Tutti a brindare con Čechov. Dopo la maratona di Parma

Atti unici è stato un progetto di Teatro Due Parma. Otto piccoli lavori di Anton Čechov, nove mesi di lavoro, sei spazi, due traduttori, ventisei attori, più macchinisti, sarte, elettricisti, fonici, assistenti. Alla fine, sabato scorso, la maratona.

Le nozze

Nei bassifondi

Bisogna scendere una scala stretta, tortuosa. Avventurarsi nel seminterrato. Fare attenzione a non sbattere la testa. Attraversare poi la sala caldaie. Più in là gli archi in mattoni di ciò che un tempo – agli inizi del secolo scorso – furono i Bagni pubblici di Parma, lasciano intuire, nella semioscurità, l’ambiente sotterraneo.

Luci fioche. Panche lungo le pareti. Terra umida per pavimento. Non se sia solo immaginazione, la mia, ma c’è sentore di muffa. Eppure sono in un teatro, ciò che sto per vedere è uno spettacolo. Una serie di spettacoli, anzi.

L’edificio dei Bagni, sorto 120 anni fa, ospita oggi il Teatro Due di Parma. L’attuale sistemazione, con sale, salette, ridotti, foyer, uffici, spazi comuni, l’anfiteatro all’aperto sul retro, e quell’incredibile sottosuolo, è davvero un luogo ideale in cui ambientare la maratona, che attraverso otto atti unici di Čechov e attraverso i suoi tanti, curiosi strambi personaggi, in un lunga giornata, guiderà noi spettatori verso la notte.

Studi, scherzi, schizzi

Siamo dunque qui, nei bassifondi. Potrebbe anzi essere proprio il dramma di Maxim Gor’kij (più noto come L’albergo dei poveri) ciò che ci attende. In realtà, è un breve studio teatrale, da cui il maestro russo del realismo trasse forse ispirazione, e che vive delle stesse disperazioni. Povertà, freddo, rabbia, alcolismo.

Sulla strada maestra -Atti Unici
Sulla strada maestra

Sono i temi che attraversano Sulla strada maestra, il primo degli otto titoli di Čechov che ci attendono, squadernati in una sola giornata, nella quale si sintetizza, in oltre sei ore, il progetto che Teatro Due ha pensato di costruire , fin dal 9 gennaio scorso, attorno alle produzioni minori del commediografo del Gabbiano.

Che nei momenti in cui non doveva esercitare la professione di medico, o non si affaticava a cesellare i propri capolavori (dal Gabbiano appunto al Giardino dei Ciliegi), schizzava con mano felice piccoli quadretti teatrali, comici loro malgrado. Studi o scherzi, li chiamava lui. Ma minori fino a un certo punto.

Atti unici. Contro le donne

Aveva questa capacità il medico Anton Pavlovič Čechov: saper leggere il tragico della vita, i conflitti, le malattie, perfino la morte, con una leggerezza che sarebbe piaciuta a Italo Calvino.

E soprattutto, in questi Atti unici, darle un ritmo brillante, un vociare impetuoso, uno sguardo inclusivo, che accoglie infelicità, malinconie, feste di nozze, ridicole conferenze, attacchi di panico, ubriacature e – l’avreste mai pensato? – insolenze contro le donne. Chissà quanto sincere. Chissà.

L'anniversario - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
L’anniversario

Il tabacco e i suoi danni

Dalla bettola di provincia, unta e bisunta, che si trova appunto Sulla strada maestra, al punto di incrocio tra storie diverse, di ricchezza che si trasforma in miseria e di fede che diventa medicinale, la Maratona Čechov ci trasporta ben presto altrove.

I danni del tabacco - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
I danni del tabacco

Per esempio là dove un conferenziere dalla parlantina inarrestabile (Antonio Rosti) ci istruisce su I danni del tabacco e sui guai per la salute che quel vizio può comportare. Ma soprattutto sui propri guai, famigliari, scatenati, a suo dire, dal piglio con cui la moglie irregimenta la di lui vita.

Trentatré svenimenti

Tocca subito dopo, a quei due o tre titoli che, affidati ad attori bravi (ma anche, a volte, ai meno bravi) scoccano inesorabili dardi comici alla volta dello spettatore.

