statunitense Peter Evans e il percussionista, pianista e compositore americano Tyshawn Sorey, esponente di spicco di una nuova generazione di performer/compositori decisi a superare gli schemi e le divisioni tra i generi.

Counterpoints presenta “grandi meccanismi contrappuntistici presenti nell’ambito della scrittura attuale, strutture complesse che si animano e si dissolvono nel tempo dell’ascolto, dispositivi musicali che trasportano gli ascoltatori in paesaggi sonori escheriani”.

Ci saranno due lavori fondanti della compositrice russa Galina Ustvolskaya eseguiti dalla violinista Patricia  Kopatchinskaja e dal pianista Markus  Hinterhäuser; il quartetto francese Quatuor Béla presenterà una prima assoluta, commissionata dalla Biennale, di Tristan Murail e una di Hristina Susak, giovane compositrice serba di Biennale College. Il quartetto newyorkese Attacca Quartet presenterà la prima assoluta di daisy, di David Lang, accanto al capolavoro di George Crumb, Black Angels. Infine, il Kandinsky Quartet, quartetto d’archi viennese selezionato attraverso i bandi di Biennale College, che eseguirà lavori del repertorio quartettistico contemporaneo di Salvatore SciarrinoGeorg Friedrich Haas e del giovane compositore sloveno Vito Žuraj.

Solo Electronics comprende tre concerti che si svolgeranno nel Padiglione 30 di Forte Marghera con pubblico in piedi e libero di muoversi con rinomati protagonisti dell’elettronica sperimentale e tecnologie sofisticate”. Ci saranno le esibizioni live del compositore e chitarrista irlandese Sam Barker, il sound artist canadese Tim Hecker, la dj tedesca di origini mozambicane Cecilia Tosh; performance di Richard Devine, producer di Atalanta, Pan Daijing, musicista e artista cinese di stanza a Berlino, e Søs Gunver Ryberg, artista danese, un concerto che rinnova la collaborazione con il CTM di Berlino; infine il dj palestinese Muqata’a e l’artista e musicista ungherese Zsolt Sörés/Ahad con due nuovi lavori (commissione della DAAD di Berlino) che evidenziano le caratteristiche linguistiche delle due grandi tradizioni musicali, rielaborate con una straordinaria perizia tecnica; infine il producer sudafricano Robert Machiri

Pure Voices è una sezione volta a suggerire la possibilità che la musica vocale, se legata a un testo rarefatto e destrutturato, distillato dalla sua portata semantica e comunicativa, possa dare origine a progetti di musica pura, conducendo l’ascoltatore a un’esperienza estatica e meditativa”. Nella  Basilica di San Marco, il Coro della Cappella Marciana diretta da Marco Gemmani eseguirà lo Stabat della compositrice svedese Lisa Streichaccanto allo Stabat Mater di Pierluigi da Palestrina e allo Stabat Mater di Giovanni CroceCatherine Simonpietri dirigerà l’ensemble vocale parigino Sequenza 9.3, interprete di un programma dedicato alla musica vocale assoluta, con lavori della compositrice lettone Santa Ratniece, dellacompositrice lituana Justė Janulytė e di Arvo Pärt.

Musica Reservata è un “concetto di elaborazione compositiva ideato nel Rinascimento per sottolineare che la musica sperimentale doveva essere inizialmente rivolta a un pubblico selezionato o addirittura concepita solo per il compositore stesso e i suoi interpreti, da il titolo ad una sezione che presenta lavori di ricerca ambiziosa per uno strumento o piccolo ensemble strumentale di virtuosi”. Ci saranno la compositrice e violista da gamba austriaca Eva Reiter con il suo nuovo lavoro commissionato dalla Biennale, in dialogo con le musiche di Monsieur De Sainte Colombe, in collaborazione con la violista da gamba Romina Lischka.

I solisti veneziani Massimo Raccanelli e Cristiano Contadin e il giovane violista da gamba italiano Giulio Tanasini eseguiranno brani di Benedetto Marcello e la prima esecuzione assoluta della compositrice tedesca Isabel Mundry.La sezione è completata dalla performance della compositrice e polistrumentista iraniana Golfam Khayam, basata sulla musica tradizionale persiana e sulle tecniche ornamentali nell’ambito della performance improvvisativa.

Un ricordo

Un ricordo affettuoso da parte dei direttori è andato alla memoria di Elena Leonardi, collaboratrice alla attività di produzione della Biennale, scomparsa pochi giorni fa, in un tragico incidente in laguna.

Tutti a brindare con Čechov. Dopo la maratona di Parma

Atti unici è stato un progetto di Teatro Due Parma. Otto piccoli lavori di Anton Čechov, nove mesi di lavoro, sei spazi, due traduttori, ventisei attori, più macchinisti, sarte, elettricisti, fonici, assistenti. Alla fine, sabato scorso, la maratona.

