QuanteScene! Oggi a quota 45K. Ci avreste creduto?

45K

Quattro anni fa, nell’aprile del 2017, cominciavo a pubblicare notizie su questo blog, che avevo deciso di intitolare QuanteScene!

Adesso, aprile 2021, gli Analytics (avete presente?) di QuanteScene! mi dicono che 45mila diverse persone sono approdate, da allora, su almeno uno di questi articoli.

Stimolanti sono anche le performance dei miei lettori. Percentuali come la frequenza di rimbalzo e la durata sessione media, che solo gli espertissimi sanno cosa sono.

Analytics aprile 2021 per QuanteScene!
Quarantacinquemila visitatori singoli in 4 anni di pubblicazione. E le visite, tra qualche mese, a centomila.

Ora: io so di milioni di visualizzazioni per alcuni video su YouTube, so di centinaia di migliaia di follower di certi siti. Non sono i risultati che mi proponevo. Tanto più con un blog di nicchia, un blog di cose che succedono nei teatri, che è modellato sui miei interessi, gli stessi che condivido con abbastanza poche persone.

Eppure, 45mila lettori… che sono poi gli abitanti di Mantova, più o meno, oppure di Lodi, di Frosinone. Un blog di provincia, insomma.

Mi fa però impressione sapere che tra questi 45mila ce ne sono alcuni che stanno in Etiopia, in Nigeria, nello Sri Lanka, o in Madagascar (questo almeno sostengono gli Analytics). Saranno pochi, pochissimi, magari uno solo. Però mi chiedo, e non so rispondere: ma quell’etiope, quella etiope, come mai saranno finiti qua, tra queste cose che succedono nei teatri italiani?

Questo è uno degli articoli più letti del blog, un’intervista a Ascanio Celestini, datata gennaio 2020.

Questo è il link al primo post di QuanteScene!

Questa infine è l’immagine che da quattro anni accompagna QuanteScene! È la foto scattata da Marcello Norberth alla prima scena di La vita è sogno di Calderon/Ronconi, Piccolo Teatro di Milano, gennaio 2000.

Ronconi - La vita è sogno

Strehler chi? Quel ragazzo di Trieste

Previdente, Cristina Battocletti anticipa in un volume la data fatidica del 14 agosto 2021, quando saranno passati 100 anni dalla nascita di Giorgio Strehler. Mi sono letto tutte le sue 450 pagine di minuziosa biografia. La vita come spettacolo.

Strehler in tenuta da tennis

“Giorgio era un pianeta” dice Andrea Jonasson, parlando dell’uomo capace di cambiare le vite. Non solo la sua: la vita di un’attrice tedesca catapultata in Italia per amore di lui e trasformata. Ma anche la vita del teatro: quello italiano, quello europeo, il teatro di un secolo, trasformato anch’esso.

Per raccontare in un libro il “pianeta Strehler” ci vogliono almeno 450 pagine. Tante quante ne ha riempite Cristina Battocletti nel suo lavoro di esploratrice di vite. In Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste (La nave di Teseo, 19 euro, ebook, 9,99 euro) Battocletti percorre in lungo e in largo quel pianeta, provando a descriverne i tanti climi, le tante luci, le tante donne.

Battocletti copertina

La più rumorosa impronta nella regia italiana

Nell’anno in cui ricorre l’anniversario della nascita di Strehler, ricordi e rievocazioni e commenti non mancheranno. C’è anzi da pronosticarne il culmine, ad agosto, sotto il segno del Leone. Proprio cent’anni fa in quei giorni e dalle mie parti, nella silenziosa casetta a due piani di una stradina discosta a Barcola, frazione di Trieste, nasceva l’artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia italiana e nella pratica teatrale del Novecento europeo. Per scomparire improvvisamente un momento prima che il secolo di concludesse: la notte di Natale del 1997, a Lugano.

Ma definire Strehler “il ragazzo di Trieste“, non è solo scegliere un titolo per una biografia: è fissare un punto di vista. È la chiave per andare a scoprire che cosa abbia fatto di Strehler un uomo capace di essere triestino, milanese, italiano, europeo, tutto nello stesso tempo. Battocletti, friulana d’origine, poteva farlo. Con lo sguardo di coloro che vedono da lontano il mare – come nelle canzoni di Paolo Conte – oltre che la cultura mitteleuropea. Tanto da rimanerne infine stregata e dedicare ad alcuni grandi “triestini dentro”, prima a Boris Pahor (“Figlio di nessuno”, 2012 ), poi a Bobi Bazlen (“L’ombra di Trieste”, 2017), e adesso finalmente a Strehler, il proprio stringente lavoro di cartografa di vite straordinarie.

Strehler giovane al Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo e il grande

Non è uno scrittore, stavolta, ad essere mappato. È il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una grande notorietà mondiale. Naturale perciò che il volume vada modellandosi come una pièce teatrale, o un’opera musicale. Una tra le tante che il regista aveva messo in scena, fino a quell’ultima Così fan tutte, rimasta incompiuta nel dicembre fatidico del ’97.

Una biografia allestita come uno spettacolo: sette scene, sei intervalli, ouverture all’inizio e sipario finale. In mezzo, un apparire e uno scomparire continuo di personaggi. Dai ruoli più importanti (Paolo Grassi, Nina Vinchi “terza fondatrice del Piccolo”, e tutte le iconiche attrici di quel teatro Valentina Cortese, Milva, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Andrea Jonasson, …) fino ai figuranti meno noti, ma indispensabili e capire la complessa personalità di Strehler. Che sta tutta – assicura Battocletti – nelle sue radici. 

È nelle prime decine di pagine, dedicate alle origini, che si disegna il mondo di luci e ombre che saranno poi il segno maturo del regista, mago degli effetti luminosi. “Se quella abilità appare a tutti magica o stregonesca, è perché c’è lo zampino di Trieste” scrive la biografa.

Strehler giovane

Genealogie

Il nonno materno, Olimpio Lovrich, è un montenegrino, impresario teatrale, e a Trieste tiene il timone del Teatro Verdi e del cinema-teatro Fenice. La nonna è una francese, Marie Aline, “che mai parlò altro che il francese”. La madre, la “mammetta” anzi, si chiama Albertina Lovrich, cognome che verrà italianizzato in Ferrari, quando diventerà violinista di una certa fama e comincerà a esibirsi con il Trio di Milano.

Infine, appena sbalzato in controluce dalle proprie origini tedesche, il padre, Bruno Strehler, morto di tifo fulminante, a 28 anni, durante un viaggio con Albertina a Vienna. “Mia madre fece ritorno a Trieste in treno, da sola, con la cassetta delle ceneri sulle ginocchia”. Il piccolo Giorgio aveva solo tre anni. 

In una casa del centro (via San Lazzaro 4, per essere precisi) che risuonava di musica e di voci di donna, il ragazzo di Trieste cresce sognando un futuro da direttore d’orchestra. E tale lo prefigura Victor de Sabata (altro eccellente nome della diaspora triestina) che lo incontra quando ha meno di 30 anni: “Perché non ti rimetti a studiare musica con me per due o tre anni?”. “Penso che ognuno di noi che fa un certo mestiere – rifletterà Strehler parecchio tempo più tardi – possa sostenere che avrebbe dovuto farne un altro”.