L'orso
L’orso

E si ride di gusto per L’orso, in cui e Bruna Rossi e Alberto Astorri, in grande forma, si affrontano testa a testa. Lei la vedova (ovviamente inconsolabile), lui il creditore (giustamente ruvido).

Un gran duello di battute orchestrato dalla regia di Nicoletta Robello, in cui compariranno pure due pistole. Stavolta viene però smentito il luogo comune cechoviano che vuole che, se sono in scena, le pistole a un certo punto sparino

Non spareranno affatto. Esploderanno semmai in un bacio umido, che salverà pure la pelle dell’affannato servitore Mauro Maliverno

Una domanda di matrimonio
Una domanda di matrimonio

Non si sta neanche dietro alla velocità con cui tre attori (Massimiliano Aceti, Irene Paloma Jona, Giovanni Carta) scandiscono la puntigliosa Domanda di matrimonio, costellata dai celebri svenimenti (33 in tutto, su tre testi) che Mejerchol’d aveva contato e portato in scena, prima di fare la drammatica fine che poi hanno fatto, lui e il suo rivoluzionario teatro biomeccanico. Teatro che qui la regia di Matteo Tarasco, prova a reinventare in chiave fluo.

Uno spiraglio sulla sala vuota

Un po’ meno noti, certo non meno garbati, Tragico suo malgrado e L’anniversario, ci aprono la vista su altri spazi del Teatro Due. Perché poi, quando saremo accomodati su un palcoscenico, il sipario discosto svelerà in uno spiraglio anche la platea vuota della Sala Grande. 

È proprio la sala dove mi era capitato di veder recitare, molti molti anni fa, Bernhard Minetti, e che era stata il primo approdo italiano di Eimuntas Nekrošius per Parma Teatro Festival. Anni Ottanta. Con le emozioni di allora, ascolto perciò Roberto Abbati, tra i fondatori a quel tempo del Collettivo di Parma e tra gli animatori di quel Festival.

Di Čechov, Abbati ha scelto Il canto del cigno. Sono i pensieri di un attore di successo e di età importanti, che ripercorre grandezze e mali della propria arte. Ma è anche, palesemente, la sua storia. 

Il canto del cigno - Atti Unici Cechov - Teatro Due Parma
Il canto del cigno

Nozze e fichi secchi

Si finisce che è già notte. Nell’ampiezza dello Spazio Bignardi, Le nozze mettono infine attorno a un tavolone, allestito per il gran banchetto, tutti noi spettatori.

Per farci scoprire, nel crescendo trash e sboccato, che i matrimoni coi fichi secchi si possono anche fare. Poi però restano sullo stomaco.

Le nozze - Atti Unici  Cechov - Teatro Due Parma
Le nozze

Champagne

Così continuo a chiedermi, tornando all’albergo inebriato di Čechov – ma forse è il mix di prosecco e vodka – perché questo autore continui, a 120 anni dalla morte, a catturare artisti e pubblico. Sempre con risultati positivi.

Un tentativo veloce di risposta ho provato a darlo, parlando del restyling del Gabbiano firmato da Liv Ferracchiati (vedi qui). Proverò a pensarci al prossimo appuntamento con Čechov, medico e scrittore, che proprio in Il canto del cigno scrive: “Dove c’è arte e talento, non esiste vecchiaia, né solitudine, né malattie, e anche la morte non sarà così tremenda”. 

Čechov morì nel 1904, a soli 44 anni, sorseggiando una coppa di Moët, dopo aver rifiutato l’ossigeno che il medico si era prodigato per ottenergli. Così almeno ce la raccontano Irène Némirovsky e Raymond Carver.

«È tanto che non bevo champagne» disse. Bisognerebbe saperlo imitare.

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MARATONA ATTI UNICI
di Anton Čechov
traduzioni di Fausto Malcovati e Giovanni Gorla
regie di Mateo Tarasco, Antonio Rosti, Nicoletta Robello, Roberto Abbati
costumi Elisabetta Zinelli
luci Luca Bronzo
foto di scena Andrea Morgillo
produzione Fondazione Teatro Due

SULLA STRADA MAESTRA
con Giovanni Carta, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Fabio Pasquini, Franca Penone, Bruna Rossi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

I DANNI DEL TABACCO
con Antonio Rosti

TRAGICO SUO MALGRADO
con Luca Nucera, Pavel Zelinskiy

L’ORSO
con Alberto Astorri, Mauro Malinverno, Bruna Rossi

L’ANNIVERSARIO
con Francesco Biscione, Lidia Castella, Andrea Mattei, Franca Penone, Francesca Somma, Pino Tufillaro

