Guardie e ladri secondo Latella. La povertà e il segno di Zorro

È passato un bel po’ di giorni da quando ho visto Zorro, lo spettacolo di Antonio Latella e Federico Bellini, punta di diamante di questi primi mesi del 2025 al Piccolo di Milano.

Di quella esperienza mi rimane un ricordo complesso. Che non ha soltanto a che fare con il teatro.

Zorro - Piccolo Teatro di Milano - ph Masiar Pasquali
Zorro – ph Masiar Pasquali

Prologo

Arrivo trafelato davanti portone del Piccolo in via Rovello, a Milano. Mancano solo pochi minuti all’inizio dello spettacolo.

Un uomo – abiti malandati, parole che incespicano – mi offre qualcosa che assomiglia a una cartolina. Mi dice che è qui in rappresentanza di un’associazione che si occupa di senzatetto. Mi domanda dei soldi.

Zorro è uno spettacolo dedicato alla povertà contemporanea. Lo so. Ci penso su un momento.

Credo che l’elemosina sia una delle tante buone azioni che posso fare, anche per lavorare a una versione migliore di me stesso. C’è però una regola che mi sono dato da tempo: mai in strada, mai ai banchetti improvvisati, mai a chi ti ferma con “scusa un momento...”. Mai collanine, accendisigari, fazzoletti. Non sai mai dove la tua elemosina sta per andare a finire: nel posto giusto, o chissà in quello sbagliato.

L’opera da tre soldi di Brecht, l’ho vista un sacco di volte. Se contribuisco a qualche progetto di sostegno alla povertà, lo faccio per vie trasparenti. Oppure compro un paio di scarpe a uno che mi fa vedere che ne ha bisogno. O lo accompagno al supermercato e pago la spesa.

Dico perciò a quell’uomo: no grazie (anche se il grazie suona per forza di cose pleonastico). Lui capisce che non tirerò fuori nemmeno una moneta, mi lancia qualcosa che suona come rimprovero e affronta lo spettatore successivo.

Vado a ritirare il biglietto, ma so che ciò che vedrò riguarda proprio quel mio (mancato) gesto. So di essere un cittadino con privilegi, so che venti euro in più o in meno non modificano lo stato del mio portafoglio.

È ovvio che, in mezzo secondo, mi casca addosso un quintale di senso di colpa.

Che sia Zorro, che sia Robin Hood 

Mi pareva di ricordare che fosse Robin Hood, quello che toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Ma il senso non cambia se, come eroe anzi supereroe degli svantaggiati, Antonio Latella e Federico Bellini hanno scelto Zorro. 

Apparso nei cinema agli inizi del secolo scorso, l’aristocratico Don Diego de la Vega, è uno che si traveste, mette la maschera e il mantello, e a colpi di spada lascia il suo temibile segno, la zeta di Zorro.

È uno dei tanti paladini sociali che ancora riempiono il nostro immaginario e l’ipocrisia di noi che viviamo di economie capitaliste, neo-capitaliste, turbo-capitaliste.

Paolo Giovannucci - Zorro - Piccolo Teatro Milano -ph Masiar Pasquali
Paolo Giovannucci – ph Masiar Pasquali

Don Diego / Zorro appartiene al mondo dei ricchi. Ma i ricchi li combatte, soprattutto se bastardi e corrotti, criminali e arroganti. Ricco e mascherato, tiene per i poveri e i derelitti. Come faceva Batman, altro supereroe, con maschera e mantello.

Nella scrittura teatrale di Latella e Bellini, Zorro serve a indagare il rapporto tra società e povertà. Tra potere e minorità economica. La diseguaglianza.

Latella regista e Bellini drammaturgo lo fanno insieme, portando in palcoscenico quattro figure (vestite anche loro con il mantello, ma più Elvis Presley) che in uno spettacolo insolitamente esteso per la media del teatro italiano (ma non per Latella) si scambiano vicendevolmente i ruoli del Povero e del Poliziotto, del Muto e del Cavallo (quello di Zorro si chiamava Tornado), in sette capitoli che loro chiamano quadriglie (il ballo dove ci si scambiava di partner).

Isacco Venturini, Antonio Latella, Federico Bellini
Isacco Venturini, Antonio Latella, Federico Bellini

Lo fanno in un centinaio di modi diversi. Un cabaret pensoso, una cascata di battute, un report sullo svantaggio economico in Italia, una sintassi da avanspettacolo, un contrasto tra tra chi vive in strada e chi da là lo vuole sloggiare, un fiorire di citazioni da Beckett a Strehler, una puzza da poveri, uno spogliarello come al varietà, un comizio plateale, un po’ di punture al pubblico, una parata di canzoni dal vivo, qualche allusione di teatro sociale, saghe di giustizieri mascherati, ma anche la maschera dello zanni Arlecchino, aurora del mestiere e della povertà teatrale. E tanto altro.

ph Masiar Pasquali

Lo fanno su un palcoscenico quasi vuoto, che cambia, restando sempre lo stesso. C’è un verde cactus semovente (chissà: la California ancora spagnola, dove l’immaginazione colloca Zorro). C’è una cabina per le fototessere (chissà: un evocazione fra i tanti simboli della modernità, dell’identità, della volatilità di chi, oggi tranquillo benestante borghese, sarà domani senzatetto che dorme in stazione). 

C’è la cornice di bianche lampadine accese (che ci dice che questo è uno show, e chi se ne frega della realtà, o forse anche no). C’è il segnaposto di Google Maps che cala sullo sfondo, per ricordarci che siamo a Milano, che stiamo nella platea del Piccolo di via Rovello, e che qui il concetto di povertà lo viviamo da belli e indifferenti, direbbe Cocteau. L’essere poveri possiamo solo immaginarcelo.

ph Masiar Pasquali

Zorro al Piccolo di Milano

“Trovatemi un povero qui in sala” dice uno dei quattro rivolto al pubblico del Piccolo. “Se c’è un povero a cui hanno regalato un biglietto, alzi la mano! Se c’è un povero che è venuto in sala a riscaldarsi, alzi la mano! Se c’è un povero che ha preferito spendere i suoi spiccioli per assistere a questa merda piuttosto che mangiare un tramezzino, alzi la mano!”.

Chissà se qualcuno ricorda che nelle intenzioni di Strehler e Grassi, quel Teatro d’Arte era per tutti. Chissà. Adesso, sul logo del Piccolo, uno dei quattro ci piscia (per finta) sopra. Provocazioncina.

Il carosello di scene che Latella e Bellini hanno costruito (quattro anni fa in Germania, versione tedesca, adesso a Milano) può apparire caotico, superficiale, risaputo, didascalico. Qualcuno aggiunge anche fastidioso e sconclusionato. 

ph Masiar Pasquali

A me pare che ci insegni invece ad allargare, almeno di un po’, i limiti della nostra visione teatrale, a instillare qualche dubbio sul proprio habitat sociale, a evadere dalla comfort zone delle narrazioni, delle notizie allarmanti dei media. A ridere, ad arrabbiarci, ad annoiarci, a sentirci in colpa. Tutte cose che raramente (a parte la noia, spesso, e la risata, ogni tanto) capitano in un teatro.

