Sogno di una Abramovic di mezza estate

Non c’è via d’uscita. L’arte contemporanea se la deve vedere sempre con la parodia dell’arte contemporanea. Marina Abramovic insegna. Ma forse non è Marina Abramovic.

Marina Abramovic

Puoi prenderla dal punto di vista di Alberto Sordi, in visita con la moglie alla Biennale di Venezia in quell’episodio cinematografico – Le vacanze intelligenti (1978) – che resta ancora un capolavoro d’ironia e un impeccabile soggetto comico. E anche uno straordinario richiamo per vistare oggi la Mostra veneziana.

Oppure dal punto di vista di Virginia Raffaele (2017). Che con l’imitazione di Marina Abramovic, “madre di tutte le performance” ha sfondato oramai le visualizzazioni su YouTube.

In mezzo, ci metterei volentieri quei due minuti della Grande Bellezza di Sorrentino, quando una certa Talia Concept invasatissima (l’attrice triestina Anita Kravos, “quattro ore di ciak e un fortissimo mal di testa”) si sbatte contro le pietre antiche del Parco degli Acquedotti a Roma.

L’arte contemporanea insomma va presa sul serio. Ma si può anche prenderla in giro.

Una sera di mezza estate

Così in una sera d’estate mi è capitato di incontrarla di nuovo. Forse non era Marina Abramovic, ma certo era la parodia di Marina Abramovic. 

Andrea Cosentino la serviva a Trieste, sul piatto d’argento di un piccolo festival molto Freak, (che si è concluso ieri, ma continua con Approdi Futuri ). Attore e stand-up comedian, da una decina d’anni Cosentino non ha esitazioni nel confrontarsi dal vivo e in video con la madre di tutte le performance.

Not here, not now consiste in un’oretta di irridenti divagazioni sulla vita e i miracoli dell’artista di origine serba, confrontati con quelli di Cosentino, artista pure lui, ma d’origine abruzzese. Identica la distanza dalla lingua italiana. 

Distanza ridotta addirittura a pochi centimetri, quando lui stesso, appunto dieci anni fa, si era trovato difronte l’altra, in occasione delle giornate del Metodo Abramovic al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Di quell’esperienza, testimoniata pure da un certificato d’autenticità esibito con un orgoglio sornione, Cosentino serba un bel po’ di ricordi che condivide con gli spettatori. Tra la serietà del performer e lo sberleffo del clown.

Andrea Cosentino - Not here, not now
Andrea Cosentino – Not here, not now

Trova l’originale

La parrucca nerissima con la treccia, il naso finto e importante, la tunica e le scarpe col tacco, ne fanno infatti una copia quasi perfetta. E anche perfetto è il gioco delle citazioni, molte delle quali in video.

Di cui gli appassionati veri della vera Abramovic sapranno trovare i riferimenti giusti. E volendo, scherzarci sopra. Guardate un po’ queste clip.

– – – – – – – – – – – – – – – – 
NOT HERE, NOT NOW
di e con Andrea Cosentino
regia Andrea Virgilio Franceschi
video Tommaso Abatescianni

[sul lavoro teatrale di Andrea Cosentino si può leggere il libro intitolato L’apocalisse comica a cura di Carla R. Antolini, Editoria&Spettacolo]

Con la coda dell’occhio. Se Spregelburd mi avesse accompagnato a Mittelfest 

Con il concerto dei La Rappresentante di Lista, affiancati dell’Orchestra Arcangelo Corelli di Ravenna, si conclude oggi, domenica 31 luglio, l’edizione di Mittelfest 2022. Titolo e tema conduttore erano gli Imprevisti.

Mittelfest 2022  - Imprevisti
(ph Focus Agency)

Uno dei più interessanti teatristi della scena internazionale – l’argentino Rafael Spregelburd – mi aveva un giorno illustrato un suo personale punto di vista sulla realtà. Ma anche sul teatro. Lui la chiamava la teoria della coda dell’occhio.

Sosteneva Spregelburd (autore, attore, regista, teatrale e televisivo) che la vista è senza dubbio alcuno il nostro senso più importante. Fin qua nulla di nuovo.

Ma per lui, interessante non era solo quella porzione di realtà che l’occhio mette a fuoco, quel 8% del campo visivo su cui si concentra la nostra attenzione. Importante, anzi importantissimo diceva, è ciò che c’è intorno. La circostante realtà, quella che noi vediamo con la coda dell’occhio.

Volendo usare un’espressione un po’ più scientifica: la visione periferica. Il contesto più ampio dentro al quale si colloca la figura su cui ci concentriamo. Un campo largo che il nostro occhio percepisce in maniera indistinta. 

Non occorre aggiungere altro. Sappiamo bene che cosa vuol dire “aver visto con la coda dell’occhio”.

Ciò che ci tocca

Non so se fosse proprio un’idea di Spregelburd, o l’avesse tratta da qualche testo scientifico (sono una sua passione, quei testi). Io, per esempio, l’avevo incontrata in una pagina di Alan Bennett (lo scrittore inglese) che la attribuiva al suo connazionale E. M. Forster (altro gigante della letteratura, quello di Camera con vista): “Solo quel che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo“.

Che ha a che fare con Mittelfest 2022, il festival che oggi si conclude a Cividale del Friuli? Non saprei dirlo in maniera preciso. Come ciò che si vede con la coda dell’occhio, la mia non è una sensazione distinta, messa precisamente a fuoco.

Ho seguito la manifestazione in tutti i giorni precedenti, e alla fine posso dire che, oltre aver guardato con attenzione i principali spettacoli in cartellone, oltre ad averne apprezzati alcuni di più e altri di meno, a colpirmi in maniera più profonda, a toccarmi con un impatto davvero forte, è stato ciò che rispetto al progetto principale del festival (che ruota attorno a spettacoli di musica, di teatro e di danza) pareva all’inizio più laterale, accessorio. Periferico appunto. 

Il privilegio del singolo

Si trattava dii appuntamenti che sarebbe difficile inserire nelle consuete classificazioni dello spettacolo dal vivo.

Mittelfest 2022  - Imprevisti -  Déjà Walk
(ph Luca A. d’Agostino Focus Agency)

Poteva essere un passeggiata urbana per singolo passeggiatore, guidato in cuffia (Déjà Walk, era un sovrapporsi di voci di cittadini che mi raccontavano la storia della città mentre la attraversavo). Potevano essere le Consultazioni poetiche (che prevedevano un momento di scambio individuale tra alcune performer e i loro “pazienti”, ai quali veniva alla fine consegnata una “prescrizione” artistica, poesia o canzone).

Potevano anche essere le onde e le perturbazioni sonore di Ops! (che in lingue diverse mi hanno accompagnato, sbucando dagli altoparlanti distribuiti in alcuni angoli del centro storico). Esperienze che si pongono tutte di lato, rispetto a teatro, danza, musica. Fuori fuoco. Creazioni che privilegiano il rapporto con il singolo. 

La mia nascita, la mia morte

A toccarmi nel profondo, davvero in profondo, è stata infine la proposta di Mats Staub, progettista svizzero, intitolata Death and Birth in my Life. Senza un intento spettacolare, in un ambiente raccolto del Museo Archeologico Nazionale di Cividale, Staub proponeva la visione e l’ascolto delle conversazioni (registrate) di coppie di persone che parlano del loro particolare, individualissimo, rapporto con la nascita e con la morte.

Due temi che letteratura, teatro, cinema hanno esplorato da sempre. Ma che con la viva esperienza di coloro che ne parlavano, lì davanti a me, seduto, come se fossi tra loro, arrivano a scatenare emozioni e commozioni fortissime. Le mie e quelle di chi era accanto a me. Perché potenti, potentissimi sono quei due momenti della vita, nascita e morte, parti, gestazioni, assenze, funerali, su cui non sempre ci capita di riflettere (perché di entrambi, in modo diverso, abbiamo timore e paura).

Mittelfest 2022  - Imprevisti - Death and Birth in my Life - Mats Staub
(ph Focus Agency)

Inizialmente, Death and Birth in my Life, mi era sembrato un appuntamento laterale del festival, un’esperienza accessoria, rispetto ai titoli a cui tenevo maggiormente. Stava nella mia coda dell’occhio. È stato invece l’evento che più mi ha investito, di questo Mittelfest 2022.

E mi è tornata in mente proprio quella frase di Bennett. O di Forster. “Solo quel che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo“. Sono sicuro che anche Spregelburd, teorico della percezione periferica, sarebbe d’accordo con me e con loro.

[qui la locandina completa di Death and Birth in my Life (Mats Staub) a Mittelfest 2022]

[qui la locandina completa di Déjà Walk (aquasumARTE Visual and Perfotming Art) a Mittelfest 2022]

Il caso Handke: la luce, le ombre, la stupidità

The Handke Project è uno degli spettacoli in programma nelle giornate iniziali di Mittelfest (sabato 23 luglio ore 20.45). Il festival di Cividale del Friuli, giunto alla 31esima edizione, si è inaugurato oggi. Temi privilegiati della manifestazione (in programma fino al 31 luglio) sono teatro, musica, danza, figura, circo contemporanei, con artisti, compagnie e produzioni provenienti in particolare dal Centro-Europa e aree balcaniche.

The Handke Project - Jeton Neziraj - Mittelfest 2022

The Handke Project: il titolo potrebbe far pensare a un omaggio allo scrittore austriaco che nel quest’anno compirà 80 anni. I suoi romanzi, le sue poesie, il suo teatro, i suoi saggi. La sua letteratura, insomma.

Non è così. The Handke Project è un pamphlet teatrale – diretto, provocatorio, senza sconti – che di Peter Handke mette in luce il lato più discutibile e più negativo. Il negazionismo. Appunto.

Che cosa nega Handke? Che cosa sostiene?

Vi capitasse di digitare nome e cognome dello scrittore su Google, scoprireste che, nelle ricerche, la parola “negazionismo” è una molto spesso associata ad Handke. Che cosa nega Handke e che cosa sostiene?

Lo spiega, in maniera ruvidamente provocatoria proprio questo spettacolo, scritto dal drammaturgo kosovaro Jeton Neziraj, interpretato da un cast internazionale e coprodotto da una cordata altrettanto internazionale di teatri, tra cui gli italiani Teatro della Pergola e Mittelfest.

The Handke Project ha debuttato a Pristina (Kosovo) nel mese di giugno, poi è stato replicato a Skopje (Macedonia) e a Belgrado (Serbia). Ora tocca a Mittelfest.

I fatti, per chi conosce la storia recente dei Balcani, sono abbastanza noti. Appena l’Accademia di Svezia ha comunicato nel 2019 di aver scelto proprio Handke come assegnatario del Premio per la Letteratura, da larga parte del mondo, soprattutto dai Balcani, si sono levate numerose voci di dissenso, se non durissime contestazioni.

The Handke Project - Mittelfest 2022
Arben Bajraktara in The Handke Project

Questo scrittore – si sono chiesti in molti – che ha pubblicamente dichiarato la propria stima a Slobodan Milosevic, che ha pronunciato un apologetico elogio al suo funerale, che pone dubbi sulle migliaia di morti del genocidio di Srebrenica, e in un famoso “racconto per l’inverno” chiede “giustizia per la Serbia”, può questo scrittore essere insignito del Premio Nobel?

Fiancheggiare l’orrore?

La comunità mondiale degli scrittori si è schierata subito. Uno per tutti, Salam Rushdie: “Handke è uno che ha fiancheggiato l’orrore“. “Rifiutiamo l’idea che un autore che ha ripetutamente messo in dubbio la realtà di crimini di guerra ben documentati meriti di poter essere celebrato per il suo ingegno letterario” ha poi scritto Jennifer Egan, presidentessa del Pen Club America, da sempre paladino della libertà d’espressione.

Peter Handke - Nobel 2022
Peter Handke il giorno della consegna del Nobel 2019

Handke ha fatto spallucce: “Io parlo solo da scrittore. Le mie non sono posizioni politiche, non sono un giornalista”. Caso chiuso, per lui. E anche per tutti gli handkisti che sostengono l’impermeabilità dell’arte e della letteratura a questioni di etica, di politica, e probabilmente anche di buon senso.

Il caso Handke pone dunque quesiti importanti: negazionismo vs libertà d’espressione, arte vs diritti umani. 

Allo spettacolo scritto da Neziraj ha dato una mano, in qualità di dramaturg, anche Biljana Srblianovic, la scrittrice e giornalista di Belgrado che, con i suoi diari di guerra, era stata osservatrice e corrispondente per Repubblica dalla capitale serba durante i mesi più duri della crisi balcanica, evocata poi in teatro in una molto rappresentata Trilogia.

“Giustizia per le stupidaggini”

Anche grazie a lei The Handke Project evita le pesantezze e la severità del dibattito estetico e morale, e in un’atmosfera pop, con un montaggio svelto e continui colpi di testa e di coda provoca attori e pubblico, chiede loro di prendere posizione. Il sottotitolo, sagacemente, insinua “giustizia per le stupidaggini di Peter“.

The Handke Project - Mittelfest 2022

“E’ un tipo di teatro abbastanza distante da quello che si vede qui in Italia – mi racconta Klaus Martini, attore italo-albanese, formato alla Accademia Nico Pepe di Udine e parte nel team che ha realizzato The Handke Project.

“Il riferimento è piuttosto alle scritture teatrali diffuse in Europa, in Germania, a Berlino – continua l’interprete di diversi personaggi dello spettacolo – nelle quali si interviene a gamba tesa su temi e questioni contemporanee. A quel tipo di drammaturgia guardano oggi i giovani artisti del Kosovo, pesantemente segnato alla fine degli anni ’90 dall’aggressione e dalla pulizia etnica del governo serbo nei confronti della maggioranza di lingua albanese”

“Qualche giorno fa – continua Martini – abbiamo presentato questo spettacolo a Belgrado, capitale serba dove Handke viene considerato un eroe nazionale e l’autonomia del Kosovo resta tuttora un problema. E abbiamo sentito sulla nostra pelle la freddezza, se non l’ostilità, del pubblico e della critica. Evidentemente, vent’anni non sono bastati a sciogliere i nodi che hanno causato la più importante crisi bellica della fine del ‘900″.

[Pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, venerdì 22 luglio 2022]

Il programma completo di Mittelfest 2022 sul sito del Festival.

Nel 1994, sempre a Mittelfest, Giorgio Pressburger aveva allestito, in piazza, L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro di Peter Handke.

– – – – – – – – – – – – 
THE HANDKE PROJECT
Or, justice for Peter’s stupidities

di Jeton Neziraj
regia Blerta Neziraj
dramaturg Biljana Srbljanovic
con Arben Bajraktaraj (FR), Adrian Morina (RKS), Ejla Bavćić (BiH). Klaus Martini (IT), Verona Koxha (RKS), Anja Drljevic (MNE)

collaboratrice artistica Alida Bremer
scenografia Marija Kalabic
composizioni Gabriele Marangoni
coreografia Gjergj Prevazi
costumi Blagoj Micevski
disegno luci Yann Perregaux
suono Leonardo Rubboli, Tempo Reale
co-produzione Qendra Multimedia, Teatro della Pergola – Firenze, Mittelfest2022
in associazione con Theater Dortmund, National Theater of Sarajevo, International Theater Festival MESS – Scene MESS
partner e sostenitori Allianz Kulturstiftung for Europe, The Sigrid Rausing Trust, Rockfeller Brothers Fund, Reconnection 2.0, European Union Kosovo, Heartefact, Ministria e Kulturës, Rinisë dhe Sportit Kosov, Ministartsvo Kulture i Sporta Kantona Sarajevo, Kontrapunkt, Teatri Oda. 

Pasolinisti di tutto il mondo unitevi. Condemi e Portoghese sono all’opera

FESTIL è il festival estivo di teatro, musica, drammaturgia che si svolge sull’alto litorale adriatico, tra Italia e Slovenia. Uno degli appuntamenti previsti quest’anno a Trieste, al Politeama Rossetti, era Questo è il tempo in cui attendo la grazia, lo spettacolo che il regista Fabio Condemi e il perfomer Gabriele Portoghese hanno dedicato alle scritture di Pier Paolo Pasolini per i suoi film.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Condemi Portoghese
Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski)

Un po’ di malavoglia, ma ci sono andato. Inesorabile, l’effetto anniversario si fa sentire. Pier Paolo Pasolini era nato del marzo del 1922, cent’anni fa, e quest’anno colonizzerà e deborderà tra le offerte di spettacolo, di cultura, di sottocultura. In prosa e in musica. Con i suoi articoli polemici e con i versi della sua poesia.

Gli anniversari – devo averlo già scritto altre volte – a teatro producono per lo più risultati superficiali e noiosi. Si fanno cose, perché si pensa che bisogna farle.

Un po’ di malavoglia, ma ci sono andato. Mi sono detto: Fabio Condemi è un regista giovane, intuitivo, originale, mi piace. Ho visto la sua Filosofia nel Boudoir, mi ha colpito. Gabriele Portoghese è un attore che stimo, ha un piglio che ti fa rimanere attaccato con gli occhi e con le orecchie alla scena. Agli Ubu, lo scorso anno lo avevo votato come miglior attore italiano per il monologo Tiresias, da Kae Tempest. 

Che lavorassero di nuovo assieme, come fanno da anni, mi pareva una bella cosa. Peccato solo che avessero scelto Pasolini, interesse già coltivato da entrambi. Peccato l’odore di anniversario, pensavo. Peccato tuffarsi nel solito santino, supponevo. Peccato pensare a lui, come sempre, veggente e vittima di un’Italia moderna, fascio-borghese, omologatrice, consumista, quando già il fascismo non c’era più e il consumismo equivaleva a un benessere diffuso.

Gabriele Portoghese in Questo è il tempo in cui attendo la grazia -
(ph Claudia Pajewski)

Invece no

Invece no. Mi sbagliavo. Questo è il tempo in cui attendo la grazia (è il titolo ed è anche un verso di Pasolini) mi è piaciuto. Molto. Si distacca da tutta la retorica su Pasolini che in questo ultimo decennio mi è capitato di osservare. 

Per Condemi e Portoghese, Pier Paolo Pasolini non è il “poeta friulano” della solita tiritera. Non è l’ “intellettuale eretico“, che mette a nudo i fascismi del Paese democristiano e denuncia la scomparsa delle lucciole. Non è, per fortuna, neanche quel redentore del teatro italiano che non è stato. È uno scrittore.

Lo dimostrano, non tanto i romanzi, figli del tempo neorealista, ma le sceneggiature. Non i film, proprio le sceneggiature, che Pasolini scrive e fanno da guida ai suoi titoli più famosi. Edipo re, Medea, Il fiore delle Mille e una notte, ecc, ecc, ecc…

Provengono da questa letteratura – le sceneggiature sono anche letteratura – le pagine che regista e interprete hanno scelto di portare sulla scena. In modo semplice, senza l’enfasi che si riserva ai padri e ai maestri, senza arzigogolate interpretazioni. Lasciando invece che le parole che precedono i film – i testi “per il cinema”, oggi raccolti in due Meridiani Mondadori – dispieghino davanti agli occhi e alle orecchie degli spettatori le immagini a cui il Pasolini regista pensava prima di mettersi davanti alla macchina da presa.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Gabriele Portoghese regia Fabio Condemi
(ph Claudia Pajewski)

Letteratura e un piccolo rettangolo di terra 

Per fare questo a loro due basta un piccolo rettangolo di terra, qualche pianta lacustre che svetta (e verrà poi sradicata), un proiettore per pellicole casalinghe, un pallone, il Meridiano Mondadori.

La voce capace di Gabriele Portoghese fa tutto il resto. 

Si apre sulle vedute iniziali pensate per Edipo re (a Sacile pensava Pasolini, e alla Livenza). Attraversa gli insegnamenti che il Centauro impartisce a Giasone bambino (in Medea, le scene dell’infanzia erano state girate nella laguna di Grado). Ci trasporta nelle strade e nei quartieri poveri del Cairo, con i volti e i corpi dei ragazzini che filmerà poi nel Fiore delle Mille e una notte. E ancora La ricotta, Sabaudia, la forma della città. O i film mai realizzati, come quello sulla vita di San Paolo.

Pier Paolo Pasolini - Roma, Gazometro
Pier Paolo Pasolini – Roma, Gazometro

Non importa se chi assiste a Questo è il tempo in cui attendo la grazia abbia visto o meno quei film. Se sì, è una rievocazione intensa, che stimola e ravviva la memoria, quella emotiva soprattutto. Se non li ha visti, quelle parole permettono all’immaginazione di inventare un film nuovo di zecca, una nuova visione virtuale, un sogno a occhi aperti, come fa sempre la letteratura (Calvino scrittore insegna).

Sul fondale, intanto, brevi video pensati da Fabio Cherstich, offrono suggerimenti, focalizzano l’attenzione. Un corso d’acqua, i canneti delle lagune, le gravi sassose di un fiume: paesaggi appena accennati, ma infinitamente pertinenti: il panorama, adesso, dell’infanzia pasoliniana di allora.

Pasolinisti, unitevi

“Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto” è la didascalia iniziale (come nella sequenza che chiude il Decameron), più che mai adattata questo lavoro. Il breve dialogo tra Ninetto Davoli e Sergio Citti, che chiude l’Edipo Re, è di conseguenza il finale.

Questo è il tempo in cui attendo la grazia (ph Claudia Pajewski) Gabriele Portoghese regia Fabio Condemi
(ph Claudia Pajewski)

Questo è il tempo in cui attendo la grazia è stato pensato e allestito prima che scattassero le fanfare dell’anniversario pasoliniano (il progetto è di due anni fa). E in questa sua bella veste dimessa, anti-retorica rischia di mettere d’accordo tutti. I pasolinisti devoti sfegatati e i pasolinisti che nutrono dubbi sulla sua santità (come me). Direi che ce la fa, e bene.

– – – – – – – – – – – – – – – –
QUESTO È IL TEMPO IN CUI ATTENDO LA GRAZIA
da Pier Paolo Pasolini
drammaturgia e montaggio dei testi Fabio Condemi, Gabriele Portoghese
regia Fabio Condemi
con Gabriele Portoghese
drammaturgia dell’immagine Fabio Cherstich
filmati Igor Renzetti, Fabio Condemi
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro Verdi Pordenone, Teatro di Roma -Teatro Nazionale

[in cartellone a FESTIL- Festival estivo del Litorale, diretto da Alessandro Gilleri, Tommaso Tuzzoli, Katia Pegan] dal 18 giugno al 5 agosto 2022 – vedi qui il programma completo]

Pier Paolo Pasolini - Decameron
Pier Paolo Pasolini come Giotto, in Decameron

Addio Peter Brook, agile tigre, leone bianco

Se ne è andato l’ultimo maestro del teatro del Novecento. Peter Brook, 97 anni. Tigre agilissima e crudele, prima. Leone bianco e saggio filosofo, poi. Una vita nell’arte, longeva, tumultuosa. Una scena universo, la sua. 

