“Perché mi menti? Perché mi dici che vai a Lemberg, per farmi credere che vai a Cracovia, mentre vai proprio a Lemberg?” .
Chissà se il viaggiatore di questa famosa storiella ebraica, ambientata su un treno, molto amata da Freud e da Lacan, andava veramente Lemberg (che per noi occidental è Leopoli, in Ucraina).
Magari partiva davvero per Cracovia. O forse se ne andava altrove, chissà.
Zlotogrod – ph Luca A. d’Agostino
Oggi, me piace pensare che avesse in tasca un biglietto per Zlotogrod, immaginario, sperduto e misero villaggio di quella regione, la Galizia, a cavallo tra Polonia, Ucraina, Romania. Terra della corona austro-ungarica, regno ai margini dell’Impero, destinata a dissolversi nel 1918, con la fine della guerra.
Di Zlotogrod ci parla Joseph Roth, lo scrittore della Finis Austriae. La occhieggia nel suo romanzo più noto, La Cripta dei Cappuccini. Ma la piccola cittadina ricompare nei suoi racconti, autentici reportage dai confini del nulla. E proprio per questo mi attrae.
Vestire gli abiti di Anselm Eibenschütz
A visitare Zlotogrod – chissà se quella reale, chissà se quella immaginaria – mi ci ha spinto uno spettacolo presentato nelle giornate conclusive di Mittelfest 2024, a Cividale del Friuli.
È successo che il drammaturgo Jacopo Giacomoni, che già aveva adattato per il teatro, assieme a Giacomo Pedini, La Cripta dei Cappuccini (vedi un precedente articolo), si innamorasse proprio di questo posto. E decidesse di reinventarlo in forma di spettacolo itinerante nella Cividale del Festival.
Al gioco del walking-tour, si sono prestate due compagnie: gli attori di L’Amalgama e i circensi di Circo all’inCirca. Hanno guidato il pubblico lungo un itinerario urbano noto, eppure trasformista e sorprendente.
Hanno proposto a noi, spettatori viandanti, di chiudere gli occhi e metterci nelle vesti di Anselm Eibenschütz, verificatore di pesi e misure, protagonista di Il peso falso, romanzo breve di Roth.
ph Luca A. d’Agostino
Le viuzze, le osterie, le botteghe oscure e i loro sudici banconi, la stanze affumicate dalle stufe, le piccole storie di Zlotogrod, sono così riapparse nel dedalo di una Cividale fatta ancora di case di pietra, strade di ciottoli, slarghi assolati, cortili d’ombra, finestrelle.
Una bottiglia di vodka, un tintinnio di orecchini, un cavallo stremato… Tutto converge nella vicenda di questo funzionario austro-ungarico, inflessibile e ligio al proprio dovere, ma travolto dal dissolversi dei valori e abbruttito dal grande freddo che d’inverno attanaglia Zlotogrod.
L’inno e il vessillo di Zlotogrod
Gli attori del Collettivo L’Amalgama hanno il passo lesto, attraversano ponti, si infilano in strettoie, cantano a squarciagola l’inno di Zlotogrod, dispiegando il vessillo cittadino. Li avevo già visti all’opera in uno dei loro spettacoli più vagabondi, Lost in Macondo, modellato su Cent’anni di solitudine di García Márquez (vedi qui).
ph Luca A. d’Agostino
I circensi di Circo all’inCirca piegano le loro arti giocoliere al volgere dei destini di Anselm Eibenschütz, di sua moglie Regina, della bella zingara Euphemia, del vendicativo oste Jadlovker.
ph Luca A. d’Agostino
Equilibrismi su una scala a pioli, virtuosismi di palline in aria, e la curiosa specialità d’oggetti in cui si cimenta la sinuosa Laia: il trasformismo di lampade e abat-jour.
Laia Picas Rodoreda – ph Luca A. d’Agostino
Va a finire che… beh, non ve lo racconto, perché il bello delle storie sta quasi sempre nel finale.
Mittelfest 2025 : Tabù
Finale che coincideva con le giornate conclusive di Mittelfest. Questo spettacolo, Zlotogrod, assieme a La tana che Teatrino Giullare ha tratto dai racconti di Kafka, e a Paradiž del Teatro sloveno di Celje (vedi un precedente articolo), hanno suggellato domenica scorsa il percorso teatrale del Festival.
Accompagnato dall’annuncio di quello che sarà di titolo dell’edizione 2025, ovvero Tabù. Che si possa immaginare, il prossimo anno, un programma scabroso?
alcuni attori del Collettivo L’Amalgama
– – – – – – – – – ZLOTOGROD testo e regia Jacopo Giacomoni ispirato ai racconti di Joseph Roth con gli attori del Collettivo L’Amalgama (Caterina Bernardi, Federica Di Cesare, Massimiliano Di Corato, Gilberto Innocenti) e gli artisti di Circo all’inCirca (Simone Di Biagio, Laia Picas Rodoreda, Paolo Tonezzer) produzione Mittelfest2024
Arriva in questi giorni a traguardo, Mittelfest, il festival di Cividale del Friuli, al margine più nordest d’Italia. Fin dal 16 luglio scorso, il programma ha visto sfilare maiuscoli nomi nazionali – Battiston, Boni, Ovadia – e internazionali. Per fare solo degli esempi, Josef Nadj per la danza, Alexander Gadjiev per la musica, Jeton Neziraj per il teatro.
Ma anche un buon numero promettenti formazioni under 30. Che prefigurano il domani in Mittelyoung 2024, contest di nove proposte pluridisciplinari, cartellone dentro il cartellone.
Indispensabile darci un’occhiata. Essenziale farlo con attenzione.
MANual – Platform 13 – ph Roberta Roată
La forza delle radici
Bai Li Wiegmans è nata in Cina. Poco più che neonata è stata adottata da una coppia olandese. Tra i rosei e asciutti nederlandesi la sua fisionomia orientale spicca. E rammenta a noi, stanziali da millenni, che quello delle adozioni internazionali è sì una grande occasione.
Ma può generare anche momenti conflittuali, e sofferenza: la tua forza d’appartenenza e le tue radici nel contesto alieno in cui sei cresciuta. Al problema, Rimini Protokoll aveva dedicato, anni fa, un interessante progetto, Black tie.
Home – ph Luca A. d’Agostino
Home è il titolo della performance che Bai Li e il suo musicista Bongjin Jung hanno presentato nel contest internazionale e pluridisciplinare (teatro, musica, danza, circo) di Mittelyoung 2024.
Bai Li ha la danza dentro, i suoi movimenti ricordano spesso quell’incedere marziale che in noi occidentali, miopi confusionari, fa tutto un brodo di Tai Chi Chuan e Qi Gong. Ma la sua non è una formazione speciale, dedicata: la sente come parte della sua eredità genetica.
Home – ph Luca A. d’Agostino
Home comincia con un video-documentario di una decina di minuti, in cui grazie a film di famiglia, si ripercorrono la brevissima vita orientale e poi quella occidentale di Bai Li. A seguire quindi, una decina di minuti in cui la performer mostra live la sua vocazione di danza.
Un formato inusuale, corto, post-coreografico, se mi permettete il termine, al quale sono da tempo affezionato. Ai curatori under 30 che l’hanno selezionata per il contest Mittelyoung 2024, questo formato e la storia di Bai Li, sono piaciuti molto. Tanto che alla fine l’hanno premiata.
Mittelyoung 2024, due giurie
L’abbiamo premiata anche noi, giuria di esperti un po’ più maturi, chiamati dal direttore di Mittelfest, Giacomo Pedini, a esprimere una valutazione tecnica. Con me, in questa ‘giuria seconda’ c’erano anche Alberto Bevilacqua Veronika Brvar e Elisa Marcon, che di spettacoli, in una carriera da programmatori, ne hanno visti migliaia.
L’altro premio convergente – giuria under 30 e giuria tecnica – è andato al gruppo musicale rumeno Marquis Noir. Un sound estatico, elettrico e energetico, per una formazione gothic ma tipicamente mainstream: ritmica di basso e percussioni, supporto di chitarra e tastiera.
Marquis Noir – ph Luca A. d’Agostino
A guidarlo, Patricia Marchiș, iconica leader e solista dai folgoranti capelli rossi. Suona il sax come se fosse parte del proprio corpo e insieme ai suoi compagni ha digerito klezmer e musica da film, standard americani e fanfare balcaniche, per restituirli tutti in una serata fusion.
Questa era la prima volta che i Marquis Noir si affacciavano fuori dal proprio Paese. Ma l’impatto sul giovane pubblico internazionale di Mittelyoung 2024 è stato fragoroso. Quindi, premiati.
Maschi tossici
Da quel Paese viene anche il gruppo che si è portato a casa un altro premio, quello al performer più carismatico. Nello specifico caso, una performer: Anca Stoica.
Stoica spicca in MANual e tiene testa, in questo titolo di danza, a un gruppo di maschi tossici rumeni, palestrati e pompati. Che mettono e tolgono di continuo canotte e mutande sudate, maneggiando pericolosi attrezzi da bricolage: cesoie, cacciaviti, martelli.
MANual – ph Luca A. d’Agostino
Il tutto suona come una vigorosa critica del machismo e degli stereotipi di genere. Ma il problema, visto dalla Romania, ha lineamenti diversi da quelli che si trova a fronteggiare oggi, mettiamo, il movimento Lgbt+ in Olanda.
Scarto socio-geografico che, dentro a Mittelyoung 2024, ha le proprie ragioni: sottolineare il diverso approccio e i diversi atteggiamenti che Europa occidentale e Europa orientale hanno rispetto ai problemi e agli stili. Per cui, c’è tutto da imparare.
MANual – ph Luca A. d’Agostino
Le mille facce del post-
La giuria under 30 ha premiato pure gli italiani Ucci Ucci (Salvatore Crucitti + Gloria Zeppilli) per Twisted World, creazione in cui mixano documentary theatre e videogame.
Dal primo linguaggio, che porta in scena documenti e discorsi realmente pronunciati o scritti, arriva il diario-manifesto (107.000 parole e una youtubata) che il 22enne Elliot Rodger aveva consegnato alla storia prima di uccidere 6 persone, ferirne 14 e togliersi infine la vita.
Twisted World – Ucci Ucci – ph Luca A. d’Agostino.jpg
Lo pronuncia, in un ispirato monologo, Gabriele Graham Gasco, mentre il videogioco (solo apparentemente interattivo) replica sul grande monitor la vita senza vie di uscita di questo disadattato bullizzato, cresciuto negli Usa delle armi nel cassetto.
Siamo dentro alla categoria ombrello del post-drammatico: prestiti dalla realtà, attenzione alle tecnologie recenti, interlocuzioni con il pubblico. Ma ulteriori sviluppi di questo specifico formato, personalmente, non ne vedo.
Danzare la durata
Invece, il progetto che mi è piaciuto proprio sfugge ancora di più dai canoni. Xenia Bannuscher e Dries Vanwalle (a.k.a. Sinking Sideways) sono i due perfomer che, distesi a terra, di schiena, uno opposto all’altra, intessono un incessante gioco di rimbalzi gestuali, basati su un unico movimento-frase. Esercizio che molto piacerebbe ai seguaci dello joga.
Per i 40 minuti della performance, il movimento si ripete e si ripete, con variazioni infinitesime, e fa sì che i due ruotino a terra come lancette di un orologio.
Esempio canonico di acrodanza (vedi il video qui sotto), René è anche prototipo di una ‘danza di durata’, che mette a dura prova i performer.
Ma, come succede in certi spettacoli di Alessandro Sciarroni, misura al tempo stesso la tenuta del pubblico rispetto a un procedere ipnotico, post-coreografico, sotto-focalizzato (potreste pensare ad esempio allo sciarroniano Chroma, se vi è capitato di vederlo).
Abituati ad annusare orientamenti e preferenze del pubblico, anche di quello più under, noi, giuria matura, abbiamo pensato che fosse giusto riservare a René il Premio speciale della Giuria. Infatti, così è stato.
René – ph Luca A. d’Agostino
– – – – – – – – – Le locandine dei vincitori di Mittelyoung 2024
HOME ideatrice e danzatrice Bai Li Wiegmans compositore e produttore musicale Bongjin Jung direttore della fotografia Christopher James Viñalon produzione del film CJV productions voci Xiaojie Pan, Bai Li Wiegmans, Henri Wiegmans poesia Li Bai – Quiet night thoughts produzione Mittelfest2024
MARQUIS NOIR Patricia Marchiș sax Tim Thieme tastiere Cristian Cioloca chitarra David Vshayn basso Sebastian Arvai batteria produzione Mittelfest2024
MANual ideazione e coreografia Sergiu Diță performer Dorin Eremia, Sergiu Diță, Dennis Ilie, Andrei Tcaciuc, Anca Stoica sound designer Raw Creatives musiche Daniel Stănciucu, Adrian Piciorea scenografia e costumi Ecaterina Tudosă luci Ionuț Dumitrașcu produzione Platforma 13 con il sostegno di Mittelfest2024
TWISTED WORLD dal manifesto di Elliot Rodger un progetto del duo artistico UCCI UCCI – Salvatore Crucitti e Gloria Zeppilli con Gabriele Graham Gasco e Giovanni Conti interventi drammaturgici di Giovanni Conti scene Alessandra Solimene light design Gianni Staropoli video design Igor Renzetti game design POCHI studio sound design Filippo Lilli costumi Valeria Forconi produzione Mittelfest2024
RENÉ di e con Xenia Bannuscher e Dries Vanwalle musiche Jonas Bolliger luci Rinus Samyn costumi Hanne Pierrot produzione Sinking Sideways in co-produzione con PERPLX, Circustruction, CirkLabo, Theater Op De Markt – Dommelhof sostenuto da Circus Dance Festival, Zirkus ON, Miramiro, Latitude 50 – Pôle des arts du cirque et de la rue, Château de Monthelon, Circuscentrum, Cirkus Kolektiv, The HUB con il sostegno di Mittelfest2024
È stato consegnato ieri a Ksenija Martinovic il premio Adelaide Ristori 2024. Un riconoscimento creato nel 1999 dal Soroptimist Club di Cividale del Friuli in simbiosi con Mittelfest, il festival internazionale che proprio oggi prende il via. Tra geografie di margine e centralità dello spettacolo dal vivo.
Ksenija Martinovic-ph Federico Buscarino
Al destino non si comanda
Infatti nulla potè comandare la più celebre fra le attrici italiane dell’Ottocento, Adelaide Ristori, al destino che la fece nascere, in tournée, a Cividale del Friuli.
Città oggi al margine più nordest d’Italia, ma idealmente al centro di una Mitteleuropa che in quel secolo voleva dire uno smisurato impero di centinaia di lingue.
Come sia andata a finire lo racconta poi in dettaglio la storia. Interprete di qualità singolari, apprezzata e già famosa, Ristori sposò il marchese Giuliano Capranica del Grillo [che, attenzione, non è quello di Mario Monicelli e Alberto Sordi: «Io so’ io e voi non siete un cazzo!»].
Da artista nomade in una compagnia capocomicale, a membro di un’aristocratica famiglia romana, Ristori inventò, in pieno Ottocento, lo star system teatrale.
Icona risorgimentale, studiato profilo tragico (e però non dimenticava il più comico Goldoni), tournée intercontinentali, interpretazioni in tre lingue, soprattutto una costruzione di immagine e un merchandising, che ne fecero oggetto di ammirazione e devozione. Anche in Brasile e in Nuova Zelanda.
statua di Adelaide Ristori – Cividale del Friuli
Il premio Adelaide Ristori 2024
È quanto, idealmente, si potrebbe augurare all’attrice cui proprio a Cividale del Friuli, ieri, è stato assegnato il Premio Adelaide Ristori 2024.
Da 25 anni, il riconoscimento va alle artiste che più si sono distinte nell’edizione dell’anno precedente di Mittelfest.
La manifestazion prende il via oggi su quel margine geografico orientale, che sembra tornare nuovamente al centro dei nuovi (e combattivi purtroppo) assetti continentali.
Ideato da un gruppo di donne decisamente attive, impegnate in ruoli di manager e imprenditrici, associate in una sezione del Soroptimist Club Italia, il premio Adelaide Ristori va quest’anno a Ksenija Martinovic, attrice che su questo blog, è apparsa più volte.
Vuoi per la sua speciale storia biografica, vuoi per i titoli che in dieci anni di professione è riuscita, da autrice e attrice, a costruirsi addosso, tra autofiction e ricerca storiografica.
Martinovic in Tesla – ph Luca A. D’Agostino
Serba, perché nata e cresciuta a Belgrado, italiana, perché formata nel top five delle scuole teatrali della penisola, oltre che con maestri internazionali come Angélica Liddell, Sergio, Blanco, Anna Julie Stanzak, Ivica Buljan… Martinovic è campionessa di quelle difficoltà, che contraddistinguono i nomadi contemporanei delle performing arts.
Artisti con occhi orientali e passaporto, mettiamo, olandese. Performer under 35 con trolley sempre pronto e biglietto flixbus in tasca. Magnetiche personalità fluide, di genere e di linguaggio.
Mileva, la prima musa
Sulle più recenti creazioni di Martinovic, QuanteScene! si è soffermato spesso.
Mileva (del 2020) è il ritratto teatrale che lei e il dramaturg Federico Bellini hanno costruito mettendo a fuoco il misconosciuto profilo della scienziata serba Mileva Maric, prima moglie e prima musa di Albert Einstein.
Potete leggere qui il post che ho dedicato a quel titolo. E se vi va, guardatevi pure, qui sotto, il docufilm che Fabrizio Arcuri ha realizzato per CSS – Teatro Stabile di Innovazione del Fvg, la factory produttiva nella quale sono nati principali lavori di Martinovic.
Tesla, il mago dell’elettricità
Dello scorso anno invece è Tesla (qui il post di QuanteScene!). Figura eccellentissima nella storia tecnologica dei primi decenni del ‘900, con conseguenze non trascurabili sui giorni nostri, il serbo Nikola Tesla, meriterebbe, proprio adesso, maggiore popolarità. Una conoscenza che ne renda visibili le idee di fondo, improntate anche a inclusività e sostenibilità.
Scienziato da riabilitare perciò, cui senz’altro giova il lavoro di ricerca sviluppato da Martinovic, sempre assieme a Bellini. Qui sotto, il trailer della co-produzione di CSS e Teatro La Contrada.
Non che le sia mancato il cinema (Psychedelic del 2021, I passi leggeri del 2018), ma sono le performing arts a costituire per lei una zona di conforto e di confronto.
Martinovic, passato e futuro
“Buona parte del mio lavoro, anche quello ideativo, è legata alle mie radici e ai ricordi di quel periodo, vissuto in una Belgrado che con sforzo enorme e sentimenti contrastanti si liberava dall’odio e dalle guerre“. Ha 16 anni, Martinovic, quando lascia la ex-capitale della Jugoslavia.
Martinovic in Tesla – ph Luca A. D’Agostino
“C’è in me una volontà di riscatto da una narrazione storica non sempre ben costruita, non sempre doverosamente raccontata” ha detto a Giacomo Pedini che, in occasione del Premio, la intervistava.
Quanto al futuro, sollecitata con vigore da chi scrive, beh, ha voluto mantenere la sua riservatezza. “Non so dirvelo. Magari è un segreto”.
Pedini, Mattiussi, Martinovic, Castorina durante la premiazione
Tre dritte stimolanti, che lancio a chi apprezza la coreografia contemporanea. Cioè la coreografia che piace a me. Quella inquieta, innovativa, indisciplinata. A volte turbolenta, anche estrema. A volte divertente.
Sabato è il giorno nel quale, con più frequenza, i lettori di QuanteScene! approdano su queste pagine. Così ho pensato di pubblicarle proprio oggi, queste tre brevi segnalazioni. E se anche a voi andasse di leggerle….
Alexander Whitley Dance Company, Anti-Body – ph. Sodium Bullet
Il dossier che apre ogni numero della pubblicazione, come sempre molto accurato e sempre molto ampio, in questo caso è dedicato ai margini più interessanti della danza contemporanea. Se ne parla approfittando di un titolo ammiccante: Extended Dance Territories.
Le due curatrici – la svedese Margareta Sörenson, la greca Steriani Tsintziloni – nel loro editoriale spiegano che:
“Lo spazio pubblico, l’intelligenza artificiale, le componenti non umane incidono sulle attuali pratiche di danza, sollevano questioni su come il corpo viene concettualizzato, e inaugurano pratiche di danza ampliate, fino a produrre una nuova serie di domande. In questo numero speciale abbiamo fatto ogni sforzo per includere un’ampia gamma di articoli, recensioni e resoconti sulla danza come forma d’arte contemporanea saldamente radicata nel presente”.
Trees – ph Håkan Larsson
Potrete perciò trovare articoli, addirittura saggi, sui rapporti tra corpo danzante e strumentazione tecnologica. Quello ad esempio di Johaness Birringer, intitolato Connecting and Disconnecting Bodies, in cui si introduce il tema, a me molto caro, della post-coreografia.
Oppure, in altre pagine, alcune riflessione sul ruolo delle intelligenze artificiali (ChatGPT in particolare) nella definizione di nuove modalità della critica (l’articolo è di Deanne Kearney).
Potrete incuriosirvi anche per le considerazioni che Susanne Foellmer, docente della Coventry University, sviluppa attorno alle azioni pubbliche di ribellione ambientalista, portate avanti in tutta Europa dai collettivi di Ultima generazione. La spinta all’ecoattivismo e alla disobbedienza civile, combinate assieme alla passività non violenta (dei blocchi stradali, ad esempio) genera inediti punti di vista.
ph Susanne Foellmer
Insomma, vi basta essere un po’ intraprendenti e un po’ curiosi – come del resto sono molti dei coreografi di nuova generazione – per andare subito a sfogliare questo numero di Critical Stages/Scènes critiques. Vi posto di nuovo il link.
NID, piattaforma italiana per la nuova danza
L’invito mi permette anche di introdurre la seconda segnalazione. Lunedì scorso è stato presentato a Roma il programma della ottava edizione di NID (New Italian Dance Platform), il più significativo appuntamento italiano per chi si occupa, come artista, come produttore, come programmatore, come osservatore, ma anche e soprattutto come appassionato spettatore, di questo specifico genere dello spettacolo dal vivo.
Ne ho parlato anche altre volte (qui un reportage da Cagliari 2023). Da questa edizione, messa da parte la frequenza biennale, NID che era nata nel 2012 assume un passo annuale.
La nuova edizione si svolgerà a Vicenza, tra il 9 e il 12 ottobre 2024. E quando verrà il momento, su QuanteScene! ne parlerò di nuovo, più ampiamente. Per ora, chi volesse avere un’idea complessiva del programma, può sfogliarlosul sito ufficiale di NID. Si sa che chi gioca d’anticipo ha chance migliori.
La danza trans-frontaliera
Passeranno solo pochi giorni e si inaugurerà, già il 16 ottobre, un’altra manifestazione che in cinque edizioni (la prima si è svolta nel 2020) è cresciuta parecchio. E si avvia adesso a un passo importante.
Siamo alla terza segnalazione e parlo di Visavì, Gorizia Dance Festival. Tra una manciata di mesi, nel 2025, l’italiana Gorizia e la dirimpettaia slovena Nova Gorica diventeranno insieme, gemelle, Capitale Europa della Cultura, e Visavì starà cuore degli eventi.
La sua caratteristica (intuìta dall’ideatore Walter Mramor e dai progettisti di Artisti.Associati ben prima che le due città conquistassero quel titolo europeo) è infatti lo spirito trans-frontaliero. Parola difficile, ma di attualità, adesso che un patriottismo nazionale, anzi nazionalista e miope, tende a riaffacciarsi sulle scene, anche su quelle culturali.
Visavì – che altro non vuol dire se non “dirimpetto” – punta invece sulla mobilità internazionale del pubblico e degli artisti, sulla promozione territoriale al di qua e al di là del confine italo-sloveno, sulla vivacità di due culture, per le quali, trattandosi di danza, la lingua non rappresenta affatto un problema.
Anche di questo festival, che ho seguito in tutte le edizioni precedenti (leggi ad esempio qualcosa su quella del 2023), parlerò quando verrà il momento, e cioè tra il 16 e il 20 ottobre. Intanto provate a dare un’occhiata al programma, che si svilupperà di qua e di là della antica frontiera con la Jugoslavia, ma decentrato anche in parecchi luoghi iconici (castelli, ville, parchi) e ricco di incontri, workshop e sharing.
Ci troverete certo qualcosa capace di catturarvi. A me il lavoro che Silvia Gribaudi presenterà in prima nazionale, Amateur Smugglers, cioè contrabbandieri dilettanti, ispirato tra le altre cose allo storico evento del 1947, quando venne tracciata la linea separazione tra Italia e Jugoslavia e costruito il “muro di Gorizia), proprio quel lavoro interessa fin da ora.
Si chiude un capitolo, se ne apre un altro. Willem Dafoe sarà il nuovo direttore artistico del settore Teatro della Biennale di Venezia per il biennio 2025-2026.
Willem Dafoe – ph Saha Karlgaltsev
Alla conclusione del loro mandato quadriennale, Stefano Ricci e Gianni Forte cedono il testimone all’attore statunitense, sessantottenne, fondatore a New York negli anni ’70 dello storico Wooster Group.
“Sono consapevole di essere noto come attore di cinema, ma io sono nato in teatro: il teatro mi ha formato e mi ha scosso. Sono un animale da palcoscenico. Sono un attore. Il teatro mi ha educato all’arte e alla vita. Ho lavorato con il Wooster Group per ventisette anni, ho collaborato con grandi registi da Richard Foreman a Bob Wilson. La direzione del mio programma sarà tracciata dalla mia formazione personale. Una sorta di esplorazione dell’essenza del corpo”.
Willem Dafoe – ph Saha Karlgaltsev
Così si è espresso Dafoe oggi, appena ufficializzata la notizia che imprimerà un’altra svolta ai cartelloni del festival internazionale di teatro che ogni anno, a giugno, apre gli eventi del settore DMT (Danza Musica Teatro), la Biennale dal vivo.
E che insieme alle manifestazioni sorelle – la mostra del Cinema, la mostra di Arte Contemporanea e quella di Architettura – rappresenta l’impegno più forte, in campo artistico, dell’istituzione che ben si può considerare patrimonio dell’umanità, come la città, Venezia, di cui è espressione.
Dafoe: la formazione
“Attore dalla vocazione sperimentale e dalle scelte eterodosse – raccontano le note biografiche – Willem Dafoe (Appleton – Wisconsin, 1955) ha iniziato il suo percorso artistico fin dai tempi universitari a Milwaukee, dove a 19 anni entra a far parte del Theatre X (1975-1977).
Si tratta di una delle prime formazioni di ricerca negli Usa, influenzata dal Living Theatre e da Jerzy Grotowski, con la quale è in scena in Insulti al pubblico di Peter Handke e in molti dei testi del regista e direttore artistico John Schneider. Anche in Europa, dove si trova nel ‘76, è al Mickery Theatre di Amsterdam, un perno della scena alternativa internazionale, dove è interprete in Folter Follies.
Il teatro
È però a New York che Dafoe inizia una più personale carriera teatrale. Fonda – insieme alla regista Elizabeth LeCompte e agli attori Ron Vawter, Kate Valk, Jim Clayburgh, Peyton Smith – The Wooster Group, in cui ha lavorato per oltre vent’anni (1977-2003) partecipando a molte creazioni.
Un lavoro caratterizzato dal singolare intreccio di linguaggi e di testi – dai classici alla controcultura americana, da Flaubert a Lenny Bruce – che ne ha fatto il fulcro della scena underground newyorchese degli anni ’80.
Defoe in North Atlantic per The Wooster Group (1984)
Accanto al Wooster Group, Willem Dafoe ha collaborato con registi teatrali che hanno segnato la scena internazionale.
Richard Foreman, drammaturgo, regista e teorico della ricerca, ideatore di un teatro “ontologico-isterico”, lo ha chiamato per Miss Universal Happiness (1985) e The Idiot Savant (2009).
Robert Wilson lo ha voluto per The Life and Death of Marina Abramovic (2011) e, insieme a Mikhail Baryshnikov, in The Old Woman, dai racconti del poeta russo Daniil Kharms (2013).
Per Romeo Castellucci Willem Dafoe è stato interprete de Il velo nero del pastore, dall’enigmatico racconto di Nathaniel Hawthorne (2016). Nel 2016 ha partecipato alla Biennale Teatro nella sezione masterclass con un laboratorio dedicato all’attore.
Defoe in Il velo nero del pastore – regia Romeo Castellucci
Il cinema
Nella sua carriera di attore cinematografico Dafoe ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. È stato candidato a quattro Premi Oscar (la prima volta per Platoon (di Oliver Sone, 1987) la più recente nel 2019 per Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità di Julian Schnabel, film con il quale ha vinto nel 2018 la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia). E inoltre a quattro Golden Globe (la più recente nel 2024 per Poor Things (Povere creature!, film Leone d’oro alla Mostra di Venezia).
Quest’anno sarà nel cast del film di apertura dell’81esima Mostra del Cinema (28 agosto – 7 settembre) in Beetlejuice Beetlejuice di Tim Burton”.
Defoe in The life and death of Marina Abramovic – regia Robert Wilson
Al neo direttore, cui giova anche la doppia cittadinanza, statunitense e italiana (dal 2018), gli auguri di buon lavoro pure da QuanteScene!
Da Sofocle a Lucrezio, la riproposta contemporanea di capolavori classici è uno degli obiettivi che si pone il festival organizzato dal Teatro di Napoli e ambientato tra le pietre dell’antica Pompei, vittima dell’eruzione del Vesuvio.
De Rerum Natura – Carolina Cametti – ph Ivan Nocera
La collera degli dei
Noi non sappiamo che cosa pensavano i cittadini di Pompei, riuniti forse a teatro, quando nella fatidica notte dell’79 a.C., il vulcano sopra le loro teste cominciò a manifestare la propria furia, sollevando fumi e fiamme, sommergendo la città di cenere e lava.
Saranno gli dei in collera, avranno pensato. È il castigo per la nostra empietà. È il fato che si scatena e ci colpisce. È colpa nostra.
Che cosa pensano invece gli spettatori, che a Pompei tornano adesso e siedono sulle gradinate del teatro. Davanti a loro un regista (Davide Iodice) e un drammaturgo (Fabio Pisano) squadernano il racconto di disastri e crimini ambientali altrettanto gravi, anche più gravi, perché globali.
L’estremismo del clima che scioglie la banchisa artica. La deforestazione che, per profitto, sega e distrugge i polmoni verdi del mondo. La gestione criminale dei rifiuti che avvelena pozzi, e i mari e le terre. I flussi migratori di chi fugge da guerre, carestie, emergenze climatiche, e si disperde in lunghe code di profughi, spaesati e disperati, di donne e bambini orfani, di uomini fatti schiavi, braccianti lasciati morire nei campi.
Le nostre colpe
Che ne pensiamo, noi spettatori? A chi attribuiamo la colpa? Quanto minimizziamo questi attentati al pianeta, in nome di temporaneo benessere, destinato a ricaderci addosso.
There is no planet B, continua a sostenere da anni Greta Thunberg, icona verde, a cui idealmente si ispira lo spettacolo di Iodice e Pisano, che anzi scelgono come sottotitolo proprio quel suo slogan: Non c’è un secondo pianeta.
La nostra casa, le nostre città, sono in fiamme, avverte l’attivista svedese. Così come bruciavano le case di Pompei più di duemila anni fa. Ma non è mica colpa mia, si giustificano oggi in molti.
Non è facile creare un evento spettacolo affrontando problemi urgenti e di questa portata. Il teatro, così come lo conosciamo, poco si presta alla denuncia e all’emergenza. Il rischio è sempre quello della didascalia, della retorica, della propaganda (lo sosteneva, alle mie spalle uno spettatore, dichiaratamente negazionista).
La natura delle cose
Iodice e Pisano scelgono di evitare il risaputo seguendo il sentiero di un antico maestro. Poeta, filosofo, scienziato, Tito Lucrezio Caro, l’autore latino del De Rerum Natura, che proprio nei decenni della distruzione di Pompei, forse, veniva composto.
Sei sono i libri del poema, e sei sono i quadri dell’allestimento, intitolato appunto De Rerum Natura, la natura delle cose. Prologo e epilogo, che vengono direttamente da Lucrezio, aprono e chiudono lo spettacolo.
Naufragio con spettatore
Oltre ai canti e il lento peregrinare di Aida Talliente (la Natura) che in circolo traccia solchi rituali nella terra, oltre all’apparizione di una Venere nuda tanto diversa da quella di Botticelli (Teresa Battista), un brivido percorre la platea quando si ascoltano i famosi versi del Libro secondo.
Là si racconta di chi, credendosi in salvo, in terraferma, osserva un naufragio con la suprema indifferenza, l’imperturbabilità che tanto Epicuro e Lucrezio, tanto un filosofo del ‘900 come Hans Blumenberg, attribuiscono all’egoismo del genere umano. Che delle guerre lontane, della plastificazione degli oceani, del seppellimento di rifiuti tossici, non sembra curarsi un granché: Non è colpa mia.
De Rerum Natura – ph Ivan Nocera
Rimane la determinazione di quelle attiviste, come Greta, o come Julia Butterfly Hill per esempio, che ispira il secondo quadro dello spettacolo. La donna si era arrampicata su una sequoia che doveva essere abbattuta, e lì lei è rimasta per 738 giorni.
Una durata che spiega quanto il genere umano debba ancora imparare dalla lenta esistenza di quegli alberi, longevi e giganteschi. Come racconta nel suo bel libro, Io non scendo, la giornalista Laura Leonelli.
Edipo, quando gli dei ci tolsero la vista
Un’altra città in fiamme, Tebe, colpita da pestilenze e morte, è quella che Sofocle descrive all’inizio dell’Edipo re. E ancora una volta, la scenario notturno del Teatro Grande di Pompei, torna a farsi protagonista di una tragedia che, in questo nuovo allestimento, è in realtà tragedia da camera, quasi domestica. Così il regista (Andrea De Rosa) e il suo traduttore/drammaturgo (Fabrizio Sinisi) riattivano le parole di Sofocle, riportando il mito a una dimensione colloquiale e a un intenso lavorìo di voci.
Tra le quali senza dubbio primeggia, non tanto Edipo interpretato da Marco Foschi, quanto l’oracolare Tiresia, a cui Roberto Latini dona la sua speciale timbrica. Un dettato profetico, il suo, che fin dall’inizio, dalle prime sillabe – “ Sei tu” – vibra un’accusa che traduce in parole il volere degli dei. Di Apollo, in particolare.
Roberto Latini – ph Andrea Macchia
Apollo obliquo
Un Apollo invisibile, obliquo, invocato dai cori come sterminatore e costruttore di altari al tempo stesso. E del resto, Pier Paolo Pasolini, nel suo film del 1967, aveva affidato quel ruolo a un attore santo e ribelle del ‘900, Julian Beck.
Così, in gran parte scompare la riflessione che fa di questa tragedia il paradigma dell’inchiesta indiziaria (la ricerca di un colpevole alla devastazione da cui è colpita la città di Tebe) e l’archetipo della indagine psicanalitica (il famoso complesso edipico, così caro Freud e ai freudiani).
Ma i tanti pannelli di plexiglas, sporcati da un velo opaco che impedisce la vista e nasconde gli occhi, diventano intanto metafora della cecità. Dell’insostenibilità del vedere la verità a cui lo stesso Edipo costringerà se stesso, trafiggendosi gli occhi con due spilloni.
Azione che per fortuna non viene mostrata, come è accaduto invece in molti allestimenti realistici (o iper-realisti) della tragedia. Che qui resta tutta sul piano delle voci. E anche delle luci, attraverso le quali il lighting designer,Pasquale Mari, riscrive Pompei, così come già aveva fatto qualche anno fa nell’altro memorabile mito riattivato da De Rosa,Le baccanti di Euripide.
Edipo re – regia Andrea De Rosa – ph Andrea Macchia
Da Pompei al Vomero
Ma Pompei e le sue rovine non sono che una delle tante location che Napoli e il circondario possono offrire al tutto esaurito degli spettatori. Al centro della città, sulla collina del Vomero, anche Castel Sant’Elmo trasforma in teatro i bastioni militareschi, le rampe, i camminamenti, la piazza d’armi e il panorama stratosferico che da là si gode.
Un progetto ideato da Luciano Melchionna e ora prodotto anche dal Teatro Bellini, già da una settimana catalizza il pubblico. E un’altra ancora ne promette (fino al 14 luglio) vivificando le serate dell’imponente maniero.
Castel Sant’Elmo
I mestieri più antichi del mondo
Intitolato Dignità autonome di prostituzione, il gioco teatrale di oltre 30 performer ci ricorda che, come tutti i mestieri, anche quello dell’attore qualcosa trae dall’antichissima pratica dell’offrirsi a pagamento.
Così un gruzzolo di dollarini, acquistato in anticipo dal singolo spettatore, permette di pagarsi specifiche prestazioni d’attrice e d’attore (entro i confini del lecito, beninteso) in un viavai, a luci rosse, di monologhi e assoli musicali.
Ambitissimi, affollatissimi, quasi da far concorrenza alla Napoli dei bar, delle lounge, delle pizzerie e dei ristorantini all’aperto, che sono il potente tessuto estivo di una città che non dorme.
– – – – – – – – – – – Le locandine
DE RERUM NATURA [There is no planet B] liberamente ispirato al De Rerum Natura di Tito Lucrezio Caro adattamento e regia Davide Iodice drammaturgia Fabio Pisano con Aida Talliente, Ilaria Scarano, Carolina Cametti, MariaTeresa Battista,Greta Domenica Esposito,, Sergio Del Prete, Wael Habib, Giovanni Trono,, Marco Palumbo, Emilio Vacca e con la partecipazione straordinaria di Orchestrìa scene maschere e pupazzi Tiziano Fario costumi Daniela Salernitano luci Loic Francois Hamelin musiche originali Lino Cannavacciuolo produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale
EDIPO RE di Sofocle traduzione Fabrizio Sinisi adattamento e regia Andrea De Rosa con Francesca Cutolo, Francesca Della Monica,, Marco Foschi, Roberto Latini, Frédérique Loliée , Fabio Pasquini scene Daniele Spanò luci Pasquale Mari suono G.U.P. Alcaro costumi Graziella Pepe produzione TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, LAC Lugano Arte e Cultura, Teatro Nazionale di Genova, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
DIGNITÀ AUTONOME DI PROSTITUZIONE uno spettacolo di Luciano Melchionna dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna regia Luciano Melchionna con Raffaella Anzalone, Maria Avolio, Antonio Barberio, Carlo Caracciolo, Federica Carruba Toscano, Elisabetta Cianchini, Riccardo Ciccarelli, Vincenzo Colursi, Cinzia Cordella, Veronica D’Elia, Marika De Chiara, Giampiero de Concilio, Valentina De Giovanni, Renato De Simone, Dario Di Pietro, Annarita Ferraro, Alessandro Freschi, Martina Galletta, Mariano Gallo, Luciano Giugliano, Gabriele Guerra, Her, Vincenzo Leto, Antonio Prestieri – Maldestro, Claudio Marino, Gianluca Merolli, Raffaele Milite, Antonella Monetti Dolores Melodia, Francesca Morgante, Pierfrancesco Scannavino, Irene Scarpato, Simona Seraponte, Toto Traversa Spaghetti Casanova, Gianluca Vesce, Annarita Vitolo produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro – Teatro Bellini