Le nozze

Nei bassifondi

Bisogna scendere una scala stretta, tortuosa. Avventurarsi nel seminterrato. Fare attenzione a non sbattere la testa. Attraversare poi la sala caldaie. Più in là gli archi in mattoni di ciò che un tempo – agli inizi del secolo scorso – furono i Bagni pubblici di Parma, lasciano intuire, nella semioscurità, l’ambiente sotterraneo.

Luci fioche. Panche lungo le pareti. Terra umida per pavimento. Non se sia solo immaginazione, la mia, ma c’è sentore di muffa. Eppure sono in un teatro, ciò che sto per vedere è uno spettacolo. Una serie di spettacoli, anzi.

L’edificio dei Bagni, sorto 120 anni fa, ospita oggi il Teatro Due di Parma. L’attuale sistemazione, con sale, salette, ridotti, foyer, uffici, spazi comuni, l’anfiteatro all’aperto sul retro, e quell’incredibile sottosuolo, è davvero un luogo ideale in cui ambientare la maratona, che attraverso otto atti unici di Čechov e attraverso i suoi tanti, curiosi strambi personaggi, in un lunga giornata, guiderà noi spettatori verso la notte.

Studi, scherzi, schizzi

Siamo dunque qui, nei bassifondi. Potrebbe anzi essere proprio il dramma di Maxim Gor’kij (più noto come L’albergo dei poveri) ciò che ci attende. In realtà, è un breve studio teatrale, da cui il maestro russo del realismo trasse forse ispirazione, e che vive delle stesse disperazioni. Povertà, freddo, rabbia, alcolismo.

Sulla strada maestra -Atti Unici
Sulla strada maestra

Sono i temi che attraversano Sulla strada maestra, il primo degli otto titoli di Čechov che ci attendono, squadernati in una sola giornata, nella quale si sintetizza, in oltre sei ore, il progetto che Teatro Due ha pensato di costruire , fin dal 9 gennaio scorso, attorno alle produzioni minori del commediografo del Gabbiano.

Che nei momenti in cui non doveva esercitare la professione di medico, o non si affaticava a cesellare i propri capolavori (dal Gabbiano appunto al Giardino dei Ciliegi), schizzava con mano felice piccoli quadretti teatrali, comici loro malgrado. Studi o scherzi, li chiamava lui. Ma minori fino a un certo punto.

Atti unici. Contro le donne

Aveva questa capacità il medico Anton Pavlovič Čechov: saper leggere il tragico della vita, i conflitti, le malattie, perfino la morte, con una leggerezza che sarebbe piaciuta a Italo Calvino.

E soprattutto, in questi Atti unici, darle un ritmo brillante, un vociare impetuoso, uno sguardo inclusivo, che accoglie infelicità, malinconie, feste di nozze, ridicole conferenze, attacchi di panico, ubriacature e – l’avreste mai pensato? – insolenze contro le donne. Chissà quanto sincere. Chissà.

L'anniversario - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
L’anniversario

Il tabacco e i suoi danni

Dalla bettola di provincia, unta e bisunta, che si trova appunto Sulla strada maestra, al punto di incrocio tra storie diverse, di ricchezza che si trasforma in miseria e di fede che diventa medicinale, la Maratona Čechov ci trasporta ben presto altrove.

I danni del tabacco - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
I danni del tabacco

Per esempio là dove un conferenziere dalla parlantina inarrestabile (Antonio Rosti) ci istruisce su I danni del tabacco e sui guai per la salute che quel vizio può comportare. Ma soprattutto sui propri guai, famigliari, scatenati, a suo dire, dal piglio con cui la moglie irregimenta la di lui vita.

Trentatré svenimenti

Tocca subito dopo, a quei due o tre titoli che, affidati ad attori bravi (ma anche, a volte, ai meno bravi) scoccano inesorabili dardi comici alla volta dello spettatore.

L'orso
L’orso

E si ride di gusto per L’orso, in cui e Bruna Rossi e Alberto Astorri, in grande forma, si affrontano testa a testa. Lei la vedova (ovviamente inconsolabile), lui il creditore (giustamente ruvido).

