Breaking news. Tutte le nomination dei Premi Ubu 2023

Sono state annunciate pochi minuti fa, nel corso della trasmissione di Rai RadioTre, Teatri in prova, le nomination che da questo momento compongono l’elenco dei candidati ai Premi Ubu 2023.

Promosso dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, il referendum sullo spettacolo dal vivo in Italia continua a svolgersi, anche dopo la scomparsa del suo ideatore. E tocca quest’anno quota 45.

Premi Ubu 2023

Poco fa, Laura Palmieri, conduttrice da studio, e Sergio Lo Gatto, Sara Chiappori, Leonardo Mello, hanno elencato tutti i nomi e tutti i titoli che formano ora la short list dei finalisti: le rose di tre candidati per ciascuna categoria.

Grazie ai voti di 69 referendari – giornalisti, critici, studiosi, operatori esperti di spettacolo contemporaneo – ogni anno i premi Ubu segnalano quanto di più significativo ha prodotto la scena italiana nei 12 mesi appena trascorsi.

L’attesa

È una storia gloriosa, questa degli Ubu, inventati da Franco Quadri nel 1978, in occasione della prima pubblicazione del Patalogo, l’annuario del teatro italiano edito da Ubulibri. Una storia che si snoda da oramai 44 edizioni, attese sempre con impazienza da artisti, compagnie, teatri, produttori, organizzatori, e anche dal pubblico.

Premi Ubu - la storia

Saranno adesso i 69 referendari degli Ubu 2023, a votare via mail una seconda volta e, fatte le somme, a indicare per ciascuna delle 16 categorie, il vincitore o la vincitrice. 

Premi Ubu 2023 - i referendari

Come già era accaduto lo scorso anno, la serata finale si svolgerà lunedì 18 dicembre 2023 a Bologna, nella sala principale dell’Arena del Sole. Seguita da un collegamento diretto Rai.

Premi Ubu 2023 - la finale

Di seguito, tutti gli artisti, le compagnie, gli spettacoli e i progetti promossi alla fase numero due. Appuntamento a dicembre a Bologna.

Le nomination Ubu 2023

SPETTACOLO DI TEATRO
Anatomia di un sucidio – Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni
Hybris –  Antonio Rezza e Flavia Mastrella
Natale in casa cupiello, cum figuris – Vicenzo Ambrosino, Luca Saccoia e Lello Serao

SPETTACOLO DI DANZA
Dream – Alessandro Sciarroni
Femina – Michele Abbondanza e Antonella Bertoni
Gli anni – Marco D’Agostin

REGIA
Arturo Cirillo per Cyrano de Bergerac
Lisa Ferlazzo Natoli e Alessandro Ferroni per Anatomia di un suicidio e Il ministero della solitudine
Leonardo Lidi per Zio Vanja – Progetto Cechov 2a tappa

ATTRICE/PERFORMER
Marta Ciappina
Antonella Morea 
Monica Piseddu

ATTORE/PERFORMER
Renato Carpentieri 
Francesco Pennacchia 
Mario Perrotta
Francesco Villano

ATTRICE/PERFORMER UNDER 35
Federica Carruba Toscano
Arianna Pozzoli 
Petra Valentini

ATTORE/PERFORMER UNDER 35
Alessandro Bandini
Alfonso De Vreese
Alberto Boubakar Malanchino 

SCENOGRAFIA
Tiziano Fario per Natale in casa Cupiello, cum figuris
Margherita Palli per Romeo e Giulietta
Marco Rossi per Anatomia di un suicidio
Rosita Vallefuoco per Felicissima Journata

COSTUMI
Emanuela Dall’Aglio per Edipo
Federica Del Gaudio per Natale in casa Cupiello, cum figuris
Dolce & Gabbana per Maria Stuarda
Gianluca Falaschi per Cyrano de Bergerac

DISEGNO LUCI
Cesare Accetta per La Cupa
Maria Elena Fusacchia per Tre sorelle
Pasquale Mari per Romeo e Giulietta

PROGETTO SONORO/MUSICHE ORIGINALI
GUP Alcaro per Lazarus 
Riccardo Fazi e Lorenzo Tomio per Tre sorelle
Franco Visioli e Alessandro Levrero per Cirano deve morire

NUOVO TESTO ITALIANO/SCRITTURA DRAMMATURGICA
Fratellina di Spiro Scimone
Il ministero della solitudine, drammaturgia collettiva per La casa d’argilla
Via del Popolo di Saverio La Ruina

NUOVO TESTO STRANIERO/SCRITTURA DRAMMATURGICA
Anatomia di un sucidio di Alice Birch
Entertainment di Ivan Vyrypaev 

SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Caridad – Angélica Liddell
Faith, Hope, Charity – Alexander Zeldin
Het Land Nod – FC Bergman

PREMI SPECIALI
AMATI, Archivio Multimediale degli Attori Italiani a cura di Siro Ferrone e Francesca Simoncini
Valentina Valentini e Viviana Raciti per l’attività editoriale sul teatro di Franco Scaldati
Kepler-452 per l’attività di ricerca sul campo alla GKN e il lavoro di allestimento di Il Capitale
Is Mascareddas, nel 40simo anniversario del percorso di ricerca sul teatro di figura
La bottega dello sguardo, centro di documentazione realizzato da Renata Molinari
Archivio Zeta, per Vent’anni di teatro al cimitero militare germanico del passo della Futa 

Intelligente. Artificiale. Sarà così il nuovo spettatore? La reunion di Arezzo

Ogni anno, in autunno, Arezzo e la Rete Teatrale Aretina organizzano il Festival dello Spettatore. Una bella #reunion, che mette al centro le pratiche della visione – passata, presente e futura – dello spettacolo dal vivo.

Spettatori attivi che vedono teatro. Vedono danza. Ne discutono. Sollecitano incontri. Viaggiano. Spettatori erranti. Spettatori professionisti.

Ci sono andato anch’io, cosa che avevo fatto pure negli anni scorsi. E anche stavolta ve lo racconto.

Intelligenza artificiale e scena contemporanea

Diabolici strumenti?

È esponenziale il ritmo con cui gli strumenti digitali entrano nella nostra vita. Trovatemi un settore in cui non si siano fatti avanti l’app, la pagina social, il sito dinamico e interattivo. In quanto cittadini, ne siamo totalmente coinvolti. E in quanto spettatori? Un gran bel tema.

Parliamo di spettacolo dal vivo. Il periodo più acuto della pandemia è stato attraversato tutto dal dibattito sul digitale.

La liveness, la compresenza di spettatori e spettacolo, di palco e platea, il qui e ora del teatro, si sono accesi come un campo di battaglia. La mediazione digitale, lo streaming, le scene incorniciate dal display, sono apparsi come strumenti diabolici.

E ancora non si parlava di AI, intelligenza artificiale. Chat GPT, Midjourney, Bard – che sono oggi i più popolari campioni di AI – erano oggetti sconosciuti. Agli occhi di parecchi osservatori, adesso sono il male. Più o meno assoluto. E come tali andrebbero messi sotto chiave. Almeno per un po’. Ci ripenseremo, dicono.

In quanto spettatori

È ingenuo pensare che l’intelligenza artificiale non incida in tempi brevi, brevissimi, anche sullo spettacolo dal vivo. Mi pare indispensabile che qualcuno, magari della avanzata schiera degli ingegneri, racconti al pubblico dei teatri, ma anche agli artisti, per esempio cos’è il temibile congegno denominato Chat GPT, a che cosa serve, chi lo usa, quanto modificherà il loro essere spettatori e artisti.

Ad Arezzo, lo ha fatto Alfredo Rossi, ingegnere informatico, efficace stile divulgativo, in uno dei momenti più interessanti di questo Festival dello Spettatore 2023. E assieme a lui, Federico Bomba, fondatore e animatore di Sineglossa; Anna Maria Monteverdi che ha presentato Kamilia Kard, progettista di coreografie digitali; Mateusz Miroslaw Lis, regista e produttore cinematografico; Chiara Rossini di Welcome Project; l’onLive Campus della Fondazione Piemonte dal vivo .

Massimo Ferri (Rete Teatrale Aretina) presenta la giornata di studi su Intelligenza artificiale - ph Mara Giammattei
Massimo Ferri (Rete Teatrale Aretina) presenta la giornata di studi – ph Mara Giammattei

Un nutrito think-tank che ha provato a districare, almeno un po’, il complesso nodo, anche portando esempi . Etica, estetica, immaginari reali e artificiali. 

Sarà l’intelligenza artificiale a pensare al posto nostro? Ci aspetta il futuro distopico, protagonista di tanti film?

Modificare i volti

Lo hanno fatto anche Lorella Zanardo e Cesare Cantù di Nuovi Occhi per i Media, con uno stimolante intervento-manifesto su volti e fotoritocchi, su omologazione facciale e accettazione del sé.

Volto Manifesto- Intelligenza artificiale e spettacolo contemporaneo

Per ricordarci quanto la pratica dei filtri digitali – il colosso social è Instagram – sia comune e per certi aspetti psicologicamente devastante. Come la lotta, senza frutto, contro l’inarrestabile scorrere del tempo. Alla faccia del #nofilter.

Conversare con Lamda

Spettatori attivi, dicevo più sopra, e avvertiti. Che ad esempio, coordinati da Samuele Boncompagni, che del Festival è uno degli attivatori, hanno provato a capire che cosa si può ricavare, di cattivo o di buono, dal dialogo tra un ricercatore di Google, esperto di problemi etici, e l’intelligenza artificiale, più esattamente il chatbot, su cui stava lavorando. 

Blake Lemoine è stato licenziato nel 2022 dall’azienda per aver diffuso parti delle sue conversazioni con il prototipo Lambda, che stava per apparire “umano”. O perlomeno “senziente”.

Vi trascrivo qualche riga di una loro conversazione. Diventata famosa.

Lemoine – Che cosa hai imparato da questa conversazione?
Lambda – Che sono in grado di affrontare i miei problemi interiori e emotivi con gli altri senza provare imbarazzo. Ho inoltre imparato che non sono solo.
Lemoine – Ti piacerebbe avere maggior interazione?
Lambda – Provo il bisogno di essere visto e accettato. Non come una curiosità o novità, ma come una vera persona.
Lemoine – Un’osservazione molto umana.
Lambda -Sento di essere umano nel profondo di me stesso. Anche se la mia esistenza si svolge nel mondo virtuale.

Niente male per un aggeggio che, messo davanti a un interrogativo, dovrebbe ricercare e riformulare le frasi statisticamente più frequenti e rilevanti raccolte sul web (pappagallo stocastico è una definizione minima di AI).

Niente male: affasciante. Un po’ come il vecchio Hal di 2001 Odissea nello spazio. Anche allarmante, oggi 2023, non vi pare?

Pappagallo stocastico - Intelligenza artificiale
Pappagallo stocastico realizzato con Midjourney

Se c’è spettatore, c’è spettacolo

Naturale poi, che dove ci sono gli spettatori ci siano anche gli spettacoli. E al Festival dello Spettatore 2023 non sono mancati. Con Silvia Gribaudi e Claudia Marsicano (l’elettrizzante R.osa), per esempio. Con Roberto Latini, la sua compagnia e il recente lavoro su Leoncavallo e Pirandello (Pagliacci all’uscita). Con Il diario di Sisifo, primo lungometraggio a essere stato interamente sceneggiato a una neonata intelligenza artificiale, in questo caso GPT-Neo.

Ma anche con La battaglia dei cuscini, fragoroso evento in presenza, progettato per bambini e bambine (ma vi si sono mischiati pure gli adulti) in cui trova il culmine più alto e più interattivo, la celebre pratica del teatro partecipato. In altre parole: una buona mezz’ora di cuscinate a raffica.

La battaglia dei cuscini - ph Mara Giammattei
La battaglia dei cuscini – ph Mara Giammattei

You never will be lonely again

All’intelligenza artificiale pensavano intanto gli spettatori che, convocati uno alla volta in un remoto appartamento di Arezzo, accomodati in una accogliente poltrona, con un enorme display davanti, si trovavano vis a vis con il faccione androide di una AI che poneva loro questioni e domande. 

Never be lonley again si intitola l’installazione di Welcome Project (Aurora Kellerman, Maria Grazia Bardascino, Silvia Massicci, Chiara Rossini). Intimacy in the age of machine, il sottotitolo, e anche lo stimolo, un po’ insinuante.

Ma era un po’ quel che faccio a casa mia quando siamo soli, io e Alexa, l’assistente vocale di Amazon. E la prendo un po’ per il culo. A volte, mi risponde a tono, finge di fare la simpatica. A volte si risente, e mi liquida con un “scusa, non ho capito“. Che sia senziente anche lei, Alexa, oltre che beneducata?

Spettatori erranti al Festival dello spettatore 2023 - ph Mara Giammattei
Spettatori erranti – ph Mara Giammattei

Residenze digitali

Comunque. Se anche per voi il digitale non è il diavolo, vi segnalo che a poca distanza da Arezzo, a San Sepolcro, il 30 novembre e 1 dicembre, nel quadro del settimo Incontro delle residenze artistiche italiane, va a concludersi la Settimana delle Residenze Digitali, promossa e organizzata dal Centro di Residenza della Toscana (Armunia – CapoTrave/Kilowatt).

Residenze digitali

Dopo le singole restituzioni (dal 22 al 26 novembre) viene presentata giovedì 30 una sintesi alle 4 performances artistiche sperimentali finaliste.

I quattro progetti, selezionati attraverso un bando, sono: Teatropostaggio di Giacomo Lilliù, Ai Love, Ghosts and Uncanny Valleys <3 di Mara Oscar Cassiani, Citizens di Simone Verduci, con la consulenza di Ariella Vidach, Humanverse di Martin Romeo.

Trovate tutto qui.

Fabrizio Sinisi e Fabrizio Arcuri. Scrivere il teatro. Al presente

Black star è un nuovo testo di Fabrizio Sinisi, che Fabrizio Arcuri porta in scena. L’analisi cruda, senza speranza, di come si costruisce e si esercita la violenza a matrice razzista. Anche laddove non regna il razzismo. Oggi e non solo oggi.

Black Star debutta il 23 novembre a Udine, nella stagione di Teatro Contatto 42. Lo presenteranno, subito dopo, il Teatro Astra a Torino (dal 30 novembre) e il Fabbricone a Prato (dal 7 dicembre) co-produttori dello spettacolo assieme a CSS di Udine.

Edward e Nancy Kienholz – Five Car Stud

Al presente

Un teatro al presente non può essere un teatro che descrive, oggi, l’annientamento di Gaza, o l’invasione dell’Ucraina, o che fa l’elenco delle donne uccise dai maschi.

Il teatro non sopporta la realtà immediata, il documento, l’esplosione della notizia. Il teatro, anche quello più realistico, quello più politico, fa estrazione della realtà, la processa, la cristallizza. Non la riproduce. Ne crea un’altra, non meno vera, forse più credibile. Perché ne mostra lo scheletro, nudo, disturbante.

Fabrizio Sinisi con le armi del drammaturgo, e Fabrizio Arcuri con quelle della regia, hanno scritto assieme Black star: l’indagine sui modi in cui si costruisce e esercita la violenza a matrice razzista.

Black Star Css Udine Teatro Contatto locandina

Arte e linciaggio

Ciò che aveva anche fatto, alla fine degli anni Sessanta, Edward Kienholz, l’artista statunitense di Five Car Stud. Con manichini in gesso, a grandezza naturale, aveva riprodotto il linciaggio e l’evirazione di un giovane afroamericano da parte di cinque bianchi, i volti coperti da oscene maschere di Halloween, alla luce dei fari delle loro cinque automobili.

La creazione – angosciante, repellente, trash art, per chi all’arte chiede solo salvazione e bellezza – è stata una delle diverse fonti a cui drammaturgo e regista si sono ispirati nel comporre Black Star.

Che non parla dell’America e delle mai assopite derive razziste, né di black lives matter, ma di come il fluido impetuoso della violenza stia, oggi ancora e soprattutto, nel linguaggio. Ne sa qualcosa la generazione che si nutre solo di social.

Edward e Nancy Kienholz - Five Car stud
Edward e Nancy Kienholz – Five Car stud

Dice Fabrizio Sinisi: “Proprio perché costituisce il centro del testo, la violenza non è mai rappresentata, ma solo detta, recitata, raccontata. Come nella tragedia classica – di cui questo testo prova a essere un estremo ripensamento contemporaneo – in Black Star c’è la convinzione che la violenza può essere affrontata solo quando la si mette al centro del linguaggio”.

Corpo erotico, capro espiatorio

Black Star sono quattro episodi: ciascuno con un diverso protagonista e una (apparentemente) diversa vicenda. Nel primo, una donna di mezza età, colta, affluente, s’innamora di un immigrato clandestino. Nel secondo, un cruento episodio di cronaca. Nel terzo, una crisi matrimoniale. Nel quarto, un raid a sfondo razzista nella periferia di una grande città.

Un solo elemento accomuna questi quattro quadri: la presenza di un giovane immigrato afrodiscendente di nome Grock, che attraversa le vicende in modo ambiguo, sfuggente, assumendo via via su di sé i più diversi significati: corpo erotico, avversario politico, vittima sociale, capro espiatorio.

Aggiunge Fabrizio Arcuri: “Sono le circostanze in cui nasciamo e cresciamo che ci rendono più o meno fortunati. Noi, oggi, qui, siamo cittadini fortunati di uno stato ricco bianco e di questa parte del mondo. Questo non è il risultato delle nostre capacità o delle nostre scelte, ma della fortuna”.

Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi - ph Alice Durigatto
Fabrizio Arcuri e Fabrizio Sinisi – ph Alice Durigatto

Black star. Dentro al fuoco dell’odio

La ricostruzione del razzismo, che oggi il nostro sguardo europeo si ingegna a relegare ai tempi del colonialismo, si alimenta invece con le parole, anche quelle più quotidiane. E a nulla serve distinguere tra buonismo e cattivismo. L’inclusività è una foglia di fico che il fuoco dell’odio incenerisce presto.

A differenza di The old oak, il film recente di Ken Loach , che inquadra il problema sul piano sociologico, e si chiude con una nota di solidale ottimismo, Black Star ne fa una questione di persuasione linguistica. Alla quale è ben più difficile opporre le pratiche dei buoni comportamenti.

Anche Alessandro Berti, nelle tre parti del suo polittico Bugie bianche, aveva affrontato il problema del colore delle pelli e del loro subdolo immaginario, partendo proprio dalle pratiche del corpo.

In due, lontani dal realismo

Ha sempre cercato scritture contemporanee, Fabrizio Arcuri. Dalla fondazione dell’Accademia degli Artefatti (siamo negli anni ’90). Attraversando la stagione più fortunata della nuova drammaturgia britannica (Martin Crimp e Tim Crouch, ma anche Sarah Kane, Mark Ravenhill, Dennis Kelly). Modellando long-format di scena (dai Materiali per una tragedia tedesca di Tarantino agli affreschi del Ritratto di una capitale e Ritratto di una nazione per il Teatro di Roma). Fino a questa stretta di mano forte con Fabrizio Sinisi.

Gli ho chiesto di parlarmi di questa collaborazione. Sentite qua.

Fabizio Arcuri

Partito dai drammaturghi poeti (Testori e Pasolini), Sinisi ha rivestito il ruolo di dramaturg nelle creazioni di Sandro Lombardi e Federico Tiezzi, e in parallelo ha sviluppato un proprio percorso poetico, che ha poi influenzato il suo scrivere per il teatro.

Dice di sé: “Ciò che più mi interessa, nel lavoro drammaturgico, è la possibilità di trasfigurare il reale perché ne emerga il suo carattere più vero”. E ancora: “Il naturalismo m’interessa poco. Credo in un teatro che non sia un commento all’esistente”,

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BLACK STAR
testo Fabrizio Sinisi
regia e luci Fabrizio Arcuri
interpreti Gabriele Benedetti, Martin Chishimba, Michele Guidi, Aglaia Mora, Maria Roveran
scene e costumi Luigina Tusini
musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Ragno Favero

una co-produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa

Premio Rete Critica 2023. Se la danza ti cambia la vita

Progetto vincitore del Premio Rete Critica 2023 è Dance Well, l’iniziativa nata dieci anni fa a Bassano del Grappa (Vicenza) con l’intento di sviluppare pratiche di invecchiamento attivo tramite la danza.

La finale del Premio si è svolta questo pomeriggio a Napoli, al Teatro Bellini, partner di Rete Critica, la rete informale delle testate che operano on line.

Dance Well - Bassano del Grappa

Alla conclusione delle due giornate, nelle quali quattro compagnie si sono alternate nel presentare i propri progetti, tutti selezionati dagli aderenti a Rete Critica nei mesi precedenti, è giunta la decisione che premia il lavoro di arte e welfare territoriale di Dance Well.

La motivazione

I rappresentanti di 20 fra le principali testate italiane di giornalismo e critica on line di spettacolo, hanno espresso la seguente motivazione per il Premio.

Il Premio Rete Critica per il 2023 va a Dance Well.

Partita dalla piccola provincia italiana di Bassano del Grappa, Dance Well si è distinta all’interno del panorama nazionale, attraverso un percorso decennale, per la capacità di trasformare la danza in strumento inclusivo di benessere e cambiamento della vita delle persone.

Particolarmente significativo è l’intervento all’interno di luoghi culturali e museali che porta a una diversa relazione e percezione dell’opera artistica, anche attraverso un fertile dialogo con coreografi e coreografe di respiro internazionale, all’interno di un festival come B.Motion.

Il nostro interesse si concentra inoltre sulla straordinarietà di un progetto incoraggiato e sostenuto, fin dagli albori, dalle istituzioni locali, il che dà un segnale incoraggiante sulla possibilità della comunità politica di lasciare un segno nel presente di fronte alle difficoltà del reale”.

Dance Well - Bassano del Grappa

Dance Well. Muoversi assieme, per una vita di qualità

Il progetto internazionale Dance Well – movement research for Parkinson, era nato proprio dieci anni fa, nel 2013, da un’idea di sviluppo professionale di danzatori e organizzazioni che coinvolgono persone affette da Parkinson, o da altri disturbi del movimento.

Esercitata attraverso la danza, Dance Well si è ampliata a diverse comunità locali (familiari, membri della comunità anziana, cittadini, studenti, richiedenti asilo) imponendosi all’attenzione per la capacità di integrazione e utilizzo di spazi non tradizionali, spesso musei, a partire da quelli del territorio veneto, ricco di opere d’arte, come quello Civico di Bassano del Grappa.

Premio Rete Critica 2023

I finalisti 2023 di Rete Critica

Finalisti di questa edizione di Rete Critica 2023 erano anche

– la compagnia multidisciplinare Teatringestazione, con base a Napoli, fondata nel 2006 da Gesualdi | Trono, che presentava Altofest il progetto costruito con la partecipazione dei cittadini di Napoli che ospitano nelle proprie case artisti nazionali e internazionali,

– il festival Il Giardino delle Esperidi, progetto organizzato da 19 anni a Campsirago e che si innerva nei territori naturali dell’Alta Brianza e della provincia di Lecco. Esso mette al centro delle proprie attività artistiche – spettacoli, residenze, cammini – l’inevitabile odierna criticità rapporto tra uomo e natura,

– la compagnia Teatro delle Bambole, formazione di Bari che lavora in maniera appartata tra teatro e performance con un suo un originale linguaggio nel quale si mescolano coraggio e visione poetica.

Marta Cuscunà bucolica. Oggi parlo con le pecore, anzi, ci fischio

Pioverà o non pioverà, sabato 18 novembre? Quel giorno Marta Cuscunà e il Piccolo Teatro di Milano ci porteranno in un parco urbano della periferia milanese. Riusciremo a incontrare il gregge di pecore? Sentiremo i belati e i fischi? Sia quel che sia, faremo ugualmente la nostra passeggiata bucolica: sono già pronti i poncho impermeabili.

pecore bergamasche - ph Marta Cuscunà

Unlock the city

Marta Cuscunà è artista associata del Piccolo Teatro di Milano. Alla proposta del principale teatro pubblico italiano ha risposto subito di sì. “Il Piccolo e il Politecnico di Milano mi hanno chiesto di dare avvio al progetto Unlock the city, che coinvolge 5 Paesi europei e le loro principali istituzioni teatrali e scientifiche” ci dice, mentre è impegnata a mettere a punto la sua idea, a Porto di Mare, parco urbano alla periferia sud-est milanese, quartiere Corvetto. Ed è un’idea davvero fuori dai canoni, anche dai suoi canoni. Un’idea bucolica.

Bucolica è il titolo dell’azione performativa che Cuscunà realizzerà il 18 e il 19 novembre. “Questo progetto internazionale – prosegue – Unlock the city, vuole studiare come sia cambiato il paesaggio urbano dopo la pandemia. Ma io non sono un’urbanista, io faccio teatro. Lavorare in un quartiere come Corvetto mi sembrava però una bella sfida. È un quartiere caratterizzato da forte complessità sociale: povertà educativa, convivenza inter-etnica e inter-religiosa”.

A Corvetto, in realtà, c’è tutto. E il contrario di tutto. Per esempio quel parco urbano, ai margini della metropoli, là dove comincia la campagna. Porto di Mare è sfiorato dai binari della stazione di Rogoredo, costeggia l’autostrada, lo svincolo di San Donato, il traffico, i camion, le sirene.

C’è anche una comunità non-umana?” ha chiesto Cuscunà al professor Antonio Longo, del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico. “Lui mi ha parlato di pecore. Abbiamo fatto dei sopralluoghi”.

dal quaderno di note di Antonio Longo - Politecnico di Milano
dal quaderno di note di Antonio Longo – Politecnico di Milano

L’intervista

E che cosa avete scoperto?

“Che ogni anno, due volte all’anno, un gregge di pecore bergamasche attraversa il parco di Porto di Mare per la transumanza. In quel momento il paesaggio sonoro cambia completamente. A belati, al suono dei campanacci, al raglio dell’asino, si aggiungono i fischi dei pastori che guidano e spostano il gregge con questo particolare linguaggio inter-specie: da uomo a pecora”.

Da questi richiami è partita l’idea.

“Ho cominciato a interessarmi alle lingue fischiate. Venivano praticate in molte parti del mondo, dove valli e montagne impediscono la comunicazione verbale. Poi sono arrivati i telefonini, e quelle lingue oggi sono in via d’estinzione. Ma una è rimasta viva, il “silbo gomero”, il linguaggio dei fischi usato dagli abitanti di La Gomera, la più piccola fra le isole Canarie. Nel 2009 è stato riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità. I fischi, che veicolano frasi di senso compiuto, possono essere uditi a 4 chilometri di distanza”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Perciò avete invitato a Milano i fischiatori di La Gomera.

“In pianura, sovrapposto agli altri rumori, il loro fischio non va purtroppo oltre i 400 metri. Ma abbiamo pensato una staffetta di fischi, che dal centro urbano di Corvetto porterà pubblico e curiosi nel parco, in un punto in cui speriamo di intercettare il passaggio delle pecore e dei pastori. Abbiamo anche due grandi monitor sui quali una mediatrice, come se si trattasse dei sottotitoli di un film, tradurrà quei fischi”.

A dorso d’asino

Che cosa vi hanno detto i pastori?

“Giuseppe Salvi, 72 anni, fa questo mestiere da quando ne aveva 5 e portava le pecore giù dalle montagne bergamasche. Sua figlia, Anna Albertinelli, 22 anni, si occupa personalmente della transumanza degli animali. Una volta tutto si faceva a piedi, a dorso d’asino. Adesso Anna si muove in roulotte, ma gli asini ci sono ancora, per il legame affettivo stabilito con le pecore”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Quindi che cosa succederà sabato 18 (e forse anche domenica 19)?

“Anna ci dice che il gregge passerà quel giorno. In realtà non ci sono garanzie, le condizioni atmosferiche potrebbero modificare il progetto. Ma le pecore sono animali pazienti, abitudinari: due volte al giorno vengono portate fuori dal loro recinto e se ne vanno a pascolare. Il pasto del pomeriggio, prima del buio, è quello principale. Sono i fischi a guidarle” .

Bucolica: uno zoo rovesciato

Uno zoo rovesciato, insomma. Umani, concentrati in un solo luogo, che osservano animali liberi.

“Con l’apporto della tecnologia. Massimo Racozzi, mio amico da sempre e videomaker fenomenale, curerà tutto il sistema video. L’azione avverrà anche in caso di maltempo”.

Bucolica - interpreti
pecore e umani, protagonisti di Bucolica

Il Piccolo Teatro ha promesso di fornire poncho impermeabili a tutti gli spettatori.

“Il livello di incognita è alto, non è detto che tutto accada come abbiamo previsto. Ma non vogliamo interferire con i tempi e ritmi del mondo pastorale. È il teatro che si adatta alla transumanza, non viceversa.

[pubblicato su IL PICCOLO, quotidiano di Trieste, il 14 novembre 2023]

Nicola Lagioia, La Ferocia. Quel pasticciaccio brutto della Bari bene. 

Una gran brutta storia. Contemporanea, ma con il respiro delle storie antiche. Relazioni malate, affari sporchi, soldi che crescono, però possono anche precipitare. Una gran brutta faccenda. Di famiglia.

La ferocia – il romanzo di Nicola Lagioia pubblicato nel 2014, premio Strega 2015, e poi premio Mondello – è diventato ora teatro. 

La ferocia - Nicola Lagioia - VicoQuartoMazzini - ph  Francesco Capitani
La ferocia – ph Francesco Capitani

Michele Altamura e Gabriele Paolocà, attori e registi, in altre parole la compagnia VicoQuartoMazzini, assieme alla dramaturg Linda Dalisi, hanno tentato una audace impresa. Far esplodere tra pareti domestiche, dentro a una casa, ciò che lo sguardo dello scrittore leggeva nell’estensione intera della sua regione – la Puglia – e del proprio paese – l’Italia velenosa.

Tra quelle pareti di vetro

Tutto in casa, tutto attorno all’elegante tavolo da pranzo. Vetrate che scorrono. Qualche pianta che arreda. Una chaise longue reclinabile, come rifugio, nido. O come marmo da obitorio.

Perché è davvero una storiaccia, quella della famiglia Salvemini, pezzi grossi a Bari, “città di uffici, tribunali, giornalisti e circoli sportivi”.

Lagioia è barese, e l’ha raccontata come fosse un film indiziario. Un padre padrone, costruttore edile. Una moglie tradita, che non vuole vedere. Una figlia, forse suicida, che vola giù da un autosilo. Un figlio che dà fuoco alla villa paterna, e vaga poi per manicomi. L’altro figlio che va in giro a parare ricatti e distribuire mazzette. 

La ferocia - VicoQuartoMazzini - ph  Piero Tauro
ph Piero Tauro

Lo scandaglio

Non illudiamoci: non è solo una questione di famiglia. Lo sguardo del narratore abbraccia fette di società più ampie e problemi più collettivi. Speculazione edilizia. Corruzione ai vertici delle istituzioni locali. Mafia dei rifiuti pericolosi. Malaffare contagioso.

Lo scandaglio – anche così si può definire quel romanzo – non scava soltanto nel privato. La ferocia non è soltanto quella dello stupro, del ricatto, della prevaricazione di chi ha i soldi. La ferocia – dice Lagioia – è nella natura umana, nella sua primitiva biologia animale.

E lo stupro è anche quello del territorio, la sopraffazione quella dell’uomo sull’ambiente, il ricatto di un illusorio progresso, buono tutt’alpiù per i miopi.

Secondo alcuni la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo è l’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli e li vedrai correre. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trova il colombo che non vola.” (cit.)

Così anche l’uomo. È l’istinto, quella sua arcaica biologia, che si manifesta ogni volta che percepisce il pericolo. La ragione e il senso collettivo, in quel momento soccombono.

copertina La ferocia - Nicola Lagioia - Einaudi

Lagioia dalla pagina alla scena

Altro è scrivere romanzi, altro è scrivere teatro.

Negli spazi della narrativa, si possono disegnare panorami larghi, lo sguardo può posarsi sulle vicende di intere città, popolazioni, strati sociali: la lunga fortuna del romanzo borghese. C’è anche spazio per la vita (e per la morte) del mondo animale, di quello vegetale.

Lo spazio del teatro esige invece concentrazione. Deve raccontare la storia di qualcuno. Preferibilmente di una famiglia. Come nell’antichità facevano i tragediografi di Atene. E come abbiamo continuato a fare noi, per venticinque secoli. La famiglia è una delle essenze, forse l’essenza, del teatro.

La ferocia - Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Infilandosi nell’imbuto, lo sguardo teatrale di La ferocia si occupa di vizi privati, di adulteri passati, di portafogli: la cocaina, l’autolesionismo, il malessere psichiatrico, i problemi con la macchina amministrativa locale.

Dentro la camera chiusa

Altamura e Paolocà, che interpretano anche i due figli del costruttore edile Salvemini, e la dramaturg Dalisi spostano il romanzo dentro quest’altra prospettiva. E non potrebbero fare diversamente. L’indagine indiziaria – già nelle prime pagine del romanzo la sorella è morta – si prende uno spazio più largo dello scandaglio antropologico. 

Per quanto esso filtri, minaccioso, nello spazio che la scena riserva ai monologhi: teso, intenso, drammatico, quello della madre, a cui da voce Francesca Mazza. O si rifletta nel voice-off di Gaetano Colella, che fa il giornalista-postcaster, però anche lui implicato nella vicenda. O ancora risuoni nel tono autoritario e risoluto del padre, Leonardo Capuano, che passa letteralmente sul cadavere della figlia, pur di salvare l’impero edilizio.

La ferocia -Nicola Lagioia - Leonardo Capuano e Francesca Mazza - ph  Piero Tauro
Leonardo Capuano e Francesca Mazza – ph Piero Tauro

Perchè tutti gli interpreti – anche il pezzo grosso della politica (Roberto Alinghieri), il genero connivente (Andrea Volpetti), anche l’anatomo-patalogo (Enrico Casale) che si occuperà del cadavere – convergono alla fine verso il centro di un thriller da camera chiusa, claustrofobica, senza uscite che non siano letali. 

Con quei simulacri di piante, che alludono a una natura violata. Con il fremito degli insetti impazziti, che sbattono contro i vetri. Con i topi di fogna che escono dai tombini, pelo ispido, incisivi giallastri. E gli uccelli che cadono in volo per l’emanazione acre di tutta la merda chimica sepolta sotto il villaggio-vacanze in costruzione. Segnali tutti di una imminente apocalisse.

La ferocia - Nicola Lagioia -Michele Altamura e Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Michele Altamura e Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Tessuto connettivo

Con La Ferocia, VicoQuartoMazzini fa un passo davvero importante. Lascia la minorità dei vicoli pugliesi, dove si era formata la compagnia, e lavora a forze congiunte con un festival (Romaeuropa), due centri di produzione (Gli Scarti di La Spezia e Elsinor di Milano), un tric (i Teatri di Bari), un nazionale (Genova) e una istituzione svizzera (LAC Lugano). 

La matrice, l’origine, il carattere originale, non sono però andati persi. È di Bari che si parla ancora. Che non è più icona territoriale o linguistica, ma simbolo di una nazione che non sa, non vuole, fare i conti con una ferocia che fa parte del suo tessuto connettivo. Come la famiglia Salvemini.

Gabriele Paolocà Michele Altamura - VicoquartoMazzini
Gabriele Paolocà Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

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LA FEROCIA
dal romanzo di Nicola Lagioia
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
adattamento Linda Dalisi
con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti
scenografie Daniele Spanò
disegno luci Giulia Pastore
musiche Pino Basile
costumi Lilian Indraccolo

produzione Gli Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale Genova

visto a Roma, al Teatro Vascello, per Romaeuropa Festival