L’opera di Papaioannou nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

La programmazione congiunta di EUR Culture per Roma e Teatro dell’Opera di Roma ha portato dentro La Nuvola di Massimiliano Fuksas all’EUR, una video-installazione di Dimitris Papaioannou intitolata Inside.

L’ho vista e ne ho parlato con lui. Il riferimento al celebre titolo di Walter Benjamin è del tutto voluto.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Camera con vista

Il monolocale con affaccio su Atene, è essenziale, chiaro, luminoso. Ne scrutiamo i dettagli. A sinistra, la porta dell’ingresso. È qui, sulla soglia, che un uomo apparirà, per poi chiuderla, riporre le chiavi, spogliarsi degli abiti, mettersi sotto la doccia, consumare un pasto frugale, bere, affacciarsi per qualche secondo al balcone, infilarsi nel letto, svanire dentro le lenzuola a destra.

La sequenza si ripeterà per dieci, cento, mille volte. Così come si moltiplicheranno i corpi in azione. Prima uno, poi due, tre, quattro… trenta in tutto, uomini e donne.

Inside, l’autore

Il titolo è Inside, ovvero dentro. Chi lo ha creato è Dimitris Papaioannou, greco, ateniese, 60 anni a giugno. Di lui ho parlato più volte su Quante Scene!, a proposito dei suoi Sisiphus, Ink, Transverse Orientation.

È uno degli artisti performativi più affascinanti e più innovativi di questo e del passato decennio. Si potrebbe dire che è un regista coreografo, almeno così generalmente lo si etichetta, ma per comodità. In realtà è un artista plastico. Intendo che sa modellare nei modi più spettacolari, oltre che i corpi dei suoi performer, anche gli oggetti, le cose, i materiali, la luce, gli ambienti. Tutto.

Andate a vedervi i video dei suoi titoli più famosi, da Primal Matter a The Great Tamer. Oppure provate a restare incantati dalle mirabilie registiche che Papaioannou è riuscito a inventare per la cerimonia d’apertura dei Giochi olimpici di Atene 2004, o per quelli Pan-europei di Baku 2015. Spettacoli da stadio, collettivi, epici, monumentali.

Inside, dal vivo

Inside (in greco Mesa) era un performance, creata da Papaioannou nel 2011 per il Teatro Pallas di Atene. e durava sei ore. Era una riflessione artistica su uno degli aspetti più elementari della vita umana: il ritorno a casa, nel proprio nido. 

Inside era anche un esperimento che puntava a creare un algoritmo performativo che scalzasse la sequenza classica del narrare (inizio, climax, fine) per funzionare invece a loop: ripetizioni continue di un movimento-frase attraverso mille impercettibili variazioni e sovrapposizioni, creazione di una ipnotica poesia dei gesti più consueti, capace di alterare la quotidiana percezione del tempo. 

Infine, Inside era una proposta, rivolta agli spettatori delle venti repliche al Pallas: datevi un vostro tempo, costruite la vostra personale visione.Nel corso delle sei ore: si poteva entrare e uscire a piacere dalla sala, restare attenti, con gli occhi puntati sulla scena, o invece assopirsi, magari addormentarsi.

Sgranocchiare qualcosa, dare un’occhiata al display del telefono, uscire dalla sala per un salto al bagno, una fumatina, una boccata d’aria. E poi rientrare. Oppure andarsene. 360 minuti da gestire individualmente. Un’esperienza diversa dagli spettacoli che in tutto il mondo siamo abituati a guardare.

Inside - Papaioannou - ph Marilena Stafylidis
Inside – ph Marilena Stafylidis

Inside, il video

Sarebbe possibile, si era domandato poi Papaioannou, ricreare attraverso una ripresa digitale questo stesso statuto di percezioni, alterazioni temporali, assenza narrativa. Non più dal vivo, quindi, ma in una una video-istallazione che, anche grazie a procedimenti di editing digitale, dissolvenze incrociate, studio sulla temperatura del colore, riportasse agli spettatori un’emozione, magari diversa, ma altrettanto viva, riguardante uno fra i più essenziali bisogni umani: the homecoming, il ritorno a casa, nel proprio nido.

E intervenisse inoltre a movimentare nell’animo di chi guarda placide riflessioni sulla solitudine (o meglio, sulla scelta di stare soli), sul vivere in una metropoli, sul rapporto tra il dentro dell’osservatore e il fuori di chi, sulla scena, viene guardato.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, sotto la nuvola

Da parecchie stagioni Inside (la versione video) si replica in tutto il mondo. Pochi giorni fa, per tre pomeriggi, le sei ore della video-installazione sono state al centro della programmazione del palazzo Eur Culture, a Roma, l’edificio ideato da Massimiliano Fuksas e noto come La Nuvola.

Non però ai piani alti, sotto cirri, cumuli e nembi, ma in una sala più sotterranea, spazio accogliente e buio, dove comode sedute permettevano agli spettatori – tanto ai più frettolosi, quanto a quelli decisi a viversi tutte le sei ore – di accomodarsi davanti al grande monitor: tredici metri per sei, seicento chili. E in quell’oscurità amniotica, farsi catturare dalla micro-narratività della lunga durata di Inside.

Che cosa pensano quegli individui, maschi e femmine, nel rincasare? Qual è la forza dell’abitudine che li spinge verso quella immutabile routine? Che cosa vedono oltre la porta a vetri affacciati al balcone che si affaccia sui panorami di una Atene illuminata dal sole del mattino, o costellata da infiniti punti luminosi la sera? Hanno un compagno, una compagna? Come vivono il loro essere soli? Entrare da una porta, affondare alla fine in un letto, è qualcosa a che fare, per loro, con il nascere, con il morire?

E noi, invece, di qua dal monitor – noi spettatori vivi – come abbiamo vissuto questo esporre l’intimità del loro quotidiano? Come voyeur che spiano? Come cavie di un esperimento sul tempo lungo? Oppure come astanti curiosi davanti a un’esperienza un po’ speciale?

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Inside, il backstage 

In una sala attigua, più piccola, veniva intanto proiettata, in contemporanea, per altrettante ore, la ripresa video del backstage di quell’Inside 2011. Le cui immagini mostravano tutta la ricerca tecnico-artistica necessaria per ottenere quel risultato dal vivo.

