Una maratonina. Una trilogia-evento. Sabato scorso l’Arena del Sole a Bologna ha riproposto, uno di fila all’altro, i tre allestimenti che in tre anni hanno impegnato Leonardo Lidi nella regia di tre titoli di Anton Čechov: Il gabbiano, Zio Vanja, Il giardino dei ciliegi.
Mancherebbe ora la quarta tappa.

Intendiamoci. Non è il titolo assente, Tre sorelle, quello che si dovrebbe portare in scena. Le tre commedie che Lidi ha scelto (con precisione cronologica: 1896, 1899, 1904, i primi allestimenti) hanno già un loro senso, accostate così.
Non fosse altro perché, in una stessa compagnia di attori, trovano le risorse, le voci e i contrappunti, soprattutto le ricorrenze, che permettono di leggere quei lavori di Čechov, come un capolavoro unico, compatto, coeso. Un concerto grosso in cui temi, variazioni e ostinati si ricorrono l’un l’altro. Per disegnare uno vasto ambiente sentimentale. Anche storico, volendo.
La bella cattiveria
Appena vista la prima tappa del 2022, Il gabbiano, mi ero rammaricato del fatto che quel primo Čechov di Lidi fosse un po’ troppo Čechov e un po’ troppo poco Lidi.
Con il suo lavoro sui classici, il regista piacentino ci aveva abituato a letture estreme (e rigeneranti, aggiungevo). Nel caso del Gabbiano veniva invece a mancare la bella cattiveria che aveva riservato già a Ibsen, a D’Annunzio, a Strindberg. Perché con i classici bisogna essere cattivi, o perlomeno non accondiscendenti, cioè non banali. Solo così si alimenta la classicità.

Nel 2023 avevo tenuto il fiato sospeso per Zio Vanja. Quello spettacolo schiacciava la solita famigliona cecoviana contro una cruda parete grigia, facendo piazza pulita della melensaggine in cui di solito si inzuppa questa vicenda di sacrifici, infelicità, rancori. (Il film di Louis Malle e David Mamet è un caso a parte).

Il giardino dei ciliegi – che ho visto finalmente ora dopo il debutto dell’estate 2024 a Spoleto – porta di nuovo al limite la lettura. E come da foto che avete visto più su, mette simpaticamente a mollo, oppure a abbronzarsi tra teli da spiaggia stesi, la big family in bermuda, ciabatte da mare, bikini.
Al Papeete con Čechov
Tanto lo sappiamo già, che quel loro magnifico giardino di alberi in fiore e petali bianchi prima o poi si trasformerà in un resort per borghesi arricchiti. Che potranno villeggiare sulle rive del fiume e divertirsi e rumoreggiare con il Salvini di turno. Un Papeete dove si parla russo e si scolano shottini di vodka.

La trilogia riallestita ora, a tre anni dallo scoppio di una guerra, mi costringe peraltro a pensare che il paesaggio tipicamente russo descritto da Čechov è in realtà tutto ucraino. E che i luoghi indicati dall’autore sono quelli oggi drammaticamente noti di Kharkiv, Kiev, Odessa. Un buon motivo per escludere quelle tre sorelle, che invece smaniano per raggiungere Mosca.
Il quarto atto
Perché dico allora che ci vorrebbe una quarta tappa, un quarto titolo? Forse perché , per fare regia oggi, non basta soltanto una lettura rigenerativa. Ci vuole un azzardo più forte, un tradimento sublime. Che per me, in questo caso, vuol dire reinventare Čechov.
Un azzardo che metta da parte i suoi personaggi, le sue parole, addirittura le sue storie. E dia vita a nuovi personaggi, nuove parole, anche una nuova storia, da far sorgere su quelle fondamenta affettive (forse sarebbe meglio sentimentali?). Insomma, le “forme nuove” che invoca Kostja nel Gabbiano, mentre sta per battezzare la sua creazione in riva al lago.
Si tratterebbe di un nuovo testo contemporaneo, che però non dimentichi le indagini interiori e l’anatomia d’anime a cui, centoventi anni fa, Čechov si era applicato, prima di prendere congedo dalla vita. Con una coppa di champagne in mano.

Mi vengono in mente – fermo restando Čechov – i lavori che hanno fatto Liv Ferracchiati (sempre per Il gabbiano) o Christiane Jatahy (per Tre sorelle). O ancora Kepler-452 per Il giardino. E Muta Imago di nuovo su Tre sorelle.
Un lavoro congiunto di drammaturgia e regia (si faceva così anche al Teatro d’Arte di Mosca a cavallo del ‘900, no?). Un impegno che già qualcuno si è preso, non riuscendo magari a portarlo fino in fondo.
Anche perché il pubblico dei teatri pubblici è tradizionalista e non ama le nuove scritture, tanto meno i nuovi titoli. Una rinnovata fiducia a Lidi, inoltre, da parte dei suoi produttori, il festival di Spoleto, lo stabile dell’Umbria e quello di Torino, Emilia Romagna Teatro Fondazione, che in un altro pubblico stanno credendo.
Maniche e attrezzeria
Insomma, caro Leonardo Lidi, che con questi bei nomi contemporanei condividi il temperamento generazionale, bisognerebbe rimboccare maniche e attrezzeria, e capitalizzata la trilogia, avventurarsi ora in direzione del quarto capitolo.

Affiancato magari da drammaturghi in sintonia. Come potrebbero essere, suppongo, Federico Bellini o Linda Dalisi, membri partecipi, come Lidi, di quella grande famiglia Latella, nella quale si sono sperimentati nei passati due decenni, forti progetti di drammaturgia, regia e performance. Bello è progettare qualche cosa che sia contemporaneo, vivente, creazione non reinterpretazione.
In definitiva: chiedo un quarto capitolo di trilogia. Chiedo un passo lungo del teatro italiano, dopo che se ne sono andati Strehler, Castri, Ronconi, e dopo che Santa Estasi (una rigenerazione dei classici più classici, quelli greci, un’altra maratona ) ha provato a definire i propositi di un nuovo approccio.
Chiedo un quarto atto cecoviano. Nuovo. Dite che chiedo troppo?
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MARATONA ČECHOV – La trilogia
IL GABBIANO prima tappa
di Anton Čechov
traduzione Fausto Malcovati
regia Leonardo Lidi
con (in o.a.) Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Sara Gedeone Christian La Rosa, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Orietta Notari, Tino Rossi, Massimiliano Speziani,
Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale,
Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale in collaborazione con Spoleto Festival dei Due Mondi
ZIO VANJA seconda tappa
di Anton Čechov
traduzione Fausto Malcovati
regia Leonardo Lidi
con (in o.a.) Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Ilaria Falini, Sara Gedeone, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria in coproduzione con Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale e Spoleto Festival dei Due Mondi
IL GIARDINO DEI CILIEGI terza tappa
di Anton Čechov
traduzioneFausto Malcovati
regia Leonardo Lidi
con (in o.a.) Giordano Agrusta, Maurizio Cardillo, Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Sara Gedeone, Christian La Rosa, Angela Malfitano, Francesca Mazza, Orietta Notari, Mario Pirrello, Tino Rossi, Massimiliano Speziani, Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Franco Visioli
produzione Teatro Stabile dell’Umbria in coproduzione conTeatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Spoleto Festival dei Due Mondi
tutte le foto sono di Gianluca Pantaleo