È un caos sovrabbondante, ma regolato con perizia, che ci abbaglia ad ogni giro di quadriglia di quei quattro svoltolati in scena, i mantelli sgargianti, i lustrini, lo sfavillio colorato delle luci.

Sono rispettivamente Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni, supereroi di palcoscenico. Con la presenza, che risalta, del più giovane tra loro, Isacco Venturini. Il quale, se lascia per un momento la rabbia del Povero o il piglio del Poliziotto, imbraccia la chitarra, con la quale ci sa fare, e mette giù, con la voce dal vivo, una compilation emozionale.

Isacco Venturini in Zorro - Piccolo Teatro Milano - ph Masiar Pasquali
Isacco Venturini in Zorro – ph Masiar Pasquali

Quella scaletta ci accompagnerà per tutto lo spettacolo, che non per caso ha preso il via con Sono un ragazzo di strada, sintomatico 45 giri dei Corvi (1966). Quando Milano non era ancora da bere e vagheggiava invece il suo rivoluzionario Sessantotto.

Altri temi, altre povertà. Come quella, celentanesca, dei ragazzi della via Gluck, 1966 anche loro.

Epilogo

Riprendo il treno per tornare a casa: una Freccia, classe standard, quella economica.

Passata Mestre, il vagone si è svuotato. Saremo rimasti una dozzina o poco più di viaggiatori. A un certo punto, un tipo sulla trentina, nel mezzo del corridoio, ad alta voce, comincia la sua orazione.

“Mi dispiace davvero disturbarvi, signori, ma si dà il caso che mi trovi su questo treno per ragioni di necessità, non vorrei recarvi molestia, ma la mia è una storia che vi prego di ascoltare…”. Manca solo che aggiunga “Lend me your ears“, shakespearianamente.

La storia che ci racconta è una storia di povertà, non c’è dubbio, ma le parole che ha scelto, il tono con cui le dice, la dignità che avvolge quel monologo, mi colpiscono. E colpiscono molti degli altri viaggiatori.

Dura cinque o sei minuti, il discorso. Io ero abituato ai poveracci e alle rom dei treni regionali. Lasciano il biglietto che chiede la carità sul sedile accanto al tuo. E poi tornano a riprenderlo, sapendo bene che quel gesto discreto e silenzioso non impietosirà nessuno, o quasi. Ma una richiesta così, di questa sorprendente nobiltà teatrale, su una Freccia, io non l’avevo mai sentita.

Non so se è per la sua situazione, o per la sua recitazione, ma cerco dieci euro nel portafoglio. Ho solo pezzi da venti. Dieci o venti, dicevo, non cambiano la mia economia. È cambiata invece la mia maniera in cui considero questo gesto d’elemosina, quasi un biglietto pagato alla sorprendente performance teatrale che mi è passata davanti agli occhi. Glieli do. Sulla Freccia tra Mestre e Trieste.

Credo che in tutto questo conti soprattutto l’aver visto Zorro. Lo so e lo sapete anche voi, che il teatro non cambia né cambierà di una virgola il mondo. Ma certo cambia i pensieri delle persone.

Oppure – mi dico ora che sono arrivato a destinazione – non li cambia affatto. E quella elemosina-ipocrisia di cui mi ha parlato Zorro è ancora là, marmorea, indistruttibile, dentro il mio (già meno abbondante) portafoglio. Ma almeno, mi sono tolto qualche grammo di senso di colpa.

– – – – – – – – – –
ZORRO
di Antonio Latella e Federico Bellini 
regia Antonio Latella
con Michele Andrei, Paolo Giovannucci, Stefano Laguni, Isacco Venturini 
scene Annelisa Zaccheria 
costumi e simboli personaggi Simona D’Amico 
suono Franco Visioli 
luci Simone De Angelis 
movimenti coreografici Alessio Maria Romano
assistente alla regia Paolo Costantini 
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

Jeton Neziraj drammaturgo: “Vi dico perché è impossibile mettere fine alla guerra”

Due anni fa, lo scrittore e attivista kosovaro Jeton Neziraj ha scritto un testo teatrale intitolato Negotiating Peace / Negoziare la pace. Una disincantata visione di ciò che sta succedendo proprio in questi giorni.

Negotiating Peace - regia Blerta Nezjraj - ph Atdhe Mulla
Negotiating Peace – regia Blerta Neziraj – ph Atdhe Mulla

Escalation vs Negotiation

Sempre più scure, le nubi si addensano sopra i cosiddetti negoziati di pace. Che pretenderebbero di essere un’alternativa alla guerra. Eppure, ogni giorno di più, questa pretesa viene invece smentita.

Simmetrica al suo temibile contrario – che è escalation – negoziato di pace è un’espressione che incarna un’ideale e condivide una speranza. Confutati subito però da un’altra definizione: quella dei politologi, di chi cioè le guerre le studia e le conosce bene. L’altra definizione dice infatti “i negoziati di pace altro non sono altro che un’estensione della guerra”.

Non occorre (o forse sì) ricordare che l’invasione russa del Ucraina aveva preso il via il 24 febbraio 2022. Dopodomani saranno 3 anni. E Putin ne sta preparando le celebrazioni. 

A sua volta, il conflitto tra Israele e Palestina ha avuto un punto di svolta recente il 7 ottobre 2023. Le immagini che ci giungono oggi dalla “tregua” sono, se possibile, più raccapriccianti della guerra stessa.

Le due regioni geografiche, Europa Orientale e Vicino Oriente, sono i primi tra gli attuali teatri bellici. O piuttosto: sono quelli a noi più vicini, per noi più allarmanti, e fanno ombra a tutte le altre guerre, centinaia, internazionali o locali, esplosive o a bassa intensità che intanto, altrove, infiammano il pianeta.

I negoziati di pace altro non sono altro che un’estensione della guerra

Mi aveva colpito, questa frase, assistendo a Negotiating Peace, lavoro teatrale del drammaturgo Jeton Neziraj, presentato a Mittelfest nell’estate 2024 e che sarà possibile rivedere a Firenze (tra le iniziative del Teatro della Toscana) nel prossimo mese di maggio. Quando forse gli eterni negoziati di pace avranno dato un risultato, chissà quale, chissà se dalle parti del Vicino Oriente, o nel mar Nero.

Jeton Neziraj
Jeton Neziraj

Nato in Kosovo, una quarantina di anni fa, Neziraj ben conosce il meccanismo dei negoziati di pace. Più di quelli di Dayton (1995, che misero fine al conflitto tra Serbia e Bosnia) più di quelli di Oslo (1993, tra l’Israele di Rabin e la Palestina di Arafat), i negoziati di Rambuoillet (quelli che avrebbero dovuto mettere fine allo scontro tra Serbia e Kosovo), lo hanno visto testimone diretto.

Come testimone e soprattutto come drammaturgo, gli abbiamo chiesto un’opinione sugli attuali negoziati.