Una techné impeccabile, inesorabile di scenotecnica, regia, coordinamento dei performer. Risultato altrettanto avvincente dell’opera vera e propria. Asciugamani, lenzuola, zaini, indumenti, ma anche camerini, paratie, scale di servizio, si avvicendavano per far funzionare perfettamente la sequenza dei movimenti umani visibili a chi stava in sala.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

Papaioannou, chiediamogli qualcosa

Alla fine, lo stesso Papaionannou, presente a Roma, non si è sottratto alle curiosità del pubblico. Ho colto anch’io, tra gli altri, l’occasione per rivolgergli qualche domanda.

Sono uno spettatore attento dei suoi lavori, mr Papaioannou. E mi domandavo, dopo essermi immerso a lungo nella video-installazione, quale sia la sua posizione riguardo alle riprese video di opere nate live. Fino a poco tempo fa si pensava che il video restituisse in forma ridotta, depauperata, l’esperienza vissuta dal vivo dagli spettatori. La qualità con cui Inside restituisce adesso l’originale 2011, la proiezione del backstage, l’esperienza ipnotico-percettiva su quel grande schermo, mi pare riescano ad aggiungere invece qualcosa. Forse anche un plus di valore artistico.

“Lo spettacolo dal vivo comporta sempre una ricchezza umana e un rituale che fanno scattare emozioni. Una sequenza acrobatica, per esempio, viene vissuta dal pubblico in tutta la sua pericolosità. Che è qualcosa di completamente diverso dal vederla riprodotta. Detto questo, ci sono molti diversi modi per avvicinarsi alla documentazione di un evento. Ed è un vero peccato che non si ricerchi costantemente la possibilità di trasmettere quella primaria intensità emotiva alle generazioni future e ad altri pubblici del pianeta. Non saranno le stesse emozioni, ma la diversità del medium ne farà scaturire altre, altrettanto forti, grazie ai propri specifici strumenti linguistici”.

“Mi sono impegnato molto nell’editing digitale, nel cross fading, nella selezione delle temperature di colore. Inside era una sfida davvero speciale e ne vado davvero fiero. Ci abbiamo messo dentro un’enorme perizia tecnica, per restituirlo in forma di documentazione. Del resto la parola tecnica viene da technè, che in greco è l’arte”.

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INSIDE_DimitrisPapaioannou – Rene-Habermacher

Lei Papaioannou, ripone quindi fiducia nel digitale.

“Al contrario: nutro forti sospetti nei confronti di proposte che tentano, attraverso con il digitale immersivo, di “restituire” l’arte. Ad esempio, mi sono imbattuto nel tentativo digitale di entrare nell’universo di Jeronimus Bosch, nel suo Giardino delle delizie. Lo trovo assolutamente senza senso. Il dipinto è là, a Madrid, e funziona alla perfezione. Quando invece si tratta di restituire una performance di 20 anni fa, il discorso cambia. È necessaria una documentazione di altissima qualità, che, sperabilmente, possa emozionare, non solo informare. L’arte non ha a che fare con l’informazione”.

Come sapeva ben fare uno dei suoi maestri, Bob Wilson, il digitale le permette anche di lavorare sul tempo, sulla sua percezione, i rallentamenti, il senso di attesa e di quiete, la slow motion.

“Anche se appare lento, Inside non lo è affatto. I movimenti dei performer rispettano la velocità naturale dei movimenti umani. La sensazione di lentezza è data dalle traiettorie energetiche – più dense, meno dense – che si sovrappongono. Un rallentamento, invece, è richiesto al pubblico, invitato in quelle sei ore ad accomodarsi in un ritmo molto più rilassato, a decelerare persino il battuto del cuore. L’ho imparato da Wilson, quando avevo ancora 23 anni, e mi interessavo anche alla danza butho”.

Ciò vuol dire condividere con il pubblico la propria ricerca di una calma interiore?

“Io lo considero un gesto di generosità, e incoraggio qualsiasi cosa sia orientata al rallentamento, tanto più nella frenesia di questi anni. A me piace passeggiare nella natura, osservare albe e tramonti, ritrovare il ritmo naturale dei cambiamenti”.

Archetipi e corpi quotidiani

Dal pubblico giungono poi altre domande, la più interessante riguarda l’uso esclusivo di corpi atletici, bianchi, performanti, qualcosa di molto diverso dai corpi quotidiani, portatori tutti della propria diversità genetica, etnica, aspettuale. A cui Papaioannou replica.

“Lei dunque mi chiede perché i miei spettacoli non siano inclusivi: le rispondo sinteticamente. Io sono greco e lei certamente avrà visitato musei che espongono l’arte classica greca. La mia è una scelta consapevole. Non si tratta di corpi quotidiani. I miei sono kouroi e korai, archetipi maschili e femminili, e rappresentano i corpi della razza umana nella sua piena funzionalità, al suo stadio migliore. Come le statue classiche, appunto. In quanto greco ne sono ossessionato. Ma non abbia paura: amo corpi di tutti i tipi. Semplicemente non strizzo l’occhio a Calvin Klein”.

Inside - Papaioannou - ph Renè Habermacher
Inside – ph Renè Habermacher

“”La cosa più divertente che una spettatrice mi ha detto a proposito di Inside, è che quei performer sembrano le statue del Museo Archeologico quando, la sera, finito il loro lavoro, se ne tornano a casa. Perché anche l’Ermes di Prassitele ha bisogno, allontanatosi anche l’ultimo visitatore, di farsi una bella doccia”.

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INSIDE 
conceived and directed by Dimitris Papaioannou

inside the room: Thanassis Akokkalidis, Pavlina Andriopoulou, Natassa Aretha, Panos Athanasopoulos, Savvas Baltzis, Ilia De Tchaves-Poga, Nikos Dragonas, Altin Huta, Yorgos Kafetzopoulos, Konstantinos Karvouniaris, Amalia Kosma, Eleftheria Lagoudaki, Euripides Laskaridis, Tadeu Liesenfeld, Konstantinos Maravelias, Yorghos Matskaris, Yiannis Nikolaidis, Christos Papadopoulos, Yiannis Papakammenos, Simos Patieridis, Ilias Rafailidis, Kalliopi Simou, Diogenis Skaltsas, Drossos Skotis, Manolis Theodorakis, Michalis Theophanous, Simon Tsakiris, Sophia Tsiaousi, Vangelis Zarkadas

set & video installation design Dimitris Theodoropoulos & Sofia Dona music K.BHTA
sound design for stage & video installations Konstantinos Michopoulos
lighting design Alekos Yiannaros
costume design Thanos Papastergiou
production: Elliniki Theamaton 

Première: 13 April 2011, at Pallas Theatre (Athens – Greece), Six hours, 20 performances

Video-installazione a Roma, a La Nuvola di Fuksas, 14-16 aprile 2024, un progetto di Eur Culture in collaborazione con Teatro dell’Opera di Roma

Giacomo Matteotti. Quanto dista il mito dall’uomo?

