Ambra. Quella Ambra? Sì proprio lei, che di strade ne ha percorse tante

Dovremmo costringerci a pensare che il tempo passa. E che gli anni Novanta sono passati da un bel po’. Eppure, per buona parte pubblico che affolla e affollerà, in una lunga tournée, i teatri italiani, Ambra – Ambra Angiolini intendo – è ancora un’icona anni ’90. Della televisione anni ’90. Di quello spirito ribelle e un po’ antipatico delle ragazzine spigliate anni ’90.

Invece Ambra, proprio quella Ambra, di strade ne ha fatte tante, diverse. E oggi, con uno spettacolo che sembra sfidare quegli spettatori che a teatro ci vanno per Ambra personaggio, Angiolini li costringe a dimenticare, o almeno a mettere tra parentesi, Non è la Rai, T’appartengo, il tempo delle fiction… E in successione, anche l’Ambra sanremese, l’Ambra dei concertoni del primo maggio, l’Ambra di X Factor.

Ambra Angiolini in Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
Ambra Angiolini in Oliva Denaro – ph Laila Pozzo

Da qualche settimana, per un tour che non è musicale, ma è di teatro-teatro (un monologo, per essere precisi) Angiolini è Oliva

Dire di no, per cambiare

Oliva Denaro è la protagonista di un libro di Viola Ardone, romanzo che nei modi della narrazione contemporanea, racconta una vicenda degli anni Sessanta. Di quella Sicilia dove il nodo di mafia e morale arcaica, di cultura del maschio e sottomissione della donna, era norma di vita. A quel nodo, allo stupro di cui è vittima, alla proposta di matrimonio riparatore, all’opinione della gente, Oliva dice no. È anche grazie ad Oliva che la Sicilia, da allora, cambia.

Oliva forse non è bellissima, ma quei suoi occhi, neri come due olive nere, nel mezzo della fronte bianca e sincera, restano nella memoria di chi ha letto il libro. E resteranno impressi in chi riconoscerà in Angiolini e nella minuziosa tournée che fino ad aprile la porterà in quasi quaranta teatri italiani, l’ostinazione che da molto tempo fa stare l’attrice un passo più avanti, anche rispetto ai suoi fan più affezionati.

Prese di parola

La determinazione che la annovera, ad esempio, fra le attrici che denunciano le molestie ai danni delle donne nel sistema dello spettacolo (il loro manifesto, già del 2018, si chiamava Dissenso Comune), che le ha fatto scrivere sulla bulimia (un suo libro autobiografico si intitola Infame), che la impegna in spettacoli contro il bullismo e il prendere di petto il problema del diritto d’autore nell’uso che ne fanno le piattaforme digitali.

Ambra Angiolini a X Factor

Una tavolozza di posizioni pubbliche, di prese di parola, a volte anche contestate, in linea però la scelta di portare in scena anche questo libro di Viola Ardone, questo personaggio.

Una pietra sopra

Personaggio che adombra, nei modi della letteratura, la storia di Franca Viola, la ragazzina siciliana di 17 anni che nel 1966 disse no, e con tutte le proprie forze si oppose alla logica del matrimonio riparatore.

Per la legge (la legge com’era prima di allora) accettare quell’accomodamento avrebbe messo una pietra sopra al suo rapimento, al sequestro, allo stupro subìto, alla “vergogna”. Franca invece porterà i colpevoli davanti al giudice.

E segnerà un passo irrevocabile nelle trasformazioni della legislazione italiana in tema di diritti, con l’abolizione dell’ignobile art. 455, la successiva cancellazione del delitto d’onore e il finale riconoscimento della violenza carnale come delitto contro la persona, e non più oltraggio alla morale pubblica (la vicenda di Franca Viola è ripercorsa e analizzata qui). (1) 

Il rosario della subalternità

Un gesto di emancipazione, anche prima del Sessantotto, da quel modi di pensare e vivere che, nello spettacolo, fa dire alla madre di Oliva: “La femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia”.

