STORIE – Eimuntas Nekrošius. Due occhi di acciaio che mi hanno fatto a fette

Li ricordo come se fosse ieri. Occhi chiari, luminosi, taglienti. Puntati su di me, che forse avevo detto qualcosa di sbagliato. Sono passati più di vent’anni da quell’incontro. Eppure lo sguardo di Eimuntas Nekrošius, il regista lituano scomparso nel 2018, quello sguardo in me è sempre vivo.

Sono stato rimproverato per aver trascurato le Storie. Mi hanno detto che la rubrica dei miei Incontri con uomini (e donne) straordinarie vale più delle cronache di un teatro del presente. A cui questo blog sarebbe comunque dedicato.

Riprendo le Storie, allora. E alle figure di un passato prossimo – Harold Pinter, Kazuo Ohno, il signor Ikea, Milva – aggiungo ora quest’altro indimenticabile maestro del teatro. 

Nekrošius mi squadrò

Dovevo aver detto qualcosa che non andava. Ma non sapevo che cosa avevo detto. O meglio, che cosa la gentile interprete aveva tradotto. Lui mi squadrò, puntò la lama dei suoi occhi su di me, non disse una sola parola. Capii all’istante che il nostro incontro era giunto al termine. E anche in maniera un po’ brusca.

Era un’estate calda e tranquilla, quella del 2000. Si allargava attorno la campagna del Friuli e non c’era pressione o ansia nell’attesa di quell’intervista, a cui però tenevo tanto. Il luogo era un’antica casa colonica, restaurata, poco fuori dal centro di Fagagna, un paesone a qualche decina di chilometri da Udine. Il tempo e il posto ideale per l’Ecole des Maîtres, la scuola dei maestri del teatro, il corso internazionale di alta specializzazione per attori ideato da Franco Quadri. Quell’anno il maestro era Eimuntas Nekrošius.

Grazie alla sua trilogia shakespeariana (Amleto, Macbeth, Otello), grazie a Tre sorelle di Cechov, Nekrošius era allora già noto in Italia. Nota era anche la sua ritrosia, il suo parlare minimo, riservato, severo. Proprio per questo volevo incontrarlo. E per quell’incontro mi ero preparato bene. Nessun registratore: solo carta e penna. Poche domande. 

Sono sicuro che Nekrošius conoscesse la lingua inglese, e persino parecchie parole di italiano: avevo letto che amava tanto Dante. Ma per proteggersi quasi, per mettere sempre un sottile velo tra sé e gli altri, esigeva che un interprete, anche due, traducessero da qualsiasi lingua in lituano, oppure in russo.

Dieci, quindici, venti secchi di zinco

Con il gruppo dei giovani attori dell’Ecole e due interpreti, Nekrošius stava lavorando in quelle settimane su Cechov, sul Gabbiano. Dalla stanza in cui ci trovavamo in quel momento, si scorgeva la sala prove, dominata da una ventina di secchi di zinco e girandole colorate. Che insieme sarebbero stati il segno di quello spettacolo. Un gabbiano grazie al quale attori italiani come Fausto Russo Alesi, Pia Lanciotti, Paolo Mazzarelli, Laura Nardi, Alessandro Riceci e i loro compagni stranieri, avrebbero spiccato il volo, sempre più presenti nelle locandine del teatro europeo. 

Fausto Russo Alesi nelle prove di Il Gabbiano di Cechov

Dei miei lavori preferisco non parlare mai. Possiamo parlare d’altro“. Nekrošius lo mise in chiaro subito.
Attraverso il filtro dell’interprete, parlai di Cechov. “Ci torno sopra spesso – disse solamente – è piacevole e divertente. Finché vivo ci tornerò sempre“.
Poi della notizia che fosse stato chiamato a mettere in scena il Macbeth di Verdi. “Su questo progetto non vorrei dire niente. Sono stato incauto nel confessarlo a qualcuno. È anche per questo che tengo le distanze, soprattutto coi giornalisti“.
Infine della sintonia con altri artisti. “Non mi sento vicino a nessuno degli artisti che solitamente si citano quando si parla di teatro, o di arte. Mi fido solo della mia opinione e del mio punto di vista. Del mio sguardo sul mondo. No, non cerco la vicinanza di nessuno“.