Peter Brook, l'ultimo maestro

Scopritore di un teatro crudele (“Marat-Sade” di Peter Weiss) e inventore di un nuovo Shakespeare (“Sogno di una notte di mezza estate”). Fedele ai classici della modernità (“Giorni felici” di Samuel Beckett) ma anche inclusivo, quanto altri mai (“The Ik”, sulla scomparsa di una popolazione africana, oppure “Mahabharata”, saga infinita delle mitologie indiane).

Peter Brook, origini russe, formazione britannica, residenza in Francia, estimatore della cucina italiana, era un europeista del teatro. Prima ancora che la parola nascesse.

E conosceva bene questo Nordest d’Italia.

Con lui, in distilleria

A fargli da guida, erano stati Giannola Nonino e la sua famiglia, quella estesa del Premio Nonino. Lo premiarono nel 1991, tra i grandi calibri della scena culturale del ‘900 (come avevano fatto con Jerzy Grotowski). E poi lo vollero nella Giuria, che si riuniva ogni gennaio, facesse pure freddo, nella dorata e accogliente culla delle grappe: la distilleria di Percoto, pochi chilometri da Udine. 

Narratore brillante e di spirito, davanti al bicchierino di altro spirito, alcolico, che Giannola continuava a riempire, là a Percoto, nelle interviste ai giornalisti di tutti i Paesi, Brook sciorinava la sua dettagliata esperienza del mondo. E del teatro soprattutto.

Nei miei ricordi, restano incontri sempre eccitanti con quest’uomo dagli occhi azzurri e dal volto amichevole.

In un campiello a Venezia, per esempio, molti anni fa, tutti in piedi, sui masegni coperti di sabbia, e lui che metteva in scena tutto il suo innamoramento per le culture altre, quella africana, in quel caso, (“The Ik”).

O nella sua sala preferita, al margine della Periphérique a Parigi: le Theatre des Bouffes du Nord. L’antico teatro divorato da un incendio, che lui si ostinò mantenere tale e quale, con le pareti sbrecciate e il fascino sterminato che il tempo conserva. Là vidi andare in scena una “Tempesta” indimenticabile (Ariele aveva la pelle nera come il carbone e una barchetta di carta bianca in testa). Ma anche un “Giardino dei ciliegi”, dove la scena fatta era di tappeti. Soltanto tappeti, distesi, arrotolati, affastellati, e provenivano dai mille paesi del mondo che aveva visitato e raccontato nei suoi spettacoli. 

Con lui, nei suoi giorni felici

E ancora, in un minuscolo teatro a Udine, su un palcoscenico altrettanto ridotto, lo seguii mentre metteva a punto uno dei suoi spettacoli più asciutti e più belli, “Giorni Felici”, “Oh le beaux jours!” di Beckett. Bello anche perché c’era la sua incantevole e longilinea, moglie Natasha Parry, che si infilava fino alla vita dentro la montagnola di terra imposta dal drammaturgo irlandese. Emergeva solo il bianco busto, la collana di perle, il cappellino fantastico. 

Un’immagine ancora, forse l’ultima, quando più affaticato ancora per aver attraversato in pratica tutto il secolo, al suono di un handpan indiano solamente, raccontava ai giovani studenti e agli spettatori di un festival, ciò che aveva appreso in quella sua lunga vita, e molte volte trascritto nei suoi libri: “Lo spazio vuoto”, “La porta aperta”, “Il punto in movimento” sono soltanto alcuni dei tanti titoli, che ora certo ritroveranno posto nelle librerie di carta, mentre quelle digitali li hanno rimessi in circolo questa mattina.

Anche per ricordarci che il teatro sarà pure effimero, ma i pensieri di un maestro del teatro, l’ultimo, ciò che Peter Brook indiscutibilmente è stato, quelli sì, rimangono.

[pubblicato sul quotidiano di Trieste IL PICCOLO il 3 luglio 2022]

“Siamo tutti Ulisse”. Christiane Jatahy alla Biennale Teatro

Christiane Jatahy ha aperto le dieci giornate di Rot-Rosso, il festival di teatro della Biennale di Venezia, diretto per il secondo anno da Stefano Ricci e Gianni Forte. La creazione della regista brasiliana, O agora que demora, è un titolo che rimarrà nella storia della manifestazione.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Qualcosa sarebbe successo, me lo sentivo. Prima che cominciasse lo spettacolo, attorno a me non c’era solo il pubblico solito, quello della Biennale, spettatori affezionatissimi e stagisti. C’erano anche volti inconsueti e colori inconsueti. E anche altre lingue, oltre che l’italiano e l’inglese d’ordinanza.

Qui, nel Teatro delle Tese, in fondo all’arsenale di Venezia, soffiano – mi dicevo – le ventate del Sudamerica di Christiane Jatahy. E portano con sé i volti e le parole di quella vasta umanità fuggiasca insieme alla quale la regista brasiliana ha realizzato O agora que demora.

Il presente che rimane

Presentato in inglese come The Lingering Now, il titolo equivale in italiano a un presente che permane. Questo secondo capitolo che Jatahy ha dedicato all’esilio contemporaneo, ai milioni di Ulisse che vagano nel mondo, spiega bene l’infinito presente di chi è in fuga: dalla guerra, dalla povertà, dalla assenza dei diritti, dalla soppressione delle libertà, dalle prigioni, dai regimi autoritari, dalle torture, dagli abusi. Una fuga che sembra non avere mai fine, che attraversa sì stati e confini, deserti e fiumi, ma sopratutto le condizioni umane e le lingue. E anche i linguaggi dell’arte, il cinema, il teatro.

Da sempre, da quando si è fatta conoscere sulla scena internazionale, Christiane Jatahy, ha scelto di porsi sul confine apparentemente netto che separa la scena dal vivo dall’opera d’arte riprodotta. Né di qua né di là. A cavallo. La sua doppia versione del Cevhov delle Tre Sorelle (E se ellas fossem para Moscou, vedi qui) ne era un luminoso esempio.

Ma adesso, in O agora que demora, il tempo è quello dell’oggi infinito, e il confine si fa più mobile, più sottile, più permeabile. O più drammaticamente umano. Dallo schermo e dal palcoscenico la ripresa video e l’azione teatrale dialogano, rimpallano le domande, danno delle risposte, cantano assieme, suonano. Di ogni singola replica dello spettacolo fanno una festa. Solo a momenti vivace, più spesso malinconica. Perché la malinconia, la nostalgia, è il sentimento dell’esilio. Dopo Omero, ne hanno parlato tanti.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Poi succede qualcosa

Qualcosa succede infatti, me l’aspettavo. C’è un quarto d’ora di documentario, girato in Libano, e racconta una piccola, povera festa, di cibi e bevande, di racconti e risate, di uomini, donne e bambini, fuggiti dalla Siria, o da altri Paesi, e approdati là. Spaesati tra una cucina di tradizioni antiche e nuovi marchi occidentali. Tra edilizia ultrapopolare e fusti secolari d’albero.

Poi, come se uscissero dal documentario e dallo schermo, come se la forza dei racconti le portasse qui, tra di noi seduti in teatro, le storie, ogni storia, ciascuna personale odissea, trova il proprio narratore vivo. La voce diversa, di uomo, di donna, di bambini, o il suono di uno strumento, o di un canto, diventa concreto davanti a noi, o dietro, o nella poltrona accanto.

