Latella romanziere. Bergamasco locandiera. Da premio

Le coincidenze non sono quasi mai coincidenze. Lo stesso giorno nel quale stavo per raggiungere Pordenone e il suo Teatro Verdi, dov’era in programma di La locandiera, si depositava a sorpresa nella mia mailbox Incanto, un romanzo, in pdf.

In entrambi i casi, la firma era di Antonio Latella.

Sonia Bergamasco è Mirandolina - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco è Mirandolina – ph Gialuca Pantaleo

Quasi mai le cose capitano per caso. E io dovevo decidere. Dare prima uno sguardo al Latella narratore e quindi assistere al nuovo incontro del Latella regista con Carlo Goldoni.

Oppure il contrario. Vedere prima lo spettacolo e capire poi se nelle pagine del romanzo avrei potuto leggere un nuovo Latella, diverso da quello che ero abituato a vedere. In prosa, insomma.

Lascio per un momento in sospeso il dubbio.

Un rapporto affettuoso

Con l’autore di La Locandiera, Latella intrattiene un rapporto affettuoso. Lo confessa lui stesso. Quando faceva ancora l’attore, non ancora trentenne, mentre stava nel cast di La moglie saggia (regia Giuseppe Patroni Griffi) e nella Trilogia della villeggiatura (regia Massimo Castri), Goldoni lo aveva conquistato.

Dieci anni fa invece, sfidando – immagino io – l’ingombrate Arlecchino firmato Strehler, Latella aveva messo in scena Il servitore di due padroni.

Era uno spettacolo di presunzione registica. Scontentava il pubblico, sorpreso e poi rammaricato dal fatto di trovarsi difronte un testo arcinoto (per mezzo secolo, il testo-bandiera del teatro italiano nel mondo) ma così maltrattato dalla sua regia oltranzista, da un furore creativo che smembrava tutto, proprio tutto, persino la comicità: squartata. Nonostante ciò, era un segno d’affetto.

Il servitore di due padroni - regia Antonio Latella - Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi
Il servitore di due padroni – regia Antonio Latella – Federica Fracassi, Elisabetta Valgoi

Nel B&B di Mirandolina 

Adesso, dieci anni dopo, La locandiera è uno spettacolo di riconciliazione, nel quale il regista è in sintonia con il testo, diamante della drammaturgia italiana, a mio parere ancora più luminoso dell’Arlecchino.

E il pubblico ne resta incantato. Riconosce fino in fondo la vicenda, apprezza la bravura degli attori, si appassiona, sorride, ride, prova empatia per quei personaggi. 

I quali, pur stereotipati – perché così si scrivevano le commedie nel Settecento – ne escono vivi, dinamici, plausibili, non caricaturali. Mentre contemporanea addirittura, non spregiudicata ma di temperamento, appare colei che sta seduta nel titolo: Sonia Bergamasco.

Sonia Bergamasco è La locandiera - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Padrona di quella locanda nella quale tiene testa a un Cavaliere che sostiene di odiare le donne (Federico Fededegni), a un Marchese che non ha un quattrino (Giovanni Franzoni), a un Conte che si è comprato la contea (Francesco Manetti) e a un Cameriere, dipendente, però futuro marito (Valentino Villa), che le ricorda puntigliosamente quale sia il posto della donna all’epoca.

Proprio come farebbe oggi una lucida imprenditrice, attenta a far funzionare bene il suo B&B e a coccolare, senza andare mai oltre il lecito, i propri clienti.

Che sono tipi moderni e possono girare per casa – voglio dire nel B&B – in tuta da ginnastica, maglione alpino, pigiama e infradito: sono proprio i caratteri di una odierna commedia all’italiana. L’arredamento della locanda – notate bene – è per la maggior parte Ikea. Democratico e contemporaneo. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Teatro Stabile dell'Umbria - ph Gialuca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco, Valentino Villa – ph Gialuca Pantaleo

Classico, cioè indifferente al tempo

La locandiera è contemporanea perché è classica. E come tutti i classici, può stare fuori dai tempi. E può piegarsi, senza venire meno, a decine e decine di letture diverse. A tutti i diversi profili d’attrice che decidono di accomodarsi nel suo abito.

