Un salto a Milano, dove Lino Guanciale canta il tango della dittatura. E ne succedono tante altre

Voi che a teatro ci andate, che lo leggete, che qualche volta perfino lo amate. Voi che inoltre viaggiate, un salto a Milano dovreste farlo. Di questi tempi, aggiungo.

Un salto a Milano, piuttosto che a Roma, dove la situazione teatrale si fa complicata di ora in ora (sentite a proposito che cosa ne dice il mio collega e amico Andrea Pocosgnich).

A Milano invece, e nonostante il fresco, una congiunzione astrale sta riscaldando l’atmosfera e un ingorgo di titoli e locandine accende il palinsesto teatrale della città. La quale – come i suoi supermercati 24/24 – avrebbe voglia di non dormire mai.

Ho paura torero - Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Ho paura torero – Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

In realtà, sono le ultime corse della metro, lo sferragliare dei rari tram notturni, a scandire il tempo dei teatri. E se lo spettacolo dura un po’ più del previsto, o del consueto, appena il sipario si chiude, eccoci, spettatori in fuga per acchiappare l’ultima corsa dei mezzi. Beato – viene da pensare – il pubblico accorto delle pomeridiane.

Come a Broadway

Senza togliere merito alla programmazione delle altre sale, bisogna riconoscere che è il Piccolo Teatro a impastare in queste settimane il calendario più fitto, il più variato, il più inclusivo.

Dall’11 gennaio e fino all’11 febbraio alla Sala Grassi in via Rovello (per un intero mese di repliche, quasi come a Broadway) Lino Guanciale se la vede con il romanzo di Pedro Lemebel di cui tutti media parlano, Ho paura torero

Ho paura torero - locandina Piccolo Teatro

Da qualche giorno intanto si sono concluse le recite di quei due fenomeni da palcoscenico che sono Orsini e Branciaroli (ecco ciò che scrivevo su I ragazzi irresistibili) ed è già pronto, alla sala Strehler da martedì 23, l’altro leone bianco del teatro italiano, Glauco Mauri. Con un lavoro che gli sembra tagliato proprio addosso: il Minetti (ritratto dell’artista da vecchio) di Thomas Bernhard.

Un hub di culture e spettacolo

Sempre al Piccolo, ma sul versante opposto, c’è quel teenager – teatralmente parlando – di Liv Ferracchiati, che debutterà con il suo punto di vista su Cechov (tanto che Il gabbiano secondo lui, si intitola Come tremano le foglie riflesse nell’acqua, in sala Melato, dal 27), Isabella Ragonese non vede l’ora di presentare la sua Clitemnestra (dal 7 febbraio) e il contemporaneo scalpita con Bidibodiboo di Francesco Alberici (dal 20 febbraio). 

Sono in arrivo anche un Camilleri spiritoso (La concessione nel telefono) e il più angosciante Dentro di Giuliana Musso. A ciò, bisognerebbe infine aggiungere gli appuntamenti di Oltre la scena, il progetto Unlock the city, tutto un lavoro di incontri, conversazioni, letture, presentazioni e passeggiate fuori dal palcoscenico, che il direttore del Piccolo, Claudio Longhi, ha imbastito per fare del più quotato fra i teatri italiani un hub fervido di culture e spettacolo al vivo.

Complimenti. Del resto Milano, un teatro così se lo merita.

Piccolo Teatro - Sala Grassi - ph Masiar Pasquali
ph Masiar Pasquali

Poche sere fa, imbroccando alla svelta quei due o tre cambi di metro, sono arrivato puntuale puntuale in via Rovello. Ci tenevo a vedere in palcoscenico Lino Guanciale, attore di cui ho larga stima (anche se la televisione non la vedo proprio). E ve ne parlo.

L’ultimo nastro di Allende 

È con la voce di Salvador Allende, con il suo ultimo discorso ai cileni, con le frasi drammatiche registrate nel vivo del colpo di stato del 1973, che prende il via lo spettacolo. Mélo e dittatura, giovani rivoltosi e travestiti sul viale del tramonto, pellicole che hanno fatto grande il cinema e spezzoni di telegiornale passati alla storia del ‘900, si alterneranno poi nei saliscendi di un teatro che si prende il titolo e le pagine del libro dell’autore cileno Pedro Lemebel (1952-2015). Un poeta in tacchi, pizzi e piume di struzzo, così lo ritrae Sara Chiappori in un suo pezzo sul Venerdì di Repubblica.

Le ultime ore di Salvador Allende, 11 settembre 1973

Checche e omofobi

Poeta poligrafo e sovversivo, soprattutto cronista, agitatore, attivista, come gli argentini Copi e Manuel Puig, come il peruviano Jaime Bayly più di recente, Lemebel ha dipinto nel suo romanzo (l’unico, del 2001) il mondo che chiamiamo Lgbt+ in un continente segnato allora (e oggi) dagli stereotipi del machismo e dalle angustie del cattolicesimo.