O agora que demora - Christiane Jatahy

Ci pare di incamminarci tutti sulla strada che ha fatto chi viene dal Malawi e dallo Zimbabwe. Oppure aspettare, come chi è bloccato nei campi profughi delle isole della Grecia. Sembra anche a noi di aver attraversato mezza Europa, forse tutta, alla ricerca di un posto in cui fermarsi, venendo magari da Johannesburg o da Jenin in Cisgiordania. Registrata nelle immagini del video, o sussurrata quasi al nostro orecchio, anche la loro è un’Odissea. Anzi sono tante odissee contemporanee. E ci tornano in mente le vicende che abbiamo sentito da piccoli e hanno fatto la storia delle storie del mondo. Quella del Ciclope, della maga Circe, del ritorno a Itaca… A ognuno di loro, invece, è toccato un diverso esilio. Altrettanto epico. Altrettanto sofferto.

Christiane Jatahy non è in esilio. O forse lo è, artisticamente. Perché nel suo Paese, il Brasile, essere artisti, agire fuori dal liberalismo imperante, non essere bolsonariani, vuol dire ricominciare ogni giorno da capo. Ed è lei stessa a dirci, a un certo punto, attraverso le immagini girate in Amazzonia tra gli indios kayapós e il racconto della scomparsa di suo nonno, proprio in quella foresta, settant’anni fa, quanto il nostos, il desiderio del ritorno, sia un tema forte.

Anzi, sia il solo tema di chi è emigrato, rifugiato, espulso, sfollato, di chi è fuggito, di chi non ha tetto, di chi ha perso la propria casa, e con essa l’identità. Intesa non solo come carta.

E quanto sia importante allora parlare anche di quella piccola comunità amazzonica, i kayapós, che con le unghie e con i denti, cercano di salvaguardare la propria storia e la propria libertà, dalla spietatezza delle seghe e dalle ruspe che stanno mettendo fine all’unicità naturale e antropologica dell’Amazzonia.

Secondo capitolo di un dittico intitolato Ulisse, realizzato nel 2019, O agora que demora non cita per ovvie ragioni temporali, la condizione dei profughi ucraini. E proprio questa assenza la rende più pressante. Come ha sottolineato la stessa regista nel discorso pronunciato in occasione della cerimonia in cui – domenica scorsa – le veniva consegnato il Leone d’oro teatrale della Biennale di Venezia.

Un festival è un festival è un festival

Poi si sa: un festival è un festival. Tanto più i tre della Biennale DMT, dedicati alle performing arts, le arti dal vivo. Oltre alle opere memorabili, ce ne sono molte altre che più facilmente svaniranno dalla memoria. E se le trascrivo qui, è per lasciarne traccia. 

Potrebbe infatti succedere di dimenticare l’allestimento di gusto anni ’80 degli statunitensi Big Art Group. Scritto da Caden Manson, Broke House è basato su un’improbabile poliamorosa vicenda, ma più che ammiccare alla disinvoltura di una comunità gender fluid di oggi, sembrava riciclava soluzioni care all’avanguardia americana di allora. 

Potrebbe anche succedere di non ricordare granché di quella divertente – diciamolo subito, per soluzioni extra-drammaturgiche – rilettura registica di alcune pagine dalle Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace. Del teatro – dicevo in un altro post – allo scrittore americano gliene importava un fico. Liberi tutti dunque di scegliere alcuni quei racconti e farli diventare provocazioni. La più clamorosa, in questa versione teatrale del libro, ideata dalla regista Yana Ross – origini lettoni, naturalizzata americana, direttore alla Volksbuehne di Berlino – è stata quella di piazzare in scena fin dall’inizio una coppia intenta, dal vivo e platealmente, a un coito. Professionisti del porno live, beninteso: impeccabili.

Con un uso più frequente della parola, il seguito dello spettacolo si modulava sulla stessa lunghezza d’onda: consigli per un sesso orale perfetto, ricette per insaporire le polpette con le mutandine appena tolte, stupro con bottiglie di whisky, ricognizione sui rumori e gli odori di pisciatoio pubblico, altre pratiche sporcaccione. Pubblico tra l’ironico e l’imbarazzato. Scandalizzato nessuno. Perché l’adult entertainment è oramai facilmente digeribile, come se fosse Topolino.

Brief Interviews with Hideous Men - Yana Ross - ph Sabina Boesch
Brief Interviews with Hideous Men – Yana Ross – ph Sabina Boesch

Mi va infine di ricordare Loco, che la cilena Tita Iacobelli e la russa Natacha Belova (anche grazie a Marta Pereira) hanno tratto da Le memorie di un pazzo di Gogol, regalando le proprie mani e le proprie braccia ai movimenti di un pupazzo in cui si incarna Popriščin, il patetico scrivano descritto dallo scrittore russo.

Spettacolo delicato, con quel sottofondo di poesia visiva che spesso viene adottato dal teatro di figura, quando si rivolge anche a un pubblico adulto. Tanto che un amico mio dice che si dovrebbe sempre scrivere teatro delle figure. Che sono tante. Che siano, o non siano, poetiche lo lascio poi decidere a chi, assieme a me, l’ha visto.

Loco di Tita Iacobelli e Natacha Belova
Loco di Tita Iacobelli e Natacha Belova

– – – – –
O AGORA QUE DEMORA – THE LINGERING NOW 
di Christiane Jatahy
tratto da Odissea di Omero
con Abbas Abdulelah Al’Shukra, Abdul Lanjesi, Abed Aidy, Adnan Ibrahim Nghnghia, Ahmed Tobasi, Bepkapoy, Blessing Opoko, Corina Sabbas, Emilie Franco, Faisal Abu Alhayjaa, Fepa Teixeira, Frank Sithole, Iketi Kayapó, Irengri Kayapó, Ivan Tirtiaux, Jehad Obeid, Joseph Gaylard, Jovial Mbenga, Kroti, Laerte Késsimos, Leon David Salazar, Linda Michael Mkhwanasi, Maroine Amimi, Mbali Ncube, Melina Martin, Mustafa Sheta, Nadège Meden, Nambulelo Meolongwara, Noji Gaylard, Ojo Kayapó, Omar Al Sbaai, Phana, Pitchou Lambo, Pravinah Nehwati, Pykatire, Ramyar Hussaini, Ranin Odeh, Renata Hardy, Vitor Araújo, Yara Ktaish

direttore della fotografia Paulo Camacho
produzione Théâtre National Wallonie-Bruxelles, SESC São Paulo, in coproduzione con Ruhrtriennale, Comédie de Genève, Odéon-Théâtre de l’Europe, Teatro Municipal São Luiz, Festival d’Avignon, Le Maillon-Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, Riksteatern, Temporada Alta

Tutta l’Italia in cento festival (ma poi ce ne restano mille)

È il tempo giusto, l’estate. È quando l’Italia intera diventa palcoscenico. Un libro di 200 pagine racconta la penisola attraverso 100 festival: quelli di musica, teatro, cinema, arte, letteratura e di pensiero. Insomma di cultura. Lo hanno scritto Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino. E Paolo Fresu ci ha messo la prefazione.

festival

La stagione dei festival

Astronomicamente parlando, domani, 21 giugno, si apre l’estate. 

E l’estate è la stagione dei festival. Dalle località sui monti alle città d’arte, dai borghi alle piccole isole, mille e più bandierine infilzate sulla carta geografica dell’Italia segnalano il percorso di una linfa che probabilmente, in altri Paesi, non ha eguali.

Concerti, spettacoli, proiezioni, conversazioni, incontri con personaggi illustri, reading di poesia, presentazioni di libri. Manifestazioni pensate per le passioni più disparate: fumetto o scienza, cinema asiatico o latinoamericano, letteratura rosa o street art. Non c’è piazza che non ospiti un evento, piccolo o grande, famoso o sconosciuto. 

Una guida nomade

A raccontarli tutti, o almeno una cospicua parte, è la guida nomade agli eventi culturali: festival di pensiero, letteratura, musica, teatro, cinema e arte in Italia. Definizione extralunga per il libro che Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino hanno voluto intitolare In giro per festival (edizioni AltrEconomia, con una prefazione di Paolo Fresu).

In giro per festival Alonzo Ponte diPino Altraeconomia

Il volume nasce dal lavoro che gli autori hanno già sviluppato sul portale TrovaFestival.it, enciclopedia di luoghi eccellenti dove sono censiti e catalogati di più di 1.100 festival sparsi sul territorio italiano, isole comprese. “Per essere pignoli – precisano i due collezionisti di eventi – sono 217 quelli di cinema e audiovisivo, 274 di musica, 315 di teatro danza e circo, 70 di arti visive, 311 di libri e approfondimento culturale”.

Un’offerta impressionante, che sbalordisce chi ritiene che in Italia il consumo culturale sia inferiore a quello di molti altri paesi europei. Il dato è esatto, ma la spiegazione è nella relazione virtuosa che, nel nostro Paese, si sviluppa tra i festival il turismo: risorsa principe, “petrolio” italiano.

Questi eventi sono un attrattore importante, aiutano la riqualificazione territoriale, la resa economica è significativa. “Durante un festival – puntualizzano gli autori – chi mangia anche un solo panino contribuisce a sostenere l’economia locale e indirettamente anche la cultura”.

Cento, anzi mille, manifestazioni

Dei 1.100 festival mappati e geolocalizzati dal sito Trovafestival.it, per ragioni di spazio, il libro ne seleziona 100, quelli che più rappresentano la vivacità, l’innovazione, l’originalità nelle diverse categorie tematiche. E Fresu aggiunge: “un festival è un rito comunitario, una danza collettiva, uno strumento per indagare territori descrivendoli al meglio e narrandone divisioni, ricchezze, condivisioni”.

La guida nomade li esamina, regione per regione, li calendarizza, li storicizza, li racconta attraverso curiosità e dati ufficiali. Fornisce inoltre indicazioni di carattere turistico, logistico, edonistico. Come ci si va? Dove si dorme? Quanto bene si mangia?

Alla mappe geografiche, aggiunge infine 250 segnalazioni e 14 percorsi tematici: dall’alta quota alla spiritualità, dalla legalità all’ambiente, dai nerd agli Lgbtq+. Chi li cerca, li trova tutti. E poi i festival per incontrare altre culture, quelli per ballare fuori dal coro, quelli nei borghi più belli e nelle località incantate.

Alonzo e Ponte di Pino vi indicano pure quali sono i 10 festival che bisognerebbe assolutamente vedere prima di morire. Non so, fate voi. Io, mi sono già dato da fare. 

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO il 10 giugno 2022]

– – – – – – – – – – – – – – – – – –
IN GIRO PER FESTIVAL
guida nomade agli eventi culturali
di Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino
AltrEconomia Edizioni
16,50 euro, pp. 208

Robert Wilson e Lucinda Childs. Quei nostri periodi di relativa calma

Relative Calm è un trittico di coreografie di Lucinda Childs che si svilupperà nello spazio scenico ideato da Robert Wilson, su musiche di Jon Gibson e John Adams, ma anche sulla Pulcinella Suite di Igor Stravinsky.

La creazione (per certi tratti nuova, per altri legata alla storia dei due artisti) debutta il 17 giugno 2022 a Roma, all’Auditorium Parco della Musica (repliche il 18 e il 19) e segna un rinnovato punto di incontro tra due figure che hanno trasformato la storia dello spettacolo negli ultimi decenni del ‘900.

Architetti dell’astrazione, maestri di un formalismo nuovo, campioni dell’avanguardia della fine dello secolo. 

Relative Calm impegnerà i danzatori di MP3 Dance project, la compagnia diretta da Michele Pogliani e il PMCE Parc della Musica Contemporanea Ensemble diretto da Tonino Battista.

Ieri, all’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si stava mettendo a punto la nuova creazione, sono stato ad ascoltare Wilson e Childs mentre rievocavano quei tempi, quei pensieri.

robert wilson lucinda childs relative calm
Lucinda Childs e Robert Wilson a Roma, all’Auditorium Parco della Musica

Lei e lui. East Coast e Texas

Lei, ottant’anni passati, ha un fisico asciutto, il passo disinvolto. Parla veloce, sicura, determinata: il timbro newyorkese di chi sa di non aver tempo da perdere. 

Lui, pur di qualche mese più giovane, si muove con difficoltà, sente il disagio di un corpo pesante, che prima era quello di un texano atletico. La voce è rallentata, sembra fare fatica, ma sono anche pause sornione, le sue, quasi quasi studiate. 

Sono passati più cinquant’anni da quando Lucinda Child e Robert Wilson, trentenni, si conobbero nella New York anni ’70, e diedero vita assieme al compositore Philip Glass, all’opera che avrebbe cambiato l’opera.

Musica, danza, parole c’erano, come sempre, ma erano del tutto nuove. Il minimalismo di Glass, i movimenti in diagonale di Childs, la regia astratta di Wilson. Einstein on the beach, che avrebbe debuttato nel settembre del 1976 a Avignone, era il punto di svolta. Il culmine del termometro dell’avanguardia teatrale, che registrava allora la nuova temperatura estetica.

robert wilson lucinda childs relative calm  ph Luca Guadagnini
Wilson e Childs in prova

Sentiamo ciò che dicono adesso

“Io e Lucinda abbiamo lavorato sempre con lo spazio – apre il discorso Wilson – e chi lavora con lo spazio lavora inevitabilmente con il tempo. Tempo e spazio. Non importa che cosa sto portando in scena, che sia Einstein on the Beach, o l’Amleto o il Re Lear di Shakespeare, la prima cosa da decidere è cosa va messo al primo posto, cosa va messo al secondo, e poi al terzo al quarto, e così via”.

“Ripeto: tempo e spazio. Voglio dire: non è importante da che cosa parti. Possono essere le parole, oppure la musica, oppure altro, si può cominciare da qualsiasi parte. Importante è invece avere una precisa di idea di questo spazio-tempo, averla, questa idea, davanti agli occhi”.

Robert Wilson - bozzetto per Relative Calm
Robert Wilson – bozzetto per Relative Calm

“In quegli anni – ricorda Childs – noi non avevamo bisogno raccontare, non cercavamo le storie. Semplicemente, eravamo astratti. Ci interessavano i contenuti sì, ma molto di più la forma”. 

“Astratti, lo siamo ancora, ma adesso mi è stato proposto di creare, assieme a Bob, una coreografia per il Pulcinella di Stravinsky. E lo sappiamo tutti che Pulcinella è storia, è passione, tradimento, collera. amore. Potrebbe essere una sfida questa, mi sono detta, è certo un’opportunità. Una maniera per conoscerlo e per conoscermi meglio. Voglio provarci, senza tradire me stessa, ma anche senza tradire lo spirito di questo lavoro. Trovare una strada inedita per incontrare un mondo musicale che non avevo mai praticato”. 

Lucinda Childs e Robert Wilson in prova
Wilson e Childs in prova

“Stravinski è un oggetto del tutto lontano dal mio mondo – aggiunge Wilson – Adams e Gibson sono invece compositori della stessa generazione, la mia e di Lucinda. Stravinsky è davvero un’altra cosa. L’idea che ho avuto è stata allora quella di metterlo al centro. Un contrappunto. Musicalmente e visivamente. Prendiamo Gibson, ci siamo detti, poi ci mettiamo Stravinsky, poi Adams, come se il Pulcinella fosse un punto di volta, un contrappunto”.

“In qualsiasi creazione c’è un punto centrale. C’è sempre un fulcro nei lavori di Shakespeare: qualcosa avviene prima, qualcosa succederà dopo, le situazioni a un momento si ribaltano, alla battuta centrale del Re Lear, per esempio. Lo stesso avviene nel Parsifal di Wagner. Lavorare sul punto di volta mi interessa moltissimo. Stravinsky per me è il centro di questo nostro nuovo lavoro”.

Wilson & Childs - Relative Calm
Una immagine da Relative Calm (ph Luca Guadagnini)

“Sulle musiche di Gibson e Adams – parla Childs adesso – avevamo lavorato assieme già quarant’anni fa, proprio con questo titolo Relative Calm. È curioso che questa idea arrivi ora, dopo un periodo di calma forzata, obbligati a stare fermi dall’epidemia che ci ha impedito di fare molte cose. Certo, era possibile ideare, pensare, progettare, e ci hanno aiutato tutte quelle cose come Zoom. Utili certo, ma che non sono pensate per quello che facciamo noi. Per ciò che noi facciamo è necessaria la terza dimensione, l’essere assieme, qui con voi, con il pubblico. Grazie all’epidemia, tuttavia, ne abbiamo riscoperto l’importanza”.

“Per me ha voluto dire fermarmi – conclude Wilson – starmene a riflettere e chiedermi se sono lo stesso di allora. Posso dire che il corpo è quello di quando sono nato, ma è anche quello di un uomo di ottant’anni. Mi piace paragonarmi a un albero. Un albero che nasce, che cresce, qualche volta viene scosso dalla tempesta e altre volte perde un ramo. Ma rimane lo stesso albero. Così anch’io: uomo degli anni ’70 e uomo di adesso. E sono lo stesso”.

Di Lucinda Childs, QuanteScene! ha parlato anche altre volte. In occasione del Leone d’oro per la Danza alla Biennale di venezia 2017, per esempio. E anche di Wilson, certo, quando aveva lavorato con Isabelle Huppert, o delle sue presenze al Festival di Spoleto.

– – – – – – – – – – – – – –  

RELATIVE CALM
ideazione, luci, video, spazio scenico e regia  Robert Wilson
coreografia  Lucinda Childs 
musiche  Jon Gibson, Igor Stravinsky, John Adams

in scena MP3 Dance project diretto da Michele Pogliani 
erformers Giuseppe Catalfamo, Simone Cioffi, Francesco Curatolo, Asia Fabbri, Gaia Foglini, Lorenzo Ganni, Noemi Gregnanin, Giovanni Marino, Sara Mignani, Silvia Prete, Agnese Trippa, Irene Venuta, Rachele Zedde.

un progetto di Change Performing Arts in coproduzione con Fondazione Musica Per Roma, Teatro Comunale Di Bologna, Théatre Garonne Toulouse, LAC Lugano Arte E Cultura, Le Parvis Tarbes Pyrénées, Teatro Stabile ci Bolzano 

Jon Gibson, Rise (1981) (fiati, tastiere, autoarpa, suono ambientale, sassofono soprano e percussioni)

Igor Stravinsky, Pulcinella suite (1922), esecuzione e registrazione di Parco della Musica Contemporanea Ensemblediretto da Tonino Battista 

John Adams, Light over water, part 3 (1985) (sinfonia per ottoni e sintetizzatori)

per le immagini dall’Auditorium ©Fondazione Musica per Roma / Musacchio – Ianniello – Pasqualini

Relative  Calm - Wilson - Childs - locandina

STORIE – Il Living Theatre e quel nudo che travolse Trieste

Una storia d’altri tempi, di tanto in tanto fa bene. Al corpo e allo spirito. Alla politica dei corpi, soprattutto.

Con questo tuffo nel passato – pubblicato qualche settimana fa sul quotidiano Il Piccolo – vi riporto al 1965, in quel luogo strano che ai tempi della Guerra Fredda era Trieste

Living Theatre

un’azione del Living Theatre

Arriva il Living Theatre

Non era arrivato ancora il Sessantotto. E ci sarebbero voluti anni perché Hair, lo scandaloso musical dell’Era dell’Acquario, giungesse in Italia. Eppure in un luogo estraneo al grande circuito degli spettacoli e poco propenso al peccatoTrieste – il nudo andò in scena. Non senza conseguenze.

È 1965, aprile. Il quotidiano locale, Il Piccolo, annuncia l’arrivo in città del Living Theatre. Scrive il giornale: “è un complesso di giovani attori che esprime le propensioni, le forme di rottura, le categorie per così dire estetiche del teatro beat“. In realtà è la punta di diamante del New Theatre, l’avanguardia teatrale americana, attiva anche sul piano politico. Quelli del Living sono antimilitaristi, anarchici, pacifisti, anticonsumisti, vegetariani, femministi. A cominciare dai due fondatori del gruppo, Judith Malina e Julian Beck.

Creazioni collettive, coinvolgimenti

Lo spettacolo che sta per andare in scena si intitola Mysteries and smaller pieces. Sono tante brevi scene ricomposte in una creazione collettiva, che prevede anche il coinvolgimento del pubblico.

L’Auditorium di via Tor Bandena, pronto ad accoglierlo, è un teatro un po’ particolare. Una sola parete e una porticina lo separano dalla questura. Non il luogo ideale, insomma, per le avanguardie artistiche che in quei formidabili anni ’60 cominciano a catturare le ribellioni di una generazione nuova. Quella però è l’unica sala che il Teatro Stabile Città di Trieste, promotore dell’evento, abbia a disposizione. 

Il Living Theatre è già celebre per le sue scelte radicali. Non c’è città in cui un loro spettacolo non susciti entusiasmo o riprovazione. Nei teatri il pubblico si azzuffa, a volte la polizia interviene a sedare gli animi.

Living Theatre

Parla Judith Malina

“Non rammento le centinaia e centinaia di repliche che io e Julian abbiamo fatto con Mysteries and smaller pieces – ricordava Judith Malina, scomparsa sette anni fa – ma la tappa di Trieste resta per me indimenticabile“.

Living Theatre – Judith Malina e Julian Beck

Succede insomma che lo spettacolo prende una piega allarmante, a dispetto dei tutori dell’ordine, convocati apposta. Riporta ancora Il Piccolo: “con tutti quei giovanotti di pelle bianca e di pelle scura che si rotolavano sul tavolaccio e tra le sedie della platea, gemendo e spasimando come buoi squartati, e con una parte degli spettatori che manifestavano più o meno cordialmente la loro insofferenza, le cose sembravano volgere al peggio”.

Living Theatre - Paradise now

Interviene il commissario di polizia, intima di sospendere la rappresentazione, poi si rimangia l’ordine, e lascia che le “piccole scene” vadano avanti. In nome dell’arte. 

Se non che “un attore della compagnia, afferrato dal raptus della mimesi realistica, in una scena figurata del resto molto bella, ha avuto l’imprudenza di dimenticarsi nello spogliatoio la tradizionale foglia di fico“. Insomma, nudo. Anche se per pochi secondi, e insieme a un’attrice.

Living Theatre

Atti osceni

Il verbale di Polizia è eloquente: “visto che si sono verificati gravi inconvenienti con vivaci contrasti tra gli spettatori, accertato e contestato il reato di cui all’art.527 del C.P. per atti osceni, commesso da uno degli attori, si decreta la sospensione dello spettacolo e si vieta ogni futura rappresentazione“. E tutti via in questura, attori e spettatori.

Il caso del Living Theatre a Trieste mobilita le cronache nazionali. Ma soprattuto fa precipitare la già pericolante struttura del Teatro Stabile Città di Trieste. “L’uomo svestito sul palcoscenico ha messo a nudo la crisi del teatro“: questo il tenore dei titoli. Interrogazioni. Dimissioni. Scioglimento del consiglio di amministrazione. Una vera debacle per l’istituzione guidata da Sergio D’Osmo, che si voleva aprire a un teatro un po’ meno convenzionale e conservatore

Living e Stabile triestino vengono alla fine assolti dalle imputazioni. Anche per la testimonianza di un pompiere in servizio sul palcoscenico, scarsamente illuminato: “nero lu, nera ela, mi no go visto niente”.

Il caso Living è chiuso. Alla storia si affaccia un soggetto nuovo di zecca, il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 maggio 2022]

Una breve storia del Living Theatre.

Su QuanteScene! trovi anche altre STORIE. Per esempio Harold Pinter, Kazuo Ohno, Eimuntas Nekrošius, Milva… tutti raccontati dal vivo

Cartoline da Siena. In-Box 2022, il turismo e i pronostici di stagione

Famosa per il Palio che si corre a luglio e agosto, la città toscana parla anche al mondo del teatro. A maggio, gli spettacoli di In-Box 2022 lo hanno già movimentato. Seguono considerazioni.

In-Box dal vivo 2022

A Siena, a In-Box dal vivo, ci torno sempre volentieri. È un bel punto di osservazione su ciò che si sta muovendo nel teatro italiano. Piccole produzioni, compagnie indipendenti, ricerca di strade nuove.

Tra il Teatro dei Rozzi (in pieno centro) e quello dei Rinnovati (che addirittura si apre su piazza del Campo) in soli tre giorni si pronosticano quali saranno i titoli che potranno rimbalzare nelle piccole e medie sale italiane nella stagione prossima.

Alla tre giorni di Siena sono arrivato dopo altrettante giornate di MittelYoung a Cividale del Friuli (vedi qui il post). Le due manifestazioni – quasi anomali festival posizionati a maggio – anticipano la Grande Estate Italiana del Teatro che comincia adesso, in giugno. E per oltre tre mesi mobiliterà nord e sud della penisola, città e paesi, monti, colline e località di mare.

Turismo e festival sono un binomio consolidato e non c’è sorpresa nel constatare che le manifestazioni dal vivo, soprattutto quelle più strutturate, sono un richiamo forte. Magneti e volani che movimentano la grande filiera turistica, la più importante fonte di Pil italiano. Leggete la “guida nomade agli eventi culturali” firmata da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino (In giro per festival, edito da Altraeconomia) e capirete perché.

Ristorazione, alloggi, comparto espositivo e museale, shopping e industria del souvenir, ne beneficiano enormemente. Nel mio piccolo, per esempio, un vassoio di ricciarelli alla mandorla, e qualche bell’esemplare di panforte e di panpepato, trovano ogni volta che vado a Siena, la strada di casa mia.

Ricciarelli di Siena
Ricciarelli di Siena

Vince chi porta a casa più repliche

Ma restiamo su In-Box 2022 e sulla sua formula particolare. Coordinata da Straligut Teatro, ben supportata da Comune di Siena, Fondazione Toscana Spettacolo e altri partner istituzionali, la manifestazione è l’esito annuale del lavoro condiviso da una ottantina di teatri sparsi in tutta la penisola. In altre parole, una “rete di sostegno del teatro emergente italiano” che da parecchi anni sceglie la città toscana per le giornate finali.

Una selezione tra le proposte pervenute nei mesi precedenti (quest’anno sono state 150), individua sei titoli finalisti, presentati poi dal vivo nella tre giorni di maggio.

Ognuno degli ottanta teatri sceglie a questo punto quello più adatto alla propria sala e acquista a cachet una replica. Vince chi porta a casa più repliche. Al concorso principale si affianca in parallelo In-Box verde che si rivolge a spettacoli per l’infanzia e l’adolescenza.

Questa splendida non belligeranza - In-Box 2002
Simona Oppedisano e Giordano Domenico Agrusta in Questa splendida non belligeranza – spettacolo vincitore

Precisa nelle intenzioni, che considerano fattori di pubblico e di mercato e sostengono gli artisti riconoscendo loro dignità economica e lavoro, In-Box dal vivo risente ovviamente della qualità delle proposte che candidano alla selezione. Una volatilità qualitativa che ogni anno incide sulla scelta dei finalisti e sul tono della manifestazione.

In-Box e questo 2022

Un giudizio sintetico: assai meno bene, questo 2022, rispetto ai risultati degli anni passati. Meno proposte che stimolino, meno artisti da scoprire, meno teatro emergente – per dirla con le stesse parole di In-Box.

Una medietà, anche ideativa, che dimostra quanto due anni di fermo sanitario abbiano influito, oltre che sulla distribuzione, anche sulla creatività delle compagnie indipendenti.

Rimini - Gruppo RNM - In-Box 2022
Rimini – Gruppo RNM

Tanto è vero che un allestimento solo si è portato via la maggior parte delle repliche in palio. A conquistare una trentina di palcoscenici è stato un bell’esemplare di scrittura: Questa splendida non belligeranza

Marco Ceccotti, regista e autore, la traduce in scena ricostruendo con i suoi attori l’ordinaria banalità di un tinello domestico, divano e tavolo da pranzo. Il testo è una parodia di tutte quelle drammaturgie imperniate su famiglie disfunzionali e mostruose, e si risolve in commedia arguta, surreale quel tanto che basta, sorniona, papabile.

Questa splendida non belligeranza ha staccato di molte lunghezze i concorrenti. Forse perché un teatro di soli contenuti, come quello degli altri titoli in gara, è l’esatto opposto di quel Nuovo che proprio da In-Box dovrebbe emergere.

Ineccepibile, ma tutto d’anniversario, è L’ultima estate (KNK Teatro) che a trent’anni di distanza esatti, fotografava gli ultimi giorni palermitani di Falcone e Borsellino. Giornalistica, ma superficiale, era l’indagine dei milanesi Guinea Pigs Teatro sulle Nuove Povertà, trattate alla pari in uno show televisivo di fascia domenicale. E la scelta musicaleggiante, utile semmai alla promozione turistica, non ha certo aiutato Rimini del Gruppo RNM di Bologna.

L'ultima estate - KNK teatro - In-Box 2022
Simone Luglio e Giovanni Santangelo in L’ultima estate – KNK teatro

Percepire, accogliere

Nemmeno il nome di spicco, quello di Jon Fosse, autore di Inverno (allestito da PianoInBilico con la regia Michele Di Mauro), è riuscito a convincere la rete dei compratori. A parere dei quali, le atmosfere gelide, nordiche, cimiteriali del drammaturgo norvegese, poco si addicono al pubblico di una piccola sala di provincia. Che il più delle volte ambisce all’intrattenimento.

Ma è anche grazie a queste constatazioni che i momenti di messa a punto tornano utili. Momenti come quello di In-Box dal vivo, il suo lavoro sui contrasti e sulle tensioni – ricerca e mercato, artisti e pubblico, qualità e intrattenimento – riescono a registrare movimenti, sommovimenti, percorsi, indirizzi. Che la programmazione mainstream, ufficiale, garantita Fus, metropolitana, non è quasi mai in grado di percepire. E tanto meno di accogliere.

Pasquale di Filippo e Silvia Giulia Mendola in Inverno di Jon Fosse

– – – – – – – – 

IN-BOX 2002 dal vivo
un progetto di sostegno del teatro emergente italiano
di Straligut Teatro
con il sostegno di Comune di Siena, Regione Toscana, Ministero della Cultura, Fondazione Toscana Spettacolo, Università di Siena, UniCoopFirenze
Siena 19-21 maggio 2022