Strehler con copione in mano
(ph. Lelli Masotti)

Il senso dell’apocalisse

Infatti la storia va in tutt’altra direzione, quella che conosciamo, e si squaderna per le successive 400 pagine del libro. Fino alla stretta finale – la notte tra il 24 e il 25 dicembre del 1997 – che ripercorre, in un montaggio velocissimo, quasi in un filmato, il diffondersi della notizia della morte. Che coglie impreparati, increduli, atterriti, tutti i personaggi di quello spettacolo che è stata la vita di Giorgio Strehler.

Da Trieste aveva ereditato il senso dell’apocalisse e dell’angoscia, di un sentimento sempre sull’orlo del baratro” scrive Battocletti. Che è una visione estremista della città, ma adeguata al personaggio. “Strehler è la più grande contraddizione montata su due gambe che si possa immaginare. Per lui è impossibile non spendere superlativi assoluti, e molto spesso di segno opposto“.

[pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 18 aprile 2021]

Non più triste Venezia. La Biennale dal vivo 2021 è fatta di corpi, che tornano in presenza

Annunciati questa mattina in una stream-conferenza stampa da palazzo Giustinian i programmi dei tre festival della Biennale di Venezia (Teatro, Danza, Musica). Prenderanno il via il 2 luglio, quando i teatri potranno accogliere il loro interlocutore principe: il pubblico. 

Viene in mente Charles Aznavour. Viene in mente una vecchia canzone. Tutti però vogliamo credere che non sarà triste Venezia la prossima estate, quando una nuova edizione della Biennale da vivo – Teatro, Danza, Musica – tornerà a fare da punto di attrazione. Soprattutto per chi del digitale non ne può proprio più. E alle zoomate, alle call, agli stream, vorrebbe sostituire da subito il tattile.

Wyjezdzamy, regia di Krzysztof Warlikowski (ph. Magda Hueckel), uno degli spettacoli della Biennale Teatro 2021

Il primo senso

Che cosa c’è di più tattile del corpo? Il tatto è First sense, il primo senso, proprio come Wayne McGregor, coreografo britannico, direttore della sezione Danza, ha deciso di intitolare il suo programma 2021.

Mentre intitolavano Blue il loro, Stefano Ricci e Gianni Forte, direttori per il Teatro, hanno pensato che di quel colore è il pigmento della speranza.

E Lucia Ronchetti, alla guida della Musica, ha capito subito che una processione – Moving still processional crossings – poteva essere l’idea più adatta per dare forma corale all’aspettativa di tutti.

Così ha previsto un muoversi assieme di tante persone, un corteo, perché un corteo è insieme rito religioso, gesto di protesta, fenomeno migratorio, e lo farà sfilare in tutta la città, a settembre, riportando l’attenzione“sul dovere e sul potere di andare altrove”.

Infatti: avanti e altrove dobbiamo andare. Consapevoli che questo anno e mezzo di transizione epidemica, è stato anche un salto di specie performativa. Un lungo evento, che dopo aver devastato il settore dello spettacolo, sta contribuendo anche alla sua evoluzione. Ci stiamo trasformando, perché così vanno le cose del mondo. Con buona pace dei nostalgici.

il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo
il set della conferenza stampa di presentazione della Biennale 2021 dal vivo

Le pepite della Biennale

Quelli appena illustrati sono solo segnali, ben più solidi sono i programmi che i quattro direttori hanno congegnato, e com’è nella mission della Biennale, mettono in primo piano l’innovazione, rapportandola a ciò che in anni recenti si è consolidato.

Così, nel cartellone di Teatro, che prenderà avvio il 2 luglio, un ampio sguardo internazionale metterà in sintonia i nomi importanti della regia contemporanea. Dal polacco Krzysztof Warlikowski, Leone d’oro 2021, all’ungherese Kornél Mundruczó, a altre presenze costanti delle passate Biennali: il tedesco Thomas Ostermeier e i catalani dell’Agrupación Señor Serrano.

Biennale 2021 - Agrupación Señor Serrano The Mountain / ©Jordi Soler
Agrupación Señor Serrano ( ©Jordi Soler)

Mettendo però loro accanto certe “pepite” (copyright Gianni Forte) che i due direttori sono riusciti a setacciare con l’accuratezza di uno sguardo che punta una generazione che negli anni scorsi si è allenata proprio nei College della Biennale.

Paolo Costantini, regista 25enne, è una delle figure da seguire con attenzione, e Filippo Andreatta, architetto convertito al teatro, è davvero uno che c’ha una marcia in più. Se, senza pudore alcuno, non si fa problemi a intitolare il suo futuro debutto in Biennale Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

Non mancano alcuni ritorni italiani (Roberto Latini, Danio Manfredini, Lenz Rifrazioni) con spettacoli che l’epidemia avrebbe destinato all’estinzione, ma che ritrovano visibilità su un palcoscenico d’onore, come quello veneziano.

Filippo Andreatta - OHT
Filippo Andreatta – OHT

Rime taglienti e ibridazioni hip hop

L’attesa maggiore – o almeno la mia attesa maggiore – è però per Kae Tempest cui gli stessi ricci/forte hanno voluto attribuire il Leone d’argento 2021. Lo hanno fatto “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi – si legge nella motivazione del premio – e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti, tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop”.

Biennale 2021 - Kae Tempest
Kae Tempest

Insomma da questo/a perfomer e dal suo/a reading poetico e musicale The Book of Traps & Lessons, mi aspetto una grande esperienza.

In proposito leggi un mio precedente post dedicato ai Leoni d’oro e d’argento di questa Biennale 2021.

Danza e Musica per Biennale 2021

Concepito in senso radicalmente fisico è il cartellone di Danza (a partire dal 23 luglio) presentato dal coreografo Wayne McGregor.

ritratto di Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre ©Phil Griffin
Mikhail Baryshnikov e Jan Fabre (©Phil Griffin)

First touch – dicevamo – è il titolo che a star di forte impatto mediatico (Michail Baryshnikov danzerà su una partitura verbale congegnata da Jan Fabre) interseca sguardi aperti verso l’odierna danza africana (Germaine Acogny è famosa per la sua Scuola di sabbia, in Senegal), verso la Cina (Xie Xin e Yin Fang) e naturalmente l’Italia (Marco D’Agostin ha dedicato Best Regards, allo scomparso Nigel Charnock, dei DV8 Physical Theatre)

Best Regards, la coreografia di Marco D'Agostin (ph.© Roberta Segata)
Best Regards, la coreografia di Marco D’Agostin (ph.© Roberta Segata)

Molto focalizzato sarà invece il programma della sezione Musica (che parte il 17 settembre). La compositrice Lucia Ronchetti lo ha intitolato Choruses, drammaturgie vocali e costruito come un “pellegrinaggio dell’ascoltatore”, in una selezione della scrittura corale a cappella nei suoi sviluppi di questi ultimi 20 anni, che tuttavia non esclude le live-electronics. Per esempio nelle proposte di Christina Kubitsch per la Cappella Marciana della Basilica di S. Marco.

Informazioni più approfondite si possono ricavare dai tre calendari ospitati sul sito ufficiale della Biennale, ma un viaggio a Venezia – e io ve lo raccomando – andrebbe comunque messo in programma.

Perché la presenza – come tutte le cose – si apprezza solo dopo che è venuta a mancare. 

Lo sapeva anche Charles Aznavour, del resto.

Mercanti e compratori. Le storie di Venezia raccontate da un fondaco, quello dei Tedeschi

Fondaco dei Tedeschi. Il nome non suona familiare. Eppure a Venezia ci siete andati e chissà quante volte gli siete passati davanti, dalle parti di Rialto. Quell’edificio sta lì da novecento anni e potrebbe raccontare un sacco di storie. Qualcuno infatti ha pensato di raccoglierle.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Un’eccitante visione aerea

Ci siete passati magari tanto tempo fa, davanti al quel Fondaco , ancora quand’era il principale ufficio postale della città. Oppure solo da qualche anno e – al posto della posta 🙂 – avete trovato uno sfolgorante shopping centre. 

Allora siete saliti fin sul terrazzo, sopra il quarto piano, e avete avuto la più eccitante visione aerea che si può avere di Venezia stando con i piedi per terra.

Il Canal Grande di qua, con lo sguardo a strapiombo sul ponte di Rialto, poi giù giù fin verso la cupola della Salute. Poi, rigirandovi, il Canal Grande di là, con la processione dei motoscafi che portano turisti assatanati su su, fino alla Stazione di Santa Lucia.

Canal grande visto dal Fondaco dei Tedeschi

Se non avete ancora fatto questa esperienza, letteralmente da capogiro, dovete farla. È un edificio sorprendente, il Fondaco dei Tedeschi. E vale la pena raccontarne la storia, anzi le storie.

Però non lo faccio io, che poco mi intendo di architetture veneziane. Lo fa invece un regista di teatro, Mattia Berto

Un fondaco nella città-teatro

Ho accolto con piacere la chiamata del Fondaco dei Tedeschi – dice Berto – che mi ha chiesto di raccontare la storia millenaria di quest’edificio. Ho subito pensato a un racconto dove lo spettatore potesse riconoscersi, un ricordo legato a una storia familiare che, sottolinea come in un momento storico come questo, non dobbiamo perdere il rapporto con i luoghi, la nostra memoria e i nostri affetti. Spero torneremo presto ad abitare i teatri, le piazze, i musei, i negozi e auspico che la vita torni a essere quel palcoscenico incredibile di storie e bellezza”.

Per il momento, quindi, in attesa che sale, piazze, musei e negozi possano tornare a essere scena in quella città-teatro che è Venezia, Mattia Berto ha voluto raccontare queste storie in quattro episodi video che da domani, venerdì 2 aprile, saranno visibili sulla pagine Facebook e sul canale Instagram del Fondaco dei Tedeschi. Una miniserie insomma, di quelle a cui la televisione e gli streaming in rete ci hanno abituati.

Era nato nel 1228, quell’edifico, e non era punto di riferimento commerciale soltanto per i mercanti tedeschi. Così in realtà si indicavano tutti coloro che da Nord arrivavano a Venezia per comprare o vendere metalli e pietre preziose, spezie rare, seta, vetri, broccati, velluti e pizzi.

Funduq, chiamavano i mercanti arabi le loro case-magazzino e pertanto i Fondaci, o Fonteghi, divennero simbolo, ma anche realtà concrete, della fiorente imprenditoria commerciale veneziana. Che di vicende ne conta davvero tante. Proprio come fa Fondaco delle Storie, la miniserie di Berto, nata anche per ricordare i 1600 anni dalla fondazione della città, festeggiati proprio pochi giorni fa, il 25 marzo.

Fondaco dei Tedeschi - esterno

Lo shopping firmato Koolhaas e Fobert. E non solo

In questi giorni di zona rossa, lo shopping centre del Fondaco dei Tedeschi – affollato solitamente di turisti, specie orientali, con le loro capienti borse di acquisti – resta chiuso per evitare ogni assembramento. 

Ma dopo essere stato restituito a nuova vita grazie al restauro dell’architetto olandese Rem Koolhaas e al progetto di riqualificazione interna dell’inglese Jamie Fobert, trasformato nel 2016 in lifestyle department store da DFS Group, il Fondaco non smette di onorare il proprio impegno verso arte e cultura, mission assunta fin dal primo giorno della riapertura. 

Fondaco dei Tedeschi - interno

Al quarto piano infatti, l’Event Pavillon ospita mostre di arte contemporanea e eventi musicali e di letteratura. Anni fa mi era capitato di ritrovarmi davanti ai mosaici sommersi dall’arte acquatica di Fabrizio Plessi.

Ma lo fa anche collaborando con alcuni protagonisti e con realtà rappresentative della vita culturale veneziana. Com’è Mattia Berto, che dopo la laurea a Ca’ Foscari ha fatto di Venezia il motore dei propri progetti: con Maurizio Scaparro alla Biennale per esempio, o mettendosi alla guida del Teatrino di Villa Groggia, significativo esempio di rigenerazione urbana (vedi qui il sito della sua compagnia, degli artisti con cui collabora, e del Teatrino, nel sestiere di Cannaregio).

Mattia Berto ph Giorgia Chinellato
Mattia Berto (ph Giorgia Chinellato)

La messa in rete dei quattro episodi di Fondaco delle Storie è prevista per il 2, il 16, il 30 aprile e il 14 maggio, sulle pagine Facebook e Instagram del Fondaco .

Link al sito e alle informazioni sul Fondaco dei Tedeschi.

Dante. Settecento anni. Li dimostra tutti

Cadeva lo scorso 25 marzo, la data supposta in cui avrebbe preso avvio il viaggio ultraterreno di Dante Alighieri, del quale si celebra quest’anno anche il 700esimo anniversario della morte.

Nel Dantedì* diventa anche visibile la corsa all’arrembaggio che accompagna le ricorrenze e la mancanza di idee.

Dante "moderno"

Un anniversario è una cosa che fa spavento. Non tanto perché ricorda il decimo, il centesimo, il millesimo anno dalla nascita o dalla morte, o da chissà che. Quanto perché sull’anniversario tutti si buttano a pesce, non avendo idee migliori che occuparsi di qualcuno di cui molti altri si occupano. Potenza del gregge.

Sei poi una istituzione prodiga e danarosa ci mette pure dei soldi, siamo davvero alla pesca miracolosa. Partecipano tutti. Proprio tutti. L’arrembaggio.

Parlo di Dante, avete capito. Così come avrei potuto parlare di Leonardo Da Vinci nel 2019, o di Pier Paolo Pasolini nel 2022.

L’anniversario dantesco è quello della morte – ve l’hanno detto a scuola, 1321 – settecento anni. L’istituzione danarosa nello specifico caso è il Mibact , che attorno a Dante700 ha montato un’impalcatura economica e organizzativa, degna di un kolossal. Potete trovare in rete il valore dei contributi finanziari e il numero dei patrocini che il comitato, voluto dal ministro Franceschini e istituito presso il Mibact, ha assegnato ai 322 progetti pervenuti già entro dicembre 2019 per celebrare degnamente Dante. Qui invece trovate l’elenco completo di tutte le iniziative che in Italia si sono rincorse, si rincorrono, si rincorreranno.

Intendiamoci, la Divina Commedia è un kolossal. Per come è stata concepita e composta. Per l’impianto filosofico, religioso, immaginario che la regge. Per il ruolo del suo autore nella definizione della lingua italiana. Ma anche ai kolossal, l’inflazione nuoce.

Genova per noi

Ho letto per esempio il comunicato stampa in cui Rai Radio3 e il Teatro di Genova (l’attuale direzione artistica di è di David Livermore) annunciavano il loro progetto dantesco. E la mente mi è subito corsa all’indietro.

Torino, teatro Carignano, giugno 1898: “Quando Adelaide Ristori apparve, un po’ incurvata dagli anni, con la sua cuffietta di merletto e cominciò i versi di quel sublime Canto Quinto, in cui è la potenza di tutte le tragedie e di tutte le passioni umane, la voce, dapprima incerta e fioca, ritrovò l’antica, vibrante vivezza ed essa fu ancora una volta l’interprete magnifica” . Poi va da sé che “il pubblico, affascinato, le decretò un trionfo”.

Che altro può ricordare l’iniziativa dantesca del Teatro Nazionale di Genova, se non l’anziana attrice, con la cuffietta di merletto, ingobbita da una carriera transoceanica, alle prese con Paolo e Francesca, proprio negli anni in cui nasceva il cinema. 

Dante è morto da 700 anni, Adelaide ci ha lasciati più di un secolo fa, il cinema è diventato un’altra cosa. Ma la formula dell’iniziativa è rimasta sempre la stessa: la temibile Lectura Dantis.

Statua di Dante in piazza Santa Croce a Firenze
Firenze, piazza Santa Croce, statua di Dante (ph. Massimo Sestini)

Operazione recupero: cento giorni con Dante

“Cento giorni insieme alla Divina Commedia e agli attori che hanno fatto la storia del teatro italiano” dice il comunicato. “Il 25 marzo 2021 prende il via il progetto promosso da Rai Radio 3 e dal Teatro Nazionale di Genova in occasione delle celebrazioni dantesche. Sono state recuperate dagli archivi del Teatro le registrazioni delle letture teatrali effettuate a Genova tra il 1984 e il 1986 nel corso di un’iniziativa che per la prima volta proponeva in teatro la lettura integrale della Divina Commedia, affidando i singoli canti ad attori come Arnoldo Foà, Aroldo Tieri, Eros Pagni, Ferruccio De Ceresa, Ugo Maria Morosi, Roberto Herlitzka, Gabriele Lavia, Mariano Rigillo, Massimo De Francovich, Giuseppe Pambieri, Tino Carraro, Paolo Poli, Giulio Bosetti e molti altri”.

All’arrembaggio, appunto. Il progetto di Genova prevede la lettura di tutti i canti di Inferno, Purgatorio e Paradiso. E il riascolto, anche, delle voci di Nando Gazzolo, Gabriele Ferzetti, Mario Feliciani, Renato de Carmine e molti altri attori (e di attrici nessuna) che trovarono in quegli anni accoglienza a Genova. 

Decisamente l’Italia, o quanto meno il Paese immaginato dai progettisti teatrali di quella città, non è un Paese per giovani.

Aspra e forte

Sul più recente numero della rivista Hystrio, abbiamo pubblicato un dossier nel quale discutiamo di questa prevedibile rincorsa. 

Di un mio articolo – dedicato all’aspra e forte impresa di portare in scena Dante e la Divina Commedia – mi limito qui a dire che è stata sempre un bel problema. E faccio solo due nomi recenti : Tiezzi/Lombardi e Romeo Castellucci

La maniera più scontata, banale, spiccia, per occuparsene è sempre stata, invece, quella della Lectura Dantis. Non in tutti i casi, naturalmente. Anche qui un solo un nome : Carmelo Bene. Anzi due: Roberto Benigni.

Ma che si pensi a Dante, oggi, esattamente come ci si pensava nel 1898, come esercizio di virtuosismo d’attore, mi fa ancora più detestare gli anniversari.

(le illustrazioni per Hystrio sono di Irene Bonefacic e Mattia Basso)

* Una nota infine. Tremenda è anche la scelta (voluta dal comitato di esperti) di quella intitolazione: Dantedì.

Dantisti, filologi e sovranisti della lingua in genere devono averla pensata a lungo per evitare le tentazioni dell’anglomania. Figuriamoci se si poteva chiamare Dante Day. Vien da osservare però, che la costruzione del neologismo è anglosassone (l’italiano come si deve avrebbe preferito “giornata dantesca”) e che il dì è solo la parte luminosa del giorno. Alle 19, domani, festa finita. 

STORIE – Quella sera a dicembre nel camerino di Milva

È passato quasi un mese dal post più recente di QuanteScene! Ne ho fatte mille, nel frattempo, direbbero i miei amici a Milano. Però nei teatri ne sono successe poche. E poche ne succederanno, se va avanti così. Altro che riapertura del 27 marzo. 

Pazienza. Abbiate pazienza. Esercitiamo la pazienza. È l’unico invito possibile. Così in questa domenica di passione e di pazienza (da domani precipito anch’io in zona rossa) mi sono deciso a postare un’altra storia per la miniserie degli Incontri con uomini (e donne) straordinari. Spero vi piaccia, almeno quanto vi sono piaciute i precedenti episodi dedicati a Harold Pinter, Kazuo Ohno, Ingvar Kamprad

Sapete a chi tocca oggi? A lei…

Milva canta Brecht

Milva, la rossa

Perché oggi Milva? Perché stamattina in una bella puntata della rubrica che seguo ogni domenica su Facebook (la raccomando anche a voi: Il caffè di Bolzano 29) si parlava di Giorgio Strehler. Del centenario della nascita – il regista era nato a Trieste nel 1921 – e del segno che ha lasciato nel teatro italiano.

Fra i tanti ospiti, autorevoli, celebri, con tanti aneddoti da raccontare, mancava lei, Milva. Lei che con Strehler aveva stretto un sodalizio importante, e non solo: alla visibilità italiana di Bertolt Brecht, lei e la sua voce hanno contribuito quasi quanto Strehler.

Milva canta Brecht

Mancava quindi proprio lei, Milva, perché da qualche anno, chissà se per scelta o per necessità, questa indimenticabile signora dello spettacolo ha deciso di scomparire. Effetto ghosting, che rende ancor più affettuoso il suo ricordo, almeno a me.

Perciò mi sono rammentato del nostro ultimo incontro.

Giorgio Strehler e Milva
Giorgio Strehler e Milva, inizio anni ’70

Milva a Trieste, nel 2007

Ovviamente Strehler era il nostro punto di contatto. In quel 2007 cadeva il decennale dalla morte del regista e il Comune di Trieste, attraverso uno dei suoi più illuminati funzionari, Adriano Dugulin, mi aveva affidato l’ideazione e la cura di una manifestazione che lo ricordasse. Una mostra, un libro, diverse altre iniziative. Perfino un cocktail, intitolato Giorgio, e inventato da un famoso barman. Si combatte anche così l’angoscia della morte.

Si inaugurava allora anche il Fondo Giorgio Strehler, costituito dal lascito personale che Andrea Jonasson (dalla casa milanese di Strehler) e Mara Bugni (da quella di Lugano) avevano voluto donare alla città. Ne trovate notizia in questo articolo su Ateatro.

Tra le tante cose, avevo pensato fosse doveroso estendere l’invito ufficiale dell’amministrazione comunale, oltre che a Andrea Jonasson e a Mara Bugni, anche a Milva.

E perciò, in quella piovosa giornata di dicembre, nelle sale del Politeama Rossetti, apparve lei. Luminosa come un tramonto d’autunno. Rossi, i capelli. Rossa e perfettamente intonata, la pelliccia di volpe con cui fece un ingresso da regina nel foyer.

Cominciò poi a passare in rassegna le foto e i manifesti che il Teatro Stabile ed io avevamo preparato, molti dei quali erano dedicati a lei. E alla sua avventura brechtiana.

Non era la prima volta che la incontravo. Era capitato per esempio nei ristoranti del dopoteatro. Con quell’aria regale mi era apparsa, anni prima, una sera a Genova. Là si era appena conclusa la replica di uno spettacolo in cui interpretava Capitan Uncino (Capitan Uncino, credetemi). Subito dopo, già in pelliccia (nera, se non ricordo male), si era ritrovata nello stesso locale in cui cenavamo noi, giornalisti e operatori tv. Aveva voluto salutare chi aveva con lei più confidenza. E poi, con un gran sorriso, clamorosamente: “Questi amici al tavolo, sono miei ospiti“. Quando si dice, lo stile.

Milva, lo stile

Mina e Milva, per fare un esempio, sono state per lungo tempo i due poli vocali della canzone italiana. La prima sempre sperimentale (la sua estensione di voce, del resto, va dai registri del tenore a quelli del soprano). La seconda, contralto, alternativamente popolare (La filanda) o raffinata (nelle collaborazioni con Battiato, nelle canzoni dedicate a Alda Merini).

Al contrario di Mina, il contatto con il pubblico Milva lo ha sempre coltivato. Non si è arroccata, come l’altra, in qualche lontana Svizzera. E fino a poco tempo fa ha voluto raccontarsi ai giornali. “Trovo delle emozioni nella musica, in un’opera d’arte, nell’affetto profondo dei miei familiari e nelle persone che mi sono vicine, nei tortellini come li faceva mia madre… e nel dormire bene” ha detto nel 2019, prossima gli 80 anni, in un’intervista al Corriere.

E l’anno scorso, durante il lockdown, in alcune immagini emozionanti e incredibilmente tenere della clip di Dario Gay, ha scritto con le proprie mani un video-saluto a tutti gli amici (al minuto 4:18).

Soli in quel camerino

Però fu in quei giorno, dicembre 2007 a Trieste, che Milva svelò ai miei occhi il suo carattere di sovrana.

Le avevo proposto di leggere e registrare una lettera scritta a Strehler da lei stessa negli anni ’70, subito dopo la loro avventura brechtiana. Avrei fatto sentire quella voce nella stanza della mostra dove erano esposte molte lettere indirizzate al regista. Lei acconsentì.

La raggiunsi nel camerino del Politeama Rossetti. Seduti davanti allo specchio, le diedi i due fogli dell’originale e preparai il registratore Nagra che avevo portato come me. Era una lettera molto bella, scritta con cura, l’avevo letta e riletta più volte. In quelle due pagine ringraziava Giorgio e si augurava di poter tornare a lavorare con lui il più presto possibile. Tra le righe si leggeva chiara una affettuosa richiesta, una delicata supplica quasi. Le consegnai il microfono. Avviai la registrazione. 

Una regina non si inginocchia mai

Che lo dica Ecuba o Elisabetta II, è sempre di sovrane che si tratta. Così fece anche lei.

Cominciò a leggere e, proprio sotto i miei occhi o meglio le orecchie, modificò via via le parole e il tono della lettera. Sbalordito, non ci potevo credere. Lei imperturbabile, con voce suadente, come se in quel momento avesse davanti Giorgio, lei continuò a leggere inventando. Alla fine, il senso erano la stima e le congratulazioni di una grande artista a un altro un grande artista, più alcune frasi che vagamente lasciavano aperti orizzonti a una nuova collaborazione. Ma da pari a pari.

Uscii da quel camerino, senza dire una parola, sconcertato e anche ammirato dalla disinvoltura e da uno stile che mi risuona ancora dentro, quando sento uno degli Lp in cui interpreta Brecht. O quando rivedo qualche clip del Festival di Sanremo: ha partecipato a 15 edizioni, mica scherzi. Impegnata in molte occasioni, very pop in altre. Sempre fedele a se stessa.

Da allora, per me, Milva è sempre regina. Una regina rossa: per i capelli e per tante altre ragioni.

Milva canta ‘Alexanderplatz’ a Berlino Est, davanti alla Porta di Brandeburgo (1990)

Mi vedi? Con Zoom, dentro a stanze che non sono le nostre

Un’esperienza emotiva su Zoom. Una perlustrazione di sentimenti online. Una vita che non è la nostra. Ma si vive in tempo reale.

Mi vedi? di Guillermo Pisani. Schermata di Zoom

Mi vedi? è il titolo. Con un punto di domanda alla fine. La risposta è un’esperienza emotiva su Zoom, una perlustrazione di sentimenti sulla nota piattaforma per videoconferenze. Tre stanze dentro alle quali vivere, a distanza.

Animano quelle stanze sei attori e un centinaio di spettatori per sera, connessi “da là dove si trovano”. Dal divano del salotto, dal proprio studio o dalla cucina, dal posto di lavoro, dal sedile del treno che li riporta a casa…

Mi vedi?” è la domanda che torna spesso sulle nostre bocche. Soprattutto quando, davanti allo schermo, in videoconferenza, proviamo a trovare un rapporto con gli altri, mentre distanziamento, isolamento, mancanza di cinema, di teatri, di luoghi di incontro, ci costringono a essere soltanto immagini. Piccoli riquadri dentro la schermata.

Mi vedi? è quindi qualcosa da provare. Non per lavoro, o per necessità, ma per il piacere di scoprire che i limiti possono diventare canali d’espressione. Per la curiosità di capire come Zoom può trasformarsi in uno spazio emotivo, o di gioco. Per sapere come gli altri ci vedono, quando solo le facce e le voci, sembrano dover dire tutto di noi, rettangolini dentro le videochat.

L’idea è del regista e autore argentino, ma da tempo approdato in Francia, Guillermo Pisani, che dice: “Ciò che mi ha colpito, in questi mesi di videoconferenze forzate, è come gli spazi privati delle nostre case si siano aperti a una dimensione pubblica”.

Pisani utilizza le più recenti funzioni di Zoom per creare, durante la performance, tre diverse stanze virtuali nelle quali gli spettatori collegati in tempo reale possono muoversi e interloquire con gli attori che le abitano. In ogni stanza, simultaneamente, si sviluppa una situazione. Magari è un episodio doloroso. Oppure un acceso dibattito sul quale prendere posizione. O qualcos’altro ancora.

Spettatore che segue "Mi vedi?" di Guillermo Pisani

L’anteprima dello spettacolo, in versione italiana, è prevista sabato 20 febbraio (ore 21, con l’invito a connettersi su Zoom dopo essersi registrati), poi due repliche (sabato 27 e sabato 5 marzo). Biglietti si acquistano dal sito internet del Css – Udine che ospita Mi vedi? nella stagione teatrale Blossom-Contatto.

“Fa una forte impressione vedere tutte queste persone affacciarsi dal nostro schermo. Però mi interessa di più capire – continua Pisani – come ciascuno di noi può modificare la ‘scena sociale’ su si trova a interagire con agli altri, e in tempo reale”.

Il progetto Mi vedi? è stato realizzato inizialmente in Francia, una collaborazione tra il Teatro di Caen, in Normandia, e la compagnia fondata dallo stesso Pisani. L’adattamento e la traduzione che lo portano ora in Italia (ma ci si può registrare all’evento da ogni parte del mondo) è di Rita Maffei. Ad accogliere i partecipanti in ciascuna stanza ci saranno Paolo Fagiolo, Daniele Fior, Rita Maffei, Klaus Martini, Nicoletta Oscuro, Francesca Osso.

“Il senso di questo progetto va ben oltre l’emergenza sanitaria che ci limita nei movimenti – dice Pisani – che ha messo in questione i limiti stessi della democrazia e ci ha interrogati sul senso della condizione umana. Passata la crisi, i fenomeni e le tendenze che adesso sono state scoperte e accelerate, non scompariranno certo”.

Sarebbe questo su Zoom il futuro del teatro, è la domanda che sorge spontanea. “No, assolutamente no. Il futuro del teatro continuerà ad essere quello di incontrarsi dal vivo, tutti assieme intorno a un’opera rappresentata dal vivo. Ma queste sono esperienze prepotentemente entrate nelle nostre vite: è necessario e appassionante capire quale sarà il segno che lasceranno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO, domenica 14 febbraio 2021]

Link a un servizio di Arte.tv e a uno di Theatre-contempororain.net sul progetto di Pisani:

https://www.arte.tv/fr/videos/101026-000-A/la-tu-me-vois-la-creation-theatrale-en-visioconference/

https://www.theatre-contemporain.net/embed/UkoHR6cB

STORIE – In sauna, nudi e sudati. Potrebbe sembrare normale. Invece no

Se vi è piaciuto l’incontro con Harold Pinter, e poi quello con Kazuo Ohno, questo nuovo episodio vi sorprenderà.

Le serie mica sono un’esclusiva di Netflix.

interno sauna

All’ambasciata finlandese di Roma, l’addetto culturale, anzi l’addetta, era una splendida intraprendente signora. Ricordo il nome: Pirkko.

Fu grazie a lei, che grande fiducia riponeva nei giornalisti, che vidi Helsinki in uno dei momenti più belli della fine degli anni’ 90.

Quando la capitale della Finlandia stava per diventare anche capitale europea della cultura (lo fu nel 2000). Quando si inaugurò l’avveniristico museo di arte contemporanea Kiasma (chiamato così per la sua forma). Quando sentii Esa-Pekka Salonen dirigere Sibelius, nella enorme sala da concerto del Finlandia-Talo, come se le note gli scorressero dentro le vene.

Ma Helsinki, con gli spazi della vecchia fabbrica di cavi della Nokia riconvertiti in atelier per artisti, con i ristorantini russi fermi al tempo degli zar, con la grande scalinata bianca della cattedrale sulla quale si era divertita a danzare Carolyn Carlson, californian-finlandese), Helsinki dicevo, non era la meta ultima del viaggio.

Carolyn Carlson danza a Helsinki
Carolyn Carlson danza a Helsinki

Lo scalo finale era Tampere, che in Finlandia segue a ruota Helsinki per vivacità della vita culturale.

Nonostante la latitudine alta, a Tampere, a giugno, il sole tramonta. Ma lo fa quando sono già passate le undici di sera. Tanto che sembra di stare in un film di Visconti. O meglio ancora in un racconto di Dostoevsky. Si è circondati da un chiarore color di latte, che fa Polo Nord.

Tampere August

Era d’agosto a Tampere

Quella volta però non era giugno: era agosto. E nel mese di agosto da quelle parti si festeggia la fine dell’estate (che effettivamente finisce così, di brutto: subito dopo il 15 riaprono le scuole). A Tampere l’estate termina, fa tra le altre cose, anche con un grande festival di teatro, Teatterikesä, che raccoglie il meglio delle produzioni di area nordica, assieme a alcune produzioni internazionali.

Tampere Teatterikesä 2021
edizione 2021

Furono visioni molto interessanti, quell’anno. Qualcuna provai anche a importarla in Italia, dopo qualche tempo, quando assieme a Mimma Gallina diedi dei consiglii a quelli del Festival di Asti, un festival che si occupava di drammaturgia contemporanea.

Il primo consiglio non ebbe grande seguito. L’altro – e di ciò vado orgoglioso – fece conoscere in Italia lo svedese Jon Fosse. Ma questa è un altra storia, che racconterò in un altro post.

Tampere Teatterikesä 2019
edizione 2019

Torniamo ai fatti. Il festival di teatro di Tampere ospitava noi giornalisti in un hotel, credo si chiamasse Scandic, importante catena alberghiera, scandinava appunto. Come ogni albergo finlandese che si rispetti, anche lo Scandic metteva a disposizione degli ospiti una sauna.

Non quel tipo di sauna che uno immagina pensando alla Finlandia: la cabina in mezzo al bosco, dalla quale, usciti bollenti, ci si tuffa direttamente nel lago ghiacciato. No no, era una sauna d’albergo, ma bella comoda.

Gli spettacoli, soprattutto quelli all’aperto, sarebbero cominciati dopo le nove di sera, com’era logico vista la stagione. E così a pomeriggio inoltrato decisi anch’io di infilarmi nella torrida sauna dello Scandic. C’erano poche persone che via via, mentre il tempo passava, uscivano dalla cabina, si buttavano addosso una gelida secchiata d’acqua e tornavano, fradici e tonificati, ai loro impegni.

sauna

Rimanemmo soli, io e un signore sulla settantina

Sapete com’è l’imbarazzo. Se siamo in tanti si può anche stare zitti e, a parte gli italiani, tutti gli europei lo fanno. Ma se siamo in due, nudi, sudati, pronti a liberare il corpo dalle tossine, un po’ di chiacchiera ci vuole, magari solo per educazione. Small talk dicono gli inglesi, chiacchiere per chiacchierare.

Così, al signore che mi stava davanti raccontai che ero italiano e perché mi trovavo a Tampere. Lui mi svelò di essere svedese.

Bene, turista anche lui. No no, era lì per lavoro. Disse anzi business. Ok, doveva davvero essere un albergo per business men, quello. Per quanto, l’arredamento minimalista (la Finlandia è la patria di Alvar Aalto, dopo tutto) non lo identificasse certo come un albergo di lusso. Anzi.

Parlammo del festival, di quella breve estate, ricordo anche uno scambio di battute sull’odio-amore che i finlandesi nutrono per l’alcol. Ingenuamente, mi entusiasmai per il minimalismo di quei mobili, che arredavano, stanze, saloni, la hall.

Lui mi guardò con sguardo ironico. “Anch’io mi occupo di mobili“.

Dissi tra me e me: evitiamo i passi falsi. Nella sauna ci si rilassa, e basta. Ma ancora più ingenuamente aggiunsi: “Ah, dunque a lei piace lo stile finlandese“.

Lui se ne usci con un lungo discorso, che capii solo in parte: mischiava arte, democrazia, accesso alla cultura, e se non ricordo male, anche Bellezza. Non aveva dimenticato che stava parlando con un italiano. E si sa: i luoghi comuni sul nostro Paese, sono appunto … molto comuni.

Il fatto che più mi impressionava, era però che il suo trattato di estetica, quel signore me lo sciorinava nudo, sudando copiosamente, torturando il corpo di tanto in tanto con un asciugamano bagnato.

Sudato e nudo anch’io, non ebbi la forza di replicare. Anche perché, una volta finito il pistolotto, lui si congedò rapidamente. “I go out for business“. Passò quindi nell’altra stanza per la classica secchiata gelida.

Che affari si concludono a Tampere dopo le 18.00 del pomeriggio?

Un mobiliere planetario

Google a quel tempo era ancora neonato (o comunque non era il gigante che frequentiamo adesso). Mi ci volle un po’ di tempo per dare un nome e un cognome al signore sudato che avevo incontrato nella sauna dell’albergo di Tampere. Ma ci riuscii. Era uno svedese – ok – ma era anche degli uomini più ricchi del mondo. E, si dice, anche uno dei più parsimoniosi.

Si chiamava Igvar Kamprad. Certo che era un mobiliere, ma un mobiliere planetario. Aveva inventato e portato in tutto il mondo IKEA. Era lui il signor Ikea.

Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma
Lo stabilimento n.1 di Ikea, oggi a Stoccolma

Su Ingvar Kamprad si sono scritte molte cose: le giovanili simpatie neonaziste, le scuse rivolte decenni dopo alla comunità ebraica, gli inevitabili problemi con il fisco e la residenza in Svizzera, la parsimonia come stile di vita. Con aneddoti e particolari a volte fantasiosi, a volte documentati.

Ai miei occhi la maggior parte delle cose che mi è capitato di leggere, hanno il sapore del clamore per forza, della trovata giornalistica, del voler mettere sotto una certa luce un uomo che aveva perseguito con determinazione i suoi fini, senza andare troppo per il sottile quanto a mezzi.

L’unica luce sotto la quale io ancora vedo è invece quella, fioca, della sauna dello Scandic. Dove un poveraccio come me e uno degli uomini più ricchi del mondo, si erano incontrati per caso. Come in un titolo di Handke: L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro.

E poi non ditemi che la Finlandia non è un paese egualitario.

Annunciati a Venezia i Leoni 2021 della Biennale Teatro. Scopriamoli assieme

La notizia è di pochi minuti fa e ve la giro subito. Viene da Venezia, da Palazzo Giustinian, dai saloni in cui si progetta il presente e anche il futuro della Biennale.

Krzysztof Warlikowski nel film a lui dedicato: Nowy Sen, New Dream

Accogliendo la proposta di Stefano Ricci e Gianni Forte (ricci/forte), direttori del settore Teatro, il Consiglio di Amministrazione dell’Ente ha individuato gli artisti cui assegnare, nel prossimo mese di luglio, il Leone d’oro e il Leone d’argento per il Teatro della Biennale di Venezia.

Riprendo pari pari il comunicato ufficiale.

È il regista polacco Krzysztof Warlikowski, figura emblematica del teatro post-comunista che ha marcato la scena internazionale creando visioni memorabili, il Leone d’oro alla carriera per il Teatro 2021. 

Il Leone d’argento viene tributato all’inglese Kae Tempest, insieme poeta, autore per il teatro e di testi narrativi, rapper e performer di travolgenti e affollatissimi reading”.

La premiazione avrà luogo nel corso del 49. Festival Internazionale del Teatro, prevista dal 2 al 11 luglio 2021. Queste le motivazioni:

Krzysztof Warlikowski 

Da più di vent’anni Krzysztof Warlikowski così la motivazione – è fautore di un profondo rinnovamento del linguaggio teatrale europeo.

Utilizzando anche riferimenti cinematografici, un uso originale del video e inventando nuove forme di spettacolo atte a ristabilire il legame tra l’opera teatrale e il pubblico, Warlikowski sprona quest’ultimo a strappare il fondale di carta della propria vita e scoprire cosa nasconde realmente

Presente con le sue regie teatrali nei maggiori festival di tutto il mondo – dall’Europa alle Americhe – e con i suoi allestimenti lirici nei più importanti teatri d’opera – da Parigi a Londra e Salisburgo – Krzysztof Warlikowski è “un artista libero – scrivono ricci/forte – che apre brecce poetiche illuminando con un fascio di luce cruda il rovescio della medaglia; che rompe la crosta delle cose toccando le coscienze; che scende nelle viscere del dolore e mette in discussione con ironia le ambiguità sia della Storia con la “s” maiuscola sia quelle della nostra esistenza individuale, offrendoci la visione di una società minacciata da cambiamenti radicali e sempre più assediata da una tentacolare classe dirigente di predatori famelici, evidenziando la violenza nei rapporti sociali e familiari e il bisogno urgente che l’emozione di un puro e semplice desiderio d’amore ci può donare“.

Krzysztof Warlikowski
Warlikowski in una foto Maurycy Stankiewicz

Kae Tempest

Kae Tempest è “la voce poetica più potente e innovativa emersa nella Spoken Word Poetry degli ultimi anni – recita la motivazione – capace di scalare le classifiche editoriali inglesi e raccogliere consensi al di fuori dei confini nazionali per il coraggio ardimentoso nel dissezionare e raccontare con sguardo lucido angosce, solitudine, paure e precarietà di vivere, i più invisibili eppure concreti compagni di vita della nostra epoca – tra identità, ipocrisie e marginalità vissute anche sulla sua pelle – scaraventandosi contro l’odierna morale imperante e opprimente”.

A Kae Tempest, con una candidatura ai Brit Awards 2018 e riconoscimenti intitolati a Ted Hughes e T. S. Eliot, è ora attribuito il Leone d’argento per il Teatro 2021 – scrivono ricci/forte – “per l’audacia luminosa nel posizionare deflagranti inneschi riflessivi e per voler ancora sperimentare in un genere definito di nicchia, come la poesia, mescolando l’aulico con il basso, la rabbia con la dolcezza degli affetti – tra versi e rime taglienti di shakespeariana memoria e dal forte contenuto sociale, miti classici e ibridazioni hip hop – arrivando a parlare col cuore a un pubblico sempre più vasto, entrandoti fin dentro le ossa, costringendoti a specchiarti nella tua dolorosa intimità”.

The Book of Traps & Lessons è il più recente dei reading di Kae Tempest e verrà presentato in prima esecuzione per l’Italia al 49. Festival Internazionale del Teatro.

Kae Tempest
Tempest in una foto di Julian Broad

I Leoni del passato

Varrà la pena, inoltre, ricordare che in passato il Leone d’oro alla carriera per il Teatro è andato a Ferruccio Soleri (2006), Ariane Mnouschkine (2007), Roger Assaf (2008), Irene Papas (2009), Thomas Ostermeier (2011), Luca Ronconi (2012), Romeo Castellucci (2013), Jan Lauwers (2014), Christoph Marthaler (2015), Declan Donnellan (2016), Katrin Brack (2017), Antonio Rezza e Flavia Mastrella (2018), Jens Hillje (2019), Franco Visioli (2020).

Il Leone d’argento, riservato al teatro del futuro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel dare spazio a nuovi talenti, è stato attribuito a Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015), Babilonia Teatri (2016), Maja Kleczewska (2017), Anagoor (2018), Jetse Batelaan (2019), Alessio Maria Romano (2020).

Dei festival della Biennale Teatro, fino allo scorso anno guidata da Antonio Latella, QuanteScene! si è occupata in parecchie occasioni.

E non solo del teatro. In questo post di qualche mese fa, per esempio parlo del libro Le muse inquiete. La Biennale di Venezia di fronte alla storia: l’incessante rapporto di stimolo e reazione tra La Biennale Arte e la Storia, quella con la esse maiuscola.

Le muse inquiete

STORIE – Il giradischi cominciò a girare, Kazuo Ohno danzò per noi

Ci volevano gambe buone per raggiungere la casetta in cima in cima a una delle colline di Yokohama. Davanti al cancello ci attendeva, Yoshito, il figlio del Maestro. Cerimonioso, come sono sempre i giapponesi, ci invitò ad entrare. Kazuo Ohno ci aspettava.

Kazuo Ohno in Water Lilies
(ph: Keiko Ikeuchi)

La storia che ho pubblicato lo scorso dicembre – nella quale racconto un incontro con Harold Pinter – ha avuto un inaspettato numero di lettori. Molti mi hanno scritto. Avrei dovuto saperlo che raccontare storie personali – quelle che sono capitate proprio a te – crea un interesse che notizie di altro tipo non riescono a suscitare.

Così mi sono ripromesso di pubblicarne altri, di questi episodi: una piccola antologia di incontri con uomini (e donne) straordinari. Dite che si è capito che quel vecchio libro di Gurdjieff, quando l’ho letto, mi è piaciuto molto? (… e sono poi rimasto incantato dal film che, alla fine degli anni ’70, ne aveva tratto Peter Brook).

Perciò, se vi va, seguitemi.

Giro del mondo. Ultima tappa Giappone

Yokohama, estate 1996. La settimana in Giappone faceva parte di un viaggio studiato e preparato con cura. Approfittavamo, Gianfranco Capitta e io, di quelle incredibili offerte che le compagnie aeree, in tempi di vacche grasse, mettevano nei loro menù di viaggio.

Giro del mondo completo, in una sola direzione, con due vettori e sei scali, a prezzi se non stracciati, certo abbordabili.

Poi c’era una borsa di studio della Japan Foundation, che ci avrebbe sostenuto in un momento in cui lo yen valeva tanto, ma tanto. L’istituto di cultura nipponico aveva programmato per noi, nella sosta a Tokyo e in quella a Kyoto, incontri ravvicinati con il meglio del teatro giapponese, esponenti della tradizione, ma anche dell’innovazione.

Atterrammo a Tokyo, un po’ sconcertati. La precedente tappa, le isole Fiji, ci aveva fatto toccare con mano la forbice etnica che separava, su tutti i piani del vivere quotidiano, la comunità etnica figiana e quella degli immigrati indiani. Una società divisa.

L’opposto del profilo monolitico, compatto della società giapponese, che ci accolse allora – erano gli anni ’90 – con tutte le meraviglie dispiegate di un decennio che avrebbe cambiato tecnologicamente il mondo.

Superfluo parlare del viaggio sulle linee dello Shinkansen: il treno-proiettile viaggiava quando l’alta velocità in Italia stava ancora ne sogni di futuristici imprenditori. Inutile soffermarsi sulla visita all’innovativo quartier generale dell’Asahi Shimbun, il più accreditato quotidiano giapponese, accolti dallo staff, con una pletora biglietti da visita e inchini che a noi, poco abituati, procurarono alla fine solo dolori di schiena.

Il momento più emozionate di quella settimana ci attendeva sulla collina di Yokohama.

Kazuo Ohno
(ph. Chris Magee)

Riuscirò a dimenticare quella mano?

La mano di Kazuo Ohno, novant’anni proprio in quell’anno, che con un gesto incerto, lento, appoggia la puntina sul vecchio giradischi. Le note di Rachmaninoff si diffondono nello stanzone, l’atelier, un piccolo edificio discosto dalla casa e tutto dipinto di bianco. Il corpo antico, rugoso, curvo quasi di carta velina, si anima di piccoli movimenti impercettibili.

Poi, per noi due increduli, seduti a gambe incrociate a terra, Kazuo Ohno comincia a danzare.

Prima, mentre in casa sorseggiavamo il te preparato dalla consorte, la signora Chie, lui ci aveva spiegato la sua filosofia. Era cristiano, Ohno, ma di un cristianesimo tutto suo, panteista, orientale. Credeva in un Cristo zen, sapeva che un fiore può rinchiudere l’universo intero. Minuscolo e generoso, aveva detto sì quando la Japan Foundation gli aveva proposto di concedere un’intervista ai due italiani: era ovvio, venivano dal Paese del Papa.

Concentrata e diligente, l’interprete si sforzava di tradurre, ma le parole si ficcavano ogni volta nella strettoie della traduzione. Non era facile capire. E pure lui sentiva l’ostacolo di due lingue diverse.

Soltanto il perizoma bianco

Così, con un moto imprevedibile, scaturito da quella impotenza, ci aveva condotti verso l’atelier, si era liberato della tuta di lavoro ed era rimasto nudo, soltanto il perizoma bianco. Poi, lentamente, ritualmente, con una antica precisione, staccandoli da un piccolo attaccapanni, aveva indossato gli abiti che da decenni indossava danzando la sua creazione del cuore. Il vestito nero e il cappello con il fiore rosso di La Argentina.

Kazuo Ohno in Admiring La Argentina

Restavano scoperte solo le mani, i tortuosi tendini del collo, la superficie prosciugata del viso. Avrebbe danzato per noi due. Era il messaggio che ci consegnava. La sua parola-corpo.

Bisogna ritornare molti indietro per capire che cosa rappresentassero quel vestito, quel fiore, quel cappello. Bisogna rivedere le foto del 1930, quando il giovane Kazuo, allora ufficiale dell’esercito, insegnante di educazione fisica, venne accompagnato a Tokyo per assistere all’esibizione di una celebre danzatrice spagnola, Antonia Mercé, che si faceva chiamare La Argentina. Quella serata, quella visione gli cambiarono la vita. Una finestra si aprì per lui su un diverso universo, Kazuo scoprì un altro linguaggio.

manifesto 1977

In Europa con La Argentina

Non è stato Kazuo Ohno a inventare il giapponese Butho, la danza delle tenebre, ma certo ne è stato l’immagine più nota, quella che ha girato il mondo. L’Europa cominciò a conoscerlo solo negli anni ’80, quando arrivò al Festival di Nancy con la sua creazione Admiring La Argentina, appunto. Alla sfuocata attenzione della critica, quello spettacolo parve allora un capolavoro decadente, dalle figurazioni kitsch, oltre Mishima.

Ma sbagliava chi si ostinava a rintracciare in Ohno il segno del travestitismo, la tradizione dell’onnagata.

La Argentina Sho (Admiring La Argentina) a San Paulo, Brasile (1997)

Ho danzato nel liquido amniotico di chi mi ha generato, con gioia e con dolore. La mia nascita ha coinciso con l’inizio della morte di mia madre” dirà dopo aver elaborato spettacoli sempre più lontani dalla matrice estetica del Butho, e diventati manifesto di una filosofia personale, ibrida, mistica, come My Mother, come Water Lilies, entrambi visti negli anni ’90 anche in Italia.

Kazuo Ohno

Dei fiori, del ventre materno, Kazuo Ohno volle parlarci in quell’estate del 1996, per tutto un pomeriggio. Ma attraverso la danza. E noi lo comprendemmo, nel mistero doloroso dei suoi 90 anni, mentre assieme alla moglie Chie e al figlio Yoshito continuava a offrici cibo e piccoli disegni. Nel giugno del 2010, Kazuo Ohno è scomparso. Stava per compiere 104 anni. Yoshito lo ha seguito nel gennaio del 2020.

In queste immagini, Kazuo Ohno a quasi 90 anni, si muove sulle note di un Notturno di Chopin.

Ecco il link al sito ufficiale.

[una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata sul trimestrale HYSTRIO 3/2010]