UNA DOMANDA DI MATRIMONIO
con Massimiliano Aceti, Giovanni Carta, Irene Paloma Jona

IL CANTO DEL CIGNO
con Roberto Abbati e Pino L’Abbadessa

LE NOZZE
con Massimiliano Aceti, Lidia Castella, Stefano Guerrieri, Stefano Gragnani, Dino Lopardo, Andrea Mattei, Alberto Melone, Salvo Pappalardo, Bruna Rossi, Massimiliano Sbarsi, Francesca Tripaldi, Pavel Zelinskiy

Bidibibodibiboo. Una favola per oggi, sul tempo e sul lavoro

Dopo il debutto a La Spezia e le repliche a Teatro Contatto a Udine, Bidibibodibiboo di Francesco Alberici arriva tra qualche giorno (dal 20 febbraio al 3 marzo) al Piccolo di Milano, sala Grassi.

Salvatore Aronica, Francesco Alberici - ph Francesco Capitani
Salvatore Aronica, Francesco Alberici – ph Francesco Capitani

Tutta un’altra musica

La prima cosa a cui Pietro dovrebbe pensare quando si sveglia è il suo lavoro, il suo incubo, la sua devastazione. E invece dice: “La prima cosa a cui penso al mattino è soltanto la musica”. 

Pietro lavora in una di quelle multinazionali nelle quali a tutti piacerebbe lavorare. Quelle che nel momento iniziale del reclutamento promettono: “rispettiamo il coraggio e l’originalità di pensiero, difendiamo idee, confrontiamo angolazioni di pensiero”. E prospettano poi “un percorso professionale basato sul senso di comunità”. Insomma, avete capito quali. Quelle in cui vorreste lavorare anche voi.

Credetemi, non è così

Da quando Pietro è stato ha assunto a tempo indeterminato, ha scoperto che le cose non stanno così. Appunto. Da 74 chili che pesava, Piero ha superato gli 80, e adesso è sugli 86. La psoriasi che all’inizio aveva colpito le gambe, ora gli rovina la faccia. La sua posizione in azienda precipita ogni giorno di più. Una via crucis.

Alla macchinetta del caffè, la sua capa, in maniera informale, amichevolissima, gli rimprovera performance sotto media e lo incoraggia. Ma gli ventila pure il licenziamento. Magari non usa proprio questa parola, dice opzioni alternative e sfidanti, dice exit strategy. Che, in quelle aziende, vuol dire la stessa cosa.

Pietro comunque dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Bidibibodibiboo - Francesco Alberici- ph Francesco Capitani
Francesco Alberici, Daniele Turconi – ph Francesco Capitani

Pietro e Daniele

La storia di Pietro ce la racconta suo fratello, Daniele. Che invece lavora in teatro: attore, autore, regista. Professione creativa, che dà soddisfazioni. Daniele ha chiesto a Piero se può presentare al suo pubblico quella storia. Ci ha costruito sopra un copione, ci ha vinto un premio di drammaturgia, ora sta per andare in scena con lo spettacolo. Lavorare con l’arte è mestiere che tutti vorremmo fare. Creativo.

Ma è davvero così? È la domanda che ci rivolgeremo, noi spettatori, a fine spettacolo. Davvero esiste un divario, uno scarto radicale tra chi ha scelto la strada della creatività (del teatro, della musica, e del precariato perenne, va aggiunto) e chi ha scelto la sicurezza del posto fisso, la routine della scrivania (e la logica massacrante della competitività, dentro l’azienda, tra colleghi, e fuori dell’azienda, tra competitors).

E Pietro dice: “Quando mi sveglio, la prima cosa a cui penso è ancora e soltanto la musica”. 

Scrittura contemporanea

Credo sia questo lo snodo (almeno uno degli snodi) attorno ai quali Francesco Alberici ha costruito Bidibibodibiboo. Testo, finalista 2021 al Premio Riccione di drammaturgia, che viene ora portato in scena, con soluzioni di rottura, rispetto al ron ron, che ammorba molta scrittura contemporanea.

Bidibibodibiboo è un spettacolo fuori ordinanza. Quei 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento, che mettono in gioco tutta la compagnia che produce lo spettacolo: i liguri Gli Scarti. Con i loro attori, i figuranti di questa favola al nero, con note di autofiction.