In quel libro, pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, checche e omofobi, divise militari e foulard, cinemini a luci rosse e foto dei desaparecidos, si avvicendano a velocità folle. Sul palcoscenico, li accompagneranno certi appassionati tangos e gli inni alla vita di Violeta Parra.

Ho paura torero - copertina libro Marcos y Marcos

Sono soprattutto Puig e il suo titolo più celebre, Il bacio della donna ragno (il film di Hector Babenco con William Hurt è del 1985) a riemergere dalla memoria mentre assistiamo all’idillio tra il giovane militante che assieme ai compagni di lotta prepara l’attentato al dittatore Augusto Pinochet e la vida loca di una creatura che porta invece nella vie e nei barrios militarizzati della capitale cilena la propria fluidità di genere, il grande cuore, il minuscolo guardaroba, la borsetta, e tutti testi delle canzoni che ama. 

Una soprattutto, Tengo miedo torero, Ho paura torero, titolo che diventerà anche parola d’ordine della impossibile relazione sentimentale tra la travesta e il guerrillero.

La fata e il sovversivo

Fata dell’angolo è il nome di battaglia che lui/lei si è scelta, in ricordo del proprio passato di strada. Carlos è il nome in codice del muchacho (lo interpreta Francesco Centorame: è proprio una bella scoperta per il teatro italiano, e lo avevamo già apprezzato al cinema in C’è ancora domani della Cortellesi).

Come accadeva nella prigione argentina immaginata da Puig, anche qui, nella lunga notte della dittatura cilena, assisteremo a una reciproca educazione alla vita, quella sentimentale per Carlos, quella politica per la Fata. Due esistenze destinate a incontrarsi per un momento e a disperdersi poi nel grande fiume degli eventi. In mezzo a loro, una fantasia di vecchi mélo, la potenza dei documenti della Storia, le musiche di un continente, il Sudamerica (i travestimenti musicali sono stati curati da Davide Fasulo).

Francesco Centorame e Lino Guanciale - ph Masiar Pasquali
Francesco Centorame e Lino Guanciale – ph Masiar Pasquali

Era partita dall’innamoramento di Lino Guanciale per il romanzo di Lemebel (da cui è stato trattato quattro anni fa anche un film messicano) la sfida a costruire – quasi contro la propria immagine, consolidata dai personaggi delle serie televisive – questa figura di Fata, femminili movenze, indole canterina.

Ed è stato Claudio Longhi, dal banco della regia, a riattivare per lui la formula, così cara a Luca Ronconi, dell’alternarsi naturale tra dialoghi e narrazione, l’io e il lui, complice anche l’esuberanza barocca e ridondantekitsch come i fenicotteri rosa – della prosa di Lemebel, prodigo di aggettivi e avverbi, così come prodiga d’amore è lei, la Fata. 

Madri in piazza, dittatori al balcone

Le tre ore e passa di spettacolo giocano su continui ribaltamenti di piani. Quelli di una scenografia a soppalco, con i suoi squarci metropolitani e i suoi murales sparati tutto attorno nella scena allargata (di Guia Buzzi).

Diana Manea - ph Masiar Pasquali
Diana Manea – ph Masiar Pasquali

Ma più di ogni altra cosa giocano sui ribaltamenti di registro. Tanto che dalle manifestazioni in piazza delle madri, alle quali i servizi segreti hanno ucciso mariti e figli, in un solo cambio di luci, si svolta nell’ironia e nei toni da commedia all’italiana del turbolento ménage tra il generale golpista Augusto José Ramón Pinochet e la sua petulante consorte Doña Lucía.

La verve dittatora di Mario Pirello e Arianna Scommegna è del resto ogni volta pronta a strappare risate al pubblico. Proprio mentre il controcanto visivo delle proiezioni rilancia esplosive le immagini dell’attentato del 1986, quello che darà avvio al tramonto della dittatura.

Arianna Scommegna e Mario Pirrello - ph Masiar Pasquali
Arianna Scommegna e Mario Pirrello – ph Masiar Pasquali

Storie d’amore in tempi difficili

Finirà come deve finire, con uno struggente addio tra Carlos e la sua Fata davanti a un tramonto sulla costa del Pacifico. Mentre Politica da una parte, Eros dall’altra, riprenderanno i propri cammini.

Sconsolati e inevitabili perché questa è la regola dei mélo. Che mettono tristezza, ma piacciono. Come tutti i romanzi d’amore in tempi difficili.

Lino Guanciale e Francesco Centorame - ph Masiar Pasquali
Lino Guanciale e Francesco Centorame – ph Masiar Pasquali

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HO PAURA TORERO
di Pedro Lemebel
traduzione di M.L. Cortaldo e Giuseppe Mainolfi
trasposizione teatrale Alejandro Tantanian
dramaturg Lino Guanciale
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Max Mugnai
visual design Riccardo Frati
travestimenti musicali a cura di Davide Fasulo

con Daniele Cavone Felicioni, Francesco Centorame, Michele Dell’Utri, Lino Guanciale, Diana Manea, Mario Pirrello, Arianna Scommegna, Giulia Trivero

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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