Nicola Lagioia, La Ferocia. Quel pasticciaccio brutto della Bari bene. 

Una gran brutta storia. Contemporanea, ma con il respiro delle storie antiche. Relazioni malate, affari sporchi, soldi che crescono, però possono anche precipitare. Una gran brutta faccenda. Di famiglia.

La ferocia – il romanzo di Nicola Lagioia pubblicato nel 2014, premio Strega 2015, e poi premio Mondello – è diventato ora teatro. 

La ferocia - Nicola Lagioia - VicoQuartoMazzini - ph  Francesco Capitani
La ferocia – ph Francesco Capitani

Michele Altamura e Gabriele Paolocà, attori e registi, in altre parole la compagnia VicoQuartoMazzini, assieme alla dramaturg Linda Dalisi, hanno tentato una audace impresa. Far esplodere tra pareti domestiche, dentro a una casa, ciò che lo sguardo dello scrittore leggeva nell’estensione intera della sua regione – la Puglia – e del proprio paese – l’Italia velenosa.

Tra quelle pareti di vetro

Tutto in casa, tutto attorno all’elegante tavolo da pranzo. Vetrate che scorrono. Qualche pianta che arreda. Una chaise longue reclinabile, come rifugio, nido. O come marmo da obitorio.

Perché è davvero una storiaccia, quella della famiglia Salvemini, pezzi grossi a Bari, “città di uffici, tribunali, giornalisti e circoli sportivi”.

Lagioia è barese, e l’ha raccontata come fosse un film indiziario. Un padre padrone, costruttore edile. Una moglie tradita, che non vuole vedere. Una figlia, forse suicida, che vola giù da un autosilo. Un figlio che dà fuoco alla villa paterna, e vaga poi per manicomi. L’altro figlio che va in giro a parare ricatti e distribuire mazzette. 

La ferocia - VicoQuartoMazzini - ph  Piero Tauro
ph Piero Tauro

Lo scandaglio

Non illudiamoci: non è solo una questione di famiglia. Lo sguardo del narratore abbraccia fette di società più ampie e problemi più collettivi. Speculazione edilizia. Corruzione ai vertici delle istituzioni locali. Mafia dei rifiuti pericolosi. Malaffare contagioso.

Lo scandaglio – anche così si può definire quel romanzo – non scava soltanto nel privato. La ferocia non è soltanto quella dello stupro, del ricatto, della prevaricazione di chi ha i soldi. La ferocia – dice Lagioia – è nella natura umana, nella sua primitiva biologia animale.

E lo stupro è anche quello del territorio, la sopraffazione quella dell’uomo sull’ambiente, il ricatto di un illusorio progresso, buono tutt’alpiù per i miopi.

Secondo alcuni la disciplina che meglio spiega il nuovo secolo è l’etologia. Metti una volpe affamata davanti a un branco di conigli e li vedrai correre. Corri in una piazza piena di colombi e li vedrai volare. Trova il colombo che non vola.” (cit.)

Così anche l’uomo. È l’istinto, quella sua arcaica biologia, che si manifesta ogni volta che percepisce il pericolo. La ragione e il senso collettivo, in quel momento soccombono.

copertina La ferocia - Nicola Lagioia - Einaudi

Lagioia dalla pagina alla scena

Altro è scrivere romanzi, altro è scrivere teatro.

Negli spazi della narrativa, si possono disegnare panorami larghi, lo sguardo può posarsi sulle vicende di intere città, popolazioni, strati sociali: la lunga fortuna del romanzo borghese. C’è anche spazio per la vita (e per la morte) del mondo animale, di quello vegetale.

Lo spazio del teatro esige invece concentrazione. Deve raccontare la storia di qualcuno. Preferibilmente di una famiglia. Come nell’antichità facevano i tragediografi di Atene. E come abbiamo continuato a fare noi, per venticinque secoli. La famiglia è una delle essenze, forse l’essenza, del teatro.

La ferocia - Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Roberto Alinghieri, Gabriele Paolocà, Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Infilandosi nell’imbuto, lo sguardo teatrale di La ferocia si occupa di vizi privati, di adulteri passati, di portafogli: la cocaina, l’autolesionismo, il malessere psichiatrico, i problemi con la macchina amministrativa locale.

Dentro la camera chiusa

Altamura e Paolocà, che interpretano anche i due figli del costruttore edile Salvemini, e la dramaturg Dalisi spostano il romanzo dentro quest’altra prospettiva. E non potrebbero fare diversamente. L’indagine indiziaria – già nelle prime pagine del romanzo la sorella è morta – si prende uno spazio più largo dello scandaglio antropologico. 

Per quanto esso filtri, minaccioso, nello spazio che la scena riserva ai monologhi: teso, intenso, drammatico, quello della madre, a cui da voce Francesca Mazza. O si rifletta nel voice-off di Gaetano Colella, che fa il giornalista-postcaster, però anche lui implicato nella vicenda. O ancora risuoni nel tono autoritario e risoluto del padre, Leonardo Capuano, che passa letteralmente sul cadavere della figlia, pur di salvare l’impero edilizio.

La ferocia -Nicola Lagioia - Leonardo Capuano e Francesca Mazza - ph  Piero Tauro
Leonardo Capuano e Francesca Mazza – ph Piero Tauro

Perchè tutti gli interpreti – anche il pezzo grosso della politica (Roberto Alinghieri), il genero connivente (Andrea Volpetti), anche l’anatomo-patalogo (Enrico Casale) che si occuperà del cadavere – convergono alla fine verso il centro di un thriller da camera chiusa, claustrofobica, senza uscite che non siano letali. 

Con quei simulacri di piante, che alludono a una natura violata. Con il fremito degli insetti impazziti, che sbattono contro i vetri. Con i topi di fogna che escono dai tombini, pelo ispido, incisivi giallastri. E gli uccelli che cadono in volo per l’emanazione acre di tutta la merda chimica sepolta sotto il villaggio-vacanze in costruzione. Segnali tutti di una imminente apocalisse.

La ferocia - Nicola Lagioia -Michele Altamura e Leonardo Capuano - ph Piero Tauro
Michele Altamura e Leonardo Capuano – ph Piero Tauro

Tessuto connettivo

Con La Ferocia, VicoQuartoMazzini fa un passo davvero importante. Lascia la minorità dei vicoli pugliesi, dove si era formata la compagnia, e lavora a forze congiunte con un festival (Romaeuropa), due centri di produzione (Gli Scarti di La Spezia e Elsinor di Milano), un tric (i Teatri di Bari), un nazionale (Genova) e una istituzione svizzera (LAC Lugano). 

La matrice, l’origine, il carattere originale, non sono però andati persi. È di Bari che si parla ancora. Che non è più icona territoriale o linguistica, ma simbolo di una nazione che non sa, non vuole, fare i conti con una ferocia che fa parte del suo tessuto connettivo. Come la famiglia Salvemini.

Gabriele Paolocà Michele Altamura - VicoquartoMazzini
Gabriele Paolocà Michele Altamura – VicoQuartoMazzini

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LA FEROCIA
dal romanzo di Nicola Lagioia
ideazione VicoQuartoMazzini
regia Michele Altamura, Gabriele Paolocà
adattamento Linda Dalisi
con Roberto Alinghieri, Michele Altamura, Leonardo Capuano, Enrico Casale, Gaetano Colella, Francesca Mazza, Gabriele Paolocà, Andrea Volpetti
scenografie Daniele Spanò
disegno luci Giulia Pastore
musiche Pino Basile
costumi Lilian Indraccolo

produzione Gli Scarti Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, LAC Lugano Arte e Cultura, Romaeuropa Festival, Tric Teatri di Bari, Teatro Nazionale Genova

visto a Roma, al Teatro Vascello, per Romaeuropa Festival

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