C’è Maria Ariis, tormentata madre, modernamente all’antica (e anche quello delle aspettative famigliari è uno snodo importante). C’è Daniele Turconi, che fa il compulsivo fratello di Pietro (e anche il benessere mentale è un tema). E ci sono ancora, in ruoli che sarebbe un peccato svelare: Salvatore Aronica, Andrea Narsi e altri.

Maria Ariis- ph Francesco Capitani
Maria Ariis- ph Francesco Capitani

Tutti ben calibrati – mi sembra – su quello stile non interpretativo, diretto, interlocutivo verso il pubblico, al quale nei cinque anni di lavoro con la compagnia Deflorian/Tagliarini, Alberici si è attrezzato. Pure con bei risultati personali (il premio Ubu 2021 come migliore attore under 35, in particolare per Diario di un dolore e Chi ha ucciso mio padre), conquistati nell’area del teatro italiano più vitale.

Un teatro nel quale anche Daniele, l’artista (cioè il personaggio nel quale si proietta Alberici) è comunque un tassello, la funzione di un sistema aziendale. Che magari non produce componenti informatici, ma orienta e segrega i talenti creativi, la passione per le arti, nel labirinto di quelle procedure che, regolano, ad esempio, lo spettacolo dal vivo.

Tanto le regole antiche e non scritte (ancora dell’Ottocento capicomicale), tanto l’algoritmo (nato dieci anni fa tra le pieghe di un criticato decreto legislativo, che ha messo nero su bianco criteri di performance quantificati con minuzia).

Bidibibodibiboo - La compagnia - ph Francesco Capitani
ph Francesco Capitani

Life Work Balance

Insomma, non è soltanto questione di posto fisso vs precariato, o di soldi sicuri vs libertà creativa. Né solo di nuovi asset nel mondo del lavoro, quelli che ottimizzano il life work balance, e che oltre la forza-lavoro di marxiana memoria, mettono a profitto anche talenti, passioni, aspirazioni di chi lavora soddisfatto.

È questione, anche e soprattutto, di tempo. Quel tempo che a tutti sembra sfuggire di mano. Nonostante sia stata proprio la componentistica digitale e il magico mondo delle applicazioni, a comprimerlo, a dilatarlo, a accelerarlo, a renderlo oggi un iper-tempo.

Per questo Bidibibodibiboo fa il paio con l’altro titolo importante di questa stagione, Il capitale, di Kepler-452 (leggi qui). Anche là, di lavoro e di tempo si parla, pur dal punto di vista di una fabbrica, diciamo poco creativa, che per decenni ha prodotto semiassi automobilistici.

Sarebbero da vedere assieme, uno dopo l’altro, questi due spettacoli. E proprio a Udine, nel cartellone di Teatro Contatto, ciò è successo.

Bidibibodibiboo. Una favola di oggi, sul tempo e sul lavoro

Aggiungo due cose

Il discorso sul tempo, sulla tirannia del tempo, dà il titolo a un bel libro, da cui prende le mosse anche Bididibodidiboo, un saggio scritto dalla sociologa Judy Wajcman. Leggerlo, è il mio suggerimento. Anzi se proprio volete, acquistatevi in pochi secondi l’e-book e leggetelo sull’e-reader: guadagnerete tempo. ; -)

Judy Wajcman - La tirannia del tempo

La seconda riguarda il titolo, Bidibibodibiboo. Forse niente a che fare con il magico mondo che, cantando, la Fata presenta a Cenerentola nel celebre cartone di Disney. Molto a che fare invece con l’opera omonima dell’iper-scultore Maurizio Cattelan.

Nella quale, imbalsamato, scorgiamo uno scoiattolo suicida, un attimo dopo che si è sparato il colpo di pistola: gli occhi ancora aperti, la testa riversa sul tavolo di formica gialla, un lavabo alle sue spalle, il boiler dell’acqua calda. Tutti oggetti che lo spettacolo di Alberici riporta in scena.

Maurizio Cattelan – Bidibibodibiboodiboo

Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: la ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare.

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BIDIBIBODIBIBOO
regia e drammaturgia Francesco Alberici
testo creato nell’ambito dell’École des Maîtres 2020/21
con Francesco Alberici, Maria Ariis, Salvatore Aronica, Andrea Narsi, Daniele Turconi
e con Federico Maso per la replica di Udine
aiuto regia Ermelinda Nasuto
scene Alessandro Ratti
luci Daniele Passeri

produzione SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione. In coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Ente Autonomo Teatro Stabile di Bolzano. 

Sul lago con Čechov e Liv Ferracchiati. Samovar o bottiglie di prosecco?


Al Piccolo Teatro di Milano fino al 25 febbraio è in scena Come tremano le cose riflesse nell’acqua, una revisione del Gabbiano di Anton Čechov, alla quale ha lavorato Liv Ferracchiati.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Insomma, c’è questo lago. Pare sia stregato. Un lago però è un lago è un lago, e solo l’attenzione spasmodica che gli rivolgono i personaggi (e con loro anche noi, spettatori) lo rende tale. Un’attenzione così totale che la sua immagine impegna, in video, luminosissima, l’intero fondale del Teatro Studio Melato

E fa sì che il trascorrere dei suoi colori – dal giorno pieno fino al tramonto rosso e torpido – si rifletta sulle facce del pubblico. E le trasformi.

È così stregato quel lago, che trasforma anche il titolo dello spettacolo. Invece che Il gabbiano (si tratta infatti di un remake della commedia di Čechov), si intitola Come tremano le cose riflesse nell’acqua. Capite bene che è un lago importante. È un personaggio.

Camilla Semino Favro, Marco Quaglia - ph Masiar Pasquali
Camilla Semino Favro, Marco Quaglia – ph Masiar Pasquali

Al posto del samovar, bottiglie di prosecco

Dopo aver messo mano a una precedente commedia di Čechov (ma tanto meno bella, il Platonov, oltre che all’Hedda Gabler di Ibsen), ancora una volta nel doppio ruolo di drammaturgo e di regista Liv Ferracchiati ha preparato questa revisione del più struggente fra i titoli cecoviani.

Ne ha conservato tutta l’architettura drammatica, la dinamica dei sentimenti, le aspirazioni e le rinunce alla vita. Ma le ha astratte da quella Russia degli ultimissimi anni dell’Ottocento, dov’era nato il testo. 

Ha tolto pure i samovar: che sono diventati bottiglie di prosecco. E gli ha dato invece un’ambientazione nuova, nuove parole, nuove espressioni, nuove gag. Anche perché a Cechov le battute, l’umorismo, le situazioni burlesche piacevano un sacco, e ne scriveva in continuazione.

Roberto Latini, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Roberto Latini, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

In questo spettacolo, il personaggio del Maestro domanda al Dottore, in visita nella villa sul lago: “Dottore, lei che ha così fortemente in mano la sua vita e che ha così tanto viaggiato e vissuto, mi chiedevo, qual è la città che le piace di più?”. Micro-pausa. Il Dottore: “La Spezia. Scherzo. Genova”.

Sempre il Maestro, alla Vicina di cui è innamorato, ma non ricambiato, anzi. “Ti dà fastidio che io ti parli?”. “Ho mal di stomaco, scusa”. “Dovrei avere una bustina di Malox nella tasca della giacca…”. “Non importa”. “No, ma ce l’ho sicuramente, soffro spesso di mal di stomaco, ho il colon irritabile… succede a chi è sensibile”.

Che è una revisione esatta del non-amore che legherà la Mas’a dell’originale (Maria per Ferracchiati) a quel disperato nell’anima, povero in canna del Maestro. Accompagnato poi dalla musica del più cecoviano dei nostri cantautori anni ’60: Luigi TencoMi sono innamorato di te.

Come faceva Stanislavskij. Come si fa oggi

E ancora: mentre in Čechov, nella biblioteca della villa sul lago, si trovavano titoli di Maupassant, qui, oltre a Maupassant, si trova pure qualche libro di David Foster Wallace.

A suggerire quel titolo così particolare – come tremano le cose riflesse nell’acqua – è infatti una frase da un racconto (Caro vecchio neon) dello scrittore statunitense.

Giovanni Cannata, Petra Valentini - ph. Masiar Pasquali
Giovanni Cannata, Petra Valentini – ph. Masiar Pasquali

Il che potrà infastidire i cultori del samovar. Ma – se ci si pensa bene – di altro non si tratta che di una traduzione aumentata e accordata ai tempi che viviamo. In cui, tra innamorati, non ci si scrive più lunghe lettere, ma si chatta. E i giovani artisti, come il giovane Figlio (nell’originale si chiama Kostja) occupano il tempo smanettando. Anche sulle consolle dei videogiochi.