Un gran duello di battute orchestrato dalla regia di Nicoletta Robello, in cui compariranno pure due pistole. Stavolta viene però smentito il luogo comune cechoviano che vuole che, se sono in scena, le pistole a un certo punto sparino

Non spareranno affatto. Esploderanno semmai in un bacio umido, che salverà pure la pelle dell’affannato servitore Mauro Maliverno

Una domanda di matrimonio
Una domanda di matrimonio

Non si sta neanche dietro alla velocità con cui tre attori (Massimiliano Aceti, Irene Paloma Jona, Giovanni Carta) scandiscono la puntigliosa Domanda di matrimonio, costellata dai celebri svenimenti (33 in tutto, su tre testi) che Mejerchol’d aveva contato e portato in scena, prima di fare la drammatica fine che poi hanno fatto, lui e il suo rivoluzionario teatro biomeccanico. Teatro che qui la regia di Matteo Tarasco, prova a reinventare in chiave fluo.

Uno spiraglio sulla sala vuota

Un po’ meno noti, certo non meno garbati, Tragico suo malgrado e L’anniversario, ci aprono la vista su altri spazi del Teatro Due. Perché poi, quando saremo accomodati su un palcoscenico, il sipario discosto svelerà in uno spiraglio anche la platea vuota della Sala Grande. 

È proprio la sala dove mi era capitato di veder recitare, molti molti anni fa, Bernhard Minetti, e che era stata il primo approdo italiano di Eimuntas Nekrošius per Parma Teatro Festival. Anni Ottanta. Con le emozioni di allora, ascolto perciò Roberto Abbati, tra i fondatori a quel tempo del Collettivo di Parma e tra gli animatori di quel Festival.

Di Čechov, Abbati ha scelto Il canto del cigno. Sono i pensieri di un attore di successo e di età importanti, che ripercorre grandezze e mali della propria arte. Ma è anche, palesemente, la sua storia. 

Il canto del cigno - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
Il canto del cigno

Nozze e fichi secchi

Si finisce che è già notte. Nell’ampiezza dello Spazio Bignardi, Le nozze mettono infine attorno a un tavolone, allestito per il gran banchetto, tutti noi spettatori.

Per farci scoprire, nel crescendo trash e sboccato, che i matrimoni coi fichi secchi si possono anche fare. Poi però restano sullo stomaco.

Le nozze - Atti Unici  Cechov - Teatro Due Parma
Le nozze

Champagne

Così continuo a chiedermi, tornando all’albergo inebriato di Čechov – ma forse è il mix di prosecco e vodka – perché questo autore continui, a 120 anni dalla morte, a catturare artisti e pubblico. Sempre con risultati positivi.

Un tentativo veloce di risposta ho provato a darlo, parlando del restyling del Gabbiano firmato da Liv Ferracchiati (vedi qui). Proverò a pensarci al prossimo appuntamento con Čechov, medico e scrittore, che proprio in Il canto del cigno scrive: “Dove c’è arte e talento, non esiste vecchiaia, né solitudine, né malattie, e anche la morte non sarà così tremenda”. 

Čechov morì nel 1904, a soli 44 anni, sorseggiando una coppa di Moët, dopo aver rifiutato l’ossigeno che il medico si era prodigato per ottenergli. Così almeno ce la raccontano Irène Némirovsky e Raymond Carver.

«È tanto che non bevo champagne» disse. Bisognerebbe saperlo imitare.

– – – – – – – – – – – – – – – – –
MARATONA ATTI UNICI
di Anton Čechov
traduzioni di Fausto Malcovati e Giovanni Gorla
regie di Mateo Tarasco, Antonio Rosti, Nicoletta Robello, Roberto Abbati
costumi Elisabetta Zinelli
luci Luca Bronzo
foto di scena Andrea Morgillo
produzione Fondazione Teatro Due

SULLA STRADA MAESTRA
con Giovanni Carta, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Fabio Pasquini, Franca Penone, Bruna Rossi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

I DANNI DEL TABACCO
con Antonio Rosti

TRAGICO SUO MALGRADO
con Luca Nucera, Pavel Zelinskiy

L’ORSO
con Alberto Astorri, Mauro Malinverno, Bruna Rossi

L’ANNIVERSARIO
con Francesco Biscione, Lidia Castella, Andrea Mattei, Franca Penone, Francesca Somma, Pino Tufillaro

UNA DOMANDA DI MATRIMONIO
con Massimiliano Aceti, Giovanni Carta, Irene Paloma Jona

IL CANTO DEL CIGNO
con Roberto Abbati e Pino L’Abbadessa

LE NOZZE
con Massimiliano Aceti, Lidia Castella, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Dino Lopardo, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Bruna Rossi, Massimiliano Sbarsi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

Bidibibodibiboo. Una favola per oggi, sul tempo e sul lavoro

Dopo il debutto a La Spezia e le repliche a Teatro Contatto a Udine, Bidibibodibiboo di Francesco Alberici arriva tra qualche giorno (dal 20 febbraio al 3 marzo) al Piccolo di Milano, sala Grassi.

Salvatore Aronica, Francesco Alberici - ph Francesco Capitani
Salvatore Aronica, Francesco Alberici – ph Francesco Capitani

Tutta un’altra musica

La prima cosa a cui Pietro dovrebbe pensare quando si sveglia è il suo lavoro, il suo incubo, la sua devastazione. E invece dice: “La prima cosa a cui penso al mattino è soltanto la musica”. 

Pietro lavora in una di quelle multinazionali nelle quali a tutti piacerebbe lavorare. Quelle che nel momento iniziale del reclutamento promettono: “rispettiamo il coraggio e l’originalità di pensiero, difendiamo idee, confrontiamo angolazioni di pensiero”. E prospettano poi “un percorso professionale basato sul senso di comunità”. Insomma, avete capito quali. Quelle in cui vorreste lavorare anche voi.

Credetemi, non è così

Da quando Pietro è stato ha assunto a tempo indeterminato, ha scoperto che le cose non stanno così. Appunto. Da 74 chili che pesava, Piero ha superato gli 80, e adesso è sugli 86. La psoriasi che all’inizio aveva colpito le gambe, ora gli rovina la faccia. La sua posizione in azienda precipita ogni giorno di più. Una via crucis.

Alla macchinetta del caffè, la sua capa, in maniera informale, amichevolissima, gli rimprovera performance sotto media e lo incoraggia. Ma gli ventila pure il licenziamento. Magari non usa proprio questa parola, dice opzioni alternative e sfidanti, dice exit strategy. Che, in quelle aziende, vuol dire la stessa cosa.

Pietro comunque dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Bidibibodibiboo - Francesco Alberici- ph Francesco Capitani
Francesco Alberici, Daniele Turconi – ph Francesco Capitani

Pietro e Daniele

La storia di Pietro ce la racconta suo fratello, Daniele. Che invece lavora in teatro: attore, autore, regista. Professione creativa, che dà soddisfazioni. Daniele ha chiesto a Piero se può presentare al suo pubblico quella storia. Ci ha costruito sopra un copione, ci ha vinto un premio di drammaturgia, ora sta per andare in scena con lo spettacolo. Lavorare con l’arte è mestiere che tutti vorremmo fare. Creativo.

Ma è davvero così? È la domanda che ci rivolgeremo, noi spettatori, a fine spettacolo. Davvero esiste un divario, uno scarto radicale tra chi ha scelto la strada della creatività (del teatro, della musica, e del precariato perenne, va aggiunto) e chi ha scelto la sicurezza del posto fisso, la routine della scrivania (e la logica massacrante della competitività, dentro l’azienda, tra colleghi, e fuori dell’azienda, tra competitors).

E Pietro dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Scrittura contemporanea

Credo sia questo lo snodo (almeno uno degli snodi) attorno ai quali Francesco Alberici ha costruito Bidibibodibiboo. Testo, finalista 2021 al Premio Riccione di drammaturgia, che viene ora portato in scena, con soluzioni di rottura, rispetto al ron ron, che ammorba molta scrittura contemporanea.

Bidibibodibiboo è un spettacolo fuori ordinanza. Quei 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento, che mettono in gioco tutta la compagnia che produce lo spettacolo: i liguri Gli Scarti. Con i loro attori, i figuranti di questa favola al nero, con note di autofiction.

C’è Maria Ariis, tormentata madre, modernamente all’antica (e anche quello delle aspettative famigliari è uno snodo importante). C’è Daniele Turconi, che fa il compulsivo fratello di Pietro (e anche il benessere mentale è un tema). E ci sono ancora, in ruoli che sarebbe un peccato svelare: Salvatore Aronica, Andrea Narsi e altri.

Maria Ariis- ph Francesco Capitani
Maria Ariis- ph Francesco Capitani

Tutti ben calibrati – mi sembra – su quello stile non interpretativo, diretto, interlocutivo verso il pubblico, al quale nei cinque anni di lavoro con la compagnia Deflorian/Tagliarini, Alberici si è attrezzato. Pure con bei risultati personali (il premio Ubu 2021 come migliore attore under 35, in particolare per Diario di un dolore e Chi ha ucciso mio padre), conquistati nell’area del teatro italiano più vitale.

Un teatro nel quale anche Daniele, l’artista (cioè il personaggio nel quale si proietta Alberici) è comunque un tassello, la funzione di un sistema aziendale. Che magari non produce componenti informatici, ma orienta e segrega i talenti creativi, la passione per le arti, nel labirinto di quelle procedure che, regolano, ad esempio, lo spettacolo dal vivo.

Tanto le regole antiche e non scritte (ancora dell’Ottocento capicomicale), tanto l’algoritmo (nato dieci anni fa tra le pieghe di un criticato decreto legislativo, che ha messo nero su bianco criteri di performance quantificati con minuzia).