Anche per ricordare che il patriarcato, tanto sulle bocche oggi, non è proprio così diverso da quel matriarcato che in forma di mantra maligno torna nelle regole di vita che la madre di Olivia ripete come grani di un rosario. “Donna che sorride, ha già detto sì”. “Chìnati giunco, che passa la piena”. Il rosario della subalternità.

E anche se si avvia con toni da fiaba, in quell’eden giardino d’arance, che inquadra la Sicilia come terra dalle seduzioni forti, violente, poi sempre più penetrante si fa l’interpretazione, con cui Angiolini porta fino alle lacrime lo scorrere della vicenda.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Accompagnata dall’interessante ipotesi della regia di Giorgio Gallione, che alleggerisce e costella con le canzoni della giovane Mina (e il valore di cronaca di quei testi) una storia che invece ha un ben più drammatico scioglimento.

Ambra o Oliva o Viola?

Così alla fine dello spettacolo – che ho visto a Trieste nelle iniziali repliche della tournée, al Teatro Bobbio, tra un pubblico al 75% di signore, e tutte emancipate – è stata immediata la standing ovation delle spettatrici, il voler stare accanto a lei, l’abbracciarla, Ambra, o Viola, o Oliva che fosse (2), il sentirsi partecipi. Le lacrime dell’una e delle altre.

Per tutto ciò che viene prima e dopo quel no, che ha impresso una svolta alla Storia. E che come tanti altri no, passati e futuri, di donne soprattutto, è da tenere a mente.

Ambra Angiolini - Oliva Denaro - ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

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OLIVA DENARO
dal romanzo di Viola Ardone
con Ambra Angiolini
drammaturgia Giorgio Gallione e Ambra Angiolini
regia Giorgio Gallione
scene e costumi Guido Fiorato
produzione Agidi / Goldenart Production

(1) una nota, solo per ricordare che legale di parte civile nel processo contro gli abusatori di Franca Viola e promotore poi delle modifiche legislative era stato Ludovico Corrao. Allora avvocato, quindi senatore della Repubblica e sindaco di Gibellina, uno dei centri distrutti dal terremoto del Belice nel 1966, Corrao ne incentivò la ricostruzione ad alcune decine di chilometri di distanza (Gibellina Nuova) e ne fece un hub per artisti, architetti e urbanisti contemporanei, invitando lo scultore Alberto Burri a ricoprire le rovine del paese con un Cretto, annoverato oggi tra i più importanti esempi di land-art. A Corrao, si deve anche la Fondazione del Museo delle Trame Mediterranee e l’invenzione del Festival Le Orestiadi, capace valorizzare la località a livello internazionale. Un uomo che alle mafie ha saputo dire no.

(2) una seconda nota per evidenziare che Oliva Denaro è anagramma di Viola Ardone, l’autrice del romanzo.

Un salto a Milano, dove Lino Guanciale canta il tango della dittatura. E ne succedono tante altre

Voi che a teatro ci andate, che lo leggete, che qualche volta perfino lo amate. Voi che inoltre viaggiate, un salto a Milano dovreste farlo. Di questi tempi, aggiungo.

Un salto a Milano, piuttosto che a Roma, dove la situazione teatrale si fa complicata di ora in ora (sentite a proposito che cosa ne dice il mio collega e amico Andrea Pocosgnich).

A Milano invece, e nonostante il fresco, una congiunzione astrale sta riscaldando l’atmosfera e un ingorgo di titoli e locandine accende il palinsesto teatrale della città. La quale – come i suoi supermercati 24/24 – avrebbe voglia di non dormire mai.

Ho paura torero - Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Ho paura torero – Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

In realtà, sono le ultime corse della metro, lo sferragliare dei rari tram notturni, a scandire il tempo dei teatri. E se lo spettacolo dura un po’ più del previsto, o del consueto, appena il sipario si chiude, eccoci, spettatori in fuga per acchiappare l’ultima corsa dei mezzi. Beato – viene da pensare – il pubblico accorto delle pomeridiane.

Come a Broadway

Senza togliere merito alla programmazione delle altre sale, bisogna riconoscere che è il Piccolo Teatro a impastare in queste settimane il calendario più fitto, il più variato, il più inclusivo.