Il grande freddo

Oltre quelle parole, tradotte dall’inaccessibile (per me) lingua baltica, mi appariva sempre più concreto il velo della solitudine dentro cui il taciturno maestro era abituato ad avvolgersi.

Mi ricordai una frase che avevo letto, un suo pensiero espresso qualche anno prima.
Noi lituani – aveva detto all’incirca Nekrošius – siamo molto diversi dal resto d’Europa. Non siamo né francesi né inglesi. Siamo cresciuti nei campi di patate. Non si possono rinnegare le proprie origini. Non abbiamo bisogno di emulare nessuno“.

Così mi venne spontaneo chiedere che cosa il suo teatro avesse assorbito da quei campi di patate.
Non so cosa l’interprete abbia capito, o in che forma la traduzione sia giunta all’orecchio del regista. Non so se a essere importuno ero stato io. Vidi solo i suoi occhi farsi più chiari ancora, di neve, di ghiaccio.
Sentii le due lame che mi tagliavano a fette, da capo a piedi.
Il grande gelo. Non disse una parola. Anche l’interprete mi squadrò. Più severa ancora. O forse più disperata.
Mi uscì dalla bocca, incomprensibile, malconcio, un mezzo saluto in inglese e presi la porta, turbato. Per fortuna, fuori c’era il sole d’agosto. E gli attori in pausa, facevano merenda.

Qui sotto, un breve video dall’allestimento finale (2001) del Gabbiano.

La fortezza dell’arte

Quattro anni fa, maggio 2018, ero a Vilnius. Il Ministero lituano della Cultura aveva interesse a far conoscere a giornalisti stranieri le realtà artistiche della nuova Lituania. Quella post-sovietica. Mi sarebbe piaciuto incontrare di nuovo Nekrošius. Scambiare due parole, dopo che in tutti quegli anni, avevo visto almeno una decina, forse anche più, dei suoi spettacoli. 

Anticipato da una telefonata ufficiale, il nostro gruppo di colleghi ha bussato alla porta di legno di Meno Fortas, la sede della sua compagnia, il cui nome, tradotto, vuol dire La Fortezza dell’arte.
Ci hanno accolti, abbiamo parlato a lungo con un suo assistente e visto qualche video dei lavori che la compagnia aveva in cantiere. Aspettavamo lui. Ma niente. Pochi mesi dopo è arrivata la notizia della scomparsa. 

Eimuntas Nekrošius

Chi ha paura del futuro? I 40 anni di Teatro Contatto: quelli che verranno

Teatro Contatto 2022, il cartellone del CSS di Udine, teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia, tocca quest’anno quota 40. Si potrebbero rievocare i quattro decenni trascorsi. Meglio immaginare quelli futuri.

Teatro Contatto 2022

Controcorrente. In tempi complicati come questi non è facile muoversi in direzione contraria. Ma è necessario farlo. Per non restare in balia dei flussi negativi.

Nel 1982 a Udine, città di provincia e di caserme, un manipolo di ventenni raggruppato sotto un’inedita etichetta – CSS – ideava una stagione di spettacoli e la chiamava Teatro Contatto.

Oggi, nel 2022, quarant’anni dopo, il CSS di Udine è teatro stabile di innovazione e centro di produzione, tra i primi i Italia per volume di attività e capacità di internazionalizzazione.

In queste settimane l’impatto della pandemia sulle attività di spettacolo dal vivo torna ad essere allarmante. Teatri, sale, programmatori si tengono sul vago, in attesa di capire quali disposizioni regoleranno la loro vita quando metà della popolazione italiana e europea risulterà contagiata.

Controcorrente, in questa fase di incertezze e pensieri negativi, Teatro Contatto consolida e lancia il suo nuovo progetto annuale: quello a quota 40.

Chi ha paura del futuro? 

È ciò che si domandano i progettisti di Teatro Contatto. Ma si potrebbe anche scrivere: Chi ha paura del futuro! Per intendere che il futuro è comunque un’incognita, ma non per questo ci deve fermare.

Ecco quindi schierate sulla distanza dei prossimi sei mesi, le produzioni e le ospitalità che Teatro Contatto 2022 mette in campo. Sicuro che chi si arrende all’incertezza, si arrende tout court.

Gli internazionali

Il più interessante, il più internazionalizzato, è il progetto che vede Teatro Contatto tra i produttori del nuovo spettacolo di Tiago Rodrigues. Il titolo sarà:  Dans la mesure de l’impossible.

Il regista portoghese, stimato nel mondo, Premo Europa per il Teatro 2018, Premio Pessoa 2019, e dal prossimo autunno anche direttore del Festival d’Avignone, ha un rapporto consolidato con Udine. Nel 2019 Rodrigues era stato maestro all’Ecole des Maitres, il corso di alta professionalizzazione per attori. Là è nato il rapporto che, dopo alcuni spettacoli, porta adesso i progettisti CSS a co-produrre il suo nuovo titolo assieme a Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano, Odéon di Parigi, Teatro di Strasburgo. Il 18 e il 19 febbraio prossimi, Dans la mesure de l’impossible sarà al Teatro Palamostre.

Tiago Rodrigues - Teatro Contatto 2022
Tiago Rodrigues

Dopo aver deciso di occuparsi dei numerosi teatri di guerra presenti nel pianeta, Rodrigues ha voluto conoscere da vicino il mondo della Ginevra internazionale, il direttore della Croce Rossa, i professionisti che lavorano con lui, medici, infermieri, operatori sociosanitari, mediatori culturali. Ha quindi provato a guardare il mondo attraverso i loro occhi e le loro responsabilità. Ispirato dalle loro testimonianze, ne racconta adesso le storie. Cosa spinge un essere umano a scegliere di rischiare la propria vita per aiutare gli altri?

Produzione internazionale è anche quella sviluppata con Agrupación Señor Serrano. Dopo aver debuttato al Festival International des Arts Bordeaux Métropole e lo scorso luglio alla Biennale di Venezia, la compagnia di Barcellona premiata con il Leone d’argento, presenterà anche a Udine The Mountain.
Lo spettacolo “pone il tema delle fake news al centro del suo stupefacente universo multimediale dove convergono la prima spedizione sull’Everest, Orson Welles, un sito web di fake news, un drone che scruta il pubblico, molta neve, schermi mobili e Vladimir Putin“.

Agrupación Señor Serrano - The Mountain
Agrupación Señor Serrano – The Mountain

Gli italiani

Produzione italiana, realizzata insieme a Marche Teatro sarà il nuovo lavoro scritto da Liv Ferracchiati. Elaborato durante le sessioni dell’Ecole des Maitres 2021 (che era impostata sulla scrittura e necessariamente si è svolta in remoto) il nuovo progetto drammaturgico d’autore si intitolerà Uno spettacolo di fantascienza e troverà spazio in un verosimile 2050, o da quelle parti.
Ispirato all’ultimo progetto, mai realizzato, di Cechov, questa pièce ambientata su una nave diretta al Polo Nord, riprende l’idea di quel viaggio e lo immagina collegato al tentativo dei suoi tre personaggi di scongiurare una catastrofe climatica“.

Nuova produzione CSS sarà anche A+A Storia di una prima volta, scritta e diretta dal regista Giuliano Scarpinato e realizzata con il sostegno dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi.
Con grazia, poesia e adeguata ironia lo spettacolo racconta il viaggio di due adolescenti come tanti, alla scoperta dell’intimità nella quale i due protagonisti dovranno destreggiarsi, tra falsi miti, paure ed ansie, per giungere insieme a qualcosa di unico, speciale ed irripetibile“.

Gli ospiti e gli incontri

Il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini offrirà a Teatro Contatto l’occasione per ospitare un lavoro di Ascanio Celestini intitolato Pasolini Museo.
Qual è il pezzo forte di questo Museo? – si domanda il performer romano – Quale oggetto dobbiamo cercare? Quale oggetto dovremmo impegnarci a acquisire da una collezione privata o pubblica, recuperarlo da qualche magazzino, discarica, biblioteca o ufficio degli oggetti smarriti?”

Emma Dante - Pupo di zucchero
Emma Dante – Pupo di zucchero

Saranno presenti nella prima parte del cartellone 2022 anche Carrozzeria Orfeo (con Miracoli metropolitani), Emma Dante (con Pupo di zucchero e le dieci sculture create ad hoc da Cesare Inzerillo) e  Il bacio della vedova di Israel Horovitz, “ipnotico viaggio dentro i rimbalzi psicologici della violenza sulle donne, orchestrato dalla regia di Teresa Ludovico“.

Alle produzioni e agli spettacoli ospiti si intrecceranno gli incontri Il futuro accade che sul palcoscenico del Palamostre udinese inviteranno a conversare, tra gli altri, Alberto Negri (giornalista del Sole 24), Chiara Valerio (scrittrice e editor della casa editrice Marsilio), Francesca Cavallo (scrittrice e coautrice della serie bestseller Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli) e Massimo Polidoro (psicologo, giornalista, esperto nel campo delle fake news delle pseudoscienze).

Sono impaziente di vedere Virginia Woolf. Voglio scoprire chi ne ha paura

Debutta domani a Spoleto il testo di Edward Albee, esploso sui palcoscenici di Broadway esattamente 60 anni fa e consacrato alla storia del cinema quattro anni dopo dalla coppia Liz Taylor – Richard Burton. Chi ha paura di Virginia Woolf? in una nuova edizione italiana, diretta da Antonio Latella, tradotta da Monica Capuani, prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria.

Sonia Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf?
Sonia Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf? regia Latella (ph. Brunella Giolivo)

Io sono impaziente di vedere Virginia Woolf. O perlomeno chi ne ha paura. 

È una pietra miliare del teatro anglo-americano, quella commedia. È una combinazione esatta di psicologia di coppia e scrittura teatrale. Sono le scene fotografate dagli angoli bui di un matrimonio borghese e al tempo stesso i dialoghi di una drammaturgia luminosa. Un equilibrio di realismo e invenzione, trivialità, raffinatezze, raramente raggiunto da altri autori di teatro americani. Direi solo Mamet e Shepard, per fermarsi al secolo precedente.

Un storia notturna di sesso e alcol: non solo

Martha e George, coppia matura, invita Nick e Honey, coppia più giovane, per il drink della mezzanotte. Bevono. Tanto. Tirano avanti fino al mattino. Tirano fuori tutto. Vanno oltre.

George Segal, richard Burton, Liz Taylor nel film Who's abradi of Virginia Woolf? di Mike Nichols (1966)
il film di Mike Nichols del 1966

Nel teatro americano della seconda metà del ‘900 l’alcol scorre sempre a fiumi. Ma qui l’impianto alcolico è molto di più di un congegno narrativo, è un detonatore. Il carburante teatrale che assicura il booster [ il termine è entrato nell’uso, no? 🙂 ] al talento di attori e attrici di ogni successiva epoca e paese.

Guardatevi intanto il trailer originale del film:

Leggetevi anche, se vi fa piacere, 14 particolari curiosi che ne aumentano la leggenda.

Bestie di razza

Ecco perché Chi ha paura di Virginia Woolf resta da allora una commedia con la quale attori e attrici si cimentano. Dopo le 664 repliche del primo allestimento a teatro (New York, Broadway, Billy Rose Theatre) , dopo Taylor e Burton cinematografici e Katlheen Turner più Bill Irwin quattro decenni più tardi in palcoscenico, in Italia ci si sono provate bestie teatrali di razza. Sarah Ferrati e Enrico Maria Salerno (a fare Nick c’era Umberto Orsini). Anna Proclemer e Gabriele Ferzetti. Mariangela Melato e Gabriele Lavia. E non sono stati i soli. Finora, Chi ha paura di Virginia Woolf? è stato un testo per attrici e attori. Eccellenti. Quasi mai per registi.

Perciò: sono davvero curioso ora di vedere come lo prenderà in mano e cosa saprà farne Antonio Latella. Che tra i registi della sua generazione resta il più imprevedibile e il più sorprendente. Quello che meglio sa smarcarsi dalle banalità della tradizione e del già visto.