Bidibibodibiboo - La compagnia - ph Francesco Capitani
ph Francesco Capitani

Life Work Balance

Insomma, non è soltanto questione di posto fisso vs precariato, o di soldi sicuri vs libertà creativa. Né solo di nuovi asset nel mondo del lavoro, quelli che ottimizzano il life work balance, e che oltre la forza-lavoro di marxiana memoria, mettono a profitto anche talenti, passioni, aspirazioni di chi lavora soddisfatto.

È questione, anche e soprattutto, di tempo. Quel tempo che a tutti sembra sfuggire di mano. Nonostante sia stata proprio la componentistica digitale e il magico mondo delle applicazioni, a comprimerlo, a dilatarlo, a accelerarlo, a renderlo oggi un iper-tempo.

Per questo Bidibibodibiboo fa il paio con l’altro titolo importante di questa stagione, Il capitale, di Kepler-452 (leggi qui). Anche là, di lavoro e di tempo si parla, pur dal punto di vista di una fabbrica, diciamo poco creativa, che per decenni ha prodotto semiassi automobilistici.

Sarebbero da vedere assieme, uno dopo l’altro, questi due spettacoli. E proprio a Udine, nel cartellone di Teatro Contatto, ciò è successo.

Bidibibodibiboo. Una favola di oggi, sul tempo e sul lavoro

Aggiungo due cose

Il discorso sul tempo, sulla tirannia del tempo, dà il titolo a un bel libro, da cui prende le mosse anche Bididibodidiboo, un saggio scritto dalla sociologa Judy Wajcman. Leggerlo, è il mio suggerimento. Anzi se proprio volete, acquistatevi in pochi secondi l’e-book e leggetelo sull’e-reader: guadagnerete tempo. ; -)

Judy Wajcman - La tirannia del tempo

La seconda riguarda il titolo, Bidibibodibiboo. Forse niente a che fare con il magico mondo che, cantando, la Fata presenta a Cenerentola nel celebre cartone di Disney. Molto a che fare invece con l’opera omonima dell’iper-scultore Maurizio Cattelan.

Nella quale, imbalsamato, scorgiamo uno scoiattolo suicida, un attimo dopo che si è sparato il colpo di pistola: gli occhi ancora aperti, la testa riversa sul tavolo di formica gialla, un lavabo alle sue spalle, il boiler dell’acqua calda. Tutti oggetti che lo spettacolo di Alberici riporta in scena.

Maurizio Cattelan – Bidibibodibiboodiboo

Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: la ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare.

– – – – – – – – – – – – – – 
BIDIBIBODIBIBOO
regia e drammaturgia Francesco Alberici
testo creato nell’ambito dell’École des Maîtres 2020/21
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
e con Federico Maso per la replica di Udine
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri

produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. In coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano. 

Sul lago con Čechov e Liv Ferracchiati. Samovar o bottiglie di prosecco?


Al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 febbraio è in scena Come tremano le cose riflesse nell’acqua, una revisione del Gabbiano di Anton Čechov, alla quale ha lavorato Liv Ferracchiati.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Insomma, c’è questo lago. Pare sia stregato. Un lago però è un lago è un lago, e solo l’attenzione spasmodica che gli rivolgono i personaggi (e con loro anche noi, spettatori) lo rende tale. Un’attenzione così totale che la sua immagine impegna, in video, luminosissima, l’intero fondale del Teatro Studio Melato

E fa sì che il trascorrere dei suoi colori – dal giorno pieno fino al tramonto rosso e torpido – si rifletta sulle facce del pubblico. E le trasformi.

È così stregato quel lago, che trasforma anche il titolo dello spettacolo. Invece che Il gabbiano (si tratta infatti di un remake della commedia di Čechov), si intitola Come tremano le cose riflesse nell’acqua. Capite bene che è un lago importante. È un personaggio.

Camilla Semino Favro, Marco Quaglia - ph Masiar Pasquali
Camilla Semino Favro, Marco Quaglia – ph Masiar Pasquali

Al posto del samovar, bottiglie di prosecco

Dopo aver messo mano a una precedente commedia di Čechov (ma tanto meno bella, il Platonov, oltre che all’Hedda Gabler di Ibsen), ancora una volta nel doppio ruolo di drammaturgo e di regista Liv Ferracchiati ha preparato questa revisione del più struggente fra i titoli cecoviani.

Ne ha conservato tutta l’architettura drammatica, la dinamica dei sentimenti, le aspirazioni e le rinunce alla vita. Ma le ha astratte da quella Russia degli ultimissimi anni dell’Ottocento, dov’era nato il testo. 

