Quante emotion a B.Motion. La rivincita dei suoni, e non solo

A Bassano del Grappa, si conclude domani, 1 settembre, B.Motion la sezione che OperaEstate Festival dedica ai linguaggi del contemporaneo.

B.Motion 2024 - Nuttata - Domenico Ingenito - ph Giancarlo Casson
Nuttata – Domenico Ingenito – ph Giancarlo Casson

Lascia l’ultimo ballo

Ioanna Paraskevopoulou, greca, calza scarpacce pesanti. Con quelle, tira calci, pesta il pavimento, scalpita su una pedana. Il rumore del calpestio e delle pedate diventa così colonna sonora di All of my love, la sua recente creazione. “Se non ci fosse domani, che musica sceglieresti per il tuo ultimo ballo?” Poi fa polpette di alcuni microfoni che pendono dall’alto. Li fa ondeggiare e li schianta a terra. Ricavandone sonorità impreviste.

Baptiste Cazaux, svizzero, armeggia con le casse acustiche. Emanano ronzii, pattern melodici, ritmi, musichette. Lui le sposta di qua e di là, le risistema, ci si siede sopra. Quindi, preso da una frenesia impazzita, comincia sbattere la testa (headbanging, pare si chiami) e a correre tutto intorno, violentemente, sudando copiosamente, elettrizzato dai suoi stessi rumori. Alla fine, sfinito e ansimante, si acquieta e si riposa. Il tutto si intitola Gimme a break. Come dire: “e piàntala, dammi un attimo di respiro”.

B.Motion 2024 - Gimme a Break - Baptiste Cazaux - ph Giancarlo Casson
Gimme a Break – Baptiste Cazaux – ph Giancarlo Casson

L’urlo che terrorizza il New Jersey

Sati Veyrunes, francese occhi di ghiaccio, ha alle spalle uno smisurato sound system, che invade tutto l’altare di una chiesa: enorme organo nero che riempirà la navata degli strepiti e delle urla della stessa danzatrice.

Il suo coreografo e autore di Bless the sound that saved a witch like me, Benjamin Kahn spiega: “Nel settembre 2020, in piena pandemia, un gruppo di madri del New Jersey decise di riunirsi in un parco e di urlare a squarciagola. Associato alla rabbia, all’isteria, al caos, censurato nelle dinamiche sociali, in questa pièce, l’urlo diventa uno strumento di cui riappropriarsi, espressione radicale e istantanea di un’urgenza personale nello spazio pubblico e politico”.

B.Motion 2024 -Bless the sound that saved a witch like me - Benjamin Kahn  - ph Giancarlo Casson
Sati Veyrunes in Bless the sound that saved a witch like me – Benjamin Kahn – ph Giancarlo Casson

A Chara Kotsali, greca anche lei, piace un sacco registrare la propria voce e moltiplicarla grazie a una serie tracce audio sovrapposte, che trasformano una solista in un coro.

La messa in abisso del canto è al centro del suo titolo To be possessed, che si occupa appunto di possessioni. Cioè delle condizioni psicofisiche in cui un individuo viene abitato da entità soprannaturali, spiriti o diavoli che siano. Quando non sono invece psicosi, o è il privilegio dell’arte.

Ponte vecchio, nuova frontiera

Li vedo, questi spettacoli, uno dopo l’altro nei quattro giorni che passo a Bassano del Grappa, famosa per il Ponte Vecchio (quello degli Alpini, disteso sopra le acque del Brenta). Ma del tutto nuovo è il cartellone imbastito a B.Motion, il final countdown che nelle due ultime settimane di agosto segna la conclusione di OperaEstate Festival. Ne esco emotivamente impressionato.

Ciò che risulta curioso è che quei titoli siano catalogati come spettacoli di danza. Quando, in realtà, il loro cuore, il loro battito, è fatto di suoni. Certo, i performer si muovono, pure egregiamente, ma più che coreografia direi che in ballo qui è il rapporto tra corpi e suoni, l’interazione, la mutua presa.

Le forme di questo rapporto diventano un’interessante frontiera, che il programma di B.Motion 2024, di cui è responsabile Michele Mele, prova quest’anno ad affrontare. Sbarazzandosi agilmente delle barriere che ancora oggi vorrebbero separare danza, teatro, musica. Figurarsi. Andate però a dirlo al Ministero.

Disassare gli arti

Così per esempio, è un bel problema inquadrare Crepa (ne avevo già parlato dalla NID 2023 di Cagliari) creazione in cui la scrittura poetica di Arianna Ulian e la sua voce prendono il sopravvento sul disegno di danza di Sara Sguotti. E mettono in gioco, attraverso le parole, un lessico neuro-motorio che qui è di casa.

“… che ha disassato gli arti
aumentano le dosi
ha un codice esenzione
la spingono a piegare
deve essere idiopatico
chi se ne prende cura
le porgono una sedia
maledice ogni vivente
se fa discinesia
il blocco delle braccia
maledicono il dosaggio
si muove lentamente
non vedo alternativa
perdendo automatismi
se ipersessualizza
procede discinetica
la degenerazione
fa parte della vita
“

(da CrePa di Arianna Ulian)

Arianna Ulian e Sara Sguotti in Crepa - ph Giancarlo Casson
Arianna Ulian e Sara Sguotti in Crepa – ph Giancarlo Casson

Bassano d’altra parte è il punto di irradiazione di Dance Well, progetto e anche rete che, attraverso la danza, mette in movimento persone che convivono con il Parkinson, e non solo. Abbiamo premiato Dance Well, nell’edizione 2023 di Rete Critica.