Dall’11 gennaio e fino all’11 febbraio alla Sala Grassi in via Rovello (per un intero mese di repliche, quasi come a Broadway) Lino Guanciale se la vede con il romanzo di Pedro Lemebel di cui tutti media parlano, Ho paura torero

Ho paura torero - locandina Piccolo Teatro

Da qualche giorno intanto si sono concluse le recite di quei due fenomeni da palcoscenico che sono Orsini e Branciaroli (ecco ciò che scrivevo su I ragazzi irresistibili) ed è già pronto, alla sala Strehler da martedì 23, l’altro leone bianco del teatro italiano, Glauco Mauri. Con un lavoro che gli sembra tagliato proprio addosso: il Minetti (ritratto dell’artista da vecchio) di Thomas Bernhard.

Un hub di culture e spettacolo

Sempre al Piccolo, ma sul versante opposto, c’è quel teenager – teatralmente parlando – di Liv Ferracchiati, che debutterà con il suo punto di vista su Cechov (tanto che Il gabbiano secondo lui, si intitola Come tremano le foglie riflesse nell’acqua, in sala Melato, dal 27), Isabella Ragonese non vede l’ora di presentare la sua Clitemnestra (dal 7 febbraio) e il contemporaneo scalpita con Bidibodiboo di Francesco Alberici (dal 20 febbraio). 

Sono in arrivo anche un Camilleri spiritoso (La concessione nel telefono) e il più angosciante Dentro di Giuliana Musso. A ciò, bisognerebbe infine aggiungere gli appuntamenti di Oltre la scena, il progetto Unlock the city, tutto un lavoro di incontri, conversazioni, letture, presentazioni e passeggiate fuori dal palcoscenico, che il direttore del Piccolo, Claudio Longhi, ha imbastito per fare del più quotato fra i teatri italiani un hub fervido di culture e spettacolo al vivo.

Complimenti. Del resto Milano, un teatro così se lo merita.

Piccolo Teatro - Sala Grassi - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Poche sere fa, imbroccando alla svelta quei due o tre cambi di metro, sono arrivato puntuale puntuale in via Rovello. Ci tenevo a vedere in palcoscenico Lino Guanciale, attore di cui ho larga stima (anche se la televisione non la vedo proprio). E ve ne parlo.

L’ultimo nastro di Allende 

È con la voce di Salvador Allende, con il suo ultimo discorso ai cileni, con le frasi drammatiche registrate nel vivo del colpo di stato del 1973, che prende il via lo spettacolo. Mélo e dittatura, giovani rivoltosi e travestiti sul viale del tramonto, pellicole che hanno fatto grande il cinema e spezzoni di telegiornale passati alla storia del ‘900, si alterneranno poi nei saliscendi di un teatro che si prende il titolo e le pagine del libro dell’autore cileno Pedro Lemebel (1952-2015). Un poeta in tacchi, pizzi e piume di struzzo, così lo ritrae Sara Chiappori in un suo pezzo sul Venerdì di Repubblica.

Le ultime ore di Salvador Allende, 11 settembre 1973

Checche e omofobi

Poeta poligrafo e sovversivo, soprattutto cronista, agitatore, attivista, come gli argentini Copi e Manuel Puig, come il peruviano Jaime Bayly più di recente, Lemebel ha dipinto nel suo romanzo (l’unico, del 2001) il mondo che chiamiamo Lgbt+ in un continente segnato allora (e oggi) dagli stereotipi del machismo e dalle angustie del cattolicesimo.

In quel libro, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, checche e omofobi, divise militari e foulard, cinemini a luci rosse e foto dei desaparecidos, si avvicendano a velocità folle. Sul palcoscenico, li accompagneranno certi appassionati tangos e gli inni alla vita di Violeta Parra.

Ho paura torero - copertina libro Marcos y Marcos

Sono soprattutto Puig e il suo titolo più celebre, Il bacio della donna ragno (il film di Hector Babenco con William Hurt è del 1985) a riemergere dalla memoria mentre assistiamo all’idillio tra il giovane militante che assieme ai compagni di lotta prepara l’attentato al dittatore Augusto Pinochet e la vida loca di una creatura che porta invece nella vie e nei barrios militarizzati della capitale cilena la propria fluidità di genere, il grande cuore, il minuscolo guardaroba, la borsetta, e tutti testi delle canzoni che ama. 

Una soprattutto, Tengo miedo torero, Ho paura torero, titolo che diventerà anche parola d’ordine della impossibile relazione sentimentale tra la travesta e il guerrillero.

La fata e il sovversivo

Fata dell’angolo è il nome di battaglia che lui/lei si è scelta, in ricordo del proprio passato di strada. Carlos è il nome in codice del muchacho (lo interpreta Francesco Centorame: è proprio una bella scoperta per il teatro italiano, e lo avevamo già apprezzato al cinema in C’è ancora domani della Cortellesi).

Come accadeva nella prigione argentina immaginata da Puig, anche qui, nella lunga notte della dittatura cilena, assisteremo a una reciproca educazione alla vita, quella sentimentale per Carlos, quella politica per la Fata. Due esistenze destinate a incontrarsi per un momento e a disperdersi poi nel grande fiume degli eventi. In mezzo a loro, una fantasia di vecchi mélo, la potenza dei documenti della Storia, le musiche di un continente, il Sudamerica (i travestimenti musicali sono stati curati da Davide Fasulo).

Francesco Centorame e Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Francesco Centorame e Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

Era partita dall’innamoramento di Lino Guanciale per il romanzo di Lemebel (da cui è stato trattato quattro anni fa anche un film messicano) la sfida a costruire – quasi contro la propria immagine, consolidata dai personaggi delle serie televisive – questa figura di Fata, femminili movenze, indole canterina.

Ed è stato Claudio Longhi, dal banco della regia, a riattivare per lui la formula, così cara a Luca Ronconi, dell’alternarsi naturale tra dialoghi e narrazione, l’io e il lui, complice anche l’esuberanza barocca e ridondantekitsch come i fenicotteri rosa – della prosa di Lemebel, prodigo di aggettivi e avverbi, così come prodiga d’amore è lei, la Fata. 

Madri in piazza, dittatori al balcone

Le tre ore e passa di spettacolo giocano su continui ribaltamenti di piani. Quelli di una scenografia a soppalco, con i suoi squarci metropolitani e i suoi murales sparati tutto attorno nella scena allargata (di Guia Buzzi).

Diana Manea - ph Masiar Pasquali
Diana Manea – ph Masiar Pasquali

Ma più di ogni altra cosa giocano sui ribaltamenti di registro. Tanto che dalle manifestazioni in piazza delle madri, alle quali i servizi segreti hanno ucciso mariti e figli, in un solo cambio di luci, si svolta nell’ironia e nei toni da commedia all’italiana del turbolento ménage tra il generale golpista Augusto José Ramón Pinochet e la sua petulante consorte Doña Lucía.

La verve dittatora di Mario Pirello e Arianna Scommegna è del resto ogni volta pronta a strappare risate al pubblico. Proprio mentre il controcanto visivo delle proiezioni rilancia esplosive le immagini dell’attentato del 1986, quello che darà avvio al tramonto della dittatura.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello - ph Masiar Pasquali
Arianna Scommegna e Mario Pirrello – ph Masiar Pasquali

Storie d’amore in tempi difficili

Finirà come deve finire, con uno struggente addio tra Carlos e la sua Fata davanti a un tramonto sulla costa del Pacifico. Mentre Politica da una parte, Eros dall’altra, riprenderanno i propri cammini.

Sconsolati e inevitabili perché questa è la regola dei mélo. Che mettono tristezza, ma piacciono. Come tutti i romanzi d’amore in tempi difficili.

Lino Guanciale e Francesco Centorame - ph Masiar Pasquali
Lino Guanciale e Francesco Centorame – ph Masiar Pasquali

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HO PAURA TORERO
di Pedro Lemebel
traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
trasposizione teatrale Alejandro Tantanian
dramaturg Lino Guanciale
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
visual design Riccardo Frati
travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo

con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Arianna Scommegna, Giulia Trivero

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Nel lungo tramonto dell’Europa. Ci guida Joseph Roth

Quella grande guerra venne giustamente chiamata guerra mondiale, e non già perché l’ha fatta tutto il mondo, ma perché noi tutti, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”.