E quindi: dobbiamo decidere tra prendere in mano Čechov come faceva Stanislavskij nel 1898, oppure farlo come si fa oggi nel mondo (Le tre sorelle della brasiliana Christiane Jathay, per esempio) ma anche in Italia (le stesse tre sorelle, nella proposta di Muta Imago, o Il giardino dei ciliegi ristrutturato da Kepler-452, o ancora i recenti lavori di Leonardo Lidi).

Il frenetico rumore dei tasti del computer, non esclude comunque un frinire di cicale. In fin dei conti, siamo in riva a un lago.

Laura Marinoni, Giovanni Cannata - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni, Giovanni Cannata – ph. Masiar Pasquali

Spericolato Ferracchiati

Nella sua spericolata impresa, Ferracchiati ha avuto al proprio fianco un angelo custode, uno che Čechov lo conosce meglio delle proprie tasche: il nostro più autorevole slavista, Fausto Malcovati. Che su Čechov e sulle regie cecoviane di Stanislavskij ha speso decenni di studi e ci ha consegnato indispensabili libri.

M. P. Roksanova [Nina] e K. S. Stanislavskij [il Romanziere] allestimento di Mosca 1898

Anche Malcovati avrà apprezzato – suppongo io – che Ferracchiati abbia voluto, come primi attori (così si diceva un tempo), Laura Marinoni e Roberto Latini e abbia cucito loro un po’ di battute addosso. Per lei la Madre (“una grande attrice forse in declino”). Per lui il Romanziere (“uno a cui piace pescare, ma deve scrivere”).

Laura Marinoni - ph. Masiar Pasquali
Laura Marinoni – ph. Masiar Pasquali

Entrambi superbamente nella parte. Lei, con i suoi cinque cambi d’abito, visto che le stagioni passano (ma al modo delle divine di un tempo, tipo Valentina Cortese). Lui, con il timbro vocale avvincente (il Figlio al Romanziere: “Lei ha una voce molto profonda”).

Da tenere sott’occhio

Sintonizzati su nuovi personaggi, sono anche Nina, energica e impaziente e poi desolata, di Petra Valentini (“una che vuole fare l’attrice o la rivoluzione”), il Dottore sornione e sazio della vita di Marco Quaglia, lo Zio (“che voleva essere, e non è stato”) di Nicola Pannelli, la Vicina di Camilla Semino Favro (“porto il lutto per la mia vita, sono infelice”, dice precisamente Čechov), che al posto di masticare tabacco si scola cicchetti di Porto, invecchiato in rovere. E spiaccica in terra le prugne.

Con un ulteriore apprezzamento al casting, che ci fa scoprire le smanie artistiche del Figlio, attraverso l’interpretazione del giovane e sensitivo Giovanni Cannata. “Mi piace molto perché riesce a essere sempre naturale e in connessione con quello che gli accade intorno” dice di lui Ferracchiati. E lo veste proprio come il suicida Foster Wallace, fascia in fronte compresa.

E scopriamo pure l’arrendevole Maestro di Cristian Zandonella. Diplomati tutti e due da poco, alla D’Amico e alla Paolo Grassi, saranno da tenere sott’occhio, ai prossimi appuntamenti.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Resta il lago stregato. Personaggio che non parla, ma è sempre presente. “Si dice che nei punti più profondi si possa vedere il fondo oltre mille metri più in basso; io stesso ho visto una tale profondità, con rocce e montagne immerse nel blu turchese, che mi ha fatto rabbrividire”, scriveva Čechov in una lettera. Il tremore si addice ai laghi. E ai gabbiani.

Ferracchiati - Come tremano le cose riflesse nell'acqua - ph Masiar Pasquali
ph. Masiar Pasquali

Čechov e l’ourangutan

“Peccato per le risate del pubblico”. È di ieri il commento di uno spettatore su Facebook. Ben vengano le risate invece. Čechov ne sarebbe entusiasta, perché a lui ridere piaceva, nonostante la malattia ai polmoni avanzasse. 

Diceva: “In teatro ho una tale sfortuna, ma una tale sfortuna, che se sposassi un’attrice nascerebbe un orangutan, o qualche mostro simile”.

