È passato un bel po’ di giorni da quando ho visto Zorro, lo spettacolo di Antonio Latella e Federico Bellini, punta di diamante di questi primi mesi del 2025 al Piccolo di Milano.
Di quella esperienza mi rimane un ricordo complesso. Che non ha soltanto a che fare con il teatro.

Prologo
Arrivo trafelato davanti portone del Piccolo in via Rovello, a Milano. Mancano solo pochi minuti all’inizio dello spettacolo.
Un uomo – abiti malandati, parole che incespicano – mi offre qualcosa che assomiglia a una cartolina. Mi dice che è qui in rappresentanza di un’associazione che si occupa di senzatetto. Mi domanda dei soldi.
Zorro è uno spettacolo dedicato alla povertà contemporanea. Lo so. Ci penso su un momento.
Credo che l’elemosina sia una delle tante buone azioni che posso fare, anche per lavorare a una versione migliore di me stesso. C’è però una regola che mi sono dato da tempo: mai in strada, mai ai banchetti improvvisati, mai a chi ti ferma con “scusa un momento...”. Mai collanine, accendisigari, fazzoletti. Non sai mai dove la tua elemosina sta per andare a finire: nel posto giusto, o chissà in quello sbagliato.
L’opera da tre soldi di Brecht, l’ho vista un sacco di volte. Se contribuisco a qualche progetto di sostegno alla povertà, lo faccio per vie trasparenti. Oppure compro un paio di scarpe a uno che mi fa vedere che ne ha bisogno. O lo accompagno al supermercato e pago la spesa.
Dico perciò a quell’uomo: no grazie (anche se il grazie suona per forza di cose pleonastico). Lui capisce che non tirerò fuori nemmeno una moneta, mi lancia qualcosa che suona come rimprovero e affronta lo spettatore successivo.
Vado a ritirare il biglietto, ma so che ciò che vedrò riguarda proprio quel mio (mancato) gesto. So di essere un cittadino con privilegi, so che venti euro in più o in meno non modificano lo stato del mio portafoglio.
È ovvio che, in mezzo secondo, mi casca addosso un quintale di senso di colpa.
Che sia Zorro, che sia Robin Hood
Mi pareva di ricordare che fosse Robin Hood, quello che toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Ma il senso non cambia se, come eroe anzi supereroe degli svantaggiati, Antonio Latella e Federico Bellini hanno scelto Zorro.
Apparso nei cinema agli inizi del secolo scorso, l’aristocratico Don Diego de la Vega, è uno che si traveste, mette la maschera e il mantello, e a colpi di spada lascia il suo temibile segno, la zeta di Zorro.
È uno dei tanti paladini sociali che ancora riempiono il nostro immaginario e l’ipocrisia di noi che viviamo di economie capitaliste, neo-capitaliste, turbo-capitaliste.

Don Diego / Zorro appartiene al mondo dei ricchi. Ma i ricchi li combatte, soprattutto se bastardi e corrotti, criminali e arroganti. Ricco e mascherato, tiene per i poveri e i derelitti. Come faceva Batman, altro supereroe, con maschera e mantello.
Nella scrittura teatrale di Latella e Bellini, Zorro serve a indagare il rapporto tra società e povertà. Tra potere e minorità economica. La diseguaglianza.
Latella regista e Bellini drammaturgo lo fanno insieme, portando in palcoscenico quattro figure (vestite anche loro con il mantello, ma più Elvis Presley) che in uno spettacolo insolitamente esteso per la media del teatro italiano (ma non per Latella) si scambiano vicendevolmente i ruoli del Povero e del Poliziotto, del Muto e del Cavallo (quello di Zorro si chiamava Tornado), in sette capitoli che loro chiamano quadriglie (il ballo dove ci si scambiava di partner).

Lo fanno in un centinaio di modi diversi. Un cabaret pensoso, una cascata di battute, un report sullo svantaggio economico in Italia, una sintassi da avanspettacolo, un contrasto tra tra chi vive in strada e chi da là lo vuole sloggiare, un fiorire di citazioni da Beckett a Strehler, una puzza da poveri, uno spogliarello come al varietà, un comizio plateale, un po’ di punture al pubblico, una parata di canzoni dal vivo, qualche allusione di teatro sociale, saghe di giustizieri mascherati, ma anche la maschera dello zanni Arlecchino, aurora del mestiere e della povertà teatrale. E tanto altro.

Lo fanno su un palcoscenico quasi vuoto, che cambia, restando sempre lo stesso. C’è un verde cactus semovente (chissà: la California ancora spagnola, dove l’immaginazione colloca Zorro). C’è una cabina per le fototessere (chissà: un evocazione fra i tanti simboli della modernità, dell’identità, della volatilità di chi, oggi tranquillo benestante borghese, sarà domani senzatetto che dorme in stazione).
C’è la cornice di bianche lampadine accese (che ci dice che questo è uno show, e chi se ne frega della realtà, o forse anche no). C’è il segnaposto di Google Maps che cala sullo sfondo, per ricordarci che siamo a Milano, che stiamo nella platea del Piccolo di via Rovello, e che qui il concetto di povertà lo viviamo da belli e indifferenti, direbbe Cocteau. L’essere poveri possiamo solo immaginarcelo.

Zorro al Piccolo di Milano
“Trovatemi un povero qui in sala” dice uno dei quattro rivolto al pubblico del Piccolo. “Se c’è un povero a cui hanno regalato un biglietto, alzi la mano! Se c’è un povero che è venuto in sala a riscaldarsi, alzi la mano! Se c’è un povero che ha preferito spendere i suoi spiccioli per assistere a questa merda piuttosto che mangiare un tramezzino, alzi la mano!”.
Chissà se qualcuno ricorda che nelle intenzioni di Strehler e Grassi, quel Teatro d’Arte era per tutti. Chissà. Adesso, sul logo del Piccolo, uno dei quattro ci piscia (per finta) sopra. Provocazioncina.
Il carosello di scene che Latella e Bellini hanno costruito (quattro anni fa in Germania, versione tedesca, adesso a Milano) può apparire caotico, superficiale, risaputo, didascalico. Qualcuno aggiunge anche fastidioso e sconclusionato.

A me pare che ci insegni invece ad allargare, almeno di un po’, i limiti della nostra visione teatrale, a instillare qualche dubbio sul proprio habitat sociale, a evadere dalla comfort zone delle narrazioni, delle notizie allarmanti dei media. A ridere, ad arrabbiarci, ad annoiarci, a sentirci in colpa. Tutte cose che raramente (a parte la noia, spesso, e la risata, ogni tanto) capitano in un teatro.
È un caos sovrabbondante, ma regolato con perizia, che ci abbaglia ad ogni giro di quadriglia di quei quattro svoltolati in scena, i mantelli sgargianti, i lustrini, lo sfavillio colorato delle luci.
Sono rispettivamente Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni, supereroi di palcoscenico. Con la presenza, che risalta, del più giovane tra loro, Isacco Venturini. Il quale, se lascia per un momento la rabbia del Povero o il piglio del Poliziotto, imbraccia la chitarra, con la quale ci sa fare, e mette giù, con la voce dal vivo, una compilation emozionale.

Quella scaletta ci accompagnerà per tutto lo spettacolo, che non per caso ha preso il via con Sono un ragazzo di strada, sintomatico 45 giri dei Corvi (1966). Quando Milano non era ancora da bere e vagheggiava invece il suo rivoluzionario Sessantotto.
Altri temi, altre povertà. Come quella, celentanesca, dei ragazzi della via Gluck, 1966 anche loro.
Epilogo
Riprendo il treno per tornare a casa: una Freccia, classe standard, quella economica.
Passata Mestre, il vagone si è svuotato. Saremo rimasti una dozzina o poco più di viaggiatori. A un certo punto, un tipo sulla trentina, nel mezzo del corridoio, ad alta voce, comincia la sua orazione.
“Mi dispiace davvero disturbarvi, signori, ma si dà il caso che mi trovi su questo treno per ragioni di necessità, non vorrei recarvi molestia, ma la mia è una storia che vi prego di ascoltare…”. Manca solo che aggiunga “Lend me your ears“, shakespearianamente.
La storia che ci racconta è una storia di povertà, non c’è dubbio, ma le parole che ha scelto, il tono con cui le dice, la dignità che avvolge quel monologo, mi colpiscono. E colpiscono molti degli altri viaggiatori.
Dura cinque o sei minuti, il discorso. Io ero abituato ai poveracci e alle rom dei treni regionali. Lasciano il biglietto che chiede la carità sul sedile accanto al tuo. E poi tornano a riprenderlo, sapendo bene che quel gesto discreto e silenzioso non impietosirà nessuno, o quasi. Ma una richiesta così, di questa sorprendente nobiltà teatrale, su una Freccia, io non l’avevo mai sentita.
Non so se è per la sua situazione, o per la sua recitazione, ma cerco dieci euro nel portafoglio. Ho solo pezzi da venti. Dieci o venti, dicevo, non cambiano la mia economia. È cambiata invece la mia maniera in cui considero questo gesto d’elemosina, quasi un biglietto pagato alla sorprendente performance teatrale che mi è passata davanti agli occhi. Glieli do. Sulla Freccia tra Mestre e Trieste.
Credo che in tutto questo conti soprattutto l’aver visto Zorro. Lo so e lo sapete anche voi, che il teatro non cambia né cambierà di una virgola il mondo. Ma certo cambia i pensieri delle persone.
Oppure – mi dico ora che sono arrivato a destinazione – non li cambia affatto. E quella elemosina-ipocrisia di cui mi ha parlato Zorro è ancora là, marmorea, indistruttibile, dentro il mio (già meno abbondante) portafoglio. Ma almeno, mi sono tolto qualche grammo di senso di colpa.
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ZORRO
di Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni, Isacco Venturini
scene Annelisa Zaccheria
costumi e simboli personaggi Simona D’Amico
suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
movimenti coreografici Alessio Maria Romano
assistente alla regia Paolo Costantini
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa











