Chi ha paura di Virginia Woolf? - regia Latella
lo spettacolo diretto da Antonio Latella (ph. Brunella Giolivo)

Chi ha potuto assistere al suo Hamlet, Premio Ubu lo scorso anno, già lo sa. Come chi lo ha apprezzato nel fluviale Via col vento (che si intitolava Francamente me ne infischio), o nel Pinocchio sconsigliato ai minori di anni 14, o ancora dell’anti-eduardiano Natale in casa Cupiello. Non c’è titolo che gli metta soggezione e che lui non provi a restituire svestito dalle abitudini e dal già detto.

Per fare tutto questo – spiega Latella nelle sue note di regia – “ho voluto circondarmi di un cast non ovvio, non scontato, un cast che possa spiazzare e aggiungere potenza a quella che spesso viene sintetizzata come una notturna storia di sesso ed alcool. Un cast che avesse già nei corpi degli attori un tradimento all’immaginario”.

Liz Taylor in Who's afraid of Virginia Woolf?
Liz Taylor nel film

Niente stereotipi

Così gli interpreti che Latella ha scelto non rispecchiano precisamente il profilo che Albee aveva scolpito nel 1962 per i suoi personaggi. Per esempio: la Martha divoratrice ma anche un po’ ciabattona che era Taylor nel prototipo del 1964, adesso è Sonia Bergamasco. Attrice di una compostezza e di una bellezza che ne sono l’opposto.

E accanto a lei non sembra affatto stereotipo Vinicio Marchioni che interpreterà George. Nei ruoli della coppia giovane e malassortita ci saranno Ludovico Fededegni e Paola Giannini. 

Marchioni e Bergamasco in Chi ha paura di Virginia Woolf?
Vinicio Marchioni e Sonia Bergamasco (ph. Brunella Giolivo)

Latella ci tiene a disperdere qualsiasi interpretazione consolidata. A cominciare da quella che vede nel titolo, Who’s afraid of Virginia Woolf? (derivato dal Who’s afraid of the Bad Big Wolf dei tre porcellini disneyani), una trovata, un gioco di parole. Che lo stesso Albee raccontava di aver scoperto una sera, per caso, sullo specchio nel bagno di un bar del Greenwich Village. E di aver scelto come titolo, strizzando un po’ l’occhio alle paure: dei protagonisti, ma anche sue. Fino a ricavarne però una fortuna (500.000 dollari per i diritti del film, più una percentuale sugli incassi). 

In quella paura del lupo Latella sembra invece vederci anche altro. “Ogni volta che entra la morte, bisogna inventare, mentire, ricostruire. La morte la puoi vincere solo con l’invenzione” aveva scritto Virginia Woolf.

“Albee prende spunto da questa frase – scrive Latella – e porta questa coppia, ormai morente, a inventare per ricrearsi, per restare in vita, a scegliere di inventare un figlio mai esistito: è spiazzante che lo faccia proprio lui che fu un figlio adottato. Bisogna scegliere di spiazzare la morte, di vincere la depressione, la paura, forse anche di anticiparla”.

Ora potete guardarvi il trailer che il Teatro Stabile dell’Umbria, produttore dello spettacolo, ha preparato.

Chi ha paura di rinchiudersi in casa?

Staremo perciò a vedere. Anzi, a vedere starete tutti quanti, dal momento che lo spettacolo, vuoi per il titolo, vuoi per i nomi in locandina, è uno di quelli che – pandemia permettendo – potrebbe girare tutta l’Italia nel 2022 e oltre. Poco male se non saranno proprio 664 repliche. 

Ogni serata, di questi tempi, è un respiro per il mondo dello spettacolo dal vivo. E se non ci dovremo chiudere di nuovo in casa, da qui alla fine di marzo, Chi ha paura di Virginia Woolf? sarà a Torino, Reggio Emilia, Rimini, Napoli, Perugia, Bologna, Arezzo, Pavia, Genova, Milano, Lugano. 

Chi ha paura di Virginia Wolf? domanda Latella. “Se qualcuno c’è, alzi la mano” aggiunge. Provate a metterlo in agenda.

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CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF? 

traduzione Monica Capuani
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Ludovico Fededegni, Paola Giannini
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
produzione Teatro Stabile dell’Umbria 
con il contributo speciale della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

debutto: Teatro Nuovo, Spoleto (Pg), 9 gennaio 2022