Nel famoso allestimento di Stanislavskij al Teatro d’Arte di Mosca, 1898, Olga Knipper interpretava Arkadina, l’attrice “in declino”. Tre anni dopo Čechov sposa proprio Knipper. E non nacque nessun orangutan, conferma Malcovati.

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COME TREMANO LE COSE RIFLESSE NELL’ACQUA 
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati 
liberamente ispirato a Il gabbiano
di Anton Čechov
scene Giuseppe Stellato
costumi Gianluca Sbicca
luci Emiliano Austeri
suoni spallarossa
video Alessandro Papa
consulenza letteraria Fausto Malcovati

con Giovanni Cannata, Roberto Latini, Laura Marinoni, Nicola Pannelli, Marco Quaglia, Camilla Semino Favro, Petra Valentini, Cristian Zandonella

dramaturg di scena Piera Mungiguerra
aiuto regia Anna Zanetti
assistente volontaria alla regia Eliana Rotella 
assistente ai costumi Rossana Gea Cavallo

produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Due serve, una padrona, tanti oggetti. Veronica Cruciani rilegge Jean Genet

Da pochi giorni ha debuttato a Bologna una nuova produzione di Emilia Romagna Teatro FondazioneLe serve, scritto dall’autore francese nel 1947, il tempo che ci siamo lasciati alle spalle.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

A proposito di classici moderni

Diciamolo subito. Le serve di Jean Genet non è un classico. Nemmeno un classico del Novecento, come si usa dire a proposito di certi Brecht, Beckett oppure Pinter.

Invece – come aveva intuito il regista Massimo Castri mettendolo in scena, controvoglia, alla fine degli anni ’80 –  Le serve “sono un vuoto gioco di specchi, annebbiato da noiosi tourbillon erotico-masochistici”.

Vediamo di che si tratta. Due sorelle, cameriere al servizio di un ricca e sofisticata Signora, in sua assenza, giocano al gioco della serva e della padrona.

Frustrate e depresse come sono, la adorano, la invidiano, la odiano, vorrebbero vederla morta. E mentre la Signora è fuori di casa, approfittano dei suoi abiti, dei gioielli, dei belletti, inscenando spesso un privatissimo teatrino, in cui immaginano di assassinarla. 

All’improvviso però il campanello squilla, la Signora rientra, e si ritorna nella realtà. O quasi. Perché la volta che sembra la volta buona, quando provano a far fuori la Signora con una tisana avvelenata, il tentativo va a vuoto e le due si ritrovano con un pugno di mosche in mano. Fedeli però all’insano copione, che da tempo si sono messe in testa, trangugeranno loro stesse il bibitone mortale. Forse.

copertina  Genet Les bonnes

“Una scrittura tronfia e datata – sbottava Massimo Castri – il prodotto di un autore enfatico e decadente, ripetitivo e ideologico”. Si capisce insomma che al regista toscano (scomparso dieci anni fa) Jean Genet stava sullo stomaco.

Perché allora metterlo in scena?

Perché Le serve offre al teatro la sontuosa parte di Madame, la Signora. Parte che permette ad attrici fuori dell’ordinario una prova al tempo stesso snob, eccentrica, salace.

Sarebbe stata perfetta per Paolo Poli, se avesse una volta tanto deciso di cimentarsi con testi non suoi. Come era stata perfetta per Copi, il romanziere, drammaturgo e fumettista argentino che arrivava in scena, giraffesco, caracollando su tacchi altissimi, in lontana regia di Mario Missiroli.

Copi nella parte di Madame  (1981)- Le serve - regia Mario Missiroli
Copi nella parte di Madame (1981) – Le serve, regia Mario Missiroli

Magari il severo filosofo esistenzialista Jean Paul Sartre, vero e decisivo sponsor di Genet, non se la immaginava proprio così, alla Copi, alla Paolo Poli. Ma Madame è affare da uomini. Ed è stata spesso interpretata da uomini. Meritevoli della penna di un Arbasino.