Sono passati cento anni. L’uomo è lo stesso, gli anniversari sono due. Il primo eroico: il 30 maggio. Il secondo funebre: il 10 giugno.

Sono cent’anni dal 30 maggio 1924, quando dai banchi socialisti di Montecitorio, il deputato Giacomo Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso, denunciando le sopraffazioni e i brogli avvenuti nel corso delle elezioni di aprile, quelle che sanciranno il regime fascista. 

Sono anche cent’anni da quando, il 10 giugno, a un angolo del lungotevere, Matteotti venne sequestrato e ucciso da cinque sicari. Mandante, lo stesso capo di governo, Benito Mussolini.

Sguardi sul passato, luci sul presente

Capita allora che da parecchi mesi e in molti teatri d’Italia (nello specifico, il 12 giugno a Udine per il CSS, e due giorni prima all’Argentina, a Roma), si possa assistere a Giacomo, titolo dello spettacolo che Elena Cotugno e Gianpiero Borgia (Il Teatro dei Borgia) hanno deciso dedicare a Matteotti. 

Spettacolo particolare, di intensità, di storia. Parla del passato, getta luce sul presente. Dice il sottotitolo che si tratta di un “intervento d’arte drammatica in ambito politico”.

Giacomo Matteotti - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 1

Gianpiero Borgia, possiamo spiegare meglio?

“Portiamo sulla scena due discorsi parlamentari di Giacomo Matteotti. Vorremmo dimostrare che le parole della politica non sempre sono state spettacolari, ammalianti, di pancia, come quelle odierne. Matteotti, cent’anni fa, teneva alta l’asticella, con fatti e documenti. Era l’alfiere di un discorso fondato sul vero quando, a scapito della verità, prevalevano la narrazione lirica dannunziana e la retorica di Mussolini: oratori di grande successo, star mediatiche del tempo. Ciò ha molto che fare con il nostro tempo, oggi”.

Vie e piazze d’Italia portano il nome di Matteotti. Quanti italiani sanno davvero chi fosse?

“Si sa che è stato un martire del fascismo. È diventato un mito dopo essere stato assassinato. Però Gramsci, prima del 1924, parlava di lui come di un rivoluzionario in pelliccia. Cavaliere del nulla, lo definivano certi suoi compagni di partito. In realtà era il leader minoritario di un partito minoritario. Il frontman di un antifascismo ante-litteram. È morto da profeta, non da oppositore, quando il fascismo si stava trasformando in dittatura. Questo lo sa solo chi si è occupato dell’argomento”. 

Giacomo [Matteotti] - Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 2

Cento anni dopo si può ambire a una migliore conoscenza.

“Un merito il centenario ce l’ha: grazie alle pubblicazioni e alle iniziative che lo accompagnano e forse grazie al nostro spettacolo che era nato già cinque anni fa e, va detto, non insegue l’occasione celebrativa. Il merito è di confrontarsi direttamente con la personalità di Matteotti, mettere a fuoco la distanza tra il mito e l’uomo, il suo pensiero, i discorsi. Che all’epoca apparivano impopolari e faticosi, in un’Italia che non aveva capito dove stata andando. Proprio come adesso, appunto. I grilli parlanti fanno spesso una brutta fine”.

Perché il romanzo fondante dell’identità italiana non sono I promessi sposi, ma Pinocchio. Com’è stato accolto Giacomo in questi anni?

“Gli italiani che vanno a teatro sono uno spicchio marginale degli italiani che formano il Paese. La mia impressione è che i nostri spettatori si sentano orfani di politica. Sentono di essere diventati sempre più consumatori e sempre meno cittadini. Chi viene a vederci percepisce un lutto, avrebbe voglia di una nuova cittadinanza, che non sia solo quella del consumo”.

Giacomo [Matteotti]- Elena Cotugno - Teatro dei Borgia 3

E per questo che la vostra scena è così essenziale, desolata? Vecchi scranni parlamentari sono accatastati come dopo un naufragio. Elena Cotugno, che incarna i due discorsi di Matteotti, li vive pericolosamente.

“È l’immagine di un parlamento in dismissione. Suggerisce niente? Concretamente permette a un’attrice di cimentarsi con una parola alta, quasi al confine del teatro, non al suo centro. Cimento è la parola esatta. Simbolicamente rende bene il decadimento della qualità democratica. E restituisce in maniera plastica la situazione di questo Paese oggi”.

Altri progetti del Teatro dei Borgia in cantiere dopo Giacomo?

“Sto pensando a un progetto intitolato Fus (Fottuti utopisti sognatori): si muoverà tra Cechov e i dispositivi di legge che regolano lo spettacolo dal vivo. Elena lavora già a Festa di confine, un testo del drammaturgo rumeno Matei Vișniec, che perfettamente si adatta al 2025, quando Gorizia e Nova Gorica saranno Capitale della Cultura. Cominceremo a prepararlo proprio là, assieme ad Artisti Associati, nel prossimo mese di giugno”.

[questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano IL PICCOLO di Trieste, lunedì 16 aprile 2023]

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GIACOMO
un intervento d’arte drammatica in ambito politico
testi di Giacomo Matteotti con interruzioni d’Aula
dai verbali delle assemblee parlamentari del 31 gennaio 1921 e del 30 maggio 1924
progetto e drammaturgia Elena Cotugno e Gianpiero Alighiero Borgia

con Elena Cotugno
costumi Giuseppe Avallone
artigiano dello spazio scenico Filippo Sarcinelliideazione, coaching, regia e luci Gianpiero Borgia
produzione Teatro dei Borgia / Artisti Associati

con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei ministri con il patrocinio di Comune di Fratta Polesine, Fondazione Giacomo Matteotti, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati” e Fondazione Circolo Fratelli Rosselli

Le parole politiche di Harold Pinter. Lino Musella ci punta sopra i fari

Diceva la motivazione del Premio Nobel per la Letteratura 2005: “Harold Pinter svela il baratro sotto le chiacchiere di ogni giorno, e ci costringe a entrare nelle chiuse stanze dell’oppressione

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – Paolo Mazzarelli e Lino Musella – ph Ivan Nocera

Prese di posizione

C’era una volta il teatro politico. Oggi non c’è. Oggi non c’è nemmeno la politica. Nonostante i media diano questo nome al teatrino di opinioni da divulgare ogni santo giorno, spacciandole per prese di posizione politica. Il teatrino c’è, la politica no.

C’era, invece, nel secolo scorso. E non occorre essere esperti di storia, per capirlo. Un maestro in fatto di prese di posizione è stato Harold Pinter (1930-2008), autore teatrale, premio Nobel.

È possibile riscoprire oggi la chiarezza, la determinazione, la forza delle sue parole politiche, grazie alla scelta di Lino Musella, attore, uno dei più bravi tra quelli che hanno dato spessore al teatro, al cinema e alla televisione di questi ultimi anni (È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino per dire un titolo solo, recente).

Una trilogia per Lino Musella

Per Pinter Party, la nuova produzione del Teatro di Napoli, Musella si è impegnato anche nella regia di tre testi.

Tra una cinquantina di titoli pinteriani ha scelto tre brevi opere, scritte tra 1984 e 1991, le più forti, a mio parere, in fatto di chiarezza: Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna e Party Time.

Idealmente formano una trilogia. Tutte e tre parlano di esercizio del potere, autoritarismo e dissidenza, sopraffazione e resistenza. Anzi, le mettono in scena. In maniera cruda, violenta: la naturalezza della brutalità.

Pinter Party - Paolo Mazzarelli e Lino Musella - ph Ivan Nocera
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Uno. Un prigioniero politico è sottoposto a interrogatorio. Nella stanza accanto sua moglie viene stuprata e suo figlio, sette anni, viene soppresso.

Due. A una minoranza viene proibito di usare la propria lingua. Chi la parla, anche perché non ne conosce altre, sarà sbranato dai cani.

Tre: Nelle strade della capitale, una dimostrazione di dissidenti è stata violentemente repressa, ci è scappato il morto. I dirigenti delle forze di polizia assieme a un esponente del governo festeggiano la buona riuscita dell’operazione con un brindisi, durante il party.

Tortura e repressione

Senza alcuna retorica, senza comizi, anzi, con poche asciutte parole, Pinter ci mette davanti gli occhi queste tre situazioni. Non importa che a suggerirgliele, a suo tempo, sia stato l’aver visto documentate, o con i propri occhi, le torture inflitte dai dittatori sudamericani, la condizione dei curdi sotto il regime turco, la repressione delle forze dell’ordine nelle strade britanniche.

Dimostrazioni violente di potere che accadevano negli anni ’80, esattamente come sono accadute dieci anni più tardi, e accadono oggi. In tutto il mondo. Basterebbe ricordare, da noi, le cronache del G8 e della scuola Diaz a Genova, le botte agli studenti qualche mese fa a Pisa.

La capacità sovrana di Pinter è di restituirle alla nostra attenzione – distratta dalle disgrazie dei Ferragnez o dalle vittorie di Sinner – con un’asciuttezza di linguaggio e una spietatezza che mette in brividi. E costringe alle lacrime le persone più sensibili. Altro che televisione del dolore.

Harold Pinter
Harold Pinter

Musella, Pinter ce l’ha nel cuore. Aveva portato quelle parole all’esame di ammissione alla Scuola di teatro a Milano. Le aveva interpretate quando, a un anno dalla morte del drammaturgo inglese, a Udine, il CSS aveva realizzato un esteso progetto, Living Things, che comprendeva l’allestimento di dieci titoli pinteriani. Quelle parole, Musella le riscrive ora da regista (e anche interprete) in questa produzione del Mercadante di Napoli, allestita al San Ferdinando, il teatro dei De Filippo. 

Brevi e brutali

Da parecchio tempo i tre testi non venivano allestiti su palcoscenici importanti, anche per la loro brevità: non più di 20 minuti ciascuno. Musella li ha riportati sotto la luce dei fari.

Conservano intatta la forza e il gesto artistico (anche prima che politico) che denuncia governi i quali si professano democratici, ma scivolano con allarmante velocità verso l’autocrazia, il controllo della popolazione, lo stato di polizia. Per non andare troppo lontani, Ungheria, Bielorussia, Russia, già ci insegnano come si fa. E non mi pare che, da questo punto di vista l’Italia stia troppo bene. 

Nell’allestire i tre testi, Musella ha scelto di alternarli ad alcuni passi del discorso che Pinter aveva scritto nel 2005, per il Nobel. Queste altre parole, la loro perentorietà, a me non sono sembrate strettamente necessarie. Ma forse aiutano a dissipare qualche dubbio, in chi non conosca ancora la capacità di argomentazione politica dello scrittore inglese.

E sono interpretate anche dallo stesso Musella, assieme a un numerosa compagnia nella quale spiccano la calma tagliente dei torturatori (Paolo Mazzarelli), la brutalità travestita da indulgenza (Totò Onnis), la leggerezza colpevole dei benestanti e delle ladies che la sanno lunga (Betti Pedrazzi). 

Pinter Party - ph Ivan Nocera - Teatro di Napoli
Pinter Party – ph Ivan Nocera

Corale finale

I loro dialoghi si trasfigurano poi nel corale finale: tutti assieme pronunciano il monologo che chiude Party Time (1991). Di bocca in bocca passano le parole di Jimmy, il caduto, la vittima dell’intervento della polizia.

Personaggio nel quale, nel 2001, non era stato difficile riconoscere il destino di Carlo Giuliani. Personaggio che oggi attende un nuovo nome e un nuovo cognome, alla svolta del prossimo intervento di sicurezza delle forze dell’ordine. In Italia, o altrove.

Il nuovo ordine del mondo, del resto, è un altro titolo di Pinter.

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PINTER PARTY 
Il bicchiere della staffa, Il linguaggio della montagna, Party Time
di Harold Pinter
regia Lino Musella
con Lino Musella, Paolo Mazzarelli, Betti Pedrazzi, Totò Onnis, Eva Cambiale, Gennaro Di Biase, Dario Iubatti, Ivana Maione, Dalal Suleiman
in video Matteo Bugno
scene Paola Castrignanò
costumi Aurora Damanti
musiche Luca Canciello
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Le donne, che mascalzone… Parola di August Strindberg

Nuova co-produzione del Teatro di Genova e del Metastasio di Prato,  I creditori  (un lavoro scritto nel 1888 dal drammaturgo svedese) è stato riportato in scena dalla regista Veronica Cruciani.

Viola Graziosi in I Creditori di August Strindberg - ph Federico Pitto
Viola Graziosi in I Creditori – ph Federico Pitto

Le donne di August Strindberg sono un po’ tutte uguali. Tremende, dominanti, sprezzanti, vampire. In definitiva, mostri. O almeno, mostri sono molti personaggi femminili dei suoi drammi. Quanto alle donne vere, le sue tre mogli, non saprei dare un giudizio motivato. Lui, probabilmente, era assai peggio di loro.

Certi pensieri mi rimbalzavano in testa mentre assistevo a I creditori, uno dei drammi “naturalisti” di Strindberg, un testo che la regista Veronica Cruciani ha allestito per il Teatro di Genova e il Metastasio di Prato. Con un bel cast, davvero appropriato: Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza.

Lo dico subito, così fin da principio capite che la faccenda ha tre vertici (e quindi tre lati). Del resto, ai triangoli di famiglia il teatro sfuggiva difficilmente a quell’epoca.

Mogli e mariti. Un inferno

L’epoca sarebbe il 1889, anno in cui Creditori viene pubblicato e debutta a Stoccolma. Il suo autore, svedese, è appena reduce dall’aver scritto un dramma altrettanto crudo, Il Padre. Mentre Henrik Ibsen, norvegese, manda in scena in quell’anno La donna del mare. Tutte storie di mogli (e mariti) parecchio complicate.

Tanto più difficile per lui, Strindberg, allontanarsi dal tema famigliare e da quel combattimento all’ultimo respiro che, per sua esperienza, e per sua opinione, è il matrimonio. Di esperienza ne aveva fatta abbastanza, essendo sposato da nove anni con un’attrice. Un inferno. Sosteneva lui.

Inferno di August Strindberg

Crediti e debiti

Un matrimonio, anzi due, sono al centro anche di Creditori. C’è una donna, Tekla che si è sposata prima con Gustav, e poi con Adolf. (Ebbene sì, nella lungimirante e luterana Svezia il divorzio era contemplato fin dal 1734; in Italia abbiamo aspettato il 1970). 

Facendo attenzione al titolo, non è poi difficile intuire il bilancio contabile che – sempre ad avviso dell’autore – caratterizza l’unione tra un uomo e una donna. Un dare e un avere.

Non necessariamente uno scambio di beni materiali, o di denaro. Non solo, almeno. Potremmo invece parlare di un trasferimento di potenza e di energie, che ciascuna/o rinfaccia all’altra/o. Una specie di vampirismo.

Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Viola Graziosi e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

Fatto sta che Tekla riesce a tener testa a tutti e due. Distruggendone uno, Adolf, il secondo marito, che è un artista mancato, e quindi, per definizione un tipo vulnerabile. E mandando a quel paese per ben due volte il primo, Gustav, che fa finta di essere un cinico disinvolto, ma si dimostra poi rancoroso, vendicativo. Fragile anche lui, pertanto.

Scene da un matrimonio

Non è tanto importante, però, scoprire come va a finire. Strindberg anzi (come aveva già fatto Ibsen in Casa di bambola, o in Spettri, o in La donna del mare) lascia uno spiraglio un po’ aperto nel finale. E questo contribuisce alla suspence.

Importante – e qui la regia coglie, secondo me, la chiave di Creditori – è quell’analisi delle mosse tattiche che la donna, e i suoi due uomini, adottano per portare avanti la propria strategia di discredito dell’altro/a.

Per esempio: “sei così vecchia che non potresti nemmeno fare la troia” dice villanamente Adolf a Tekla. Che per tutta risposta non gli farà mistero di aver flirtato “con quattro giovanotti sul traghetto” (la nuova traduzione dallo svedese, svelta e disinvolta, è di Maria Valeria Davino e Katia De Marco).

La guerra dei sessi

Dunque, ignorando per quanto possibile l’aspetto temporale (sono passati 130 anni da allora, figuriamoci) ed accogliendo invece con precisione le indicazioni spaziali (“un salotto di una località balneare”, al quale aggiunge una pennellata di De Chirico), Cruciani studia la guerra dei tre. Senza risparmiarci un colpo. Ricordandoci a piè sospinto che è sempre questione di sesso (o secondo Strindberg, di disparità dei sessi). Mettendo a fuoco i repentini cambi tattici. 

Sprezzante e poi gatta morta lei, Viola Graziosi, consapevole, elegante, sempre padrona sempre di sé. Signorile flaneur prima, manipolatore e farabutto poi, lui, il Gustav di Graziano Piazza. Prostrato e sottomesso il povero Adolf. Cui Rosario Lisma, concede il nervosismo succube dei perdenti sempre, la debolezza febbricitante di chi sta male dentro. Bravo. A tratti, persino naturalistico. 

Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori - ph Federico Pitto
Graziano Piazza e Rosario Lisma in I creditori – ph Federico Pitto

È ovvio, ma non naturale né naturalistico, che alla fine vince lei. O meglio: vince la misoginia di quel genio squilibrato che fu Strindberg, mandato ai pazzi dalle sue tre mogli. Le donne, che mascalzone… Così, almeno, la raccontava lui. Facciamo finta di credergli.

Costruttori di immaginario

Una precisazione, infine. Non mi stanco mai di dire che una cosa è il profilo artistico (il drammaturgo Strindberg, in questo caso). Gli artisti sono costruttori di immaginario). Altra cosa è il profilo biografico (l’uomo Strindberg). Sovrapporre le due personalità è a volte una forzatura, a volte un errore. Ma la storia biografica aiuta senz’altro capire e a interpretare una storia artistica.

Strindberg con i tre figli avuti dalla prima moglie, Siri von Essen

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I CREDITORI
di August Strindberg
traduzione Maria Valeria Davino e Katia De Marco
adattamento e regia Veronica Cruciani
con Viola Graziosi, Rosario Lisma, Graziano Piazza
scene Anna Varaldo
costumi Erika Carretta
luci Gianni Staropoli
drammaturgia sonora John Cascone
movement coach Marta Ciappina
produzione Teatro Nazionale di Genova, Teatro Metastasio di Prato

STORIE – Trattoria con vista. Un golfo per Francesco Macedonio

Non è la stessa notorietà che hanno avuto – mettiamo – Harold Pinter, oppure Milva, o alcuni degli altri artisti protagonisti di STORIE, i miei Incontri con uomini e donne straordinari (ne trovate in questo blog almeno una dozzina, qui oppure qui).

Ma per me, e per molti di quelli che leggeranno questo post, il nome di Francesco Macedonio è altrettanto importante. Più importante, anzi.

Francesco Macedonio
Francesco Macedonio

Perché quassù a Nordest, il regista Francesco Macedonio è stato generatore di una svolta e poi punto fermo del teatro che si è fatto in questi ultimi cinquant’anni.

Il teatro delle lingue

Mi spiego. Per quella che è stata, nel tempo, la storia d’Italia, ci sono città che anche a teatro hanno dato dignità alta e alta rilevanza alla loro lingua – o se volete, al loro dialetto – anche a teatro: Venezia, Napoli. Pure Palermo, e più in generale la Sicilia. È superfluo che vi dica perché, o che vi elenchi gli autori: è una cosa che fa parte del dna culturale della nazione.

Altre città, come Firenze, Bologna, Genova, Bari, che pure hanno coltivato le loro lingue – o se volete dialetti – non sono riuscite a costruire altrettanto forti drammaturgie. E il bolognese, il fiorentino, il genovese, il barese, le loro parlate insomma, sono rimaste di preferenza legate al teatro amatoriale, alle filodrammatiche, alle compagnie dilettanti.

Varianti adriatiche. Di terra e di mare

Francesco Macedonio, in quasi cinquant’anni di progetti teatrali e con la sua attenzione alla lingua che ancora si parla, in tante varianti, sulle coste dell’Adriatico settentrionale, nella città di Trieste, e nei dintorni, è riuscito nell’impresa di darle qualità artistica e spessore teatrale. Di farne un tramite d’arte. E ha aperto un lungo filone, che ancora adesso, a più quattro decenni dalle sue prime prove, si nutre di autori e spettatori numerosissimi.

Carpinteri e Faraguna - Le Maldobrìe

Dalle Maldobrìe (inizio anni ’70), le storie di terra e di mare, raccontate nei dialetti istro-dalmati delle coste e dei porti dell’Adriatico (autori Carpinteri & Faraguna) alla rievocazione di eventi fissati nella storia locale: A casa tra un poco (I foghisti dell Lloyd) (1976, autori Roberto Damiani e Claudio Grisancich). 

Dal sodalizio con Tullio Kezich (per un affettuosa trilogia autobiografica del critico cinematografico, nato e cresciuto a Trieste, o per curiose rivisitazioni della vita di Italo Svevo, L’ultimo carneval, anni ’90) al lavoro di memoria collettiva avviato poi con giornalisti come Roberto Curci (Sariàndole, Tramàchi) e Pierluigi Sabatti (Vola colomba). 

Francesco Macedonio e La Contrada

Attraverso la loro scrittura, e con le regie a cui Macedonio metteva mano, i dialetti dell’alto Adriatico hanno trovato una dignità teatrale e un assetto professionistico, sia presso il Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, sia presso la compagnia di teatro popolare da lui stesso co-fondata, nel 1976, La Contrada.

Nel 2004, a 87 anni, Macedonio è scomparso. In quella Gorizia dov’era cresciuto e aveva sempre vissuto, a poche centinaia di metri dalla Stazione Transalpina, posta tra Italia a Slovenia e tagliata a metà, negli anni della guerra fredda, dalla Cortina di Ferro. Ma diventata ora uno dei confini più facilmente valicabili di tutta Europa.

Dieci anni dopo

Qualche sera fa, a Trieste, al Teatro Bobbio, sede della Contrada, si è voluto ricordare la poetica e la carriera di Francesco Macedonio. In una lunga serata, nella quale spezzoni video, fotografie, ricordi dei suoi interpreti, frammenti di aneddotica, hanno ridisegnato a 360 gradi la sua personalità e il suo lavoro (che non si limitava a Trieste, ma si era esteso, per esempio a Bologna).

Francesco Macedonio
Screenshot

A tanti racconti ho aggiunto anch’io un breve contributo che, tra le altre cose, rievocava questo episodio della mia, e della sua, vita. Ve lo racconto in questo nuovo capitolo di STORIE.

La collina sopra il golfo

2012, giugno mi pare. Francesco aveva appena vinto il premio teatrale Flaiano, così qualche sera dopo, decisi di festeggiare con lui, e lo portai a cena in una trattoria sul mare. Di solito, i posti dove incontrarci li sceglieva lui, nella pianura friulana, o attorno a Gorizia. Quella volta fui io a scegliere un posto, proprio quello, su una collina dell’ultima città prima del confine sloveno: Muggia. Un ristorante di pesce, con la terrazza che dall’alto spaziava su tutto il golfo di Trieste

Il golfo di Trieste, sullo sfondo il profilo delle Alpi Giulie e Carniche

Era quasi sera, guardando a Nord, oltre i cantieri Monfalcone, si potevano scorgere, chissà, Gorizia e il Collio, famoso per i vini, e ancora più in là, forse, i monti della Slovenia, verso Idria, il paesino dove lui era nato e dove aveva visto per la prima volta il cinema, proiettato su un lenzuolo. 

Se ci voltava a Sud, a riflettersi nel mare era la costa istriana, quella dei racconti di terra e di mare che lui aveva messo in fila nelle Maldobrìe. Tra Nord e Sud, nel mezzo, Trieste nella mezza luce del tramonto. La città che lo aveva fatto diventare regista. 

In cerca di un’auto

A un certo punto, puntando il dito a Nord, a Sud, dappertutto, e con un tono che voleva essere solenne, che avrebbe voluto toccargli il cuore, gli ho detto: “Cesco, questa xè tutta roba tua” (Francesco, questa è la tua storia). È rimasto pensieroso per un po’, ma non si è scomposto più di tanto. “È vero, è vero. Hai ragione” ha risposto. Fine.

Non era vero però, che non si fosse turbato. Me lo aveva nascosto. Quando siamo tornati a riprendere la sua automobile, aveva in subbuglio in testa, e non ricordava affatto dove l’aveva posteggiata. Due ore buone siamo stati, lungo i moli di Trieste, avanti e indietro, oramai nella notte, per ritrovare la vettura, sperando che il carro attrezzi non l’avesse portata via. 

Che quadretto. Che teatro. Regista e giornalista, appiedati davanti al mare, persi nella notte. In cerca, non di un autore, ma di un’auto.

Da Bassano a Pompei. Inseguendo Napoleone

Dalle Alpi alle Piramidi. Era il tour proposto dalla famosa ode napoleonica che abbiamo tutti studiato a scuola. 

Ora: evitando l’Egitto, Paese non particolarmente sicuro (il caso di Giulio Regeni è ancora aperto) e rinunciando alla gloria (“fu vera gloria?”), vorrei suggerire in questo post un altro itinerario, ugualmente interessante e pure di belle soddisfazioni. Tutto made in Italy, poi. Dal ponte di Bassano alle pietre di Pompei.

Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei
Il Teatro Grande degli Scavi di Pompei

Sono stati appena presentati due festival estivi che potrebbero scandire i mesi più caldi della vostra estate 2024, se deciderete di concedervi qualche fine settimana a Nord, oppure a Sud. In due dei luoghi più iconici (si dice così, no?) della nostra penisola.

Bassano, la città veneta celebre per il ponte, su cui darsi la mano, oltre che per l’encomiabile distilleria di grappa, la più antica d’Italia (dal 1739).

E Pompei, che città invece era stata prima che il vulcano che la sovrasta, imbizzarrito, la distruggesse con una ricaduta di fuoco, lava, ceneri, pomici, lapilli.

Pompei, le pietre, i tramonti

Da otto edizioni, da quando cioè il Teatro Grande degli scavi ospita il festival Pompei Theatrum Mundi, alla marea dei turisti che, sotto il solleone, visitano le antiche pietre e la scabrose “stanze dell’amore”, si è aggiunto, la sera, l’arrivo di un altro inaspettato numero di visitatori.

Al tramonto, a giugno e luglio, quando la suggestione del luogo tocca vertici supremi grazie al dialogo tra le luci e le rovine, centinaia di persone si accomodano sui sedili di pietra per recuperare, in forme contemporanee, il sapore dell’antico.

Nel senso che Pompei Theatrum Mundi è un festival dedicato alla manutenzione della drammaturgia antica, greca e latina, rielaborata e riattivata da alcuni fra i maggiori autori e registi italiani, internazionali, contemporanei. Citato da Roberto Andò (il direttore del Teatro di Napoli, che si occupa anche della programmazione di Pompei), Italo Calvino ci ricordava che rileggere un classico impone la domanda del chi siamo e del dove siamo arrivati. E fa bene ogni tanto porsi la questione.

Sembra inoltre (lo avrebbe riferito lo storico latino Cassio Dione) che quando il Vesuvio, la sera fatidica del 79 aC, diede avvio alla furibonda strage, borbottando prima, esplodendo poi, i cittadini pompeiani si trovassero riuniti proprio a teatro. La vita qui finiva, ma la vita anche qui rinasce.

Pompei Theatrum Mundi 2024

Pompei, il programma

Tratta dal comunicato stampa, ecco la sintesi dei quattro spettacoli, frutto della collaborazione tra Teatro di Napoli e Parco Archeologico di Pompei, che si replicheranno ogni fine settimana nelle serate di giovedì, venerdì e sabato, tra il 13 giugno e il 13 luglio 2024.

Si partirà il 13 giugno con la prima assoluta di Odissea cancellata, opera di Emilio Isgrò, con la regia di Giorgio Sangati su installazione scenica dello stesso Isgrò, una produzione del Teatro di Napoli. Le gradinate del Teatro Grande si trasformeranno in una gigantesca video-installazione. E mentre i versi dell’Odissea impressi sulla pietra dei gradini verranno cancellati a vista, dalle cancellature stesse prenderà vita il testo. Cancellando Omero (tornando cioè alla fonte primaria dell’epica) l’artista siciliano ha selezionato solo i frammenti ritenuti essenziali e, sradicandoli dal loro contesto, restituirà loro nuova e inaspettata forza.

Da giovedì 27, un altro debutto nazionale. Si tratta di De Rerum Natura (There is no planet B), liberamente ispirato poema di Lucrezio, su ideazione, adattamento e regia di Davide Iodice e drammaturgia di Fabio Pisano. Iodice e Pisano tornano a collaborare insieme dopo il successo di Hospes- Itis, in un lavoro dove i temi del poema latino precipitano fragorosamente nel nostro presente.

Terzo appuntamento, da giovedì 4 luglio, è Edipo Re di Sofocle con l’adattamento e la regia di Andrea De Rosa. Simbolo dell’eterno dissidio tra libertà e necessità, tra colpa e fato, nella nuova regia di De Rosa, che torna per l’occasione a lavorare con Fabrizio Sinisi, la tragedia ruota attorno alla verità, proclamata, cercata e misconosciuta: “Il sapere è terribile, se non giova a chi sa”.

Quarto e ultimo spettacolo sarà Fedra, Ippolito portatore di corona di Euripide, con la regia di Paul Curran nella traduzione di Nicola Crocetti, in scena da giovedì 11 luglio, una creazione nella quale Napoli rinnova la collaborazione con l’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa, che coproduce lo spettacolo. Affidata alla sensibilità del regista scozzese, noto per le innovative interpretazioni di opere classiche, l’antica narrazione di Fedra riecheggia con sorprendente attualità nel contesto odierno. 

Emilio Isgrò
L’artista e scrittore siciliano Emilio Isgrò

Bassano, là ci darem la mano 

Diversa storia, quanto è diversificata l’Italia, quella di Bassano del Grappa. Che è un tranquilla città, veneta e di provincia, con i suoi 43mila abitanti ben fieri di quel magnete turistico di cui ho parlato prima, il ponte.

Non dimenticherei però, qualche decina di chilometri più su, a Possagno, l’impareggiabile gipsoteca che raccoglie i più importanti modelli in gesso di Antonio Canova. E qui, il Napoleone che avevamo snobbato all’inizio, ci sta (e non lo pubblico, che sennò Facebook me lo censura).

Il modello realizzato da Canova per Le tre Grazie

A chi si interessa inoltre di spettacolo dal vivo e si indirizza verso luoghi dove teatro, musica e danza interagiscono attraverso formati innovativi, la città offre il valore aggiunto del suo Bassano OperaFestival.

