Gioiosa et Amorosa. Tra peccati e tiramisù, a Treviso cresce un festival di teatro

Prende il via domani a Treviso la 4a edizione di Gioiosa et amorosa. Con il suo sano spirito edonista, il festival teatrale orienta il proprio pubblico verso i piaceri. Che in quel territorio, la Marca Trevigiana, pare siano oggetto di culto.

Gioiosa et Amorosa 2024

Gioiosa et Amorosa

Di questa definizione Treviso e il suo territorio vanno fieri. Quanto sia autentica o immaginaria ovviamente non si sa. Né quando sia nata.

C’è dice nel Trecento, tanto che perfino Boccaccio in una novella del Decameron (VIII, 8), allude, strizzando l’occhio, a una certa “danza trivigiana”, più erotica che coreografica. 

C’è d’altra parte chi dice che quella definizione sia stata inventata, a tavolino, nell’Ottocento, anticipando lo spirito imprenditoriale locale che oggi, soprattutto per le bottiglie frizzanti, non è secondo a nessuno. 

Fatto sta che da quelle parti gli spiriti, più o meno erotici, più o meno versatili, vanno alla grande. Chi ha una certa età, ricorderà bene il film Signore e Signori di Pietro Germi, che della disinvolta e bigotta Treviso raccontava i retroscena: peccatucci minuscoli e peccati mortali.

Signore e Signori - Pietro Germi 1966
Signore e Signori – regia Pietro Germi, Italia 1966

Tiramisù e teatro

Anche in fatto di gola Treviso ha belle carte da giocare. Lasciando da parte il Prosecco, ci sarebbe pure l’assai discussa creazione del tiramisù (nato dal popolare “sbatudìn”: tuorlo e zucchero sbattuti assieme) che lo chef Roberto Linguanotto negli anni Settanta, portò agli onori nazionali. Grazie anche a Bepo Maffioli, gastronomo e scrittore, che accreditò al cuoco trevigiano e al suo patròn, Ado Campeol del ristorante Le beccherie, l’invenzione di quel dolce, dal nome tanto benefico quanto portentoso.

Proprio a Bepo Maffioli – che oltre a essere uno scrittore enogastronomo, è stato anche un formidabile attivatore teatrale – è dedicato da alcuni anni il Premio di drammaturgia con il quale si apre, proprio domani sera, giovedì 20 giugno, l’edizione 2024 del festival Gioiosa et Amorosa.

banner Premio Bepo Maffioli 2024

Condividere i piaceri

Gli ideali che ispirano il festival – in programma al Teatro Mario Del Monaco di Treviso, da domani, giovedì 20 fino a domenica 30 giugno – dicono infatti:

GIOIOSA ET AMOROSA, “dove per ‘gioia’ e ‘amore’ si intende tutto l’amore e la gioia, sotto qualsiasi forma e accezione, la gioia di vivere e il rapporto con la felicità, il sesso, il dionisiaco come l’ebbrezza che deriva dall’arte sensuale, dall’erotismo, dalla convivialità, lo spirito gaio ed entusiasta, nell’imprevisto, nella condivisione del piacere, nell’irrazionale e nell’impeto creativo”.

post it GEA 2024

Questo è il link al programma completo della manifestazione, nato dall’attività di Comitato Teatro Treviso, in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto.

Umano e trans-umano

Il tema di quest’anno ha poi una spiccata attualità. Tanto il Premio di drammaturgia tanto il cartellone del festival, sfidano infatti artisti e pubblico sul terreno della trans-umanità.

GEA.24 – (TRANS)UMANA: “la vita è movimento, spostamento, ha bisogno di andare «al di là, attraverso» per essere e mantenersi tale, andare oltre uno spazio e un tempo dove le condizioni per sussistere potrebbero non essere garantite. Biotecnologie, intelligenze artificiali e sviluppo esponenziale della ricerca scientifica promettono di allungare la nostra esistenza, di trans-portarci «al di là» dell’invecchiamento, della malattia e della morte. Contemporaneamente in alcuni angoli remoti del pianeta, invece, si vive ancora grazie alla pratica millenaria di mantenere in vita gli ovini, conducendoli verso pascoli migliori, verso l’acqua. Milioni di persone si spostano per lasciare luoghi e tempi resi invivibili da guerre e surriscaldamento globale, altre vanno al di là del territorio di un corpo che sentono non appartenergli, si spostano oltre i confini di genere per rinascere e vivere felici”.

locandina festival Gioiosa et Amorosa 2024

Se ho capito bene, il tema invita a guardare oltre i confini dell’umano. E trans (ben al di là del significato più attendibile oggi) ci porta verso i territori complessi e affascianti delle biotecnologie e delle intelligenze artificiali. Senza dimenticare l’antica transumanza che, tra nomadismo e stanzialità, permise in tempi remotissimi la crescita delle prime comunità umane e continua ancora oggi a trasformarle.

Prossimi al Premio

Ce ne sono quindi di cose da inventare. E se sono stati 41, quest’anno, i lavori inediti di drammaturgia che concorrevano al Premio Bepo Maffioli, finalmente domani sera verrà annunciato il testo vincitore, offerto al pubblico in una mise en lecture, a cura di Giuliana Musso (Teatro Mario del Monaco, ore 20).

zoom GEA 2024

Appena possibile, QuanteScene! vi aggiornerà sugli esiti. Ma fin d’ora va almeno segnalato lo spettacolo che debutterà sabato 22 (ore 20.30, con una replica il 23) e che si intitola Cobalto. Per tutta la giornata, e anche dopo, l’installazione di Ruggero Franceschini, From here above accompagnerà la manifestazione, alla palazzina del Treviso Tiramisù.

In uno sperduto paese di montagna – raccontano le note di presentazione di Cobalto – il cielo si inscurisce in pieno giorno, per due volte; con la prima, scompare una donna, con la seconda suo marito e il bestiame. I due figli della coppia, Bianca e Bruno, affrontano l’estremo clamore dell’evento e un passato buio che li ha resi ostili. Ci piace definire Cobalto come una tragedia dei colori. Bucolica, maledetta, al confine fra onirismo e realtà”.

Questa, per chi volesse approfondire, è la locandina.

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COBALTO
di Matteo Porru
con Alex Cendron e Laura Serena
regia Francesca Merli
regista assistente Davide Strava
voci off Angelo Callegarin, Giacomo Martini e Davide Strava
riprese video e fotografia Francesco Giacomel
montaggio video Francesco Marotta
musiche Giacomo Benvenuto
scene Davide Strava
luci Francesca Merli
costumi Laura Serena
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale | Comitato Teatro Treviso | GEA.24

FROM HERE ABOVE
concept e regia Ruggero Franceschini
performer Samantha Silvestri
direttore della fotografia e operatore Moussa Mone
montaggio Moussa Mone e Ruggero Franceschini
scenografia Kinga Kolaczko
responsabile di produzione Linda Marana
produzione Treviso Tiramisù e CTT, con il supporto di Quanto Basta srl

Un teatro di zombie. I nostri antenati secondo Alessandro Giammei

A volte è il caso. A volte una soffiata. La seconda, stavolta. Un amico mi scrive su whatsapp: sto leggendo un libro che mi ha fatto subito pensare alla tua avversione per ricorrenze, anniversari, celebrazioni, ecc…

Eggià: il 2021 è stato l’anno di Dante. Il 2022 quello di Pasolini. Nel 2023 ci si poteva dimenticare di Calvino? Adesso, nel 2024, ce la caviamo con Kafka. Ma volendo, c’è pure Eleonora Duse. Il solito mantra li promuove tutti a “nostri contemporanei”.

Di quanto io trovi disdicevoli le ricorrenze mortuarie ho scritto più volte in questo blog (su Dante, per esempio, su Pasolini).

Chi lo legge è avvertito delle reazioni allergiche che (mi) provocano le iniziative dedicate a quei “nostri contemporanei”, che sono morti invece mille, cinquecento, cento anni fa.

Così mi conforta parecchio, nei miei malori da anniversario, ciò che dice la copertina di quel libro, scritto da Alessandro Giammei e intitolato Gioventù degli antenati, Einaudi Editore.

zombie

Leggo il sottotitolo: Il Rinascimento è uno zombie. Continuo a leggere e trovo scritto: “invece di portare i viventi in un altrettanto vivente passato, [noi italiani] ci sforziamo di portare i morti nel presente, mortificandolo”.