Trio femminile

La pensa diversamente Veronica Cruciani, decisa a smentire, con un trio femminile, la solenne stroncatura artistica di Castri. Per Madame, la regista punta su Eva Robin’s, attrice che non si può dire manchi di originalità.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Con movimenti, intonazioni, atteggiamenti che ricordano vagamente Poli o anche Copi (di cui è stata spesso interprete), fornita di un lussureggiante guardaroba, da stilisti parigini, Robin’s fa il suo ingresso in scena spinta su una cassa di trovarobato teatrale, cilindro in testa, stola di pelliccia, cangiante abito azzurro. Alla Marlene. Insomma Madame si addice a Robin’s. Scelta azzeccata.

Anche le parti delle due Serve esercitano un fascino perverso. Se le sono contese fior di attrici. Basti ricordare che, in Italia, se ne erano impossessate Piera degli Esposti, Adriana Asti, Manuela Kustermann, Franca Valeri, Lucilla Morlacchi, Anna Bonaiuto. Per dirne solo alcune, passate alla storia.

Serve che parlano, spolverano poco 

In questo caso Matilde Vigna e Beatrice Vecchione svolgono il loro compito in modo adeguato. Spolverano poco, recitano molto. Senza però portare fino in fondo un suggerimento che mi sembra di poter leggere nella regia di Cruciani.

Viene messa da parte la chiave novecentesca con i conflitti di classe (e di genere, di etnia, di status sociale, di minoranza) che Jean Genet, sempre molto annebbiato, misturava puntando di volta la propria attenzione sui negri, sui maghrebini, oppure ladri, o detenuti, o marinai, come il sopravvalutato Querelle. E mi sembra che invece traspaia, e si addica di più ai nostri tempi, qualcosa del thriller

Un giallo criminale, che muovendo le mosse da quella tisana al veleno, per indizi, a ritroso, si incarica di svelare attraverso una – questa sì, originale – rivolta degli oggetti, il criminoso disegno delle due domestiche piene di invidia. Che Cruciani veste peraltro alla maniera delle gemelline di Shining.

Le serve - Jean Genet - regia Veronica Cruciani - ERT Fondazione ph Laila Pozzo
ph Laila Pozzo

Gli oggetti chiacchierano

Un guanto di gomma da cucina, una cornetta del telefono mal collocata, una sveglia dimenticata fuori posto, tracce di fard sul volto, una chiave rivelatrice, la calligrafia delle lettere anonime, fanno il resto. Le cose parlano, chiacchierano, sventano i piani, spiattellano i segreti, puntano il dito sulle due scellerate.

E le costringono all’ennesimo teatrino in cui, riconoscendosi colpevoli, si consegneranno ai gendarmi e/o berranno loro stesse il veleno. Nemmeno fossero Socrate. E sono invece due poveracce, fuori della realtà, oltre che di testa, sempre alle prese con il proprio delirio. Rito o cerimonia, come noiosamente si ripete a proposito di questo testo.

Che però merita non una nota sola, ma due

Scritto da Genet nel 1947 Le serve (Les bonnes) prende lo spunto da un caso criminale realmente accaduto a Les Mans, negli anni ’30. Riporta Wikipedia, sulle tracce del quotidiano Paris-Soir dell’epoca:

Due sorelle di nome Christine e Léa Papin, di 28 e 21 anni, a servizio da almeno 4 anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, massacrarono madre e figlia. Lo fecero con inaudita ferocia, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con accanimento. Commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice non fornirono alcun motivo comprensibile del loro atto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividerne interamente la responsabilità”.

Le sorelle Christine e Léa Papin  il 2 febbraio del 1933 massacrarono orribilmente la signora Lancelin e la giovane figlia
Le sorelle Papin

Questo sì è molto avvincente, something thrilling. Se ne erano occupati nientemeno che Jacques Lacan e Cesare Musatti, psicoanalisti eccellenti.

Inoltre, nelle sue note, intitolate Come recitare Le Serve, oltre alla solita opzione maschile, e sconsigliando ogni forma di realismo, Genet prescrive: ”Le attrici non devono salire in scena col loro naturale erotismo, imitare le donne che si vedono sullo schermo. L’erotismo personale, in teatro, degrada la rappresentazione. Le attrici sono perciò pregate di...”.

E qui mi fermo, perché educazione vuole. Ma voi potete facilmente leggere il seguito. Basta googlare.

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LE SERVE
di Jean Genet
traduzione Monica Capuani
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Eva Robin’s, Beatrice Vecchione, Matilde Vigna
scene Paola Villani
costumi Erika Carretta
movement coach Marta Ciappina
produzione CMC-Nidodiragno, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
in tournée