Molti altri spettacoli sono riuscito a vedere in quei quattro giorni a B.Motion. Dalla emozionata e inclusiva Delivery di Elevator Bunker, al gioco di società per aspiranti allevatori di mucche, The Game, congegnato da Trickster-p. Fino al concerto di esasperata lingua carnica di cui è stato protagonista il friulano Massimo Silverio.

Koltès poco prima delle foreste

Ma lassù, a Bassano, ci sono andato soprattutto per un’altra ragione: il Progetto speciale Koltès che Michele Mele ha voluto concentrare attorno a quel testo che l’autore francese aveva deciso di accreditare come suo primo lavoro teatrale, La notte poco prima delle foreste.

Bernard-Marie Koltès (1948-1989) ne aveva scritti anche altri, prima. Ma li aveva poi ricusati. Perché quello, proprio quello, sarebbe dovuto essere il suo incipit teatrale.

Bernard-Marie Koltès - Avignon

Koltès ad Avignone

Un colpo allo stomaco

Aveva colpito il pubblico di Avignone 1977, questo monologo in cui un uomo, uno straniero, disperatamente chiede ascolto, ospitalità, inclusione. E tanto più, vent’anni dopo, le stesse parole avrebbero afferrato lo stomaco del pubblico televisivo, quando Pierfrancesco Favino le aveva dette in una serata di Sanremo 2018. Lacrime sue, lacrime degli spettatori.-

Eravamo allora nel mezzo delle crisi umanitarie, con migranti su navi e su rotte balcaniche e alpine. E mancava poco, pochissimo, all’assunzione di Matteo Salvini al Viminale (primo Governo Conte) e al successivo famoso braccio di ferro Salvini-Rackete sulla Sea-Watch 3.

Ora che Salvini si occupa solo di Trasporti e Infrastrutture, risulta più agile ricollocare La notte poco prima delle foreste, in un contesto più direttamente teatrale.

Koltès -La nuit juste avant les forets

Resistere alle violenze del mondo

“Anche il napoletano può diventare la lingua di chi chiede una stanza, l’ascolto di un compagno, una zona di luce nella catastrofe: è una forma di resistenza alla violenza del mondo”. Domenico Ingenito racconta così la genesi di Nuttata, sua traduzione partenopea di quel testo.

Quanto mai aderente alle solitudini indistinte delle metropoli, a emarginazioni senza tetto, a stranieri e straniamenti, “al rumore di fondo delle nostre città”, la versione napoletana di Ingenito ha dato avvio al progetto virtuoso che Mele ha pensato di espandere a altre due lingue urbane.

Anche ai veronesi Babilonia Teatri e ai palermitani Giuseppe Massa (di Sutta Scupa) e Dario Mangiaracina (del duo La Rappresentante di Lista) Mele ha infatti chiesto di declinare l’indeclinabile francese di Koltès.

Ne è uscito un trittico. Che non solo scioglie l’anchilosata versione in italiano standard, ma vi orienta altri fasci di luce, per cogliere rifrazioni inedite tra le righe di un monologo che non è ancora il capolavoro (come sarà invece il dialogo di Nella solitudine nei campi di cotone, nove anni dopo).

Nuttata - Domenico Ingenito -ph Giancarlo Ceccon

Nuttata – Domenico Ingenito -ph Giancarlo Ceccon

Derive sottoproletarie

Attraverso la lingua napoletana, intercettata anche tra le marchette di piazza Garibaldi, in Nuttata Ingenito aveva messo a fuoco il realismo di una deriva sottoproletaria, perdente ma vitale. E in controluce, ora, nelle sale affrescate del bassanese Palazzo Sturm, la sua voce fa trasparire la lezione maestra e notturna, eduardiana quasi, di Enzo Moscato.

In Foresto invece Babilonia Teatri affida alla LIS (la lingua italiana dei segni) una performance silente di Daniel Bongioanni – una non-voce, un vocabolario gestuale – che viene doppiato in sincrono da Enrico Castellani. Il quale jazza, alla veronese, la richiesta d’ascolto di colui che non parla. È la supplica di amore e ascolto di una umanità muta, foresta, cortocircuito tra il forestiero e le foreste del titolo.

B.Motion 2024 - Foresto - Babilonia Teatri - ph Giancarlo Casson
Foresto – Babilonia Teatri – ph Giancarlo Casson

Compongono infine un distico, che più non distingue tra lettura e canto, i due siciliani, nel verde pomeridiano di una villa veneta. È rabbioso, implorante, controrealista, il vociferare di Massa, palermitano come Scaldati. Palermitano come il rappresentante Mangiaracina, che ha la disinvoltura della musica, del torso nudo, della chitarra che imbraccia, di chi con le mani, con i piedi, con il cuore, ciao ciao.

B:Motion 2024 - Dario Mangiaracina e Giuseppe Massa in Canzuna Segreta - ph Giancarlo Casson

Dario Mangiaracina e Giuseppe Massa in Canzuna Segreta – ph Giancarlo Casson

Tradurre tradire

“Tradurre di più, tradire di più” dicono in coro le tre versioni. Solo così, del resto, ci si fa garanti della vitalità disperata di un testo.

Che oggi come cinquant’anni anni fa, fotografa la periferia umana e l’ammutinamento ostinato dei marginali, di tutti i marginali, davanti a quella realtà, anche teatrale, che chiamiamo mainstream.

LE LOCANDINE

NUTTATA
traduzione, scrittura e lettura Domenico Ingenito, co-produzione Interno5, OperaEstate Festival

FORESTO 
cura, adattamento e regia Babilonia Teatri, traduzione LIS Daniel Bongioanni, musica live e sound design Giovanni Frison, con Enrico Castellani e Daniel Bongioanni, co-produzione Pergine Spettacolo Aperto, OperaEstate Festival, Teatro Scientifico di Verona

CANZUNA SEGRETA
traduzione e adattamento Giuseppe Massa, musiche Dario Mangiaracina, con Dario Mangiaracina e Giuseppe Massa, produzione OperaEstate Festival

ALL OF MY LOVE
ideazione, coreografia e interpretazione Ioanna Paraskevopoulou, sound design e musica Aliki Leftherioti, scenografia Eleni Stroulia e Ioanna Paraskevopoulou, produzione esecutiva Kassie Kafetsi – Cultόpιa, commissionato e prodotto da Onassis Stegi

GIMME A BREAK
coreografia e performance Baptiste Cazaux, musica Être Peintre, co-produzione La Bâtie – Festival di Ginevra, Théâtre Sévelin 36, L’Abri, KLAP Casa per la danza

BLESS THE SOUND THAT SAVED A WITCH LIKE ME
un assolo coreografico di Benjamin Kahn creato per Sati Veyrunes, nell’ambito del festival + de Genres, KLAP Maison pour la danse – Marseille

TO BE POSSESSED
coreografia e performance Chara Kotsali, drammaturgia Dimitra Mitropoulou, commissionato e prodotto da Onassis Stegi

CREPA
di e con Sara Sguotti e Arianna Ulian, testi Arianna Ulian, produzione Perypezye Urbane, co-produzione OperaEstateFestival \ CSC centro per la scena contemporanea di Bassano del Grappa, MilanoOltre

STORIE – Dove saranno adesso le lacrime della Duse?

Lacrime mie. Lacrime tue. Le cose sono due.

Soltanto due? Me lo chiedo, e penso a Elodie che canta, mentre sto immerso nella lettura di Le lacrime della Duse, autobiografia di Glauco Mauri, uno di quegli splendidi leoni bianchi che hanno fatto la scena italiana nel ‘900. E non solo.

Glauco Mauri al teatro La Pergola - ph Filippo Manzini
Glauco Mauri al teatro La Pergola – ph Filippo Manzini

Perché, per chi, si lacrima? Perché le lacrime hanno un valore simbolico tanto forte? Passi l’opinione del cinico, per il quale sono una benefica secrezione. Proteggono, lubrificano, detergono. 

Ma le lacrime vere, quelle che spuntano come risposta a un’emozione, le lacrime riflesse, lacrime di gioia e di dolore, proprio quelle lacrime, che cosa sono? Un bene materiale o immateriale dell’umanità. Sempre autentiche. Anche se sono finte. 

Leggo nel libro di Glauco Mauri: “[Benassi] mi venne vicino, prese la giacca in mano e dopo averle dato un ultimo sguardo: “e ricorda, su questa spalla ci sono le lacrime della Duse”. Era la spalla sinistra, quella su cui la signora Alving piangeva, alla fine di Spettri”.

Lacrime, cento anni fa

Lacrime tue. Lacrime sue. Le cose sono due. Forse anche di più, mi azzardo a dire, mentre penso a ciò che canta Elodie, ma anche alle lacrime degli attori. Di un’attrice in questo momento, Eleonora Duse, che le versava nella scena finale del dramma di Ibsen. Poche? parecchie? copiose?

Lacrime di cento anni fa, lacrime piante a Pittsburgh, poco prima che l’attrice si spegnesse di polmonite nella suite 524 dell’Hotel Schenley, il 21 aprile 1924. Lacrime finte, o lacrime vere? Autentiche comunque, depositate su quella giacca. Lacrime reliquie. Penetrate nel tessuto. O evaporate chissà.

Ce le rievoca Mauri, mentre si fa un ritratto da vecchio (così il sottotitolo), raccontandosi in questo libro che fortemente raccomando. Compratelo, leggetelo. Per capire, oggi, che cosa voleva dire essere attore ieri, nello scorso secolo. Meglio: nella seconda metà dello scorso secolo. Quella che ha fatto di Mauri, nato a Pesaro nel 1930, una delle figure più rappresentative del teatro privato italiano, e più precisamente di quell’antico e nobile istituto sociale che era (e ancora in parte è) la compagnia di giro.

Mauri, oggi quasi 94enne, si fotografa ieri, a 24 anni, nel 1954, in partenza da Genova su un transatlantico, con la compagnia del suo mentore capocomico, Memo Benassi.

“Finalmente arrivò il giorno della partenza per il Sudamerica. In repertorio Non si sa come di Pirandello, Spettri di Ibsen, Più che l’amore di D’Annunzio, tre atti unici di Cechov, Il tabacco fa male, Tragico controvoglia e Il canto del cigno, dove io, come spesso mi sarebbe capitato interpretavo un vecchissimo suggeritore molto più vecchio dello stesso Benassi”. […]

Osvaldo, la signora Alving, la Duse

“La mattina dopo cominciò la lunga traversata per Rio de Janeiro. Tra un bagno e l’altro in piscina, si continuava a provare. Benassi era il regista e non si curava molto dell’interpretazione dei suoi personaggi. Erano tutti i testi che aveva già fatto”.

“La cosa che più mi incuriosiva era come avrebbe affrontato la parte del giovane Osvaldo negli Spettri di Ibsen. Un giorno, con molto pudore, glielo domandai. Lui aveva interpretato Osvaldo con la Duse, ma trent’anni prima. Era in tournée in America del Nord quando lei morì a Pittsburgh, nel 1924. Ma ora Benassi aveva i capelli bianchi, non era più il giovane di allora”.[…]

“Non mi imiti troppo, la prego”

“Mi parlava sempre della Duse e io l’ascoltavo rapito. Solo lui poteva forse, farmi comprendere davvero come recitava la Duse. Quando non era in scena con lei, stava sempre in quinta ad ascoltarla, a guardarla. Quante cose aveva imparato da lei. Una sera mi raccontò che lo chiamò in camerino e gli disse con grande gentilezza: “Benassi, la prego, non mi imiti troppo”. Fu un Osvaldo da favola, si era inventato una sua giovinezza con i capelli bianchi, un’idea nuova di come vivere la sua malattia. Indimenticabili quelle improvvise, stupefatte pause quando non ricordava le parole più semplici. Poesia! Poesia“.[…]

Eleonora Duse ( 1858 - 1924)
Eleonora Duse ( 1858 – 1924)

Lacrime su quella giacca, a Buenos Aires

“Mi disse di chiudere la porta, si alzò, andò al suo baule e l’apri. Da una parte vari cassetti chiusi, dall’altra stampelle con i costumi. Cercò tra queste e ne tiro fuori una che era proprio in fondo a tutte. Dalla stampella pendeva una sacca grigia di tela. Mi guardò con una strana luce negli occhi e tolse via la sacca”.

“Ecco – mi disse – questa è la giacca che indossavo quando facevo Osvaldo con la Duse in America. Ce l’avevo anche a Pittsburgh, quando morì trent’anni fa. Da allora non l’ho più indossata. Volevo indossarla qui in America ma ho messo su un po’ di pancetta e non mi va più bene. La do a te. Mi chiedi sempre della Duse e so che, anche se non l’hai mai conosciuta, le vuoi bene. Custodisci tu come l’ho costruita io, con amore per anni e per tanti anni. Tieni è tua”.

Eleonora Duse in Cenere (1914) dal romanzo di Grazia Deledda

“E tornò a sedersi. Era una giacca di velluto nero un po’ vissuta dal tempo, l’aveva data a me. Ma era tutto vero? Non riuscivo a parlare, non sapevo cosa dire, sentivo il cuore battere forte”. 

“Aspetta”

“Alla fine, riuscii solo a balbettare “Grazie” e, in silenzio, mi voltai per uscire. “Aspetta”. Mi venne vicino, prese la giacca in mano e dopo averle dato un ultimo sguardo: “e ricorda, su questa spalla ci sono le lacrime della Duse”. Era la spalla sinistra, quella su cui la signora Alving piangeva, alla fine di Spettri, quando il figlio oramai in piena crisi, diceva: “mamma dammi il sole, mamma dammi il sole”.

Benassi andò a sedersi e mi guardava nello specchio. Quanto, quanto amava quella giacca, che era parte della sua vita e… la donava a me. No, non era un semplice dono era qualcosa di più, molto di più: un passaggio, un trasmettere al futuro una ricchezza umana del passato. Lasciava, a un giovane attore promettente, qualcosa di molto significativo del proprio passato”. 

A pagina 191, una foto restituisce a noi lettori quella giacca. Ma non ve la faccio vedere, andate a comprarvi il libro. Ne vale la pena.

“Anch’io l’ho donata [quella giacca] a una persona che certamente la custodirà e proteggerà con amore, anche questo è stato un passaggio di consegna. La giacca ora ce l’ha Roberto Sturno con il quale, da quarant’anni e uniti da profonda amicizia, facciamo vivere, con la nostra Compagnia, l’amore per il teatro”.

Le lacrime della Duse, ritratto di un artista da vecchio - Edizioni Falsopiano

Ecco: così dice quel libro che un anno fa raccoglieva la lunga intervista, trascritta e curata da Mauro Paladini. Meno di un anno fa, però, nel settembre del 2023, Roberto Sturno è scomparso, lasciando in qualche modo sospesa la vita di quella Compagnia, che per entrambi è stata ragione di vita.

E mi domando allora: che fine avrà fatto ora quella giacca? chi toccherà ancora il panno nero, la spalla sinistra? chi avvertirà il peso immateriale di quelle lacrime. Le lacrime finte, le lacrime vere, le lacrime autentiche della Duse.

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Glauco Mauri, Le lacrime della Duse, ritratto di un artista da vecchio (a cura di Mauro Paladini), Edizioni Falsopiano, 2023.

La tovaglia di Basaglia, e altri racconti di matti toscani

Come ogni anno, in agosto, da quasi trent’anni ormai, ad Anghiari, Tovaglia a Quadri cuce assieme microstoria locale e temi che hanno segnato la storia nazionale dell’Italia. Questa volta si parla di matti, di manicomi, di Basaglia. E qui, in provincia di Arezzo, le storie da raccontare son tante.

Flavia Gramaccioni - Tovaglia a quadri 2024 - ph Giovanni Santi
Flavia Gramaccioni – Tovaglia a quadri 2024 – ph Giovanni Santi

Formidabili quegli anni ’70

Basta già il titolo – Mattimonio – a portare gli spettatori sulla buona strada. O meglio, su una strada cattiva. Quella che per secoli costringeva la sofferenza psichica dietro le sbarre dell’esclusione, della contenzione, della reclusione.

Poi vennero gli anni Settanta del ‘900 e l’aria nuova cominciò a soffiare anche in quelle prigioni che allora si chiamavano manicomi. Pure Arezzo, con il comprensorio psichiatrico dei Tetti Rossi, respirò quell’aria. Così come avvenne a Gorizia, a Trieste, a Ferrara: tutti luoghi in cui il nome di Franco Basaglia e dei suoi collaboratori, risuona ancora nei racconti di chi qui visse anni combattivi e formidabili.

Nel 1978 il Parlamento italiano varò la legge di riforma psichiatrica che porta il suo nome. E i manicomi cominciarono ad essere smantellati. Lentamente.

Adalgisa, settant’anni di manicomio

Si chiamava Adalgisa Conti, era cresciuta a San Leo, frazione di Anghiari. Si era sposata a 25 anni. A 26 era stata rinchiusa ai Tetti Rossi di Arezzo. Non ne era più uscita. Era morta là dentro, il 4 luglio 1983, a 96 anni, settanta di manicomio.

La sua vicenda, meno nota e meno poetica di quella di Alda Merini, ma uguale a quella di tante altre donne, si racconta ancora da queste parti.

“Avevano paura di una donna così…”
“Così come? Matta?”
“Provocante, con una sessualità misteriosa…”
“Che guaio per l’epoca!”
“Dicevano anche fosse l’ultima strega, quanta superstizione…”
“Semplicemente era una donna libera”.

Flavia Gramaccioni - Tovaglia a quadri 2024 - ph Giovanni Santi
Flavia Gramaccioni – ph Giovanni Santi

Da quelle chiacchiere, da quei racconti, nasce Mattimonio, lo spettacolo che Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini hanno creato lavorando anche su archivi, su documenti, su una bibliografia in cui spicca Manicomio 1914 , biografia della stessa Conti.

Ma sotto la quale si possono intravedere pagine da L’istituzione negata (di Franco Basaglia), da Crimini di pace (a cura di Franca Ongaro Basaglia). E anche le poesie della Merini.

Crostini toscani, vinsanto e cantucci

Le ripercorre il pubblico di Tovaglia a quadri, manifestazione giunta quasi al trentennale (accadrà nel 2025), che all’aperto sotto le stelle di metà agosto, trasforma gli spettatori in commensali. E i commensali in spettatori.

Poiché un menu di crostini toscani, brìngoli al sugo finto, stracotto di chianina, vinsanto e cantucci, si alterna episodi di microstoria locale. Che si riversano come affluenti nel fiume potente della storia nazionale: l’Italia che fu contadina (e in tanti luoghi lo è ancora) ma si è trasformata in qualcosa d’altro. E continua a trasformarsi ancora.

Tovaglia a quadri 2024 Matrimonio - La tovaglia di Basaglia e altri racconti - ph Giovanni Santi
Tovaglia a quadri 2024

A dare vita ai personaggi di Tovaglia a quadri è una solida compagnia di gente del posto, cittadini anghiaresi e dei dintorni, che ogni anno va incontro a un processo di ricambio generazionale, anche per ovvie ragioni di età.

Ma è sempre rimasta fedele a una poetica popolare di stornelli e battute sapide, oltre alle quali però si legge l’intervento civile, la manutenzione della memoria, il recupero di tradizioni orali e di culture contadine.

Così nel corso della serata il ritratto di Adalgisa, appeso a un parete del Castello di Sorci (4 km da Anghiari, tra le coltivazioni del tabacco), via via si ricompone, appena velato dalla vicenda contemporanea e ridanciana di un matrimonio locale che (non) s’ha da fare. 

Samuele Boncompagni, il prete – ph Giovanni Santi

Tra gli altri, il padre della sposa (Fabrizio Mariotti), la madre dello sposo (Stefania Bolletti), il wedding planner (Sergio Fiorini), il prete (Samuele Boncompagni) sono interpreti conosciuti e riconosciuti nella lunga storia del teatro toscano. E in scena (o meglio, nel cortile del Castello) assieme ai loro compagni, sono abili nel destreggiarsi tra aneddotica viva e documento che ferma nella memoria un nome, un episodio, un luogo poco distante.

La scheggia e i ravioli della Jole

Quello che si stamperà nella mia memoria è un minuscolo valico appenninico, in frazione La Scheggia. Che fu sì il luogo di un eccidio di partigiani, ma che, grazie ai ravioli di una cuoca sopraffina, una cuoca all’antica, la Jole, accolse spesso negli anni ’70 le riunioni e i progetti degli esponenti aretini di una psichiatria diversa, inclusiva, democratica.

Fabrizio Mariotti - ph Giovanni Santi
Fabrizio Mariotti – ph Giovanni Santi

Fu proprio là, sulla porta a vetri della Jole, che un lunedì, il 3 novembre del 1975, la mano di Franco Basaglia picchiò con un gesto urgente. “Mi fa telefonare? Sarà una cosa lunga… Hanno ammazzato Pasolini e devo dettare un articolo per il Corriere della Sera” . 

Gli scatti della teleselezione furono tanti, centinaia. “La Jole si sentì quasi in colpa a fargli il conto, ma la Sip non faceva sconti”. Alla fine Basaglia uscì fuori, all’aria, e si sedette sulla panchina a fumare, in mezzo a quella nebbia che avvolgeva la collina della Scheggia. 

“Un luogo magico, sembra un varco per strane energie… Accadono cose…” dicono oggi gli anghiaresi. ” E tutti quelli che passano dalla Scheggia sono o diventano un po’… scheggiati”. Tanto i medici, tanto i malati.

Basaglia, due date, una foto

Proprio quest’anno, del resto, cade l’anniversario della nascita di Franco Basaglia (che era nato a Venezia nel 1924 e in quella città morì, cinquantaseienne, nel 1980). E mancano solo 4 anni al 50esimo della Legge 180/1978: la legge che apriva le porte dei manicomi e, in teoria, li aboliva. 

Venè, Basaglia, Talozzi
1979 Anghiari – il giornalista Gianfranco Venè, Franco Basaglia e l’allora sindaco Franco Talozzi

Se non che, quella che è stata definita “la più avanzata legge del mondo in tema di disagio psichiatrico”, oggi, complici le diverse applicazioni regionali, è anche la più tradita.

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MATTIMONIO
testo di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini
regia Andrea Merendelli
oggetti di scena e costumi Svetlana Mikova
la gente del Castello:
Stefania Bolletti, Samuele Boncompagni, Elisa Cenni, Giulio Detti, Pierluigi Domini, Andrea Finzi, Sergio Fiorini, Rossano Ghignoni, Flavia Gramaccioni, Giovanna Guariniello, Fabrizio Mariotti, Miranda Neri, Fabrizio Scartoni, Giulio Serafini, Katia Talozzi

repliche e cene fino al 20 agosto

Terreni Creativi 2024. Reportage dal festival più profumato

Basilico. Dev’essere proprio basilico. Ne sento l’odore mentre attendo che il festival più profumato d’Italia – Terreni Creativi – dia finalmente il via libera a noi spettatori. Entreremo tra poco nei capannoni di un’azienda che in Liguria, nella piana di Albenga, produce piante aromatiche (e non solo) per la grande distribuzione organizzata. 

Basilico, timo, rosmarino, lavanda e altre specie fiorite, tra qualche giorno ci attenderanno sugli scaffali delle Lidl, delle Coop, delle Esselunga. Ma intanto ci fanno ciao, dai lunghi filari e dalle migliaia di pallet di Terreni Creativi.

 Coltiviamo cultura, sostiene da anni il motto del Festival.

Terreni creativi 2024  - ph Luca Dal Pia
Terreni creativi 2024 – ph Luca Dal Pia

Nelle serre, il teatro

È il tratto speciale di questa manifestazione: quattro giorni (1-4 agosto) voluti, pensati e realizzati da Kronoteatro, avamposto teatrale nel lembo fertile della Riviera di Ponente. Non dentro alle sale tradizionali, non nella classica arena estiva, o strada o piazza che sia. Ma negli spazi messi a disposizione dai produttori agricoli della zona (quest’anno la Ortofrutticola della regione Massaretti).

Ci ho messo dieci ore, in treno, per arrivare da casa mia fino a qua. Come sempre, ne è valsa la pena. Perché, una volta ancora, la fertilità è la dote di questo festival.

Che nelle scorse estati sembrava dover appassire per siccità di risorse economiche. Ma che grazie al supporto di molti (non ultimo un premio Ubu 2022 per la miglior curatela, non ultima la vittoria al bando della Fondazione Compagnia di San Paolo) cresce ancora e con vigore quest’anno. E di nuovo, è un progetto nuovo.

Kronoteatro: Alex Nesti, Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco
Kronoteatro: Alex Nesti, Maurizio Sguotti, Tommaso Bianco

Donne che coltivano le arti

Cioè: affidare la selezione artistica a tre donne. Perché loro (i Kroteatro: Maurizio, Tommaso, Alex) sono tre maschi tosti. E ci sta che un volta tanto lascino il timone delle scelte a Francesca Sarteanesi (per il teatro), Francesca Foscarini (per la danza), Angela Giorgi (per il dj set musicale di ogni serata).

Teatro e danza, in particolare si impegnano nella cura – meglio sarebbe dire nella coltivazione – di piccole piante, nate dalle serre teatrali del Premio Scenario, che ora trovano il terreno adatto per portare a compimento le idee che quel Premio, incubatore d’arti dal vivo, aveva già selezionato.

Favorire, incentivare, incoraggiare, proteggere, dice Sarteanesi. Di spirito avventuriero e bussole per lo sguardo del pubblico, parla Foscarini. Con generi, lingue e poetiche che oramai sconfinano, si mescolano, si confondono.

Valentina Dal Mas, Luisa - ph Luca Del Pia
Valentina Dal Mas, Luisa – ph Luca Del Pia

È il caso di Luisa (premio Scenario Frontiere 2023), lo spettacolo che Valentina Dal Mas ha concepito come una corsa a perdifiato nella vita della donna del titolo, Luisa. Vita scomposta, difficile di cui lei, danzatrice esperta di marginalità, si è però innamorata.

Vita che ora racconta sul filo emozionale di segni a volte segreti, sopra i quali si impone la voce della stessa Luisa, incerta e piena di poesia, incrociata ogni tanto alle Quattro stagioni di Vivaldi. Ma nella maniera randagia in cui le ha ricomposte Max Richter. 

Il miglior spettatore possibile

Sempre sul fronte della danza, ma con un fare giocoso che stuzzica la partecipazione del pubblico c’è Giuliana Majo. In Appreciation Society l’intraprendente performer allena gli astanti affinché possano trasformarsi nei “migliori spettatori possibili”. E distribuisce inviti per aderire alla sua improbabile Society.

Giuliana Majo, Appreciation Society - ph Luca Del Pia
Giuliana Majo, Appreciation Society – ph Luca Del Pia

Sul versante che con dimestichezza maggiore potremmo chiamare teatrale, mi è piaciuto parecchio il lavoro di voce, di luci, e di suoni che Tilla Auser ha scelto di imbastire fra pareti traslucide e irreali proporzioni d’ ombre. Tre voci, il suo studio scenico per un radiodramma (segnalazione Scenario 2023) riprende le poesie che Silvia Plath, dedicava nel 1962 al tema sofferto della maternità.

Conquista il pubblico anche La costanza della mia vita (segnalazione Scenario 2023), affettuoso rimpianto autobiografico che Pietro Giannini apre col piglio e la spensieratezza di una favola, e chiude sulla nota tragica della perdita della sorella. Una conferma, il 23enne attore genovese, che fa racconto della propria vita. Così come aveva già fatto con la vicenda del Ponte Morandi (La traiettoria calante), già presentata alla prova matura di RomaEuropa 2023.

Vite per il teatro

In direzione ostinata e contraria, le scelte di Sarteanesi si muovono inoltre per restituire il palcoscenico a titoli e artisti che tempi frenetici come i nostri accantonano colpevolmente negli archivi del teatro.

Infatti, esibisce ancora una grande e pacata energia il cameo che Danio Manfredini ha recuperato dal suo antico Cinema Cielo (del 2003) e che grazie ai disegni realizzati allora, riporta di nuovo in vita Divine e i campioni dell’universo santo e assassino di Jean Genet.

Danio Manfredini, Divine - ph Luca Del Pia
Danio Manfredini, Divine – ph Luca Del Pia

Partecipano alla ricostruzione di un’epoca anche Il cortile, ripresa di uno spettacolo 2004 di Spiro Scimone e Francesco Sframeli, e Ritornanti che attraverso la memoria corporea di Cristina Donadio e Giuseppe Affinito restituisce il genio indimenticato di Enzo Moscato, scomparso nel gennaio scorso.

Vita dedicata al teatro è anche quella di Giovanna Daddi e Dario Marconcini. Lo dimostrano in due, sganciando Bomba, il poemetto che Gregory Corso scrisse nel 1958, mordace provocatore dopo l’atomica di Hiroshima. Uno sberleffo nucleare che oggi ritorna di attualità con le sue catastrofiche previsioni.

Così come a un presente di vittime delle guerre riporta Ecuba, la cagna nera, un distillato della tragedia di Euripide a cui Daddi, nel lutto del burka della vita, sembra raccogliere il pianto e l’invettiva di ogni madre, di ogni donna.

Giovanna Daddi - Ecuba, al cagna nera - ph Luca Del Pia
Giovanna Daddi – Ecuba, al cagna nera – ph Luca Del Pia

Finale con panissa

Se non che, dopo ogni dolore, il basilico torna ad accarezzare il festival. Prima che si scatenino con il dj set, le tavolate apparecchiate già accolgono a sciami gli spettatori e il chilometro zero detta le proprie leggi. Tra bicchieri, piatti e posate rigorosamente compostabili e sapori locali, la panissa ligure celebra la sostenibile leggerezza dei ceci.

Terreni Creativi - ph Luca Del Pia
Le tavolate – ph Luca Del Pia
lo staff di Terreni Creativi 2024 - ph Luca Del Pia
lo staff di Terreni Creativi 2024 – ph Luca Del Pia

STORIE – Roberto Herlitzka, quel volto senza pari

“Fin da principio sono stato escluso dai ruoli a cui gli attori ambiscono di più: i belli, i protagonisti. Non me ne rammarico affatto”.

Me lo diceva Roberto Herlitzka, quel pomeriggio, nel camerino del Politeama Rossetti, a Trieste. 

Roberto Herlitzka
Roberto Herlitzka – ph Tommaso Le Pera

La sera stessa avrebbe vestito gli abiti di Pier Paolo Pasolini: lui con quel volto senza pari, quella voce severa, quell’attitudine riservata, anche un po’ scostante. Lo spettacolo si intitolava Una giovinezza enormemente giovane. Lo aveva scritto Gianni Borgna, lo aveva allestito Antonio Calenda, regista al Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia.

In quel momento, il 2013, Pasolini avrebbe compiuto 91 anni. Ed era ancora naturale chiedersi come sarebbe stato, se fosse stato ancora vivo. Che cosa avrebbe detto, con la sua intelligenza speciale.

Invece, in scena, il corpo di Pasolini era riverso a terra, maciullato, mentre Herlitzka, seduto lì accanto, vestiva gli stessi abiti e officiava il discorso del vivo con il morto: una voce, un corpo, un cervello pensante in dialogo con un cadavere, di cui avevano fatto strazio mani violente, bastoni, ruote d’automobile

Herlitzka come Pasolini in Una giovinezza enormemente giovane - ph Tommaso Le Pera
Herlitzka come Pasolini in Una giovinezza enormemente giovane – ph Tommaso Le Pera

Tanta era la somiglianza, che il Pasolini assassinato sembrava risorto, in una Pasqua concelebrata nel giorno dei morti, nel panorama di una discarica della periferia romana.

“Più che di somiglianza – mi aveva corretto Herlitzka – parlerei di vicinanza. La statura: è un po’ la stessa. Ma il naso di Pasolini era corto: il mio non lo è. Certamente condividiamo un viso dai tratti forti, tratti che hanno avuto una forte influenza sulla mia carriera, sui personaggi che ho interpretato, sulle parti che mi sono state offerte. Fin da principio sono stato escluso dai ruoli a cui gli attori ambiscono di più: i belli, i protagonisti”.

Eppure dicono che lei sia il più bravo attore tragico italiano. 

“C’è un’abitudine a catalogare le persone dall’aspetto. Tragico. Comico. Per fortuna siamo tutti fatti in modo più complicato. A teatro, l’aspetto conta di meno che al cinema. A teatro conta la capacità di dare vita a un personaggio. Magari io appaio come uno che può recitare soltanto battute tristi. In realtà ho spesso cercato, anche in personaggi tragici, il riso, il comico, l’ironico, il grottesco”.

Herlitzka e Milena Vukotic in Lasciami andare, madre
Herlitzka e Milena Vukotic in Lasciami andare, madre

È il monologo, il formato che le più le si adatta, non il teatro da compagnia di giro, non il Re Lear, per esempio, che da poco ha interpretato.

“Di carattere sono molto adattabile e quando lavoro con i colleghi mi sento a disposizione. Non soffro in una compagnia con molti interpreti. Mi affido ai registi, disponibile a eseguire, come uno strumento, tutti i suoni che mi vengono chiesti. Certo, il monologo mi è più congeniale. Posso guidare e sorvegliare tutto in modo più libero. E’ come il lavoro di un musicista, di un pianista. Stabilisco io i tempi, le pause, i colori. Il pubblico, in qualche modo, se ne rende conto. E poi, del teatro cosiddetto ‘di giro’, non amo proprio le tournée, i viaggi”.

La secolare condanna degli attori, la tradizione nomade dei comici dell’arte.

“Un peso che non ha nulla a che fare con il nostro lavoro: la fatica del portare valigie, cambiare alberghi, viaggiare, riempire il tempo tra uno spettacolo e un altro”.

Herlitzka e Toni Servillo in La grande bellezza
Herlitzka e Toni Servillo in La grande bellezza

È diverso l’Herlitzka del teatro dall’Herlitzka che vediamo al cinema? Dai film con la Wertmüller, alla interpretazione di Aldo Moro prigioniero in Buongiorno, notte di Bellocchio, fino al exploit cardinalizio in La grande bellezza di Sorrentino.

“Molto diverso. Nelle mie scelte teatrali do estrema importanza al testo, che deve essere di valore, materia vivente. Al cinema conta l’immagine, e poiché non sono io a determinarla, mi affido al suo creatore, il regista. Quelle citate sono personalità di regista quanto mai diverse. Dall’approccio quasi violento e fagocitante del cinema della Wertmüller, al carisma, la calma, la persuasività con cui dirige Bellocchio. Sorrentino sa preparare bene il set, l’atmosfera, sa scegliere in anticipo le cose. E’ un altro che è riuscito a tirare fuori da me il versante comico”.

Roberto Herlitzka, attore di teatro, di cinema, di televisione, era nato a Torino nel 1937. È scomparso a Roma, ieri mattina, il 31 luglio 2024, a 86 anni. L’intervista è stata realizzata al Politeama Rossetti di Trieste, nell’ottobre del 2013.