Tre dritte per la danza. Inquieta, innovativa, indisciplinata

Tre dritte stimolanti, che lancio a chi apprezza la coreografia contemporanea. Cioè la coreografia che piace a me. Quella inquieta, innovativa, indisciplinata. A volte turbolenta, anche estrema. A volte divertente. 

Sabato è il giorno nel quale, con più frequenza, i lettori di QuanteScene! approdano su queste pagine. Così ho pensato di pubblicarle proprio oggi, queste tre brevi segnalazioni. E se anche a voi andasse di leggerle….

Alexander Whitley Dance Company, Anti-Body, ph Sodium Bullet
Alexander Whitley Dance Company, Anti-Body – ph. Sodium Bullet

La danza estesa

Per cominciare, potreste dare un’occhiata a una recente uscita della rivista online Critical Stages/Scènes critiques, espressione internazionale dello IATC (in inglese) o AICT (in francese). E per dirlo infine all’italiana, dell’Associazione Internazionale dei Critici di Teatro.

Il dossier che apre ogni numero della pubblicazione, come sempre molto accurato e sempre molto ampio, in questo caso è dedicato ai margini più interessanti della danza contemporanea. Se ne parla approfittando di un titolo ammiccante: Extended Dance Territories.

Le due curatrici – la svedese Margareta Sörenson, la greca Steriani Tsintziloni – nel loro editoriale spiegano che:

Lo spazio pubblico, l’intelligenza artificiale, le componenti non umane incidono sulle attuali pratiche di danza, sollevano questioni su come il corpo viene concettualizzato, e inaugurano pratiche di danza ampliate, fino a produrre una nuova serie di domande. In questo numero speciale abbiamo fatto ogni sforzo per includere un’ampia gamma di articoli, recensioni e resoconti sulla danza come forma d’arte contemporanea saldamente radicata nel presente”.

Trees - ph Håkan Larsson
Trees – ph Håkan Larsson

Potrete perciò trovare articoli, addirittura saggi, sui rapporti tra corpo danzante e strumentazione tecnologica. Quello ad esempio di Johaness Birringer, intitolato Connecting and Disconnecting Bodies, in cui si introduce il tema, a me molto caro, della post-coreografia.

Oppure, in altre pagine, alcune riflessione sul ruolo delle intelligenze artificiali (ChatGPT in particolare) nella definizione di nuove modalità della critica (l’articolo è di Deanne Kearney).

Potrete incuriosirvi anche per le considerazioni che Susanne Foellmer, docente della Coventry University, sviluppa attorno alle azioni pubbliche di ribellione ambientalista, portate avanti in tutta Europa dai collettivi di Ultima generazione. La spinta all’ecoattivismo e alla disobbedienza civile, combinate assieme alla passività non violenta (dei blocchi stradali, ad esempio) genera inediti punti di vista.

Lezte Generation - ph Susanne Foellmer
ph Susanne Foellmer

Insomma, vi basta essere un po’ intraprendenti e un po’ curiosi – come del resto sono molti dei coreografi di nuova generazione – per andare subito a sfogliare questo numero di Critical Stages/Scènes critiques. Vi posto di nuovo il link.

NID, piattaforma italiana per la nuova danza

L’invito mi permette anche di introdurre la seconda segnalazione. Lunedì scorso è stato presentato a Roma il programma della ottava edizione di NID (New Italian Dance Platform), il più significativo appuntamento italiano per chi si occupa, come artista, come produttore, come programmatore, come osservatore, ma anche e soprattutto come appassionato spettatore, di questo specifico genere dello spettacolo dal vivo.

Ne ho parlato anche altre volte (qui un reportage da Cagliari 2023). Da questa edizione, messa da parte la frequenza biennale, NID che era nata nel 2012 assume un passo annuale.

NID Platform 2024

La nuova edizione si svolgerà a Vicenza, tra il 9 e il 12 ottobre 2024. E quando verrà il momento, su QuanteScene! ne parlerò di nuovo, più ampiamente. Per ora, chi volesse avere un’idea complessiva del programma, può sfogliarlosul sito ufficiale di NID. Si sa che chi gioca d’anticipo ha chance migliori.

La danza trans-frontaliera

Passeranno solo pochi giorni e si inaugurerà, già il 16 ottobre, un’altra manifestazione che in cinque edizioni (la prima si è svolta nel 2020) è cresciuta parecchio. E si avvia adesso a un passo importante.

Siamo alla terza segnalazione e parlo di Visavì, Gorizia Dance Festival. Tra una manciata di mesi, nel 2025, l’italiana Gorizia e la dirimpettaia slovena Nova Gorica diventeranno insieme, gemelle, Capitale Europa della Cultura, e Visavì starà cuore degli eventi. 

La sua caratteristica (intuìta dall’ideatore Walter Mramor e dai progettisti di Artisti.Associati ben prima che le due città conquistassero quel titolo europeo) è infatti lo spirito trans-frontaliero. Parola difficile, ma di attualità, adesso che un patriottismo nazionale, anzi nazionalista e miope, tende a riaffacciarsi sulle scene, anche su quelle culturali.

Visavì 2024

Visavì – che altro non vuol dire se non “dirimpetto” – punta invece sulla mobilità internazionale del pubblico e degli artisti, sulla promozione territoriale al di qua e al di là del confine italo-sloveno, sulla vivacità di due culture, per le quali, trattandosi di danza, la lingua non rappresenta affatto un problema.

Anche di questo festival, che ho seguito in tutte le edizioni precedenti (leggi ad esempio qualcosa su quella del 2023), parlerò quando verrà il momento, e cioè tra il 16 e il 20 ottobre. Intanto provate a dare un’occhiata al programma, che si svilupperà di qua e di là della antica frontiera con la Jugoslavia, ma decentrato anche in parecchi luoghi iconici (castelli, ville, parchi) e ricco di incontri, workshop e sharing.

Ci troverete certo qualcosa capace di catturarvi. A me il lavoro che Silvia Gribaudi presenterà in prima nazionale, Amateur Smugglers, cioè contrabbandieri dilettanti, ispirato tra le altre cose allo storico evento del 1947, quando venne tracciata la linea separazione tra Italia e Jugoslavia e costruito il “muro di Gorizia), proprio quel lavoro interessa fin da ora.

Willem Dafoe sarà il direttore 2025-2026 del Settore Teatro della Biennale

Si chiude un capitolo, se ne apre un altro. Willem Dafoe sarà il nuovo direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia per il biennio 2025-2026.

Willem Dafoe - ph Saha Karlgaltsev
Willem Dafoe – ph Saha Karlgaltsev

Alla conclusione del loro mandato quadriennale, Stefano Ricci e Gianni Forte cedono il testimone all’attore statunitense, sessantottenne, fondatore a New York negli anni ’70 dello storico Wooster Group.

Sono consapevole di essere noto come attore di cinema, ma io sono nato in teatro: il teatro mi ha formato e mi ha scosso. Sono un animale da palcoscenico. Sono un attore. Il teatro mi ha educato all’arte e alla vita. Ho lavorato con il Wooster Group per ventisette anni, ho collaborato con grandi registi da Richard Foreman a Bob Wilson. La direzione del mio programma sarà tracciata dalla mia formazione personale. Una sorta di esplorazione dell’essenza del corpo”.

Willem Dafoe - ph Saha Karlgaltsev
Willem Dafoe – ph Saha Karlgaltsev

Così si è espresso Dafoe oggi, appena ufficializzata la notizia che imprimerà un’altra svolta ai cartelloni del festival internazionale di teatro che ogni anno, a giugno, apre gli eventi del settore DMT (Danza Musica Teatro), la Biennale dal vivo.

E che insieme alle manifestazioni sorelle – la mostra del Cinema, la mostra di Arte Contemporanea e quella di Architettura – rappresenta l’impegno più forte, in campo artistico, dell’istituzione che ben si può considerare patrimonio dell’umanità, come la città, Venezia, di cui è espressione.

Dafoe: la formazione

“Attore dalla vocazione sperimentale e dalle scelte eterodosse – raccontano le note biografiche –  Willem Dafoe (Appleton – Wisconsin, 1955) ha iniziato il suo percorso artistico fin dai tempi universitari a Milwaukee, dove a 19 anni entra a far parte del Theatre X (1975-1977).

Si tratta di una delle prime formazioni di ricerca negli Usa, influenzata dal Living Theatre e da Jerzy Grotowski, con la quale è in scena in Insulti al pubblico di Peter Handke e in molti dei testi del regista e direttore artistico John Schneider. Anche in Europa, dove si trova nel ‘76, è al Mickery Theatre di Amsterdam, un perno della scena alternativa internazionale, dove è interprete in Folter Follies.

Il teatro

È però a New York che Dafoe inizia una più personale carriera teatrale. Fonda – insieme alla regista Elizabeth LeCompte e agli attori Ron Vawter, Kate Valk, Jim Clayburgh, Peyton Smith –  The Wooster Group, in cui ha lavorato per oltre vent’anni (1977-2003) partecipando a molte creazioni.

Un lavoro caratterizzato dal singolare intreccio di linguaggi e di testi – dai classici alla controcultura americana, da Flaubert a Lenny Bruce – che ne ha fatto il fulcro della scena underground newyorchese degli anni ’80. 

Willem Defoe in North Atlantic by The Wooster Group (1984)
Defoe in North Atlantic per The Wooster Group (1984)

Accanto al Wooster Group, Willem Dafoe ha collaborato con registi teatrali che hanno segnato la scena internazionale.

Richard Foreman, drammaturgo, regista e teorico della ricerca, ideatore di un teatro “ontologico-isterico”, lo ha chiamato per Miss Universal Happiness (1985) e The Idiot Savant (2009).

Robert Wilson lo ha voluto per The Life and Death of Marina Abramovic (2011) e, insieme a Mikhail Baryshnikov, in The Old Woman, dai racconti del poeta russo Daniil Kharms (2013).

Per Romeo Castellucci Willem Dafoe è stato interprete de Il velo nero del pastore, dall’enigmatico racconto di Nathaniel Hawthorne (2016). Nel 2016 ha partecipato alla Biennale Teatro nella sezione masterclass con un laboratorio dedicato all’attore.

Defoe in Il velo nero del pastore - regia Romeo Castellucci
Defoe in Il velo nero del pastore – regia Romeo Castellucci

Il cinema

Nella sua carriera di attore cinematografico Dafoe ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. È stato candidato a quattro Premi Oscar (la prima volta per Platoon (di Oliver Sone, 1987) la più recente nel 2019 per Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel, film con il quale ha vinto nel 2018 la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia). E inoltre a quattro Golden Globe (la più recente nel 2024 per Poor Things (Povere creature!, film Leone d’oro alla Mostra di Venezia). 

Quest’anno sarà nel cast del film di apertura dell’81esima Mostra del Cinema (28 agosto – 7 settembre) in Beetlejuice Beetlejuice di Tim Burton”.

Defoe in The life and death of Marina Abramovic - regia Robert Wilson
Defoe in The life and death of Marina Abramovic – regia Robert Wilson

Al neo direttore, cui giova anche la doppia cittadinanza, statunitense e italiana (dal 2018), gli auguri di buon lavoro pure da QuanteScene!

Pompeii Theatrum Mundi tra Edipo e Greta. Che cosa ci insegnano le sequoie?

Da Sofocle a Lucrezio, la riproposta contemporanea di capolavori classici è uno degli obiettivi che si pone il festival organizzato dal Teatro di Napoli e ambientato tra le pietre dell’antica Pompei, vittima dell’eruzione del Vesuvio.

De Rerum Natura - Carolina Cametti - ph Ivan Nocera
De Rerum Natura – Carolina Cametti – ph Ivan Nocera

La collera degli dei

Noi non sappiamo che cosa pensavano i cittadini di Pompei, riuniti forse a teatro, quando nella fatidica notte dell’79 a.C., il vulcano sopra le loro teste cominciò a manifestare la propria furia, sollevando fumi e fiamme, sommergendo la città di cenere e lava.

Saranno gli dei in collera, avranno pensato. È il castigo per la nostra empietà. È il fato che si scatena e ci colpisce. È colpa nostra.

Che cosa pensano invece gli spettatori, che a Pompei tornano adesso e siedono sulle gradinate del teatro. Davanti a loro un regista (Davide Iodice) e un drammaturgo (Fabio Pisano) squadernano il racconto di disastri e crimini ambientali altrettanto gravi, anche più gravi, perché globali. 

L’estremismo del clima che scioglie la banchisa artica. La deforestazione che, per profitto, sega e distrugge i polmoni verdi del mondo. La gestione criminale dei rifiuti che avvelena pozzi, e i mari e le terre. I flussi migratori di chi fugge da guerre, carestie, emergenze climatiche, e si disperde in lunghe code di profughi, spaesati e disperati, di donne e bambini orfani, di uomini fatti schiavi, braccianti lasciati morire nei campi.

Le nostre colpe

Che ne pensiamo, noi spettatori? A chi attribuiamo la colpa? Quanto minimizziamo questi attentati al pianeta, in nome di temporaneo benessere, destinato a ricaderci addosso.

There is no planet B, continua a sostenere da anni Greta Thunberg, icona verde, a cui idealmente si ispira lo spettacolo di Iodice e Pisano, che anzi scelgono come sottotitolo proprio quel suo slogan: Non c’è un secondo pianeta.

La nostra casa, le nostre città, sono in fiamme, avverte l’attivista svedese. Così come bruciavano le case di Pompei più di duemila anni fa. Ma non è mica colpa mia, si giustificano oggi in molti. 

There is no planet B

Non è facile creare un evento spettacolo affrontando problemi urgenti e di questa portata. Il teatro, così come lo conosciamo, poco si presta alla denuncia e all’emergenza. Il rischio è sempre quello della didascalia, della retorica, della propaganda (lo sosteneva, alle mie spalle uno spettatore, dichiaratamente negazionista).

La natura delle cose

Iodice e Pisano scelgono di evitare il risaputo seguendo il sentiero di un antico maestro. Poeta, filosofo, scienziato, Tito Lucrezio Caro, l’autore latino del De Rerum Natura, che proprio nei decenni della distruzione di Pompei, forse, veniva composto.

Sei sono i libri del poema, e sei sono i quadri dell’allestimento, intitolato appunto De Rerum Natura, la natura delle cose. Prologo e epilogo, che vengono direttamente da Lucrezio, aprono e chiudono lo spettacolo. 

Naufragio con spettatore

Oltre ai canti e il lento peregrinare di Aida Talliente (la Natura) che in circolo traccia solchi rituali nella terra, oltre all’apparizione di una Venere nuda tanto diversa da quella di Botticelli (Teresa Battista), un brivido percorre la platea quando si ascoltano i famosi versi del Libro secondo.

Là si racconta di chi, credendosi in salvo, in terraferma, osserva un naufragio con la suprema indifferenza, l’imperturbabilità che tanto Epicuro e Lucrezio, tanto un filosofo del ‘900 come Hans Blumenberg, attribuiscono all’egoismo del genere umano. Che delle guerre lontane, della plastificazione degli oceani, del seppellimento di rifiuti tossici, non sembra curarsi un granché: Non è colpa mia.

De Rerum Natura - ph Ivan Nocera
De Rerum Natura – ph Ivan Nocera

Rimane la determinazione di quelle attiviste, come Greta, o come Julia Butterfly Hill per esempio, che ispira il secondo quadro dello spettacolo. La donna si era arrampicata su una sequoia che doveva essere abbattuta, e lì lei è rimasta per 738 giorni.

Una durata che spiega quanto il genere umano debba ancora imparare dalla lenta esistenza di quegli alberi, longevi e giganteschi. Come racconta nel suo bel libro, Io non scendo, la giornalista Laura Leonelli.

Edipo, quando gli dei ci tolsero la vista

Un’altra città in fiamme, Tebe, colpita da pestilenze e morte, è quella che Sofocle descrive all’inizio dell’Edipo re. E ancora una volta, la scenario notturno del Teatro Grande di Pompei, torna a farsi protagonista di una tragedia che, in questo nuovo allestimento, è in realtà tragedia da camera, quasi domestica. Così il regista (Andrea De Rosa) e il suo traduttore/drammaturgo (Fabrizio Sinisi) riattivano le parole di Sofocle, riportando il mito a una dimensione colloquiale e a un intenso lavorìo di voci. 

Tra le quali senza dubbio primeggia, non tanto Edipo interpretato da Marco Foschi, quanto l’oracolare Tiresia, a cui Roberto Latini dona la sua speciale timbrica. Un dettato profetico, il suo, che fin dall’inizio, dalle prime sillabe – “ Sei tu” – vibra un’accusa che traduce in parole il volere degli dei. Di Apollo, in particolare.

Roberto Latini - ph Andrea Macchia - Pompei
Roberto Latini – ph Andrea Macchia

Apollo obliquo 

Un Apollo invisibile, obliquo, invocato dai cori come sterminatore e costruttore di altari al tempo stesso. E del resto, Pier Paolo Pasolini, nel suo film del 1967, aveva affidato quel ruolo a un attore santo e ribelle del ‘900, Julian Beck.

Così, in gran parte scompare la riflessione che fa di questa tragedia il paradigma dell’inchiesta indiziaria (la ricerca di un colpevole alla devastazione da cui è colpita la città di Tebe) e l’archetipo della indagine psicanalitica (il famoso complesso edipico, così caro Freud e ai freudiani).

Ma i tanti pannelli di plexiglas, sporcati da un velo opaco che impedisce la vista e nasconde gli occhi, diventano intanto metafora della cecità. Dell’insostenibilità del vedere la verità a cui lo stesso Edipo costringerà se stesso, trafiggendosi gli occhi con due spilloni.

Azione che per fortuna non viene mostrata, come è accaduto invece in molti allestimenti realistici (o iper-realisti) della tragedia. Che qui resta tutta sul piano delle voci. E anche delle luci, attraverso le quali il lighting designer, Pasquale Mari, riscrive Pompei, così come già aveva fatto qualche anno fa nell’altro memorabile mito riattivato da De Rosa, Le baccanti di Euripide.

Edipo re - regia Andrea De Rosa - ph Andrea Macchia - Pompei
Edipo re – regia Andrea De Rosa – ph Andrea Macchia

Da Pompei al Vomero

Ma Pompei e le sue rovine non sono che una delle tante location che Napoli e il circondario possono offrire al tutto esaurito degli spettatori. Al centro della città, sulla collina del Vomero, anche Castel Sant’Elmo trasforma in teatro i bastioni militareschi, le rampe, i camminamenti, la piazza d’armi e il panorama stratosferico che da là si gode.

Un progetto ideato da Luciano Melchionna e ora prodotto anche dal Teatro Bellini, già da una settimana catalizza il pubblico. E un’altra ancora ne promette (fino al 14 luglio) vivificando le serate dell’imponente maniero. 

Castel Sant'Elmo - Dignità autonome di prostituzione
Castel Sant’Elmo

I mestieri più antichi del mondo

Intitolato Dignità autonome di prostituzione, il gioco teatrale di oltre 30 performer ci ricorda che, come tutti i mestieri, anche quello dell’attore qualcosa trae dall’antichissima pratica dell’offrirsi a pagamento

Così un gruzzolo di dollarini, acquistato in anticipo dal singolo spettatore, permette di pagarsi specifiche prestazioni d’attrice e d’attore (entro i confini del lecito, beninteso) in un viavai, a luci rosse, di monologhi e assoli musicali.

Ambitissimi, affollatissimi, quasi da far concorrenza alla Napoli dei bar, delle lounge, delle pizzerie e dei ristorantini all’aperto, che sono il potente tessuto estivo di una città che non dorme

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Le locandine

DE RERUM NATURA [There is no planet B]
liberamente ispirato al De Rerum Natura di Tito Lucrezio Caro
adattamento e regia Davide Iodice
drammaturgia Fabio Pisano
con Aida Talliente, Ilaria Scarano, Carolina Cametti, MariaTeresa Battista,Greta Domenica Esposito,, Sergio Del Prete, Wael Habib, Giovanni Trono,, Marco Palumbo, Emilio Vacca 
e con la partecipazione straordinaria di Orchestrìa
scene maschere e pupazzi Tiziano Fario
costumi Daniela Salernitano
luci Loic Francois Hamelin
musiche originali Lino Cannavacciuolo
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

EDIPO RE
di Sofocle
traduzione Fabrizio Sinisi
adattamento e regia Andrea De Rosa
con Francesca Cutolo, Francesca Della Monica,, Marco Foschi, Roberto Latini, Frédérique Loliée , Fabio Pasquini
scene Daniele Spanò
luci Pasquale Mari
suono G.U.P. Alcaro
costumi Graziella Pepe 
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro Nazionale di Genova, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

DIGNITÀ AUTONOME DI PROSTITUZIONE
uno spettacolo di Luciano Melchionna
dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna
regia Luciano Melchionna
con Raffaella Anzalone, Maria Avolio, Antonio Barberio, Carlo Caracciolo, Federica Carruba Toscano, Elisabetta Cianchini, Riccardo Ciccarelli, Vincenzo Colursi, Cinzia Cordella, Veronica D’Elia, Marika De Chiara, Giampiero de Concilio, Valentina De Giovanni, Renato De Simone, Dario Di Pietro, Annarita Ferraro, Alessandro Freschi, Martina Galletta, Mariano Gallo, Luciano Giugliano, Gabriele Guerra, Her, Vincenzo Leto, Antonio Prestieri – Maldestro, Claudio Marino, Gianluca Merolli, Raffaele Milite, Antonella Monetti Dolores Melodia, Francesca Morgante, Pierfrancesco Scannavino, Irene Scarpato, Simona Seraponte, Toto Traversa Spaghetti Casanova, Gianluca Vesce, Annarita Vitolo
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro – Teatro Bellini

Gioiosa et Amorosa 2. Giuseppe Maffioli e un teatro trans-umano

Nel precedente post l’avevo annunciato. Torno perciò a parlare ancora di Gioiosa et Amorosa, il festival di teatro che in nome di quei due aggettivi, anima il quieto vivere di Treviso

Città che, sul modello delle non distanti Vicenza e Verona (Venezia è un caso a se stante), investe sempre di più in turismo. E ne viene ricambiata, se devo prendere per buona l’invasione di visitatori che lo scorso fine settimana affollava ogni caffè, ogni osteria, ogni panca e tavolino del centro storico.

Di questa vivacità, che comporta pure un’intensa accelerazione economica, beneficiano, in parte, anche cultura e spettacolo. Così il festival di giugno, che dalla gioiosa Marca trevigiana prende il prestito il nome, è via via cresciuto negli scorsi anni, grazie soprattutto all’impegno di un gruppo di uomini e donne di teatro, che amorosamente lo hanno allevato. E si sono voluti chiamare Comitato Teatro Treviso.

Giuseppe Maffioli, gastronomo e umanista

Riprendo quindi il filo di questa manifestazione, per aggiornavi su ciò che nel post della scorsa settimana era ancora in divenire.

Giuseppe Maffioli - Comic tiramisù

La serata di giovedì 20 giugno ha visto sul palcoscenico del Teatro Mario Del Monaco i vincitori selezionati dalle giurie del Premio Maffioli. Che è un concorso di drammaturgia, inserito in GEA 2024 e dedicato alla figura di Giuseppe Maffioli, anomalo cultore di arti culinarie e teatrali, gastronomo, attivatore di iniziative, autore e attore, sia sul palcoscenico che sul set. In definitiva, un umanista del contemporaneo.

Maffioli è figura che merita conoscere e approfondire. L’occasione migliore si presenterà nel 2025, a 50 anni dalla morte (era scomparso nel 1985, poco più che sessantenne). L’anniversario non servirà solo a ricordare che fu proprio lui a ufficializzare due eccellenze trevigiane: il celebrato radicchio rosso e il contestato tiramisù.

In parallelo alla valorizzazione delle cucine locali, Maffioli si impegnava infatti nella scrittura teatrale (Il prete rosso, sulla vita di Vivaldi), mentre al cinema si ricordano volentieri le sue caratterizzazioni in Il commissario Pepe (di Ettore Scola, con Tognazzi), in La moglie del prete (accanto a Mastroianni e Loren) e nel monicelliamo Vogliamo i colonnelli. Ma aveva lavorato anche per Lattuada, Montaldo, Corbucci, perfino Tinto Brass.

La grande bouffe - Marco Ferreri 1973

Anche se il capolavoro della sua vita resta il ruolo dello chef nella realizzazione, anche culinaria, di La grande abbuffata (1973), grottesca e veggente pellicola che grazie all’intelligenza sublime e ruvida di Marco Ferreri, demistificava già allora le ossessioni dei masterchef odierni e dei millemila localini che svuotano le città di altri servizi essenziali.

Nel nome di Maffioli

Nel nome di Maffioli e sul tema 2024 del festival, che era il trans-umano in tutte le sue infinite varianti (vedi ancora il post precedente), dei 41 testi pervenuti ne sono stati scelti quattro.

Premio Giuseppe Maffioli - locandina

Il premio principale di quest’anno è andato a Prima di scendere in campo, di Fabio Banfo. Un lavoro che lascia il segno per il soggetto e per la qualità della scrittura che, in veste di coach e di regista, Giuliana Musso, nella stessa serata di giovedì, si è presa l’incarico di portare alla prova del palcoscenico (in una mise en lecture, con le voci degli attori di Comitato Teatro Treviso).

Fabio Banfo premiato a GEA 2024 - Premio Maffioli
Fabio Banfo (secondo da sx) premiato a GEA 2024

Omosessuali a centrocampo

La traccia narrativa di Prima di scendere in campo è semplice: un giocatore di calcio dichiara in un intervista di essere gay. In quell’universo sportivo, dove l’omosessualità maschile è tabù, si scatena il putiferio. Con ostinazione, il giocatore rifiuterà di ritrattare quanto ha detto ai giornalisti, mentre davanti a lui, per convincerlo, si dispiegherà un carosello di ipocrisie, convenienze, furberie, tradimenti di allenatori, direttori sportivi e compagni di squadra. Ora patetici ora divertenti. 

Il tema sotteso a questa storia va però oltre i campi di calcio. Riguarda anche altro: l’assunzione di responsabilità personali, la coerenza con se stessi, la dignità. Quella dello scrivano Bartleby di Melville, per esempio.

Nello sviluppo della vicenda, piena di colpi di scena e coloriti ritratti degli stereotipi calcistici, Prima di scendere in campo mostra una bella capacità di costruzione drammaturgica, associata a padronanza e leggerezza nei dialoghi. 

Ma sopratutto, nell’inclusivo finale, invita a domandarsi se tutta l’energia emotiva che viene spesa nel tifo sportivo, non vada piuttosto impegnata altrove, nella costruzione di una civiltà di domani, in cui la dignità e i diritti di ogni essere umano siano preservati dall’incontrollato boato delle folle.

Prima di scendere in campo di Fabio Banfo - Premio Maffioli 2024
Prima di scendere in campo di Fabio Banfo – Premio Maffioli 2024

La giuria popolare del Maffioli 2024 ha invece scelto di premiare Controtempo, un copione e due voci di Diego Piemontese ed Eliana Rotella.

Le segnalazioni

Tra i testi che hanno ottenuto una segnalazione, in particolare mi è piaciuto An Opportunity.

Il monologo di Andrea Benedetti riprende la vicenda del veicolo spaziale MER-2 detto ‘Oppy’, lanciato verso Marte nel 2004 e operante fino al 2018. An Opportunity mette in campo il robot semovente, lo immagina dotato di intelligenza artificiale e di una propria voce. Un macchinario senziente, dunque, capace di provare emozioni, di esprimerle e verbalizzarle, nei pur scarni contatti con gli scienziati che per 14 anni lo sorvegliano e lo accudiscono da un altro pianeta, lontano, il nostro. 

MER-2 Oppy. 2004-2018

Delicato, emotivamente coinvolgente, orientato da un pensiero d’autore che adombra i rischi climatici del pianeta Terra, il monologo si inquadra con esattezza nel tema trans(umano) che ha caratterizzato quest’anno il Premio Maffioli. E lo fa anche con una enorme carica di empatia.

Gli altri due testi segnalati quest’anno sono stati Il macello di Federico MattioliPolifonie liquide di Jacopo Grassilli.

La scimmia umana

In questi ultimi giorni di giugno il festival volgerà al termine, offrendo agli spettatori altri spettacoli che sul tema del trans-umano giocano carte importanti. 

Ad esempio La scimmia, la rielaborazione che Giuliana Musso ha fatto qualche anno fa di uno dei più noti racconti di Franz KafkaUna relazione per un’accademia.

Lo scrittore di Praga immagina il discorso tenuto davanti a illustri cattedratici da una scimmia che, bestia imprigionata e schiava su una nave coloniale prima, a forza di volontà è diventata poi campione di logica argomentativa e maestra di eloquio. Quasi (quasi) un essere umano. Tanto da presentarsi al cospetto dei membri di una Accademia, per raccontare e riflettere sul proprio percorso post-animale.

Giuliana Musso in La scimmia (2019) - ph Luca A. d'Agostino
Giuliana Musso in La scimmia (2019) – ph Luca A. d’Agostino

Un procedere visionario ma inesorabile che ancora una volta fa dei maestri – sia letterari sia cinematografici del ‘900 – incredibili anticipatori di quei temi che ci turbano in questi decenni, in questi anni, occupati dalla affannosa rincorsa dell’umano, in opposizione a ciò che umano non è. O almeno, non lo è per ora.

Gioiosa et Amorosa 1. Tra peccati e tiramisù, a Treviso cresce un festival di teatro

Prende il via domani a Treviso la 4a edizione di Gioiosa et amorosa. Con il suo sano spirito edonista, il festival teatrale orienta il proprio pubblico verso i piaceri. Che in quel territorio, la Marca Trevigiana, pare siano oggetto di culto.

Gioiosa et Amorosa 2024

Gioiosa et Amorosa

Di questa definizione Treviso e il suo territorio vanno fieri. Quanto sia autentica o immaginaria ovviamente non si sa. Né quando sia nata.

C’è dice nel Trecento, tanto che perfino Boccaccio in una novella del Decameron (VIII, 8), allude, strizzando l’occhio, a una certa “danza trivigiana”, più erotica che coreografica. 

C’è d’altra parte chi dice che quella definizione sia stata inventata, a tavolino, nell’Ottocento, anticipando lo spirito imprenditoriale locale che oggi, soprattutto per le bottiglie frizzanti, non è secondo a nessuno. 

Fatto sta che da quelle parti gli spiriti, più o meno erotici, più o meno versatili, vanno alla grande. Chi ha una certa età, ricorderà bene il film Signore e Signori di Pietro Germi, che della disinvolta e bigotta Treviso raccontava i retroscena: peccatucci minuscoli e peccati mortali.

Signore e Signori - Pietro Germi 1966
Signore e Signori – regia Pietro Germi, Italia 1966

Tiramisù e teatro

Anche in fatto di gola Treviso ha belle carte da giocare. Lasciando da parte il Prosecco, ci sarebbe pure l’assai discussa creazione del tiramisù (nato dal popolare “sbatudìn”: tuorlo e zucchero sbattuti assieme) che lo chef Roberto Linguanotto negli anni Settanta, portò agli onori nazionali. Grazie anche a Giuseppe (Bepo) Maffioli, gastronomo e scrittore, che accreditò al cuoco trevigiano e al suo patròn, Ado Campeol del ristorante Le beccherie, l’invenzione di quel dolce, dal nome tanto benefico quanto portentoso.

Proprio a Bepo Maffioli – che oltre a essere uno scrittore enogastronomo, è stato anche un formidabile attivatore teatrale – è dedicato da alcuni anni il Premio di drammaturgia con il quale si apre, proprio domani sera, giovedì 20 giugno, l’edizione 2024 del festival Gioiosa et Amorosa.

banner Premio Bepo Maffioli 2024

Condividere i piaceri

Gli ideali che ispirano il festival – in programma al Teatro Mario Del Monaco di Treviso, da domani, giovedì 20 fino a domenica 30 giugno – dicono infatti:

GIOIOSA ET AMOROSA, “dove per ‘gioia’ e ‘amore’ si intende tutto l’amore e la gioia, sotto qualsiasi forma e accezione, la gioia di vivere e il rapporto con la felicità, il sesso, il dionisiaco come l’ebbrezza che deriva dall’arte sensuale, dall’erotismo, dalla convivialità, lo spirito gaio ed entusiasta, nell’imprevisto, nella condivisione del piacere, nell’irrazionale e nell’impeto creativo”.

post it GEA 2024

Questo è il link al programma completo della manifestazione, nato dall’attività di Comitato Teatro Treviso, in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto.

Umano e trans-umano

Il tema di quest’anno ha poi una spiccata attualità. Tanto il Premio di drammaturgia tanto il cartellone del festival, sfidano infatti artisti e pubblico sul terreno della trans-umanità.

GEA.24 – (TRANS)UMANA: “la vita è movimento, spostamento, ha bisogno di andare «al di là, attraverso» per essere e mantenersi tale, andare oltre uno spazio e un tempo dove le condizioni per sussistere potrebbero non essere garantite. Biotecnologie, intelligenze artificiali e sviluppo esponenziale della ricerca scientifica promettono di allungare la nostra esistenza, di trans-portarci «al di là» dell’invecchiamento, della malattia e della morte. Contemporaneamente in alcuni angoli remoti del pianeta, invece, si vive ancora grazie alla pratica millenaria di mantenere in vita gli ovini, conducendoli verso pascoli migliori, verso l’acqua. Milioni di persone si spostano per lasciare luoghi e tempi resi invivibili da guerre e surriscaldamento globale, altre vanno al di là del territorio di un corpo che sentono non appartenergli, si spostano oltre i confini di genere per rinascere e vivere felici”.

locandina festival Gioiosa et Amorosa 2024

Se ho capito bene, il tema invita a guardare oltre i confini dell’umano. E trans (ben al di là del significato più attendibile oggi) ci porta verso i territori complessi e affascianti delle biotecnologie e delle intelligenze artificiali. Senza dimenticare l’antica transumanza che, tra nomadismo e stanzialità, permise in tempi remotissimi la crescita delle prime comunità umane e continua ancora oggi a trasformarle.

Prossimi al Premio

Ce ne sono quindi di cose da inventare. E se sono stati 41, quest’anno, i lavori inediti di drammaturgia che concorrevano al Premio Maffioli, finalmente domani sera verrà annunciato il testo vincitore, offerto al pubblico in una mise en lecture, a cura di Giuliana Musso (Teatro Mario del Monaco, ore 20).

zoom GEA 2024

Appena possibile, QuanteScene! vi aggiornerà sugli esiti. Ma fin d’ora va almeno segnalato lo spettacolo che debutterà sabato 22 (ore 20.30, con una replica il 23) e che si intitola Cobalto. Per tutta la giornata, e anche dopo, l’installazione di Ruggero Franceschini, From here above accompagnerà la manifestazione, alla palazzina del Treviso Tiramisù.

In uno sperduto paese di montagna – raccontano le note di presentazione di Cobalto – il cielo si inscurisce in pieno giorno, per due volte; con la prima, scompare una donna, con la seconda suo marito e il bestiame. I due figli della coppia, Bianca e Bruno, affrontano l’estremo clamore dell’evento e un passato buio che li ha resi ostili. Ci piace definire Cobalto come una tragedia dei colori. Bucolica, maledetta, al confine fra onirismo e realtà”.

Questa, per chi volesse approfondire, è la locandina.

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COBALTO
di Matteo Porru
con Alex Cendron e Laura Serena
regia Francesca Merli
regista assistente Davide Strava
voci off Angelo Callegarin, Giacomo Martini e Davide Strava
riprese video e fotografia Francesco Giacomel
montaggio video Francesco Marotta
musiche Giacomo Benvenuto
scene Davide Strava
luci Francesca Merli
costumi Laura Serena
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale | Comitato Teatro Treviso | GEA.24

FROM HERE ABOVE
concept e regia Ruggero Franceschini
performer Samantha Silvestri
direttore della fotografia e operatore Moussa Mone
montaggio Moussa Mone e Ruggero Franceschini
scenografia Kinga Kolaczko
responsabile di produzione Linda Marana
produzione Treviso Tiramisù e CTT, con il supporto di Quanto Basta srl

Un teatro di zombie. I nostri antenati secondo Alessandro Giammei

A volte è il caso. A volte una soffiata. La seconda, stavolta. Un amico mi scrive su whatsapp: sto leggendo un libro che mi ha fatto subito pensare alla tua avversione per ricorrenze, anniversari, celebrazioni, ecc…

Eggià: il 2021 è stato l’anno di Dante. Il 2022 quello di Pasolini. Nel 2023 ci si poteva dimenticare di Calvino? Adesso, nel 2024, ce la caviamo con Kafka. Ma volendo, c’è pure Eleonora Duse. Il solito mantra li promuove tutti a “nostri contemporanei”.

Di quanto io trovi disdicevoli le ricorrenze mortuarie ho scritto più volte in questo blog (su Dante, per esempio, su Pasolini).

Chi lo legge è avvertito delle reazioni allergiche che (mi) provocano le iniziative dedicate a quei “nostri contemporanei”, che sono morti invece mille, cinquecento, cento anni fa.

Così mi conforta parecchio, nei miei malori da anniversario, ciò che dice la copertina di quel libro, scritto da Alessandro Giammei e intitolato Gioventù degli antenati, Einaudi Editore.

zombie

Leggo il sottotitolo: Il Rinascimento è uno zombie. Continuo a leggere e trovo scritto: “invece di portare i viventi in un altrettanto vivente passato, [noi italiani] ci sforziamo di portare i morti nel presente, mortificandolo”.

Anche l’anno kafkiano, e anche l’anno dusiano, sono affari da zombie

Uso, abuso e culto del Rinascimento

Ho divorato subito le cento pagine del saggio. Che è tutt’altro di una boutade sulla necrofilia che anima tutte le nostre italiane iniziative mortuarie. Giammei è un italianista e insegna negli Stati Uniti, Yale University. Si occupa quindi di Italian Studies: il Rinascimento è il periodo cui ha dedicato buona parte dei suoi lavori accademici e, a lezione, lo spiega agli americani.

Gioventù degli antenati - Alessandro Giammei - Einaudi
il messaggio whatsapp che ho ricevuto

Il libro è un’accurata e scaltrita analisi sull’uso, l’abuso, il culto del Rinascimento nelle strategie culturali del nostro Paese. Parallele all’ossessione italiana per il made in Italy nel campo dei prodotti da vendere. Come dimenticare la Venere botticelliana e influencer di Open to Meraviglia della Santanchè?

Ma Giammei è un provocatore fine, ed è anche un esperto di videogiochi. Così approfittando di Tomb Raider, Assassin’s Creed e Game of Thrones, via via tira in ballo zombie eccellentissimi come Petrarca, Ariosto, Machiavelli, che la sapevano molto più lunga dei nostri celebratori nostrani, sempre pronti a zittire quei maiuscoli antenati, cucendo loro la bocca. Come agli zombie, appunto.

La Roma zombie di Mussolini

Leggere il libro è fare un viaggio dentro il culto mussoliniano della Roma Eterna, archeologia dell’archeologia, per smontare alcune delle sue tante icone-patacca: il Colosseo, piazza del Campidoglio, la Bocca della Verità. Divertente lo smantellamento di quest’ultimo falso storico, a cui già wikipedia aveva dato il colpo di grazia. E che pure resiste, soprattutto come calamita da frigo.

Il millefoglie

Potreste ora domandarmi: ma che c’azzecca la Roma Eterna, inventata e glorificata dal fascismo, con il teatro?

Roma – provo a sintetizzare Giammei – è una stratificazione storica, un millefoglie nel quale è impossibile separare, a fini utilitaristici, una sola sfoglia. Quella repubblicana, o quella imperiale, rinascimentale, barocca, ecc… Mettendola magari a fondamento glorioso dell’identità nazionale. O a fare da sfondo a Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vacanze romane.

Audrey Hepburn Vacanze romane
Audrey Hepburn alla Bocca della Verità in Vacanze romane

Anche un testo teatrale, che sia un capolavoro del passato lontano, o di quello recente, è un millefoglie. Illudersi di attualizzarlo, presentificarlo, farne un “nostro contemporaneo”, è cucirgli la bocca e mandarlo in tournée come uno zombie. Che è ciò che si vede, più o meno, in tutti gli spettacoli creati in occasione di questo o di quel anniversario. Per tenerlo in memoria.

Inventare, non fare manutenzione

Il Rinascimento non ha scoperto né attualizzato i classici: ha inventato quel che oggi chiamiamo classico” scrive Giammei.

È così anche a teatro. Al testo scritto noi poniamo domande. In diverse epoche, esso ci parla in modi diversi. Offrendo a noi risposte, inventandone di contemporanee. Ogni testo teatrale è una macchina che produce senso. Per l’adesso. Soprattutto i classici (ah sapere quali e quanti sono i classici!)

L’eternità non è un marmoreo monumento, stabile e uguale a sé in ogni epoca che attraversa” dicono le ultime pagine del libro. “L’eternità invece è forse un disegno: talmente generativo che mani e menti di ogni luogo e tempo continueranno a scavar marmi per realizzarlo“.

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GIOVENTÙ DEGLI ANTENATI
Il Rinascimento è uno zombie

di Alessandro Giammei
Einaudi Editore (Vele, 136 pp. 13 euro)

Mittelfest 2024. Dentro il magico mondo del disordine

Ha tutta l’aria di una trilogia. E di fatto, lo è.  Disordini (titolo dell’edizione di Mittelfest 2024) si aggiunge ai titoli che nei due anni precedenti avevano già dato forma al festival di Cividale del Friuli: Imprevisti (nel 2022) e Inevitabile (nel 2023). 

Tre modi per raccontare in tre parole la complessità del presente. Un presente che, parafrasando un celebre scrittore mitteleuropeo, Italo Svevo, non dev’essere per forza di cose bello, né necessariamente brutto. Perché è la complessità che lo definisce.

Mittelfest 2024 Disordini

Complessità

Disordine quindi. E disordini soprattutto: da affrontare sì sull’ostico versante negativo, con tutto ciò che lo scompiglio e la mancanza d’ordine comportano. Ma anche sul versante positivo, per le tante possibilità generative che il caos frutta e alimenta. 

Così, se nel 2023 a evocare l’inevitabile corso degli eventi, era una fila di tessere del gioco del domino, pronte a rovesciarsi una sull’altra, a disegnare ora i disordini è il mazzo degli shanghai. I famosi bastoncini giapponesi (?) che, lasciati cadere alla rinfusa, mettono alla prova la pazienza, la precisione, la soddisfazione e il piacere ludico dei giocatori. Nel caso del festival di Cividale, degli spettatori.

Shanghai
Shanghai è il tema visivo di Mittelfest 2024 – Disordini


Shanghai mitteleuropei

Un mazzo di shanghai lo ha lasciato cadere sul tavolo, apposta, Giacomo Pedini, direttore e responsabile delle scelte artistiche anche di questa edizione, presentata proprio oggi nella sede della Regione Friuli Venezia Giulia, che del festival è il principale sostenitore e finanziatore.

Mittelfest 2024 è in programma nella città friulana, pochi chilometri dal confine, dal 19 al 28 luglio, anticipato nei tre giorni precedenti (cioè dal 16 luglio) da Mittelyoung, contest di teatro, musica, danza e circo riservato ad artisti internazionali under 30 (erano 250 le candidature pervenute quest’anno, saranno 9 gli spettacoli finalisti in concorso).

Gli shanghai mitteleuropei nel banner 2024

Sul sito, oggi aggiornato, si può consultare il programma completo della manifestazione, che nello spirito della trilogia, e con alcune soluzioni innovative, ripropone la formula adottata nei due anni precedenti. Quella di un festival multidisciplinare in cui i linguaggi del teatro, della danza, della musica e del circo diventano difficilmente separabili.

Perché le nuove generazioni tendono a amalgamare, in un mix felicemente disordinato (càpita, a volte), l’intera varietà degli input che il panorama contemporaneo offre.

Mittelfest 2024 - Mittelyoung - call

Succederà a Mittelfest 2024

Tra gli oltre 40 eventi che Mittelfest 2024 mette in fila in dieci giorni (due weekend compresi), mi va di segnalarne alcuni, di teatro in particolare, che brillano di luce propria e a Cividale avranno il battesimo del debutto.

Per esempio, il lavoro di spazi e di figure che Teatrino Giullare sta elaborando attorno a un racconto, La tana di Franz Kafka, di cui ricorre quest’anno il 100esimo dalla morte.

Oppure Le tue parole, spettacolo-dedica che Giuseppe Battiston e Piero Sidoti, hanno ideato per ricordare assieme il lavoro poetico di Pierluigi Cappello.

O ancora Zlotogrod, città immaginaria e metamorfosi itinerante di un romanzo breve di Joseph Roth (Il peso falso) che Mittelfest affida al drammaturgo Jacopo Giacomoni e ai team attorali di L’Amalgama e del Circo all’Incirca.

Dello scrittore austriaco, Mittelfest ha già raccolto l’eredità, portando al debutto teatrale solo qualche settimana fa, La cripta dei Cappuccini (vedi il post di Quante Scene!) che verrà riproposto durante il festival, in una rielaborazione radiofonica.

Un altro orizzonte

Allargando lo sguardo all’orizzonte internazionale, si segnalano intanto il nuovo titolo del regista Jeton Neziraj (che dal Kosovo porterà a Cividale la propria vis da combattimento in Negotiating Peace, riflessioni sul concetto di pace). O quello del coreografo franco-ungherese Josef Nadj (in un danza-concerto intitolato Full Moon).

Negotiating Peace - regia Jeton Neziraj - Mittelfest 2024
Negotiating Peace – regia Jeton Neziraj – Qendra Multimedia

Ci sono poi il lavoro sul volto e sulle maschere che Matteo Spiazzi (più centroeuropeo di quanto non lasci intendere il suo cognome) ha realizzato per il Teatro Nazionale Sloveno di Celje (Paradiz, vedi qui).

E anche l’enorme zattera che, dopo aver occupato lo spazio centrale di piazza Duomo affonderà (o salverà, chissà) il pubblico da un naufragio raccontato alla rovescia (Fortuna è il titolo della proposta italo-belga di Piergiorgio Milano).

Paradiž, regia Matteo Spiazzi, SLG Celje, Slovenia

Ci aggiungerei, musicalmente parlando, il talento vocale della greca Katarina Papadopoulou (Pelagos). Il disordine allegro degli ottoni dei Džambo Agušev (Brasses for Masses). Il pianismo esplosivo di Alexander Gadjiev.

E ancora: il teatro-musica di Moni Ovadia (Senza confini). Il quintetto di fiati polacco di Sinfonia Varsovia. L’hip-hop carinziano di Kernconfusion, e il concerto finale dell’Orchestra Corelli, orchestrata appunto dall’attrice, cantautrice e regista cinematografica Margherita Vicario.

Abbastanza, non vi pare?

Brasses for Masses - Džambo Agušev

Mittelfest, Mittelyoung, Mittelland

Sono solo esempi, stimolanti per chi, come me, osserva il teatro e anche la musica da un particolare punto di vista. Altri stimoli – anche coreografici, anche di nuovo circo – ciascuno spettatore potrebbe trovarli in ciascuna piega del cartellone. 

Cioè nell’offerta plurale che, nei tre giorni di Mittelyoung, nei dieci di Mittelfest, e nella ancora più estesa durata dei progetti di Mittelland, disegna una parte del progetto complesso, inevitabilmente complesso, con cui la Regione Friuli Venezia Giulia si avvia ad affrontare il 2025.

Anno in cui tutto il confine orientale, e in particolare la città di Gorizia e la gemella slovena Nova Gorica diventeranno, assieme, Capitale Europea della Cultura (GO! 2025).

Sarà un anno ad alta intensità di eventi. Che QuanteScene! si prepara a documentare.

Festival e vacanze intelligenti. Come evitare l’effetto Alberto Sordi

Ogni anno, a metà maggio, prendo il calendario e ci segno su alcune date. Con i pennarelli colorati. Sono le date dei festival teatrali dell’estate. L’Italia ne conta un sacco. A molti io sono affezionato. Da Nord a Sud. Da Bolzano a Siracusa. O viceversa.

Poi, mica me li faccio tutti. Anzi quest’anno, e non sto a raccontarvi perché, parecchi ne salterò. Ma sul calendario spiccano: un colore ciascuno, le sovrapposizioni, le date cerchiate, perché proprio quel giorno, là c’è qualcosa che mi fa gola: un titolo, una compagnia, certi artisti.

Sono le mie vacanze intelligenti. Quasi come quelle di Albertone Sordi e della sora Augusta, sua consorte. Quasi.

Le vacanze intelligenti (1978) - Alberto Sordi e Anna Longhi

Le vacanze intelligenti (1978, Alberto Sordi e Anna Longhi)

La guida nomade

Sempre a maggio, ogni anno, da tre anni, mi passa poi sotto gli occhi il volume che, cento di quei festival, li mette in fila e li racconta. Ne ho parlato in altre occasioni, in altri post (2022 qui, e 2023 qui). E ve lo consiglio anche quest’anno. Per le vostre vacanze intelligenti.

Curato con tutta l’attenzione possibile da Giulia Alonzo e Oliviero Ponte di Pino, il libro si intitola In giro per festival – guida nomade agli eventi culturali, ed è il distillato cartaceo, edito da Altrəconomia, di un lavoro, assai più impegnativo, che i due autori continuano a sviluppare sul sito Trovafestival.it, catalogo di tutte (o quasi) le manifestazioni che in forma di evento di cultura punteggiano la mappa della nostra penisola.

In giro per festival – guida nomade agli eventi culturali - edizione 2024/25

Cartelloni per tutti

Molti di questi festival 2024 hanno annunciato già i loro programmi. Altrettanti devono ancora farlo. E perciò, vi capitasse di trovarvi a Bolzano oppure a Siracusa, state in campana e magari seguite i link che intanto vi metto qui sotto.

Chissà che non troviate anche voi la vostra serata intelligente, come Albertone. Del resto, a parità di prezzo, uno spettacolo dal vivo è un ottimo sostituto della solita pizza. 

Per cominciare dico che proprio oggi, giovedì 23, a Castrovillari (provincia di Cosenza) prende il via Primavera dei teatri, che di tutta la collezione estate-autunno rappresenta l’apripista.

Con la nuova sezione Prima il festival calabrese punta al ricambio generazionale, soprattutto in ambito coreografico: favorisce la conoscenza di artisti nuovi e tiene alto il livello ospitando anche le prime di quelli già affermati. Ad esempio, Chiara Bersani con il nuovo Sottobosco. Da martedì 28, una programmazione più concentrata sul teatro schiera nomi eccellenti come Tindaro Granata, Caroline Baglioni, Davide Iodice, Kepler 452, Marco Sgrosso, Dino Lopardo, il drammaturgo Fabio Pisano con la sua Spezzata, e molti altri, oltre ai padroni di casa, Saverio La Ruina e Dario De Luca.

Il cartellone di Primavera dei Teatri

In-Box dal vivo 2024
In-Box dal vivo 2024

Sempre oggi, a Siena, è anche la volta di In-Box dal vivo. Non è esattamente un festival ma, per com’è articolato e per il numero di osservatori che riesce a attrarre, gli assomiglia molto. Anche in questo caso a mettersi in scena è soprattutto una new generation, che attraverso percorsi di selezione maturati durante l’anno, finalmente presenta e mette in gara – diciamo così – le proprie creazioni. Per informazioni sulla speciale formula di In-Box e sugli spettacoli in programma c’è il sito, curato da Straligut Teatro.

Il cartellone di In-Box

Pergine Festival 2024
Pergine Festival 2024

Una settimana fa è stato ufficializzato il cartellone del festival di Pergine, piccolo e attivo centro turistico e culturale in Valsugana (provincia di Trento). A dirigerlo, dallo scorso anno, sono quelli di Babilonia Teatri e già il titolo 2024 è un forte richiamo: Senti come suona. Il che fa capire che il filo rosso che guida quest’anno Enrico (Castellani) e Valeria (Raimondi) è quello della musica, però ben messa in scena. Tra il 29 giugno e il 13 luglio, nomi e titoli sono tanti. Superfluo trascriverli, sfogliatevi il sito e scegliete il vostro menu.

Il cartellone di Senti come suona – Pergine Festival

Tornando a Sud, una manifestazione che polarizza comunque la mia attenzione, anche perché si tratta di un luogo mitico, se non proprio magico, è Pompei. Di Pompeii Theatrum Mundi ho detto già parecchie cose in un post precedente. Ma ora che i media si concentrano tutti su ciò che accade nei Campi Flegrei e su quel supervulcano appiccicato a Napoli, ripensare al vecchio Vesuvio e alla sua eruzione, mi mette davvero i brividi. L’Odissea cancellata di Emilo Isrò è in programma nel weekend del 13 giugno. Il lavoro di Davide Iodice sul De Rerum Natura di Lucrezio si vede dal 27.

Il cartellone di Pompeii Theatrum Mundi

Pompeii Theatrum Mundi 2024
Pompeii Theatrum Mundi 2024

Romagna felix, si diceva decenni fa. Di tempo ne è passato, ma sappiate che mercoledì 29 maggio, anche Santarcangelo Festival presenterà il suo programma (dal 5 al 14 luglio). Alcune anticipazioni sono già trapelate, ma un po’ tutti siamo impazienti di vedere forma e sostanza di uno dei più storici festival teatrali italiani che come i camaleonti si trasforma ogni anno. Se ho fatto bene i conti siamo all’edizione numero 54, alla direzione fino al 2026 c’è Tomasz Kireńczuk , e il titolo scelto per il 2024 è While we are here

Il sito di Santarcangelo Festival

I festival più longevi

Tra i festival longevi ci sono poi quello di Spoleto, il Mittelfest a Cividale del Friuli, la stagione del Teatro Greco di Siracusa, il Festival shakesperiano a Verona, Oriente Occidente a Rovereto. Adesso me ne dimentico magari qualcuno, ma vedrò poi di rimediare.

Mittelfest 2024
Mittelfest 2024

Il più longevo di tutti, forse, perché le radici profonde risalgono all’Ottocento (1895 è l’anno della prima esposizione) è quello della Biennale di Venezia, in tutte le sue varie articolazioni: dall’arte contemporanea all’architettura, dal cinema alle performing arts.
Anche della Biennale, e di quella dal vivo in particolare, ho detto abbastanza lo scorso mese.

Ma solo il fatto che la fama della manifestazione veneziana abbia catturato il geniale Alberto Sordi (dal quale ha preso il via questo post) rende inevitabile che (in conclusione) vi rivediate una fra le indimenticabili scene di quel film del 1987, l’episodio da lui stesso diretto.

Torna Spregelburd. E scatena di nuovo il panico

Debutta a Torino, giovedì 23 maggio, un nuovo allestimento di Il Panico, uno dei sette, contemporanei, peccati capitali, a firma di Rafael Spregelburd. La regia è di Jurij Ferrini.

Rafael Spregelburd - ph Diego Martinez
Rafael Spregelburd – ph Diego Martinez

Quasi d’incanto, all’improvviso, una quindicina di anni fa, l’Italia aveva scoperto Rafael Spregelburd, argentino. Una convergenza insolita, certo meritata, aveva fatto sì che l’attore, autore, regista (in definitiva, teatrista, come si dice in quel Paese) nato a Buenos Aires nel 1970, diventasse da noi oggetto di attenzioni speciali.

Spregelburd Time

Prima, la pubblicazione della sua Eptalogia di Hieronymus Bosch per Ubulibri (due volumi, 2010). Poi, l’interesse per la sua scrittura – così bizzarra, così post, così catastrofica – da parte di lettori attenti. Quindi le numerose trasferte in Italia: per Napoli Teatro Festival con la soap-opera Bizarra, per l’Ecole des Maitres a Udine con Furia avìcola, per il Festival della Mente a Sarzana.

Infine la scelta a lungo meditata, da parte Luca Ronconi, di mettere in scena per il Piccolo di Milano tre dei suoi sette eccentrici peccati capitali: La Modestia (2011) e Il Panico (2013). La Paranoia rimarrà solo un progetto.

Ecole des Maîtres - edizione 2012 - Rafael Spregelburd
Ecole des Maîtres – edizione 2012 – Rafael Spregelburd

Spregelburd Time, quindi, questo periodo a cavallo degli anni Dieci. Bel fenomeno certo, che aveva propiziato l’interesse dei teatri italiani anche per altri argentini (come Daniel Veronese e Claudio Tolcachir) e in seguito per i cileni (come Guillermo Calderón) e gli uruguaiani (Sergio Blanco).

Così argentino, così stravagante

Dopo un po’, Spregelburd era però scomparso dai nostri radar. Vuoi perché gli italiani sono molto attenti al proprio ombelico. Vuoi perché era venuto a mancare l’effetto novità. Ma soprattutto, mi pare, per l’eccentricità di quel suo scrivere teatrale, così argentino, così stravagante, beatamente cialtrone. Poco consono dunque alla seriosità con cui in Italia ci si dedica alla drammaturgia.

copertina Eptalogia Hieronimus Bosch

Ma ora Spregelburd ritorna. E promette chissà di seminare di nuovo il panico. Infatti proprio Il Panico (cioè la seconda regia spregelburlesca di Ronconi, uno dei sette capitoli della Eptalogia) verrà riallestito da chi Spregelburd lo conosce bene. Per averlo studiato e allestito in quel formidabile decennio: Jurij Ferrini.

Seminare il panico

Debutta giovedì 23 maggio al Teatro Gobetti a Torino (con repliche fino 9 giugno), Il Panico, la regia è firmata da Ferrini, la produzione è del Teatro Stabile di Torino. L’ autore sarà inoltre presente al Gobetti, mercoledì 29 e incontrerà la compagnia, il regista e il pubblico.

In più di trent’anni di mestiere non ho mai letto nulla che assomigli alla scrittura di Rafael Spregelburd – ricorda Ferrini. “È un drammaturgo, attore, regista, o più semplicemente teatrista, che mi ha letteralmente folgorato. È argentino, classe 1970, come me. Quando ho iniziato a leggere i suoi testi mi sono sorpreso a ridere fino alle lacrime. La sua comicità non è mai banale, è caustica, spietata, scorretta verso gli abitanti di quella parte del globo che risponde al nome di Occidente. Sbugiarda i falsi valori e l’ipocrisia su cui si impernia il nostro patto sociale“.

Jurij Ferrini

E ancora: “Tentare di scrivere una sinossi di Il panico, sarebbe un’azione scellerata perché si tratta di una commedia estremamente chiara e così fantasiosa e sorprendente che ci si chiede se tutto ciò che egli scrive esista davvero nel mondo reale. Ed è su questo crinale, tra plausibile ed impensabile, che Spregelburd conduce gli spettatori”.

Quella drammaturgia bizzarra

Continua Ferrini, che di Spregelburd aveva messo in scena Lucido nel 2013: “Il panorama da cui proviene questo autore è la viva capitale sudamericana, una Buenos Aires che è rinata, culturalmente parlando, durante il crollo economico. Il teatro diventa un luogo di ritrovo e di espressione popolare. Mancano i fondi e iniziano a nascere teatri casalinghi, nei salotti delle case private. Attori per passione e lavoratori per necessità si mettono al servizio di scrittori e registi per creare, interpretare e reagire”. 

Rafael Spregelburd e Violeta Urtizberea in Inferno (2022)

Immerso in questo clima di fermento culturale, Spregelburd aveva composto una serie di drammi, scritti tra il 1996 e il 2008, l’Eptalogia di Hieronymus Bosch, un richiamo al quadro del pittore fiammingo che nel sedicesimo secolo aveva illustrato i sette peccati capitali. L’accidia ora diventa il panico, la lussuria è identificata con l’inappetenza, la gola con la paranoia, l’invidia è la stravaganza, la superbia la modestia e l’ira è tradotta con la cocciutaggine”.

Quel presidente. Bizzarro anche lui

Certo, tutto giusto, anche se Ferrini sembra poi trascurare che nel frattempo in questa Argentina fervida, si è insediato un tipo – bizzarro pure lui – che risponde al nome di Javier Milei. Anche lui nato nel 1970, e anche lui ex-attore e ex-attore (El consultorio de Milei), inventore di personaggi caricaturali (el general Ancap).

Non so quanto siate informati, ma da quando è stato eletto presidente (dicembre 2023), l’Argentina sta attraversando parecchi guai. E manca niente perché scoppi il panico. Ma quello vero.

Javier Milei in campagna elettorale impugna la famosa sega elettrica

Del resto, da un presidente che sembra uscito pari pari da uno dei testi di Spregelburd, cos’altro vi aspettereste?

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IL PANICO
di Rafael Spregelburd
traduzione Manuela Cherubini
regia Jurij Ferrini
con Arianna Scommegna, Jurij Ferrini, Simona Bordasco, Roberta Calia, Lucia Limonta, Elisabetta Mazzullo, Viola Marietti, Francesca Osso, Michele Puleio, Dalila Reas 
scene e costumi Anna Varaldo
luci Alessandro Verazzi
suono Gian Andrea Francescutti
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale

dal 23 maggio (prima nazionale) al 9 giugno 2024, Teatro Gobetti, Torino

Joseph Roth e l’ultimo giro di giostra

Aneddoto di ascendenza ebraica. “Certo che stai per andare lontano!” dice un amico all’amico che sta per partire. Risponde l’altro: “Lontano da dove?

C’era voluta la perizia di Claudio Magris, maestro di germanistica, e un suo libro intitolato proprio in quel modo, Lontano da dove, perché anche gli italiani scoprissero Joseph Roth.

Lo scrittore austriaco diventava così, per eccellenza, il cantore della Finis Austriae: il dissolvimento dell’impero austro-ungarico. E per conseguenza, della nostalgia che tra rimpianti e contraddizioni investe ancora oggi il dibattito sulle culture di confine.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
La Cripta dei Cappuccini – regia Giacomo Pedini – ph Luca A. D’Agostino

Nella cripta dei Cappuccini

Questa sera al Teatro Verdi di Gorizia va in scena La cripta dei Cappuccini, versione teatrale, dal romanzo (1938) di Joseph Roth.

Lo spettacolo è una nuova produzione di Mittelfest, la manifestazione che 34 anni, ogni estate a Cividale del Friuli, presenta una cospicua selezione delle produzioni teatrali di quell’area che in tempi meno recenti si chiamava Mitteleuropa. Del work in progress della Cripta ho parlato anche in un post di qualche mese fa.

È un debutto, questo dedicato a Joseph Roth, che segna la prima tappa d’avvicinamento a GO2025, il progetto internazionale che tra un anno farà di Gorizia e della gemella slovena Nova Gorica, un’unica Città Europea della Cultura. 

La misura di un’epoca

Dice Giacomo Pedini, ideatore e regista dell’operazione teatrale: “Mettere in scena, per la prima volta Italia, La cripta dei Cappuccini è una sfida appassionante perché la storia, sviluppata nel romanzo e da me adattata insieme al drammaturgo Jacopo Giacomoni, unisce teatralmente due dimensioni. Da un lato, attraversa 25 anni d’Europa, dallo scoppio della prima guerra mondiale fino al 1938: un nodo cruciale del passato del nostro continente e anche dell’assetto del mondo di oggi“.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Dall’altro, ancora più importante, fa sì che il racconto passi attraverso un universo di personaggi che apparentemente non sono protagonisti dei mutamenti, ma che ne sono influenzati e li influenzano con i loro comportamenti, in quella dimensione quotidiana che fa la misura di un’epoca”. 

Lo spettacolo rilancia così teatralmente l’impianto narrativo del romanzo (che è l’ideale proseguimento del precedente La marcia di Radetzki) e ci avvicina alla figura di Joseph Roth che, come il suo coetaneo Karl Kraus (l’autore di Gli ultimi giorni dell’umanità), fu anche giornalista. Roth rimane inoltre noto al pubblico italiano soprattutto per il racconto La leggenda del santo bevitore, da cui Ermanno Olmi trasse nel 1988 un film.

A interpretare il protagonista dello spettacolo, l’impacciato viveur viennese Francesco Ferdinando von Trotta, c’è Natalino Balasso, attore e autore di teatro, cinema, libri e tv.

La Cripta dei  Cappuccini - Natalino Balasso - ph Luca A. D'Agostino
Natalino Balasso – ph Luca A. D’Agostino

È suo lo sguardo con cui Trotta, dilapidatore e gaudente rampollo di buona famiglia, dipinge tutta una galleria di amici, cugini, madri, moglie e fidanzate, avventurieri, millantatori, soldati e nobili decaduti. Che in ogni parola e in ogni gesto incarnano lo sbriciolamento dell’Impero, inghiottito prima nel gorgo della Grande Guerra e poi dalla devastante marcia del nazismo.

Joseph Roth e la giostra della Storia

Attraverso le pagine di Joseph Roth, assistiamo a una dantesca discesa agli inferi e, allo stesso tempo, a un grande melò mancato, dentro il turbinio della Storia – prosegue il regista.

La Cripta dei  Cappuccini da Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - ph Luca A. D'Agostino
ph Luca A. D’Agostino

Noi abbiamo voluto condensarlo nell’originale impianto scenico di Alice Vanini, scenografia che grazie a una grande giostra, gioca con il passato e con continui rimandi al presente”.

Dopo il debutto a Gorizia, La cripta dei Cappuccini verrà riproposto in una versione radiofonica, a cura della sede Rai Friuli-Venezia Giulia, e sarà ripreso successivamente, come primo capitolo della trilogia teatrale Inabili alla morte/Nezmožni umreti, che rappresenta il contributo di Mittelfest al programma di GO2025.

La Cripta dei  Cappuccini - Ivana Monti - ph Luca A. D'Agostino
Ivana Monti – ph Luca A. D’Agostino

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LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI
di Joseph Roth
traduzione Laura Terreni
adattamento Giacomo Pedini e Jacopo Giacomoni
regia Giacomo Pedini
dramaturg Jacopo Giacomoni
musiche Cristian Carrara
eseguite da FVG Orchestra
scene Alice Vanini
costumi Gianluca Sbicca e Francesca Novati
luci Stefano Laudato
suono Corrado Cristina
con Natalino Balasso 
e con Nicola Bortolotti, Primož Ekart, Francesco Migliaccio, Ivana Monti, Alberto Pirazzini, Camilla Semino Favro, Giovanni Battista Storti, Simone Tangolo, Matilde Vignaproduzione Mittelfest