Come molti romanzi che raccontano la Finis Austriae, e anche più altri, La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth rende ragione di un tramonto. Una trasformazione epocale che ancora non si è compiuta fino in fondo.

Di questo – di passati lontani, ma anche prossimi, addirittura recenti – parla Inabili alla morte / Nezmožni umreti, il nuovo progetto che Mittelfest, il festival mitteleuropeo di Cividale del Friuli, ha ora in cantiere.

le bare degli Asburgo nella Cripta dei Cappuccini a Vienna
le bare degli Asburgo nella Cripta dei Cappuccini a Vienna

Format mitteleuropeo

È un progetto lungo, allargato, articolato. Un long-format di teatro, radiofonia, digital podcast, editoria, televisione. Un proponimento che intreccia passato e presente, storia e memoria, popoli e individui. E con il quale Mittelfest e i suoi partner internazionali si presenteranno all’appuntamento del 2025, Gorizia e Nova Gorica Capitale Europea della Cultura: GO! 2025.

Inabili alla morte / Nezmožni umreti è stato presentato nei giorni scorsi a Milano, al Piccolo Teatro, e a Lubiana, all’Accademia di Scienze e Lettere : un’iniziativa di spettacolo dal vivo (e non solo) che impegnerà nei prossimi mesi il festival di Cividale del Friuli assieme al Teatro Nazionale Sloveno di Nova Gorica, con la partnership di Rai RadioTre e sede di Rai Friuli Venezia Giulia, Radiotelevisione slovena, Ars Program.

Un mandato culturale commissionato dalla Regione Friuli Venezia Giulia a una cordata di largo respiro che ha garantito al progetto l’accoglienza nella programmazione ufficiale di Go! 2025.

Infinito tramonto

Quel titolo – come una lapidaria iscrizione – proviene da una pagina di La cripta dei Cappuccini, romanzo-affresco nel quale lo scrittore austriaco Joseph Roth (1884-1939) – uno fra i più insigni cantori di ciò che è stata la Mitteleuropa – raffigurava temi, vicende e personaggi che da sempre rappresentano uno dei temi di Mittelfest, la Finis Austriae: quella trasformazione epocale che più di un secolo fa vide l’Europa coinvolta prima nella più grande guerra che il nostro continente avesse mai affrontato.

E poi la sua profonda metamorfosi, la perdita del suo primato, il lungo, infinito tramonto di un continente. Ciò di cui anche il filosofo Oswald Spengler parlava in un suo celebre libro, dal titolo spesso citato, ma molte volte a sproposito: il tramonto dell’Occidente.

In realtà quel tramonto – annunciato in molti capolavori della letteratura novecentesca, cesellato dai più eccellenti tra gli scrittori, Elias Canetti, Karl Kraus, Franz Kafka, Miroslav Krleža, naturalmente lo stesso Roth, indagato nelle stringenti argomentazioni di Claudio Magris sul “mito asburgico” – quel tramonto, noi europei contemporanei lo stiamo ancora vivendo.

manifesto Inabili alla morte - Mittelfest 2024-2025

Tre spettacoli, due podcast bilingui, una pubblicazione

“Dovevamo essere tramontati da un pezzo, e siamo invece ancora qua, invece”, ha detto Giacomo Pedini, direttore di Mittelfest e ideatore di Inabili alla morte, presentando l’intero progetto in tutte le sue articolazioni alla stampa internazionale, nel chiostro del Piccolo Teatro a Milano.

Il format teatrale prevede tre diversi spettacoli (maggio 2024, novembre 2024, e settembre 2025, con una tournée e l’allestimento finale dell’intera trilogia ). Ma anche la loro trasposizione radiofonica, bilingue, inserita nel palinsesto Rai, nelle teche Rai Play Sound, nelle trasmissioni di Rtv Slovenija, inoltre un documentario televisivo e una pubblicazione. 

Una convergenza larga di produttori, ma soprattutto un lungo arco storico, che prenderà le mosse dal romanzo di Roth (La cripta dei Cappuccini, rielaborato per il teatro dal dramaturg Jacopo Giacomoni e con la regia dello stesso Pedini).

copertina Roth Cripta Cappuccini Adelphi

Ma si estenderà nella seconda parte agli anni Sessanta della Jugoslavia (Cercando la lingua perduta, frutto del lavoro di scrittura di una delle più interessanti figure della cultura slovena contemporanea, Goran Vojnović, e con la regia del polacco Janusz Kica). Per poi toccare gli anni Novanta, quelli da poco trascorsi, nella terza parte (L’alba dopo la fine della storia, a cui sta mettendo mano lo scrittore e conduttore radiofonico Paolo Di Paolo, assieme al compositore Cristian Carrara e alla Fvg Orchestra).

La perdita del primato

Saranno poi Rai RadioTre, la sede Rai del Fvg, Radio Slovenija a trasformare i tre spettacoli in produzioni radiofoniche, affidandole ai canali podcast sempre più frequentati dai contemporanei fruitori di prodotti culturali. “Perché al di là al consumo turistico della Mitteleuropa, della piacevolezza delle passeggiate che si possono oggi fare a Lubiana, come a Cracovia – ha spiegato Pedini – ciò che conta è capire che questa questa trasformazione, questa perdita del primato culturale, noi europei la stiamo ancora vivendo, e sono gli artisti contemporanei a darcene la consapevolezza”.

Gli hanno fatto eco Marko Bratuš, direttore artistico dello SNG di Nova Gorica, e Stojan Pelko, responsabile del programma culturale di Go! 2025, ricordando quali siano le opportunità che la nomina a Capitale della Cultura Europea delle città gemelle di Gorizia e Nova Gorica, offrono al territorio transfrontaliero. Dove la dualità, ideologica e linguistica, da momento di contrapposizione e conflitto, soprattutto nei decenni della Guerra Fredda, si è trasformata oramai in volano economico e culturale.

Il confine italo-sloveno a piazza della Transalpina - Gorizia ph Luca A. d'Agostino
Il confine italo-sloveno a piazza della Transalpina – Gorizia – ph Luca A. d’Agostino

Modello che potrebbe essere imitato anche altrove, laddove vi fosse la volontà e la prospettiva politica. Sottolineate anche da Mario Anzil, vice-presidente della Regione Fvg con delega alla Cultura: “Regioni di frontiera sono sinonimo di culture di frontiera – ha detto – e plurilinguismo significa anche policentrismo”.

Bevendo, nella cripta dei cappuccini

Non è mancato fra tanti contributi alla presentazione, quello di Natalino Balasso, che vestirà gli abiti di Francesco Ferdinando Trotta, protagonista-narratore del romanzo di Roth.

Natalino Balasso - ph Massimo Battista
Natalino Balasso vestirà gli abiti del protagonista di La cripta dei Cappuccini

L’attore ha ricordato quanto l’addentrarsi in La cripta dei Cappuccini gli sia stato utile a dirimere la falsa credenza, a metà tra ironia e Witz ebraico, che lo ha portato per oltre cinquant’anni a credere che quel luogo, tanto famoso, fosse “una mescita sotterranea di bevande calde”. I cappuccini di Roth, insomma.

Con buona pace dell’altro grande personaggio dello scrittore austriaco, di origine ucraina e morto a Parigi: il suo santo bevitore.

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Il progetto

La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth
debutto 11 maggio 2024 , Teatro Verdi – Gorizia
regia Giacomo Pedinii
produzione Mittelfest

Cercando la lingua perduta (titolo provvisorio) di Goran Vojnović 
debutto novembre 2024, SNG Nova Gorica (Slo)
regia Janusz Kica
produzione SNG Nova Gorica

L’alba dopo la fine della storia (titolo provvisorio) di Paolo Di Paolo 
debutto 20 settembre 2025, Teatro Verdi – Gorizia
produzione Mittelfest

I podcast radiofonici, in versione italiana e slovena saranno una co-produzione Mittelfest con Rai FVG per Rai Radio3 e SNG Nova Gorica, con Radio Slovenija – Program Ars.

[L’ articolo è stato pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO, il giorno 18 gennaio 2024]