Breaking news. La volata finale del Premio Rete Critica 2021

Due giornate di visioni e di lavoro comune. Fino alla volata conclusiva, di pochi minuti fa. Padova e Il Teatro Stabile del Veneto hanno ospitato venerdì 3 e sabato 4 dicembre la finale del Premio Rete Critica 2021

Rete Critica 2021 - Gli incontri

Un percorso avviato nei primi mesi dell’anno, con le candidature e le selezioni degli artisti e dei gruppi che, anche nel periodo più difficile della pandemia 2020-2021, hanno continuato a pensare e a produrre teatro. Gente di spettacolo con il gene della resilienza. Antifragili, si dice oggi. Gente che progetta il futuro del teatro.

I quattro progetti finalisti

Nella sessione conclusiva, ospitata al Teatro Verdi a Padova, e di nuovo in presenza dopo un anno di SDAD (Scarso il Divertimento A Distanza), erano quattro i progetti finalisti:

Il Labirinto, spettacolo post-teatrale in realtà virtuale ideato e realizzato dal Teatro dell’Argine. Quattordici storie di adolescenza, inserite in un game interattivo pensato come spin off del progetto di cittadinanza attiva Politico Poetico;

Gli altri, indagine sui nuovissini mostri, scritta da Nicola Borghesi e Riccardo Tabilio per Kepler-452. Il tentativo di capire i meccanismi con cui, sulle piattaforme social e anche nella vita reale, si costruiscono le figure degli hater e le reazioni d’odio;

I promessi sposi, rivisitazione che i toscani Kanterstrasse hanno allestito in stile graphic novel del romanzo che ha modellato la coscienza letteraria di molte generazioni, e che può essere riattivato attraverso nuove sintonie generazionali;

– Residenze digitali, un progetto realizzato dal Centro per le Residenze della Toscana con l’intento di stimolare gli artisti delle performig arts all’esplorazione dello spazio digitale, una diversa declinazione insomma della loro ricera autoriale.

Ciascun progetto si è poi ampliato, nel corso delle due giornate, grazie a conversazioni e incontri sviluppati dopo le presentazioni.

L’esito

Alla fine di questo lavoro di visibilità aperto al pubblico, nel pomeriggio di sabato, davanti a un tavolo di panno rosso, si è riunita la giuria di Rete Critica 2021, il gruppo di giornalisti e youtuber che raccoglie i rappresentanti delle maggiori testate teatrali attive nel web.

Rete Critica 2021 - La giuria
(grazie alla signora delle pulizie che ha scattato questa bella foto)

Il vincitore di Rete Critica 2021

La discussione – direi parecchio animata – ha portato infine a maggioranza alla scelta conclusiva.

Il Premio Rete Critica 2021 va a :

Il Labirinto, spettacolo post-teatrale in realtà virtuale ideato e realizzato dal Teatro dell’Argine.

con la seguente motivazione:
Per la capacità di creare una rete organizzativa e un percorso complesso e ad ampio raggio, in comunicazione e collaborazione con le istituzioni pubbliche, che fa del teatro (e delle sue possibi trasformazioni digitali) uno strumento politico e sociale in grado di intervenire nel tessuto cittadino; con uno specifico evidente in uno dei più fragili momenti della vita, l’adolescenza“.

Vanno anche a tutti gli altri finalisti la stima e i complimenti di noi giurati, e di Rete Critica 2021 in tutte le sue componenti.

Qui sotto il video-doc di Politico Poetico, progetto del Teatro dell’Argine :

Sono arrivato a 100K. E non me ne sono nemmeno accorto.

Lasci passare un giorno e il destino ti scappa di mano. 

Ieri il mio blog di faccende teatrali, QuanteScene!, ha traguardato i 100K, le centomila visite.

Un buon risultato – direi – da quando è nato, quattro anni fa su questo sito (prima era uno dei blog del gruppo Repubblica, poi ho preferito gestirmelo da solo). Sono circa 200 da allora gli articoli pubblicati.

QuanteScene! grafico 100K

Però ieri ero distratto, e non me ne sono accorto. Rimedio subito con questo post festeggiante. Grazie a tutti i lettori per i 100k, e al prossimo traguardo.

Se vi interessasse poi sapere quali sono stati gli articoli più letti, vi dico che hanno raggiunto il maggior numero di visualizzazioni Dimitris Papaioannou (tanto con Ink tanto con Transverse Orientation), Ascanio Celestini (con le sue Barzellette), la Ferriera di Servola, Marco Cavallo, ma anche tutte le mie Storie con Milva nel suo camerino, Kazuo Ohno, Harold Pinter, il signor Ikea e la sauna

… inoltre c’è il mio manuale tascabile di teatro italiano contemporaneo. E questo ve lo raccomando proprio.

Premi Ubu 2021. Le nomination in diretta

Nel corso di Piazza Verdi, la trasmissione del sabato di Rai Radio3, sono state annunciate in diretta le nomination ai Premi Ubu 2021.

le statuette dei Premi Ubu
le “statuette” dei Premi Ubu

C’è un fremito, sempre, nell’apprendere quali saranno gli spettacoli, i testi, gli interpreti, gli artisti degli spettacoli dal vivo che, visti in Italia, concorreranno alla finale dei Premi Ubu.

Lo stesso fremito, questo pomeriggio, è nelle voci di Oliviero Ponte di Pino, Lorenzo Donati, Maddalena Giovannelli, “annunciatori” delle nomination agli Ubu 2021, edizione biennale, che considera tutte le produzioni che hanno debuttato in Italia tra settembre 2019 e agosto 2021.

Le condivido con voi, man mano che su Rai Radio3, loro tre ce le snocciolano.

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I titoli, gli artisti, le artiste in lizza per gli Ubu 2021

Migliore spettacolo internazionale presentato in Italia
Ink – Dimitris Papaioannou
Orestes in Mosul – Milo Rau
The mountain – Agrupacion señor Serrano
Ultraficciòn n.1 – El Conde de Torrefiel  

Miglior nuovo testo straniero
Chi ha ucciso mio padre – Edouard Loius
L’amore del cuore – Caryl Churchill
Tiresias – Kae Tempest

Miglior testo italiano o drammaturgia
Il filo di mezzogiorno – Ippolita Di Majo (secondo Goliarda Sapienza)
La Gloria – Fabrizio Sinisi
La tragedia è finita, Platonov – Liv Ferracchiati (da Checov)
Sylvie e Bruno – Chiara Lagani (da Lewis Carrol)
Spezzato è il cuore della bellezza – Mariano Dammacco

Colonna sonora
Collettivo Angelo Mai – Tiresias 
Giovanni Lo Cascio – Furore

Disegno luci
Luca Brinchi e Erika Z. Galli – Klub Taiga
Pasquale Mari  – Misery
Cristian Zucaro – Misericordia 

Migliori costumi
Emanuela Dell’Aglio  – Naturae
Ettore Lombardi  – Dialogo terzo
Gianluca Sbicca – Misery

Miglior performer under 35 
Francesco Alberici
Alessandro Bay Rossi 
Simone Zambelli

Migliore performer under 35 
Marina Occhionero 
Federica Rosellini
Petra Valentini

Migliore scenografia
Nicolas Bovay – La casa di Bernalda Alba e Le sedie
Alessandro Serra – Il giardino dei ciliegi
Giuseppe Stellato – La valle dell’Eden
Paola Villani – Earthbound

Miglior attore
Michelangelo Dalisi – Hamlet
Michele di Mauro – Le sedie
Gabriele Portoghese – Tiresias

Migliore attrice
Anna Della Rosa – Cleopatràs e Sorelle
Manuela Lo Sicco – Misericordia
Francesca Sarteanesi – Sergio

Miglior regia
Valerio Binasco- Le sedie
Fabio Condemi – La filosofia nel boudoir
Emma Dante – Misericordia
Antonio Latella – Hamlet

Curatela o organizzazione
Elena Di gioia – Epica Festival
Lucia Franchi e Luca Ricci- Kilowatt Festival
Maurizio Sguotti e Tommaso Bianco – Terreni Creativi Festival
Velia Papa – In teatro Festival

Migliore spettacolo di danza 2021
Best Regards – Marco D’Agostin
Dialogo terzo: In a Landscape – Collettivo Cinetico e Alessandro Sciarroni 
Doppelgänger – Bertoni / Abbondanza

Migliore spettacolo 2021
Hamlet (Shakespeare, regia Antonio Latella)
Antigone (Sofocle, regia Massimiliano Civica)
Misericordia (Emma Dante)
Piazza degli Eroi (Thomas Bernhard, regia Roberto Andò)

La finale dei Premi Ubu 2021 si svolgerà sabato 13 dicembre a Riccione, al Cocoricò , la storica discoteca molto cara a Franco Quadri, fondatore del Patalogo e dei Premi collegati a quell’annuario.

Mittelfest 2022. In un festival, l’arte di prevedere gli imprevisti

Sono eventi fortuiti, inaspettati, contrattempi e sorprese, accidenti. È ciò che capita all’improvviso, senza segni né avvertimenti. Sono gli imprevisti.

Imprevisti sarà anche il titolo della edizione 2022 di Mittelfest, il festival che in Friuli Venezia Giulia, a Nordest d’Italia, raccoglie l’antica eredità mitteleuropea e le dà un senso, valori e aspettative contemporanei, grazie allo spettacolo dal vivo. Teatro, musica, danza, eventi.

Il logo Mittelfest

Da pochi minuti, in una conferenza stampa video, diffusa su Facebook, è stata annunciata l’edizione numero 31, in programma a Cividale del Friuli dal 22 al 31 luglio 2022. Definito anche il tema che la caratterizzerà: Imprevisti.

Imprevisti

“Non solo ciò che accade all’improvviso. Anche ciò che si manifesta ai nostri occhi, ciò che si stava preparando intorno a noi, ma ancora non lo sapevamo. Ecco che cosa sono gli imprevisti” ha detto Giacomo Pedini, direttore artistico del festival dallo scorso anno, quando il tema-guida era Eredi.

“La capacità di farsi sorprendere dagli imprevisti, nel bene e nel male, è la sfida su cui gli artisti e le artiste che saranno a Cividale per Mittelfest 2022, molto sapranno dire”. In altre parole: farsi trovare preparati è impossibile. Bisogna allora sviluppare l’arte di lasciarsi sorprendere.

Mittelfest 2022 - conferenza stampa
La conferenza stampa del 18 novembre 2021

Slovenia e Austria in primo piano

Introdotto da Roberto Corciulo, presidente del Festival – che ha oramai superato il traguardo dei tre decenni portando all’attenzione internazionale la multiculturalità storica e attuale di Cividale del Friuli – ha anche preso la parola anche Fabrizio Oreti, assessore alla cultura del comune di Gorizia.

Oreti ha rimarcato la collaborazione delle due città e dei loro team, in vista della scadenza del 2025, quando Gorizia (Italia) e la contigua Nova-Gorica (Slovenia) saranno insieme Capitale Europea della Cultura (vedi il post di QuanteScene! sulle iniziative già in atto per favorire una nuova logica transfrontaliera).

L’intervento di Holger Blek, direttore del Carinthischer Sommer Festival, ha quindi aperto un ulteriore varco, sull’altra frontiera del Friuli Venezia Giulia, quella austriaca.

La manifestazione musicale e culturale che si svolge ogni estate sul lago di Ossiach (Carinzia) intreccerà il proprio cartellone con quello di Mittelfest 2022. I due programmi troveranno un decisivo punto di contatto nell’attività di MittelYoung, contest dedicato alla creatività dal vivo della generazione under 30. Il progetto (i cui esiti sono previsti tra il 12 e il 15 maggio 2022 ) si sta sviluppando per dare visibilità al lavoro di giovani autori e performer, ma anche curator e selezionatori, ugualmente under 30. Una open call verrà diffusa internazionalmente a partire dal 15 dicembre.

Notizie e aggiornamenti sul sito ufficiale di Mittelfest.

Così vi raccontiamo il nostro Strehler. Da ogni punto di vista

Ne hanno parlato quotidiani come Repubblica, Corriere, il manifesto, riviste di settore come Artribune e Hystrio, ma anche siti generalisti e agenzie di stampa. Volevate che non ne parlassimo noi, che ci siamo dentro?

Essere  Giorgio Strehler, il docufilm - 3D Produzioni - Simona Risi

Sabato 13 novembre, alle ore 21.15, Sky Arte e Now Tv trasmettono il docufilm Essere Giorgio Strehler, ritratto dell’artista e dell’uomo che più ha caratterizzato, in Italia, la regia teatrale della seconda metà del Novecento.

Dopo le proiezioni di Roma (alla Festa del Cinema) e di Milano (alla sala Anteo per il Piccolo Teatro), la più recente realizzazione di 3D Produzioni di Didi Gnocchi si potrà vedere anche sulle piattaforme video di Sky Arte e Now Tv. 

Il docufilm

Essere Giorgio Strehler è un’opera che racconta la sfaccettata personalità del regista che a Trieste era nato, proprio cent’anni fa, il 14 agosto del 1921. E che alla fine di una carriera che ha dato lustro e visibilità mondiale a Milano e al teatro italiano, a Trieste è tornato. Perché qui riposano le sue ceneri, dopo la morte avvenuta improvvisamente nel 1997.

Il centenario Strehler ha alimentato iniziative nei diversi teatri d’Italia che hanno ospitato per cinquant’anni le sue produzioni al Piccolo: dall’inesauribile Arlecchino servitore di due padroni ad altri importati titoli di Carlo Goldoni, da Shakespeare a Brecht a Pirandello, fino all’ultimo incompiuto Così fa tutte di Mozart.

Il manifesto - Essere  Giorgio Strehler, il docufilm - 3D Produzioni - Simona Risi

Essere Giorgio Strehler, il film diretto da Simona Risi e scritto da Matteo Moneta e Gabriele Raimondi, rappresenta adesso la sintesi delle cose che si sono dette, e si stanno dicendo oggi su lui.

Infatti è proprio lui, fluviale e esuberate, pensieroso e sincero, a raccontare se stesso in decine di interviste, in discorsi ufficiali, momenti privati e brevi clip rubati alle prove. Un ritratto in prima persona, come uomo prima, quindi come artista.

Ma a una manciata di attori e collaboratori che a lungo lo hanno accompagnato nelle sue regie, a scenografi e costumisti, e anche a biografi e studiosi è stato chiesto di raccontare Strehler dal loro punto di vista. Di come egli abbia incrociato le loro vite, spesso trasformandole. Com’è successo a Andrea Jonasson, attrice a Monaco, a Salisburgo, a Vienna, e poi diventata sua moglie.

Nostro Strehler singolare

Così sabato sera, ciascuno di noi – Cristina Battocletti, Paolo Bosisio, Roberto Canziani, Stefano de Luca, Carlo Fontana, Ezio Frigerio, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Lluís Pasqual, Ottavia Piccolo, Franca Squarciapino – ne illuminerà un tratto, un particolare, un dettaglio: il nostro singolare Strehler.

Il mio consiglio: segnatevi l’appuntamento (Sky Arte e Now Tv, sabato 13/11, ore 21.15) e prendervi un’ora, per vederlo con calma.

Se non ci riuscite proprio, sappiate che ne faremo una proiezione speciale anche a Trieste, il 25 novembre. Altre informazioni tra qualche giorno.

Sempre a prosato di Strehler, potete intanto leggere questi due post, pubblicati su QuanteScene!: uno sul libro di Cristina Battocletti e uno sulla casa dove è nato.

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ESSERE GIORGIO STREHLER
regia Simona Risi
sceneggiatura Matteo MonetaGabriele Raimondi
fotografia Lorenzo Giromini
montaggio Gabriele RaimondiLaura Fezzardini
suono Damian Dininno 
con Giorgio Strehler
e Cristina Battocletti, Paolo Bosisio, Roberto Canziani, Stefano de Luca, Carlo Fontana, Ezio Frigerio, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Lluís Pasqual, Ottavia Piccolo, Franca Squarciapino
produzione Didi Gocchi per 3DProduzioni

Paesaggio toscano per Harold Pinter. In collina, con Marconcini e Daddi

Scritto nel 1967 dall’autore inglese, Landscape / Paesaggio è stato allestito nel piccolo teatro di Buti (Pisa) da una coppia di attori che del pinteresque style conoscono i segreti: tutte le strettoie, tutte le aperture.

Paesaggio -  Harold Pinter - Dario Marconcini e Giovanna Daddi
“Paesaggio” di Harold Pinter al Teatro di Buti

 

Ci vuole pazienza per arrivare fin lassù. Devi lasciare Firenze, raggiungere Pontedera e quindi prendere la strada delle colline, dove la piccola e media industria toscana lascia spazio a paesaggi e paesi antichi.

Il teatro di Buti – ti spiega Google Maps – sorge in via Fratelli Disperati 10. Decidi tu se è un buon segno. Nel suo smagliante color mattone, il “Francesco di Bartolo” è una piccola sala, raccolta, intima, duecento posti, i palchetti, il soffitto decorato, una storia italiana di compagnie filodrammatiche e Maggi cantati, che si perde nell’Ottocento.

Pinter breve misterioso affettuoso

Sono salito parecchie volte a Buti. Perché Giovanna Daddi e Dario Marconcini, che di quella sala sono un po’ i numi tutelari, hanno anche un’affinità speciale con un autore che conosco bene: Harold Pinter.

In quel teatro li ho visti allestire i testi brevi e misteriosi che il drammaturgo inglese aveva scritto negli anni ’60 e ’70. Quando più stretto e più affettuoso si era fatto il suo rapporto con Samuel Beckett. Se per Beckett si può usare l’aggettivo affettuoso.

Lavori come questo Landscape / Paesaggio (scritto nel 1967) e poi Silenzio, Notte, Monologo, Voci di famiglia, fin dal titolo, sono rappresentativi di quella stagione di teatro, astratta, elusiva, lontana dalle soluzioni facili e dai lieti finali.

Voci che emergono dal buio, vicende da immaginare mentalmente, momenti di pausa. Un teatro lento. Scritto da Pinter mentre attorno a lui si scatenava la Swinging London psichedelica. I contrasti di quell’irripetibile momento.

Marconcini e Daddi prediligono quei testi. Perché la frequentazione intensa che hanno avuto con il cinema di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, li ha abituati alle sottrazioni, ai silenzi, al rigore. Dentro ai quali iniettano una famigliare ironia.

Intendo dire: nel loro Paesaggio (che dopo l’anteprima a Pistoia, nel circuito teatrale toscano, ha debuttato adesso a Buti) ci trovi tutto il Pinter che sai: la sua sfuggente poesia sentimentale, il linguaggio asciutto e deciso, le tensioni che covano sotto le ceneri del parlato. Proprio come hanno saputo ben dire i giudici di Stoccolma, che nel 2005 gli attribuirono il Nobel per la letteratura.

Fotografia di un interno con coppia

Ma ci trovi anche il vissuto dei due attori. Per garantire colori autunnali al testo, Marconcini e Daddi hanno ad esempio disperso in palcoscenico foglie ingiallite e ruggini raccolte davanti a casa. E del loro salotto domestico con i bei quadri, i libri accatastati, i comodi divani, hanno scattato la foto che fa da scenografia.

Un cortocircuito di scena e vita che si espande e invade il testo, dove si incrociano due monologhi paralleli. Una coppia in un interno.

Paesaggio -  Harold Pinter - Dario Marconcini e Giovanna Daddi
Paesaggio di Pinter al Teatro di Buti

Seduta di spalle a destra la donna rievoca un’avventura erotica al mare, la sabbia, la pelle, il suo desiderio di avere un bambino.
Seduto di spalle a sinistra l’uomo delinea un mondo maschile, fatto di caccia, di cani, di birra e pub inglesi. 

Di questi universi distanti, a sé stanti, Pinter aveva fermato solo le sensazioni. Il calore del sole, il piacere di immergersi nell’acqua, il sesso tanto desiderato e trasfigurato nel ricordo. E viceversa, il rancido delle cantine, il sottobosco fangoso, la cacca delle anatre e del cane.

Paesaggio di ricordi

Si gireranno a un certo punto verso il pubblico, i due attori, quando una storia, o una sua traccia almeno, comincerà a essere intuita. Marito e moglie, forse. In una casa di campagna, forse. Domestici tuttofare al servizio di qualcuno. Ricordi comuni affioreranno. Ma sempre distanti e tangenziali, come se gli uomini, rudi e marziali, venissero proprio da Marte e le donne da Venere. Intanto Gino Paoli canterà Il cielo in una stanza.

Pinter è arguto e acrobatico nella sua scrittura. Se qualcuno domandasse perché mai i due personaggi si chiamano Beth e Duff, basterà mettere davanti la parolina Mac, per farsi qualche idea. O perlomeno, per stare al gioco. 

Pinter inoltre lascia una certa libertà all’immaginazione. Così nel loro gioco di famiglia, Marconcini e Daddi completano Paesaggio con una suite finale, che trasforma lui in Matamoro, il capitano spaccone della Commedia dell’Arte, e lei nella figura austera e inesorabile della Morte. Antico canovaccio di farsa e al tempo stesso morality play molto inglese, che apre spazi agli interrogativi. E sarà il malinconico The Lass of Aughrim a condurre adesso la musica.

Malinconia finale che conferma un’idea. che Paesaggio sia – per Pinter e anche per loro – un gioco teatrale di ricordi, onirica collezione di momenti che non se ne vanno dalla memoria.
E in ciascuno di noi, disegnano, anno per anno, decennio per decennio, un personale e segreto paesaggio interiore. 

Giovanna Daddi in Paesaggio di Harold Pinter
Giovanna Daddi nel ruolo della Morte

 

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PAESAGGIO
di Harold Pinter, con farsa finale
con Giovanna Daddi e Dario Marconcini
regia Dario Marconcini
allestimento e luci Maria Cristina Fresia, Riccardo Gargiulo
produzione Buti Teatro

Giocare con Rimini Protokoll. E farlo sul serio

A volte mi scappa di dire spettacoli. Ma i lavori di Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel, che conoscete meglio con il nome di Rimini Prokotoll, sono un’altra cosa.

Più giusto sarebbe dire progetti portati a termine, idee che si sono realizzate, esperimenti riusciti. Ma soprattutto giochi sociali, pubblici.

Come La conferenza degli assenti (fino a questa sera a La Pelanda a Roma nel cartellone di RomaEuropa Festival).

l'edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)
l’edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)

A volte i Rimini Protokoll giocano con il pubblico in un teatro, ma più spesso lo fanno altrove: invitando quello stesso pubblico ad attraversare una città a piedi, a sedersi attorno a un tavolo a casa di qualcuno, a visitare un museo o un edificio ricco di storie. Può anche accadere in una piazza, in un parco, su una spiaggia, in un cantiere edile, dentro un camion.

Le loro creazioni sono esperienze collettive, per le quali il teatro spesso non trova un nome. Perché si collocano al margine della scena così come ancora oggi la concepiamo. Perché non prevedono la tradizionale distanza né l’opposizione tra chi fa l’artista e chi lo guarda. 

Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel (ph. WDR/David von Becker)
Stefan Kaegi, Helgard Haug e Daniel Wetzel (ph. WDR/David von Becker)

Da qualche mese, tutti i loro titoli sono raccolti in un libro. Vent’anni di progetti attraverso i quali si può capire come la compagnia di Berlino, i loro collaboratori e tutti gli “esperti del quotidiano” con i quali hanno lavorato, siano diventati qualcosa di unico (anche se spesso imitato) nel campo delle arti performative in tutto il mondo. Non solo: anche in quello in cui si progettano nuove abitudini e nuove culture.

Rimini Protokoll - 2000-2020 Il libro di Imanuel Schipper pubblicato da Walther und Franz König
Il libro di Imanuel Schipper pubblicato nel 2021 da Walther und Franz König

Qualche mese fa, su questo blog, ho raccontato com’era fatto uno dei loro lavori meglio riusciti (vedi qui Remote al Mittelfest di Cividale). Oggi vi dico due cose su Conference of the Absent, visto alla Pelanda del Mattatoio di Roma, nel cartellone del festival RomaEuropa.

Già il titolo anticipa una conferenza. Il formato è appunto quello: brevi contributi di nove relatori, su un tema che all’inizio appare abbastanza vago: l’Assenza. 

Ma fin da subito una voce sintetica, o quasi, una di quelle a cui ci stiamo sempre più abituando, chiarisce le caratteristiche di questa assenza. I nove relatori non ci sono, questi “esperti” sul tema dell’assenza non sono presenti all’appuntamento. Sembra un paradosso, ma è il senso ultimo del nuovo gioco pubblico di Rimini Protokoll.

Dare voce agli assenti

A impersonarli, a dire le loro parole, a sostenere le loro tesi, saranno altrettante persone del pubblico che – volontariamente – saliranno sulla pedana. E parleranno per conto di chi è assente.

L’assenza dei relatori può avere diverse motivazioni. Li tiene lontani la distanza, una disabilità impedisce loro di muoversi, presentarsi in pubblico rappresenta per loro un ostacolo, un pericolo, la vergogna. O potrebbe mettere a rischio la loro stessa vita.

Inversamente, la presenza di qualcuno che dia loro voce sul palco innesca un meccanismo di rappresentanza e re-citazione, che ha molto a che fare con il teatro. Ma anche con il principio che regola le democrazie rappresentative, i procedimenti di delega, il moltiplicarsi delle protesi attraverso le quali le nuove tecnologie hanno ampliato i limiti del nostro corpo, i limiti della sostenibilità ambientale e economica.

Rimini Protokoll - Conference of the Absent

Inizialmente, sembra un gioco. Uno di quelli in cui deleghiamo agli avatar la nostra identità. Un gioco al quale molti tra il pubblico aderiscono immediatamente, altri restano invece più scettici. Eppure mano mano che Conference of the Absent procede, oltre la dimensione ludica e un po’ esibizionista che il meccanismo comporta, si manifestano sul palcoscenico aree di riflessioni importanti. Per chi ci vuole riflettere, ovviamente. Entrano in ballo principi etici, divisioni politiche e conflitti bellici, pratiche virtuose, civili provocazioni. 

Attraverso i messaggi letti su carta, ascoltati in cuffia, illustrati in video, alle ragioni degli assenti viene data voce, e l’immaginabile della rappresentazione si sposta dalla steppa russa al conflitto somalo, dalla occupazione nazista della Polonia ai campi di concentramento per migranti odierni sulle isole greche. Distribuiti nell’arco di due ore i casi, le motivazioni, si moltiplicano, colpiscono l’attenzione, incidono la coscienza di chi assiste. E non sempre è facile condividerle tutte. 

l'edizione italiana di Conference of the Absent (ph Cosimo Trimboli)
(ph. Cosimo Trimboli)

Resta la convinzione, mentre si lascia La Pelanda, che siano proprio le vicende individuali, proprio la verità privata di ciascuna esperienza a incidere sul pensiero e sull’agire pubblico di chi le ascolta.

Experten des Alltags, esperti del quotidiano, è l’etichetta che Rimini Protokoll ha sempre dato alle persone di cui, in progetti ogni volta diversi, ha raccontato la storia. Che la prossima volta potrebbe essere anche la mia, la tua, la nostra storia.

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LA CONFERENZA DEGLI ASSENTI 

Ideazione / testo / regia: Helgard Haug, Stefan Kaegi, Daniel Wetzel
Scena / Video e design luci: Marc Jungreithmeier
Sound design: Daniel Dorsch
Ricerca / Drammaturgia: Imanuel Schipper, Lüder Pit Wilcke
Con la voce di: Lisa Lippi Pagliai
e le voci in ear di: Daniele Natali e Evelina Rosselli
Cooperazione per l’educazione politico-culturale: Dr. Werner Friedrichs
Una produzione Rimini Protokoll / Rimini Apparat
in co-produzione con Staatsschauspiel Dresden, Ruhrfestspiele Recklinghausen, HAU Hebbel am Ufer (Berlin) and Goethe-Institut

Visavì Gorizia. Sul confine invisibile, per costruire il 2025

Si conclude oggi a Gorizia e Nova Gorica – tra Italia e Slovenia – la seconda edizione di Visavì, il festival di danza contemporanea che ha dato il via ai progetti transfrontalieri destinati a culminare quando le due città, insieme, tra quattro anni, saranno Capitale Europea della Cultura 2025.

Festival di danza Visavì 2021 - Gorizia - Nova Gorica

Quattro anni sembrano molti. Ma il tempo corre veloce. E già c’è chi si rimbocca le maniche guardando verso il traguardo del 2025. Quando la città divisa di Gorizia-Nova Gorica, sarà nuovamente unita come Capitale Europea della Cultura.

Nella roadmap culturale che porterà a quella data, lo spettacolo dal vivo avrà un ruolo importante. Una prima tappa è già Visavì, festival di danza contemporanea nato lo scorso anno da un’intuizione carica di futuro di Artisti.Associati e del suo direttore Walter Mramor.

Quest’anno, da giovedì 28 ottobre e fino a oggi, un pullman ha fatto la spola tra il Teatro Verdi di Gorizia e lo Slovensko Narodno Gledališče, il teatro nazionale sloveno di Nova Gorica.

Un traghetto su gomma, che portava dall’una all’altra parte di un confine oggi quasi invisibile, quel pubblico internazionale venuto qui per anteprime, debutti, progetti di coreografia – 14 eventi in tutto – che dimostrano quanto Visavì, nato idealmente come spin-off della piattaforma di danza NID 2017 (vedi qui), stia crescendo.

E sia pronto a manifestare il suo potenziale pieno, tra quattro anni, quando saranno eventi culturali e spettacoli a rinsaldare una delle frontiere più tormentate dello scorso secolo.

Il valico di frontiera di Gorizia Casa Rossa in una cartolina del 1953

Breve riassunto di storia locale

1918. Gorizia e la sua provincia, fino a allora territorio dell’Impero austroungarico, entrano a far parte del Regno d’Italia. La Nizza dell’Impero – così la definiva nell’800 Carl von Czoernig, promotore turistico ante litteram – diventa territorio italiano di frontiera.

1947. Gli esiti della seconda guerra mondiale tracciano un confine tra Italia e Jugoslavia che incide la città come un bisturi, la separa dalla sua provincia, spezza in due perfino un piccolo cimitero, affidando metà delle anime alla sovranità di Roma e metà a quella di Belgrado. Comincia il gelo della guerra fredda.

2004. L’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea ripristina il legame tra il centro storico della città italiana e i suoi sobborghi, cresciuti intanto oltreconfine. La piazza della stazione ferroviaria Transalpina, liberata da muri e reti, finalmente attraversabile da Est a Ovest, da Ovest a Est, diventa il simbolo di una Europa permeabile per i suoi cittadini.

2025. Individuate come Capitale della Cultura tra molte agguerrite concorrenti, Gorizia e Nova Gorica, saranno di fatto una città unificata. 

Go! 2025
La piastra che ricorda il posizionamento della frontiera Italia – Jugoslavia

Antichi valichi, nuove reti

Certo, tra 2020 e 2021 ci si è messa talvolta la pandemia, a innalzare tra Stato e Stato nuovi posti di blocco, nuove reti. Ma nei giorni scorsi, quelli di Visavì, il pullman degli artisti e del pubblico transitava spedito, oltre gli antichi valichi di frontiera. Ed erano in pochi a intuire quando si era effettivamente dall’altra parte. Perché nel 2025, nel nome di questa comune cultura non ci sarà un’altra parte.

I sindaci di Gorizia e Nova Gorica protestano
Il sindaco di Gorizia e quello di Nova Gorica, manifestano la loro contrarietà alla rete che durante il lockdown impediva l’attraversamento di Piazza della Transalpina – Trg Evrope

E anche perché gli artisti – coreografi e danzatori, in questo caso – sono naturalmente borderless. Una creazione come quella del coreografo Roberto Castello – che a Visavì ha presentato in anteprima Inferno – sarà tra pochi giorni a Roma nel calendario del festival RomaEuropa, e immediatamente dopo al Centre Dramatique de Montpellier in Francia, per proseguire poi nelle città dei tanti co-produttori: dalla Loira a Genova alla Toscana al Piemonte.

Inferno – coreografia Roberto Castello (ph. Giovanni Chiarot)

Ma che razza d’Inferno?

Non quello di Dante, certamente. Che per noia, dopo l’abbuffata 2021, Roberto Castello mette in un angolo, preferendogli semmai un’idea di Commedia. Questa sì con inizio lugubre e finale gioioso. Anzi brillante, spiritoso, come può essere una comedy oggi, tra proiezioni di spassosa grafica 3d e party tra amici, dove si balla, si scherza, si fanno le ore piccole.

Tutti un po’ bevuti, tutti un po’ eccitati. Carichi di quella energia che il pulse musicale creato Marco Zanotti e Andrea Taravelli con il Fender Rhodes (tranquilli, è un piano elettrico) di Paolo Pee Wee, trasmette instancabile a chi si muove in palcoscenico, e anche a chi sta seduto in platea, scalpitando.

Visavì 2021- Inferno- Roberto Castello
Inferno – coreografia Roberto Castello (ph. Giovanni Chiarot)

È chiaro che il vecchio concetto di coreografia, così come quello di bello stile, qui si perdono. Ma è lo spirito dei tempi che sempre più si sposta sul post-coreografico e lascia spazio a dinamiche nuove di movimento, meno estetizzanti, più vive, più pulsanti.

Mi è piaciuto molto, insomma, il lavoro di Roberto Castello, il quale, negli anni ’80, certo più giovane dell’attuale sessantina, è stato tra i padri fondatori della nuova danza italiana, con Sosta Palmizi. Mi ha messo in sintonia con il palcoscenico.

Ipnotico

Così come mi ha ipnotizzato la ricerca che un gruppo giovane oggi, il collettivo M.I. N.E., ha preparato per il varo della compagnia e intitolato appunto Esercizi per un manifesto poetico. Ostinata e sequenziale, frutto di una serie di Residenze e rigorosa come un allenamento sulle possibilità del corpo, l’architettura degli Esercizi poggia su un’azione sola, spavalda, saltellante, che si ripete all’infinto per strizzare l’occhio alla danza di durata. Fenomeno che, ancora una volta, rappresenta il superamento del coreografare del ‘900, tante volte concentrato sullo sviluppo di una drammaturgia dei gesti.

Qui sono invece le dieci gambe del collettivo a lavorare di sincrono, sullo stesso pattern, variandolo. Come nella musica minimalista. O come sui campi di calcio.

Visavì 2021 -Esercizi per un manifesto poetico - Collettivo M.I.N.E.
Esercizi per un manifesto poetico – Collettivo M.I.N.E. (ph. Giovanni Chiarot)

Danzare l’arte

A prefigurare il futuro, che sarà fatto di ibridazioni, c’è anche l’interesse e la cura che da parecchi anni Marta Bevilacqua, con la sua compagnia di danza Arearea, rivolge all’arte.

L’arte figurativa di quadri e statue, che abituate alla quiete di un museo si trovano improvvisamente accanto una, due, tre danzatrici. Le quali, con quel ritratto, quel paesaggio, quel busto, avviano un dialogo e lo assorbono nel movimento.

Visavì Meets Art - Anna Savanelli
Visavì Meets Art – Anna Savanelli (ph. Giovanni Chiarot)

Oggetto dell’attenzione della coreografa questa volta era Palazzo Attemps-Petzenstein, pinacoteca goriziana ricca di suggestioni per Bevilacqua, che assieme a Valentina Saggin e Anna Savanelli, ha fatto da guida danzante a visitatori- spettatori. 

Visavì Meets Art - Marta Bevilacqua
Visavì Meets Art – Marta Bevilacqua (ph. Giovanni Chiarot)

Visavì, quattrordici eventi, dicevo

Impossibile ripercorrerli tutti. Anche perché l’atteso Soul Chain dell’israeliana Sharon Eyal è stato bloccato su qualche frontiera dai tamponi positivi Covid. Anche perché i formati brevi (ne sono stati presentati alcuni, tra cui un chiaroscurale Tripofobia di Pablo Girolami e Giacomo Todeschi), devono per definizione crescere ancora. O semplicemente perché altri interessanti titoli mica sono riuscito ad acchiapparli.

Ma mi capiterà facilmente di incrociarli, visto che nel sistema dello spettacolo dal vivo in Italia il peso specifico della danza cresce esponenzialmente. E nelle programmazioni di festival, stagioni, rassegne, cartelloni sempre più spesso… entra in ballo.


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INFERNO
coreografia, regia, progetto video Roberto Castello
danza Martina Auddino, Erica Bravini, Jacopo Buccino, Riccardo De Simone, Alessandra Moretti, Giselda Ranieri, Ilenia Romano
musica Marco Zanotti in collaborazione con Andrea Taravelli
fender rhodes Paolo Pee Wee Durante
luci Leonardo Badalassi
costumi Desirée Costanzo
una coproduzione ALDES, CCN de Nantes nel quadro di ‘accueil-studio’, sostenuto da Ministère de la Culture / DRAC des pays de la Loire, Romaeuropa Festival, Théâtre des 13 vents CDN, Centre Dramatique National Montpellier, Palcoscenico Danza – Fondazione TPE

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ESERCIZI PER UN MANIFESTO POETICO
con Francesco Saverio Cavaliere, Fabio Novembrini, Siro Guglielmi, Roberta Racis, Silvia Sisto
musica Samuele Cestola 
una produzione Fondazione Fabbrica Europa per le Arti Contemporanee
Progetto selezionato per ARTEFICI 2019 Residenze Creative FVG/Artisti Associati Gorizia; vincitore di DNAppunti Coreografici 2019 sostenuto da Centro Nazionale di produzione Firenze – Compagnia Virgilio Sieni, Operaestate Festival/CSC Centro per la scena contemporanea del Comune di Bassano del Grappa, L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale Centro di Residenza Emilia Romagna, Fondazione Romaeuropa, Gender Bender Festival di Bologna e Triennale Milano Teatro; selezionato per NID platform 2021

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VISAVI’ MEETS ART
con Marta Bevilacqua, Valentina Saggin, Anna Savanelli
produzione Compagnia Arearea 
con il sostegno di MiC, Regione FVG
in collaborazione con ERPAC FVG

Brancaleone dà di testa. Ed è un’attrice

“Age, Scarpelli e Monicelli hanno inventato un’immaginazione” dice Roberto Latini, che per il Teatro Metastasio di Prato ha lavorato sulla sceneggiatura di L’armata Brancaleone.

L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini - Teatro Metastasio di Prato
L’armata Brancaleone, regia di Roberto Latini (ph. Guido Mencari)

Anche il cinema ha i suoi classici, così come la letteratura. Per quanto i film siano molto più giovani, relativamente parlando. Uscito nelle sale nel 1966, L’armata Brancaleone – regia di Mario Monicelli, sceneggiatura dello stesso regista assieme a Age e Scarpelli – è un classico del cinema italiano.

È anche un film pop. Monicelli seppe pensarlo quando in Italia la parola pop non esisteva ancora. E seppe inventare per Vittorio Gassman un personaggio, mezzo samurai mezzo capitano di ventura, che ne fa ancora, 50 anni dopo, una delle icone durature del cinema italiano. Assieme al famoso jingle Branca branca branca, leon leon leon… Con botto finale.

L’Armata Brancaleone (1966)

L’armata Brancaleone è pop, cioè popolare, per la sua lingua sbracata (una irresistibile parlata centro-italiana, burina, ciociara e aulica con un surplus maccheronico). È popolare per il tempo e il luogo in cui è ambientato (quello delle Crociate, ma lungo la dorsale appenninica della nostra penisola). È popolare perché in un medioevo immaginario riprende i temi e i modi della commedia all’italiana, quella appena appena scollata, appena appena sboccata, di cui Monicelli fu maestro. Anche se Catherine Spaak, allora poco più ventenne, ricorda bene le pesantezze verbali subite sul set da quella ciurma di maschi imbruttiti a zonzo per il Viterbese.

Questo e molto altro si è detto di quel film.

Una scena disegnata dalle luci

Una sfida alta, per Roberto Latini, dare lo stesso titolo a un’operazione teatrale, riprenderne la sceneggiatura, e affidarla a sette attori, oltre a lui, su una scena astratta, quasi tutta disegnata dalla luci di Max Mugnai (e dai pochi inserti di Luca Baldini).

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci è Brancaleone da Norcia (ph. Guido Mencari)

È facile, per qualsiasi spettatore, ma altrettanto inutile per chi ne scrive, cadere nel tranello di un confronto – del resto impossibile – tra la pellicola di Monicelli e il teatro di Latini. 

Le due operazioni corrono su strade diverse, e soprattuto parlano a pubblici diversi. Un’Italia in pieno boom, pronta per nuovi stili di vita e un inaspettato benessere, un pubblico interclassista per il film di Monicelli, nazionalpopolare.

Spettatori selezionati invece, nel caso di Latini, capaci di intuire tutti i perché delle scelte che fanno di questo Brancaleone una variazione su tema, un esercizio di stile fedele alla sceneggiatura, ma di pura invenzione mentale, nei modi in cui il regista ha abituato il suo pubblico, lavorando ad esempio sui Sei personaggi di Pirandello (e molto bene in quel caso) o su Il teatro comico di Goldoni.

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Brancaleone da Norcia è un’attrice

Non è insomma l’Armata che spettatori e abbonati di un teatro pubblico come il Metastasio di Prato (che apre la stagione con questa nuova produzione) possono aspettarsi dopo aver visto in locandina quel titolo. Non è un nuovo rutilante Gassman che calca la scena con i suoi compagni sgangherati e cialtroni, ma la cerebrale rilettura che ne fa Latini, consegnando il personaggio a Elena Bucci. In modi astratti, l’attrice cita Gassman, ne riprende la zazzerona nera, la magniloquenza gestuale, il fare da Rodomonte, ma con il proprio corpo e la propria storia attorale. 

Elena Bucci in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Elena Bucci (ph. Guido Mencari)

Qualcosa di simile aveva fatto Latini, citando con il proprio corpo, l’Arlecchino archetipico di Marcello Moretti e Strehler, nel Servitore di due padroni, firmato anni fa da Latella. Che infatti scontava lo stesso problema. Sorvolare l’aspettativa del pubblico di tre teatri (i nazionali Veneto e Emilia Romagna, assieme allo steso Metastasio), che si attendeva un arlecchino comico e brillante. Come andare a sentire Glenn Gould nelle Variazioni Goldberg, aspettandosi il Bach di Quark e della quarta corda.

Claudia Marsicano in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Claudia Marsicano in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Francesco Pennacchia in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Francesco Pennacchia in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)
Ciro Masella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Ciro Masella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

Maneggiare i classici

Maneggiare i classici, è sempre rischioso, se non lo si vuole fare in maniera banale, piatta, convenzionale. Ed è anche un doppio salto mortale, poi, se dal cinema o dalla letteratura si passa al teatro.

A volte riesce, magari felicemente. Penso a come Deflorian – Tagliarini stanno trattando il felliniano Ginger e Fred, in Avremo ancora l’occasione di ballare assieme, proprio in questi giorni all’Argentina a Roma. Penso anche a come Martone ha teatralizzato le Operette morali di Leopardi.

E comunque, il motivetto tanto atteso alla fine arriva, anch’esso in forma di raffinata citazione.

Savino Paparella in L'armata Brancaleone - regia Roberto Latini
Savino Paparella in L’armata Brancaleone (ph. Guido Mencari)

È l’ultimo numero: un anziano signore (è lo stesso Latini con spiritosa bombetta in testa) attraversa a mezz’aria la scena. Dice sornione Branca branca branca, leon leon leon... e fragorosamente esplode il palloncino. 

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L’ARMATA BRANCALEONE 
adattamento teatrale di Roberto Latini
da un’opera di Mario Monicelli, Agenore Incrocci, Furio Scarpelli
regia Roberto Latini

con Elena Bucci, Roberto Latini, Claudia Marsicano, Ciro Masella, Savino Paparella, Francesco Pennacchia, Marco Sgrosso, Marco Vergani

musica e suoni Gianluca Misiti
scena Luca Baldini
costumi Chiara Lanzillotta
luci Max Mugnai
assistente alla regia Giorgia Cacciabue e Alessandro Porcu
produzione Teatro Metastasio di Prato, ERT – Teatro Nazionale
con il sostegno di Publiacqua

Marta Cuscunà Earthbound. Perché il futuro è dietro la porta

Earthbound è il titolo del nuovo spettacolo di Marta Cuscunà. Uno sguardo contemporaneo su ciò che sarà il pianeta tra duecento anni.

“Non credo che ci trasformeremo in automi” ha detto qualche giorno al Festival della Letteratura a Mantova, il filosofo Slavoj Žižek. Uno che ha parecchio sèguito e uno sguardo spesso rivolto al futuro.

Eppure, già dal titolo del suo più recente libro Hegel e il cervello postumano è chiaro che secondo lui – garantista umano a oltranza – in qualcosa d’altro ci trasformeremo. 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

In che cosa ci trasformeremo?

Magari in quelle strane creature, un po’ tricheco, un po’ pipistrello, che Marta Cuscunà immagina abitare il mondo nel 2425. Ce le presenta nel suo più recente lavoro teatrale Earthbound, lei, creatrice e performer che già nel 2018, in Il canto della caduta (vedi qui e anche qui) aveva tentato il salto nel tempo e gettato uno sguardo su una remota comunità che non sapeva che farsene della guerra. Millenni fa, naturalmente.

Cuscunà ora guarda avanti, molto avanti, e affascinata dalla fantascienza radicale di Donna Hataway, prova a immaginare, con i mezzi teatrali di adesso, quel che potrebbe essere l’orizzonte umano, post-umano, o trans-umano – lo scopriremo vivendo – di domani.

Però la fantascienza, anche la più avanzata, come questa creata da Haraway, eco-femminista statunitense, autrice del Manifesto Cyborg, non è una previsione di futuro. È invece – almeno a mio avviso – la capacità di leggere l’oggi da un punto di vista diverso da quello abituale e banale. Giornalistico, in definitiva.

Marta Cuscunà e un pupazzo - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Posizione 2425

Seguiamo dunque Cuscunà e teletrasportiamoci assieme a lei nel 2425. Che sarà un mondo fortemente inquinato e infetto (proprio come quello odierno). Che vedrà le intelligenze artificiali svolgere tutti i compiti di routine (come succede già oggi). Un mondo in cui l’homo sapiens si abituerà a convivere con altre creature che si saranno evolute grazie a salti di specie (e anche su questo oggi siamo abbastanza ben informati, e perfino vaccinati).

Il futuro insomma è dietro la porta. Anzi, è già entrato.

EarthBound. Legati al pianeta, dipendenti dalle tecnologie

Pure il vocabolario usato dalle future creature sembra quello contemporaneo. Parole come connessione, abilitazione, sincronizzazione, tornano spesso, a ricordarci che ieri, come oggi e come domani, siamo stati e saremo sempre dipendenti dalla tecnologia.

Molti millenni erano la fusione e la lavorazione dei metalli. Ci si sono poi messi la polvere da sparo, il motore a vapore, quello a scoppio, quello elettrico, e infine Steve Jobs e Bill Gates, ad asciugarci il sudore della fronte e a indirizzarci verso una vita sedentaria.

Quella che le future creature di Earthbound sembrano esercitare nel loro habitat, ora spiaggiate sopra uno scoglio, ora appese per le zampe a un ramo, oppure rannicchiate come una pianta cactacea nella propria comfort zone.

Earthbound. Abitanti di un’enorme sfera che gira

Nell’impianto scenografico che Paola Villani ha preparato per Earthbound c’è una enorme sfera abitata che gira. E lascia di volta in volta intravedere questi nuovi esseri – simbiogenetici scrive Haraway – cui le leggi del sovrapopolamento hanno ostacolato la riproduzione. Oppure dà visibilità a esseri decrepiti e fisicamente impotenti (in pratica, la nostra specie, oramai prossima all’estinzione). 

Earthbound - Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Di lato, Villani ha collocato un alberello stentato, per dire che la natura naturans comunque esiste ancora. E si potrebbe in qualche modo farla rifiorire, grazie alle tecnologie green, naturalmente.

A fare la spola tra la sfera e l’alberello c’è Marta Cuscunà, che si muove veloce e disinvolta su un monoruota (se non immaginate che cos’è, vedetevi questo link) e dà voce a una futura intelligenza artificiale. Non troppo diversa però dall’Alexa contemporanea di Amazon (vedi qui un mio post su di lei), anche nelle numerose e divertenti defaillance di cui è zeppa la vita degli/delle assistenti digitali di oggi.

Marta Cuscunà - ph Guido Mencari
Earthbound – Marta Cuscunà – ph Guido Mencari

Animatronica

Dovessimo usare parole difficili, diremo che la distopìa annunciata da Donna Haraway e portata in scena da Cuscunà, con pupazzi animatronici (cioè meccanismi rigorosamente mossi a mano) è un’immagine dello stato di equilibrio delle società odierne.

La contesa tra la spinta all’innovazione avventurosa e le sicurezze riposte nella tradizione. O con più semplici parole, l’inestinguibile battaglia tra progressisti e conservatori, tra gli integrati e gli apocalittici che Umberto Eco immaginava scontrarsi nella cultura di massa. E che oggi si è trasferita, nel mondo occidentale almeno, ai consumi di massa. Letali, come si sa, per la sopravvivenza del pianeta.

Gli aggeggi aninatronici di Earthbound - ph Guido Mencari
Gli aggeggi aninatronici di Earthbound – ph Guido Mencari

Su questo Haraway e l’antropologo francese Bruno Latour (da cui Cuscunà ha ripreso il titolo Earthbound) hanno parecchie cose da dire.

Gli spettatori più attenti sapranno coglierle e ci rifletteranno sopra. Io per esempio vi ho scorto la somiglianza tra intelligenze artificiali e immortalità dello spirito. Che è un pensiero parareligioso.

Altri, meno portati a sognare il futuro, potranno seguire la favola , ma senza entusiasmarsi troppo. Perché l’avvenire non è materia per tutti i palati.

Se vi interessa tuttavia sapere qualcosa di più su Haraway e sul suo romanzo, andate qui e buona lettura.

Oppure guardatevi questo video:

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EarthBound
ovvero le storie delle Camille

liberamente ispirato a Staying with the trouble di Donna Haraway
di e con Marta Cuscunà
scena Paola Villani
assistenza regista e scenografica Marco Rogante
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Etnorama
con il sostegno di São Luiz Teatro Municipal (Lisbona)
con il supporto di Istituto Italiano di Cultura di Lisbona, i-Portunus, A Tarumba – Teatro de Marionetas (Lisbona)