Ha tolto pure i samovar: che sono diventati bottiglie di prosecco. E gli ha dato invece un’ambientazione nuova, nuove parole, nuove espressioni, nuove gag. Anche perché a Cechov le battute, l’umorismo, le situazioni burlesche piacevano un sacco, e ne scriveva in continuazione.

Roberto Latini, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Roberto Latini, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

In questo spettacolo, il personaggio del Maestro domanda al Dottore, in visita nella villa sul lago: “Dottore, lei che ha così fortemente in mano la sua vita e che ha così tanto viaggiato e vissuto, mi chiedevo, qual è la città che le piace di più?”. Micro-pausa. Il Dottore: “La Spezia. Scherzo. Genova”.

Sempre il Maestro, alla Vicina di cui è innamorato, ma non ricambiato, anzi. “Ti dà fastidio che io ti parli?”. “Ho mal di stomaco, scusa”. “Dovrei avere una bustina di Malox nella tasca della giacca…”. “Non importa”. “No, ma ce l’ho sicuramente, soffro spesso di mal di stomaco, ho il colon irritabile… succede a chi è sensibile”.

Che è una revisione esatta del non-amore che legherà la Mas’a dell’originale (Maria per Ferracchiati) a quel disperato nell’anima, povero in canna del Maestro. Accompagnato poi dalla musica del più cecoviano dei nostri cantautori anni ’60: Luigi TencoMi sono innamorato di te.

Come faceva Stanislavskij. Come si fa oggi

E ancora: mentre in Čechov, nella biblioteca della villa sul lago, si trovavano titoli di Maupassant, qui, oltre a Maupassant, si trova pure qualche libro di David Foster Wallace.

A suggerire quel titolo così particolare – come tremano le cose riflesse nell’acqua – è infatti una frase da un racconto (Caro vecchio neon) dello scrittore statunitense.

Giovanni Cannata, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Giovanni Cannata, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

Il che potrà infastidire i cultori del samovar. Ma – se ci si pensa bene – di altro non si tratta che di una traduzione aumentata e accordata ai tempi che viviamo. In cui, tra innamorati, non ci si scrive più lunghe lettere, ma si chatta. E i giovani artisti, come il giovane Figlio (nell’originale si chiama Kostja) occupano il tempo smanettando. Anche sulle consolle dei videogiochi.

E quindi: dobbiamo decidere tra prendere in mano Čechov come faceva Stanislavskij nel 1898, oppure farlo come si fa oggi nel mondo (Le tre sorelle della brasiliana Christiane Jathay, per esempio) ma anche in Italia (le stesse tre sorelle, nella proposta di Muta Imago, o Il giardino dei ciliegi ristrutturato da Kepler-452, o ancora i recenti lavori di Leonardo Lidi).

Il frenetico rumore dei tasti del computer, non esclude comunque un frinire di cicale. In fin dei conti, siamo in riva a un lago.

Laura Marinoni, Giovanni Cannata - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni, Giovanni Cannata – ph. Masiar Pasquali

Spericolato Ferracchiati

Nella sua spericolata impresa, Ferracchiati ha avuto al proprio fianco un angelo custode, uno che Čechov lo conosce meglio delle proprie tasche: il nostro più autorevole slavista, Fausto Malcovati. Che su Čechov e sulle regie cecoviane di Stanislavskij ha speso decenni di studi e ci ha consegnato indispensabili libri.

M. P. Roksanova [Nina] e K. S. Stanislavskij [il Romanziere] allestimento di Mosca 1898

Anche Malcovati avrà apprezzato – suppongo io – che Ferracchiati abbia voluto, come primi attori (così si diceva un tempo), Laura Marinoni e Roberto Latini e abbia cucito loro un po’ di battute addosso. Per lei la Madre (“una grande attrice forse in declino”). Per lui il Romanziere (“uno a cui piace pescare, ma deve scrivere”).

Laura Marinoni - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni – ph. Masiar Pasquali

Entrambi superbamente nella parte. Lei, con i suoi cinque cambi d’abito, visto che le stagioni passano (ma al modo delle divine di un tempo, tipo Valentina Cortese). Lui, con il timbro vocale avvincente (il Figlio al Romanziere: “Lei ha una voce molto profonda”).

Da tenere sott’occhio

Sintonizzati su nuovi personaggi, sono anche Nina, energica e impaziente e poi desolata, di Petra Valentini (“una che vuole fare l’attrice o la rivoluzione”), il Dottore sornione e sazio della vita di Marco Quaglia, lo Zio (“che voleva essere, e non è stato”) di Nicola Pannelli, la Vicina di Camilla Semino Favro (“porto il lutto per la mia vita, sono infelice”, dice precisamente Čechov), che al posto di masticare tabacco si scola cicchetti di Porto, invecchiato in rovere. E spiaccica in terra le prugne.

