Cinque giorni a Tirana per esplorare la città e scoprire il teatro albanese, assieme a quello kosovaro. Parlano entrambi la stessa lingua, ma…

Una città che cresce…
“E questo sarà il nostro nuovo Teatro Nazionale”. Il progetto è avveniristico, superbo. La costruzione sembra avanzare veloce, già si vedono le fondamenta. Il sindaco sorride entusiasta e parla a raffica.
A poche decine di metri dalla piazza principale di Tirana – quella intitolata all’eroe nazionale, Scanderbeg – le recinzioni del cantiere difendono i turisti dal rumore e dal fervore tra i quali cresce il nuovo edificio, fiore all’occhiello della amministrazione municipale della capitale albanese.

Siamo una piccola delegazione internazionale di esperti di teatro, a zonzo, in una Tirana lanciata verso il futuro. I rendering progettuali, che si snodano lungo la recinzione, lasciano intuire la portata dell’idea architettonica proposta dallo studio danese BIG.
Il nuovo teatro assomiglierà a un enorme sipario arancione, che una gigantesca mano abbia strizzato al centro, per dare vita così alle due sale contrapposte che accoglieranno spettacoli, spettatori, attività culturali. Tutto bene?

… e un teatro che va giù
Quasi tutto bene. Perché fino al 2020 quel terreno ospitava il vecchio teatro di Tirana, architettura italiana razionalista, anche un po’ futurista, costruito nel 1939, un attimo prima dell’occupazione mussoliniana. Ed era parte della memoria della capitale.
Un pezzo significativo di storia del Paese, buttato giù in una notte sola (17 maggio 2020), alla clandestina, per far posto al new building e alla new history dell’Albania (e anche a due o tre lauti edifici residenziali).

La settimana precedente si era levata una protesta popolare, con manifestazioni, sit-in, arresti. Ma tant’è. Tirana – un milione di abitanti oggi – cresce a vista d’occhio e “ogni giorno bisogna prendere delle decisioni, che non sempre sono totalmente condivise. Il futuro però, mica si può fermare” sostiene, sorridendo sempre, il sindaco nel suo fluent English affinato dagli studi di scienze politiche nel Michigan e nel Sussex.
Quell’aquila bicipite
È un Paese che non si può immaginare, l’Albania. Bisogna proprio andare là, osservarla da vicino. È bicipite: come l’aquila che svetta, in campo rosso, sulla sua bandiera. Delle due teste l’una si sporge verso un futuro di arditi grattacieli urbani, campioni dell’impressionante escalation edilizia (e ça va sans dire, di una selvaggia speculazione finanziaria). L’altra testa guarda invece indietro, a quel passato rurale, povero, dittatoriale, iscritto nella memoria collettiva e anche un po’ nei comportamenti odierni.
Aggiungici poi il rapporto stretto con gli Italiani di ieri (che al tempo di Mussolini ne inventarono la capitale, Tirana, affidando all’architetto Giulio Bertè il progetto del vecchio teatro) e il rapporto ambiguo con l’Italiana di oggi (quella Meloni, donna, madre, cristiana, che insiste ancora per installare là i suoi campi di concentramento). C’è di che sorprendersi. Lo si può fare soltanto lasciandosi alle spalle i pregiudizi.
Albania meets Kosovo
A portarmi a Tirana è stata un’occasione. Il regista Jeton Neziraj è riuscito a organizzare un progetto teatrale importante. Il Festival del Teatro del Kosovo, che lui ha ideato e che da sei edizioni si teneva nella capitale kosovara, Pristina, quest’anno si è svolto nella capitale albanese Tirana. Ed è diventato uno showcase.

Migrazione naturale, in apparenza, visto che albanesi e kosovari parlano la stessa lingua. Una linguistica ben più complessa da interpretare però, se si pensa che l’Albania ha vissuto per quattro decenni blindata sotto la dittatura di Enver Hoxha e del suo regime repressivo, spionistico, concentrazionario.
Nello stesso periodo invece, il Kosovo (una delle province autonome della ex-Jugoslavia, quella a maggioranza etnica albanese) ha visto prima crescere e naufragare le speranze del maresciallo Tito per finire poi nella deflagrazione delle crisi balcaniche, da cui non è ancora uscita (tanto che rimane sempre acceso il contrasto con la Serbia).

Teatro d’arte e di turbine
A Tirana c’è un già Teatro Nazionale. Ma non abita ancora lo spazio che si merita un teatro nazionale. Mentre ferve il cantiere di cui ho detto, il Nazionale per il momento è confinato in ciò che decenni or sono era un edificio per simulazioni idroelettriche. Non a caso si chiama ArTurbina, e dispone di una sala da 400 posti. Superata una parete c’è la sala più piccola (150 posti) del teatro sperimentale, diretto da Gjergj Prevazi, con una programmazione più dinamica, anche di danza.
Insieme, le due sale hanno ospitato le cinque giornate dello showcase kosovaro-albanese, durante il quale sono sfilate le più significative produzioni di sette teatri. Non senza apporti internazionali, anche quello italiano che, nello specifico, ha visto registi e drammaturghi di casa nostra (Davide Iodice, Giacomo Pedini, Simone Ventrella) lavorare con compagnie kosovare e albanesi. O quello del drammaturgo inglese Mark Ravenhill, per un laboratorio internazionale di scrittura, dagli esiti molto interessanti.
Sotto gli occhi dell’Occidente
Non è semplice dare un giudizio sintetico sul teatro in lingua albanese, che in questo festival manifestava molti dei suoi profili.
Sotto gli occhi dell’Occidente, come diceva Conrad, esso può apparire più attento ai contenuti, che non alle forme. Più concentrato sulle cose da dire, che sul come dirle. Ma è solo il vizio estetizzante degli addetti ai lavori europei occidentali, che tale lo fa apparire. Altre culture teatrali, che non siano quelle italiane, tedesche, francesi, ecc., non sanno che farsene infatti di un teatro di regia, dell’eterno ritorno a Edipo e Medea, Otello e Amleto.
Come succede nel resto del mondo, il loro teatro preferisce entrare a gamba tesa nel vivo dei problemi. Non è semplicemente teatro politico (come noi, sbrigativi, lo classificheremmo). È teatro vitale. E si occupa di questioni che interessano la gente.
Per esempio, quel Jeton Neziraj, kosovaro, drammaturgo, attivista, regista e fondatore di Qendra Multimedia, su questi temi ha titoli da vendere: Balkan Bordello, The Handke Project, 51 Shades of di Gay, One Flew Over the Kosovo Theatre,…).

Qui a Tirana ha presentato Six against Turkey, sul caso di sei insegnanti turchi, residenti in Kosovo, sequestrati nel 2018 dalla sicurezza locale e deportati dai servizi segreti di Erdogan, con l’accusa di cospirazione. Non tanto documentary theatre, una pièce satirica piuttosto: combattiva, polemica, anche ridanciana, che non nasconde le opinioni del drammaturgo, sempre alle prese con il presente.
Cultura di regime
Certo, c’è pure un passato. Che può essere celebrato in toni epici: The Traitor’s Niche parte da un cupo romanzo di Ismail Kadarè, e rievoca l’occupazione ottomana con le sue sanguinolente decapitazioni.

Ma più spesso si va a scavare nel buio della dittatura post-comunista di Hohxa e dei suoi campi di lavoro (Flower Sajza, espone documenti e testimonianze che fanno impallidire quelle già ben raccapriccianti dell’Istruttoria di Peter Weiss).
Oppure, si prova a ricostruire il consenso delle coscienze che un regime autoritario riesce a forgiare attraverso sospetti e delazioni.
Dal romanzo del poeta e scrittore Stefan Çapaliku, il regista italiano Giacomo Pedini ha ricostruito in The Concert, per il Teatro sperimentale “Kujtim Spahivogli”, l’avventurosa nascita del teatro di Scutari e il tridente di amore, politica e morte, incarnato nella figura del compositore Prenk Jakova, morto suicida nel 1969. “Ma in dittatura non esistono suicidi, soltanto omicidi”.


Grazie poi alla buona volontà (e all’automobile) di un attore albanese, a Scutari ci sono andato anch’io. Per confrontare appunto romanzo e realtà.
E risentire nella sala che oggi si chiama Migjeni, lo stesso sapore di provincia che abitava fino a poche decine di anni fa le piccole sale italiane (e abita ancora molti teatri del Centro e dell’Est Europa). Stinte dal tempo, le foto degli attori della compagnia locale svettavano nel foyer e mi parlavano di un teatro dove si incrociano feste municipali con ballo e commedie boulevardier, un po’ sonnolente.
I più giovani d’Europa
Il che potrebbe apparire in contrasto con i dati che assegnano all’Albania e al Kosovo, il primato di Paesi più giovani d’Europa per età della popolazione (36 e 32 anni in media, si tratta ovviamente di statistiche).
Di fatto, i giovani ci sono, a teatro ci vanno, e lo fanno pure. Con un entusiasmo magari esagerato, tipico di un’età in cui, per esempio, si pensa di avere il diritto di simulare, nel mezzo di Tartufo di Molière, un party che vede l’intera famiglia di Orgone sniffare cocaina. Per illustrare una soltanto – la meno clamorosa – tra le trovate con cui il 34enne regista Qëndrim Rijani ha decorato la sua interpretazione della commedia di Molière, in tema di ipocrisia e manipolazione.

Dal quale, lo stesso regista ha mozzato il finale consueto. Per dire al pubblico, beh, guardatevi un po’ allo specchio, albanesi e kosovari: siete manipolati e ipocriti (forse tutto lo siamo). E non aspettatevi certo un lieto fine.

[una rielaborazione di questo articolo verrà pubblicata nel numero 1/2025 del quadrimestrale Hystrio]
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KOSOVO ALBANIA THEATRE SHOWCASE
in Tirana
a cura di Aurela Kadriu (Qendra Multimedia – Kosovo)
co-curatori Gjergj Prevazi (Teatro Nazionale Sperimentale “Kujtim Spahivogli” – Tirana -Albania ) e Altin Basha (Teatro Nazionale – Tirana Albania)
prodotto da Qendra Multimedia assieme a Teatro Nazionale Sperimentale e Teatro Nazionale




