Anche l’anno kafkiano, e anche l’anno dusiano, sono affari da zombie

Uso, abuso e culto del Rinascimento

Ho divorato subito le cento pagine del saggio. Che è tutt’altro di una boutade sulla necrofilia che anima tutte le nostre italiane iniziative mortuarie. Giammei è un italianista e insegna negli Stati Uniti, Yale University. Si occupa quindi di Italian Studies: il Rinascimento è il periodo cui ha dedicato buona parte dei suoi lavori accademici e, a lezione, lo spiega agli americani.

Gioventù degli antenati - Alessandro Giammei - Einaudi
il messaggio whatsapp che ho ricevuto

Il libro è un’accurata e scaltrita analisi sull’uso, l’abuso, il culto del Rinascimento nelle strategie culturali del nostro Paese. Parallele all’ossessione italiana per il made in Italy nel campo dei prodotti da vendere. Come dimenticare la Venere botticelliana e influencer di Open to Meraviglia della Santanchè?

Ma Giammei è un provocatore fine, ed è anche un esperto di videogiochi. Così approfittando di Tomb Raider, Assassin’s Creed e Game of Thrones, via via tira in ballo zombie eccellentissimi come Petrarca, Ariosto, Machiavelli, che la sapevano molto più lunga dei nostri celebratori nostrani, sempre pronti a zittire quei maiuscoli antenati, cucendo loro la bocca. Come agli zombie, appunto.

La Roma zombie di Mussolini

Leggere il libro è fare un viaggio dentro il culto mussoliniano della Roma Eterna, archeologia dell’archeologia, per smontare alcune delle sue tante icone-patacca: il Colosseo, piazza del Campidoglio, la Bocca della Verità. Divertente lo smantellamento di quest’ultimo falso storico, a cui già wikipedia aveva dato il colpo di grazia. E che pure resiste, soprattutto come calamita da frigo.

Il millefoglie

Potreste ora domandarmi: ma che c’azzecca la Roma Eterna, inventata e glorificata dal fascismo, con il teatro?

Roma – provo a sintetizzare Giammei – è una stratificazione storica, un millefoglie nel quale è impossibile separare, a fini utilitaristici, una sola sfoglia. Quella repubblicana, o quella imperiale, rinascimentale, barocca, ecc… Mettendola magari a fondamento glorioso dell’identità nazionale. O a fare da sfondo a Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze romane.

Audrey Hepburn Vacanze romane
Audrey Hepburn alla Bocca della Verità in Vacanze romane

Anche un testo teatrale, che sia un capolavoro del passato lontano, o di quello recente, è un millefoglie. Illudersi di attualizzarlo, presentificarlo, farne un “nostro contemporaneo”, è cucirgli la bocca e mandarlo in tournée come uno zombie. Che è ciò che si vede, più o meno, in tutti gli spettacoli creati in occasione di questo o di quel anniversario. Per tenerlo in memoria.

Inventare, non fare manutenzione

Il Rinascimento non ha scoperto né attualizzato i classici: ha inventato quel che oggi chiamiamo classico” scrive Giammei.

È così anche a teatro. Al testo scritto noi poniamo domande. In diverse epoche, esso ci parla in modi diversi. Offrendo a noi risposte, inventandone di contemporanee. Ogni testo teatrale è una macchina che produce senso. Per l’adesso. Soprattutto i classici (ah sapere quali e quanti sono i classici!)

L’eternità non è un marmoreo monumento, stabile e uguale a sé in ogni epoca che attraversa” dicono le ultime pagine del libro. “L’eternità invece è forse un disegno: talmente generativo che mani e menti di ogni luogo e tempo continueranno a scavar marmi per realizzarlo“.

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GIOVENTÙ DEGLI ANTENATI
Il Rinascimento è uno zombie

di Alessandro Giammei
Einaudi Editore (Vele, 136 pp. 13 euro)

Mittelfest 2024. Dentro il magico mondo del disordine

Ha tutta l’aria di una trilogia. E di fatto, lo è.  Disordini (titolo dell’edizione di Mittelfest 2024) si aggiunge ai titoli che nei due anni precedenti avevano già dato forma al festival di Cividale del Friuli: Imprevisti (nel 2022) e Inevitabile (nel 2023). 

Tre modi per raccontare in tre parole la complessità del presente. Un presente che, parafrasando un celebre scrittore mitteleuropeo, Italo Svevo, non dev’essere per forza di cose bello, né necessariamente brutto. Perché è la complessità che lo definisce.

Mittelfest 2024 Disordini

Complessità

Disordine quindi. E disordini soprattutto: da affrontare sì sull’ostico versante negativo, con tutto ciò che lo scompiglio e la mancanza d’ordine comportano. Ma anche sul versante positivo, per le tante possibilità generative che il caos frutta e alimenta. 

Così, se nel 2023 a evocare l’inevitabile corso degli eventi, era una fila di tessere del gioco del domino, pronte a rovesciarsi una sull’altra, a disegnare ora i disordini è il mazzo degli shanghai. I famosi bastoncini giapponesi (?) che, lasciati cadere alla rinfusa, mettono alla prova la pazienza, la precisione, la soddisfazione e il piacere ludico dei giocatori. Nel caso del festival di Cividale, degli spettatori.

Shanghai
Shanghai è il tema visivo di Mittelfest 2024 – Disordini


Shanghai mitteleuropei

Un mazzo di shanghai lo ha lasciato cadere sul tavolo, apposta, Giacomo Pedini, direttore e responsabile delle scelte artistiche anche di questa edizione, presentata proprio oggi nella sede della Regione Friuli Venezia Giulia, che del festival è il principale sostenitore e finanziatore.

Mittelfest 2024 è in programma nella città friulana, pochi chilometri dal confine, dal 19 al 28 luglio, anticipato nei tre giorni precedenti (cioè dal 16 luglio) da Mittelyoung, contest di teatro, musica, danza e circo riservato ad artisti internazionali under 30 (erano 250 le candidature pervenute quest’anno, saranno 9 gli spettacoli finalisti in concorso).

Gli shanghai mitteleuropei nel banner 2024

Sul sito, oggi aggiornato, si può consultare il programma completo della manifestazione, che nello spirito della trilogia, e con alcune soluzioni innovative, ripropone la formula adottata nei due anni precedenti. Quella di un festival multidisciplinare in cui i linguaggi del teatro, della danza, della musica e del circo diventano difficilmente separabili.

Perché le nuove generazioni tendono a amalgamare, in un mix felicemente disordinato (càpita, a volte), l’intera varietà degli input che il panorama contemporaneo offre.

Mittelfest 2024 - Mittelyoung - call

Succederà a Mittelfest 2024

Tra gli oltre 40 eventi che Mittelfest 2024 mette in fila in dieci giorni (due weekend compresi), mi va di segnalarne alcuni, di teatro in particolare, che brillano di luce propria e a Cividale avranno il battesimo del debutto.

Per esempio, il lavoro di spazi e di figure che Teatrino Giullare sta elaborando attorno a un racconto, La tana di Franz Kafka, di cui ricorre quest’anno il 100esimo dalla morte.

Oppure Le tue parole, spettacolo-dedica che Giuseppe Battiston e Piero Sidoti, hanno ideato per ricordare assieme il lavoro poetico di Pierluigi Cappello.

O ancora Zlotogrod, città immaginaria e metamorfosi itinerante di un romanzo breve di Joseph Roth (Il peso falso) che Mittelfest affida al drammaturgo Jacopo Giacomoni e ai team attorali di L’Amalgama e del Circo all’Incirca.

Dello scrittore austriaco, Mittelfest ha già raccolto l’eredità, portando al debutto teatrale solo qualche settimana fa, La cripta dei Cappuccini (vedi il post di Quante Scene!) che verrà riproposto durante il festival, in una rielaborazione radiofonica.

Un altro orizzonte

Allargando lo sguardo all’orizzonte internazionale, si segnalano intanto il nuovo titolo del regista Jeton Neziraj (che dal Kosovo porterà a Cividale la propria vis da combattimento in Negotiating Peace, riflessioni sul concetto di pace). O quello del coreografo franco-ungherese Josef Nadj (in un danza-concerto intitolato Full Moon).

Negotiating Peace - regia Jeton Neziraj - Mittelfest 2024
Negotiating Peace – regia Jeton Neziraj – Qendra Multimedia

Ci sono poi il lavoro sul volto e sulle maschere che Matteo Spiazzi (più centroeuropeo di quanto non lasci intendere il suo cognome) ha realizzato per il Teatro Nazionale Sloveno di Celje (Paradiz, vedi qui).

E anche l’enorme zattera che, dopo aver occupato lo spazio centrale di piazza Duomo affonderà (o salverà, chissà) il pubblico da un naufragio raccontato alla rovescia (Fortuna è il titolo della proposta italo-belga di Piergiorgio Milano).

Paradiž, regia Matteo Spiazzi, SLG Celje, Slovenia

Ci aggiungerei, musicalmente parlando, il talento vocale della greca Katarina Papadopoulou (Pelagos). Il disordine allegro degli ottoni dei Džambo Agušev (Brasses for Masses). Il pianismo esplosivo di Alexander Gadjiev.

E ancora: il teatro-musica di Moni Ovadia (Senza confini). Il quintetto di fiati polacco di Sinfonia Varsovia. L’hip-hop carinziano di Kernconfusion, e il concerto finale dell’Orchestra Corelli, orchestrata appunto dall’attrice, cantautrice e regista cinematografica Margherita Vicario.

Abbastanza, non vi pare?

Brasses for Masses - Džambo Agušev

Mittelfest, Mittelyoung, Mittelland

Sono solo esempi, stimolanti per chi, come me, osserva il teatro e anche la musica da un particolare punto di vista. Altri stimoli – anche coreografici, anche di nuovo circo – ciascuno spettatore potrebbe trovarli in ciascuna piega del cartellone. 

Cioè nell’offerta plurale che, nei tre giorni di Mittelyoung, nei dieci di Mittelfest, e nella ancora più estesa durata dei progetti di Mittelland, disegna una parte del progetto complesso, inevitabilmente complesso, con cui la Regione Friuli Venezia Giulia si avvia ad affrontare il 2025.

Anno in cui tutto il confine orientale, e in particolare la città di Gorizia e la gemella slovena Nova Gorica diventeranno, assieme, Capitale Europea della Cultura (GO! 2025).

Sarà un anno ad alta intensità di eventi. Che QuanteScene! si prepara a documentare.

Festival e vacanze intelligenti. Come evitare l’effetto Alberto Sordi

Ogni anno, a metà maggio, prendo il calendario e ci segno su alcune date. Con i pennarelli colorati. Sono le date dei festival teatrali dell’estate. L’Italia ne conta un sacco. A molti io sono affezionato. Da Nord a Sud. Da Bolzano a Siracusa. O viceversa.

Poi, mica me li faccio tutti. Anzi quest’anno, e non sto a raccontarvi perché, parecchi ne salterò. Ma sul calendario spiccano: un colore ciascuno, le sovrapposizioni, le date cerchiate, perché proprio quel giorno, là c’è qualcosa che mi fa gola: un titolo, una compagnia, certi artisti.

Sono le mie vacanze intelligenti. Quasi come quelle di Albertone Sordi e della sora Augusta, sua consorte. Quasi.

Le vacanze intelligenti (1978) - Alberto Sordi e Anna Longhi

Le vacanze intelligenti (1978, Alberto Sordi e Anna Longhi)

La guida nomade

Sempre a maggio, ogni anno, da tre anni, mi passa poi sotto gli occhi il volume che, cento di quei festival, li mette in fila e li racconta. Ne ho parlato in altre occasioni, in altri post (2022 qui, e 2023 qui). E ve lo consiglio anche quest’anno. Per le vostre vacanze intelligenti.

Curato con tutta l’attenzione possibile da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, il libro si intitola In giro per festival – guida nomade agli eventi culturali, ed è il distillato cartaceo, edito da Altrəconomia, di un lavoro, assai più impegnativo, che i due autori continuano a sviluppare sul sito Trovafestival.it, catalogo di tutte (o quasi) le manifestazioni che in forma di evento di cultura punteggiano la mappa della nostra penisola.

In giro per festival – guida nomade agli eventi culturali - edizione 2024/25

Cartelloni per tutti

Molti di questi festival 2024 hanno annunciato già i loro programmi. Altrettanti devono ancora farlo. E perciò, vi capitasse di trovarvi a Bolzano oppure a Siracusa, state in campana e magari seguite i link che intanto vi metto qui sotto.

Chissà che non troviate anche voi la vostra serata intelligente, come Albertone. Del resto, a parità di prezzo, uno spettacolo dal vivo è un ottimo sostituto della solita pizza. 

Per cominciare dico che proprio oggi, giovedì 23, a Castrovillari (provincia di Cosenza) prende il via Primavera dei teatri, che di tutta la collezione estate-autunno rappresenta l’apripista.

Con la nuova sezione Prima il festival calabrese punta al ricambio generazionale, soprattutto in ambito coreografico: favorisce la conoscenza di artisti nuovi e tiene alto il livello ospitando anche le prime di quelli già affermati. Ad esempio, Chiara Bersani con il nuovo Sottobosco. Da martedì 28, una programmazione più concentrata sul teatro schiera nomi eccellenti come Tindaro Granata, Caroline Baglioni, Davide Iodice, Kepler 452, Marco Sgrosso, Dino Lopardo, il drammaturgo Fabio Pisano con la sua Spezzata, e molti altri, oltre ai padroni di casa, Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Il cartellone di Primavera dei Teatri

In-Box dal vivo 2024
In-Box dal vivo 2024

Sempre oggi, a Siena, è anche la volta di In-Box dal vivo. Non è esattamente un festival ma, per com’è articolato e per il numero di osservatori che riesce a attrarre, gli assomiglia molto. Anche in questo caso a mettersi in scena è soprattutto una new generation, che attraverso percorsi di selezione maturati durante l’anno, finalmente presenta e mette in gara – diciamo così – le proprie creazioni. Per informazioni sulla speciale formula di In-Box e sugli spettacoli in programma c’è il sito, curato da Straligut Teatro.

Il cartellone di In-Box

Pergine Festival 2024
Pergine Festival 2024

Una settimana fa è stato ufficializzato il cartellone del festival di Pergine, piccolo e attivo centro turistico e culturale in Valsugana (provincia di Trento). A dirigerlo, dallo scorso anno, sono quelli di Babilonia Teatri e già il titolo 2024 è un forte richiamo: Senti come suona. Il che fa capire che il filo rosso che guida quest’anno Enrico (Castellani) e Valeria (Raimondi) è quello della musica, però ben messa in scena. Tra il 29 giugno e il 13 luglio, nomi e titoli sono tanti. Superfluo trascriverli, sfogliatevi il sito e scegliete il vostro menu.

Il cartellone di Senti come suona – Pergine Festival

Tornando a Sud, una manifestazione che polarizza comunque la mia attenzione, anche perché si tratta di un luogo mitico, se non proprio magico, è Pompei. Di Pompeii Theatrum Mundi ho detto già parecchie cose in un post precedente. Ma ora che i media si concentrano tutti su ciò che accade nei Campi Flegrei e su quel supervulcano appiccicato a Napoli, ripensare al vecchio Vesuvio e alla sua eruzione, mi mette davvero i brividi. L’Odissea cancellata di Emilo Isrò è in programma nel weekend del 13 giugno. Il lavoro di Davide Iodice sul De Rerum Natura di Lucrezio si vede dal 27.

Il cartellone di Pompeii Theatrum Mundi

Pompeii Theatrum Mundi 2024
Pompeii Theatrum Mundi 2024

Romagna felix, si diceva decenni fa. Di tempo ne è passato, ma sappiate che mercoledì 29 maggio, anche Santarcangelo Festival presenterà il suo programma (dal 5 al 14 luglio). Alcune anticipazioni sono già trapelate, ma un po’ tutti siamo impazienti di vedere forma e sostanza di uno dei più storici festival teatrali italiani che come i camaleonti si trasforma ogni anno. Se ho fatto bene i conti siamo all’edizione numero 54, alla direzione fino al 2026 c’è Tomasz Kireńczuk , e il titolo scelto per il 2024 è While we are here

Il sito di Santarcangelo Festival

I festival più longevi

Tra i festival longevi ci sono poi quello di Spoleto, il Mittelfest a Cividale del Friuli, la stagione del Teatro Greco di Siracusa, il Festival shakesperiano a Verona, Oriente Occidente a Rovereto. Adesso me ne dimentico magari qualcuno, ma vedrò poi di rimediare.

Mittelfest 2024
Mittelfest 2024

Il più longevo di tutti, forse, perché le radici profonde risalgono all’Ottocento (1895 è l’anno della prima esposizione) è quello della Biennale di Venezia, in tutte le sue varie articolazioni: dall’arte contemporanea all’architettura, dal cinema alle performing arts.
Anche della Biennale, e di quella dal vivo in particolare, ho detto abbastanza lo scorso mese.

Ma solo il fatto che la fama della manifestazione veneziana abbia catturato il geniale Alberto Sordi (dal quale ha preso il via questo post) rende inevitabile che (in conclusione) vi rivediate una fra le indimenticabili scene di quel film del 1987, l’episodio da lui stesso diretto.

Torna Spregelburd. E scatena di nuovo il panico

Debutta a Torino, giovedì 23 maggio, un nuovo allestimento di Il Panico, uno dei sette, contemporanei, peccati capitali, a firma di Rafael Spregelburd. La regia è di Jurij Ferrini.

Rafael Spregelburd - ph Diego Martinez
Rafael Spregelburd – ph Diego Martinez

Quasi d’incanto, all’improvviso, una quindicina di anni fa, l’Italia aveva scoperto Rafael Spregelburd, argentino. Una convergenza insolita, certo meritata, aveva fatto sì che l’attore, autore, regista (in definitiva, teatrista, come si dice in quel Paese) nato a Buenos Aires nel 1970, diventasse da noi oggetto di attenzioni speciali.

Spregelburd Time

Prima, la pubblicazione della sua Eptalogia di Hieronymus Bosch per Ubulibri (due volumi, 2010). Poi, l’interesse per la sua scrittura – così bizzarra, così post, così catastrofica – da parte di lettori attenti. Quindi le numerose trasferte in Italia: per Napoli Teatro Festival con la soap-opera Bizarra, per l’Ecole des Maitres a Udine con Furia avìcola, per il Festival della Mente a Sarzana.

Infine la scelta a lungo meditata, da parte Luca Ronconi, di mettere in scena per il Piccolo di Milano tre dei suoi sette eccentrici peccati capitali: La Modestia (2011) e Il Panico (2013). La Paranoia rimarrà solo un progetto.

Ecole des Maîtres - edizione 2012 - Rafael Spregelburd
Ecole des Maîtres – edizione 2012 – Rafael Spregelburd

Spregelburd Time, quindi, questo periodo a cavallo degli anni Dieci. Bel fenomeno certo, che aveva propiziato l’interesse dei teatri italiani anche per altri argentini (come Daniel Veronese e Claudio Tolcachir) e in seguito per i cileni (come Guillermo Calderón) e gli uruguaiani (Sergio Blanco).

Così argentino, così stravagante

Dopo un po’, Spregelburd era però scomparso dai nostri radar. Vuoi perché gli italiani sono molto attenti al proprio ombelico. Vuoi perché era venuto a mancare l’effetto novità. Ma soprattutto, mi pare, per l’eccentricità di quel suo scrivere teatrale, così argentino, così stravagante, beatamente cialtrone. Poco consono dunque alla seriosità con cui in Italia ci si dedica alla drammaturgia.

copertina Eptalogia Hieronimus Bosch

Ma ora Spregelburd ritorna. E promette chissà di seminare di nuovo il panico. Infatti proprio Il Panico (cioè la seconda regia spregelburlesca di Ronconi, uno dei sette capitoli della Eptalogia) verrà riallestito da chi Spregelburd lo conosce bene. Per averlo studiato e allestito in quel formidabile decennio: Jurij Ferrini.

Seminare il panico

Debutta giovedì 23 maggio al Teatro Gobetti a Torino (con repliche fino 9 giugno), Il Panico, la regia è firmata da Ferrini, la produzione è del Teatro Stabile di Torino. L’ autore sarà inoltre presente al Gobetti, mercoledì 29 e incontrerà la compagnia, il regista e il pubblico.

In più di trent’anni di mestiere non ho mai letto nulla che assomigli alla scrittura di Rafael Spregelburd – ricorda Ferrini. “È un drammaturgo, attore, regista, o più semplicemente teatrista, che mi ha letteralmente folgorato. È argentino, classe 1970, come me. Quando ho iniziato a leggere i suoi testi mi sono sorpreso a ridere fino alle lacrime. La sua comicità non è mai banale, è caustica, spietata, scorretta verso gli abitanti di quella parte del globo che risponde al nome di Occidente. Sbugiarda i falsi valori e l’ipocrisia su cui si impernia il nostro patto sociale“.

Jurij Ferrini

E ancora: “Tentare di scrivere una sinossi di Il panico, sarebbe un’azione scellerata perché si tratta di una commedia estremamente chiara e così fantasiosa e sorprendente che ci si chiede se tutto ciò che egli scrive esista davvero nel mondo reale. Ed è su questo crinale, tra plausibile ed impensabile, che Spregelburd conduce gli spettatori”.

Quella drammaturgia bizzarra

Continua Ferrini, che di Spregelburd aveva messo in scena Lucido nel 2013: “Il panorama da cui proviene questo autore è la viva capitale sudamericana, una Buenos Aires che è rinata, culturalmente parlando, durante il crollo economico. Il teatro diventa un luogo di ritrovo e di espressione popolare. Mancano i fondi e iniziano a nascere teatri casalinghi, nei salotti delle case private. Attori per passione e lavoratori per necessità si mettono al servizio di scrittori e registi per creare, interpretare e reagire”. 

Rafael Spregelburd e Violeta Urtizberea in Inferno (2022)

Immerso in questo clima di fermento culturale, Spregelburd aveva composto una serie di drammi, scritti tra il 1996 e il 2008, l’Eptalogia di Hieronymus Bosch, un richiamo al quadro del pittore fiammingo che nel sedicesimo secolo aveva illustrato i sette peccati capitali. L’accidia ora diventa il panico, la lussuria è identificata con l’inappetenza, la gola con la paranoia, l’invidia è la stravaganza, la superbia la modestia e l’ira è tradotta con la cocciutaggine”.

Quel presidente. Bizzarro anche lui

Certo, tutto giusto, anche se Ferrini sembra poi trascurare che nel frattempo in questa Argentina fervida, si è insediato un tipo – bizzarro pure lui – che risponde al nome di Javier Milei. Anche lui nato nel 1970, e anche lui ex-attore e ex-attore (El consultorio de Milei), inventore di personaggi caricaturali (el general Ancap).

Non so quanto siate informati, ma da quando è stato eletto presidente (dicembre 2023), l’Argentina sta attraversando parecchi guai. E manca niente perché scoppi il panico. Ma quello vero.

Javier Milei in campagna elettorale impugna la famosa sega elettrica

Del resto, da un presidente che sembra uscito pari pari da uno dei testi di Spregelburd, cos’altro vi aspettereste?

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IL PANICO
di Rafael Spregelburd
traduzione Manuela Cherubini
regia Jurij Ferrini
con Arianna Scommegna, Jurij Ferrini, Simona Bordasco, Roberta Calia, Lucia Limonta, Elisabetta Mazzullo, Viola Marietti, Francesca Osso, Michele Puleio, Dalila Reas 
scene e costumi Anna Varaldo
luci Alessandro Verazzi
suono Gian Andrea Francescutti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

dal 23 maggio (prima nazionale) al 9 giugno 2024, Teatro Gobetti, Torino

Joseph Roth e l’ultimo giro di giostra

Aneddoto di ascendenza ebraica. “Certo che stai per andare lontano!” dice un amico all’amico che sta per partire. Risponde l’altro: “Lontano da dove?

C’era voluta la perizia di Claudio Magris, maestro di germanistica, e un suo libro intitolato proprio in quel modo, Lontano da dove, perché anche gli italiani scoprissero Joseph Roth.

Lo scrittore austriaco diventava così, per eccellenza, il cantore della Finis Austriae: il dissolvimento dell’impero austro-ungarico. E per conseguenza, della nostalgia che tra rimpianti e contraddizioni investe ancora oggi il dibattito sulle culture di confine.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
La Cripta dei Cappuccini – regia Giacomo Pedini – ph Luca A. D’Agostino

Nella cripta dei Cappuccini

Questa sera al Teatro Verdi di Gorizia va in scena La cripta dei Cappuccini, versione teatrale, dal romanzo (1938) di Joseph Roth.

Lo spettacolo è una nuova produzione di Mittelfest, la manifestazione che 34 anni, ogni estate a Cividale del Friuli, presenta una cospicua selezione delle produzioni teatrali di quell’area che in tempi meno recenti si chiamava Mitteleuropa. Del work in progress della Cripta ho parlato anche in un post di qualche mese fa.

È un debutto, questo dedicato a Joseph Roth, che segna la prima tappa d’avvicinamento a GO2025, il progetto internazionale che tra un anno farà di Gorizia e della gemella slovena Nova Gorica, un’unica Città Europea della Cultura. 

La misura di un’epoca

Dice Giacomo Pedini, ideatore e regista dell’operazione teatrale: “Mettere in scena, per la prima volta Italia, La cripta dei Cappuccini è una sfida appassionante perché la storia, sviluppata nel romanzo e da me adattata insieme al drammaturgo Jacopo Giacomoni, unisce teatralmente due dimensioni. Da un lato, attraversa 25 anni d’Europa, dallo scoppio della prima guerra mondiale fino al 1938: un nodo cruciale del passato del nostro continente e anche dell’assetto del mondo di oggi“.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Dall’altro, ancora più importante, fa sì che il racconto passi attraverso un universo di personaggi che apparentemente non sono protagonisti dei mutamenti, ma che ne sono influenzati e li influenzano con i loro comportamenti, in quella dimensione quotidiana che fa la misura di un’epoca”. 

Lo spettacolo rilancia così teatralmente l’impianto narrativo del romanzo (che è l’ideale proseguimento del precedente La marcia di Radetzki) e ci avvicina alla figura di Joseph Roth che, come il suo coetaneo Karl Kraus (l’autore di Gli ultimi giorni dell’umanità), fu anche giornalista. Roth rimane inoltre noto al pubblico italiano soprattutto per il racconto La leggenda del santo bevitore, da cui Ermanno Olmi trasse nel 1988 un film.

A interpretare il protagonista dello spettacolo, l’impacciato viveur viennese Francesco Ferdinando von Trotta, c’è Natalino Balasso, attore e autore di teatro, cinema, libri e tv.

La Cripta dei  Cappuccini - Natalino Balasso - ph Luca A. D'Agostino
Natalino Balasso – ph Luca A. D’Agostino

È suo lo sguardo con cui Trotta, dilapidatore e gaudente rampollo di buona famiglia, dipinge tutta una galleria di amici, cugini, madri, moglie e fidanzate, avventurieri, millantatori, soldati e nobili decaduti. Che in ogni parola e in ogni gesto incarnano lo sbriciolamento dell’Impero, inghiottito prima nel gorgo della Grande Guerra e poi dalla devastante marcia del nazismo.

Joseph Roth e la giostra della Storia

Attraverso le pagine di Joseph Roth, assistiamo a una dantesca discesa agli inferi e, allo stesso tempo, a un grande melò mancato, dentro il turbinio della Storia – prosegue il regista.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Noi abbiamo voluto condensarlo nell’originale impianto scenico di Alice Vanini, scenografia che grazie a una grande giostra, gioca con il passato e con continui rimandi al presente”.

Dopo il debutto a Gorizia, La cripta dei Cappuccini verrà riproposto in una versione radiofonica, a cura della sede Rai Friuli-Venezia Giulia, e sarà ripreso successivamente, come primo capitolo della trilogia teatrale Inabili alla morte/Nezmožni umreti, che rappresenta il contributo di Mittelfest al programma di GO2025.

La Cripta dei  Cappuccini - Ivana Monti - ph Luca A. D'Agostino
Ivana Monti – ph Luca A. D’Agostino

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LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI
di Joseph Roth
traduzione Laura Terreni
adattamento Giacomo Pedini e Jacopo Giacomoni
regia Giacomo Pedini
dramaturg Jacopo Giacomoni
musiche Cristian Carrara
eseguite da FVG Orchestra
scene Alice Vanini
costumi Gianluca Sbicca e Francesca Novati
luci Stefano Laudato
suono Corrado Cristina
con Natalino Balasso 
e con Nicola Bortolotti, Primož Ekart, Francesco Migliaccio, Ivana Monti, Alberto Pirazzini, Camilla Semino Favro, Giovanni Battista Storti, Simone Tangolo, Matilde Vignaproduzione Mittelfest

STORIE – Giovanna Marini, il secchio, gli stracci e la mia voce

Oggi e domani ne parleranno tutti media. Perché Giovanna Marini – scomparsa ieri sera a 87 anni – è stata davvero una figura fondamentale della musica in Italia. Non c’è bisogno quindi che ci sia anch’io, a scorrere la sua biografia, come si fa con ogni artista importante che ci dice addio. 

Ma due episodi, tra i tanti che costellano i miei incontri con lei, li voglio proprio raccontare. Un’altra delle mie STORIE – Incontri con uomini (e donne) straordinari.

Per ricordarvi che donna straordinaria era anche lei.

Giovanna Marini
Giovanna Marini – ph Luca A. d’Agostino

Quei Turcs tal Friûl

A Venezia, in Biennale, era stato programmato il debutto di I Turcs tal Friûl, lavoro teatrale in lingua friulana di un Pier Paolo Pasolini giovane, 22 anni, che rievocava la storia tormentata della sua Casarsa alla fine del 1500: il tempo mitologico dell’invasione dei Turchi. In parallelo con l’occupazione tedesca di quel 1944.

Era l’estate del 1995, e Giorgio Barberio Corsetti, allora direttore artistico del settore Teatro della Biennale dal vivo, aveva accolto la proposta registica di Elio De Capitani di portare quel testo sul prato della campanella, uno spiazzo erboso, dismesso e affascinante, che si specchiava nel bacino dell’Arsenale

Pier Paolo Pasolini - Manoscritto originale di I Turcs tal Friûl
Pier Paolo Pasolini – Manoscritto originale di I Turcs tal Friûl

La partitura musicale era stata composta da Giovanna Marini e il coro delle donne, alla cui testa era Claudia Grimaz, avrebbe commentato lo svolgersi della vicenda con le sue inconfondibili sequenze musicali. Come una capitana che confida nel buon lavoro delle sue reclute, Giovanna era là, in mezzo all’Arsenale. Alta, determinata, ferma sui propri piedi.

Bomba d’acqua

Giugno si sa è un mese imprevedibile, tanto più in laguna. E un temporalone fuori dell’ordinario (si direbbe oggi una bomba d’acqua) aveva colpito Venezia nel pomeriggio. L’inizio dello spettacolo era previsto dopo le 21. Ma fino alle 19, nuvoloni neri e scariche di pioggia avevano messo in forse il debutto.

Un timido accenno di sereno, verso le 20, verso occidente, all’imbrunire, aveva convinto De Capitani a dire “sì, lo facciamo, ci abbiamo messo così tanto impegno”. 

Tutto lo spazio di quella zona erbosa, in cui spiccava un albero enorme, era zuppo d’acqua. I sedili del pubblico, vuoti sulla gradinata, sembravano cucchiai che avessero ordinatamente raccolto la pioggia

Giovanna Marini

Giovanna fremeva dall’impazienza. Aveva lavorato per mesi con attori e cantanti: non si poteva perdere quell’occasione. Tuoni, lampi e nubi scure continuavano però a seminare dubbi.

Di colpo – messo da parte il suo essere artista e musicista – lei si era messa a cercare secchio e stracci. Ne aveva trovati, in quell’angolo poco frequentato dell’Arsenale, un numero spropositato: lenzuola, stracci, asciugamani. E armata di olio di gomito si era messa ad asciugare i sedili. Con tutto il suo vigore.

Giovanna Marini, signora della musica e degli stracci

La ricordo perfettamente – lei, musicologa ed etno-musicologa, figlia di musicisti eccellenti e raffinati, lei folclorista, compositrice e fondatrice del Nuovo Canzoniere Italiano, lei che aveva cantato con Dario Fo e Paolo Pietrangeli, con Guccini e De Gregori – strizzare a mani nude, lavandaia provetta, gli stracci zuppi d’acqua e incamminarsi poi verso la riva con il secchio pieno. 

Francesco Guccini - Paolo Pietrangeli Giovanna Marini
Guccini, Pietrangeli, Marini

Era stata la prima, efficiente, lesta, imitata subito dopo da una decina di persone, ma senza la signorilità popolare dei suoi gesti. Giovanna, per mezz’ora signora degli stracci. Ma per tutta la vita, della musica popolare italiana.

Come accadde poi che, per un miracolo atmosferico, lo spettacolo andasse in scena, l’ho già raccontato in un post di qualche anno fa. E mi farebbe piacere che lo leggeste, per completare il quadro.

Melismi

Ma no: il quadro lo completo io, con un altro episodio. 

2004, Sicilia, Gibellina vecchia, il paese distrutto dal terremoto del Belice. Le ultime giornate di giugno, proprio davanti al Cretto di Burri: qui Giovanna Marini, Umberto Orsini e gli allievi della Scuola di Musica popolare del Testaccio stanno provando il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, Urlo, in programma in quella edizione 2004 delle Orestiadi.

Giovanna Marini

Pausa pranzo. Da alcuni giorni seguo le prove e mangio assieme agli artisti in una di quelle trattorie speciali che solo la Sicilia occidentale sa inventare. Tra cous cous e pesto trapanese, Pippo cazzeggia.

Umberto, che non perde (quasi) mai l’aplomb, gli va dietro spiritoso. Fanno finta di cantare. Giovanna li osserva, con uno sguardo nel quale si intravede un certo rimprovero. Condiscendente però. Si rivolge quindi dalla mia parte.

Prova a cantare anche tu, no?”.

No, sono proprio stonato”.

“Stonato non è nessuno, ognuno ha il proprio modo di cantare. Prova”.

No, dài mi vergogno, davanti a dei professionisti, poi”.

Prova”.

Io provo.

“Vedi: non sei stonato. Quelli che fai sono melismi, un po’ troppi comunque”.

Che a me, in quel momento ,pare una formula delicata per dire che è meglio che io chiuda la bocca. Mi capiterà in seguito di scoprire che i melismi sono tipici del canto gregoriano. E che campioni di melismatica sono Claudio Baglioni e Gianna Nannini, per dirne solo due, popolari.

Quindi – mi dico adesso – io canto che non è male. Nell’opinione di Giovanna Marini, almeno. E poi i melismi li fa pure lei, come documenta il video qui sotto, il lamento in memoria di Pasolini. Questo, se volete scorrerlo, è il link al suo sito ufficiale.

L’opera di Papaioannou nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

La programmazione congiunta di EUR Culture per Roma e Teatro dell’Opera di Roma ha portato dentro La Nuvola di Massimiliano Fuksas all’EUR, una video-installazione di Dimitris Papaioannou intitolata Inside.

L’ho vista e ne ho parlato con lui. Il riferimento al celebre titolo di Walter Benjamin è del tutto voluto.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Camera con vista

Il monolocale con affaccio su Atene, è essenziale, chiaro, luminoso. Ne scrutiamo i dettagli. A sinistra, la porta dell’ingresso. È qui, sulla soglia, che un uomo apparirà, per poi chiuderla, riporre le chiavi, spogliarsi degli abiti, mettersi sotto la doccia, consumare un pasto frugale, bere, affacciarsi per qualche secondo al balcone, infilarsi nel letto, svanire dentro le lenzuola a destra.

La sequenza si ripeterà per dieci, cento, mille volte. Così come si moltiplicheranno i corpi in azione. Prima uno, poi due, tre, quattro… trenta in tutto, uomini e donne.

Inside, l’autore

Il titolo è Inside, ovvero dentro. Chi lo ha creato è Dimitris Papaioannou, greco, ateniese, 60 anni a giugno. Di lui ho parlato più volte su Quante Scene!, a proposito dei suoi Sisiphus, Ink, Transverse Orientation.

È uno degli artisti performativi più affascinanti e più innovativi di questo e del passato decennio. Si potrebbe dire che è un regista coreografo, almeno così generalmente lo si etichetta, ma per comodità. In realtà è un artista plastico. Intendo che sa modellare nei modi più spettacolari, oltre che i corpi dei suoi performer, anche gli oggetti, le cose, i materiali, la luce, gli ambienti. Tutto.

Andate a vedervi i video dei suoi titoli più famosi, da Primal Matter a The Great Tamer. Oppure provate a restare incantati dalle mirabilie registiche che Papaioannou è riuscito a inventare per la cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici di Atene 2004, o per quelli Pan-europei di Baku 2015. Spettacoli da stadio, collettivi, epici, monumentali.

Inside, dal vivo

Inside (in greco Mesa) era un performance, creata da Papaioannou nel 2011 per il Teatro Pallas di Atene. e durava sei ore. Era una riflessione artistica su uno degli aspetti più elementari della vita umana: il ritorno a casa, nel proprio nido. 

Inside era anche un esperimento che puntava a creare un algoritmo performativo che scalzasse la sequenza classica del narrare (inizio, climax, fine) per funzionare invece a loop: ripetizioni continue di un movimento-frase attraverso mille impercettibili variazioni e sovrapposizioni, creazione di una ipnotica poesia dei gesti più consueti, capace di alterare la quotidiana percezione del tempo. 

Infine, Inside era una proposta, rivolta agli spettatori delle venti repliche al Pallas: datevi un vostro tempo, costruite la vostra personale visione.Nel corso delle sei ore: si poteva entrare e uscire a piacere dalla sala, restare attenti, con gli occhi puntati sulla scena, o invece assopirsi, magari addormentarsi.

Sgranocchiare qualcosa, dare un’occhiata al display del telefono, uscire dalla sala per un salto al bagno, una fumatina, una boccata d’aria. E poi rientrare. Oppure andarsene. 360 minuti da gestire individualmente. Un’esperienza diversa dagli spettacoli che in tutto il mondo siamo abituati a guardare.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Inside, il video

Sarebbe possibile, si era domandato poi Papaioannou, ricreare attraverso una ripresa digitale questo stesso statuto di percezioni, alterazioni temporali, assenza narrativa. Non più dal vivo, quindi, ma in una una video-istallazione che, anche grazie a procedimenti di editing digitale, dissolvenze incrociate, studio sulla temperatura del colore, riportasse agli spettatori un’emozione, magari diversa, ma altrettanto viva, riguardante uno fra i più essenziali bisogni umani: the homecoming, il ritorno a casa, nel proprio nido.

E intervenisse inoltre a movimentare nell’animo di chi guarda placide riflessioni sulla solitudine (o meglio, sulla scelta di stare soli), sul vivere in una metropoli, sul rapporto tra il dentro dell’osservatore e il fuori di chi, sulla scena, viene guardato.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, sotto la nuvola

Da parecchie stagioni Inside (la versione video) si replica in tutto il mondo. Pochi giorni fa, per tre pomeriggi, le sei ore della video-installazione sono state al centro della programmazione del palazzo Eur Culture, a Roma, l’edificio ideato da Massimiliano Fuksas e noto come La Nuvola.

Non però ai piani alti, sotto cirri, cumuli e nembi, ma in una sala più sotterranea, spazio accogliente e buio, dove comode sedute permettevano agli spettatori – tanto ai più frettolosi, quanto a quelli decisi a viversi tutte le sei ore – di accomodarsi davanti al grande monitor: tredici metri per sei, seicento chili. E in quell’oscurità amniotica, farsi catturare dalla micro-narratività della lunga durata di Inside.

Che cosa pensano quegli individui, maschi e femmine, nel rincasare? Qual è la forza dell’abitudine che li spinge verso quella immutabile routine? Che cosa vedono oltre la porta a vetri affacciati al balcone che si affaccia sui panorami di una Atene illuminata dal sole del mattino, o costellata da infiniti punti luminosi la sera? Hanno un compagno, una compagna? Come vivono il loro essere soli? Entrare da una porta, affondare alla fine in un letto, è qualcosa a che fare, per loro, con il nascere, con il morire?

E noi, invece, di qua dal monitor – noi spettatori vivi – come abbiamo vissuto questo esporre l’intimità del loro quotidiano? Come voyeur che spiano? Come cavie di un esperimento sul tempo lungo? Oppure come astanti curiosi davanti a un’esperienza un po’ speciale?

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, il backstage 

In una sala attigua, più piccola, veniva intanto proiettata, in contemporanea, per altrettante ore, la ripresa video del backstage di quell’Inside 2011. Le cui immagini mostravano tutta la ricerca tecnico-artistica necessaria per ottenere quel risultato dal vivo.

Una techné impeccabile, inesorabile di scenotecnica, regia, coordinamento dei performer. Risultato altrettanto avvincente dell’opera vera e propria. Asciugamani, lenzuola, zaini, indumenti, ma anche camerini, paratie, scale di servizio, si avvicendavano per far funzionare perfettamente la sequenza dei movimenti umani visibili a chi stava in sala.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Papaioannou, chiediamogli qualcosa

Alla fine, lo stesso Papaionannou, presente a Roma, non si è sottratto alle curiosità del pubblico. Ho colto anch’io, tra gli altri, l’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Sono uno spettatore attento dei suoi lavori, mr Papaioannou. E mi domandavo, dopo essermi immerso a lungo nella video-installazione, quale sia la sua posizione riguardo alle riprese video di opere nate live. Fino a poco tempo fa si pensava che il video restituisse in forma ridotta, depauperata, l’esperienza vissuta dal vivo dagli spettatori. La qualità con cui Inside restituisce adesso l’originale 2011, la proiezione del backstage, l’esperienza ipnotico-percettiva su quel grande schermo, mi pare riescano ad aggiungere invece qualcosa. Forse anche un plus di valore artistico.