Con un ulteriore apprezzamento al casting, che ci fa scoprire le smanie artistiche del Figlio, attraverso l’interpretazione del giovane e sensitivo Giovanni Cannata. “Mi piace molto perché riesce a essere sempre naturale e in connessione con quello che gli accade intorno” dice di lui Ferracchiati. E lo veste proprio come il suicida Foster Wallace, fascia in fronte compresa.

E scopriamo pure l’arrendevole Maestro di Cristian Zandonella. Diplomati tutti e due da poco, alla D’Amico e alla Paolo Grassi, saranno da tenere sott’occhio, ai prossimi appuntamenti.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Resta il lago stregato. Personaggio che non parla, ma è sempre presente. “Si dice che nei punti più profondi si possa vedere il fondo oltre mille metri più in basso; io stesso ho visto una tale profondità, con rocce e montagne immerse nel blu turchese, che mi ha fatto rabbrividire”, scriveva Čechov in una lettera. Il tremore si addice ai laghi. E ai gabbiani.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Čechov e l’ourangutan

“Peccato per le risate del pubblico”. È di ieri il commento di uno spettatore su Facebook. Ben vengano le risate invece. Čechov ne sarebbe entusiasta, perché a lui ridere piaceva, nonostante la malattia ai polmoni avanzasse. 

Diceva: “In teatro ho una tale sfortuna, ma una tale sfortuna, che se sposassi un’attrice nascerebbe un orangutan, o qualche mostro simile”.

Nel famoso allestimento di Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, 1898, Olga Knipper interpretava Arkadina, l’attrice “in declino”. Tre anni dopo Čechov sposa proprio Knipper. E non nacque nessun orangutan, conferma Malcovati.

– – – – – – – – – – – – – – – – 
COME TREMANO LE COSE RIFLESSE NELL’ACQUA 
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati 
liberamente ispirato a Il gabbiano
di Anton Čechov
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suoni spallarossa
video Alessandro Papa
consulenza letteraria Fausto Malcovati

con Giovanni Cannata, Roberto Latini, Laura Marinoni, Nicola Pannelli, Marco Quaglia, Camilla Semino Favro, Petra Valentini, Cristian Zandonella

dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
assistente volontaria alla regia Eliana Rotella 
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Due serve, una padrona, tanti oggetti. Veronica Cruciani rilegge Jean Genet

Da pochi giorni ha debuttato a Bologna una nuova produzione di Emilia Romagna Teatro FondazioneLe serve, scritto dall’autore francese nel 1947, il tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

A proposito di classici moderni

Diciamolo subito. Le serve di Jean Genet non è un classico. Nemmeno un classico del Novecento, come si usa dire a proposito di certi Brecht, Beckett oppure Pinter.

Invece – come aveva intuito il regista Massimo Castri mettendolo in scena, controvoglia, alla fine degli anni ’80 –  Le serve “sono un vuoto gioco di specchi, annebbiato da noiosi tourbillon erotico-masochistici”.

Vediamo di che si tratta. Due sorelle, cameriere al servizio di un ricca e sofisticata Signora, in sua assenza, giocano al gioco della serva e della padrona.

Frustrate e depresse come sono, la adorano, la invidiano, la odiano, vorrebbero vederla morta. E mentre la Signora è fuori di casa, approfittano dei suoi abiti, dei gioielli, dei belletti, inscenando spesso un privatissimo teatrino, in cui immaginano di assassinarla. 

All’improvviso però il campanello squilla, la Signora rientra, e si ritorna nella realtà. O quasi. Perché la volta che sembra la volta buona, quando provano a far fuori la Signora con una tisana avvelenata, il tentativo va a vuoto e le due si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Fedeli però all’insano copione, che da tempo si sono messe in testa, trangugeranno loro stesse il bibitone mortale. Forse.

copertina  Genet Les bonnes

“Una scrittura tronfia e datata – sbottava Massimo Castri – il prodotto di un autore enfatico e decadente, ripetitivo e ideologico”. Si capisce insomma che al regista toscano (scomparso dieci anni fa) Jean Genet stava sullo stomaco.

Perché allora metterlo in scena?

Perché Le serve offre al teatro la sontuosa parte di Madame, la Signora. Parte che permette ad attrici fuori dell’ordinario una prova al tempo stesso snob, eccentrica, salace.

Sarebbe stata perfetta per Paolo Poli, se avesse una volta tanto deciso di cimentarsi con testi non suoi. Come era stata perfetta per Copi, il romanziere, drammaturgo e fumettista argentino che arrivava in scena, giraffesco, caracollando su tacchi altissimi, in lontana regia di Mario Missiroli.