Padrone del palcoscenico, oltre che della locanda, lo hanno indossato con eccellenza Eleonora Duse, Rina Morelli (per Visconti), Anna Maria Guarnieri (per Missiroli), Valeria Moriconi (per Enriquez), Carla Gravina (per Cobelli) e anche Nancy Brilli (per Giuseppe Marini). Parlo di interpretazioni che, a parte Duse e Morelli 🙂 , ho visto e ricordo bene.

Vi aggiungo adesso Sonia Bergamasco, che preferisce aggirarsi scalza, nel suo bel camicione bianco che le lascia scoperte le gambe. Anche quando prepara il soffritto per i suoi ospiti.

La locandiera - regia di Antonio Latella - ph Gianluca Pantaleo
Federico Fededegni, Sonia Bergamasco – ph Gianluca Pantaleo

Un diluvio di lodi

Dopo la premiatissima Martha in Chi ha paura di Virginia Wolf, spettacolo in cui si è rafforzato il legame tra attrice e regista, con questa Mirandolina Bergamasco si avvia certo a incassare un altro diluvio di premi e lodi. Osanna. Giustamente.

Senza che ciò metta troppo in ombra i suoi compagni d’avventura. Le due svaporate Commedianti, per esempio, a cui Marta Pizzagallo e Marta Cortellazzo Wiel, regalano un gran bel piglio, che grazie a una astuta citazione (i famosi 60 secondi di Meg Ryan) fa scattare l’applauso in platea.

La locandiera - regia di Antonio Latella.jpg - ph Gianluca Pantaleo
ph Gianluca Pantaleo

Lei però no. Mai ammiccante al pubblico. Mai maliarda o civetta. Neppure quando vuol vincere la misoginia del Cavaliere. Per farlo capitolare bastano asciugamani e lenzuola di lino fine, salsette e intingoli fatti con le sue mani, uno svenimento finto (poi, va’ a sapere: succede a chi non è abituato a bere, che l’alcol batta in testa).

Non è maliziosa la Mirandolina di Bergamasco: è indipendente, è determinata, le basta la voce per farli innamorare.

L’indipendenza femminile non è però ben vista nel Settecento. Se sei donna e sei borghese, devi stare al tuo posto, quando a reggere il mondo sono i maschi aristocratici: marchese, conte, cavaliere. 

La locandiera - regia Antonio Latella - Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni - ph Gianluca Pantaleo
Sonia Bergamasco e Giovanni Franzoni – ph Gianluca Pantaleo

Come spiegava Roberto Alonge in un illuminate saggio, Mirandolina fa il passo più lungo della gamba e rischia, letteralmente, di finire a gambe all’aria. Per fortuna se ne accorge in tempo.

E qui attrice e regista piegano ciò che finora era la commedia, verso un tono dolente, drammatico. Uno sgabello in proscenio, un riflettore puntato verso il basso, e un accorato monito per noi spettatori. Siamo al finale.

E siamo già nei pressi del dramma borghese. Quasi Ibsen, quasi Cechov. [quanta nostalgia, eh, Massimo Castri].

E il romanzo?

Dovrei adesso svelare qualcosa del romanzo Incanto (edizioni Il saggiatore, 29 euro) di cui Latella è autore. Ho scoperto da subito che sono ottocento e passa pagine. E questo mi ha fatto un po’ fatica.

copertina Incanto - Antonio Latella - Il Saggiatore

Allora ho cominciato dalla fine. A pagina 802, sotto il titolo Ringraziamenti, leggo:

Squillo del cellulare. Rispondo. «Pronto?» «Sono Andrea de Il Saggiatore.» «Ciao.» «È vero che stai scrivendo un…» «Sì, sì, sto scrivendo… ma non so cosa scrivo, lascio che le parole vadano…» «Me lo fai leggere?» «Andrea, è lungo, pieno di errori, un casino.» «Mandalo così.» «Così?» «Sì.» «Ok.» «Promesso?» «Promesso.»

Ho capito. Lo leggerò con calma. Ottocento pagine in pdf mi sembrerebbero una tortura.

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LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
regia Antonio Latella
con Sonia Bergamasco, Marta Cortellazzo Wiel, Ludovico Fededegni, Giovanni Franzoni, Francesco Manetti, Gabriele Pestilli, Marta Pizzigallo, Valentino Villa
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Graziella Pepe
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
produzione Teatro Stabile dell’Umbria

Pasolini nudo e l’ostinazione del vero

Nell’ottobre del 1975, qualche settimana prima della tragica notte all’Idroscalo, Pier Paolo Pasolini commissionò al fotografo Dino Prediali una serie di fotografie che lo ritraevano nudo. “Ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto“.

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph. Dino Previali

Da quel servizio fotografico, 78 immagini, che nelle intenzioni dello scrittore avrebbero dovuto accompagnare la pubblicazione di Petrolio, ma soprattutto da una serie di articoli che tra il 1968 e il 1970 Pasolini aveva scritto per la sua rubrica, intitolata Il caos, sul settimanale Tempo, è partito il lavoro di Diana Höbel, ideatrice, autrice, attrice.

Il suo Pasolini – il Caos contro il Terrore, prodotto da La Contrada si replica fino a domani sera al Teatro dei Fabbri, a Trieste.

Teatro come incenso. Pagine corsare

Lavoro documentario, ma al tempo stesso molto personale, in cui Höbel riprende in mano quegli articoli, per forza di cose corsari, e li rilegge alla luce del presente. Meglio: alla luce della presenza di Pasolini nel presente. Sollecitata, anzi parecchio contrariata, dalla mole di materiali e dall’incenso che lo scorso anno (il centenario della nascita) hanno santificato, mercificato, definitivamente consumato PPP.

Proprio lui, pubblica accusa in tutti i processi, passati e presenti, al consumismo.

Pier Paolo Pasolini - immagine di Paolo Cervi Kervischer
PPP – immagine di Paolo Cervi Kervischer

L’orticaria

Chi segue questo blog, probabilmente sa quante volte la celebrazione teatrale di anniversari e ricorrenze mi abbia procurato l’orticaria. Niente di più noioso, fastidioso, mercantile, a volte repellente, degli spettacoli che negli scorsi anni hanno festeggiato i cento, duecento, mille anni, dalla nascita o dalla morte di Leonardo Da Vinci, Primo Levi, Dante Alighieri, Pier Paolo Pasolini. Per non parlare della prima guerra mondiale e dell’attuale revival di Italo Calvino (nato il 15 ottobre del 1923). Poi, “passato il santo, passata la festa”.

Per fortuna, mia e sua, la riflessione di Diana Höbel arriva adesso fuori tempo massimo (Pasolini era nato nel marzo del 1922) e fin da principio si intuisce che non siamo di fronte a uno spettacolo d’occasione. Sembra piuttosto essere nato da una convinzione.

Convinzione come quella che l’aveva spinta, anni fa, a scrivere e portare in scena un testo sulla Ferriera di Servola, a Trieste (l’altoforno ora dismesso e in parte demolito). Allestimento molto documentato anche quello, appassionato e avvincente. Al quale era seguito un mio commento, che per molti mesi è stato uno tra gli articoli più letti di questo blog.

Sai chi era Pasolini? No

Bisogna ora risalire a un anno fa, quando Höbel viene chiamata in una scuola superiore per tenere un laboratorio teatrale su PPP, indirizzato agli studenti del quinto anno. Maturandi. Cinque gli iscritti: quattro ragazze, un ragazzo. “Conoscete Pasolini?”. “No”. “Sapete cosa è stato il Sessantotto?”. “No”.

Non è davvero il caso di indulgere al piagnisteo sulla perdita della memoria nazionale. Anzi, della memoria tout court.

Semmai, bisogna rimboccarsi le maniche. Dare agli adolescenti, alla generazione Z (i nati nei primi dieci anni del 2000), l’opportunità di sapere e capire cos’è successo nell’ultimo cinquantennio. Cioè: qual è stata l’adolescenza dei loro genitori.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
immagine di Paolo Cervi Kervischer

Ma anche dare a noi stessi (i loro genitori,appunto, noi boomer) un’occasione per capire che cosa sia successo, che cosa abbia ribaltato irrevocabilmente la scala di valori su cui si fonda, in questi ragazzi, la percezione e la conoscenza del passato. Del passato prossimo soprattutto.

Il falso e il vero delle nostre vite

Höbel è molto brava nel mettere assieme tutti i materiali che sono necessari per ricostruire il quadro. Ha fatto ricerche, ha riletto libri, ha scavato dentro Google e YouTube, ha sfruttato genialmente i prestiti bibliotecari. 

È stata brava anche sul piano didattico. Ha fatto vedere ai ragazzi il film Teorema (1968). E quelli, senza aver mai incrociato e pronunciato le parole contestazione, alienazione, conflitto di classe, hanno capito quasi tutto.

Chi è il misterioso visitatore (“Arrivo domani”) che in Teorema mette fine al monotono vivere borghese di una famiglia? (ndr: e che famiglia! Silvana Mangano, Laura Betti, Massimo Girotti, Adele Cambria, l’ospite è interpretato da Terence Stamp e c’è pure il poeta Alfonso Gatto).

L’ospite è Dio, lo capiscono presto i ragazzi, istradati anche dalla musica di Ennio Morricone. Il Dio che in nome del Vero, mette a nudo il vuoto ordinario di quella ricca famiglia borghese e cambia e distrugge. Il Dio che “rivela la falsità della loro precedente vita” .

Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema
Betti, Pasolini, Girotti, Mangano e Stamp sul set di Teorema

Non solo Teorema. Lo spettacolo di Höbel mette in fila molti dei punti più importanti del Pasolini corsaro: dai processi per oscenità al caso Braibanti, dalla poesia in difesa dei poliziotti a Valle Giulia – “Vi odio, cari studenti…” titolava L’Espresso – fino alla complessa vicenda che coinvolge Montedison, Enrico Mattei, Eugenio Cefis e la stesura di Petrolio, pubblicato poi postumo nel 1992.

Il testo intercetta i pensieri e gli scritti di Enzo Biagi, Rossana Rossanda, Elsa Morante, Franco Fortini, Maria Antonietta Macciocchi, Elvio Facchinelli. Lo spettacolo collega poi quelle figure e quei punti con grandi archi, tornando a sottolineare più volte, sempre, come alla base del lavoro di Pasolini ci sia sempre la ricerca del vero, l’ostinazione e l’ossessione del vero.

Della nuda verità, così come nudo, esposto, alla fine è lui nelle fotografie di Prediali (l’ultima viene scattata pochi giorni prima della notte del 2 novembre 1975).

Pasolini nudo - ph Dino Previali
ottobre 1975 – ph Dino Previali

Alle spalle della perfomer

Per Pasolini – il Caos contro il Terrore si dovrebbe parlare di un formato reading. Ma il commento musicale e sonoro che, alle spalle della performer, viene via via costruito dalla chitarra e dal live electronics del duo Baby Gelido (Daniele e Stefano Mastronuzzi) dà un atmosfera e spessore all’allestimento. Che utilizza pure gli acquarelli di Paolo Cervi Kervischer, i quali restituiscono, per evocazione, il teso spirito del tempo.

immagine di Paolo Cervi Kervischer
Gli scontri a Villa Giulia – immagine di Paolo Cervi Kervischer

È un lavoro, questo, che certo guarda indietro. Ma ha come principale riferimento il presente, e gli adolescenti: la generazione Z, che quel passato ignora. A torto, oppure a ragione.

I pericoli di IA

Dico a ragione e aggiungo una mia riflessione. Al posto di demonizzare le intelligenze artificiali (e il loro agente segreto oggi più famoso Chat GPT), al posto di strapparsi i capelli di fronte ai rischi impliciti nel metaverso, nella post-verità, nel trans-umanesimo, non sarebbe più utile e efficace analizzare e capire quel che succede. A noi, nati nel 1900. A loro nati nel 2000. Potremmo scoprire, per esempio, che la Verità sta perdendo il ruolo di valore cardine. Pericoloso?

Chi lo sa. Per Socrate e poi per Platone l’invenzione della scrittura era sospetta, pericolosa, velenosa. Per la Chiesa di Roma, l’invenzione della stampa a caratteri mobili e la conseguente libera interpretazione della Bibbia erano temibili. Pericolosissime. Sappiamo ciò che è successo dopo. E quanto siamo in debito oggi con la scrittura e la stampa. Ma ci sono voluti cinque secoli e la sociologia per capire che cosa abbia veramente significato la nascita della Galassia Gutenberg e del’homo tipographicus

Oggi ce la vediamo con il digitale. E non c’è forse bisogno di ripetere che le grandi rivoluzioni, i salti senza ritorno nella storia dell’umanità, dipendono dall’evoluzione delle tecnologie.

Pasolini, nel secolo scorso, puntava il dito contro il capitalismo tecnocratico. Oggi il capitalismo è un altro, ma l’attuale tecnocrazia andrebbe capita, studiata, analizzata, criticata. Non con le chiacchiere su Facebook e altri social, ma a fondo. Come faceva Pasolini con il Sessantotto. Nel Sessantotto.

Diana Höbel - locandina spettacolo
Diana Höbel

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PASOLINI. IL CAOS CONTRO IL TERRORE
di e con Diana Höbel
musiche originali dal vivo dei Baby Gelido – Daniele e Stefano Mastronuzzi
produzione La Contrada Teatro stabile di Trieste
al Teatro dei Fabbri – Trieste, fino a sabato 28 ottobre 2023 (ore 20.30)

Visavì 2023. La danza di fronte

Visavì è un modo per dire “di fronte”. Vis-à-vis. Faccia a faccia. Gorizia e Nova Gorica sono due città, una di fronte all’altra.

Italiana la prima, con una lunga storia alle spalle. Slovena l’altra, si è sviluppata dopo la seconda guerra mondiale. In realtà si tratta di uno stesso nucleo urbano, bilingue, spezzato dalle regole inesorabili dei trattati di pace, della storia, delle ideologie che separano le genti, invece che unirle. Ne abbiamo esempi molto attuali.

Nel 2025, Gorizia e Nova Gorica, assieme, saranno Capitale Europea della Cultura.

Visavì 2023 - Rijeka National Theatre Dance Company - ph Giovanni Chiarot
Rijeka National Theatre Dance Company – ph Giovanni Chiarot

Visavì è anche un festival di danza, di nuova danza anzi, che da quattro anni si tiene a cavallo tra le due Gorizie, aprendo le porte dei teatri dell’una e dell’altra, movimentando un pubblico che per cinque giorni – di continuo, agevolmente, senza problemi – attraversa il confine di Stato italo-sloveno (*). Gli artisti – italiani, sloveni, croati e non solo – si esibiscono di qua e di là. Grazie alla sua lingua, la danza parla in fondo ogni lingua.

La forma festival

Mi sono altre volte occupato di Visavì, l’ho seguito e ne ho scritto (per esempio qui). Perché incarna la giusta forma che un festival dovrebbe avere oggi . Secondo me, almeno. 

Lo sguardo concentrato sul contemporaneo. L’equilibrio tra il richiamo di personalità note e la curiosità per giovani figure, ancora da scoprire. L’internazionalità. L’intuito nell’allestire, oltre alle sale, luoghi nuovi, inconsueti, nei quali ambientare eventi, e allargare fuori dalle città l’orizzonte della manifestazione. 

Infine, l’attenzione al pubblico e agli operatori internazionali, che oltre agli spettacoli, possono frequentare workshop e sharing, intensificare gli incontri, percepire la presenza e l’importanza di tutto il territorio. 

Visavi 2023 - Gorizia Dance Festival - manifesto
il manifesto di Visavì 2023

Ecco perché enti locali, ministero Mibact, organizzazioni interstatali sostengono e hanno finanziato Visavì 2023. È uno dei motori di quella economia circolare, che permette di investire allo stesso tempo in cultura, intrattenimento, turismo, imprenditoria locale. Se ci aggiungete che a nord-ovest di Gorizia si stendono le pendici del Collio, una delle più apprezzate aree vitivinicole del nostro Paese, il quadro si completa anche sul piano eno-gastronomico. 

In antiche dimore

A pochi chilometri da Gorizia, si trovano Gradisca e Cormons, cittadine con una storia singolare, piccoli centri, ricchi di segreti urbanistici. Perché non approfittare – ha pensato il direttore artistico di Visavì 2023, Walter Mramor – di queste disperse ricchezze. Gradisca per esempio, vanta una significativa galleria d’arte contemporanea, con un bel patrimonio di opere.

Da parecchi anni la coreografa Marta Bevilacqua studia, dentro i musei, il rapporto che i manufatti possono intrattenere con il lavoro dal vivo dei danzatori. Così proprio a Gradisca, città-fortezza, nella piccola corte di Palazzo Torriani, alle spalle della Galleria Spazzapan, con una performance dal titolo Four, Bevilacqua ha sperimentato inediti percorsi di visione tra gli spazi all’aperto dell’edificio, alcune sculture, il movimento dei performer. Un modo, anche, per ridare valore e senso al camminare e al guardare, con cui si affrontano di solito pigramente le visite culturali.

Four - Marta Bevilacqua - ph Nicola Merlino
Four – Marta Bevilacqua – ph Nicola Merlino

Qualcosa di simile era accaduto il giorno prima a Cormòns, dove il giardino di Palazzo Locatelli, antica dimora borghese, adesso municipio, ha offerto ai giovani interpreti della Compagnia EgriBiancoDanza la possibilità di presentare al pubblico la destrutturazione di una delle partiture più celebrate e storicizzate della danza novecentesca, La sagra della primavera di Strawinsky. Affidata qui all’algoritmo di un programma digitale e a un gioco combinatorio, aleatorio addirittura, che potrebbe perfino ribaltare il sacrificio che il compositore aveva concepito come esito della propria creazione (del resto, lo aveva fatto anche Maurice Béjart).

Visavì 2023 -Coreofonie Le Sacre - EgriBiancoDanza - ph Giovanni Chiarot
Coreofonie Le Sacre – EgriBiancoDanza – ph Giovanni Chiarot

Liberarsi. Anche dagli indumenti

La stessa intenzione vivificante che mi è parsa attraversare anche una rinnovata lettura del Bolero di Ravel. Pezzo inesorabile, che nella versione coreografica di Béjart aveva segnato il secolo scorso. Ebbene, per le compagnie di Lubiana, En-Knap, e di Zagabria, Zagreb Dance, il madrileno Jesús Rubio Gamo ha rieditato quel ritmo vorticoso, facendo compiere al gruppo larghe marce circolari che si risolvono in una gran liberazione di energie, oltre che di abiti e indumenti. Fino a far esplodere la pulsione liberatoria, panica, che intercetta il ritmo sempre più stringente della musica e ricade sul pubblico, eccitandolo, facendolo alzare in piedi (qui il trailer).

Gran Bolero – Jesús Rubio Gamo – ph Giovanni Chiarot

Molto più compassata all’opposto, la distinzione tra Girls&Boys, o meglio tra ruoli di genere, che il coreografo Roy Assaf, ha imposto ai suoi due gruppi, maschi e femmine della compagnia maltese Zfin. Spiritosi, a tratti, altre volte molesti.

Girls&Boys - Roy Assaf - ph Giovanni Chiarot
Girls&Boys – Roy Assaf – ph Giovanni Chiarot

Zappalà. Solenne. Bachiano

Al centro del cartellone di Visavì 2023 spiccava la prima ufficiale di una recente creazione di Roberto Zappalà. Il coreografo catanese è noto per l’ispirazione mediterranea, l’esuberante drammaturgia dei lavori e l’abilità nel comporre affreschi in movimento.

In Cultus, il nuovo titolo, le tante ispirazioni sembrano prendere strade diverse. Si inizia con appelli all’affrancarsi dalle dittature e con una carrellata di sonetti shakespeariani in lingua originale, cui fa seguito un divertente e colorato numero di liscio: una mazurka romagnola intesa arditamente come citazione dalla tradizione musicale italiana.

È solo dopo, che l’atmosfera mondana si disperde, i colori si stemperano, e sulla sontuosa partitura di David Lang (Little Match Girl Passion, ispirata al racconto della piccola fiammiferaia), Zappalà fa crescere un pezzo di danza teso, intenso, solenne, bachiano, che ferma gli occhi. Difficile resta capire come i primi capitoli di Cultus, più sbarazzini, si mettano in rapporto con l’ultima parte. Sarà il tempo, forse, a spiegarlo. O a separare le sequenze.

Cultus – Roberto Zappalà – ph Guido Mencari.

Oggettivamente bello

Accanto a questi titoli di richiamo, Visavì 2023 includeva spettacoli oggettivamente belli. Di Gli anni, lavoro che Marco D’Agostin ha dedicato a Marta Ciappina, ho parlato dal debutto al festival Vie di Modena (vedi qui).

Rivederlo, mi ha convinto che si tratta di uno dei titoli che più mi hanno colpito e coinvolto quest’anno. Io voterò ai Premi Ubu, voi intanto guardatevi il trailer su YouTube.

Anche a Un discreto protagonista, dove Damiano Ottavio Bigi duetta con Lukasz Przytarsk, ho già accennato altre volte. Vedo in questo sobrio danzatore italiano, che porta in sé tracce del percorso di formazione con maestri come Pina Bausch e Dimitris Papaioannou, la capacità di coniugare la discrezione del titolo (frutto anche della collaborazione con Alessandra Paoletti) e una allegra disinvoltura di movimenti, a tratti ironica, a tratti sperimentosa, a tratti frivola, che tiene sempre all’erta lo spettatore lungo tutta una tavolozza visiva e musicale (da Vivaldi e Caldara al Jumpin’ Jive di Cab Calloway). Il trailer è qui.

Un discreto protagonista - Fritz Company
Un discreto protagonista – Fritz Company

Visavì 2023 nella rete

Non mi sono fatto un’idea precisa, infine, riguardo alla creazione che l’artista slovena Mala Kline ha dedicato al rapporto, intensissimo, con il proprio padre. Nella rivisitazione di quel rapporto e della sua vita, anche grazie ai film di famiglia, i mitici super-otto, Kline ricostruisce un mondo personalissimo, ora intimo, ora doloroso. Che solo il lavorìo sonoro del violoncello di Kristijan Krajnčan riesce ad alleviare.

PanAdria, una rete internazionale di operatori di settore, ha individuato in questo Memoria, un progetto su cui puntare risorse per la sua crescita. 

Visavì 2023 - Memoria - Mala Kline - ph Giovanni Chiarot
Memoria – Mala Kline – ph Giovanni Chiarot

E siccome ho la tendenza fidarmi, credo che rivederlo in una fase più avanzata potrà chiarire a me, e non solo a me, parecchie idee. Se vi capitasse di incrociarlo non esitate però a vederlo. E fatemi poi sapere le vostre impressioni.

(*) postscriptum : quel confine di Stato italo-sloveno che fino a ieri sembrava così attraversabile, invisibile quasi, oggi si è di nuovo fatto stretto. Per “ragioni di sicurezza”, nei prossimi giorni si registreranno sospensione del Trattato di Schengen, controlli di frontiera, eventuali respingimenti. E siamo dentro l’Unione Europea. Non sempre la storia, e chi la determina, fanno passi avanti. I dietrofront sui diritti sono dietro l’angolo.

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VISAVÌ 2023
Gorizia Dance Festival
direzione artistica Walter Mramor
coordinamento Sara Pastorcich
organizzazione Chiara Cardinali, Maria Chiozza, Tatiana Castellan
ufficio stampa Martina Apollonio

Marco Paolini, VajontS 23. La storia in mano ai cittadini

Succederà questa sera, 60 anni dopo, alle 22.39, nell’esatto momento, in 135 teatri, grandi e piccoli, in Italia e anche all’estero, la lancetta ripercorrerà lo stesso tratto, e la tragedia del Vajont tornerà ad essere collettiva.

manifesto per VajontS 2023

Succederà di ripercorrere ciò che accadde la sera del 9 ottobre 1963. La montagna franò nel bacino della diga – quella del Vajont – e l’onda gigantesca, 50 milioni di metri cubi d’acqua, ricadendo a valle, rase al suolo tutto ciò che incontrava. Paesi, case, strade. Duemila morti.

Sessant’anni anni dopo, VajontS 23 è una “azione corale di teatro civile” ideata da Marco Paolini assieme a Marco Martinelli e al comitato promotore di La Fabbrica del Mondo.

Oltre ai teatri, il progetto mette insieme scuole, università, istituzioni, in tutta la penisola: 118 momenti di lettura, 236 gruppi “affettivi”, 50 compagnie amatoriali, comitati di quartiere, centrali idroelettriche. Persino la corsia di un reparto oncologico. 

Un territorio fragile

“Quella tragedia appartiene alla storia del nostro Paese anche grazie al teatro. Ecco perché dobbiamo continuare a usarlo, il teatro, per far entrare altri racconti importanti in questa storia” dice Paolini, interprete dello spettacolo Il racconto del Vajont, capostipite del filone di “teatro civile”, tramesso in tv direttamente dalla diga, nel 1997, con un riscontro straordinario di audience, e ancora indelebile dalla memoria di molti spettatori.

Marco Paolini sulla diga del Vajont -1997
Marco Paolini sulla diga del Vajont -1997

“Questo di lunedì 9 sarà un Vajont con la S al plurale – continua l’attore – perché le situazioni di fragilità del nostro territorio sono tante. La fragilità idrogeologica e le situazioni di siccità, a cui la crisi climatica ci espone, richiedono anche al teatro, all’arte in generale, di occupare un ruolo di collante sociale tra i cittadini”.

Più di centotrenta teatri, dall’Alto Adige alla Sicilia, hanno lavorato autonomamente con un proprio coro per VajontS 23 , sulla base di un comune canovaccio. Tra gli stabili si sono attivati il Piccolo Teatro di Milano (dove ci sarà lo stesso Paolini), lo Stabile del Veneto (la serata sarà condotta da Telmo Pievani e Giuliana Musso), lo Stabile Torino, lo Stabile del Friuli Venezia Giulia, lo Stabile di Bolzano, Sardegna Teatro e lo Stabile dell’Umbria.

A loro si uniranno le compagnie storiche del teatro di ricerca e le compagnie che negli scorsi decenni hanno costruito generazioni attraverso il teatro per gli adolescenti. E ancora l’ex ospedale psichiatrico Pini di Milano, l’Hangar 11 a Belluno, un’aula del Politecnico di Milano e il Circolo dei Lettori di  Torino.

VajontS 23 in Friuli Venezia Giulia

Ricordando che Erto e Casso, due dei paesi distrutti allora dalla frana, appartengono al Friuli Venezia Giulia, molti saranno i momenti in cui, anche in questa regione, VajontS 23 coinvolgerà artisti e pubblico. 

A Trieste, La Contrada prevede un evento ideato da Mario Bobbio e Enza De Rose, presso la Kleine Berlin, le gallerie antiaeree della seconda guerra mondiale (ore 21.30). Il pubblico si addentrerà nel sottosuolo assieme a Enza De Rose, Zita Fusco, Valentino Pagliei e alle musiche di Leonardo Zannier.

A Udine, il Css aderirà a VajontS 23 con una serata al Teatro Palamostre (ore 21.00). È annunciata la partecipazione di Roberto Anglisani, Fabiano Fantini, Rita Maffei, Nicoletta Oscuro, accompagnati da un intervento pubblico di Davide Enia, un altro fra gli esponenti forti del teatro civile di narrazione. Anche al Teatro Giovanni da Udine (ore 21.15), un’ulteriore iniziativa sarà promossa dal direttore Roberto Valerio.

Al Comunale di Gradisca (ore 20.00), dopo la proiezione del film Vajont (2011, regia di Enzo Martinelli), Artisti Associati presenterà il reading corale La dosolina a cura di Chiara Cardinali e Gioia Battista.

Qualche giorno dopo, Trieste si assocerà di nuovo al progetto con lo spettacolo di Andrea Ortis Il Vajont di tutti, programmato al Rossetti, in Sala Bartoli, il 12 e il 13 ottobre. Lo stesso titolo sarà presente nei giorni successivi nel circuito ERT FVG, a Cividale, Maniago Artegna, Sacile.

Andrea Ortis - Il Vajont di tutti

Segnali ignorati, indizi sottovalutati

Il senso complessivo non è tuttavia quello della rievocazione: VajontS 23 intende piuttosto essere una riflessione trasversale, viste le tante diverse realtà coinvolte, intorno al temi dell’emergenza idrica e più in generale della crisi climatica

“In questi decenni – aggiunge Paolini – dopo aver raccontato tante volte vicenda, ho capito che oggi, essa parla di noi, e non di loro, ho capito che parla di adesso, e non di allora. Non raccontiamo solo ciò che è accaduto sessant’anni fa, ma quello che potrebbe accadere a noi, su scala diversa, in un tempo assai più breve. Raccontiamo di segnali ignorati o sottovalutati”.

Longarone, ottobre 1963
Il greto del fiume Piave davanti a Longarone – ottobre 1963

In questo senso VajontS 23 si annuncia anche come il più grande evento di “teatro diffuso” mai realizzato finora in Italia: “Sarà un coro che richiama i cittadini, senza fornire a loro delle risposte tecniche – dice ancora – senza indicazioni politiche su che cosa bisogna fare. Non compete a certo noi artisti la direzione politica. Ci compete invece rimettere in mano ai cittadini una presenza attiva: quella che chiamiamo prevenzione civile. Un ruolo pre-politico, dunque, al quale la politica oggi non è in grado di rispondere, perché divisiva. Storie come questa del Vajont ci aiutano a rimettere insieme le persone”. 

[pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, sabato 7 ottobre 2022]