“Lo spettacolo dal vivo comporta sempre una ricchezza umana e un rituale che fanno scattare emozioni. Una sequenza acrobatica, per esempio, viene vissuta dal pubblico in tutta la sua pericolosità. Che è qualcosa di completamente diverso dal vederla riprodotta. Detto questo, ci sono molti diversi modi per avvicinarsi alla documentazione di un evento. Ed è un vero peccato che non si ricerchi costantemente la possibilità di trasmettere quella primaria intensità emotiva alle generazioni future e ad altri pubblici del pianeta. Non saranno le stesse emozioni, ma la diversità del medium ne farà scaturire altre, altrettanto forti, grazie ai propri specifici strumenti linguistici”.

“Mi sono impegnato molto nell’editing digitale, nel cross fading, nella selezione delle temperature di colore. Inside era una sfida davvero speciale e ne vado davvero fiero. Ci abbiamo messo dentro un’enorme perizia tecnica, per restituirlo in forma di documentazione. Del resto la parola tecnica viene da technè, che in greco è l’arte”.

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INSIDE_DimitrisPapaioannou – Rene-Habermacher

Lei Papaioannou, ripone quindi fiducia nel digitale.

“Al contrario: nutro forti sospetti nei confronti di proposte che tentano, attraverso con il digitale immersivo, di “restituire” l’arte. Ad esempio, mi sono imbattuto nel tentativo digitale di entrare nell’universo di Jeronimus Bosch, nel suo Giardino delle delizie. Lo trovo assolutamente senza senso. Il dipinto è là, a Madrid, e funziona alla perfezione. Quando invece si tratta di restituire una performance di 20 anni fa, il discorso cambia. È necessaria una documentazione di altissima qualità, che, sperabilmente, possa emozionare, non solo informare. L’arte non ha a che fare con l’informazione”.

Come sapeva ben fare uno dei suoi maestri, Bob Wilson, il digitale le permette anche di lavorare sul tempo, sulla sua percezione, i rallentamenti, il senso di attesa e di quiete, la slow motion.

“Anche se appare lento, Inside non lo è affatto. I movimenti dei performer rispettano la velocità naturale dei movimenti umani. La sensazione di lentezza è data dalle traiettorie energetiche – più dense, meno dense – che si sovrappongono. Un rallentamento, invece, è richiesto al pubblico, invitato in quelle sei ore ad accomodarsi in un ritmo molto più rilassato, a decelerare persino il battuto del cuore. L’ho imparato da Wilson, quando avevo ancora 23 anni, e mi interessavo anche alla danza butho”.

Ciò vuol dire condividere con il pubblico la propria ricerca di una calma interiore?

“Io lo considero un gesto di generosità, e incoraggio qualsiasi cosa sia orientata al rallentamento, tanto più nella frenesia di questi anni. A me piace passeggiare nella natura, osservare albe e tramonti, ritrovare il ritmo naturale dei cambiamenti”.

Archetipi e corpi quotidiani

Dal pubblico giungono poi altre domande, la più interessante riguarda l’uso esclusivo di corpi atletici, bianchi, performanti, qualcosa di molto diverso dai corpi quotidiani, portatori tutti della propria diversità genetica, etnica, aspettuale. A cui Papaioannou replica.

“Lei dunque mi chiede perché i miei spettacoli non siano inclusivi: le rispondo sinteticamente. Io sono greco e lei certamente avrà visitato musei che espongono l’arte classica greca. La mia è una scelta consapevole. Non si tratta di corpi quotidiani. I miei sono kouroi e korai, archetipi maschili e femminili, e rappresentano i corpi della razza umana nella sua piena funzionalità, al suo stadio migliore. Come le statue classiche, appunto. In quanto greco ne sono ossessionato. Ma non abbia paura: amo corpi di tutti i tipi. Semplicemente non strizzo l’occhio a Calvin Klein”.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

“”La cosa più divertente che una spettatrice mi ha detto a proposito di Inside, è che quei performer sembrano le statue del Museo Archeologico quando, la sera, finito il loro lavoro, se ne tornano a casa. Perché anche l’Ermes di Prassitele ha bisogno, allontanatosi anche l’ultimo visitatore, di farsi una bella doccia”.

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INSIDE 
conceived and directed by Dimitris Papaioannou

inside the room: Thanassis Akokkalidis, Pavlina Andriopoulou, Natassa Aretha, Panos Athanasopoulos, Savvas Baltzis, Ilia De Tchaves-Poga, Nikos Dragonas, Altin Huta, Yorgos Kafetzopoulos, Konstantinos Karvouniaris, Amalia Kosma, Eleftheria Lagoudaki, Euripides Laskaridis, Tadeu Liesenfeld, Konstantinos Maravelias, Yorghos Matskaris, Yiannis Nikolaidis, Christos Papadopoulos, Yiannis Papakammenos, Simos Patieridis, Ilias Rafailidis, Kalliopi Simou, Diogenis Skaltsas, Drossos Skotis, Manolis Theodorakis, Michalis Theophanous, Simon Tsakiris, Sophia Tsiaousi, Vangelis Zarkadas

set & video installation design Dimitris Theodoropoulos & Sofia Dona music K.BHTA
sound design for stage & video installations Konstantinos Michopoulos
lighting design Alekos Yiannaros
costume design Thanos Papastergiou
production: Elliniki Theamaton 

Première: 13 April 2011, at Pallas Theatre (Athens – Greece), Six hours, 20 performances

Video-installazione a Roma, a La Nuvola di Fuksas, 14-16 aprile 2024, un progetto di Eur Culture in collaborazione con Teatro dell’Opera di Roma

Giacomo Matteotti. Quanto dista il mito dall’uomo?

Sono passati cento anni. L’uomo è lo stesso, gli anniversari sono due. Il primo eroico: il 30 maggio. Il secondo funebre: il 10 giugno.

Sono cent’anni dal 30 maggio 1924, quando dai banchi socialisti di Montecitorio, il deputato Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso, denunciando le sopraffazioni e i brogli avvenuti nel corso delle elezioni di aprile, quelle che sanciranno il regime fascista. 

Sono anche cent’anni da quando, il 10 giugno, a un angolo del lungotevere, Matteotti venne sequestrato e ucciso da cinque sicari. Mandante, lo stesso capo di governo, Benito Mussolini.

Sguardi sul passato, luci sul presente

Capita allora che da parecchi mesi e in molti teatri d’Italia (nello specifico, il 12 giugno a Udine per il CSS, e due giorni prima all’Argentina, a Roma), si possa assistere a Giacomo, titolo dello spettacolo che Elena Cotugno e Gianpiero Borgia (Il Teatro dei Borgia) hanno deciso dedicare a Matteotti. 

Spettacolo particolare, di intensità, di storia. Parla del passato, getta luce sul presente. Dice il sottotitolo che si tratta di un “intervento d’arte drammatica in ambito politico”.

Giacomo Matteotti - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 1

Gianpiero Borgia, possiamo spiegare meglio?

“Portiamo sulla scena due discorsi parlamentari di Giacomo Matteotti. Vorremmo dimostrare che le parole della politica non sempre sono state spettacolari, ammalianti, di pancia, come quelle odierne. Matteotti, cent’anni fa, teneva alta l’asticella, con fatti e documenti. Era l’alfiere di un discorso fondato sul vero quando, a scapito della verità, prevalevano la narrazione lirica dannunziana e la retorica di Mussolini: oratori di grande successo, star mediatiche del tempo. Ciò ha molto che fare con il nostro tempo, oggi”.

Vie e piazze d’Italia portano il nome di Matteotti. Quanti italiani sanno davvero chi fosse?

“Si sa che è stato un martire del fascismo. È diventato un mito dopo essere stato assassinato. Però Gramsci, prima del 1924, parlava di lui come di un rivoluzionario in pelliccia. Cavaliere del nulla, lo definivano certi suoi compagni di partito. In realtà era il leader minoritario di un partito minoritario. Il frontman di un antifascismo ante-litteram. È morto da profeta, non da oppositore, quando il fascismo si stava trasformando in dittatura. Questo lo sa solo chi si è occupato dell’argomento”. 

Giacomo [Matteotti] - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 2

Cento anni dopo si può ambire a una migliore conoscenza.

“Un merito il centenario ce l’ha: grazie alle pubblicazioni e alle iniziative che lo accompagnano e forse grazie al nostro spettacolo che era nato già cinque anni fa e, va detto, non insegue l’occasione celebrativa. Il merito è di confrontarsi direttamente con la personalità di Matteotti, mettere a fuoco la distanza tra il mito e l’uomo, il suo pensiero, i discorsi. Che all’epoca apparivano impopolari e faticosi, in un’Italia che non aveva capito dove stata andando. Proprio come adesso, appunto. I grilli parlanti fanno spesso una brutta fine”.

Perché il romanzo fondante dell’identità italiana non sono I promessi sposi, ma Pinocchio. Com’è stato accolto Giacomo in questi anni?

“Gli italiani che vanno a teatro sono uno spicchio marginale degli italiani che formano il Paese. La mia impressione è che i nostri spettatori si sentano orfani di politica. Sentono di essere diventati sempre più consumatori e sempre meno cittadini. Chi viene a vederci percepisce un lutto, avrebbe voglia di una nuova cittadinanza, che non sia solo quella del consumo”.

Giacomo [Matteotti]- Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 3

E per questo che la vostra scena è così essenziale, desolata? Vecchi scranni parlamentari sono accatastati come dopo un naufragio. Elena Cotugno, che incarna i due discorsi di Matteotti, li vive pericolosamente.

“È l’immagine di un parlamento in dismissione. Suggerisce niente? Concretamente permette a un’attrice di cimentarsi con una parola alta, quasi al confine del teatro, non al suo centro. Cimento è la parola esatta. Simbolicamente rende bene il decadimento della qualità democratica. E restituisce in maniera plastica la situazione di questo Paese oggi”.

Altri progetti del Teatro dei Borgia in cantiere dopo Giacomo?

“Sto pensando a un progetto intitolato Fus (Fottuti utopisti sognatori): si muoverà tra Cechov e i dispositivi di legge che regolano lo spettacolo dal vivo. Elena lavora già a Festa di confine, un testo del drammaturgo rumeno Matei Vișniec, che perfettamente si adatta al 2025, quando Gorizia e Nova Gorica saranno Capitale della Cultura. Cominceremo a prepararlo proprio là, assieme ad Artisti Associati, nel prossimo mese di giugno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, lunedì 16 aprile 2023]

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GIACOMO
un intervento d’arte drammatica in ambito politico
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
progetto e drammaturgia Elena Cotugno e Gianpiero Alighiero Borgia

con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelliideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
produzione Teatro dei Borgia / Artisti Associati

con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Le parole politiche di Harold Pinter. Lino Musella ci punta sopra i fari

Diceva la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2005: “Harold Pinter svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno, e ci costringe a entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – Paolo Mazzarelli e Lino Musella – ph Ivan Nocera

Prese di posizione

C’era una volta il teatro politico. Oggi non c’è. Oggi non c’è nemmeno la politica. Nonostante i media diano questo nome al teatrino di opinioni da divulgare ogni santo giorno, spacciandole per prese di posizione politica. Il teatrino c’è, la politica no.

C’era, invece, nel secolo scorso. E non occorre essere esperti di storia, per capirlo. Un maestro in fatto di prese di posizione è stato Harold Pinter (1930-2008), autore teatrale, premio Nobel.

È possibile riscoprire oggi la chiarezza, la determinazione, la forza delle sue parole politiche, grazie alla scelta di Lino Musella, attore, uno dei più bravi tra quelli che hanno dato spessore al teatro, al cinema e alla televisione di questi ultimi anni (È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino per dire un titolo solo, recente).

Una trilogia per Lino Musella

Per Pinter Party, la nuova produzione del Teatro di Napoli, Musella si è impegnato anche nella regia di tre testi.

Tra una cinquantina di titoli pinteriani ha scelto tre brevi opere, scritte tra 1984 e 1991, le più forti, a mio parere, in fatto di chiarezza: Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna e Party Time.

Idealmente formano una trilogia. Tutte e tre parlano di esercizio del potere, autoritarismo e dissidenza, sopraffazione e resistenza. Anzi, le mettono in scena. In maniera cruda, violenta: la naturalezza della brutalità.

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Uno. Un prigioniero politico è sottoposto a interrogatorio. Nella stanza accanto sua moglie viene stuprata e suo figlio, sette anni, viene soppresso.

Due. A una minoranza viene proibito di usare la propria lingua. Chi la parla, anche perché non ne conosce altre, sarà sbranato dai cani.

Tre: Nelle strade della capitale, una dimostrazione di dissidenti è stata violentemente repressa, ci è scappato il morto. I dirigenti delle forze di polizia assieme a un esponente del governo festeggiano la buona riuscita dell’operazione con un brindisi, durante il party.

Tortura e repressione

Senza alcuna retorica, senza comizi, anzi, con poche asciutte parole, Pinter ci mette davanti gli occhi queste tre situazioni. Non importa che a suggerirgliele, a suo tempo, sia stato l’aver visto documentate, o con i propri occhi, le torture inflitte dai dittatori sudamericani, la condizione dei curdi sotto il regime turco, la repressione delle forze dell’ordine nelle strade britanniche.

Dimostrazioni violente di potere che accadevano negli anni ’80, esattamente come sono accadute dieci anni più tardi, e accadono oggi. In tutto il mondo. Basterebbe ricordare, da noi, le cronache del G8 e della scuola Diaz a Genova, le botte agli studenti qualche mese fa a Pisa.

La capacità sovrana di Pinter è di restituirle alla nostra attenzione – distratta dalle disgrazie dei Ferragnez o dalle vittorie di Sinner – con un’asciuttezza di linguaggio e una spietatezza che mette in brividi. E costringe alle lacrime le persone più sensibili. Altro che televisione del dolore.

Harold Pinter
Harold Pinter

Musella, Pinter ce l’ha nel cuore. Aveva portato quelle parole all’esame di ammissione alla Scuola di teatro a Milano. Le aveva interpretate quando, a un anno dalla morte del drammaturgo inglese, a Udine, il CSS aveva realizzato un esteso progetto, Living Things, che comprendeva l’allestimento di dieci titoli pinteriani. Quelle parole, Musella le riscrive ora da regista (e anche interprete) in questa produzione del Mercadante di Napoli, allestita al San Ferdinando, il teatro dei De Filippo. 

Brevi e brutali

Da parecchio tempo i tre testi non venivano allestiti su palcoscenici importanti, anche per la loro brevità: non più di 20 minuti ciascuno. Musella li ha riportati sotto la luce dei fari.

Conservano intatta la forza e il gesto artistico (anche prima che politico) che denuncia governi i quali si professano democratici, ma scivolano con allarmante velocità verso l’autocrazia, il controllo della popolazione, lo stato di polizia. Per non andare troppo lontani, Ungheria, Bielorussia, Russia, già ci insegnano come si fa. E non mi pare che, da questo punto di vista l’Italia stia troppo bene. 

Nell’allestire i tre testi, Musella ha scelto di alternarli ad alcuni passi del discorso che Pinter aveva scritto nel 2005, per il Nobel. Queste altre parole, la loro perentorietà, a me non sono sembrate strettamente necessarie. Ma forse aiutano a dissipare qualche dubbio, in chi non conosca ancora la capacità di argomentazione politica dello scrittore inglese.

E sono interpretate anche dallo stesso Musella, assieme a un numerosa compagnia nella quale spiccano la calma tagliente dei torturatori (Paolo Mazzarelli), la brutalità travestita da indulgenza (Totò Onnis), la leggerezza colpevole dei benestanti e delle ladies che la sanno lunga (Betti Pedrazzi). 

Pinter Party - ph Ivan Nocera - Teatro di Napoli
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Corale finale

I loro dialoghi si trasfigurano poi nel corale finale: tutti assieme pronunciano il monologo che chiude Party Time (1991). Di bocca in bocca passano le parole di Jimmy, il caduto, la vittima dell’intervento della polizia.

Personaggio nel quale, nel 2001, non era stato difficile riconoscere il destino di Carlo Giuliani. Personaggio che oggi attende un nuovo nome e un nuovo cognome, alla svolta del prossimo intervento di sicurezza delle forze dell’ordine. In Italia, o altrove.

Il nuovo ordine del mondo, del resto, è un altro titolo di Pinter.

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PINTER PARTY 
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, Party Time
di Harold Pinter
regia Lino Musella
con Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Betti Pedrazzi, Totò Onnis, Eva Cambiale, Gennaro Di Biase, Dario Iubatti, Ivana Maione, Dalal Suleiman
in video Matteo Bugno
scene Paola Castrignanò
costumi Aurora Damanti
musiche Luca Canciello
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale