L’onda lunga dei festival. Da Hystrio a Vie passando per la provincia

Di festival mi occupavo ai tempi del Patalogo. Me li aveva affibbiati Franco Quadri, che con Ubulibri pubblicava quell’annuario teatrale: il più importante strumento dell’editoria teatrale italiana, summa di tutto ciò che passava stagione dopo stagione sulle scene del nostro Paese, e non solo.

Come uno scolaretto, per ogni festival di teatro, nazionale o internazionale, compilavo ogni anno una scheda. Le informazioni e i titoli di maggior rilievo in quell’edizione, qualche fotografia, uno strillo di stampa. Li studiavo ad uno ad uno. Internet non esisteva ancora: era tutto lavoro fatto a mano, e a distanza.

Le Etiopiche -  Mattia Cason
Le Etiopiche, di Mattia Cason, uno degli spettacoli che ha debuttato a Hystrio Festival

Una parola, parecchi sensi

La distanza, in questo momento, è  quella che separa i festival di oggi da quelli di cui mi occupavo allora, anni ’80 e ’90.

Il termine è sempre lo stesso –  festival – ma del tutto cambiata è la loro funzione nel sistema teatrale. Certamente anche il loro senso.

Come si siano evoluti e trasformati è ben raccontato nei libri che Mimma Gallina ha pubblicato per FrancoAngeli (a cominciare dal pionieristico Organizzare teatro a livello internazionale). Dal ruolo storico di vetrine eccellenti (aspetto che dal dopoguerra in poi si conserva soprattutto in ambito centroeuropeo, in particolare nell’area di lingua tedesca), oggi i festival si impegnano direttamente nell’ideare, realizzare e portare a debutto gli spettacoli. Cosa che ne fa, in particolare in Italia, un fattore importante nel processo produttivo.   

Proprio a queste trasformazioni pensavo tornando da Milano, dopo quattro giorni a Hystrio Festival, festival neonato, quest’anno alla prima edizione. Un long weekend che mi ha ricuorato sulle sorti del teatro italiano più giovane.

Alle stesse trasformazioni mi riprometto di pensare tra qualche giorno. Quando in treno tornerò da Bologna dopo gli appuntamenti di Vie Festival, che di edizioni ne conta invece una trentina (è cominciato nel 1994 e si chiamava Le vie dei festival) ed è un punto di riferimento stabile dell’autunno teatrale italiano.

Simili ma diversi

Sono festival entrambi. Vie ha sempre avuto uno sguardo rivolto al panorama internazionale e ai grandi maestri. Hystrio Festival è ai primi vagiti, ma mostra un possibile forte respiro italiano e generazionale (nello specifico, guarda all’under 35).

Vie si squaderna per una decina di giorni in diverse località emiliane: si concentra a Bologna e Modena, ma approda anche in teatri più piccoli, a Cesena, a Vignola. Il supporto finanziario e organizzativo è quello  di uno tra i maggiori teatri nazionali, ERT Emilia Romagna Fondazione.

Vie Festival 2022

Il programma di Vie.

Hystrio Festival è un invece indipendente, slegato da realtà produttive, compatto, concentrato. Si è manifestato in un solo weekend, una ventina di eventi tutti ospitati nelle tre sale del milanese Teatro Elfo Puccini, alle quali va aggiunto l’affollato bistrot del pianoterra, cuore battente di incontri, saluti, chiacchiere, discussioni, idee. Relazioni umane che, oltre gli spettacoli, restano un elemento essenziale in ogni festival.

Il programma di Hystrio Festival.

Con la sua programmazione (affidata a una selector di grande esperienza internazionale, Barbara Regondi), Vie compete con gli altri festival italiani che nel corso del tempo hanno maturato questa missione ( la sezione DMT dal vivo della Biennale di Venezia, RomaEuropa, Contemporanea a Prato, Mittelfest…).

Ideato come espansione del Premio Hystrio, costruito pezzo per pezzo, collettivamente, dallo staff redazionale della rivista, la manifestazione milanese punta invece alla valorizzazione di una giovane generazione italiana che scrive il teatro (molti testi inediti sono stati verificati scenicamente grazie all’apporto dell’associazione Situazione Drammatica) e con le proprie forze lo realizza.

Lo staff di Hystrio Festival 2022
Lo staff di Hystrio Festival 2022

Plasticità

Modelli molto diversi quindi, che evidenziano la plasticità  di un’etichetta stabilmente inserita tra i punti cardine dei finanziamenti allo spettacolo dal vivo (ma ci sono voluti decenni), sia in ambito nazionale (FUS) sia locale (bandi regionali).

Anche se ministero e assessorati regionali non sempre si sono dimostrati capaci di una lettura puntuale di questa evoluzione. Lo dimostrano i casi recenti e penalizzati di manifestazioni come Terreni Creativi a Albenga, in Liguria, e Primavera dei teatri a Castrovillari, in Calabria. Casi per i quali la collocazione geografica (sono entrambi espressioni di una provincia culturale lontana dagli snodi forti di Lombardia e Emilia) rappresenta certo un punto di forza, ma al tempo stesso un tallone di debolezza finanziaria. Che solo una caparbia resistenza dei loro organizzatori, e alcuni sacrifici gravi, sono riusciti in qualche modo a rimediare.

Primavera dei teatri 2022

Il programma di Primavera dei Teatri a Catanzaro e Castrovillari

Sopravvivenza

Si può quindi essere quindi metropolitani oppure localizzati, tematizzati, panoramici, lauti o stringati. Ma decisiva resta la funzione che ogni festival svolge in alternativa alle programmazioni, sempre più standard, sempre più omologate, della stabilità teatrale e dei circuiti regionali. Incapaci, o più probabilmente impossibilitati dal rapporto con i propri pubblici, a stare dietro alla evoluzione del settore.

Terreni Creativi 2022

Il programma di Terreni Creativi ad Albenga

Evoluzione che, tuttavia, è la sola possibilità di sopravvivenza dentro la crescita generazionale dei nuovi italiani, che il teatro riesce a intercettare con grande difficoltà, con enormi sforzi. Un pubblico di ventenni e di trentenni: millennials che a teatro ci vanno a fatica, indifferenti o addirittura a disagio di fronte a un linguaggio per la gran parte novecentesco e obsoleto.

Di Hystrio Festival, potete leggere qui diversi resoconti: da KLP Teatro a PAC PaneAcquaCulture, da Gagarin Magazine a 2duerighe. Di Vie, che comincia il 7 ottobre, tornerò a parlare su QuanteScene! tra qualche settimane. A presto.

Bambole che turbamento. L’ultra realtà di Gisèle Vienne

Non manco mai a Contemporanea, il festival teatrale del Metastasio di Prato. Quest’anno il tempo era poco, i giorni stretti, le scadenze stringevano. Ma una serata, a Prato la dovevo proprio spendere. In cartellone c’era Gisèle Vienne. Un nome che qui in Italia non è noto a molti. Ma a dire il vero, è un fenomeno europeo. Vi racconto perché.

Gisèle Vienne

Pupazzi, manichini, bambole

Nemmeno io la conoscevo, prima che qualcuno me ne parlasse e me la raccomandasse. L’artista che non ti aspetti. Disturbante. Perturbante. Fuori dagli schemi. Erano frasi che mi rimbalzavano nella testa e che volevano trovare conferma.

Di Gisèle Vienne, franco-austriaca, sapevo che aveva studiato filosofia e si era formata alla più importante scuola francese per burattinai, École Nationale Supérieure des Arts de la Marionnette. Che i suoi compagni di lavoro preferiti erano pupazzi, manichini, bambole, figure di umana verosimiglianza, spesso a grandezza naturale. Che il terreno su cui le piaceva esprimersi era quel margine indistinto che separa l’animato dall’inanimato, e crea negli spettatori sensazioni di inquietudine e agitazione emotiva. Cose che amo. 

Gisèle Vienne - Puppets

Nel mondo terrificante di Gisèle

In L’etang (Lo stagno) – lo spettacolo a cui ho assistito a Prato, a Contemporanea – le aspettative hanno trovato conferma. L’antropologia insegna che a volte pupazzi e bambole sono creature del maligno, quantomeno soprannaturali. E non è certo necessario che vi ricordi quanta cinematografia abbia giocato con bambole assassine.

Gisèle Vienne non lavora certo sul versante dell’horror. Ma la sensazione che quelle sue creature appartengano a un altro mondo, parallelo al nostro, opaco, oscuro, terrificante, sembra tornare ogni volta nei suoi lavori, amplificata da una strabiliante fuga dal realismo. Che lei ottiene forzando all’estremo le luci e le componenti sonore. Effetti presenti anche in L’etang

L'Etang - ph. Mathilde Darel
L’Etang – ph. Mathilde Darel

Stranianti le luci (con cromatismi superbi, degni di certa fotografia recente, o dei migliori scatti che mi capita di vedere su Instagram). Iperbolici i suoni e la musica (a Parigi, ho saputo, in occasione del suo Showroomdummies #4 agli spettatori venivano consegnati tappi per le orecchie, utili per attutire quell’estremismo).

Senza contare poi il rallentamento che, per tutta la durata dello spettacolo, Vienne impone ai movimenti dei suoi personaggi. Movenze quotidiane – camminare, sedersi, rannicchiarsi – ma così allentate, ritardate, che ci spostano su un altro mondo, dove la percezione sembra avere regole diverse.

Allo stesso modo, a farci sentire altrove, è l’effetto di ventriloquismo che le due performer di L’etang gestiscono con speciale perizia (sono soltanto due, ma i loro personaggi sono molti). Un effetto che ci allontana ancora di più dal piano della realtà. E apre l’accesso a un’ultra-realtà, che è la dimensione in cui Gisèle Vienne lavora.

Gisèle Vienne - L'Etang - ph. Estelle Hanania
L’Etang – ph. Estelle Hanania

Total white

A mettermi in allarme del resto è stata già la primissima scena. Nel total white delle quinte, del fondale, del pavimento, spicca il letto disfatto di adolescente, sopra e attorno al quale incombono figure di altri adolescenti, vestiti come tutti gli adolescenti, ma immobili, congelati nel tempo e nello spazio.

Così che, nell’impatto di quella immagine iniziale, riesce difficile capire se si tratti di attori perfezionisti o di creature inanimate. Tanta cura è posta nella verosimiglianza. Ad uno ad uno, i manichini verranno presi in braccio e portati via, affettuosamente, famigliarmente, da un assistente. Ma la percezione che si tratti di cadaveri, giovani vite interrotte, resterà fino alla conclusione del dramma.

Perché dramma è il soggetto da cui muove L’etang: un testo dello scrittore svizzero-tedesco Robert Walser ( 1878-1956). Drammoletto anzi, che spia la pulsione di morte di un adolescente il quale simula il suicidio nello stagno del titolo. Per vedere l’effetto che fa, si potrebbe dire, ironizzando. In realtà è questione di relazioni amare tra una madre e un figlio, scarti affettivi, disamori.

Lo spettacolo vi instilla il sospetto di abusi emotivi e dinamiche famigliari disturbanti (ma non troppo, se vi è mai capitato di leggere i testi dei giovani drammaturghi contemporanei). 

Robert Walser - Commedia copertina
Il volume raccoglie alcuni drammoletti di Walser

Morte per acqua

Sui margini di questa mendace morte adolescenziale, dunque, Gisèle Vienne muove i fili della sua creazione. Che ad ogni secondo di silenzio, a ogni accenno di dialogo, ad ogni minuscolo movimento, lascia lo spettatore su un altro margine: quello dell’ansia e dell’ignoto che si spalanca sotto a ciò che è visibile, però non fa parte di questo mondo. Vi sta sopra, vi sta sotto. Indecifrabile con gli strumenti del buon senso. O della narrazione.

L'Etang - ph. Estelle Hanania
L’Etang – ph. Estelle Hanania

Vederla ancora

È stato proprio là, nel finale di intimo coinvolgimento, che ho fatto di Gisèle Vienne un mio nuovo idolo. Da consigliare, com’era già successo con me, a chi del teatro volesse esplorare la faccia opaca, non quella rassicurante

Alcuni lavori di Vienne sono passati già in Italia, in Biennale a Venezia già nel 2018, per esempio, e poi a Centrale Fies, al festival FOG Triennale di Milano. Ma sempre un po’ di sbieco, come se l’estraneità al mainstream nazionale, li rendesse un po’ troppo difficili per gli italiani. Solo Short Theatre, qualche settimana fa, a Roma le ha dedicato una prima e corposa”personale”.

Gisèle Vienne e Claudia Cannella per Jerk alla Biennale 2018
Gisèle Vienne e Claudia Cannella discutono di Jerk alla Biennale 2018

Vi lascio alle immagini di una delle sue più recenti creazioni (proprio Showroomdummies #4, andato in scena al Festival d’Automne 2021 a Parigi).

Forse mette anche a voi, come ha messo a me, la voglia di vederla ancora.

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L’ETANG (Lo stagno) 
basato sulla storia originale di Robert Walser
ideazione, direzione, scene, drammaturgia Gisèle Vienne
eseguito da Adèle Haenel & Henrietta Wallberg
luci Yves Godin
design del suono Adrien Michel
musica originale Stephen F. O’Malley & François J. Bonnet
concezione dei burattini Gisèle Vienne
produzione DACM / compagnia Gisèle Vienne
coproduzione Nanterre-Amandiers CDN, Théâtre National de Bretagne, Maillon, Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, Holland Festival, Amsterdam, Fonds Transfabrik – Fonds franco-allemand pour le spectacle vivant, Centre Culturel André Malraux (Vandoeuvre-lès-Nancy), Comédie de Genève, La Filature – Scène nationale de Mulhouse, Le Manège – Scène nationale de Reims, MC2 : Grenoble, Ruhrtriennale, Tandem Scène nationale, Kaserne Basel, International Summer Festival Kampnagel Hamburg, Festival d’Automne à Paris, Théâtre Garonne, CCN2 – Centre Chorégraphique national de Grenoble, BIT Teatergarasjen, Bergen, Black Box Teater, Oslo

visto a Prato, a Contemporanea Festival

Premio Rete Critica 2022. Il momento magico.

Le 23.59 di questa sera sono il termine ultimo per votare. Con le loro preferenze, le testate che aderiscono a Rete Critica decidono oggi quali saranno gli artisti, le compagnie, i progetti che tra qualche mese, al Teatro Bellini a Napoli, concorreranno, da finalisti, all’assegnazione del Premio Rete Critica 2022.

I selezionati Premio Rete Critica 2022

Undicesima edizione

Di Rete Critica ho già parlato altre volte su QuanteScene! Anche perché QuanteScene! fa parte di Rete Critica. Che è un gruppo informale (parecchio informale) di persone che scrivono online, sulle quelle testate e quei blog che negli ultimi 20 hanno trasformato il modo di pensare il teatro. Il digitale modifica il pensiero. Il pensare modifica lo scrivere. La scrittura sul teatro modifica il teatro. A cascata.

Da più di dieci dieci anni, Rete Critica incarna questa trasformazione, e prova a raccontarla, attraverso la scrittura, e non solo. Anche con il suo Premio, che ogni anno, alla fine dell’autunno, ridisegna il panorama annuale del teatro più interessante, e indica, nel corso di una discussione collettiva, anch’essa parecchio informale, il nome di un artista, di una compagnia, di un progetto che, per quell’anno, sembra o sembrano, rappresentare una tensione al nuovo, ricercata e espressa nel territorio del teatro italiano.

Un territorio mobile

O fluttuante se preferite. Fatto di formazioni in crescita, compagnie che hanno investito su se stesse e ce l’hanno fatta, artisti solitari che ci provano, esordienti e generosi tentativi di esserci, magari qualche affondamento. Un mondo comunque da osservare e da valorizzare.

Con un lavoro attento, spesso molto accurato, le testate di Rete Critica si sono date da fare in questi mesi. Dopo incontri (quello avvenuto a luglio al Mittelfest di Cividale, per esempio), dopo discussioni (su Whatsapp, ma anche dal vivo), dopo segnalazioni, proposte e ripensamenti, insieme, sono arrivate a disegnare il panorama teatrale di quest’anno. Parziale, ovviamente, come parziale è ogni sguardo. Particolare, perché ogni scelta, in ogni testa, è il frutto di una diversa enciclopedia. Interessante, perché il nuovo potrà anche essere fragile, ma non è mai banale.

Insomma, abbiamo fatto un bel lavoro di esplorazione, e ora ci rimbocchiamo le maniche per mostrarvelo.

anticipazioni dal Premio Rete Critica 2022

Motivi e scelte

In questa tabella trovate le scelte fatte da ogni testata e le motivazioni che hanno portato a quelle preferenze. Tutti gli artisti e i gruppi che hanno ottenuto due preferenze sono passati alla seconda fase, quella della selezione.

I selezionati, i preferiti – chiamiamoli così – cioè quelli con almeno due segnalazioni, sono i seguenti (in ordine alfabetico).

Seconda fase
Premio Rete Critica 2022

Carrozzerie N.O.T

Chille de Balanza

Collettivo MINE

Collettivo Onar

Compagnia Fettarappa/Guerrieri

Controcanto Collettivo

Dance Well – movement research for Parkinson

Malmadur

Nessuno Resti Fuori Festival

Spettatoreprofessionista

Teatro 19

Teatro dei Borgia

Tovaglia a Quadri

A questo punto, tra questi tredici, bisogna andare a scegliere i tre che arriveranno alla finale del 5 e 6 novembre, a Napoli. 

Ecco perché oggi, adesso, le poche ore che ci separano dalle 23.59, sono il momento magico. Quello in cui si forma la rosa – voi la chiamate short list? – dei finalisti. 

Li incontreremo, tutti e tre, al Teatro Bellini, che quest’anno ospita il Premio. E discutendo, nella seconda serata, decideremo chi sarà il vincitore 2022.

Il tempo stringe

Il momento è magico proprio per questo: il tempo stringe, la short list pure, e l’appuntamento finale si avvicina. Se coinvolge magari anche voi, o vi appassiona, o semplicemente vi interessa, sappiate che QuanteScene! starà sul pezzo – piace tanto questa espressione ai giornalisti – e vi racconterà sviluppi e esiti del Premio Rete Critica 2022.

Appuntamento ai prossimi post.

Lirica, poesia, teatro. La golden hour di Cesare Lievi

È un momento d’oro per Cesare Lievi. L’editore Morcelliana ha appena pubblicato in un volume dieci suoi lavori (Teatro, 512 pp. 35 euro) e un secondo è già in preparazione. Tra due settimane la sua regia del Trovatore verdiano debutterà, diretta da Zubin Metha, al Maggio Musicale Fiorentino. A Salò, sul lago di Garda, una mostra ripercorre gli allestimenti realizzato da lui e dal fratello Daniele, scenografo, per i teatri italiani e di lingua tedesca. Nel vortice. Il filo, una sua nuova raccolta di poesie, esce nella collana “Giallo Oro” di PordenoneLegge.

Se non bastasse, sarà lui stesso infine, proprio questa sera (ore 21), a parlarne in pubblico con il direttore della manifestazione letteraria pordenonese, Gian Mario Villalta. (vedi qui).

Cesare e Daniele Lievi - Caterinetta di Heilbronn
Carta segreta per Caterinetta di Heilbronn di Heinrich von Kleist

Quei ragazzi sul Garda

Drammaturgo, poeta, regista, Cesare Lievi potrebbe – volendo – festeggiare tra pochi mesi cinquant’anni di teatro. Ne aveva solo 21, quando, nel 1973, a Gargnano, un piccolo porto sulla riva lombarda del Garda, lui e il fratello Daniele, insieme a un gruppo di ragazzi del paese, si improvvisarono teatranti e provarono a riscrivere Quanto costa il ferro? di Bertolt Brecht. “Eravamo un po’ immaturi – ricorda – ma sapienti: era l’istinto a muoverci“.

Sarà ancora quello stesso istinto, oppure la sapienza, che lo porta adesso, molti decenni dopo, a mettere in scena Il trovatore, lo snodo più famoso del Verdi “spagnolo” (assieme a Ernani e Don Carlo) che debutta il 29 settembre al Maggio Fiorentino, con la direzione orchestrale di Zubin Metha (vedi la locandina). “È un groviglio di pulsioni quello che voglio mettere in scena – dice ancora – Verdi ha creato una fiaba nera, disperata, ma vitale, che mostra quanto la nostra interiorità sia spaventosa“.

Due lingue, due mondi

Per raccontare Cesare Lievi non basta quindi una voce della Treccani (vedi qui): ci vorrebbe almeno un volume. Ne è infatti uscito uno, qualche anno fa, Teatro da fare (vedi qui), che attraverso le domande di Lucia Mor Wuhrer, docente di lingua e letteratura tedesca, ricostruisce il rapporto tra i due mondi, quello italiano e quello tedesco, che i fratelli Lievi hanno fin da ragazzi frequentato.

Ma per conoscerlo ancora meglio il mio suggerimento è di ascoltarlo, com’è capitato a me, percorrendo insieme, le sale e i corridoi del MuSa, il museo di Salò, che fino al 30 novembre prossimo riserva la propria ala espositiva al lavoro di scenografo (e non solo) del fratello Daniele. Disegni e visioni per investigare e illuminare interpretazione e regia. E viceversa. 

locandina MuSa 2022

Carte segrete


Carte segrete <> Teatro, visioni 
dice il titolo della mostra, ideata da Cesare e curata da Bianca Simoni, che in più di 150 opere ripercorre il breve e intenso lavoro di Daniele nei teatri italiani e tedeschi, dalla fine degli anni Settanta al 1990. 

È in quell’autunno che, a soli 36 anni, l’artista scompare lasciando che il fratello prosegua da solo il percorso che si era avviato proprio dal lago di Garda, a pochi chilometri da Salò. Nel 1978 i due Lievi, trentenni, alla guida di un gruppo di amici, in una caserma in disuso nel piccolo paese di Gargnano, avevano inventato il Teatro dell’Acqua.

“Un teatro che in realtà era uno stanzone, sei metri per dodici, muri incombenti, due porte laterali, uno spazio per il palco condiviso con gli spettatori, un luogo di trasformazioni” ricorda il Lievi regista. Nel giro di pochi anni il teatro sul lago, le sue misure anguste, lasceranno spazio a sale ben più titolate e sterminati palcoscenici: quello di Heidelberg, l’Oper di Francoforte, il Burgtheater di Vienna. In Italia, i due fratelli lavoreranno alla Biennale, alle Orestiadi di Gibellina, e via via scaleranno anche la Scala a Milano, per un Parsifal diretto da Riccardo Muti, che è l’ultima intuizione dello scenografo, nell’anno stesso in cui muore, il 1990. 

Cesare e Daniele Lievi - La morte di Empedocle - Carta segreta
Carta segreta per La morte di Empedocle di Friedrich Hölderlin 

Maghi del Garda

Zauberer des Gardasee, maghi del Garda, li aveva definiti la stampa tedesca in quel decennio. Le carte segrete esposte a Salò aiutano a capire o meglio a intuire, così enigmatiche come sono, quale fosse il loro rapporto. Non tanto quello famigliare, ma l’incrocio speciale che nei Brüder Lievi si stabilisce tra due ruoli. E attraverso influssi reciproci e progressivi arriva a definire l’architettura visiva e drammaturgica dei loro spettacoli. E non finisce là, perché con flusso inverso, dal palcoscenico alla carta, la rappresentazione si riconverte poi alle due dimensioni della grafica e si arricchisce di sviluppi cromatici, cariche emozionali, valori pittorici. Per un ripensamento, magari. O per fissare nel tempo il segno che invece, al chiudersi del sipario, era stato, come sempre succede a teatro, un sogno. 

“Perché Carte segrete? Cosa dicono, o tentano di dire? E soprattutto: se sono segrete perché le esponiamo?” si domanda il Lievi regista, mentre mette a confronto un disegno, la fotografia dello spettacolo, e il successivo ripensamento pittorico del Lievi scenografo.

“Daniele agiva sulle fotografie con matite colorate e pennarelli, fotocopiava parte del materiale documentario, lo ritagliava, lo modificava, lo trasformava cromaticamente con altra carta, imbevuta di trielina, componeva disegni o quadri, e chiamava tutto questo carte segrete“.

Daniele Lievi - Carta segreta
Carta segreta

Una drammaturgia a posteriori

Ecco perché i fogli, le tele, i fogli di taccuino ordinati e messi in mostra, rifiutano con decisione l’etichetta di bozzetto, che poi vorrebbe dire schizzo, abbozzo, appunto grafico. “Una parola che Daniele ha sempre detestato è proprio quella” dice. Ecco perché le Carte si ostinano a non essere tavole tecniche e progetti esecutivi, ma nei loro bizzarri intrecci, nel collage informale (in cui tuttavia si squadra una porta, si delinea una linea di prospettiva) hanno una luce di lampo, una sollecitazione che riforma in termini non consueti, originali, il rapporto tra scenografia e regia. E aggiunge stimoli per una drammaturgia a posteriori

“Come se Daniele mirasse a una definizione sempre più precisa di ciò che sono un testo teatrale e la sua rappresentazione – spiega Lievi regista – ma dall’altro rincorresse un’idea di rappresentazione assoluta, sapendo pur bene che non può essere raggiunta, né da una singola opera né dal più fitto e operoso degli accumuli”.

E se scruti a lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te” è uno degli aforismi celebri di Friedrich Nietzsche, che nel 1880 soggiornò a Riva del Garda. 

Daniele e Cesare Lievi a Gargnano,  1987 (ph. Andreas Pohlmann)
Daniele e Cesare Lievi a Gargnano, 1987 (ph. Andreas Pohlmann)

Dalle profondità del Garda nasce anche il binomio Lievi. Da  Passaggi nel filo (1980) e dal Barbablù da Georg Trakl, apparso nell’edizione 1984 della Biennale, fino alle grandi avventure borghesi nei teatri di lingua tedesca (La donna del mare, Sonata di fantasmi, Il nuovo inquilino), fino al romanticismo della Caterinetta di Heilbronn a Basilea e al Parsifal maestoso della Scala (1990).

Con gli occhi di chi ha vissuto di fronte allo stesso paesaggio scrutato da Nietzsche, anche il lavoro dei due maghi del lago è stata una messa in abisso.

[parte di questo post è stata pubblicata sul numero 3/2022 della rivista Hystrio]

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CARTE SEGRETE <> TEATRO, VISIONI
una mostra ideata da Cesare Lievi e curata da Bianca Simoni
organizzata dal Comune di Salò – Assessorato alla Cultura in collaborazione con il MuSa – MuSa – Museo di Salò, Via Brunati 9 – Salò (BS)
dal 9 Aprile 2022 al 30 Novembre 2022 

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Cesare Lievi
TEATRO
prefazione di Peter Iden
introduzione di Gianfranco Capitta
Collana Scholè – Morcelliana Edizioni, 2022
pp.512, 35 euro

Centoventimila: e non accorgersene

Vabbè, mi ero preso una settimana di vacanza e non me ne sono accorto.

Oggi però, con lo sguardo perso sul mare di fronte a me, più che sul display, scopro che in questi 5 anni di glorioso servizio, QuanteScene! è riuscito a totalizzare la bella sommetta di 120.000 visite al blog. Traguardo raggiunto l’altro ieri.

centoventimila

Centoventimila. Come sempre non so se sia un risultato straordinario, oppure nella media: ignoro quanta visibilità raggiungano gli altri blog di teatro. Direi però che QuanteScene! un bel tot di lettori li macina.

In sostanza, ne sono soddisfatto: fiero che ogni giorno una quarantina di persone circa approdi a QuanteScene! per leggersi qualche notizia su ciò che capita nei teatri.

Report QuanteScene del 10/9/2022

Tra gli articoli più letti restano sempre quello su ‘quel che resta di Marco Cavallo e di Giuliano Scabia’ (qui), quello sulla Ferriera dI Trieste (qui), i due sulla Kleine Berlin e Tarvovskij (qui e qui) . E poi Sciarroni, l’Ikea, Lucia Calamaro

… e naturalmente il piccolo manuale divulgativo su vent’anni di teatro in italia. Lo dovrei aggiornare però.

La durata media di ciascuna sessione, su centoventimila visite, supera poi i 3 minuti. Il che vuol dire che i miei lettori, non solo mi guardano, ma mi leggono proprio. 

Grazie, quindi. Grazie e tutti insieme al prossimo traguardo.

Claudio Tolcachir, teatro come vocazione

Fra i registi della sua generazione, quella dei quarantenni, è il più riconoscibile, il più sensibile, il più seduttivo. Uno dei più mondiali. Claudio Tolcachir, argentino di Buenos Aires, teatrista.

Con questa parola in America latina si indica chi in teatro sa fare tutto: l’attore, l’autore, il regista, il tecnico, qualsiasi cosa sia necessaria. Un bravo teatrista a volte diventa poi anche un bravo maestro di teatro. Nel suo Paese e altrove. È il caso di Tolcachir.

Claudio Tolcachir (ph Alice BL Durigatto / Phocus Agency)
Claudio Tolcachir (ph Alice BL Durigatto / Phocus Agency)

La Scuola dei Maestri, 30esima edizione

Con tale qualifica, maestro, il regista argentino conduce la 30esima edizione dell’Ecole des Maîtres, il corso di perfezionamento internazionale per attori da poco iniziato a Villa Manin a Passariano (UD). L’antica e monumentale villa veneta, la sua foresteria, il parco, sono la sede principale che il promotore CSS di Udine ha riservato alla sessione italiana del progetto.

Nelle prossime settimane l’Ecole si svilupperà in altri tre Paesi – Belgio (Liegi), Portogallo (Lisbona e Coimbra), Francia (Caen e Reims) – per essere poi nuovamente in Italia al Piccolo Teatro di Milano, dal 17 al 21 settembre.

Ieri 5 settembre, lui e i suoi giovani attori – 16, provenienti da 4 diversi Paesi – hanno presentato in pubblico, negli spazi di Villa Manin, la prima fase del lavoro. 

Claudio Tolcachir tra i 16 attori dell Ecole des Maîtres 2022
Ecole des Maîtres 2002 (ph Alisa Franzil)

Conoscersi per caso a Buenos Aires

Come in certi locali da ballo della Buenos Aires di un tempo, e di quella contemporanea, dove ogni sera sconosciuti si incontrano, si scelgono, si piacciono, ballano assieme e forse di più. Così prende avvio La creazione accidentale. 

È il titolo che Tolcachir ha dato al suo progetto. Un tema che riporta in campo teatrale, in forma quasi pedagogica, le stesse modalità con cui persone di tutte le classi sociali, la sera, o il sabato, la domenica pomeriggio, si ritrovano sulle piste da ballo.

Tango e milonga sono strumenti di fluidità sociale. Gli sguardi, i cenni, un sopracciglio alzato, un cabeceo, sono un universo di codici nascosti, regole e segnali che vanno ben oltre la danza.

La creazione accidentale  - Ecole des Maitres 2022 (ph Alice ML Durigatto / Phocus Agency)
La creazione accidentale (ph Alice BL Durigatto / Phocus Agency)

Così i vecchi motivi di Adolfo Carabelli e Francisco Canaro, meno noti forse dell’onnipresente Carlos Gardel, accompagnano i sedici sconosciuti che in questa sala – che sia da ballo o di teatro – provano a conoscersi, a studiarsi, a piacersi, a rifiutarsi. 

Come tutti gli attori, amano farsi vedere, amano piacere, amano amarsi. E in questo piccolo universo, misurano se stessi, la propria storia, la forza di seduzione, le incertezze e le incapacità.

La creazione accidentale (Ph  Alice BL Durigatto / Phocus Agency) Claudio Tolcachir - Ecole des Maîtres 2022
La creazione accidentale (Ph Alice BL Durigatto / Phocus Agency)

Desideri e ossessioni

Con loro ho condiviso anche le mie domande, i miei desideri, le mie ossessioni” ha spiegato Tolcachir alla fine di questa prima uscita pubblica. Nella quale era facile riconoscere il tema dell’accidentalità. Dell’amore e del caso, avrebbe detto un altro maestro.

Ma quello che accade là, in scena è tutto loro: il loro immaginario, i loro pensieri, le loro ossessioni. Io li ho solo aiutati a tirarle fuori, a metterle a fuoco. Li ho spinti ad essere essi stessi creatori, liberi dall’imperativo dell’efficacia, fiduciosi in sé. E questo si sta rivelando meraviglioso e curativo anche per me. Oggi, nel teatro, tutto ciò è un lusso“. 

La creazione accidentale (Ph  Alice BL Durigatto / Phocus Agency)
La creazione accidentale (Ph Alice BL Durigatto / Phocus Agency)

Gli chiedo: “Si può sostenere che il teatro, in particolare quello sudamericano, in Argentina o in Cile, dove si vivono condizioni economiche e politiche difficili, se non autoritarie come in Brasile, resta proprio per questo un laboratorio sociale?”

Accidentale, imperfetto, pieno di umanità

Per noi latinoamericani il teatro è una necessità – mi dice – è un luogo dove incontrarsi, per capire e approfondire la propria identità. A volte è uno spazio di assemblea, a volte di resistenza. Tutto ciò che nasce per necessità ha sempre in sé una vibrazione che commuove”.

Sulla commozione, sull’empatia, Tolcachir lavora molto. Creazioni come Emilia, o El viento en un violin, anche il più recente Edificio 3 (produzione, lo scorso anno, del Piccolo di Milano) hanno girato il mondo e fatto di lui il rappresentante di una poetica della sensibilità.

Tutto ciò che mi colpisce – mi spiega ancora – si trasforma in teatro. Non saprei dire esattamente da dove mi nasca questo stimolo. Ma ciò che mi serve di più è avere a disposizione uno spazio di libertà e di rischio, come è questo, il lavoro che sto facendo con i giovani attori dell’Ecole”.

E ancora:

Tutto ciò che è accidentale, imperfetto, pieno di umanità, rimane spesso fuori dal lavoro d’attore. Ma è proprio questo materiale, assolutamente personale, quello che mi interessa”.

“Al di là della fiducia personale (una cosa che a me manca) la mia preoccupazione è trovare qualcosa che superi l’idea di teatro soltanto come professione. Non riesco proprio a smettere di pensare al teatro come vocazione“.

Claudio Tolcachir - Ecole des Maitres 2022

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ECOLE DES MAÎTRES 2022
corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale
XXX edizione: 26 agosto – 1 ottobre 2022 

La creazione accidentale
maître Claudio Tolcachir
assistenti Hugo Samek, Nicoletta Oscuro
allievi Viola Carinci, Daniele Cavone Felicioni, Christian di Filippo, Lucia Marinsalta (Italia); Lénaïc Brulé, Sarah Espour, Paul Mosseray, Laura Ughetto (Belgio); Julien Desmarquest, Isabel Aimé Gonzáles Sola, Ana Maria Haddad Zavadinack, Ophélie Trichard (Francia); Ana Baptista, Filipa Carloto Matta, Eduardo Molina, Lúcia Pires (Portogallo)

partner di progetto e direzione artistica 
CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa (Italia) 
CREPA – Centre de Recherche et d’Expérimentation en Pédagogie Artistique (CFWB/Belgio) 
Teatro Nacional D. Maria II, TAGV – Teatro Académico de Gil Vicente (Portogallo) 
Comédie de Caen – Centre Dramatique National de Normandie, 
Comédie, Centre dramatique national de Reims (Francia)
con il sostegno di 
MiC – Direzione Generale Spettacolo, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia – Direzione centrale cultura, sport e solidarietà, Fondazione Friuli (Italia) 

Da San Ginesio ad Anghiari, l’Italia dei borghi del teatro

Agosto è stato un’inferno. Ma un po’ tutta questa estate. A dispetto di siccità, incendi, spiagge intasate, grandinate, qualche angolo di paradiso però c’è ancora. In quei borghi di cui l’Italia – quella collinare – giustamente si vanta.

Nel pieno della canicola, per esempio, ne ho visitati due. Freschi, ombreggiati, votati pure agli spettacoli. A trovarli mi hanno dato una mano un libro e il sito TrovaFestival ideati da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, proprio per aiutare noi, e voi, vagabondi del teatro.

Un santo, un borgo

Se non lo sapevate già, lo saprete ora: San Genesio è il protettore degli attori e della loro professione. Aggiungo che San Ginesio (con la i) è un borgo sulle colline marchigiane. E ha quel santo come patrono (era stato un mimo, prima di convertirsi). Il suo martirio , al tempo l’imperatore Diocleziano, non era bastato, e nel 2016 il piccolo paese è stato martoriato pure dal terremoto.

Ma si sta riprendendo, con un virtuoso progetto di ricostruzione del quale fa parte la ristrutturazione del teatro. Siamo poco distanti da Recanati, e la sala è intitolata a Giacomo Leopardi. Ma il rilancio di San Ginesio, con un complesso lavoro di valorizzazione e sostenibilità turistica che lo trasformerà nel “borgo degli attori”, prevede pure un festival: il Ginesio Fest, appunto. 

San Genesio, protettore degli attori

Ginesio Fest

Nei due precedenti anni di incubazione, il festival si è dato infatti un compito ambizioso: qualificarsi come punto di riferimento italiano “sull’arte dell’attore”.

I presupposti ci sono: dall’intuizione originaria di Remo Girone (in veste di garante ideale), alla nuova direzione di Leonardo Lidi (che firma il progetto artistico). Quest’anno il cartellone ha messo a regime prove d’attore alte (come quella di Lino Musella), una terna di premi (a Paolo Pierobon, Petra Valentini, Lino Guanciale) e qualche bella riscoperta: Woody Neri alle prese con un tutto-shakespeare, quasi da camera, più esattamente da chiostro. Perché in occasione del GinesioFest tutti gli spazi si riconvertono. 

Leonardo Lidi (a dx) e Giuliano Ciabocco, sindaco di San Ginesio

Su una terrazza, affacciata sui monti Sibillini, Remo Girone (con Christian La Rosa e con i giovani attori della scuola dello Stabile di Torino) hanno letto La crociata dei bambini di Marcel Schwob. 

In una chiesa trasformata in luogo di esposizione per i tesori salvati dal terremoto, Michele Di Mauro e Franco Visioli si sono cimentati con la scrittura di Vitaliano Trevisan, nel Concerto per Vitaliano, che recupera dal 2009 un suo libricino pubblicato di Einaudi (Due monologhi). 

La grana della voce di Di Mauro, le ardite invenzioni sonore di Visioli, riconfermano l’idea di un Trevisan biografo feroce di un’ordinaria vita di provincia italiana, analista dei vuoti del quotidiano. Proprio quei vuoti che lo hanno condotto, lo scorso gennaio, a chiudere i conti. Non solo con la scrittura, anche con la vita.

Michele Di Mauro in Concerto per Vitaliano

Nelle stanze  di palazzo Ragoni

Invece io, a San Ginesio, mi sono trovato bene. Accolto come un re nel palazzo di belle stanze e di attenzioni cortesi da Pepe Ragoni, che a dispetto del nome maschile è una gentile e colta signora. A cui, la cittadina deve molto, anche perché è lei ad animare e mantenere vivo il lascito intellettuale di Alberico Gentili, la maggior personalità di questo luogo, il giurista che a Oxford nel 1500, scrisse il primo trattato di diritto internazionale. Quella giurisprudenza che ancora oggi regola i rapporti tra le nazioni. 

Tavole imbandite ad Anghiari

Non era poi tanto distante, il Ginesio Fest, dall’altro appuntamento segnato nella mia agenda dei borghi: Tovaglia a quadri ad Anghiari.

Se avete mai letto questo blog, sapete che ogni anno, ad agosto, in provincia di Arezzo, all’aperto, attorno a lunghe tavolate imbandite, questa manifestazione convoca decine e decine di spettatori-commensali. Sulle tovaglie bianche e rosse, tra una portata e l’altra (sono quattro), assistono ad altrettante scene, interpretate da un gruppo di anghiaresi che raccontano, anche cantando, un episodio contemporaneo, o a volte anche remoto, della storia della città. 

Tovaglia a quadri 2022

Quest’anno si è trattato invece di prefigurare qualcosa. Gli autori, Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini, hanno optato per una proposta “didattica” che scavalcasse il passato prossimo e illuminasse un avvenire. 

Già a primavera i cittadini di Anghiari avevano trovato le strade tappezzate da manifesti che annunciavano l’imminente apertura di un Liceo Contadino. Curiosità, propositi di iscrizione, quesiti rivolti al Provveditorato agli Studi. Una campagna di comunicazione ben orchestrata e ben riuscita. I manifesti, in realtà, anticipavano solamente il titolo della edizione 2022 di Tovaglia a Quadri. 

Tovaglia a quadri 2022

Liceo Contadino

È il titolo, ma anche l’idea, di un ritorno al futuro nella dimensione agricola che da sempre caratterizza cittadine e paesi della Alta Val Tiberina, rinomati anche per la produzione di foglie di tabacco da sigaro. In questo avveniristico Liceo Contadino si potrebbe studiare ciò che fino a un secolo fa era trasmesso solo per via orale. 

L’agricoltura, quella odierna, prevede tutto. Ma non l’imprevedibile. E dopo solo sette repliche, lo spettacolo ha dovuto fronteggiare lo stratempo di questo agosto imbizzarrito. Rovesci di pioggia, ventate di tempesta, grandine grossa hanno messo a terra le pregiate coltivazioni. E anche qualche muro del Castello di Sorci, che dallo scorso anno ospitava la manifestazione. Così questa storia critica dello sfruttamento intensivo del territorio è stata sospesa. 

Tovaglia a quadri - Castello di Sorci - Anghiari

Accompagnata però dalla decisione di riproporla a dicembre, con un tetto sopra la testa. Il Teatro dei Ricomposti, cuore del borgo aretino dove si svolse la storica battaglia che, si dice, ispirò Leonardo, risarcirà con altrettanti piatti di bringoli al sugo finto (in altre parti li chiamano pici) coloro che non hanno ancora potuto assistere allo spettacolo-degustazione. 

E non si sono potuti convincere che tovaglie a quadri e narrazione teatrale, possono funzionare come piatto unico nella valorizzazione delle culture contadine.

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GINESIO FEST
direzione artistica Leonardo Lidi
direttrice generale Isabella Parrucci
presidente giuria Premio nazionale San Ginesio, Remo Girone
San Ginesio (MC)

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TOVAGLIA A QUADRI
storie scritte da Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
con gli abitanti di Anghiari
regia di Andrea Merendelli
Anghiari (AR), Castello di Sorci  

A Miramare la sfinge rivela i segreti di Massimiliano d’Asburgo

Da giovedì 18 agosto e fino al 28, al tramonto, alle 19.30, il Castello e il Parco di Miramare a Trieste ospiteranno lo spettacolo itinerante che Paola Bonesi ha intitolato I segreti dei giardini dell’Arciduca. Un reportage sulla vita di Massimiliano d’Asburgo raccontato attraverso il meraviglioso botanico che lui stesso aveva creato su quel bastione di scogli che ancora oggi fa da portale d’ingresso a Trieste.

La sfinge e il Castello di Miramare a Trieste
La sfinge a Miramare

“Era una persona di grandi talenti, un uomo di scienza e di avventura, intellettuale raffinato, studioso di botanica, curioso, appassionato di architettura ed esperto di mare” mi racconta Paola Bonesi. Lei che la vita di Massimiliano d’Asburgo l’ha studiata in lungo e in largo: biografie, carteggi, diari, disegni e fotografie. “Era uno che aveva bisogno di vedere lontano”. 

Allora io penso alla sfinge immobile, sul molo nel porticciolo di Miramare, che guarda lontano, il mare, l’orizzonte. Muta. Anche lei – la Sfinge di granito rosa – sarà uno dei personaggi che affollano questo progetto, nato da un’ idea di Andreina Contessa (direttrice del Museo del Castello e del Parco), sviluppato e realizzato da Bonesi (ne che è autrice e regista) e che vedrà coinvolti, nei diversi percorsi e nei diversi ruoli, gli attori della Compagnia del Teatro Stabile del Friuli venezia Giulia.

Che cosa nasconde un giardino?

I segreti dell’Arciduca, non sono in realtà segreti. “Tutti i parchi, tutti i giardini, svelano il carattere di chi li ha creati e di chi li cura”. Paola Bonesi ne è così sicura da aver voluto applicare il principio anche al più più bello tra i parchi del Nordest italiano. Questo di Miramare.

Castello e Parco di Miramare Trieste
Il Castello e il Parco

Una passione, coltivata da più di vent’anni, e incrementata dai libri letti e studiati sulla vita e i progetti di Massimiliano d’Asburgo. Che dal 1855 fino al 1867, l’anno della morte, dedicò buona parte delle sue giornate all’edificazione del Castello e del suo “giardino di meraviglie“. Un parco di 22 ettari che raccoglie essenze e piante da tutti i continenti. Un patrimonio botanico che lui stesso si era ingegnato a raccogliere e sviluppare assieme al suo giardiniere d’elezione, Anton Jelinek.

[A tal proposito, potreste leggere gli articoli che Pier Paolo Dorsi e Zeno Saracino hanno scritto su questo sconosciuto ma fondamentale maître di alberi, cespugli e piante].

Miramare, i luoghi, la storia

Lo spettacolo-passeggiata porterà il pubblico in alcuni dei luoghi più suggestivi del Parco – la balconata a mare, i dintorni del Castelletto, i giardini attorno al laghetto – attraversando i quali gli attori comporranno il ritratto di un Massimiliano diverso dall’iconografia ufficiale. Quello che i libri di storia ricordano per la fucilazione a Querétaro, per mano dei repubblicani messicani.

La fucilazione di Massimiliano (1863), secondo Edouard Manet (1868)
La fucilazione di Massimiliano (1867), secondo Edouard Manet (1868)

Dalle finestre del Castello di Miramare, per molti decenni, uno spettacolo di Luci e Suoni aveva ripercorso l’avventura e la tragica fine dell’erede d’Asburgo e imperatore in Messico. 

I tempi però sono cambiati e una nuova consapevolezza porta oggi valorizzare il rapporto tra quell’uomo e quel parco: la sua creatura. O come sostiene Bonesi, “il suo testamento estetico e spirituale”.

Massimiliano intimo

“Su Massimiliano ho letto tanto: le biografie, i carteggi, i diari di coloro che gli stavano accanto e assieme a lui, giorno per giorno, si occupavano di trasformare in realtà quel sogno naturalistico. Jelinek, il fidato giardiniere boemo, oppure José Luis Blasio, segretario e autore di una biografia intitolata Massimiliano intimo” racconta Bonesi.

Anton Jelinek, giardiniere a Miramare
Il giardiniere Anton Jelinek e la moglie in una foto d’epoca

Intimo sì, perché più del rapporto con la consorte Carlotta del Belgio, complesso e non ancora del tutto esplorato, a svelare il carattere avventuroso di Massimiliano (molto diverso da quello del fratello, l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe) ci sono le lettere che dai suoi tanti viaggi (Massimiliano era ammiraglio) l’arciduca spediva, con l’intento di far rivivere sul promontorio adriatico la varietà delle avventure emotive e botaniche da lui esperite nel mondo. E racchiuse nei semi e nelle piante che “importava” dalle Americhe o dai Paesi asiatici.

Alberi e fantasmi a Miramare

“Con la luce del sole al tramonto potrebbe manifestarsi l’invisibile – anticipa Bonesi – grazie ai fantasmi di quei personaggi, che appariranno nei luoghi dove erano abituati a intrattenersi: l’arciduchessa Sofia, il medico di corte von Basch, la dama di compagnia di Carlotta, …”.

A Miramare gli spettatori potranno incontrarli nei pressi della balconata prospiciente al mare, dove tutte le linee prospettiche volgono all’infinto. Oppure nell’aranceto, accanto al Castelletto, dove Carlotta impazzita di dolore fece crescere una pianta d’edera, simbolo di fedeltà eterna. O ancora là dove il giardino formale, all’italiana, e quello romantico, all’inglese, si fondono per merito dell’abilità di Jelinek, diligentissimo capo-giardiniere di corte. 

“Nella rispondenza delle essenze arboree e degli stati d’animo – conclude Bonesi, grata anche al Museo Storico del Castello e del Parco, che collabora all’iniziativa – si cela il segreto che, assieme al pubblico, andremo ogni sera a a scoprire”.

[parzialmente pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, il 17 agosto 2022]

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I SEGRETI DEI GIARDINI DELL’ARCIDUCA 

da un’idea di Andreina Contessa
scritto e diretto da Paola Bonesi
con Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Iacopo Morra, Maria Grazia Plos
e Francesca Boldrin, Alessandro Colombo, Serena Costalunga, Giacomo Faroldi, Radu Murarasu
produzione il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
in collaborazione con il Museo Storico e il Parco del Castello di Miramare

Ferdinando Massimiliano d'Asburgo-Lorena; Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867
Ferdinando Massimiliano d’Asburgo-Lorena; Vienna, 6 luglio 1832 – Santiago de Querétaro, 19 giugno 1867

Sogno di una Abramovic di mezza estate

Non c’è via d’uscita. L’arte contemporanea se la deve vedere sempre con la parodia dell’arte contemporanea. Marina Abramovic insegna. Ma forse non è Marina Abramovic.

Marina Abramovic

Puoi prenderla dal punto di vista di Alberto Sordi, in visita con la moglie alla Biennale di Venezia in quell’episodio cinematografico – Le vacanze intelligenti (1978) – che resta ancora un capolavoro d’ironia e un impeccabile soggetto comico. E anche uno straordinario richiamo per vistare oggi la Mostra veneziana.

Oppure dal punto di vista di Virginia Raffaele (2017). Che con l’imitazione di Marina Abramovic, “madre di tutte le performance” ha sfondato oramai le visualizzazioni su YouTube.

In mezzo, ci metterei volentieri quei due minuti della Grande Bellezza di Sorrentino, quando una certa Talia Concept invasatissima (l’attrice triestina Anita Kravos, “quattro ore di ciak e un fortissimo mal di testa”) si sbatte contro le pietre antiche del Parco degli Acquedotti a Roma.

L’arte contemporanea insomma va presa sul serio. Ma si può anche prenderla in giro.

Una sera di mezza estate

Così in una sera d’estate mi è capitato di incontrarla di nuovo. Forse non era Marina Abramovic, ma certo era la parodia di Marina Abramovic. 

Andrea Cosentino la serviva a Trieste, sul piatto d’argento di un piccolo festival molto Freak, (che si è concluso ieri, ma continua con Approdi Futuri ). Attore e stand-up comedian, da una decina d’anni Cosentino non ha esitazioni nel confrontarsi dal vivo e in video con la madre di tutte le performance.

Not here, not now consiste in un’oretta di irridenti divagazioni sulla vita e i miracoli dell’artista di origine serba, confrontati con quelli di Cosentino, artista pure lui, ma d’origine abruzzese. Identica la distanza dalla lingua italiana. 

Distanza ridotta addirittura a pochi centimetri, quando lui stesso, appunto dieci anni fa, si era trovato difronte l’altra, in occasione delle giornate del Metodo Abramovic al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Di quell’esperienza, testimoniata pure da un certificato d’autenticità esibito con un orgoglio sornione, Cosentino serba un bel po’ di ricordi che condivide con gli spettatori. Tra la serietà del performer e lo sberleffo del clown.

Andrea Cosentino - Not here, not now
Andrea Cosentino – Not here, not now

Trova l’originale

La parrucca nerissima con la treccia, il naso finto e importante, la tunica e le scarpe col tacco, ne fanno infatti una copia quasi perfetta. E anche perfetto è il gioco delle citazioni, molte delle quali in video.

Di cui gli appassionati veri della vera Abramovic sapranno trovare i riferimenti giusti. E volendo, scherzarci sopra. Guardate un po’ queste clip.

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NOT HERE, NOT NOW
di e con Andrea Cosentino
regia Andrea Virgilio Franceschi
video Tommaso Abatescianni

[sul lavoro teatrale di Andrea Cosentino si può leggere il libro intitolato L’apocalisse comica a cura di Carla R. Antolini, Editoria&Spettacolo]

Con la coda dell’occhio. Se Spregelburd mi avesse accompagnato a Mittelfest 

Con il concerto dei La Rappresentante di Lista, affiancati dell’Orchestra Arcangelo Corelli di Ravenna, si conclude oggi, domenica 31 luglio, l’edizione di Mittelfest 2022. Titolo e tema conduttore erano gli Imprevisti.

Mittelfest 2022  - Imprevisti
(ph Focus Agency)

Uno dei più interessanti teatristi della scena internazionale – l’argentino Rafael Spregelburd – mi aveva un giorno illustrato un suo personale punto di vista sulla realtà. Ma anche sul teatro. Lui la chiamava la teoria della coda dell’occhio.

Sosteneva Spregelburd (autore, attore, regista, teatrale e televisivo) che la vista è senza dubbio alcuno il nostro senso più importante. Fin qua nulla di nuovo.

Ma per lui, interessante non era solo quella porzione di realtà che l’occhio mette a fuoco, quel 8% del campo visivo su cui si concentra la nostra attenzione. Importante, anzi importantissimo diceva, è ciò che c’è intorno. La circostante realtà, quella che noi vediamo con la coda dell’occhio.

Volendo usare un’espressione un po’ più scientifica: la visione periferica. Il contesto più ampio dentro al quale si colloca la figura su cui ci concentriamo. Un campo largo che il nostro occhio percepisce in maniera indistinta. 

Non occorre aggiungere altro. Sappiamo bene che cosa vuol dire “aver visto con la coda dell’occhio”.

Ciò che ci tocca

Non so se fosse proprio un’idea di Spregelburd, o l’avesse tratta da qualche testo scientifico (sono una sua passione, quei testi). Io, per esempio, l’avevo incontrata in una pagina di Alan Bennett (lo scrittore inglese) che la attribuiva al suo connazionale E. M. Forster (altro gigante della letteratura, quello di Camera con vista): “Solo quel che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo“.

Che ha a che fare con Mittelfest 2022, il festival che oggi si conclude a Cividale del Friuli? Non saprei dirlo in maniera preciso. Come ciò che si vede con la coda dell’occhio, la mia non è una sensazione distinta, messa precisamente a fuoco.

Ho seguito la manifestazione in tutti i giorni precedenti, e alla fine posso dire che, oltre aver guardato con attenzione i principali spettacoli in cartellone, oltre ad averne apprezzati alcuni di più e altri di meno, a colpirmi in maniera più profonda, a toccarmi con un impatto davvero forte, è stato ciò che rispetto al progetto principale del festival (che ruota attorno a spettacoli di musica, di teatro e di danza) pareva all’inizio più laterale, accessorio. Periferico appunto. 

Il privilegio del singolo

Si trattava dii appuntamenti che sarebbe difficile inserire nelle consuete classificazioni dello spettacolo dal vivo.

Mittelfest 2022  - Imprevisti -  Déjà Walk
(ph Luca A. d’Agostino Focus Agency)

Poteva essere un passeggiata urbana per singolo passeggiatore, guidato in cuffia (Déjà Walk, era un sovrapporsi di voci di cittadini che mi raccontavano la storia della città mentre la attraversavo). Potevano essere le Consultazioni poetiche (che prevedevano un momento di scambio individuale tra alcune performer e i loro “pazienti”, ai quali veniva alla fine consegnata una “prescrizione” artistica, poesia o canzone).

Potevano anche essere le onde e le perturbazioni sonore di Ops! (che in lingue diverse mi hanno accompagnato, sbucando dagli altoparlanti distribuiti in alcuni angoli del centro storico). Esperienze che si pongono tutte di lato, rispetto a teatro, danza, musica. Fuori fuoco. Creazioni che privilegiano il rapporto con il singolo. 

La mia nascita, la mia morte

A toccarmi nel profondo, davvero in profondo, è stata infine la proposta di Mats Staub, progettista svizzero, intitolata Death and Birth in my Life. Senza un intento spettacolare, in un ambiente raccolto del Museo Archeologico Nazionale di Cividale, Staub proponeva la visione e l’ascolto delle conversazioni (registrate) di coppie di persone che parlano del loro particolare, individualissimo, rapporto con la nascita e con la morte.

Due temi che letteratura, teatro, cinema hanno esplorato da sempre. Ma che con la viva esperienza di coloro che ne parlavano, lì davanti a me, seduto, come se fossi tra loro, arrivano a scatenare emozioni e commozioni fortissime. Le mie e quelle di chi era accanto a me. Perché potenti, potentissimi sono quei due momenti della vita, nascita e morte, parti, gestazioni, assenze, funerali, su cui non sempre ci capita di riflettere (perché di entrambi, in modo diverso, abbiamo timore e paura).

Mittelfest 2022  - Imprevisti - Death and Birth in my Life - Mats Staub
(ph Focus Agency)

Inizialmente, Death and Birth in my Life, mi era sembrato un appuntamento laterale del festival, un’esperienza accessoria, rispetto ai titoli a cui tenevo maggiormente. Stava nella mia coda dell’occhio. È stato invece l’evento che più mi ha investito, di questo Mittelfest 2022.

E mi è tornata in mente proprio quella frase di Bennett. O di Forster. “Solo quel che vedi con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo“. Sono sicuro che anche Spregelburd, teorico della percezione periferica, sarebbe d’accordo con me e con loro.

[qui la locandina completa di Death and Birth in my Life (Mats Staub) a Mittelfest 2022]

[qui la locandina completa di Déjà Walk (aquasumARTE Visual and Perfotming Art) a Mittelfest 2022]