Copi nella parte di Madame  (1981)- Le serve - regia Mario Missiroli
Copi nella parte di Madame (1981) – Le serve, regia Mario Missiroli

Magari il severo filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre, vero e decisivo sponsor di Genet, non se la immaginava proprio così, alla Copi, alla Paolo Poli. Ma Madame è affare da uomini. Ed è stata spesso interpretata da uomini. Meritevoli della penna di un Arbasino.

Trio femminile

La pensa diversamente Veronica Cruciani, decisa a smentire, con un trio femminile, la solenne stroncatura artistica di Castri. Per Madame, la regista punta su Eva Robin’s, attrice che non si può dire manchi di originalità.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Con movimenti, intonazioni, atteggiamenti che ricordano vagamente Poli o anche Copi (di cui è stata spesso interprete), fornita di un lussureggiante guardaroba, da stilisti parigini, Robin’s fa il suo ingresso in scena spinta su una cassa di trovarobato teatrale, cilindro in testa, stola di pelliccia, cangiante abito azzurro. Alla Marlene. Insomma Madame si addice a Robin’s. Scelta azzeccata.

Anche le parti delle due Serve esercitano un fascino perverso. Se le sono contese fior di attrici. Basti ricordare che, in Italia, se ne erano impossessate Piera degli Esposti, Adriana Asti, Manuela Kustermann, Franca Valeri, Lucilla Morlacchi, Anna Bonaiuto. Per dirne solo alcune, passate alla storia.

Serve che parlano, spolverano poco 

In questo caso Matilde Vigna e Beatrice Vecchione svolgono il loro compito in modo adeguato. Spolverano poco, recitano molto. Senza però portare fino in fondo un suggerimento che mi sembra di poter leggere nella regia di Cruciani.

Viene messa da parte la chiave novecentesca con i conflitti di classe (e di genere, di etnia, di status sociale, di minoranza) che Jean Genet, sempre molto annebbiato, misturava puntando di volta la propria attenzione sui negri, sui maghrebini, oppure ladri, o detenuti, o marinai, come il sopravvalutato Querelle. E mi sembra che invece traspaia, e si addica di più ai nostri tempi, qualcosa del thriller

Un giallo criminale, che muovendo le mosse da quella tisana al veleno, per indizi, a ritroso, si incarica di svelare attraverso una – questa sì, originale – rivolta degli oggetti, il criminoso disegno delle due domestiche piene di invidia. Che Cruciani veste peraltro alla maniera delle gemelline di Shining.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Gli oggetti chiacchierano

Un guanto di gomma da cucina, una cornetta del telefono mal collocata, una sveglia dimenticata fuori posto, tracce di fard sul volto, una chiave rivelatrice, la calligrafia delle lettere anonime, fanno il resto. Le cose parlano, chiacchierano, sventano i piani, spiattellano i segreti, puntano il dito sulle due scellerate.

E le costringono all’ennesimo teatrino in cui, riconoscendosi colpevoli, si consegneranno ai gendarmi e/o berranno loro stesse il veleno. Nemmeno fossero Socrate. E sono invece due poveracce, fuori della realtà, oltre che di testa, sempre alle prese con il proprio delirio. Rito o cerimonia, come noiosamente si ripete a proposito di questo testo.

Che però merita non una nota sola, ma due

Scritto da Genet nel 1947 Le serve (Les bonnes) prende lo spunto da un caso criminale realmente accaduto a Les Mans, negli anni ’30. Riporta Wikipedia, sulle tracce del quotidiano Paris-Soir dell’epoca:

Due sorelle di nome Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni, a servizio da almeno 4 anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono madre e figlia. Lo fecero con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con accanimento. Commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice non fornirono alcun motivo comprensibile del loro atto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividerne interamente la responsabilità”.

Le sorelle Christine e Léa Papin  il 2 febbraio del 1933 massacrarono orribilmente la signora Lancelin e la giovane figlia
Le sorelle Papin

Questo sì è molto avvincente, something thrilling. Se ne erano occupati nientemeno che Jacques Lacan e Cesare Musatti, psicoanalisti eccellenti.

Inoltre, nelle sue note, intitolate Come recitare Le Serve, oltre alla solita opzione maschile, e sconsigliando ogni forma di realismo, Genet prescrive: ”Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate di...”.

E qui mi fermo, perché educazione vuole. Ma voi potete facilmente leggere il seguito. Basta googlare.

– – – – – – – – – – –
LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna
scene Paola Villani
costumi Erika Carretta
movement coach Marta Ciappina
produzione CMC-Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
in tournée