Nato come programmazione estiva del Comune, cresciuto grazie alla determinazione e all’intuito dell’ingegnosa Rosa Scapin, Bassano OperaFestival è diventato un punto di riferimento importante, anche per il fervore con cui schiera in campo progetti nuovi, accende le luci su prime assolte e debutti, esplora prospettive e finanziamenti internazionali.

Per mettere a segno un cartellone che di anno in anno anno si fa più attrattivo per il numero di nuovi (e non solo) artisti che riesce a convogliare nel territorio, che alla città aggiunge i centri della Pedemontana veneta: Castelfranco, Marostica, la valle del Brenta…

Bassano OperaEstate 2024

Bassano, il programma

Di nuovo, sulla base sul comunicato stampa, ecco una sintesi forzatamente ridotta, visto il programma di oltre cento eventi, che si svolgeranno tra il 2 luglio e il 15 settembre 2024). Il programma completo è qui.

Nella sezione Danza molti i progetti interdisciplinari che intrecciano linguaggi diversi: così è per l’evento Un Amico, che vede insieme per la prima volta il musicista Mario Brunello con il coreografo Virgilio Sieni in una serata omaggio al mondo della musica di Ezio Bosso, grande amico di Mario Brunello. Tra le altre composizioni anche Roots, la sonata per violoncello e pianoforte che Ezio Bosso scrisse e dedicò a Brunello 10 anni fa. (29/7). Alessandro Sciarroni, Leone d’oro alla Biennale, sarà al festival con il suo nuovo lavoro U., che dà corpo a una coreografia di voci, un inno di gioia, speranza e amore (26/7). Due tra le coreografe italiane più innovative: Cristina Kristal Rizzo, riunisce straordinari danzatori nel suo nuovo Monumentum the second sleep, (31/7) e Silvia Gribaudi con MM Contemporary Dance Company, in Grand Jeté, propone una riflessione divertente sui cliché della danza e del balletto (2/8). 
Al confine tra danza e installazione artistica, Gruppo Nanou propone una creazione coreografica tra architetture di luce e di oggetti che omaggia Shining di Stephen King e la ancor più celebre trasposizione cinematografica di Kubrick (20 e 21/7). 
Un grande ritorno è quello con Sharon Fridman, che in Go Figure crea una coreografia intrisa di poesia e forza fisica, equilibrio e leggerezza, potenza e precisione, per i corpi non conformi dei suoi danzatori. (6/8). 
Le futuristiche Bolle, disegnate da Fuksas per le distillerie Nardini, ospitano infine Michele Di Stefano con la sua compagnia MK in Creatures. Album degli abitanti del Nuovo Mondo che unisce l’architettura dei corpi all’architettura contemporanea, mettendo in connessione le competenze specialistiche differenti ma complementari proprie della danza e dell’architettura. (9 e 10/8).

Fuksas Bolle Bassano Nardini
Le Bolle ideate da Massimiliano Fuksas per la Distilleria Nardini

Per la sezione Teatro, a Bassano sarà in scena il nuovo progetto di Motus: Frankenstein, che affronta il capolavoro di Mary Shelley guardando al Mostro come metafora della diversità (23/7). In prima nazionale Anagoor con la nuova produzione nata per il tedesco Theater an der Ruhr : Bromio con Marta Ciappina, che incrocia danza, performance, teatro e musica, sviluppando un rituale poetico di trance, per vivere la comunità in modo nuovo (prima nazionale 26 e 27 luglio); Marco Paolini ambienta invece alla Tagliata della Scala in Valbrenta, Latitudini, un primo studio ispirato alla figura umana e scientifica di Charles Darwin (18 e 19 luglio). 

Particolarità del Festival è proprio la sua ambientazione nei luoghi di rilievo del territorio e del suo patrimonio: ville, palazzi, paesaggi. E così la nuova creazione per i Dance Well dancers di Castelfranco Veneto – la pratica di danza per persone con Parkinson, nel 2023 Premio Rete Critica e Premio Speciale Danza&Danza – è affidata al coreografo Matteo Marchesi, in scena in Villa Parco Bolasco (13/7); in prima nazionale Villa Dolfin Boldù di Rosà, ospita la nuova produzione di Stivalaccio Teatro, Strighe Maledette! (11/7), mentre Alessandro Bergonzoni nel parco di Villa Cerchiari a Isola Vicentina prosegue le sue sperimentazioni linguistiche nel nuovo Sempre sia rodato (22/7). A Marostica, sulla Collina del Pigrotto, la mega scultura del cane creato da Elena Xausa, giovane illustratrice da poco scomparsa, i Fratelli Dalla Via in Nulla è più invisibile, riflettono proprio sui monumenti e sul rapporto tra il ricordare e l’agire (3/8). 

Accoglie stili e linguaggi differenti anche il programma dedicato alla Musica, che si apre con il collettivo dei C’Mon Tigre in Habitat live, dal loro ultimo lavoro, acclamato tra i migliori dischi del 2023 (12/7). Prosegue con il programma dedicato ai giovani talenti della classica: il violinista Giovanni Andrea Zanon con Martin James Bartlett al pianoforte (13/7), che cura anche il programma Leonora Armellini e un Quintetto di fiati (25/7), la pianista Eva Gevorgyan (8/8) e il duo violoncello pianoforte formato da Luca Giovannini e Leonardo Colafelice (11/8). 
Appuntamento con la classica il 4 agosto con l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius nella Nona Sinfonia di Beethoven che, in occasione del centenario dalle composizione, esprime ideali di libertà, pace e solidarietà così necessari in questi tempi. 

B.Motion. Il contemporaneo. Realmente

Una sezione, che considero assai stimolante, si colloca poi nelle ultime settimane del Festival (tra il 21 agosto e il primo settembre). B.Motion, modellato adesso da Michele Mele, dopo essere stato consolidato da Roberto Casarotto, si concentra su linguaggi del contemporaneo e artisti emergenti.

B.Motion a Bassano
Una precedente edizione di B.Motion

Senza costringersi alla separazione di generi, anche perché in questi lavori, danza, musica e teatro si fondono grazie a nuove pratiche di spettacolo che spesso portano allo scoperto i corpi vulnerabili (vedi un precedente post su Dance Well), le dinamiche del gioco e del videogioco, gli archivi della memoria individuale e collettiva, i legami con lo sport.

A Bassano insomma, anche questa estate, si prova a disegnare il vasto panorama del realmente contemporaneo. Seguendo questo link trovate il programma dettagliato (ma anche qui e qui). Di B.Motion riparleremo poi a suo tempo.