Chi canta ancora la lingua degli dei? Edipo, tragùdia, Alessandro Serra

La più raccapricciante tra le scene del teatro antico si svolge al buio. Non la vediamo, ma sappiamo quel che succede. Edipo – figlio e marito – raccoglie una delle fibbie dell’abito di Giocasta – sua madre e anche sua sposa – e con quell’arnese si infilza gli occhi.

Si acceca, per non vedere più la propria empietà: l’uccisione del padre, l’incesto con la madre. Il buio deflagra in lui, personaggio. E piomba anche su noi spettatori. Una tragedia. O per dirlo alla greca, una tragùdia.

Tragùdia - Jared McNeill è Edipo - ph Alessandro Serra
Jared McNeill è Edipo – ph Alessandro Serra

Nel tempo degli dei

In Tragùdia, riscrittura del mito di Edipo, orchestrata dalla regia come sempre colta e curata di Alessandro Serra, accade propio così.

Il buio invade di colpo il palcoscenico. E davanti agli spettatori – metti venticinque secoli fa, a Epidauro, ma metti pure oggi, qui da noi – il sangue che sgorgherebbe a getti, il sangue che bagnerebbe la faccia, gli abiti, la terra, quel sangue non viene esibito.

A differenza, invece, delle millemila volte in cui abbiamo visto le occhiaie bucate di chissà quanti Edipi sprizzare liquidi di ogni tipo. Fin dal volto iconico (e mai aggettivo fu più esatto) di Franco Citti, protagonista della versione cinematografica di Pasolini (1967). Spettacolarità vistosa, quella pasoliniana.

Franco Citti è Edipo - Pasolini
Franco Citti in Edipo re (1967) – regia Pier Paolo Pasolini

Millenni fa, invece, al tempo degli dei, il teatro provava ritegno nel mostrare una sofferenza fisica estrema, e così sottraeva “all’occhio dello spettatore” il gesto efferato e violento. Lo raccontava semmai. Eventuali cadaveri apparivano dopo, movimentati da un’opportuna macchina di scena.

Così fa oggi anche Alessandro Serra. Non esibisce la mano autodistruttiva del protagonista Edipo. Lascia a noi il compito di immaginarla, nel ben più raccapricciante teatro della nostra immaginazione, mentre trafigge i propri occhi. Così il buio amplifica anche il pathos, la commozione.

Tragùdia -Edipo  e la Sfinge - ph Alessandro Serra
Edipo e la Sfinge – ph Alessandro Serra

Un’eco di Mediterraneo

Come già era accaduto in Macbettu (2017), orchestrazione che Serra aveva dato dal Macbeth di Shakespeare (tradotto e portato in scena nella lingua della Sardegna più interiore, la Barbagia), il regista mette anche stavolta al servizio di un grande testo la sua competenza e la sua sensibilità.

E per rievocare in noi, spettatori odierni, il pathos del percorso che porta dal giovane solutore di enigmi al vecchio derelitto – da Edipo re a Edipo a Colono – Serra sceglie di nuovo una lingua in lenta estinzione: il grecanico.

Variante occidentale e oramai residua degli idiomi parlati un tempo in Grecia e Magna Grecia, il grecanico è una lingua in via di dissoluzione: l’eco di quel greco emporiale che attraversava tutto il Mediterraneo, e che oramai vive solo in ristrette zone del Salento, della Calabria, del Messinese.

Affascinato da queste caratteristiche, Serra ha studiato il grecanico, aiutato anche da esperti e cultori, l’ha musicato assieme al poeta Savino Nucera e al compositore Bruno De Franceschi, l’ha messo infine in bocca ai suoi attori. “La considero una lingua sensuale e musicale, inebriata dall’umanità di chi la custodisce parlandola” ha detto in un’intervista, e in molte altre ha messo al centro di questo suo lavoro ” un parlare largo, alla maniera dorica“, una lingua che ci strappa dal piano della realtà e ci pone su un livello di trascendenza“.

Tragùdia - Edipo secondo Alessandro Serra
ph Alessandro Serra

La lingua degli dei

Ecco, questo io mi auguravo: sentire la lingua degli dei, dopo aver sentito la lingua selvatica di Macbettu. Ecco questo mi aspettavo, arrivato in Emilia (dove hanno sede due dei produttori di Tragùdia, Ert Modena e Teatro Due Parma), all’Arena del Sole, per l’ultima replica bolognese dello spettacolo.

E magari sarò io l’uomo prosaico, certo quello malato di turismo, che in Grecia ci va da sempre e non solo d’estate, ma a me la lingua nella quale Edipo, Giocasta, Creonte, Tiresia, il coro di Tragùdia raccontano la vicenda, quella lingua a me non è parsa affatto divina. Nemmeno un briciolo arcaica. Né clamorosamente musicale.

Tragùdia -Tiresia - ph Alessandro Serra
Tiresia – ph Alessandro Serra

Ci ho ritrovato invece i colori di una Grecia contemporanea, o del passato prossimo, una lingua di isole, di mare, di trattorie, mercatini, commercianti furbi e albergatori disinvolti.

Qualsiasi persona parli, o intenda oggi il greco moderno, lingua in cui si chiacchiera nei caffè di Creta, sulle rovine bizantine di Salonicco, a Mykonos perfino, intenderà perfettamente o quasi la traduzione grecanica di ciò che venticinque secoli fa dicevano gli attori ateniesi di Sofocle.

In pochi momenti è cosi svanita, davanti ai miei occhi (e prima ancora, davanti alle mie orecchie), tutta l’aspettativa che, dopo il Macbettu barbaricino, avevo riposto in questo Edipo.

Non più la lingua degli dei, non più Tebe dalle sette porte, ma oramai la Grecia e la Magna Grecia degli agili traghetti, delle diete alimentari mediterranee, della macchia disegnata da olivi, mirti, lentischi, la Grecia dell’overtourism. Davvero si canta ancora la lingua degli dei? E dove?

Tragùdia -Giocasta - ph Alessandro Serra
Giocasta – ph Alessandro Serra

E bisognerebbe anche parlare di musicalità, strofa e ritornello di ogni intervista a Serra che mi è capitato di leggere. Perché non dire, invece, che ogni lingua, arcaica o esotica, orientale o occidentale, ha una sua musicalità, distintiva, propria.

Che sia l’arabo aspro o il brasiliano scivoloso, o che sia pratica e decisiva come l’american english. È questione di abitudine, di orecchio, di cultura. Non potrebbero forse cantare o scrivere poesia gli accidentati olandesi?

Chi ci libererà?

Mi sono così accontentato di risentire per la millemillesima volta la storia di Edipo – giovane eroe carismatico prima, e poi desolato vecchio in cammino – vicenda che la drammaturgia di Serra espone con la linearità del mito, senza fronzoli, lasciando nuovamente a noi spettatori il compito di decifrarne gli echi contemporanei.

E ho visto la Sfinge salire sul suo sgabello, come in un vaso greco. Ho visto Tiresia raggrinzito e inflessibile, come ricordavo Julian Beck nel film di Pasolini. Ho visto Teseo, l’accogliente, sotto un’indecifrabile maschera orientale. Perfino un guizzo comico, rubato alla Tempesta shakespeariana, ho intravisto.

Tragùdia -Teseo - ph Alessandro Serra
Teseo – ph Alessandro Serra

Però senza stupirmi mai per un’invenzione che non avessi già visto, sentito, letto, per un’intuizione che non fosse già stata strapazzata da un Freud o da un Recalcati. E sono affondato deluso nella saga dei Labdàcidi (gli antenati di Edipo, la sua famiglia disfunzionale). Ho rivisto Antigone e Ismene, Creonte e Teseo. Ho immaginato le armi lucenti e insanguinate di Eteocle e Polinice.

E di nuovo mi sono chiesto, come ebbero già a chiedersi alcuni – più lungimiranti di me e acuti osservatori delle scene: chi ci libererà dai Greci e dai Romani?

Tragùdia - ph Alessandro Serra
Polinice – ph Alessandro Serra

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TRAGÙDIA
di Alessandro Serra
liberamente ispirato alle opere di Sofocle e ai racconti del mito
traduzione in lingua grecanica Salvino Nucera
con Alessandro Burzotta, Salvatore Drago, Francesca Gabucci, Sara Giannelli, Jared McNeill, Chiara Michelini, Felice Montervino
regia, scene, luci, suoni, costumi Alessandro Serra
voci e canti Bruno de Franceschi
produzione Sardegna Teatro, Teatro Bellini, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale , Fondazione Teatro Due Parma
in collaborazione con Compagnia Teatropersona, I Teatri di Reggio Emilia

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