“Ero uno studente all’epoca della conferenza di Rambouillet, nel 1999, e speravo naturalmente che si concludesse con un accordo, che la guerra finisse. Una guerra che non volevamo e che stava accadendo contro la nostra volontà. L’accordo di Rambouillet era stato progettato da importanti attori internazionali, tra cui ovviamente Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia. Ma erano coinvolti anche altri Paesi, come Italia, Francia e Germania, alcuni di loro più per il gusto del coinvolgimento e non perché avessero davvero un ruolo attivo”.

Negotiating Peace - Jeton Neziraj - ph Luca d'Agostino
Negotiating Peace – ph Luca d’Agostino

Rifletto assieme a lui: negoziare deriva dal latino negotium, che originariamente voleva dire non oziare, non stare inerti. In affari, ma anche nella diplomazia, negoziare significa non starsene seduti a guardare, essere attivi, proattivi, mettere le mani avanti, discutere, concordare. 

Sì, ma come? in nome di chi? e con quali conseguenze?

“Sono le prime domande – dice – che vengono in mente non appena si parla di negoziati di pace. Domande che anche il nostro spettacolo pone al pubblico Le risposte sono diverse, elastiche, determinate dal contesto o dall’equilibrio di potere tra le parti negoziali, dal posizionamento del mediatore, dalla situazione sul campo, eccetera.

“Ma i negoziati, a volte, si tengono per il gusto di negoziare, quasi come un reality show televisivo, per guadagni politici interni e per mantenere il potere. Ed è per questo che si prolungano all’infinito – come, ad esempio, quelli tra Kosovo e Serbia – per mantenere le persone, le società in conflitto, in una sorta di “stato di confusione”, che impedisce loro di vedere la realtà, la crudeltà della vita nelle sue dimensioni reali”. 

“I negoziati di pace spesso segnano anche solo progressi sulla carta, ma non sul campo. E spesso vengono anche condotti con l’intenzione di non raggiungere un accordo, perché forse l’accordo non è di interesse o conveniente per nessuna delle due parti. Se c’è una parola significativa per descrivere molti negoziati di pace, quella parola sembra essere la parola “ipocrisia”. Il mondo delle diplomazia negoziale, del resto, appare sempre piuttosto misterioso, persino morboso, morboso quasi quanto la guerra. Lo diciamo proprio nello spettacolo, i negoziati di pace sono un’estensione della guerra”.

Negotiating Peace - Jeton Neziraj - ph Luca d'Agostino
Negotiating Peace – ph Luca d’Agostino

Come serpenti d’inverno

Gli dico che un’altra espressione che mi ha colpito è questa: “nessuno vuole la pace perché è abituato a vivere in uno stato di guerra perpetuo”.

È la parafasi di una frase che si trova nel romanzo Il generale dell’armata morta dello scrittore albanese Ismail Kadaré, romanzo che assieme al libro To End a War, in pratica le memorie del diplomatico americano Richard Holbrook, sono tra i riferimenti importanti di Negotiating Peace. 

Kadaré immagina un generale italiano cui, vent’anni dopo, è stato affidato il compito di recuperare i corpi dei soldati italiani caduti in Albania nel secondo conflitto. Riferendosi agli albanesi, il generale si esprime così: “In pace sono intontiti e assonnati come un serpente nella stagione invernale. Solo in guerra mostrano pienamente la loro vitalità. La guerra è la normalità stato di questo paese“.

Negotiatin Peace

Aggiunge Neziraj: “Ricordo quando, dopo la guerra in Kosovo, ho incontrato un mio parente, ex soldato dell’Esercito di liberazione kosovaro. Non era in grado di ritrovare se stesso nella nuova realtà di “pace”. Mi ha detto che “per liberarsi dalla noia”, stava preparandosi per andare a combattere in Macedonia, nella guerra che era scoppiata lì, tra macedoni e albanesi”.

“In seguito, dopo la guerra in Macedonia, ha partecipato anche a una piccola guerra, scoppiata in quegli anni nella valle di Preshevo, regione abitata da albanesi nella Serbia meridionale”. 

“Ci sono quindi persone, gruppi di persone, società, che sono state traumatizzate dalla guerra: il senso di “normalità”, per loro, è stato cancellato, e perciò si sono semplicemente abituate a navigare in nell’aura della guerra, in quelle condizioni di crudeltà e brutalità. La guerra è diventata un modo di vivere per loro. Lo so, sembra brutalmente macabro, ma non è spesso anche questa la realtà?“

Dentro la pista di un circo

Nel suo spettacolo, i negoziati vengono rappresentati attorno a un tavolo circolare che è tale e quale la pista di un circo. Più che è macabro, è cinico. Negotiating Peace diventa allora un apologo satirico.

Negotiating Peace - Jeton Neziraj - ph Luca d'Agostino
Negotiating Peace – ph Luca d’Agostino

“Sì, il modo in cui sono spesso organizzati e condotti i negoziati sembra davvero un circo. E questo – spiega – nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore invece, si tratta di una specie di farsa in cui i politici riversano la loro rabbia e le loro frustrazioni personali, si masturbano con le emozioni, si comportano male, fingono di sapere cosa sia la diplomazia, mentono, sono ipocriti, ricattano e si comportano come bambini viziati. Sono irresponsabili e sanno di non dover rendere conto a nessuno. I negoziati tra Kosovo e Serbia, per tornare a me, vanno avanti da circa 15 anni tra. Ma sono sicuro che questa matrice si adatta anche ad altri contesti”.

Jeton Neziraj
Negotiating Peace – ph Luca d’Agostino

Ultimo baluardo

Un verso del poeta greco Konstantinos Kavafis dice “Μέσα σε πόλεμο — φαντάσου, ελληνικά ποιήματα”. Che in greco moderno significa “Ma guarda un po’, in mezzo alle guerre, siamo qui a fare poesia.” La impresa Qendra Multimedia, che Jeton Neziraj ha contribuito a fondare nel 2002 , non fa poesia, ma fa opere teatrali. 

In momenti nei quali cui le bombe colpiscono ospedali pediatrici e le mitragliatrici falciano file di disperati in fuga, che ruolo, che senso può avere essere uomini e donne di teatro, in mezzo a una cascata di dispacci e notizie di morte?

“Viviamo in un momento di paura e incertezza – conclude Neziraj – Ho paura di tutto ciò che sta accadendo intorno a noi. Ho paura per i miei figli, per la mia famiglia e per tutta questa generazione, che sta precipitando, forse inconsapevolmente, nella prossima tragedia. Sono un figlio della guerra, ricordo bene la tristezza e il dolore di guerra. Perciò, come essere umano e come artista teatrale, anch’io cerco di testimoniare il passato, il dolore che noi come generazione abbiamo attraversato, nella speranza che non si ripeta”. 

“The Handke Project, Balkan Bordello, Negotiating Peace e molte opere teatrali che ho scritto negli ultimi anni fanno parte di questo sforzo. È tutto quello che potevo fare. È tutto quello che posso fare, e continuerò a farlo”.

“In definitiva, credo che il teatro sia forse il medium più incontaminato che ci è rimasto. Se il funzionamento dello Stato e delle società sono in mano alla politica e a politici corrotti, se i media sono presi dalla febbre del profitto rapido, se l’etica giornalistica è diventata irrilevante, allora cosa resta come speranza finale? Arte, cultura. E sì, teatro. È rimasto l’ultimo baluardo. Ed è un luogo di grandi miracoli”.

– – – – – – – – – – – – – – – – –
NEGOTIATING PEACE
di Jeton Neziraj 
regia Blerta Neziraj 
con Shkumbin Istrefi, Ema Andrea, Harald Thompson Rosentrøm, Ejla Bavcic, Martin Kõiv, Melihate Qena, Orest Pastukh 
musiche Ardo Ran Varres 
scenografia Agata Skwarczyńska 
costumi Blagoj Micevski 
coreografia Gjergj Prevazi
dramaturg  Mina Milošević 
video Besim Ugzmajli
luci Yann Perregaux, Agata Skwarczyńska  

produzione Qendra Multimedia – Prishtina
in coproduzione con
Teatro della Pergola, Mittelfest2024, Euro-scene Leipzig, Prague City Theaters, R.A.A.A.M, Kontakt, Black Box Teater, My Balkans
e finanziato da National Endowment for Democracy (NED), Allianz Foundation, The Sigrid Rausing Trust, European Union in Kosovo, Ministry of Culture of Kosovo, Rockefeller Brothers Fund, Goethe Institute, City of Prague, Fond for Utøvende Kunstnere

Semidei. Umani troppo umani. Praticamente quotidiani

Semidei, scritto e diretto da Pier Lorenzo Pisano, sarà in scena al Piccolo Teatro di Milano – Teatro Studio Mariangela Melato – fino a domenica 23 febbraio.

Semidei - ph Masiar  Pasquali
Semidei – ph Masiar Pasquali

C’era qualcosa che mi stonava in Semidei. Avevo letto il copione. L’avevo poi sentito messo in parola da Tindaro Granata in uno degli appuntamenti di Situazione Drammatica (il format di lettura che da alcuni anni Granata associa a Hystrio Festival).

Rivederlo ora, in un allestimento come si deve nello spazio-arena del Teatro Melato, mi conferma la sensazione. E me la chiarisce pure.

C’era una volta il Mito

Semidei parla di semidei, evidentemente. Ma soltanto uno, Achille, meriterebbe quel titolo. Gli altri, da Ulisse ad Agamennone, da Andromaca a Cassandra, se non per complicati alberi genealogici, per loro sfortuna sono umani. O piuttosto, sono figure del mito, e della mitologia, che per definizione umana non è.

Però non è questo il punto. Il punto è che abitando il mito hanno una statura che poco ha ha che fare con l’umano. Se Omero vuole cantare il pelide Achille, chiede aiuto alla Musa. Se Dante insegue Ulisse oltre le colonne d’Ercole, i confini fissati per l’uomo occidentale e medievale, lo fa nelle terzine celebri di quella Commedia, che appunto è Divina. O Epica, come si chiamava, in un altro tempo, quella materia che, nelle scuole avvicinava i teenager a Omero.

Semidei - ph Masiar  Pasquali
Teti (Pia Lanciotti ) e Achille (Edoardo Scarpetta )

E oggi non li aiuta certo l’idea, al centro di Semidei, di ridurre Achille a un giovanotto piagnone che si lamenta con la madre Teti, tanto sbadata da non avergli intinto il tallone. Né la scusa che Ulisse avanza per non partecipare alla guerra a Troia, cioè essere appena diventato papà e dover cambiare (si suppone) i pannolini a Telemaco. Né ancora le facezie che Achille e Menelao si scambiano, come bulletti che non vedono l’ora di menar le mani. 

A me questa riduzione contemporaneistica suona al tempo stesso facile e banale. Perché scomodare (per l’ennesima volta) quelle figure e raccontare (per l’ennesima volta) la paura della morte, la repulsione per la guerra, la tristezza dei reduci (che siano vittime troiane come Ecuba e Cassandra, oppure vincitori depressi come i due fratelli greci)?

Semidei - ph Masiar  Pasquali
Menelao (Pierluigi Corallo) e Agamennone (Marco Cacciola) – ph Masiar Pasquali

Mi domando e lo domando sempre: quand’è che ci libereremo dei greci e dei romani? Di realmente contemporaneo (oltre alle famiglie disfunzionali) non c’è proprio nulla?

Drammaturgia e regia

E questo nonostante l’autore, Pier Lorenzo Pisano, sia un apprezzato drammaturgo, selezionato spesso dai premi che in Italia contano. Dal Tondelli / Riccione al Premio Scritture di scena / Hystrio, dal Solinas al Calvino. 

Proprio in ciò sta un ulteriore motivo di perplessità. E per quel che mi riguarda, di scontentezza.

Coloro che scrivono, da drammaturghi, farebbero bene a evitare, in quanto registi, i propri testi. Semplicemente perché nella dinamica tra (un) autore e (un diverso) regista, la scrittura prende spessore, si moltiplicano i punti vista, le dimensioni si aprono, si vola.

Se invece chi ha scritto è lo stesso (o la stessa) che porta in scena il proprio lavoro l’appiattimento delle idee, delle intuizioni, delle soluzioni è assicurato.

A meno di non chiamarsi De Filippo, e di avere fatto teatro un secolo fa.

Semidei - ph Masiar  Pasquali
Ulisse (Francesco Alberici) e Penelope (Claudia Gambino). Sotto: Agamennone e Menelao – ph Masiar Pasquali

Tiranni e filastrocche

Così tanto, per dire, Giove Onnipotente, nella messa in parola di Tindaro Granata era una rutilante tirannica Federica Fracassi, la quale, dall’alto, teneva a bada i suoi famigliari olimpici. Qui al Teatro Studio, è una figurina sbiadita e lontana, con un abituccio dorato, che dal fondo della scena a malapena tiene a freno le smanie e il nervosismo del Condominio Olimpo.

Taccio poi sulle stucchevoli filastrocche e sulle analisi iconografiche di vasi greci e tele metafisiche, che si insinuano nei 105 minuti dello spettacolo.

Che per essere ambientato su diverse spiagge, da Sciro a quella che fronteggia Troia annerita dagli incendi, qualcuno ha suggerito di paragonare a Gaza. Cosa che a me, francamente, pare blasfema. Nonostante le sparate di Trump.

Andromaca (Claudia Gambino), Ecuba(pia Lanciotti), Cassandra (Caterina Sanvi) – ph Masiar Pasquali

Infine, se qualcuno pensa che sentire queste storielle famigliari spinga giovani generazioni, che si suppone frequentino il Teatro Studio, a riprendere in mano i classici, beh, è proprio un’illusione pia, di marketing all’antica. 

Hanno fatto molto molto di più, in tema di vendite, Massimo Popolizio e Luca Marinelli per Antonio Scurati. E su questo pare che le riflessioni non manchino.

– – – – – – – – –
SEMIDEI
scritto e diretto da Pier Lorenzo Pisano
scene Giuseppe Stellato 
costumi Gianluca Sbicca
luci Manuel Frenda
con Francesco Alberici, Marco Cacciola (in alternanza con) Michelangelo Dalisi, Pierluigi Corallo, Claudia Gambino, Pia Lanciotti, Caterina Sanvi, Eduardo Scarpetta
produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa 

Salire o non salire sulla giostra? Ascoltate Franco D’Ippolito

Sapete che data è oggi? Sì o no?

Sappiate allora che il mondo si divide in due parti. Chi ignora che cosa rappresenti il 18 febbraio. E chi invece ci si sta ancora rompendo la testa sopra.

Alle ore 23.59 di questa sera, martedì 18, e questa volta definitivamente, scade il termine per la presentazione della “Domanda di contributo di cui – si esprime sempre con arzigogoli il linguaggio amministrativo – al Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo, triennio 2025/2027”.

Ancora una volta il mondo si divide in due. Chi sa cosa è il FNSV. E chi lo ignora.

In un’altra era geologica, si chiamava FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo). Alcuni fra gli spettatori più curiosi e attenti avevano magari sentore di che cosa fosse.

Era il meccanismo che, fin dal 1985, il governo italiano aveva adottato per regolare l’intervento pubblico nei settori del mondo dello spettacolo. In parole più semplici, i soldi con cui oggi lo Stato sostiene il teatro, la musica, la danza, i festival, il circo e lo spettacolo viaggiante.

Che da soli, dentro quel moloch che si chiama mercato, non riuscirebbero – o lo farebbero con molta fatica e solo in pochi casi – a sostenersi.

Fondi Unico per lo Spettacolo

Tra decreto e domande

Scusate di nuovo, ma il mondo si divide per l’ennesima volta in due parti.

Chi, in queste ore, sta ancora armeggiando con la tastiera per poter accedere al sito del Ministero della Cultura, nella sezione che accoglie le domande ed è un sito parecchio bizzoso. E chi, più tranquillamente, avendo studiato il labirintico Decreto Ministeriale 23 dicembre 2024, si è messo avanti.

Sulla complessità di quel decreto, apre una ampia finestra, più di cento pagine, un libro apparso tempestivamente. Che sembra un agile manuale, ma si rivela una vera e propria “cassetta per gli attrezzi”.

Si intitola Guida Ragionata al DM 23/12/2024 per l’assegnazione e la liquidazione dei contributi a valere sul Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal vivo 2025/2027. Lo si trova con facilità su Amazon e costa 13 euro.

Franco D'Ippolito - Guida ragionata

Lo ha scritto Franco D’Ippolito, che vanta una fenomenale carriera nel campo dell’organizzazione teatrale, e che stavolta ha messo in campo tutte le proprie forze per aiutare una certa parte del mondo “a ragionare insieme, oltre le norme dei singoli settori dello spettacolo dal vivo, e capire qualcosa in più del meccanismo del DM che regola i contributi al teatro, alla musica, alla danza, al circo”.

Ma soprattutto “per ragionare insieme sul come e quando, e se ne vale la pena, salire sulla giostra del FNSV“.

Gli hanno dato una mano Paolo Cantù (che ha supervisionato la parte di Musica e Danza) e Giovanna Milano (per il Circo e gli Spettacoli Viaggianti). Il giornalista Diego Vincenti ha preparato una convincente introduzione.

La Giostra

Ora, grazie anche alla preziosa cassetta per gli attrezzi confezionata da D’Ippolito, molti hanno deciso se salire o no sulla famosa Giostra e presentare eventualmente la loro domanda. Che non è certo cosa da fare all’ultimo minuto, questo pomeriggio.

La giostra della Cripta dei Cappuccini - Mittelfest 2024 - regia Giacomo Pedini - ph Luca d'Agostino
La giostra della Cripta dei Cappuccini – Mittelfest 2024 – regia Giacomo Pedini – ph Luca d’Agostino

Ma il libro non è stato d’aiuto soltanto a loro. Serve e servirà a molti altri, non solo operatori, anche artisti e spettatori curiosi, per avere un po’ di idee chiare sulle regole e sui principi che regolano il rapporto economico tra lo Stato e lo spettacolo dal vivo.

E per scoprire che – sia che piacciano le tragedie di Shakespeare, sia le danze di Roberto Bolle – alle loro spalle c’è un mondo di persone, un engineering finanziario, un pensiero che fa sì che, tanto l’uno tanto l’altro, possano arrivare su un palcoscenico davanti a noi, gente del pubblico.

Se poi ci fosse pure interesse ad approfondire, la lunga intervista che Alessandro Toppi, su TeatroeCritica, ha fatto a Franco D’Ippolito, è un buon punto di partenza.

– – – – – – – – – –
Franco D’Ippolito ha lavorato nell’ETI, al Piccolo di Strehler e Ronconi, diretto il Teatro Pubblico Pugliese e il Metastasio di Prato e svolto consulenze per teatri pubblici e privati. È stato componente del Nucleo di valutazione della Regione Toscana, consulente per lo spettacolo della Regione Puglia, contribuendo alla stagione dei Teatri Abitati, e membro del Comitato Scientifico per lo spettacolo in Emilia Romagna. Docente in master e corsi universitari, insegna Organizzazione del sistema teatrale alla Paolo Grassi di Milano.

Franco D'Ippolito
Franco D’Ippolito

Morte a Venezia, Mann, Ferracchiati. Sentirsi guardati

Dopo Ibsen e Čechov, Liv Ferracchiati affronta ora in teatro La morte a Venezia. Da Thomas Mann. Ma non solo.

La morte a Venezia – ph Tommaso Le Pera

Da là non si scappa. O almeno, io non riesco a scappare. Se il titolo è La morte a Venezia, il mio perimetro è definito da una lettura e una visione. Da una parte il racconto di Thomas Mann. Dall’altra il film di Luchino Visconti.

Nonostante La morte a Venezia abbia tentato anche la danza (John Neumeier), la musica (Benjamin Britten), il teatro (Thomas Ostermeier), non c’è proprio gara. Da quel perimetro non ci si allontana.

Anche Liv Ferracchiati, nel riprendere i fili di quel racconto e portarli davanti a una videocamera, giustamente prende il via dalla sessantina di pagine dell’originale (1912) e sul proprio cammino mette la riproposta cinematografica (1971) che ne aveva fatto il regista italiano. 

Bianco e azzurro

L’arredamento scenografico di La morte a Venezia, versione Liv Ferracchiati, è un triplice tendaggio a strisce bianche e turchine: nient’altro. Ma sono i colori che Visconti aveva scelto per le scene all’Hotel des Bains sul Lido veneziano, gli stessi con i quali Mann veste il giovanissimo Tadzio, oggetto di desiderio di tutto il racconto.

Il Tadzio di Visconti è Bjorn Anderson

Il rivolo di tintura per capelli che umilia la faccia di Dirk Bogarde agonizzante in spiaggia, su una sedia sdraio, è anche il rivolo che solca il volto dello stesso Liv accomodato alla fine su una poltrona da barbiere.

Dirk Bogarde nel film

Il primo è nero e denso come pece. Il secondo invece assomiglia al ruscello di una lacrima, azzurra, furtiva, ironica, citazionista.

La morte a Venezia - Liv Ferracchiati Alice Raffaelli - ph Tommaso Le Pera
Liv Ferracchiati nello spettacolo

Bellezza e colera

Ma non ha senso fare filologia. Se l’ho scritto è solo perché a quei due fari d’arte del ‘900 – Mann e Visconti – si riferisce l’immaginario collettivo quando di mezzo ci sono desiderio e morte, bellezza e colera, vecchiaia e acerbità. Mentre sfocata sullo sfondo può balenare una Venezia malata da cartolina. O il vuoto di palcoscenico di una sala dell’India a Roma, dove ho visto lo spettacolo.

Che si inserisce millimetricamente in quel lavoro di rigenerazione teatrale che Ferracchiati porta avanti da un po’ di tempo. Penultima era una sua riscrittura di Čechov.

Come tremano le foglie sull’acqua (2024) rigenerava in un contesto contemporaneo Il gabbiano. Ma prima venivano anche un Ibsen (Hedda Gabler, come una pistola carica, 2022) e un altro Čechov (Platonov, 2021). Di rigenerazione parlavo pure qualche tempo fa, a proposito dei Čechov rivisitati da Leonardo Lidi.

Non è davvero il caso, perciò, di usare termini come adattamento, o rilettura. Si tratta invece di progetti nuovi di zecca, di un modo di intendere l’approccio ai monumenti del teatro, in questo caso della letteratura. Per capire quanto essi abbiano ancora a che fare con il nostro tempo. Che non è il loro. 

Un approccio che può anche partire da un minuscolo particolare. Da una voglia di fragole, per esempio.

Frrrr… frrrr.. fragole

Nel racconto, Mann ci induce a credere che l’invitante cartoccio di fragole rosse che il protagonista, lo scrittore von Aschenbach, compra da un venditore ambulante, siano poi il veicolo della sua morte, causata dal colera che imperversa a Venezia.

E dalle fragole parte lo spettacolo di Ferracchiati. Rosse e succose, stanno in primo piano, in proscenio, in un cesto, mentre la voce fuoricampo dello stesso regista invita ad assaggiarne una. [Non fatelo, sono di plastica].

Che qualcuno del pubblico si alzi per accogliere l’invito è poco probabile [ però sarebbe bello] Intanto la videocamera che le inquadrava, rimandando la loro immagine sui tendaggi bianchi e turchini, ora zooma sul pubblico.

E tra quel pubblico c’è proprio lui, o lei, il giovane Tadzio cioè la smagliante danzatrice Alice Raffaelli. La quale, attratta dalla malìa di quello sguardo digitale, dalla propria immagine ingigantita e proiettata, dall’attenzione che le dà il regista in scena col suo treppiede, sale sul palco.

La morte a Venezia - Liv Ferracchiati - ph Tommaso Le Pera
Liv Ferracchiati – ph Tommaso Le Pera

Sentirsi guardati

Da questo momento si svela, quanto meno comincia a essere svelato, il senso di tutto il lavoro. Il potere dello sguardo. Il disagio e il piacere che danno l’essere guardati. La schiavitù e il privilegio che produce un occhio che ti punta addosso. La segreta emozione del sentirsi osservati. 

Che non è Thomas Mann, non è Visconti. O forse sono proprio loro. È il corrispettivo che Ferracchiati e Raffaelli distillano da letteratura e cinema del ‘900, rigenerandoli su un’orizzonte contemporaneo. In cui si colloca tutto ciò che intanto le nostre esperienze, il nostro immaginario, le nostre culture nuove hanno accumulato. 

Su quell’orizzonte, indifferente come una divinità antica (“occhi di uno strano colore, grigio di alba”), apollinea nei movimenti (“schiena ellenica”), prossima a volte al turbamento, ma consapevole altre volte e incline ad adescare, Tadzio / Raffaelli si muove, danza.

La morte a Venezia - Alice Raffaelli - ph Tommaso Le Pera
Alice Raffaelli – ph Tommaso Le Pera

Si sente osservatə, si vede guardatə, mentre la videocamera, con piani larghi o più ravvicinati lə esplora, nella lunga soggettiva di sguardo senza pudore, filtrato solo dall’obiettivo della videocamera.

Frammenti di un discorso scabroso

“Nulla esiste di più singolare, di più scabroso, che il rapporto fra persone che si conoscano solo attraverso lo sguardo” scrive Mann. E lo sentiamo anche le parole con cui Ferracchiati, nel suo monologo, ora dal vivo, esercita pure il potere della parola, la forza della seduzione verbale. Frasi, riflessioni, citazioni, motti di spirito, autocommiserazioni: l’universo dei frammenti amorosi sopra i quali ci aveva già tenuti informati Roland Barthes. 

La morte a Venezia - Liv Ferracchiati Alice Raffaelli - ph Tommaso Le Pera

Senza però dimenticare quello che è successo nel frattempo: indizi, ancora una volta di un altro orizzonte, pop e trasversale.

Dalle altezze filosofiche di Ludwig Wittgenstein su ciò di cui non si può parlare (e su cui si dovrebbe tacere), alle luminose citazioni da Josif Brodskij. Dai minimali tappeti sonori di Flavien Berger all’esplosione della voce di Mina.

Le sue note, capitolo importante della musica leggera italiana, un suo motivo, superbamente ricampionato dal sound designer Spallarossa, diventano climax e sintesi canzonettistica [strizzando l’occhio chiaro e furbetto] del rapporto tra l’anziano von Aschenbach e il giovane Tazio, nel loro breve e funesto soggiorno a Venezia. 

“Mi sei scoppiato dentro il cuore all’improvviso”. 

– – – – – – – – – – – – – – – 
LA MORTE A VENEZIA
ispirato al racconto di Thomas Mann
drammaturgia e regia Liv Ferracchiati
con Liv Ferracchiati e Alice Raffaelli
movimento Alice Raffaelli
dramaturg Michele De Vita Conti
scene Giuseppe Stellato
costumi Lucia Menegazzo
luci Emiliano Austeri
suono spallarossa
voce di Tadzio Weronika Mlòdzik
consulenza letteraria Marco Castellari
produzione Marche Teatro / TSU Teatro Stabile dell’Umbria / Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
coprodotto con Spoleto Festival dei Due Mondi
in collaborazione con Fondazione Piccolo Teatro di Milano -Teatro d’Europa

visto a Roma, Teatro India

Cime tempestose, la seconda generazione

Dopo il debutto a Romaeuropa Festival, Cime tempestose, nella riscrittura teatrale di Martina Badiluzzi, è fino a questa sera a Udine. Ospite di CSS, teatro stabile di innovazione, che ha prodotto lo spettacolo assieme a Cranpi, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Romaeuropa Festival. 

Arianna Pozzoli e Loris  De Luna in Cime tempestose - ph Piero Tauro
Arianna Pozzoli e Loris De Luna in Cime tempestose – ph Piero Tauro

Un libro per le ragazze

Molti decenni fa, al tempo dei primi libri impegnativi, avevo scartato Cime tempestose. Ai miei occhi, risultava allora un romanzo per ragazze. Noi, piccoli uomini crescono, approdavamo a letture più toste. Robinson Crosue o Moby Dick. I personaggi di Louise May Alcott e delle Brontë li lasciavamo a loro, piccole donne. Un concetto come “stereotipo di genere” non era proprio nell’aria.

Alcuni decenni più tardi, al tempo dell’esame di Letteratura inglese, scartai di nuovo Cime tempestose. La tortuosità della storia, il labirinto delle relazioni tra i personaggi, il complicato albero genealogico di quelle famiglie, avevano orientato la mia selezione di romanzi “a propria scelta” verso titoli più succinti e narrazioni più lineari. All’esame arrivai con Conrad, incantato dal cuore di tenebra dello scrittore anglo-polacco. Vittima, probabilmente anche lui, di “stereotipi di genere”.

L'albero genealogico di Cime tempestose
L’albero genealogico di Cime tempestose

Il romanzo, il teatro

L’altra sera, ritrovo Cime tempestose a teatro. Le scienze umane hanno fatto grandi passi nel frattempo e pure io, nel mio piccolo, ho appreso quanto le pressioni sociali determinino le nostre scelte di lettura. Anche dei libri che riposano sul nostro comodino. Anche dei titoli che scegliamo di vedere a teatro.

In realtà, Cime tempestose nell’allestimento che ne danno Martina Badiluzzi (a cui si deve scrittura e regia) e Arianna Pozzoli e Loris De Luna (che stanno in scena), non è la versione teatrale del libro. Per dirla con una parola attuale è un sequel.

Una coppia di trentenni – lei mora problematica, lui biondo irascibile – si fanno strada in un edificio abbandonato da tempo. Tra tarli che ne insidiano le travi e vispi animaletti che la abitano da tempo, c’è polvere a strati e ci sono oggetti appartenuti ai precedenti abitanti. 

Wuthering Heights - Emily Brontë - copertina

Le case ascoltano 

Non è un’edificio qualsiasi, quello. È Cime tempestose. Così si chiama la casa dove Emily Brontë (ma le tre sorelle collaboravano spesso) aveva ambientato il romanzo che una generazione intera di lettrici (e anche un sacco di cinema) hanno tanto amato. E si sa che le case ascoltano in silenzio la voce degli eventi. Si sa che non rubano le storie, ma le nascondono soltanto.

Cime tempestose - Bronte Badiluzzi ph Laila Pozzo.
Cime tempestose – ph Laila Pozzo.

I due trentenni sono i figli e i nipoti di quel di groviglio d’affetti che è il nucleo narrativo del romanzo. Iscritti nel proprio dna, portano i cromosomi di quegli appassionati (e complicati, e violenti, e crudeli) antenati.

In lunghi dialoghi, a cavallo tra presente e passato, per tutta la durata dello spettacolo, Cathy e Hareton indagano quali possano essere state le conseguenze dell’amore e quale sia il legame che lega loro due: un’unione felice, apparentemente, che Brontë anticipa ma non esplicita fino in fondo nel concludere il romanzo. Sono anche loro, comunque figli di quei genitori e del proprio tempo: la seconda generazione.

la cronologia

Relazioni tossiche

A essere cambiati tanto, invece siamo noi, che a forza di psicanalisti e psicoterapia, sappiamo (abbastanza) bene che cosa siano una relazione tossica, una dipendenza affettiva, come si comporta un narcisista perverso, quanti diversi tipi di violenza insidiano e disintegrano i rapporti. Pareva amore, era vendetta.

Per farla breve: questa è la chiave con cui Badiluzzi ci invita a rileggere (o ad affrontare per la prima volta) quelle tempestose cime. Con l’occhio di chi, scavalcato Freud e digerito Recalcati, può leggere in un romanzo di genere, in un classico della letteratura inglese, certe tensioni che le Brontë, condannate all’Ottocento, allo Yorkshire, alle brughiere nebbiose, non immaginavano proprio. O sì, forse intuivano e trasformavano in storie. Perché bisogna essere sensibili, per essere scrittori. E scrittrici.

Le tre sorelle Brontë scrittrici
Le tre sorelle Brontë scrittrici

Cime tempestose. Istruzioni per l’uso.

Qualche consiglio per affrontare con sicurezza lo spettacolo. 

Se non ce la fate a leggere, prima, tutto il libro, date un’occhiata almeno a un riassunto (Google aiuta, e i pdf pure). Tanto per acclimatarvi con luoghi e nomi che sembrano un po’ tutti simili. Ma questo fa parte del gioco simbolico del romanzo.

Prendetevela comoda. Sappiate che il ritmo sarà lento, senza azione, che il dialogo tra i due sarà insistente e con parecchi sbalzi d’umore. Anche questo dipende dai caratteri estremi che il romanzo mette in campo.

Non aspettatevi il tormentato paesaggio inglese di brughiera, altro punto di forza di Cime tempestose. Concentratevi piuttosto su quell’interno abitativo, immobile, polveroso, opprimente. Che parla muto, come un personaggio.

Fate attenzione a luci e suoni, realizzati dal vivo, in progress, dal light designer Fabrizio Cicero e da un musicista, Samuele Cestola. Non sono solo una componente ambientale. Gli arpeggi di chitarra, i chiaroscuri che delineano le travi di legno, sono indizi psicologici. Così come quel lampadario accasciato a terra, che Rosita Vallefuoco scenografa ha lasciato crollare dal soffitto. 

Arianna Pozzoli e Loris  De Luna in Cime tempestose - ph Piero Tauro
Arianna Pozzoli e Loris De Luna in Cime tempestose – ph Piero Tauro

A un certo punto, vi accorgerete che Cathy e Hareton non sono più loro. Infatti, senza avvertire, diventano Catherine e Heathcliff, colti nel pieno della loro tempestosa relazione.

Ma poi si trasformano anche in un’eroina combattente e un cavalleresco lord, che Pozzoli e De Luna hanno inventato, improvvisando e fantasticando sulle possibili origini di Heathcliff. A proposito delle quali, il romanzo astutamente tace. E dalla gothic novel romantica (con annessi fantasmi) ci precipita di botto nel fantasy. Magari nella farsa. 

Non stupitevi infine se, passati pure al vaglio Freud e Recalcati, di sesso tra quei due qui non c’è traccia. Cathy e Hareton sono una coppia affettuosa, ma non combinano niente. Almeno, che noi si sappia . E questo in un’ottica contemporanea un po’ stupisce, un po’ incuriosisce. Ma come recita un altro famoso titolo, “Niente sesso, siamo inglesi”. Come le sorelle Brontë. 

– – – – – – – – – – – – 
CIME TEMPESTOSE
ispirato al romanzo di Emily Brontë
regia e drammaturgia Martina Badiluzzi
dramaturg Giorgia Buttarazzi
collaborazione alla drammaturgia Margherita Mauro
interpreti Arianna Pozzoli e Loris De Luna
scene Rosita Vallefuoco
luci Fabrizio Cicero
suono e musica Samuele Cestola
costumi Giuditta Verderio
drammaturgia del movimento Roberta Raci
produzione Cranpi, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Bellini di Napoli, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo

Fantocci, magnifiche presenze. Li cuciva a mano Maria Signorelli, avanguardista e collezionista

A Cividale del Friuli si è inaugurata un’esposizione che mette in mostra i fantocci dell’artista, studiosa e collezionista del teatro delle figure, Maria Signorelli.

Ballerini di tango (1929)

Indovinello

Erano giocattoli per i bambini. I contadini li adoperavano invece come spaventapasseri. Le fattucchiere per i loro incantesimi. Ma nel tiro a bersaglio e nelle giostre cavalleresche servivano per prendere la mira. La politica internazionale continua ancora ad usarli perché sono individui privi di volontà, facilmente manovrabili, figuranti blandi.

Se avete risolto l’indovinello, sapete pure che questa parola un po’ antiquata – fantoccio – è sinonimo di pupazzo. Fatti di stracci, spesso povere bambole di pezza, i fantocci riproducono in miniatura, a volte in modi grotteschi, le fattezze umane. 

Sono infatti piccoli fanti, o ancora fantaccini, manichini, bamboli. Ma sotto l’aspetto dimesso sanno anche svelare enormi potenzialità artistiche.

Maria Signorelli, signora delle figure

Artista, prima di diventare una studiosa e una gran collezionista di marionette e burattini, Maria Signorelli (1908 – 1992) aveva dedicato ai fantocci la prima parte della sua carriera d’arte. Che non per caso si era sviluppata sotto le insegne di quel fenomeno transnazionale che oggi chiamiamo Avanguardie storiche. Movimento che consisteva allora nella rivendicazione dei valori astratti, fantastici, magici, da contrapporre ai precetti del Realismo che aveva caratterizzato la fine del secolo precedente.

Maria Signorelli e i suoi pupazzi
la giovane Maria Signorelli con i suoi pupazzi

Fossero pure futuristi, dadaisti, cubisti, e russi, tedeschi, italiani, i fantocci erano uno degli emblemi di quelle avanguardie. Come i loro cugini, i burattini e le marionette.

Maria Signorelli ne fu infatuata e prima ancora di cominciare a studiarli e collezionarli, volle cimentarsi, da artista che sapeva fiutare il clima degli anni Trenta, con quel meraviglioso figurativo.

Riguardatevi, tanto per cominciare, questa magnifica coppia che balla il tango (1929).

Maria Signorelli - Ballerini di tango (1929)  - ph Claudio Cescutti
Ballerini di tango (1929) – ph Claudio Cescutti

Piccoli personaggi

Curata da Barbara Della Polla e Ennio Guerrato, per conto dell’Assessorato alla Cultura di Cividale del Friuli, l’esposizione Piccoli Personaggi (ospite fino al 30 marzo a Cividale del Friuli) permette di incontrare le magnifiche presenze cucite a mano dalla giovane Signorelli.

I due curatori sono andati a frugare tra i cassetti della sua Collezione, e dopo un lavoro accurato di distillazione ne hanno messi in mostra una trentina. Probabilmente i più belli, i meglio conservati. 

Esposti in sontuose teche cilindriche sospese a mezz’aria, osservabili a tutto tondo, i fantocci abitano le sale al secondo piano di Palazzo de Nordis, una fra le tappe architettoniche di Cividale, assieme al celebre Tempietto Longobardo, accanto al Palazzo dei Patriarchi, attuale sede del Museo Archeologico Nazionale. 

Piccoli Personaggi - Palazzo de Nordis - Della Polla Guerrato
L’allestimento a Palazzo de Nordis – ph Piero Valle

Sono ambienti congeniali, perché i fantocci si ritrovano contornati dalle pareti del de Nordis, dalle quali occhieggiano i dipinti della Collezione di Giancarlo De Martiis.

Avanguardie

Il collezionista friulano aveva donato alla città di Cividale la propria raccolta di quadri, un eccellente panorama del Novecento internazionale, con una particolare predilezione per le avanguardie dell’Est dell’Europa, allora fertile atelier da cui spuntavano eccellenti i nomi di Tatlin, Rodčenko, Gončarova e Larionov…

Tra quei campioni di futurismo e costruttivismo i Piccoli Personaggi, si ambientano benissimo. Ne riflettono la temperie, i colori, lo stile, la fantasia tra grottesco e magico.

Mefistofele - ph Roberto Canziani
Mefistofele (1930) – ph Roberto Canziani

Scampoli, nastri, fili, lane, inserti di panno, tessuti preziosi o poverissimi, e poi bottoni, perline, stecchi, specchietti, cuciti, incollati, applicati, danno vita al loro vivace guardaroba, agli stravaganti volti.

E ci parlano di una Signorelli che solo dopo diventerà costumista e scenografa, fino a farsi impresaria in proprio e dare vita nel 1947 alla sua compagnia di teatro di figura (L’opera dei burattini).

Maria Signorelli - Bagnante moderna  - ph Claudio Cescutti
Bagnante moderna (1929) – ph Claudio Cescutti

La bionda bagnante distesa sulla sua sedia a sdraio (Bagnante moderna, 1929), Mefistofele e altri personaggi del Faust (1930), Il violinista (1930), L’uomo albero (1934), il sestetto delle Girls ballerine (1930)…

Ad occhi più attenti questo mondo bizzarro di materiali morbidi e di colori, e il disporsi di certe forme richiamano ciò che Balla, Boccioni, Depero, avevano inventato dentro lo stesso clima avanguardista. Ma i fantocci conservano qualcosa di infantile e di fiabesco, che li rende unici. 

Il video ideato da Ennio Guerrato permette di scoprirne dettagli e particolari, con una precisione di sguardo che raramente si dedica al teatro delle figure.

Girls (1930) – dal video di Ennio Guerrato

Una visita a Palazzo de Nordis, ristrutturato e aperto al pubblico da pochi anni, permette così di immergersi in quel clima anni Trenta, invidiandone l’inventiva e la libertà figurativa. Che invece, quanto a vita civile e politica, in quel decennio, tali non furono affatto. Affidando all’arte, il controcanto chimerico delle brutture della storia.

Maria Signorelli - Il violinista - ph Claudio Cescutti
Il violinista (1930) – ph Claudio Cescutti

Un’ulteriore sezione della mostra si può inoltre vedere, poco distante, al CIPS, il Centro Internazionale Podrecca Signorelli che oltre al Teatro delle Meraviglie, raccoglie anche l’eredità figurativa di un cividalese eccellente, qual è stato Vittorio Podrecca, l’inventore dei Piccoli.

Ma questa è un altra storia, che in passato QuanteScene! ha già raccontato.

 Piccoli Personaggi - Cips Cividale

– – – – – – – – – – – – – – –
PICCOLI PERSONAGGI
Fantocci di Maria Signorelli

progetto promosso da Comune di Cividale del Friuli
sindaco Daniela Bernardi
assessore alla Cultura Angela Zappulla
con la preziosa collaborazione di Giuseppina Volpicelli, Maria Letizia Volpicelli, Marco Schiavoni

a cura di Barbara Della Polla Ferrante e Ennio Guerrato

organizzazione generale a cura dell’Ufficio Cultura del Comune di Cividale del Friuli: Elisabetta Gottardo, Michela Predan, Marco Craighero

partner di progetto: MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto – Casa d’arte Futurista Depero, Teatro Stabile FVG – Il Rossetti, CIRCI – Centro Internazionale di Ricerca della Cultura dell’Infanzia, Coop sociale Cinquantacinque – Scuola di Musica cinquantacinque
con il contributo di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia