Albania e Kosovo. Il teatro che non ti aspetti

Cinque giorni a Tirana per esplorare la città e scoprire il teatro albanese, assieme a quello kosovaro. Parlano entrambi la stessa lingua, ma…

Six against Turkey - regia Blerta Neziraj
Six against Turkey – regia Blerta Neziraj

Una città che cresce…

“E questo sarà il nostro nuovo Teatro Nazionale”. Il progetto è avveniristico, superbo. La costruzione sembra avanzare veloce, già si vedono le fondamenta. Il sindaco sorride entusiasta e parla a raffica. 

A poche decine di metri dalla piazza principale di Tirana – quella intitolata all’eroe nazionale, Scanderbeg – le recinzioni del cantiere difendono i turisti dal rumore e dal fervore tra i quali cresce il nuovo edificio, fiore all’occhiello della amministrazione municipale della capitale albanese. 

progetto del nuovo Teatro Nazionale di Tirana - Albania
progetto per il nuovo Teatro Nazionale di Tirana

Siamo una piccola delegazione internazionale di esperti di teatro, a zonzo, in una Tirana lanciata verso il futuro. I rendering progettuali, che si snodano lungo la recinzione, lasciano intuire la portata dell’idea architettonica proposta dallo studio danese BIG.

Il nuovo teatro assomiglierà a un enorme sipario arancione, che una gigantesca mano abbia strizzato al centro, per dare vita così alle due sale contrapposte che accoglieranno spettacoli, spettatori, attività culturali. Tutto bene?

 progetto del nuovo Teatro Nazionale di Tirana - Albania
progetto

… e un teatro che va giù

Quasi tutto bene. Perché fino al 2020 quel terreno ospitava il vecchio teatro di Tirana, architettura italiana razionalista, anche un po’ futurista, costruito nel 1939, un attimo prima dell’occupazione mussoliniana. Ed era parte della memoria della capitale. 

Un pezzo significativo di storia del Paese, buttato giù in una notte sola (17 maggio 2020), alla clandestina, per far posto al new building e alla new history dell’Albania (e anche a due o tre lauti edifici residenziali).

Teatro di Tirana - Albania (1939) - arch. Giulio Bertè
Teatro di Tirana (1939) – arch. Giulio Bertè

La settimana precedente si era levata una protesta popolare, con manifestazioni, sit-in, arresti. Ma tant’è. Tirana – un milione di abitanti oggi – cresce a vista d’occhio e “ogni giorno bisogna prendere delle decisioni, che non sempre sono totalmente condivise. Il futuro però, mica si può fermare” sostiene, sorridendo sempre, il sindaco nel suo fluent English affinato dagli studi di scienze politiche nel Michigan e nel Sussex. 

Quell’aquila bicipite

È un Paese che non si può immaginare, l’Albania. Bisogna proprio andare là, osservarla da vicino. È bicipite: come l’aquila che svetta, in campo rosso, sulla sua bandiera. Delle due teste l’una si sporge verso un futuro di arditi grattacieli urbani, campioni dell’impressionante escalation edilizia (e ça va sans dire, di una selvaggia speculazione finanziaria). L’altra testa guarda invece indietro, a quel passato rurale, povero, dittatoriale, iscritto nella memoria collettiva e anche un po’ nei comportamenti odierni.

Aggiungici poi il rapporto stretto con gli Italiani di ieri (che al tempo di Mussolini ne inventarono la capitale, Tirana, affidando all’architetto Giulio Bertè il progetto del vecchio teatro) e il rapporto ambiguo con l’Italiana di oggi (quella Meloni, donna, madre, cristiana, che insiste ancora per installare là i suoi campi di concentramento). C’è di che sorprendersi. Lo si può fare soltanto lasciandosi alle spalle i pregiudizi.

Albania meets Kosovo

A portarmi a Tirana è stata un’occasione. Il regista Jeton Neziraj è riuscito a organizzare un progetto teatrale importante. Il Festival del Teatro del Kosovo, che lui ha ideato e che da sei edizioni si teneva nella capitale kosovara, Pristina, quest’anno si è svolto nella capitale albanese Tirana. Ed è diventato uno showcase.

KOSOVO ALBANIA THEATRE SHOWCASE in Tirana

Migrazione naturale, in apparenza, visto che albanesi e kosovari parlano la stessa lingua. Una linguistica ben più complessa da interpretare però, se si pensa che l’Albania ha vissuto per quattro decenni blindata sotto la dittatura di Enver Hoxha e del suo regime repressivo, spionistico, concentrazionario.

Nello stesso periodo invece, il Kosovo (una delle province autonome della ex-Jugoslavia, quella a maggioranza etnica albanese) ha visto prima crescere e naufragare le speranze del maresciallo Tito per finire poi nella deflagrazione delle crisi balcaniche, da cui non è ancora uscita (tanto che rimane sempre acceso il contrasto con la Serbia).

Six against Turkey - regia Blerta Neziraj
Six against Turkey – regia Blerta Neziraj

Teatro d’arte e di turbine

A Tirana c’è un già Teatro Nazionale. Ma non abita ancora lo spazio che si merita un teatro nazionale. Mentre ferve il cantiere di cui ho detto, il Nazionale per il momento è confinato in ciò che decenni or sono era un edificio per simulazioni idroelettriche. Non a caso si chiama ArTurbina, e dispone di una sala da 400 posti. Superata una parete c’è la sala più piccola (150 posti) del teatro sperimentale, diretto da Gjergj Prevazi, con una programmazione più dinamica, anche di danza.

Insieme, le due sale hanno ospitato le cinque giornate dello showcase kosovaro-albanese, durante il quale sono sfilate le più significative produzioni di sette teatri. Non senza apporti internazionali, anche quello italiano che, nello specifico, ha visto registi e drammaturghi di casa nostra (Davide Iodice, Giacomo Pedini, Simone Ventrella) lavorare con compagnie kosovare e albanesi. O quello del drammaturgo inglese Mark Ravenhill, per un laboratorio internazionale di scrittura, dagli esiti molto interessanti.

Sotto gli occhi dell’Occidente

Non è semplice dare un giudizio sintetico sul teatro in lingua albanese, che in questo festival manifestava molti dei suoi profili.

Sotto gli occhi dell’Occidente, come diceva Conrad, esso può apparire più attento ai contenuti, che non alle forme. Più concentrato sulle cose da dire, che sul come dirle. Ma è solo il vizio estetizzante degli addetti ai lavori europei occidentali, che tale lo fa apparire. Altre culture teatrali, che non siano quelle italiane, tedesche, francesi, ecc., non sanno che farsene infatti di un teatro di regia, dell’eterno ritorno a Edipo e Medea, Otello e Amleto. 

Come succede nel resto del mondo, il loro teatro preferisce entrare a gamba tesa nel vivo dei problemi. Non è semplicemente teatro politico (come noi, sbrigativi, lo classificheremmo). È teatro vitale. E si occupa di questioni che interessano la gente. 

Per esempio, quel Jeton Neziraj, kosovaro, drammaturgo, attivista, regista e fondatore di Qendra Multimedia, su questi temi ha titoli da vendere: Balkan Bordello, The Handke Project, 51 Shades of di Gay, One Flew Over the Kosovo Theatre,…).

Six against Turkey - regia Blerta Neziraj
Six against Turkey – regia Blerta Neziraj

Qui a Tirana ha presentato Six against Turkey, sul caso di sei insegnanti turchi, residenti in Kosovo, sequestrati nel 2018 dalla sicurezza locale e deportati dai servizi segreti di Erdogan, con l’accusa di cospirazione. Non tanto documentary theatre, una pièce satirica piuttosto: combattiva, polemica, anche ridanciana, che non nasconde le opinioni del drammaturgo, sempre alle prese con il presente.

Cultura di regime

Certo, c’è pure un passato. Che può essere celebrato in toni epici: The Traitor’s Niche parte da un cupo romanzo di Ismail Kadarè, e rievoca l’occupazione ottomana con le sue sanguinolente decapitazioni. 

The Traitor's Niche - regia Kushtim Koliqi - Albania Kosovo Festival
The Traitor’s Niche – regia Kushtim Koliqi

Ma più spesso si va a scavare nel buio della dittatura post-comunista di Hohxa e dei suoi campi di lavoro (Flower Sajza, espone documenti e testimonianze che fanno impallidire quelle già ben raccapriccianti dell’Istruttoria di Peter Weiss).

Oppure, si prova a ricostruire il consenso delle coscienze che un regime autoritario riesce a forgiare attraverso sospetti e delazioni.

Dal romanzo del poeta e scrittore Stefan Çapaliku, il regista italiano Giacomo Pedini ha ricostruito in The Concert, per il Teatro sperimentale “Kujtim Spahivogli”, l’avventurosa nascita del teatro di Scutari e il tridente di amore, politica e morte, incarnato nella figura del compositore Prenk Jakova, morto suicida nel 1969. “Ma in dittatura non esistono suicidi, soltanto omicidi”.

Grazie poi alla buona volontà (e all’automobile) di un attore albanese, a Scutari ci sono andato anch’io. Per confrontare appunto romanzo e realtà.

E risentire nella sala che oggi si chiama Migjeni, lo stesso sapore di provincia che abitava fino a poche decine di anni fa le piccole sale italiane (e abita ancora molti teatri del Centro e dell’Est Europa). Stinte dal tempo, le foto degli attori della compagnia locale svettavano nel foyer e mi parlavano di un teatro dove si incrociano feste municipali con ballo e commedie boulevardier, un po’ sonnolente.

I più giovani d’Europa

Il che potrebbe apparire in contrasto con i dati che assegnano all’Albania e al Kosovo, il primato di Paesi più giovani d’Europa per età della popolazione (36 e 32 anni in media, si tratta ovviamente di statistiche).

Di fatto, i giovani ci sono, a teatro ci vanno, e lo fanno pure. Con un entusiasmo magari esagerato, tipico di un’età in cui, per esempio, si pensa di avere il diritto di simulare, nel mezzo di Tartufo di Molière, un party che vede l’intera famiglia di Orgone sniffare cocaina. Per illustrare una soltanto – la meno clamorosa – tra le trovate con cui il 34enne regista Qëndrim Rijani ha decorato la sua interpretazione della commedia di Molière, in tema di ipocrisia e manipolazione.

Tartufi - Kosovo Albania Theatre Showcase in Tirana

Dal quale, lo stesso regista ha mozzato il finale consueto. Per dire al pubblico, beh, guardatevi un po’ allo specchio, albanesi e kosovari: siete manipolati e ipocriti (forse tutto lo siamo). E non aspettatevi certo un lieto fine.

Tartufi - Molière - regia Qëndrim Rijani
Tartufi – Molière – regia Qëndrim Rijani

[una rielaborazione di questo articolo verrà pubblicata nel numero 1/2025 del quadrimestrale Hystrio]


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KOSOVO ALBANIA THEATRE SHOWCASE
in Tirana
a cura di Aurela Kadriu (Qendra Multimedia – Kosovo)
co-curatori Gjergj Prevazi (Teatro Nazionale Sperimentale “Kujtim Spahivogli” – Tirana -Albania ) e Altin Basha (Teatro Nazionale – Tirana Albania)
prodotto da Qendra Multimedia assieme a Teatro Nazionale Sperimentale e Teatro Nazionale

Cinquant’anni di divorzio. Adesso convoco un’Assemblea Straordinaria

Quante donne. Sedute tutte attorno alla grande pedana. E ognuna che prende la parola. Un’assemblea. Come nel Sessantotto. 

Assemblea Straordinaria a 50 dal referendum sul divorzio
L’Assemblea Straordinaria 2024 – ph Angelo Salvin

Quanto è cambiata l’Italia?

 

Il mito assembleare rivive ancora una volta nei progetti di teatro partecipato che Rita Maffei porta in scena già da qualche anno. L’Assemblea era il titolo della proposta che la regista aveva attivato nel 2018, per il Css – Udine, in occasione del 50esimo della fatidica data: 1968.

Tocca ora a un’altra scadenza: i 50 anni dal referendum sul divorzio (maggio 1974). La legge (1970) era stata firmata da Loris Fortuna: il deputato socialista che veniva da Udine e che, con quel provvedimento (co-firmato dal liberale Antonio Baslini), aveva cambiato l’Italia.

Che era diventata da allora in poi, un po’ più laica.

Referendum divorzio 1974
La Stampa, 14 maggio 1974

 

Così è una Assemblea Straordinaria quella che già a maggio, con una chiamata pubblica, è stata convocata da Maffei, e ha raccolto l’adesione di un centinaio di persone. 

Donne per lo più, perché l’istituto del divorzio, in quell’Italia a maggioranza cattolica allora, e conservatrice, ha avuto l’impatto più forte sull’emancipazione femminile.

Referendum divorzio 1974
I sostenitori del Sì all’abrogazione del divorzio

 

Donne dai venti agli ottant’anni, donne che nei mesi del laboratorio assembleare hanno raccontato, indagato, discusso le proprie storie famigliari.

Facendone un lungo storytelling, collettivo e plurale, anche un po’ teatrale, che poi si è sviluppato a puntate, a partire da ottobre, fino alle repliche di questi giorni (a Udine, al Palamostre, ancora oggi, giovedì 21, e poi il 22, il 23 il 24 novembre, ore 19).

Un gioco cooperativo

“Benvenute e benvenuti all’Assemblea. Questo è un gioco. Un gioco di società. Un gioco di ruolo. Un gioco cooperativo. Il gioco del teatro. E come per ogni gioco, ci sono delle regole. Rispetto, accoglienza, sospensione del giudizio”. A prendere la parola per prima è Maffei.

Rita Maffei - L'Assemblea Straordinaria - ph Alice BL Durigatto
Rita Maffei – L’Assemblea Straordinaria – ph Alice BL Durigatto

 

“Il tema del gioco siamo noi, le donne, e il nostro punto di vista. Siamo partite dal ’68, su cosa è stato, su cosa è successo dopo, su cosa è arrivato ai giorni nostri di quelle battaglie, su cosa vorremmo per gli anni futuri. L’obiettivo del gioco è porre domande. Non ci sono vincitori né vinti. Lo scopo del gioco è la partecipazione. Le storie che sentirete stasera possono essere le loro storie, le storie di qualcun’altra, o le vostre storie”. 

In tema di famiglia e di divorzio, le storie sono ogni sera diverse. Anche perché, nella loro diversità, sono uguali. Quei mariti, quei non-mariti, quegli uomini insospettabili. E poi l’altra, le altre, i figli, i genitori, i documenti, i giudici, le aspettative e le delusioni. 

L'Assemblea Straordinaria - ph Angelo Salvi
L’Assemblea Straordinaria – ph Angelo Salvin

Qualcuna sale sulla pedana, disinvolta, un po’ Lisistrata, un po’ Wonder Woman. E si racconta.

Qualcun’altra resta seduta e con la voce che incespica, intimidita, si sforza di ripercorrere il proprio vissuto, il proprio faticoso divorzio. O quello della propria madre. O della figlia.

A volte scende la lacrima. A volte esplode la risata. L’emozione sempre. Di tanto in tanto è una canzone dal vivo (di Nicoletta Oscuro e Matteo Sgobino) a scatenare una memoria comune. Oppure il playback, cantato in coro.

Matteo Sgobino, Nicoletta Oscuro, Luigina Tusini - ph Alice BL Durigatto
Matteo Sgobino, Nicoletta Oscuro, Luigina Tusini – ph Alice BL Durigatto

Every step you take, I’ll be watching you

Se ne scoprono tante. A me è capitato che una canzone che avevo sentito millemila volte, riascoltata in questa Assemblea Straordinaria, sveli altri significati.

Every breath you take
And every move you make
Every bond you break
Every step you take
I’ll be watching you
Every single day
And every word you say
Every game you play
Every night you stay
I’ll be watching you
Oh, can’t you see
You belong to me?

Sono i Police del 1983, con la loro signature song. Vabbè, il “povero” Sting stava allora in modalità divorzio. Ma la smania di possesso, l’ossessione di controllo, il principio di sorveglianza che reggono quelle parole mettono francamente paura. A me. Figurarsi alla sua ex-coniuge.

Ada Delogu - ph Angelo Salvin
Ada Delogu – ph Angelo Salvin

Che scarpa sei?

Poi, non è detto che sia sempre ansia e, per fortuna, non va sempre a finire in tragedia. C’è anche il tempo per il gioco: “…se tu fossi una scarpa, che scarpa saresti?”

Ed è qui che si manifesta lo scatto d’orgoglio. C’è quella che mette fuori il sandalo gioiello. Quella che dalla borsa estrae la scarpa antifortunistica. Quella con le ballerine.

Assemblea Straordinaria - Css Udine -  ph Angelo Salvin
ph Angelo Salvin

Ma anche Hawaianas e Doc Martens, scarponcini da trekking, mezzo tacco, tacco dodici, stiletto. Bisognerebbe capire se basta una suola rossa, una Louboutin qualsiasi, per avere la meglio sul patriarcato.

L’Assemblea Straordinaria comunque non ha repliche, perché ogni sera è un’altra sera.

Così sarà ancora diversa quando, il prossimo anno, un nuovo centinaio di partecipanti si riunirà, a Torino, al Polo del ‘900, per la nona edizione di Biennale Democrazia. E là in un’altra assemblea straordinaria si raccoteranno. Straordinarie sempre.

Rita Maffei - L'Assemblea Straordinaria - ph Alice BL Durigatto
ph Alice BL Durigatto

 

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L’ASSEMBLEA STRAORDINARIA
spettacolo di teatro partecipato, ideato e diretto da Rita Maffei

interpreti Ada Delogu, Nicoletta Oscuro, Matteo Sgobino
con le partecipanti al laboratorio Pepa Balaguer, Mariateresa Bazzaro, Oriana Beltramini, Umiliana Caposassi, Loredana Cargnelutti, Simertea, Manuela Castiglione, Raffaella Cavallo, Piera Paola Ciarcià, Emanuela Colombino, Paola Di Luccio, Elisabetta Englaro, Laura Ercoli, Celina Esser, Marta Faleschini, Vanessa Fiore, Sabrina Flapp, Flavia Foschiani, Marzia Gentili, Gianna Gorza, Anna Loshchinina, Francesca Malatesta, Paola Marcigot, Fedra Modesto, Elisa Modonutti, Alice Moretti, Caterina Moretti, Paola Moro, Francesca Muliere, Rita Padovano, Valentina Paganello, Vera Paoletti, Rita Peresani, Antonella Peresson, Grazia Pluchino, Lisa Savoia, Nadia Scarpini, Chiara Selva, Fulvia Spizzo, Raffaella Tavagnacco, Cinzia Tirelli, Margherita Valentinuz, Federica Visentin

scene, luci e video Luigina Tusini
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, in collaborazione con l’Università degli Studi di Udine

 

 

 

 

 

Tra pop e prop, ci sta bene Brecht. Santa Giovanna al macello

Dopo le repliche a Bologna, in Lussemburgo e in Slovenia, questa sera allo Stabile di Bolzano va in scena Santa Giovanna dei Macelli, in quattro lingue. ErosAntEros e Laibach sulle piste del Brecht di allora e di quello di adesso.

Santa Giovanna dei Macelli  - ErosAntEros & Laibach ph Daniela Neri
Santa Giovanna dei Macelli – ph Daniela Neri

Bestie al mercato

“Brush up your Bertolt!”. È tempo di rianimare il maestro tedesco del teatro epico. Sono passati cent’anni giusti da quando andava in scena, in una Monaco ancora per poco attraversata dall’orgoglio proletario, uno dei primi lavori importanti di Bertolt Brecht: Nella giungla delle città (1923). 

Tra non molto, a svoltare il secolo, sarà Santa Giovanna dei Macelli (scritto alla fine degli anni ’20), momento in cui lo sguardo del drammaturgo, di nuovo spostato verso gli Usa, mette a fuoco quella giungla che doveva essere il mercato del bestiame di Chicago, sull’orlo del precipizio della Grande Depressione.

“Brush up your Bertolt!”. Riprendo la formula con la quale, in altri tempi, si canticchiava “Brush up your Shakespeare!” (al tuo Shakespeare, dovresti proprio dare una spazzolata). E dai suoi lavori si distillavano deliziosi musical (West Side Story, Kiss Me Kate, …)

Musica e sangue 

Ora, delizioso non è certo un aggettivo da applicare a Santa Giovanna dei Macelli  / Sveta Ivana Klavniška, nella versione plurilingue che ho visto qualche giorno fa allo Cankariev Dom di Lubiana e che stasera si può vedere anche Bolzano.

Laibach
ph Daniela Neri

La regia è di ErosAntEros (cioè Agata Tomšič e Davide Sacco), mentre il contributo musicale viene dal più importante, il più storico gruppo rock sloveno: Laibach. Disturbanti, totalizzanti, politicizzanti, i Laibach sono pure simpatizzanti del pensiero radical e provocatore del loro connazionale filosofo Slavoj Žižek. 

La formula perciò si tiene. E apprendo, quasi in questo momento, che si tratta di una delle tre nomination del Premio Ubu 2024 per il progetto sonoro. Bene, direi. 

Musical quindi sì, lo terrei. Perché la sala teatrale dello Cankariev Dom (il centro culturale della capitale slovena) ha certo visto allestito il testo didattico di Bertolt ma, scavalcando a larghe falcate il secolo, ha anche portato noi spettatori nel crudo sound industrial del gruppo, e del loro inconfondibile vocalist, il cupo Milan Fras.

Milan Fras Laibach
Milan Fras

Braccio di ferro 

Crudo, industriale, cupo, sono aggettivi che del resto si addicono anche alla parabola di economia marxiana che l’ancora giovane e ideologico Brecht (31 anni) imbastisce e ambienta nei macelli di Chicago. 

Il braccio di ferro in dollari tra allevatori, produttori di carne in scatola, commercianti all’ingrosso, ha che fare non solo con bovini da trasformare in lattine, ma riguarda piuttosto quote di mercato, cartelli industriali, speculazione finanziaria, scioperi e sindacati, organizzazioni religiose e umanitarie. E naturalmente, sfruttamento operaio e miseria. 

Una drammaturgia non sempre facile da sciogliere, ma che l’allestimento di ErosAntEros & Laibach riesce, crudamente appunto, a far oscillare tra agit-prop sanguinolento e visual pop di proiezioni, sovraimpressioni e strobo.

ph Daniela Neri

Grazie ai quali assicura quel colpo di spazzola che sarebbe ora di assestare a Brecht, per non lasciarlo morire là, nel suo tempo.

Intendiamoci: del capitalismo primitivo di quei padroni della carne, gente che muove i prezzi come fossero carcasse di bue, certo poco rimane a giorni nostri. La turbo-finanza tecnologica degli Elon Musk, dei Zuckerberg, dei Bezos, ha imposto altre ottiche e altre leggi ai mercati, digitali e non. 

Santa Giovanna dei Macelli  - ErosAntEros & Laibach ph Daniela Neri
Laibach – ph Daniela Neri

Dark is the new D’Arco

Ma il rosso del sangue che tinge tutta la scena, i contingenti di animali squartati e la carne tritata che incessanti debordano in video, mi rimanda senz’altro alle istanze del vegetarianismo oggi.

E il pensiero ecumenico dell’ambigua eroina del titolo (si chiama Giovanna Dark) non può non far pensare alle nostre armi valoriali, purtroppo spuntate. Quelle con cui noi pacifistici proviamo a fermare l’escalation bellica. Proprio come fa papa Francesco, pregando.

Agata Tomšič - Santa Giovanna dei Macelli - ErosAntEros -ph Daniela Neri
Agata Tomšič – ph Daniela Neri

È una Giovanna Dark, questa, che Agata Tomšič veste con il piglio giusto, quello di una Giovanna d’Arco in macelleria. E che trova la propria via alla santità con il martirio: Brecht la fa crepare di polmonite nelle fredde notti dalla Chicago depressa. Incapace di stare dalla parte degli scioperanti. Incapace anche di mitigare l’arroganza degli sfruttatori. 

Lo stile teatrale è secco, didattico, come lo aveva pensato Brecht, con qualche dettaglio alieno (una vasca da bagno in plexiglas trasparente, per esempio, nella quale si crogiola il capitalista Mauler, Danilo Nigrelli).

Blaž Šef, Danilo Nigrelli -Santa Giovanna dei Macelli ph Daniela Neri
Blaž Šef, Danilo Nigrelli – ph Daniela Neri

L’impronta musicale ha invece la scorza dura, metal. Né compromessi né consolazioni, come è nelle abitudini teutoniche del gruppo sloveno. Laibach è il nome con cui gli occupanti tedeschi chiamavano la città di Lubiana / Ljubljana.

Rispazzolare Brecht?

Il risultato è un musical impegnato in cui la componente sexy (di brevi squarci nudi, ma come potremmo noi oggi cavarcela senza una qualche sessualizzazione) compensa l’ideologica drammaturgia brechtiana. 

E ci pone un po’ di domande su quanto, e su come, e perché sia utile oggi Brush up our Brecht. Rispazzolarlo? O dovremmo rigenerarlo? O lasciarlo così com’è, nell’immobile posa del monumento. Epico, appunto.

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SANTA GIOVANNA DEI MACELLI
di Bertolt Brecht
ideazione, regia e spazio scenico Davide Sacco e Agata Tomšič / ErosAntEros
musiche originali dal vivo LAIBACH featuring Milan Fras (voce), Mina Špiler (voce, effetti), Bojan Krhlanko (batteria, percussioni), Rok Lopatič (tastiere), Vitja Balžalorsky (chitarra, effetti) composte da Matevž Kolenc
dramaturg Urška Brodar, Florian Hirsch, Aldo Milohnić, Agata Tomšič
con Klemen Kovačič, Danilo Nigrelli, Ivan Peternelj, Katarina Stegnar, Blaž Šef, Agata Tomšič, Matija Vastl
in video Felix Adams, Marco Lorenzini, Maximilien Ludovicy-Blom, Wolfram Koch, Pitt Simon, Philippe Thelen
in audio Boris Kos, Robert Prebil, Matej Recer, Klemen Ulrih, Vito Weis
progetto video Akaša Bojić e Luka Umek / Komposter
disegno luci Vincenzo Bonaffini
costumi Arianna Fantin
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Slovensko Mladinsko Gledališče in collaborazione con Cankarjev Dom TNL – Théâtre National du Luxembourg, ErosAntEros – POLIS Teatro Festival, Teatro Stabile di Bolzano

spettacolo in italiano, sloveno, tedesco, inglese con sopratitoli
nell’ambito del Focus Lavoro di ERT / Teatro Nazionale

BREAKING NEWS – Tutte d’un fiato, le nomination Ubu 2024 

Così, al volo, appena sono stati resi pubblici, ecco i risultati della prima votazione referendaria per i Premi Ubu 2024.

La serata finale, con premiazione dei vincitori, è prevista a Bologna, all’Arena del Sole, lunedì 16 dicembre, accompagnata dalla diretta su RaiRadio3, come di consueto. 

Questa sera, sempre su RaiRadio3, per la rubrica Teatri in Prova, alle ore 23.00, Maddalena Giovannelli, Andrea Pocosgnich e Sergio Lo Gatto commentano questi primi risultati.

premi ubu 2024

PREMI UBU 2024

I candidati al ballottaggio (in ordine alfabetico)

SPETTACOLO DI TEATRO
La Ferocia (ideazione VicoQuartoMazzini; regia di Michele Altamura e Gabriele Paolocà) 
Il grande vuoto (regia di Fabiana Iacozzilli)
Trilogia della città di K. (un progetto di Federica Fracassi e Fanny & Alexander; regia di Luigi De Angelis) 

SPETTACOLO DI DANZA
redrum (di Marco Valerio Amico, Rhuena Bracci) 
Stuporosa (di Francesco Marilungo)
U. (un canto) (di Alessandro Sciarroni) 

REGIA
Michele Altamura e Gabriele Paolocà (La Ferocia) 
Luigi De Angelis (Trilogia della città di K.) 
Fabiana Iacozzilli (Il grande vuoto)
Leonardo Lidi (Progetto Čechov)
Claudio Longhi (Ho paura torero)

ATTRICE/PERFORMER
Sonia Bergamasco (La locandiera)
Francesca Mazza (La Ferocia)
Giusi Merli (Il grande vuoto)

ATTORE O PERFORMER
Alessandro Berti (Trilogia della città di K.)
Leonardo Capuano (La Ferocia)
Lino Guanciale (Ho paura torero)

ATTRICE O PERFORMER UNDER 35
Chiara Ferrara
Sara Sguotti
Beatrice Vecchione

ATTORE O PERFORMER UNDER 35
Alfonso De Vreese
Valentino Mannias
Mario Russo

SCENOGRAFIA
Guia Buzzi (Ho paura torero)
Luigi De Angelis (Trilogia della città di K.)
Daniele Spanò (La Ferocia)

COSTUMI
Aurora Damanti (Progetto Čechov)
Guoda Jaruševičiūte, Dewey Dell (Le Sacre du Printemps)

DISEGNO LUCI
Luigi De Angelis (Trilogia della città di K.)
Giulia Pastore (La Ferocia)
Raffaella Vitiello (Il grande vuoto)

PROGETTO SONORO O MUSICHE ORIGINALI
Mirto Baliani e Emanuele Wiltsch Barberio (Trilogia della città di K.)
Vera Di Lecce (Stuporosa)
Laibach (Santa Giovanna dei Macelli)

NUOVO TESTO ITALIANO O SCRITTURA DRAMMATURGICA (messi in scena da compagnie o artisti italiani)
Bidibibodibiboo (Francesco Alberici)
La morte ovvero il pranzo della domenica (Mariano Dammacco)
Le volpi (Lucia Franchi e Luca Ricci)

NUOVO TESTO STRANIERO O SCRITTURA DRAMMATURGICA (messi in scena da compagnie o artisti italiani)
Come gli uccelli (Wajdi Mouawad)
La ragazza sul divano (Jon Fosse)

SPETTACOLO STRANIERO PRESENTATO IN ITALIA
Antigone in Amazzonia (di Milo Rau)
Medea’s Children (di Milo Rau)
Rohtko (di Łukasz Twarkowski)

premi ubu

PREMI SPECIALI UBU 2024 (nomination)

Archivio Zeta: il pluriennale lavoro di Gianluca Guidotti e Enrica Sangiovanni che coniuga la dimensione pubblica e politica del teatro in una ricerca sui luoghi e sulla memoria

BAT_Bottega Amletica Testoriana. Esercizi per gli attori // Esercizi con il pubblico a cura di Antonio Latella: un progetto progetto di trasmissione rivolto a giovani attori e attrici per la valorizzazione di un caposaldo della drammaturgia d’autore italiana promosso da AMAT Associazione Marchigiana Attività Teatrali per Pesaro 2024, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa e stabilemobile in collaborazione con Associazione Giovanni Testori.

Compagnia Garbuggino Ventriglia: un ventennale lavoro di ricerca sull’attore e sul suo potenziale di rottura delle retoriche della realtà.

Davide Iodice: la Scuola Elementare del Teatro, un “conservatorio popolare” per le arti della scena e progetto di arte e inclusione sociale Pinocchio. Che cos’è una persona.

Lenz Fondazione: una pluridecennale ricerca nei linguaggi e un’avventura nei dispositivi scenici anche attraverso il lavoro con persone con disabilità.

Marcello Sambati appartato, peculiare e solido percorso fra autorialità attoriale e poetica.

“Retroscena”, ideato e condotto da Michele Sciancalepore, progetto quasi ventennale di documentazione televisiva del teatro italiano.

Stivalaccio Teatro: percorso di rivitalizzazione e reinvenzione della tradizione della Commedia dell’Arte e delle forme popolari del teatro.

Tovaglia a quadri di Andrea Merendelli e Paolo Pennacchini: teatro comunitario che raccoglie le storie di un territorio offrendole in una dimensione conviviale e festiva.

Zona K: percorso decennale che ha favorito l’internazionalizzazione e l’innovazione drammaturgica del teatro italiano.

Goran Vojnović drammaturgo. Le radici e la lingua

Debutta domani, 14 novembre, al Teatro Nazionale Sloveno di Nova Gorica, Alla ricerca della lingua perduta / V iskanju izgubljenega jezika, un testo dello scrittore sloveno Goran Vojnović.

È il secondo capitolo del progetto teatrale Inabili alla morte / Nezmožni umreti, che vede e vedrà ancora collaborare Mittelfest (Italia) e SNG (Slovenia), in vista di GO!2025.

Goran Vojnović - Alla ricerca della lingua perduta - locandina

Fratelli, stessa radice, storie diverse

Marjan e Stane sono nati nel Novecento, al tempo delle guerre guerreggiate. Il primo ha orientato la propria vita verso il fascismo italiano e ne ha patito la fine. Il secondo, che già era entrato nelle formazioni partigiane, è diventato un funzionario dell’amministrazione jugoslava. Sono fratelli, ma su fronti opposti, ora, nel tempo delle guerre fredde.

Un ictus, che a un certo punto colpisce il primo dei due, apre la narrazione verso nuovi scenari .

“L’idea di raccontare il secolo che ci ha preceduti e i rapporti tra Italia e Slovenia, a cavallo della frontiera, ci permette di portare in scena, secondo prospettive diverse, vicende che riguardano Storia e Memoria. Perché entrambe sono diversamente maturate nella percezione nazionale dei due Paesi”.

Lo dice Giacomo Pedini, ideatore del progetto teatrale Inabili alla morte / Nezmožni umreti, e regista del primo capitolo di questa cooperazione internazionale. La cripta dei cappuccini, tratto dal romanzo di Joseph Roth , è già andato in scena a Gorizia, nella primavera 2024, affresco del crepuscolo dell’impero asburgico nei primi decenni del xx secolo.


La cripta dei cappuccini - dal romanzo di Joseph Roth - regia Giacomo Pedini - Mittelfest
La cripta dei cappuccini – dal romanzo di Joseph Roth

Trilogia di frontiera

Trans-frontaliero nello spirito e nei contenuti, Inabili alla morte comprende infatti tre episodi. Ciascuno, in fasi temporali diverse, indaga la storia del confine italo-jugoslavo, termometro sensibile nel corso degli ultimi cento anni di tutte le più importanti trasformazioni europee. 

Da territorio meridionale dell’Impero asburgico a “cortina di ferro”, nel lungo periodo della Guerra Fredda, fino a diventare punto di saldatura quando, nel 2004, anche la Slovenia si è unita alla Comunità Europea.

Tocca ora, in questo secondo episodio, ai decenni centrali: il tempo dei regimi, delle guerre silenziose, della contrapposizioni mondiali. 

Goran Vojnović - Alla ricerca della lingua perduta
Alla ricerca della lingua perduta

Goran Vojnović drammaturgo

A ripercorrere, in un testo teatrale, la vicenda dei fratelli Marjan e Stane Ramovš è Goran Vojnović, uno degli scrittori, registi, sceneggiatori e editorialisti sloveni più apprezzati. Vincitore di tre premi Kresnik e autore di bestseller tradotti in numerose lingue, come Jugoslavia, il mio Paese e dei più dibattuti Čefurji raus! (in italiano Feccia del sud, via di qui) e Figa (tradotto, All’ombra del fico).

Goran Vojnović

“Non l’ho fatto solo per documentare un tratto di storia reciproca” dice l’autore nella presentazione del suo lavoro. “Ciò che viene fuori dalla mia analisi sono anche strati, separazioni politiche e sociali, che molto hanno a che fare con altre percezioni, queste sì odierne”.

“Se vent’anni fa – continua – nel 2004, l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea veniva salutato con orgoglio e entusiasmo, accompagnato da qualche sogno, oggi invece la realtà mi appare diversa, attraversata da spaccature, non più politiche, ma generazionali e intime. Ancora una volta siamo nel campo dell’umano”.

Goran Vojnović - Alla ricerca della lingua perduta
Alla ricerca della lingua perduta

Il progetto complessivo

Il capitolo successivo di Inabili alla morte si intitolerà L’alba dopo la fine della storia. Ambientato in un altro decennio ancora, gli anni Novanta, scritto da Paolo Di Paolo e diretto dallo stesso Pedini, andrà in scena tra il 16 e il 21 settembre 2025, quando in sequenza le tre parti verranno rappresentate assieme, a Gorizia e Nova Gorica nel quadro di GO!2025, per incamminarsi poi in un tour nazionale.

Inabili alla morte prevede inoltre la realizzazione di tre radiodrammi, realizzati negli studi di Rai Fvg, RadioTre Rai, Radio Slovenija – Program Arts, e la pubblicazione dei tre testi in una pubblicazione bilingue, a cura di Bottega Errante Edizioni.

[articolo già pubblicato sul quotidiano di Trieste, IL PICCOLO]

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ALLA RICERCA DELLA LINGUA PERDUTA /
V ISKANJU IZGUBLJENEGA JEZIKA

di Goran Vojnović
regia Janusz Kica
traduzione Patrizia Raveggi
dramaturg Martina Mrhar
lettrice Anja Pišot
scene Karin Fritz
costumi Bjanka Adžić Ursulov
musiche Mitja Vrhovnik Smrekar
con Radoš Bolčina, Francesco Borchi k.g., Urška Taufer, Aleš Valič k.g., Vesna Pernarčič k.g., Matic Valič k.g., Lara Fortuna , Gorazd Jakomini
una co-produzione SNG Nova Gorica (Slo) e Mittelfest di Cividale del Friuli (Ita)

première, sovratitolata in italiano: giovedì 14 novembre ( repliche il 21, 22 e 23)

Ho domandato: che ne sai del Metaverso? Mi ha risposto Oleandra

Qualche giorno fa, a bruciapelo, ho provato a domandare ad alcuni amici: ma di investimenti immobiliari virtuali, ne sai qualcosa? Silenzio di tomba. È tutta gente che si appassiona o si occupa, come me, di teatro, spettacolo dal vivo, libri, arti visive, musica… Altro che soldi.

Ho tentato allora di allargare il campo: …e del Metaverso, che mi racconti? Risposte non pervenute.

La dice lunga, questo mio instant test, sul rapporto che esiste tra chi orienta i propri interessi verso le praterie umanistiche e chi punta ai campi intensivi della tecnologia, anche quella meno specialistica.

Così, ho cominciato a parlare loro di Oleandra.

Oleandra Filograno - il Metaverso - ph Marcella Foccardi
Oleandra – tutte le immagini sono di Marcella Foccardi

Un parco con piscina, nel Metaverso

Oleandra è lo spettacolo scritto da Caterina Filograno, che debutta domani sera, 8 novembre, al Teatro Fontana a Milano, dopo aver vinto il bando di drammaturgia Futuro Passato e il premio di produzione Festil.

Oleandra parla, si diverte anzi a parlare, di Metaverso e di proprietà immobiliari virtuali. 

In pratica: tu acquisti un terreno, una villa, un garage. Ma non nel mondo reale: non compri mattoni, cemento, un parco con alberi, o una piscina. Acquisti un diritto di proprietà in quell’altro mondo che è il Metaverso: universo virtuale, costruito con algoritmi, blockchain, pixel. E paghi in criptovalute. Denaro misterioso ma – dice chi ce l’ha – divertente.

E chi c… me lo fa fare! ha esclamato a questo punto uno dei miei amici.

La legge del profitto, ho risposto io, sapendo bene che quell’espressione non voleva dir niente. Però valeva parecchio.

Perché il trend dell’acquisto di porzioni virtuali di Metaverso sta crescendo a livelli difficilmente immaginabili un anno fa. Almeno tra chi c’ha i soldi. E con quelli, vuole fare ancora più soldi. Tipo il solito Elon Musk. Ma non solo.

Oleandra Filograno - il Metaverso - ph Marcella Foccardi

Un piccolo passo indietro

Il Metaverso è un universo completamente virtuale. La parola risale agli anni Novanta, ma chi l’ha imposta ai media è stato Mark Zuckerberg quando, nel 2021, ha rinominato la sua già cospicua impresa Facebook, e l’ha chiamata Meta.

Lo sappiamo un po’ tutti: Whatsapp e Instagram (che usiamo infatti un po’ tutti) sono oramai prodotti di Meta, assieme al vecchio Facebook e alle nuove frontiere zuckerberghiane dei visori e delle intelligenze artificiali.

Il Metaverso è dunque una replica digitale della realtà e ha a che fare con il sistema complesso delle realtà virtuali. Ci siamo dentro noi (o meglio i nostri avatar, se li abbiamo creati) e ci sta dentro tutto il resto: natura, terreni edificabili e palazzi, prodotti, servizi. Come nella realtà. Solo che è tutto immateriale, digital.

Il Metaverso è fatto per divertirsi. Ma prima di tutto per far soldi: investimenti in finanza ludica.

Oleandra di Caterina Filograno

Torniamo a Oleandra

Dunque Tom, tipo simpatico e con un bel conto in banca, acquista una villa liberty nel Metaverso. Sua moglie Mildred, una stronzetta, storce il naso. Ma l’odore dei soldi è più inebriante del più costoso dei profumi.

Tom infatti ha intenzione di rivendere quel terreno a un prezzo moltiplicato, guadagnandoci un sacco. Per riuscirci, deve però eliminare tutto ciò che è stato già costruito là sopra: via la villa, via la piscina, via il parco. Con un paio di click si cancella tutto: un terreno vuoto.

Qui viene il bello. Cioè, per Tom, il tracollo. Una siepe di oleandro che separa la proprietà da quella dei vicini non ne vuole sapere di scomparire. Tom non riesce proprio a cancellarla. Nonostante tutti gli sforzi la irriducibile pianta permane. Fa resistenza. È un errore di codice del sistema.

Ma così il terreno non vale nulla, e l’investimento va in fumo. O almeno, sembra.

Oleandra Filograno - ph Marcella Foccardi

Fenomeni

Caterina Filograno – autrice, attrice e regista dello spettacolo, assieme ai suoi attori, Giulia Mazzarino, Isacco Venturini e Francesca Osso – è stata fenomenale nel cogliere lo spirito del tempo, del momento. 

Questo momento, in cui molti di noi sono immersi nella dimensione giocosa del digital world (i social, le chat, i videogame, le consolle Playstation, Xbox e affini, le applicazioni per conoscersi, sfidarsi, cantare, ballare…). L‘info-entertainment, insomma.

E intanto, senza quasi che ce ne accorgiamo, questo entertainment movimenta i miliardi dei grandi player dell’informatica e di internet.

E fa di noi tutti dei finanziatori, magari di pochi centesimi per volta. Moltìplicali però per qualche miliardo di utenti, e alla fine fai il conto.

Filograno racconta il momento con l’occhietto furbo, scanzonato e smaliziato abbastanza per starci dentro – ha meno di 35 anni, in fondo – e per guardarlo anche da fuori. Per mescolare il passato e il presente.

Mitologie di ieri e miti d’oggi. Da Brooke e Ridge, contrastata coppia della quarantennale soap opera Beautiful, agli amateur dancers recenti di TikTok e JustDance. Dai princìpi della filosofia del diritto – prima, Filograno si era laureata in legge – ai capi d’abbigliamento di uno fra gli oltranzisti stilisti milanesi.

Oleandra Filograno - ph Marcella Foccardi

Gamification e Metaverso

Ma sotto l’ala della pièce humoristic & futuristic, Oleandra esibisce anche osservazioni solide sulla evaporazione cerebrale che ci affligge quando siamo difronte a un display. Sul ruolo della memoria, sia quella umana sia quelle artificiali dei cloud. Sulla fecondità dell’errore e del pensiero divergente. Sulle conseguenze sociali della gamification e del disboscamento delle risorse naturali. Sulle nostre ataviche paure, infine, quando di tratta di cambiare.

A me è capitato di seguire da vicino le ultime fasi dell’allestimento di Oleandra, durante un periodo di residenza della compagnia. E sono piombato anch’io nei meandri bizzarri del loro Metaverso, incontrando la famosa pianta, che dà il titolo allo spettacolo. 

Ma facendo anche la conoscenza del filosofo settecentesco inglese John Locke, un vero farabutto, con il suo loquace pappagallo, e di Greta Thunberg, in adorazione davanti alla resistente botanica di Oleandra. Per non parlare di audaci pterodattili sonori e jingle che ti si appiccicano all’orecchio.

Prima di me, ad accompagnare Filograno e soci in questo percorso di gamification, c’è stato Federico Bellini, dramaturg nella fase iniziale di lavoro presso le Residenze Dialoghi (a cura di Css – Udine). Adesso, dopo la Residenza Vettori (per il Teatro La Contrada a Trieste) a portare Oleandra in prima nazionale, a Milano, sul palcoscenico del Fontana, ci sono anche il trapezistico sound designer Gerets, e Giuseppe Di Morabito, lo stilista milanese di cui sopra. Assieme alla produzione esecutiva di Elsinor.

Oleandra Filograno - il Metaverso - ph Marcella Foccardi

Oleandrina

Peraltro, è bene sapere che fiori, foglie, frutti e fusti dell’oleandro contengono oleandrina, una sostanza tossica per l’uomo, potenzialmente mortale per gli animali.

Ma lo sapevi che l’oleandro è una pianta velenosa, ho chiesto a Filograno, mentre si stava affaccendando sulla voce da dare al pappagallo di Locke. “E a me lo vieni a dire? – ha risposto lei – C’ho scritto un testo di teatro apposta”.

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OLEANDRA
drammaturgia e regia Caterina Filograno
progetto vincitore del bando di drammaturgia FUTURO PASSATO e del premio di produzione FESTIL, festival estivo del Litorale 24
cast Giulia Mazzarino, Isacco Venturini, Francesca Osso e Caterina Filograno
aiuto regia Ilaria Marchianò
costume design Margherita Platè
collaborazione ai costumi Giuseppe Di Morabito
set design Maddalena Oriani
light design Emanuele Mestriner
sound design Gerets
produzione esecutiva Elsinor Centro di Produzione Teatrale
in collaborazione con Dialoghi Residenze delle arti performative a Villa Manin a cura del CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e con Vettori Residenze artistiche a cura di La Contrada Teatro Stabile di Trieste
con il sostegno di eMiC e di SIAE nell’ambito del progetto Per Chi Crea e della Fondazione Pietro Pittini

Chi canta ancora la lingua degli dei? Edipo, tragùdia, Alessandro Serra

La più raccapricciante tra le scene del teatro antico si svolge al buio. Non la vediamo, ma sappiamo quel che succede. Edipo – figlio e marito – raccoglie una delle fibbie dell’abito di Giocasta – sua madre e anche sua sposa – e con quell’arnese si infilza gli occhi.

Si acceca, per non vedere più la propria empietà: l’uccisione del padre, l’incesto con la madre. Il buio deflagra in lui, personaggio. E piomba anche su noi spettatori. Una tragedia. O per dirlo alla greca, una tragùdia.

Tragùdia - Jared McNeill è Edipo - ph Alessandro Serra
Jared McNeill è Edipo – ph Alessandro Serra

Nel tempo degli dei

In Tragùdia, riscrittura del mito di Edipo, orchestrata dalla regia come sempre colta e curata di Alessandro Serra, accade propio così.

Il buio invade di colpo il palcoscenico. E davanti agli spettatori – metti venticinque secoli fa, a Epidauro, ma metti pure oggi, qui da noi – il sangue che sgorgherebbe a getti, il sangue che bagnerebbe la faccia, gli abiti, la terra, quel sangue non viene esibito.

A differenza, invece, delle millemila volte in cui abbiamo visto le occhiaie bucate di chissà quanti Edipi sprizzare liquidi di ogni tipo. Fin dal volto iconico (e mai aggettivo fu più esatto) di Franco Citti, protagonista della versione cinematografica di Pasolini (1967). Spettacolarità vistosa, quella pasoliniana.

Franco Citti è Edipo - Pasolini
Franco Citti in Edipo re (1967) – regia Pier Paolo Pasolini

Millenni fa, invece, al tempo degli dei, il teatro provava ritegno nel mostrare una sofferenza fisica estrema, e così sottraeva “all’occhio dello spettatore” il gesto efferato e violento. Lo raccontava semmai. Eventuali cadaveri apparivano dopo, movimentati da un’opportuna macchina di scena.

Così fa oggi anche Alessandro Serra. Non esibisce la mano autodistruttiva del protagonista Edipo. Lascia a noi il compito di immaginarla, nel ben più raccapricciante teatro della nostra immaginazione, mentre trafigge i propri occhi. Così il buio amplifica anche il pathos, la commozione.

Tragùdia -Edipo  e la Sfinge - ph Alessandro Serra
Edipo e la Sfinge – ph Alessandro Serra

Un’eco di Mediterraneo

Come già era accaduto in Macbettu (2017), orchestrazione che Serra aveva dato dal Macbeth di Shakespeare (tradotto e portato in scena nella lingua della Sardegna più interiore, la Barbagia), il regista mette anche stavolta al servizio di un grande testo la sua competenza e la sua sensibilità.

E per rievocare in noi, spettatori odierni, il pathos del percorso che porta dal giovane solutore di enigmi al vecchio derelitto – da Edipo re a Edipo a Colono – Serra sceglie di nuovo una lingua in lenta estinzione: il grecanico.

Variante occidentale e oramai residua degli idiomi parlati un tempo in Grecia e Magna Grecia, il grecanico è una lingua in via di dissoluzione: l’eco di quel greco emporiale che attraversava tutto il Mediterraneo, e che oramai vive solo in ristrette zone del Salento, della Calabria, del Messinese.

Affascinato da queste caratteristiche, Serra ha studiato il grecanico, aiutato anche da esperti e cultori, l’ha musicato assieme al poeta Savino Nucera e al compositore Bruno De Franceschi, l’ha messo infine in bocca ai suoi attori. “La considero una lingua sensuale e musicale, inebriata dall’umanità di chi la custodisce parlandola” ha detto in un’intervista, e in molte altre ha messo al centro di questo suo lavoro ” un parlare largo, alla maniera dorica“, una lingua che ci strappa dal piano della realtà e ci pone su un livello di trascendenza“.

Tragùdia - Edipo secondo Alessandro Serra
ph Alessandro Serra

La lingua degli dei

Ecco, questo io mi auguravo: sentire la lingua degli dei, dopo aver sentito la lingua selvatica di Macbettu. Ecco questo mi aspettavo, arrivato in Emilia (dove hanno sede due dei produttori di Tragùdia, Ert Modena e Teatro Due Parma), all’Arena del Sole, per l’ultima replica bolognese dello spettacolo.

E magari sarò io l’uomo prosaico, certo quello malato di turismo, che in Grecia ci va da sempre e non solo d’estate, ma a me la lingua nella quale Edipo, Giocasta, Creonte, Tiresia, il coro di Tragùdia raccontano la vicenda, quella lingua a me non è parsa affatto divina. Nemmeno un briciolo arcaica. Né clamorosamente musicale.

Tragùdia -Tiresia - ph Alessandro Serra
Tiresia – ph Alessandro Serra

Ci ho ritrovato invece i colori di una Grecia contemporanea, o del passato prossimo, una lingua di isole, di mare, di trattorie, mercatini, commercianti furbi e albergatori disinvolti.

Qualsiasi persona parli, o intenda oggi il greco moderno, lingua in cui si chiacchiera nei caffè di Creta, sulle rovine bizantine di Salonicco, a Mykonos perfino, intenderà perfettamente o quasi la traduzione grecanica di ciò che venticinque secoli fa dicevano gli attori ateniesi di Sofocle.

In pochi momenti è cosi svanita, davanti ai miei occhi (e prima ancora, davanti alle mie orecchie), tutta l’aspettativa che, dopo il Macbettu barbaricino, avevo riposto in questo Edipo.

Non più la lingua degli dei, non più Tebe dalle sette porte, ma oramai la Grecia e la Magna Grecia degli agili traghetti, delle diete alimentari mediterranee, della macchia disegnata da olivi, mirti, lentischi, la Grecia dell’overtourism. Davvero si canta ancora la lingua degli dei? E dove?

Tragùdia -Giocasta - ph Alessandro Serra
Giocasta – ph Alessandro Serra

E bisognerebbe anche parlare di musicalità, strofa e ritornello di ogni intervista a Serra che mi è capitato di leggere. Perché non dire, invece, che ogni lingua, arcaica o esotica, orientale o occidentale, ha una sua musicalità, distintiva, propria.

Che sia l’arabo aspro o il brasiliano scivoloso, o che sia pratica e decisiva come l’american english. È questione di abitudine, di orecchio, di cultura. Non potrebbero forse cantare o scrivere poesia gli accidentati olandesi?

Chi ci libererà?

Mi sono così accontentato di risentire per la millemillesima volta la storia di Edipo – giovane eroe carismatico prima, e poi desolato vecchio in cammino – vicenda che la drammaturgia di Serra espone con la linearità del mito, senza fronzoli, lasciando nuovamente a noi spettatori il compito di decifrarne gli echi contemporanei.

E ho visto la Sfinge salire sul suo sgabello, come in un vaso greco. Ho visto Tiresia raggrinzito e inflessibile, come ricordavo Julian Beck nel film di Pasolini. Ho visto Teseo, l’accogliente, sotto un’indecifrabile maschera orientale. Perfino un guizzo comico, rubato alla Tempesta shakespeariana, ho intravisto.

Tragùdia -Teseo - ph Alessandro Serra
Teseo – ph Alessandro Serra

Però senza stupirmi mai per un’invenzione che non avessi già visto, sentito, letto, per un’intuizione che non fosse già stata strapazzata da un Freud o da un Recalcati. E sono affondato deluso nella saga dei Labdàcidi (gli antenati di Edipo, la sua famiglia disfunzionale). Ho rivisto Antigone e Ismene, Creonte e Teseo. Ho immaginato le armi lucenti e insanguinate di Eteocle e Polinice.

E di nuovo mi sono chiesto, come ebbero già a chiedersi alcuni – più lungimiranti di me e acuti osservatori delle scene: chi ci libererà dai Greci e dai Romani?

Tragùdia - ph Alessandro Serra
Polinice – ph Alessandro Serra

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TRAGÙDIA
di Alessandro Serra
liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito
traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera
con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino
regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra
voci e canti Bruno de Franceschi
produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale , Fondazione Teatro Due Parma
in collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia