Iraniano, 41 anni, cittadino a Teheran fino al 2015, Amir Reza Koohestani è oggi il più noto, in Europa, tra i registi teatrali di quel Paese. Sarà lui il maestro dell’Ecole des Maîtres 2025.
Amir Reza Koohestani
Da 33 edizioni questo corso internazionale itinerante di perfezionamento teatrale punta all’incontro di giovani attrici e attori (formati nelle accademie e dalle scuole di teatro di Francia, Belgio, Portogallo, Italia, quest’anno anche Slovenia) con i maggiori registi della scena internazionale.
Itinerario d’attore
Fa davvero impressione scorrere l’elenco degli oltre quaranta registi e registe che in tre decenni (più esattamente dal 1990, quando Franco Quadri la ideò) si sono alternati al timone dell’Ecole.
Tanto che a volte diventa difficile indovinare chi, fra gli artisti maggiori, non sia già ancora passato per Udine e la sala del Teatro San Giorgio, lo spazio del CSS, il teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia e capofila nella conduzione dell’itinerario che nel corso di ciascuna estate tocca anche Belgio, Francia, Portogallo, grazie alla partnership internazionale dei teatri che sostengono il progetto.
L’avvio di una sessione dell’Ecole
Partirà quest’ anno da Liegi (il prossimo 26 agosto) la 33esima edizione.
E troverà poi spazio a Lisbona (dal 31 agosto al 5 settembre), a Coimbra (dal 6 all’11 settembre), a Milano (dal 12 al 16 settembre), a Udine (dal 17 al 26 settembre) e infine ad Angers (dal 27 settembre al 3 ottobre).
Un itinerario di avanzata professionalizzazione per i sedici attori selezionati attraverso un bando e un’audizione. Saranno quattro per ciascun Paese, e a loro si affiancheranno anche attori della Slovenia (in ragione del titolo di Capitale europea della cultura che Gorizia e Nova Gorica si sono aggiudicate per il 2025).
L’esperienza personale come materia prima
Alla lista dei registi-maestri si aggiunge dunque quest’anno l’iraniano Koohestani, conosciuto in Italia dapprima con Dance on Glasses, il suo primo spettacolo ‘internazionale’, ma soprattutto dopo che uno fra i titoli recenti, Blind Runner (Maratoneta cieca) è stato presentato nel cartellone della Biennale di Venezia 2024.
Udine però lo aveva segnalato all’attenzione del proprio pubblico già nel 2017, quando un’altra sua creazione, Hearing (L’interrogatorio), era stata ospite del cartellone di Teatro Contatto.
Blind Runner – ph Benjamin Krieg
Tra i due lavori (di cui è autore e regista) e il nuovo progetto che Kooehstani intende sviluppare nel corso dell’Ecole des Maîtres 2025, le affinità sono molte.
La vita quotidiana come performance: creare narrazioni dalle esperienze quotidiane è il titolo che egli ha inteso dare ai suoi incontri. L’esperienza personale usata come materia prima per la creazione artistica riflette in modo preciso la sua poetica teatrale.
Hearing e Blind Runner parlavano di controllo, sorveglianza, oppressione di genere, e appaiono adesso strettamente legate ai diari di chi milita nel movimento Donna Vita Libertà: il grido diffusosi in Iran dopo il 2022, quando le percosse della ‘polizia morale’ hanno portato alla morte la 23enne Mahsa Amini, colpevole di aver lasciato sfuggire una ciocca di capelli fuori dal hijab, il velo). Vicenda su cui Koohestani rifletteva anche En transit.
En transit – ph Christophe Raynaud de Lage
Una persona in mezzo
“Uso la vita privata come metafora di una questione politica: come possono convivere persone che arrivano da differenti background” spiega il regista. “Nei miei lavori ci sono certamente alcuni temi relativi all’Iran, ma non vivendo più lì, lo racconto da osservatore esterno, anche se al tempo stesso non sono uno straniero. Sono una persona in mezzo”.
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Il bando dell’Ecole des Maîtres 2025
Le domande per l’ammissione alle selezioni dovranno pervenire entro il 22 aprile 2025, tramite il modulo online presente, assieme al bando, sul sito CSS – Ecole des Maîtres 2025.
Sono stati presentati questa mattina, a palazzo Giustinian a Venezia, i calendari dei festival internazionali DMT della Biennale 2025.
Tre, come al solito, i settori sui quali si distende la programmazione dal vivo: il Teatro (dal 31 maggio al 15 giugno), la Danza (dal 17 luglio al 2 agosto) e la Musica (dall’11 al 25 ottobre).
Pietrangelo Buttafuoco, presidente dell’Ente, ha indicato “nella corporeità battente del teatro, nel segnavia del mito, e nella siderale stella dentro”, gli elementi di “una ascesi generativa” che è il processo creativo delle arti.
Ha quindi dato la parola ai tre direttori di settore: Willem Dafoe per il teatro, Wayne Mc Gregor per la danza e Caterina Barbieri per la musica, i quali hanno presentato, in forma sintetica, i propri temi e i propri programmi.
Willem Dafoe, Wayne Mc Gregor, Caterina Barbieri
I programmi
Per non farvi mancare nulla, io vi trascrivo invece qui sotto il comunicato stampa completo. Elenca in dettaglio titoli e artisti, laboratori, college e altre proposte per ciascuno dei tre ambiti. Li potete naturalmente trovare anche sul sito della Biennale 2025.
C’è un sacco di roba. Prendetevi il vostro tempo, e buona lettura.
Biennale 2025 DMT IL TEATRO – Theatre is Body, Body is Poetry – Willem Dafoe
È la presenza fisica dell’attore, la sua centralità nella creazione scenica il tema conduttore del 53. Festival Internazionale del Teatro intitolato Theatre is Body – Body is Poetry, che si svolgerà a Venezia dal 31 maggio al 15 giugno sotto la guida di Willem Dafoe. “Il corpo, la sua presenza, la sua intelligenza fuori dal nostro controllo è il cuore pulsante del teatro – scrive Dafoe.
È il motore dell’incontro tra le persone in scena e il pubblico, che crea una comunità estemporanea impegnata nell’ascolto e la possibilità della meraviglia anche in un’epoca di esperienze virtuali”. Una specificità del corpo che è al centro delle tante rivoluzioni che hanno cambiato il linguaggio del teatro nel secolo scorso, matrici originarie di un nuovo teatro, ancora oggi foriero di impulsi e possibilità. Un ritorno alle proprie origini per Dafoe, che nel teatro sperimentale del Wooster Group affonda le sue radici.
Quattro i principali ambiti di ricerca che si intrecciano nel 53. Festival Internazionale del Teatro.
1- Venezia 75/25. Cinquant’anni di nuovo teatro
Cerniera fra ieri e oggi è la Biennale Teatro del 1975, che sotto la guida di Luca Ronconi costituì il fulcro delle esperienze del nuovo teatro coinvolgendo figure seminali sulle due sponde dell’Atlantico. Ad alcuni di questi protagonisti il Festival rende omaggio: Eugenio Barba e Julia Varley del mitico Odin Teatret, che saranno a Venezia con il loro ultimo lavoro, Le nuvole di Amleto; Thomas Richards, per oltre trent’anni con il Workcenter Grotowski, che presenterà in prima europea Inanna all’insegna del multiculturalismo della sua compagnia, oggi Theatre no Theatre. Quel periodo fervente di creatività sarà inoltre testimoniato da allestimenti, proiezioni video e un incontro a cui parteciperanno, fra gli altri, Richard Schechner, grande riferimento teorico e pratico del nuovo teatro americano, che sarà anche protagonista di una lectio magistralis; Satyamo Hernandez, Chris Torch, Toby Marshall dal leggendario Living Theatre, presenti a Venezia cinquant’anni fa assieme a Julian Beck e Judith Malina, gli storici fondatori del gruppo anarchico e pacifista;Giorgio Sangati e Sandra Toffolatti, già assistente e attrice di Luca Ronconi; oltre a Eugenio Barba e Thomas Richards; al direttore Willem Dafoe e Andrea Porcheddu, storico e saggista di teatro.
È lo stesso Dafoe, poi, insieme a Simonetta Solder, a rendere omaggio a Richard Foreman, il drammaturgo, poeta e regista, recentemente scomparso, pioniere dell’avanguardia artistica e intellettuale statunitense, con “un esperimento performativo”, No title. Anche il Wooster Group, collettivo di artiste e artisti guidato da Elizabeth LeCompte (Leone d’oro alla carriera del Festival) e Spalding Gray, instancabile compagine newyorchese che di quelle esperienze è stata erede per diventare punto di riferimento del teatro d’avanguardia degli anni Ottanta, porterà in prima europea Symphony of Rats, uno dei maggiori successi di Foreman, a quasi quarant’anni dalla prima messinscena.
2 – I maestri di oggi
Dalle matrici originarie che investono le dinamiche creative del corpo attorale per illuminare il presente. Il Festival rintraccia la legacy del nuovo teatro del secolo scorso in alcuni dei nomi acclarati della creatività post moderna e post drammatica.
Romeo Castellucci sarà a Venezia con una creazione site-specific in prima assoluta, I mangiatori di patate, all’Isola del Lazzaretto Vecchio; Thomas Ostermeier, alla testa della Schaubühne presenterà in prima nazionale Changes di Maja Zade; Milo Rau, oggi alla guida delleWiener Festwochen, arriva a Venezia con il suo nuovo lavoro Die Seherin, protagonistala straordinaria attrice Ursina Lardi (Leone d’argento del Festival). Artisti da cui viene una lezione di creatività e pedagogia teatrale che dice ancora molto sull’idea e sulle possibilità del corpo poetico.
Anche Davide Iodice presenta il suo irrituale Pinocchio, che proprio nel sottotitolo “che cos’è una persona”, rivela tutto il potenziale del corpo come strumento unico di trasmissione del racconto. I corpi “diversi” dei ragazzi con sindrome di Down o nello spettro di autismo, di sindrome di Williams, o Asperger, che compongono l’articolato gruppo di lavoro, sono tutte figure che portano in scena molteplici Pinocchi possibili, ma ciascuno prezioso e insostituibile.
A questi si aggiungono: Gardi Hutter, straordinaria clown, apprezzata e applaudita in tutto il mondo che con Giovanna D’ArpPo aprirà la possibilità di riflettere sul corpo comico, e l’importante presenza dell’Istanbul Historical Turkish Music Ensemble, i dervisci che attraverso la musica e il roteare del corpo-santo creano lo spazio per raggiungere il divino.
Infine il poeta americano Bob Holman, erede della grande pagina delle Beat Generation, maestro della scena spoken worddi New York degli ultimi quarant’anni, e di incursioni poetiche in contesti non convenzionali. A Venezia sarà protagonista di una street performance, We are the Dinosaur, all’insegna del “potere del suono e della magia del senso annidato nel suono” della parola, e di un intervento di Talking Poetry/More Than Heart II in collaborazione con il collettivo Industria Indipendente,un’esplorazione sull’idea di corpo vocale e corpo ritmico.
3 – Uno sguardo al futuro
Il Festival esplora, poi, le generazioni emergenti, portatrici di poetiche inattese. Un’esplorazione che continuerà e si estenderà il prossimo anno a contesti altri e geograficamente più lontani.
Arricchiscono il programma del Festival le creazioni della coreografa e regista greca Evangelia Rantou, attiva nel cinema e in teatro con Dimitris Papaioannou, Robert Wilson, Lucinda Childs, Yorgos Lanthimos, fra gli altri, ma anche con una la sua compagnia Garage21, con cui presenta in prima assoluta Mountains; dell’artista pluridisciplinare afro-belga Princess Bangura, già attiva con Milo Rau, autrice e performer di sconvolgenti soli, di cui si vedranno due opere alla Biennale Teatro: Oedipus monologuee Great Apes of the West Coast; la tedesca Yana Eva Thönnes, autrice e regista diCall me Paris, in prima assoluta; le costruzioni claustrofobiche e intellettuali dello statunitense Anthony Nikolchev, attivo al cinema e in teatro, membro fondatore di The Studio Matejka Physical Theatre Laboratory in residenza al Grotowski Institute di Breslavia, che con The (Un)Double firmain prima assolutala sua particolare versione de Il sosia di Dostoevskijintersecandolo con testi da Radovan Karadzic (alias Dragan David Dabic) e atti giudiziari del massacro di Christchurch del 2019; infine con le vertigini musicali del collettivo Industria Indipendente. Il festival si concluderà con l’unico concerto italiano del 2025 di Daniela Pes, straordinaria musicista, cantautrice e compositrice.
4 – Biennale College
Asse portante del Festival, Biennale College, il progetto pluriennale che la Biennale di Venezia ha avviato in tutti i suoi settori a sostegno dei nuovi talenti, presenta la vincitrice del bando Regia 2024-25 Mariasole Brusa, autrice e regista diGolem_e fango è il mondoin prima assoluta; e i vincitori del bando Drammaturgia 2024-25, Jacopo Giacomoni e Athos Mion, rispettivamente con Tacet, mise en lecture a cura di Silvia Costa e con Orge per George, a cura di Arturo Cirillo, che coinvolge i suoi allievi e le allieve della scuola del Teatro Nazionale di Napoli.
In questo contesto trova espressione il progetto del regista Antonio Latella con l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, che sarà a Venezia in una nuova e prestigiosa collaborazione tra istituzioni formative. Latella cura il progetto www.wordworldwar.bomb, una serie di saggi-spettacolo degli allievi del secondo anno attori dell’Accademia, affidati alle regie di Thom Luz, Sebastian Nübling e Jackie Poloni, Natalie Beasse, Alessio Maria Romano.
Come consuetudine di Biennale College, la prospettiva pedagogico-didattica si nutre della presenza di Maestri e Maestre di varie generazioni. Molti degli artisti presenti a Venezia terranno laboratori sempre connotati dal tema principale: l’attenzione all’arte attorale, al corpo dell’attore, al lavoro sulle “azioni fisiche”, strutturali della pratica scenica.
I laboratori saranno tenuti da Eugenio Barba e Julia Varley, Richard Schechner; Thomas Richards, Giorgio Sangatie Sandra Toffolatti, Yana Eva Thönnes, Princess Bangura, Romeo Castellucci, Gardi Hutter.
Laboratorio davvero particolare quello condotto da Davide Iodice che si apre al confronto con territori del disagio umano e urbano, in un percorso che inizia nel 2025 per approdare a una nuova creazione nel 2026.
A questi si aggiungono il tradizionale workshop di critica teatrale, affidato alla studiosa e critica Roberta Ferraresi, il progetto Scrivere in residenza dell’Asac, l’Archivio Storico della Biennale, affidato alla critica e studiosa Katia Ippaso; conversazioni e incontri con gli artisti e le artiste, guidati dai giornalisti e critici Maddalena Giovannelli e Lorenzo Pavolini.
Arena Cinema sarà uno spazio aperto ai contributi video documentari e cinematografici degli artisti ospiti del Festival che riserverà alcune sorprese e curiosità. Come Dionysus in ’69, che ripropone in versione filmata da Brian De Palma, Robert Fiore, Bruce Rubin lo spettacolo originale di Richard Schechner dalle Baccanti di Euripide; o Action, l’ultimo spettacolo di Thomas Richards realizzato sotto la supervisione di Jerzy Grotowski, filmato nella chiesa di Istanbul Aya Irini; o ancora In principio era l’idea firmato da Torgeir Wethal, dal Vangelo di Oxyrhincus di Eugenio Barba, spettacolo presentato alla Biennale Teatro 1985 diretta da Franco Quadri.
Biennale 2025 DMT LA DANZA – Miths makers / Creatori di miti – Willem Dafoe
Guarda lontano per immaginare il futuro attraverso la potenza generativa dell’arte Myth Makers/Creatori di miti, tema del 19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea che si svolgerà a Venezia dal 17 luglio al 2 agosto.
“I miti hanno svolto un ruolo cruciale nel corso della storia – scrive McGregor introducendo il tema – fornendo un quadro di riferimento per comprendere l’esistenza, la moralità e il cosmo. Ci aiutano a esprimere le nostre paure, le nostre aspirazioni e i misteri della vita. Man mano che le società si evolvono, si evolvono anche i loro miti. In tempi di disordini o di transizione, quando le convinzioni e le strutture tradizionali iniziano a crollare, l’umanità spesso cerca nuove narrazioni per far fronte all’incertezza e ispirare speranza. Questi nuovi miti possono emergere da varie fonti: scienza, filosofia, esperienze collettive condivise tra le comunità e, soprattutto, dal vibrante campo dell’arte”.
“Attraverso la loro inspiegabile ricerca creativa – prosegue McGregor – gli artisti sono sempre stati i creatori di miti del proprio tempo, ed è attraverso la loro eredità che ci addentriamo nelle profondità del loro/nostro io interiore, articolando verità universali che risuonano attraverso i tempi e le culture”.
Il 19. Festival Internazionale di Danza Contemporanea nelle sue diverse articolazioni – spettacoli dal vivo, arte e tecnologia, installazioni, Biennale College, workshop e conversazioni – presenterà tutte novità: 8 prime mondiali, 7 europee, 5 italiane. Oltre 160 gli artisti coinvolti per 75 aperture al pubblico nell’arco di 17 giorni.
In questi anni, soprattutto, sotto la direzione di Wayne McGregor, la Biennale Danza ha sviluppato e consolidato una rete che investe sulla creatività del futuro con le sue voci più innovativeattraversobandi, residenze, co-commissioni, coproduzioni. 361 sono le proposte di nuove coreografie arrivate per i due bandinazionale e internazionale lanciati lo scorso anno; mentre sono 393 le candidature giunte da oltre 40 Paesi del mondo per partecipare alla residenza di Biennale College Danzatori e Coreografi 2025.
Quest’anno i due vincitori dei bandi nazionale e internazionale per nuove coreografie che debutteranno sul palcoscenico del Festival in prima assoluta sono Bullyache, il duo composto da Courtney Garratt e Jacob Samuel, conA Good Man is Hard to Find, e il Nuovo Balletto di Toscana conSisifo felicedel neo direttore artistico Philippe Kratz, che lo firma insieme al coreografo Pablo Girolami.
I 16 danzatori e i 2 coreografi che a breve saranno selezionati per il programma intensivo teorico-pratico di Biennale College – frequentando corsi, workshop e, soprattutto, creando nuove opere–saranno impegnati nei mesi di maggio, giugno, luglio in due focus che vedranno il loro esito finale all’interno del Festival.
Il primo focus è un progetto site specific senza precedenti, The Herds, che verrà presentato in anteprima di festival (17 giugno). I danzatori e i coreografi del College collaboreranno a The Herds, un atto di arte pubblica e di azione per il clima su vasta scala per sollevare l’attenzione del mondo intero. Da aprile ad agosto 2025, mandrie di animali a grandezza naturale invaderanno i centri urbani – da Kinshasa fino all’estremo lembo della Norvegia – lungo un percorso di 20.000 km, a simboleggiare la loro fuga dal disastro climatico che ha distrutto il loro habitat. Biennale College Danza incontrerà The Herds a Venezia, e, per l’occasione, la star dell’hip-hop Anthony Matsena creerà un inedito intervento coreografico.
Il secondo focus ha al centro Sasha Waltz, autrice dal personalissimo immaginario coreografico, capace, con la sua danza, di illuminare la struttura della musica rendendola sotto una nuova luce. I giovani artisti del College lavoreranno con Sasha Waltz e il suo team allo studio e al riallestimento di In C di Terry Riley.
Inoltre, l’esperienza dei giovani artisti selezionati si intreccerà e alimenterà attorno alla realizzazione dei due progetti coreografici ineditivincitori di Biennale College, interpretati dai danzatori stessi.
Anche quest’anno, la Biennale Danza co-commissiona, coproduce e presenta i nuovi lavori dei coreografi premiati con il Leone d’argento nelle edizioni precedenti. Per il 2025 è la volta di Tao Ye e Duan Ni che presenteranno in prima europeala danza pura di 16e 17, due nuovi lavori che continuano la Serie numerica, il loro codice espressivo e anche un sigillo.
Alcuni fra i nomi di punta della coreografia internazionale saranno a Venezia con nuove creazioni in co-commissione e coproduzione con la Biennale e altri importanti enti e festival.
Marcos Morau con il suo collettivo pluridisciplinare fondato vent’anni fa, La Veronal, presenterà in prima assolutaLa Mort i la Primavera, ispirato al mito universale della morte e della rinascita e all’opera postuma di Mercè Rodoreda.
Tânia Carvalho, fra le nuove voci della danza portoghese affermate a livello internazionale, riserverà alla Biennale Danza un assolo in prima assoluta, Ventre do Vulcão. Un lavoro che fonde la precisione classica della sua formazione con il movimento espressivo e caotico, rispecchiando l’imprevedibilità della vita.
Del collettivo Kor’sia, fondato a Madrid dai danzatori e coreografi Antonio de Rosa e Mattia Russo – entrambi diplomati al Teatro La Scala di Milano, la Biennale Danza presenta in prima italianaSimulacro, subito dopo il debutto a Madrid. Attraverso una combinazione di linguaggi artistici e tecnologie avanzate, la performance offre un’esperienza immersiva e interdisciplinare che amplifica l’interazione tra realtà e virtualità.
Sarà in prima per l’Italia anche Friends of Forsythe, che vede William Forsythe in collaborazione con Rauf “RubberLegz”Yasit, Lex Ishimoto, Riley Watts, Brigel Gjoka, and the JA Collective (Aidan Carberry & Jordan Johnson). Friends of Forsythe celebra la diversità delle culture della danza, il potere trasformativo di questa disciplina capace di unire le persone a un livello profondo.
Il Festival presenterà, poi, proposte interculturali, anche di ascendenza storica, con caratteristiche peculiari, tutte novità per l’Italia.
Un viaggio nella spiritualità sufi, nel fluire ritmico e denso dei versi islamici, veicolati dalla forma raffinatissima della tradizione kathak con la Akash Odedra Company e il suo Songs of the bulbul. Akasha Odedra, formato agli stili della danza classica indiana kathak e bharatanatyam, è diretto dalla coreografa Rani Khanam, che al kathak ha impresso il suo stile personalissimo infuso della sapienza dei testi sufi, e accompagnato dalle musiche di Rushil Ranjan, che riformula la rapinosità delle sonorità sufi con ricche partiture orchestrali.
Yoann Bourgeois, coreografo e artista che ha fatto dell’arte della caduta un elemento coreografico, fondendo danza e acrobatica, presenta il suo nuovo lavoro nato in tandem col cantautore canadese Patrick Watson. La bellezza aerea dei movimenti e dei giochi di luce è accompagnata dalla fragilità e dalle sfumature della musica popolare canadese.
Virginie Brunelle, violinista e poi coreografa, presenta Fables, tre tableaux incarnati dai dieci danzatori della sua compagnia insieme al pianista Laurier Rajotte. Ispirato al Monte Verità, che a inizio ‘900 divenne culla di una famosa comunità di artisti, utopisti, rivoluzionari, teosofi, Fables punta i riflettori sui prodromi della liberazione delle donne che rappresentò quella straordinaria esperienza.
Il Festival sarà ancora una volta palcoscenico delle esperienze più sperimentali tra danza, arte e tecnologia.
On the Other Earth che debutta in prima assoluta e resterà visibile per tutta la durata del Festival, è una coproduzione della Biennale di Venezia con Studio Wayne McGregor, Hong Kong Ballet e Future Cinema Systems e vede lo stesso Wayne McGregor al fianco dell’artista Jeffrey Shaw, del film-maker Ravi Deepres e dell’artista delle luci Theresa Baumgartner. Danza, coreografia, immagini digitali, rilevamento multimodale, intelligenza artificiale e suono spazializzatoconvergono in questa installazione immersiva e interattiva che avvolge il pubblico nella nuova installazione nVis, il primo schermo cinematografico al mondo con tecnologia sensoriale a 360 gradi. Un modo inaspettato e unico di esperire la danza.
Anche Chunky Move, compagnia australiana diretta da Antony Hamilton,ha fatto conoscere la magia degli algoritmi con spettacoli in perfetta alchimia tra performance, arte visiva, sound elettronico, installazione. A Venezia presenta in prima europeaU>N>I>T>E>D, ambientato in un’era digitale post industriale, con sei straordinari danzatori-cyborg, armati di esoscheletri robotizzati – una “muscolatura artificiale” che ne moltiplica forza, agilità, velocità, grazie all’animatronica più evoluta dei leader globali Creature Technology Co. Un universo fantascientifico e allo stesso tempo barbarico.
La leggendaria coreografa e danzatrice americana Twyla Tharp è il Leone d’oro alla carriera del Festival e inaugurail Festival con l’energia magnetica delle sue coreografie: Slacktide, novità assoluta, presentata accanto alla celebre coreografia del 1998, Diabelli. Un dittico per celebrare i sessant’anni di attività con la sua compagnia, la Twyla Tharp Dance nel Diamond Jubilee Tour. Partita il 26 gennaio da Minneapolis, la tournée sta percorrendo gli Stati Uniti da costa a costa prima di giungere alla Biennale in prima europea.
Esponente di punta della scena sperimentale sudamericana, Carolina Bianchi, destinataria del Leone d’argento, si inserisce nel solco della performance art femminile nelle sue esperienze più estreme e con forti risvolti politici e sociali. Una corrente che da Gina Pane va a Marina Abramovic, Regina José Galindo, Tania Bruguera, Ana Mendieta, e a cui la Bianchi schiude nuove frontiere. Al Festival, Carolina Bianchi presenterà in prima italiana il secondo capitolo della trilogia Cadela Força:The Brotherhood, un lavoro incentrato sulla mascolinità e lo sguardo maschile.
Come ogni anno il festival sarà accompagnato da laboratori per specialisti ma anche aperti a tutti con molte delle compagnie e dei coreografi ospiti. Incontri e conversazioni permetteranno di avvicinare il pubblico agli spettacoli in programma.
Infine, una mostra e un libro documenteranno le attività e i protagonisti della Biennale Danza che Indigo Lewis ha catturato in quattro anni di residenza al Festival con scatti intimi e inaspettati, raccogliendo uno straordinario archivio fotografico.
Biennale 2025 DMT LA MUSICA – The Star within / La stella dentro – Caterina Barbieri
Si intitolaLa stella dentroil 69. Festival Internazionale di Musica Contemporanea che si svolgerà a Venezia dall’11 al 25 ottobre. Un’immagine poetico-simbolica che richiama, nelle parole della direttrice Caterina Barbieri “il desiderio di cose grandi, di vastità. Vibrazione che permea il cosmo e ci attraversa con meraviglia, dalla molecola al moto planetario, il suono trasporta fuori dai confini dell’ego e apre all’incontro con l’altro – l’ignoto”.
Il Festival si propone di esplorare la musica cosmica. “Con questa definizione poetica – scrive Caterina Barbieri -, non si fa riferimento a uno specifico stile o una tradizione musicale quanto piuttosto al potere generativo della musica di creare nuovi mondi, oltre rigide definizioni di genere o affiliazione storica… Nell’estasi dell’ascolto, anche le nozioni di tempo e spazio si dissolvono: la musica ci insegna molto sulla relatività e i limiti della percezione umana. In questo, è simile a Venezia e alla sua vocazione alla mutevolezza: i giochi di riflessi, le fughe prospettiche, il movimento perpetuo di acqua e luce che dissolve i confini e apre allo spazio del molteplice e dell’infinito”.
“Il programma del Festival ha le sue radici nella musica elettronica e nel minimalismo per diramarsi in molteplici direzioni che esplorano connessioni fra passato e presente accostando tradizioni musicali apparentemente distanti tra di loro per stile, epoca e area geografica, ed espressione di una comunità: ci sono incursioni nella musica antica, contemporanea, folk, drone music, techno e afrofuturismo. Una programmazione per risonanza per restituire uno sguardo sul contemporaneo il più vivo e fluido possibile rappresentando la musica del presente nella sua ricchezza, diversità, inclusività”.
Di seguito alcuni dei progetti e degli artisti presenti al Festival in attesa di poter annunciare il programma completo e in dettaglio.
Un corteo musicale d’acqua dell’artista multidisciplinare e musicista di origine boliviana Chuquimamani-Condori sarà l’evento di apertura del Festival, per celebrare e restituire al suono il suo valore di rito collettivo. Una processione musicale di barchini attraverserà i canali di Venezia e culminerà in un concerto live di Los Thuthanaka, il duo composto da Chuquimamani-Condori e dal fratello Joshua Chuquimia Crampton, davanti al bacino delle Gaggiandre all’Arsenale.
Un’altra commissione della Biennale Musica che dialoga con la presenza dell’acqua è il nuovo monumentale lavoro del compositore americano d’avanguardia William Basinski, che re-immagina i tape loops di Garden of Brokeness perpiù pianoforti a coda, percussioni e motori di vaporetto in prima mondiale a Venezia.
E ancora: Resonant Vesseldel sound artist giapponese Yosuke Fujita, alias FujiIIIIIIIIIIIta, è un’opera site-specific che esplora il potere generativo del suono e dell’acqua creando un organo personale a undici canne che dialoga con un sistema di contenitori d’acqua, in cui liquido e aria interagiscono per generare un paesaggio sonoro in continua evoluzione. Il Teatro alle Tese si trasforma in una camera di risonanza, divenendo un vascello che naviga nell’interazione fluida tra il terrestre e il cosmico.
In prima europeaverrà presentatoThe Expanding Universe, opera seminale concepita tra il 1974 e il 1977 di Laurie Spiegel, antesignana della sperimentazione elettronica ai suoi albori analogici. Un’opera che esplora la relazione tra suono e cosmogonia, reinterpretata dal Dither Quartet, quartetto di chitarre elettriche di New York, noto per la versatilità con cui interpreta repertori sperimentali.
Un’altra pioniera dell’elettronica nell’era analogica è l’italo-americana Suzanne Ciani, che al Festival sarà in nuova e stimolante collaborazione con Actress. Un incontro transgenerazionale che fonde lo stile fluido e organico dell’espressività sviluppata da Ciani sul Buchla con l’eclettismo ritmico del cosiddetto “R&B Concrète” di Actress.
Si assisterà alla rara apparizione del Kamigaku Ensemble, originariamente fondato da Catherine Christer Hennix, che in occasione del festival si riunisce per una speciale performance site-specific in omaggio alla compositrice svedese scomparsa alla fine del 2023. Figura unica per la ricchezza della sua ricerca artistica, che spazia dalla composizione, alla performance, all’installazione, alla poesia, all’arte visiva e alla matematica, Hennix è un’altra figura femminile pionieristica, il cui lavoro è stato solo recentemente riscoperto e adeguatamente riconosciuto.
Il polistrumentista e compositore tedesco Moritz Von Oswald presenterà in prima italiana Silencio, un progetto in collaborazione con un coro di 16 voci che sfida ed espande i confini della musica elettronica e delle tradizioni della musica corale, intrecciando macchinico e organico in modo magistrale.
Dal minimalismo storico ad alcune delle voci più singolari della musica contemporanea, che hanno aperto nuove e sorprendenti strade a questa espressione musicale. Lacompositrice e organista svedese Ellen Arkbro, già membro dell’ensemble Kamigaku fondato da Catherine Christer Hennix, presenterà una nuova composizione, commissionata dal Festival, per tre viole da gamba, un’opera che approfondisce ulteriormente la sua esplorazione del suono armonico e delle sue qualità trascendentali.
Un’altra artista che esplora la fusione tra strumentazione acustica e sintesi elettronica è l’italiana Agnese Menguzzato, con una formazione in violino e liuto rinascimentale, che a Venezia presenterà un nuovo lavoro per chitarra a otto corde ed elettronica intitolato Undici.
Maxime Denuc, che fonde la ricchezza espressiva e la potenza emozionale dell’organo da chiesa con una sensibilità musicale elettronica contemporanea. Presenterà Elevations in prima italiana, un’installazione che incorpora l’ispirazione dell’estetica dub techno con il suono effimero e fragile di un organo controllato via midi dal computer e appositamente costruito dall’artista con l’organaro belga Tony Decap. Into the Blueè la performance in prima assoluta, presentata in apertura di Festival, del sassofonista norvegese Bendik Giske, protagonista di performance che trasformano il sassofono in un’estensione del corpo, rendendo l’atto del suonare un’esperienza tanto visiva e fisica quanto sonora. Voce singolare nel mondo della percussione contemporanea, Enrico Malatesta esplora la fisicità del suono attraverso un approccio al tempo stesso minimale e radicale. Presenterà in prima mondiale la composizione Solo VI del compositore e organista tedesco Jakob Ullmann per percussioni e dispositivi di riproduzione audio; e Occam XXVI (2018) che la pioniera francese di musica elettronica e drone music Éliane Radigue ha scritto appositamente per Enrico Malatesta.
Tante le connessioni fra tradizioni musicali diverse che spingono i confini della musica contemporanea presenti al Festival. Peacock Dreamsè il titolo del concerto che vede in scena il poeta, rapper, compositore, vocalist egiziano Abdullah Miniawy, i cui versi risuonano in tutto il Medio Oriente, con i trombonisti Jules Boittin e Robinson Khoury. Una nuova formazione in trio, che unisce liberamente influenze barocche e operistiche, temi sufi e copti, e motivi musicali provenienti dalla Penisola Arabica, fusi assieme alla sinfonia caotica del traffico del Cairo.
Punto di riferimento nella musicale elettronica sperimentale e noto per il suo lavoro legato alla scala microtonale Colundi, Perälä ha costruito un proprio universo sonoro in continua espansione fatto di suoni digitali ispirati a strumenti ed elementi naturali. A Venezia, Perälä presenterà un concerto musicale site-specific in quadrifonia per il Teatro alle Tese, in collaborazione con Melissa Briand-Speirs.
Figura pionieristica della glitch music, Christian Fennesz presenterà una versione espansa concepita per la Biennale Musica del suo lavoro seminale Venice, manifesto assoluto dall’inconfondibile firma sonora del chitarrista e musicista elettronico viennese.
Il duo drone metal di culto Sunn O))), formato da Stephen O’Malley e Greg Anderson, ilcui suono monolitico evoca la potenza trascendente e trasformativa della distorsione, della risonanza e del volume, sarà a Venezia con un set studiato per la Biennale Musica.
L’ensemble vocale Grandelavoix guidato da Björn Schmelzer, che lo ha fondato nel 1999 ad Anversa, con Epitaphs of Afterwardness porta al Festival il suo approccio trasformativo alla musica antica. Per la Biennale Musica presenteranno un programma in cui la Messe de Notre Dame di Guillaume de Machaut, capolavoro assoluto della musica polifonica religiosa medievale, dialoga con i grandi rivoluzionari del XX secolo – György Kurtág, György Ligeti, Iannis Xenakis.
In linea con il tema del Festival che esplora la musica come principio generativo e forma di cosmogonia, il FontanaMIXEnsemble propone un repertorio che mette in dialogo due figure di diversa provenienza storica e geografica ma accomunate da una attenta ricerca sulla natura metafisica del suono nella sua dimensione cosmica: Giacinto Scelsi, il visionario compositore italiano di cui ricorre quest’anno il 125º anniversario della nascita e Vahid Hosseini, compositore nato a Tehran nel 1984, che a Venezia presenterà la prima di una nuova versione per ensemble della sua composizione Le sensibilità delle tenebre.
Sperimentazioni afrofuturiste e forme di avanguardia elettronica di matrice nera attraversano il Festival. Con il già citato Actress, che nel clubbing ha convogliato le sue esplorazioni del linguaggio afrofuturista. E con il teorico, musicista, critico culturale, DeForrest Brown Jr. che presenta in prima italiana il progetto elettronico SpeakerMusic, un’esplorazione pulsante e ad alta velocità di ritmo, improvvisazione e futurismo sonoro, che incanala la tradizione modernista afroamericana della soul music e del ritmo.
La musicista e artista belga-congolese Nkisi (alias Melika Ngombe Kolongo), che ha presentato i suoi lavori alla Tate Modern, la Haus der Kunst di Monaco e il Centre Pompidou, a Venezia riserva in prima mondiale l’ultima evoluzione della sua ricerca nell’ambito dell’archeologia sonora etnografica. La pratica di Nkisi coniuga strategie percussive provenienti dalle tradizioni musicali dell’Africa centralee occidentale a forme sonore rave, noise e industrial, per esplorare la memoria storica e pratiche ritualistiche collettive legate al suono e a stati di trance.
Figura chiave della seconda ondata techno di Detroit, dove è nato e cresciuto e tuttora vive, Carl Craig porta il suo suono visionario al Festival con un DJ set che incarna la ricca eredità di afrofuturismo e innovazione sonora della città.
La violoncellista e cantante guatemaltecaMabe Fratti, riconosciuta per la sua capacità di intrecciare formazione classica e ricerca sonora sperimentale, presenta una performance site-specific in collaborazione con l’artista venezuelano I. la Católica e il batterista messicano Gibrán Andrade.
Un’ prima mondiale nella serata di apertura è Traveling Light di Rafael Toral, una nuova opera che approfondisce la sua esplorazione delle armonie jazz attraverso le possibilità espressive della chitarra in dialogo con solisti acustici – il clarinettista José Bruno Parrinha, il sassofonista Rodrigo Amado, il flicornista Yaw Tembe e alla flautista Clara Saleiro.Mentreper la serata di chiusura del festival, Ecco2k presenta a Venezia un set esteso e immersivo al confine tra performance e dj set.
Biennale College – Sono 235 da 35 Paesi di tutto il mondo le candidature arrivate per Biennale College Musica che, in linea con il tema del Festival che esplora l’idea di musica come forma di cosmogonia, selezionerà fino a 5 progetti musicali – performance dal vivo o composizioni acusmatiche in diffusione multicanale. Lavori che debutteranno al 69. Festival Internazionale di Musica Contemporanea al termine delprogramma di residenza, ricerca, creazione e produzione che i musicisti selezionati seguiranno a Venezia nell’arco di tre sessioni tra maggio e ottobre.
I mentori dei musicisti selezionati, provenienti dai diversi campi di ricerca artistica e teorica della musica contemporanea (dal campo della ricerca accademica alla pratica performativa, dalla ricerca audiovisiva multimediale alla club culture, dalla musica elettroacustica al sound design) saranno: Ellen Arkbro, DeForrest Brown Jr., Chuquimamani-Condori, Thierry Coduys, Lorenzo Senni, Marcel Weber (MFO).
Se in sala, all’inizio di uno spettacolo, risuona Fratelli d’Italia – l’inno nazionale intendo – è abitudine che il pubblico si alzi in piedi. Il più delle volte lo faccio anch’io. Per non fare lo stravagante, più che altro.
L’altra sera sono rimasto seduto, come del resto hanno fatto tutti gli altri spettatori. Nessuna stravaganza. E sì che lo spettacolo, che si replica fino al 30 marzo nella sala Thierry Salmon dell’Arena del Sole a Bologna, si intitola proprio Uno spettacolo italiano.
Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa – Uno spettacolo italiano – ph Michele Lapini
Stringersi a coorte
Detto questo, stringetevi a coorte e mettetevi alla prova. Sareste anche voi “pronti alla morte” (a questo incitano i celebri versi di Goffredo Mameli) se Italia ve lo chiedesse? In un post di qualche giorno fa su Facebook, Nicola Borghesi spiegava che lui, a morire per Italia, non ci pensa proprio. È una posizione che condivido.
E mi ritorna in mente, quel suo ragionamento, mentre scorrono davanti a miei occhi e alle orecchie immagini e battute di Uno spettacolo italiano. Lo hanno costruito a quattro mani proprio Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa.
Il primo, bolognese, ha appena raccolto ottimi risultati di pubblico e di critica, per i due impegnativi spettacoli di Kepler 425,Il capitale e A Place of Safety.
Il secondo, romano, in pochi anni si è fatto un bel nome, per certi urticanti e quanto mai pertinenti ritratti generazionali, fin dal primo, Apocalisse tascabile, elaborato assieme allo sparring partner, Lorenzo Guerrieri.
Di che parla Uno spettacolo italiano? L’incipit è il seguente. Due teatranti “comici” e “di sinistra” hanno capito che per loro oramai non c’è più trippa, né in teatro né altrove. Continuare a fare satira “di sinistra”, come hanno fatto finora, sarebbe puro autolesionismo. Ma bisogna pur vivere, o quantomeno sopravvivere. Pertanto decidono di dare una svolta alla carriera.
Comici sì, ma “di destra”. Italia chiamò.
Giulliari e oppressi
Ora, non starò a ricordarvi la famosa motivazione con la quale i giurati di Stoccolma assegnarono il Nobel 1997 a Dario Fo.
Anzi sì: ve la ricordo proprio. Dice: “perché seguendo la tradizione dei giullari medievali, [Dario Fo] dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”.
Il fatto è che oggi, non nel medioevo, di giullari a destra e a sinistra, se ne trovano a profusione. Presidiano stabilmente i teatri, i teatrini, le televisioni e anche le radio.
E tuttavia, agli oppressi non restituiscono un bel niente. Fanno solo (un po’) ridere il loro pubblico. Che può essere di destra o di sinistra. Ma più spesso è (un po’) confuso.
Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa – Uno spettacolo italiano – ph Michele Lapini
Teatro di sinistra. Teatro di destra
Che sia di destra o di sinistra, questo tipo di comicità si nutre soprattutto di luoghi comuni, di notizie che hanno avuto larga visibilità, di frasi ripetute migliaia di volte, di cliché comportamentali.
E anche di slogan, mantra e parole rimasticate fino alla noia. Dall’inclusività (che è parola di sinistra) alla tutela della famiglia (un format di destra). Dall’accoglienza (a sinistra) alla salvaguardia dei confini nazionali (a destra).
Un po’ quello che succedeva in una vecchia canzone di Giorgio Gaber, nella quale si elencavano oggetti d’uso comune, buttandoli di qua o di là. La vasca da bagno (che sarebbe di destra) e la doccia (che ovviamente è di sinistra). La cioccolata svizzera (dx) e la Nutella (sx). Il collant (sx) e le calze a rete (dx).
Dentro questo tipo di comicità, i due comici, Niccolò e Nicola, si buttano a corpo morto. Il loro Spettacolo italiano è zeppo di tricolori e di circolari ministeriali, uomini in divisa e armi di difesa.
C’è, in bella mostra, perfino il busto marmoreo di un sottosegretario alla cultura. Una specie di convitato di pietra che dispensa dispacci, consigli e suggerimenti. Perché lo spettacolo che sta nascendo sia gradevolmente di destra.
ph Michele Lapini
Cosa che sembra piacere, o divertire perlomeno, il pubblico di sinistra, che nella replica in cui ho visto questo spettacolo italiano, affollava la sala.
Leggerezza
Ma si sa, in tempi difficili come i nostri, un po’ di comicità alleggerisce i cuori. E dopo spettacoli impegnativi, pensati, importanti, che Kepler-452 ha proposto al pubblico in questi anni – come quello sui licenziamenti in fabbrica, quello sui salvamenti in mare, quello sugli odiatori in rete – la leggerezza dei luoghi comuni, ogni tanto ci può stare. La raccomandava pure l’italo Calvino.
Basta che non diventi un’abitudine. Che è una cosa di destra. La continua disponibilità a cambiare invece è di sinistra.
– – – – – – – – – – – – UNO SPETTACOLO ITALIANO progetto, drammaturgia, regia Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi con Niccolò Fettarappa e Nicola Borghesi luci Tiziano Ruggia produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Agidi, Sardegna Teatro
Inaugurata a Cividale del Friuli lo scorso novembre, la mostra Piccoli personaggi, i fantocci di Maria Signorelli, prolungherà l’apertura fino a maggio, forse fino all’ estate. Ne avevo parlato mesi fa: ci torno su ora che è stato pubblicato il catalogo.
Maria Signorelli – Troll (1929) – ph Claudio Cescutti
Il pezzetto di tulle, lo spago, il feltro
Giuseppe Ungaretti – poeta di poche parole, come sappiamo, e versi brevi – non si risparmiava mica quando gli capitava di parlare di Maria Signorelli, signora delle figure, delle marionette, dei burattini. E non solo: magistrale creatrice di bambole e di fantocci.
“Da alcuni anni, sempre mi sono domandato – confessava Ungaretti negli anni Trenta – come ella [Maria Signorelli], nelle bambole indifferenti, puerile distrazione, sia arrivata percepire e a liberare voci così varie della natura e così complessa umanità”. E continuava: “quale potere ha questa giovane per rendere plastico e lirico il pezzetto di tulle, lo spago, il feltro, il vetro, la bambagia e la stoppa?”.
Il rango dell’arte
A tessere elogi di Maria Signorelli, giustamente ritenuta colei che in Italia, nel Novecento, ha elevato a rango d’arte, quelle figure che fino ad allora erano considerati giocattoli, pupazzi, divertimenti infantili, sono state innumerevoli voci.
Da Giorgio de Chirico a Anton Giulio Bragaglia a Guido Ceronetti. Per non parlare di tutte le avanguardie passate nella grande casa romana di famiglia, dove lei era cresciuta tra Ejzenštejn e Marinetti, Rodin e Casella.
Maria Signorelli e i suoi pupazzi
Sergej Djagilev, magico fondatore e impresario dei Balletti Russi, riferendosi a lei scriveva: “Penso che questa bambina diventerà qualcuno”. Poi rivolto alla madre, Olga Resnevič, biografa di Eleonora Duse, aggiungeva: “Mi mandi ogni anno una di queste bambolette, perché mi piacerebbe seguire un talento così originale e vedere cosa diventerà”.
Inoltre – e questa è davvero una sorpresa – a ricordarne l’impulso innovativo è stata anche gente come Carlo Verdone, o Lina Wertmueller, i quali, prima del cinema, allievi presso la mitica Accademica di Pietro Scharoff, avevano cominciato a manipolare con lei burattini e marionette.
Carlo Verdone e il pupazzo Pippo
Piccoli personaggi
Tutto ciò l’ho appreso assistendo, qualche giorno fa, alla presentazione del prezioso catalogo fotografico e documentario che accompagna la mostra Piccoli personaggi, i fantocci di Maria Signorelli, curata da Barbara Della Polla e Ennio Guerrato per conto dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cividale del Friuli.
Non solo un appuntamento editoriale, ma l’occasione per far incontrare chi professionalmente si occupa d’arte (James Bradburne, già direttore alla Pinacoteca di Brera; Federico Zanoner, curatore al Mart di Rovereto; Pietro Valle, architetto) e i tre figli di Signorelli: Giuseppina, Maria Letizia, Ignazio.
I quali, in modi diversi e pratico spirito divulgativo, hanno proseguito il lavoro di valorizzazione del teatro di figura, di cui la madre è stata musa infaticabile e incontestabile, studiosa, collezionista, animatrice, ma anche creatrice in proprio.
Girls (1930) – ph Claudio Cescutti
Fili sapienti, imbastiture, colle
I suoi fantocci – figure morbide, costruite in stoffa, non senza un tesoro di altri materiali, nastri, bottoni, perline, oggetti di recupero, che sapienti fili, imbastiture e colle legano tra loro – non erano infatti destinati al palcoscenico, come saranno invece poi le altre figure da lei inventate.
Erano invece innovative sculture destinate a un altro tipo di visione: ravvicinata, intima, capace di svelare, tra le pieghe dei tessuti e i piccoli punti che le fermano, l’enigmatica espressione dei volti, l’incanto narrativo delle posture.
Così è capitato che, nelle sale di Palazzo De Martiis, il contenitore espositivo che per questi mesi ospita decine di Piccoli Personaggi, figure felicemente ambientate tra i quadri di una collezione che punta in particolar modo alle avanguardie pittoriche russe di inizio Novecento (Tatlin, Rodčenko, Gončarova, Larionov…), in un pomeriggio di approfondimenti e racconti, si alternassero la storia dell’arte e le storie delle persone, l’aneddotica e la testimonianza.
Mefistofele (1933) – ph Claudio Cescutti
Fantocci e supermarionette
Dalla riscoperta della figura come antitesi all’umano, troppo umano, della scena realistica dell’800 (nella proposta della super-marionetta di Edward Gordon Craig, per esempio) ai legami concreti con le Avanguardie Storiche (Futurismo, Suprematismo, Espressionismo) il lavoro d’arte di Signorelli, respirava lo stesso clima in cui si muovevano i contemporanei Balla e Depero nella loro Ricostruzione Futurista dell’Universo (il manifesto del 1915).
Ma anche Vittorio Podrecca. Il legame con il creatore dei Piccoli, le marionette dei due mondi, nato però a Cividale, è del resto sancito dall’intitolazione del Centro Internazionale Podrecca Signorelli (CIPS) che nella città longobarda e friulana salvaguarda ed espone entrambi i lasciti. Migliaia di figure.
Largo al factoum
Sorpresa tra le sorprese, a beneficio dei presenti, è stata infine la rara visione di Largo al factotum, cortometraggio (1947) tratto dal Barbiere di Siviglia, in cui la selezione musicale rossiniana vede all’opera i burattini di Signorelli (mossi proprio da lei e dai suoi allievi) e il virtuosismo vocale del baritono Gino Bechi. Un pezzo raro, recuperato dagli archivi dell’Istituto Luce.
Il violinista (1930) – ph Claudio Cescutti
– – – – – – – – – – – – – – – catalogo della mostra PICCOLI PERSONAGGI I fantocci di Maria Signorelli
progetto promosso da Comune di Cividale del Friuli sindaco Daniela Bernardi assessore alla Cultura Angela Zappulla con la preziosa collaborazione di Giuseppina Volpicelli, Maria Letizia Volpicelli, Marco Schiavoni
a cura di Barbara Della Polla Ferrante e Ennio Guerrato
copertina del catalogo
organizzazione generale a cura dell’Ufficio Cultura del Comune di Cividale del Friuli: Elisabetta Gottardo, Michela Predan, Marco Craighero
partner di progetto: MART – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto – Casa d’arte Futurista Depero, Teatro Stabile FVG – Il Rossetti, CIRCI – Centro Internazionale di Ricerca della Cultura dell’Infanzia, Coop sociale Cinquantacinque – Scuola di Musica cinquantacinque con il contributo di Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia
Pare che in una delle repliche di Parallax, creazione del regista ungherese Kornél Mundruczó, lo scorso autunno al parigino Festival d’Automne, a metà dell’opera alcune spettatrici abbiano lasciato, rumorose e indispettite, la sala.
All’opposto, la sera del debutto dello stesso lavoro nella sala Strehler del Piccolo di Milano, non volava mosca. Un silenzio che si tagliava.
ph Nurith Wagner Strauss
Si potrebbe buttare giù qualche riflessione smaliziata, sulla diversità dei pubblici. Ma non mi pare sia questo il punto.
Piuttosto: perché se ne sono andate, che cosa le ha agitate, o nauseate. E che cosa, ugualmente, ci lascia immobili, ma pure noi turbati, sulle poltrone comode della più accreditata tra le sale milanesi.
Quel personaggio, una donna anziana, che in mezzo alla scena se la fa addosso? Un coca party tra maschi senza mutande e copule sessuali esplicite? (un’orgetta, per dirla in parole spicce). Un gesto che profana i paramenti della tradizione funeraria ebraica per farne stracci?
Quale di queste tre visioni, nei 110 minuti di Parallax (creato nel 2020), incide di più sulla sensibilità europea occidentale?
Un mondo a parte
L’Ungheria, la nazione da cui il cinquantenne Mundruczó proviene e in cui lavora (da artista indipendente, e con parecchie difficoltà), è un mondo a parte da quello occidentale.
Vuoi la lingua (inespugnabile, che lo spettacolo traduce con sottotitoli italiani e inglesi). Vuoi un percorso storico, altro da quello occidentale (dai fatti del ’56 fino ai recenti 15 anni di premierato di Orbán). Vuoi la governance politica in cui si ritrova oggi quel Paese: estranea, o meglio, estrema e distruttiva quinta colonna, nel pur articolato orizzonte delle politiche UE.
Ci lascia intendere, Mundruczó, che in Ungheria, diversamente magari che a Londra o Parigi o Berlino, il problema dell’identità risulta molto pressante, ancora molto divisivo. Identità etnica (quella ebrea). Identità di genere (quella lgbtq+). Identità politica (l’essere un cittadino, consenziente o dissenziente, di quel Paese).
Il groppo della famiglia
In tre capitoli – che sono, rispettivamente tre nomi, Éva, Jonas, Léna – Parallax ci mostra l’intreccio di tre storie, già intrecciate nel groppo di una famiglia. Immaginatevi a Budapest, 2003, che in realtà potrebbe essere oggi.
Éva, una donna anziana, rovista tra vecchi documenti: tra orrore e lacerante attrazione, recupera dalla memoria la propria nascita nel campo di sterminio di Auschwitz e fa della propria madre un’icona dolorosa della Shoa.
La figlia Léna, che è venuta a trovarla, prova a ribaltare quell’eredità in vantaggio: intende capitalizzare quel vissuto e quei documenti per assicurare al figlio, che vive come lei a Berlino, un futuro migliore di quello che le è toccato.
Suo figlio, Jonas, non sa che farsene di quei passati e esplora invece il proprio orientamento sessuale: confusamente gay, è rientrato per a Budapest per il funerale della nonna e affronta perplesso il clima sociale di un’Ungheria, che tra i paesi europei va a collocarsi all’ultimo posto in tema di diritti civili.
ph Nurith Wagner Strauss
Aggiungo, uscendo per un momento dalla narrazione, che l’identità professionale dello stesso regista e più in generale degli artisti ungheresi, è stata radicalmente messa in discussione in questo ultimo decennio: normalizzata, se non revocata, dall’occupazione politica che Orbán an ha esercitato sulle direzioni dei teatri e dei luoghi di cultura.
Parallax come parallasse
Lo stesso titolo, Parallax, cioè parallasse, è illuminante. Dice la fisica, che uno stesso oggetto sembra cambiare la sua posizione a seconda del punto di vista da cui lo osserviamo. Anche dal punto del tempo. L’altro ieri. Ieri. Oggi. Sostituite l’oggetto, mettete l’identità. Cambiare il punto di vista, ne cambia il senso.
Sul tema, a me rimangono impresse le parole del mio amico ungherese, il regista Giorgio Pressburger, fuggito dal Budapest nel drammatico ’56. Ripeteva che il mistero di ogni individuo non si risolve in uno sguardo solo: abbiamo tante identità quanti sono i nostri interlocutori. Un po’ pirandelliano, ma per un artista nato nel 1937 (e scomparso nel 2017) ci sta.
E d’altra parte, tendo a concordare con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo, quando adesso ci suggerisce che sia stata proprio l’enfatica sopravvalutazione delle identità (in altre parole: il wokismo) ad aver spinto le maggioranze, per reazione, verso le vittorie e la brutalità autoritaria dei Trump, dei Milei. E degli Orbán, naturalmente.
ph Nurith Wagner Strauss
Il fascino della catastrofe
La sto facendo difficile. O magari troppo facile. Ogni spettacolo firmato da Mundruczó (e dalla drammaturga e sceneggiatrice Kata Wéber, che è anche sua moglie) non si risolve mai in modo lineare. Non basta scioglierne i contenuti.
C’è qualcosa, nel fare teatrale di queste importanti figure dell’opposizione culturale ungherese, che travolge lo spettatore e lo lascia letteralmente senza parole. Avvinto dalla catastrofe.
Come, la scena che si ribaltava a 360 grandi, travolgendo tutto, in Imitation of life (al festival emiliano Vie nel 2019), come le torture efferate e sanguinolente di Hard to be a God (alla Biennale nel 2021). Al cinema, lo straziante parto in casa di Pieces of a Woman (2020), in parte autobiografico.
A volte è un crescendo che mette paura, con minacciose selezioni musicali. A volte appunto una catastrofe.
Succede anche qui in Parallax. Ma non starò certo a spiattellare i momenti più climax dello spettacolo, quelli inaspettati, quelli disturbanti, per rendervelo più mansueto.
Quelle torve nubi
Però se lo accostate alla visione del film Quel giorno tu sarai (2021, titolo originale Evolution) che Mundruczó e Wéber hanno realizzato sulle stesse tre storie (film proiettato a lato dello spettacolo al Piccolo) molti aspetti che in teatro restano nell’aura delle sensazioni, prendono corpo drammatico e visuale. Ad partire dalle immagini che ricostruiscono il primo ingresso dei polacchi nelle camere a gas di Auschwitz.
Film e spettacolo sono anch’essi oggetti, che per l’effetto di parallasse, possono mostrare dimensioni e sensi alternativi.
Il finale a teatro, sorprendente, aggiunge ancora un taglio diverso e, se posso esprimermi così, alleggerisce il peso di nubi torve.
Quindici anni di Proton Theatre
Resta da dire qualcosa sui meccanismi di una regia contemporanea in cui il ruolo delle riprese video, in diretta, con le cam in scena, è decisivo.
E resta qualcosa da dire anche sulla recitazione: un realismo e un’immediatezza – diciamo cinematografica – che qui in Italia si avverte assai raramente sui palcoscenici.
Va specificato che tutti, a cominciare da Éva, dell’inarrivabile Lili Monori, alla figlia Léna di Emőke Kiss-Végh, al nipote Jonas di Erik Major, lavorano da 15 anni per la compagnia indipendente Proton Theatre(che Mundruczó ha fondato nel 2009 con Dóra Büki) e che in un prolungato lavoro di ricerca e improvvisazione, modulato da Kata Wéber, hanno costruito assieme Parallax.
Kornél Mundruczó e Kata Wéber
La parola regia
Su questo concetto di collettivo, su questo lavoro d’équipe, il termine semplificante di regia andrebbe rimodulato e meglio circostanziato, in un contesto europeo che cambia.
Cambia nonostante Orbán e Trump, anzi a causa forse loro. E promette enormi trasformazioni. Sempre di più “in prossimità della vita”, come Mundruczó invita a fare.
– – – – – – – – – – – PARALLAX testo scritto da Kata Wéber, sulle improvvisazioni della compagnia regia Kornél Mundruczó con Lili Monori, Emőke Kiss-Végh, Erik Major, Roland Rába, Sándor Zsótér, Csaba Molnár, Soma Boronkay scene Monika Pormale costumi Melinda Domán luci András Éltető collaborazione artistica e producer Dóra Büki dramaturg Soma Boronkay, Stefanie Carp musica Asher Goldschmidt coreografia Csaba Molnár produzione Proton Theatre in coproduzione con Wiener Festwochen | Freie Republik Wien, Odéon-Théâtre de l’Europe, Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, HAU Hebbel am Ufer, Athens Epidaurus Festival, Festival d’Automne à Paris, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, International Summer Festival Kampnagel – Hamburg, CNDO Orléans, La Bâtie – Festival de Genève
Il nuovo spettacolo di Oscar De Summa si intitola L’infamante accusa di assenza. Il debutto, la settimana scorsa, al Teatro Metastasio di Prato.
ph Duccio Burberi
Così all’improvviso, un giorno, ti capitano in casa due tizi. Che volete? chiedi tu. Perché siete entrati? Non ti rispondono, parlano d’altro. Che bell’appartamento, ben arredato, dicono. Sì, ma che volete? perché siete qui?
Sono due tizi poco raccomandabili, lo si capisce al volo. Uno indossa un impermeabile beige, che è l’abbigliamento consueto dei commissari di polizia di una volta, o della letteratura di genere di adesso. L’altro è tutto vestito di nero e ha un pesce che svetta sopra la testa. Strano, no? Ha tutta l’aria dello scagnozzo.
Potrebbe essere l’inizio di qualche famoso romanzo. Metti Il processo di Kafka. Oppure una scena di un lavoro teatrale. Metti Il compleanno di Pinter. In tutti i casi, dopo un po’ che stanno lì a sparare cazzate e a girarci attorno, ti fanno finalmente sapere che su di te pende un’accusa. Tu non capisci. Però hai la coscienza tranquilla. Non ho fatto niente di male, ti ripeti. Ci dev’essere un equivoco.
Una infamante accusa
Non è né Kafka né Pinter. È l’inizio di un copione teatrale che Oscar De Summa ha scritto ed è stato allestito lo scorso fine settimana al Teatro Metastasio di Prato, nel bel mezzo della Toscana. Titolo: L’ infamante accusa di assenza.
Personalmente, ero abituato a collocare De Summa dentro ai suoi avvincentimonologhi di provincia. Per i quali, del resto, è noto e applaudito anche all’estero. La sorella di Gesù Cristo, per esempio, è stato da poco allestito in versione belga. Un altro, Stasera sono in vena, rimane uno dei campioni fra gli spettacoli del formato assolo. Avevo pure apprezzato Rette parallele, visto qualche mese fa alle Moline a Bologna.
Bestia teatrale da monologhi, stavolta De Summa si presenta invece come attore, drammaturgo, regista di un testo a 11 personaggi. Abbandona il filone biografico e autobiografico, e ci tiene a confezionare (con il contributo di Lorenzo Guerrieri) un prodotto un po’ farsesco e un po’ pensoso. Cui aggiunge un pistolotto esistenziale finale.
Per me, una delusione.
Nel girone infernale della colpa
Torniamo alla trama. La vittima della misteriosa burocrazia penale, di cui ho parlato prima, per fortuna non sono io. È Demi, una ragazza di neanche vent’anni che, suo malgrado, si ritrova coinvolta nell’infernale girone di un processo. L’accusa? Lo dice il titolo: assenza
Oscar De Summa – Valeria Sibona – ph Duccio Burberi
Assenza, da che? In principio non è chiaro. Lo si scopre solo più avanti, quando di fronte all‘incriminazione di assenza, Demi si dichiarerà colpevole.
Strappata dalla sua bella casa, alla sua adolescenza, la ragazza finisce infatti sul banco degli imputati. In un tribunale. Spazio della giustizia. E spesso pure del teatro.
Drammaturghi in tribunale
Di tribunali il teatro di ogni tempo è pieno. Da quello che giudica e assolve Oreste, con conseguenze piuttosto impegnative per le sorti del mondo (“la democrazia!”). Ai tanti processi che hanno per protagonisti i contestatori. Da Giovanna d’Arco (Paul Claudel) a Galileo (Bertolt Brecht). Per non parlare di Gesù. Anche la gente qualsiasi però. E questo è il filone in cui si inserisce il testo di De Summa. Un “giallo esistenziale. Lo dice lui stesso all’inizio, classificando il proprio lavoro.
Davanti a giudici uno come Pinocchio restava solo. Il teatro ha bisogno invece di qualche comparsa in più, per movimentare la scena. Un giudice, un avvocato, una pubblica accusa, un usciere. Qui ci sono tutti. E il poliziesco kafkiano dell’inizio si trasforma in farsa. Questo è il tono caricaturale, chiassoso, allucinato in cui si svolge il processo a Demi.
ph Duccio Burberi
Se si ama questo genere di dialoghi, grotteschi, il dibattito processuale può risultare divertente. Non è il mio caso. De Summa scomoda celebrità, da Kurt Cobain a Nanni Moretti, ma anche superficiali giochi di parole (“la danza del mentre”) o piccole inutili volgarità: “al vostro vicino puzza il fiato?” è una domanda che viene rivolta al pubblico che assiste alle esuberanti prove attorali dei quattro tribunalizi.
Requisitoria, arringa, obiezione, il repertorio classico del dibattimento processuale si ingolfa tra le battute, gli scherzi, la caciara, la commedia all’italiana. Parlano e straparlano, in toga e parrucca, lo stesso De Summa e assieme a lui Mattia Fabris, Lorenzo Guerrieri, Andrea Macaluso.
ph Duccio Burberi
La povera Demi (Valeria Sibona), intimidita, impotente, costretta alla sbarra degli imputati, non spiaccica parola. Anche perché quei quattro marpioni non la fanno parlare. Lei tace e acconsente.
Colpevole
La parte più pensosa del testo arriva adesso, quando Demi si riconosce colpevole.
Il che, se ho capito bene, farebbe riferimento allo scollamento di una generazione giovane (Demi ha 18 anni, la Generazione Z, gli Zoomer) e tecnologicamente avanzata (Demi smanetta agilmente su tutti i device).
La generazione – dicono – del congelamento emotivo, dell’inadeguatezza di fronte alle responsabilità, dell’assenza di empatia. Il richiudersi nel proprio io davanti al dolore del mondo.
Valeria Sibona – ph Duccio Burberi
Dice Demi:
“E allora li tengo chiusi quesi miei occhi Quasi completamente Per non vedere le bombe cadere sulle case dei civili Per non vedere che fiumi ingrossarsi e strappare via alberi case e speranze Per non vedere i miei coetanei accasciarsi a terra con un taglio nella pancia Per non vedere madri consegnare a soldati sconosciuti i loro figli Per non sentire il rumore che fanno migliaia di uomini che gridano per favore Per non vedere scivolare verso il fondo bambini con la pagella cucita nella giacca Per non capire il motivo di certe corde intorno al collo”.
Tutto questo ce lo racconta lei stessa, nello spiegone finale: il lungo monologo in cui si accalcano le visioni più drammatiche servite alla nostra coscienza dalla storia attuale ( forse sarebbe più giusto dire dai media che provano a raccontarla).
Attenzione però, l’ikikomori (il nome giapponese del fenomeno estremo di chi si rinchiude nella propria abitazione e evita qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, anche con i familiari) è già uscito dall’agenda di quegli stessi media. Cioè, non fa più notizia.
Una sparata di tromba
La scena (di Lorenzo Banci, con le luci di Matteo Gozzi) ha vividi colori. I costumi (di Chiara Lanzillotta) sono fantasiosi. Ogni tanto un controluce e una sparata di tromba segnano gli stacchi tra le scene. Alla fine, verso il settantesimo minuto, un’altra inutile volgarità dell’usciere manda tutti a casa. Buio. Fine.
ph Duccio Burberi
Pochi i rappresentanti della Generazione Z nella replica domenicale, a cui ho assistito al Teatro Metastasio di Prato. Mediamente rappresentati i Millennial. Moltissimi i Boomer. Un pubblico vario, che lascia la sala – così è parso almeno a me – impensierito tanto quanto vi era entrato.
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L’INFAMANTE ACCUSA DI ASSENZA di Oscar De Summa con un contributo di Lorenzo Guerrieri con Oscar De Summa, Mattia Fabris, Lorenzo Guerrieri, Andrea Macaluso, Valeria Sibona assistente alla regia Tommaso Rotella progetto luci Matteo Gozzi progetto musicale Oscar De Summa scene Lorenzo Banci costumi Chiara Lanzillotta produzione Teatro Metastasio di Prato
Non gliel’ho chiesto mai. Anche se le occasioni ci sarebbero state. Non gliel’ho chiesto, eppure credo che Luca Ronconi non amasse il mare, le spiagge, il sole. Troppa gente, troppa luce, troppa esposizione per un uomo che per tutta la vita si è schermato, dicendo “ho sempre preferito non lasciare traccia”.
E tuttavia, tracce, è inevitabile lasciarne.
ph Luigi Laselva
Nascendo, prima di tutto. Oggi è l’8 marzo, e proprio in questa data, nel 1933, Ronconi nasceva a Susa, che è una delle città più belle (e più fenicie) della Tunisia. Susa è sul mare, ma solo per caso.
Susa, Tunisia
Attorno a quella nascita, mitologica quasi, negli anni Trenta, in quel luogo tanto esotico, apparentemente, molto si è congetturato. A cominciare dalle domande, brevi e puntute, che gli rivolto Dacia Maraini raccogliendo, alla fine degli anni Sessanta, flash dall’infanzia di numerose personalità: ventisei uomini e donne che stavano “facendo il Novecento” (E tu chi eri?, Bompiani, 1973). A Ronconi, Dacia Maraini aveva chiesto:
Tu dove sei nato? A Susa, in Tunisia, l’8 marzo 1933.
Da una famiglia ricca o povera? Né ricca né povera.
Che mestiere faceva tuo padre? Mio padre? Mah, andava in giro per il mondo.
A far che? Boh, vendeva delle cose.
Quali cose? Sai, con mio padre non ci ho vissuto affatto. La mia famiglia è solo mia madre. Appena sono nato io, mio padre e mia madre si sono divisi.
E che faceva tua madre in Tunisia? Insegnava. Era il tempo delle scuole italiane all’estero.
Cosa insegnava? Insegnava lettere in una scuola italiana di Tunisi.
E perché si sono divisi i tuoi genitori? Te l’hanno mai detto? Gliel’hai mai chiesto? Non gliel’ho mai chiesto.
Non ci si può sbagliare: totale reticenza. Della nascita laggiù a Susa, così distante da Roma (dove stavano tutte le sue radici) e così coloniale, Ronconi ha preferito disperdere le tracce, confondendole spesso, aprendo piste divergenti.
La scuola italiana di Susa (Tunisia)
“Data la natura del personaggio, è d’obbligo l’incertezza” sostiene Giovanni Agosti che ha curato l’edizione di Prove di autobiografia, abbozzo di un ritratto di sé , registrato e trascritto in parole da Maria Grazia Gregori, e pubblicato con un corpus vasto e minuziose di note da Feltrinelli (2019).
Civitella Benazzone, vicino a Gubbio
Da un certo momento in poi, però, le tracce non si possono più confondere. Sono gli altri a seguirle, a fissarle, e poi diventano storia.
Luca Ronconi è morto a Milano, il 21 febbraio del 2015, 81 anni, mentre al Piccolo si replicava il suo ultimo spettacolo, Lehman Trilogy. Tre giorni dopo, per volontà espressa, il rito funebre si è svolto in Umbria, in un paesino schivo come lui.
Civitella Benazzone sta su una collina non troppo distante da quella dove, sotto l’occhio vigile di Gae Aulenti, lui aveva messo su casa. È vicina, anche, alla collina dove si trova l’edificio ristrutturato per essere luogo di studio, progettazione, sperimentazione per giovani attori, fondato nel 2001 da lui e da Roberta Carlotto, il casale che oggi è il Centro Teatrale Santacristina.
Sulla strada che porta a frazione Santa Cristina si incontra il bivio per Civitella Benazzone, frazione di un’altra frazione che, significativamente, si chiama Casa del Diavolo.
Più volte, percorrendo quella strada del diavolo, ho pensato di prendere la via di Civitella. Una volta l’ho fatto. In pochi chilometri e poche curve si sale al paese, che si aggrappa alla chiesa dei santi Andrea e Biagio.
In quello slargo, tre giorni dopo la scomparsa di Ronconi, si è consumato l’ultimo saluto. Cerimonia privata, ma con tanta gente, pianti, abiti e occhiali scuri, sui quali la sua sagace intelligenza si sarebbe certo divertita a ricamare.
Cimiteri di campagna
A me non piacciono i cimiteri. Non ci vado mai, da sempre. Ho fatto qualche eccezione: due riguardavano la mia famiglia, un’altra il Monumentale di Milano, un’altra ancora quello di Bolgheri, e poi questa, a Civitella Benazzone. La sola traccia che Ronconi, intenzionalmente, abbia inteso lasciare.
Civitella Benazzone, vista dal cimitero
Il cimitero di Civitella si trova poco fuori dal paese. In un settore un po’ discosto dal campo di sepoltura principale, c’è la piccola costruzione, affiancata da altre, di impianto verticale: la sua cappella di famiglia.
Con famiglia intendo, oltre alle sue, le spoglie della madre Fernanda Nardi e quelle di Mariannunziata “Nunzi” Gioseffi, insostituibile compagna di lavoro teatrale per lungo tempo, fino alla scomparsa, 17 anni prima di lui. Essenziale l’interno: pareti di marmo, un inaspettato imbuto di metallo per i fiori, una croce latina, basta.
Civitella Benzazzone – cappella Ronconi
L’aveva pensata e progettata lui, questa cappella, con l’aiuto dell’architetto e amico Marco Ferroni. E con quello di Margherita Palli, scenografa.
Davanti al piccolo edificio e tutto intorno, si respira l’aria calma e silenziosa che io associo al cimitero carducciano di Bolgheri, quello dei cipressetti, alti e schietti. Ma qui sono più numerosi i pini marittimi, la vista cade sulle vigne circostanti e sulle quinte collinari umbre, decisamente lontane dal mare, dalle folle.
8 marzo
Direte voi: ma ti pare il caso di parlare di cimiteri proprio nel giorno in cui cade l’anniversario della nascita?
Di tutto il teatro che Ronconi ha fatto, duecentocinquanta spettacoli, delle sue ingegnose costruzioni di scena, sorprendenti sempre, della sua analisi dei testi affidata alla voce dei suoi attori (e attrici, beninteso,) dei palcoscenici infine e delle città che lo hanno ospitato, restano oggi tracce numerosissime: archivi, registrazioni, filmati, libri, rassegne stampa….
E resta soprattutto la personale memoria di ciascuno di noi, spettatori del suo teatro. Che però, per definizione, è qualcosa che non persiste, che sbiadisce.
Così, proprio oggi, 8 marzo, data della nascita, mi pare che la traccia più solida e duratura che di lui ci rimane, sia proprio questa piccola cappella, in Umbria, in un cimitero di campagna. Come in un’elegia.
Non era così
“Ho sempre preferito non lasciare traccia”, oltre che una sua frase, era il titolo di un convegno, che si era svolto nel maggio 2024 a Roma,e a lui dedicato. Adesso, in occasione del decennale, molti sono poi stati, sui media, i modi per ricordarlo.
ph Luigi Laselva
Per il numero 2/2025 del trimestrale Hystrio, ho scritto un articolo che inanella tutte le manifestazioni che, a cominciare da febbraio 2025, sono state programmate in molti teatri d’ Italia.
Imminente è quella intitolata Non era così, un ritratto di Luca Ronconi, che gemella i due teatri nazionali che Ronconi ha diretto per un ventennio di memorabili spettacoli. Il Teatro di Roma e il Piccolo di Milano.
Per la cura e la regia di Giacomo Bisordi, le due città hanno previsto due eventi speciali (a Roma, il 10 marzo) (a Milano, il 17), che metteranno assieme, oltre a numerosi materiali e testimonianze sugli spettacoli prodotti su quei palcoscenici, un gruppo fedele di attori che dal vivo si confronteranno con i loro personaggi di allora. Da Massimo Popolizio a Anna Maria Guarnieri, da Franco Branciaroli a Laura Marinoni, e poi ancora Galatea Ranzi, Massimo De Francovich, Giovanni Crippa.
Quattro repliche, all’Arena del Sole a Bologna, per A place of safety, il nuovo lavoro teatrale della compagnia Kepler-452. “La verità dell’Europa sta ai suoi confini”.
ph Dario Boso per Emergency
58 metri di nave. 156 naufraghi salvati
Il 9 luglio 2024 Enrico Baraldi e Nicola Borghesi, ovvero Kepler-452, si sono imbarcati su Sea-Watch 5. Cinquantotto metri di nave, attrezzati per la ricerca e il salvamento in mare, in particolare nel Mediterraneo centrale.
Su Il Fatto Quotidiano e, lateralmente su Facebook, è stato pubblicato il diario-reportage di questa esperienza: due uomini di teatro sulla nave di una ONG, che in quel viaggio ha salvato 156 persone.
“Andiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto – scrivevano Borghesi e Baraldi nel giorno dell’imbarco – cercare un posto in cui succede qualcosa che ci pare importante, esserne testimoni diretti, per poi tornare in teatro e condividere quello che abbiamo visto, pensato, scoperto, intuito con chi ci viene a vedere”.
Adesso, quelle cinque settimane di esperienza sono diventate un titolo A place of safety e – ho parecchio pudore a usare questa parola – uno spettacolo teatrale. Potentissimo.
Mediterraneo centrale
Se zoomate la foto, potrete vedere una vedetta della cosiddettaGuardia Costiera Libica. che sta inseguendo, armi in pugno, un barchino di migranti.
Non sappiamo se li hanno affondati. Oppure li hanno riportati indietro, sulla costa libica. Se li hanno sbattuti nelle loro carceri e torturati. Se moriranno di una morte peggiore di quella per acqua.
Porti sicuri
A place of safety significa un porto sicuro. Perché ogni operazione di salvamento in mare si completa solo con lo sbarco in un luogo sicuro. Sicurezza che non può essere solo materiale: la terraferma, lo scampato pericolo di perdere la vita. Dev’essere anche sicurezza giuridica, come esige una legge sovranazionale: la riconquista dei fondamentali diritti umani.
Lo fanno le navi delle ONG. Lo fa anche la Sea-Watch 5, e il suo equipaggio.
Sea-Watch 5
Raccontare A place of safety, lo spettacolo, non è per niente facile. Alcuni di noi, giornalisti, hanno provato a farlo.
Sfidando il rischio della retorica, che piomba sempre addosso, quando il tema è “soccorso umanitario”. Sfidando pure la certezza della polarizzazione e gli insulti di commentatori e haters on line che, quando il tema è “migranti”, non sanno staccare i polpastrelli dalla tastiera e continuano a scrivere “taxi del mare”, “trafficanti di esseri umani”.
Io credo, e magari dico anche a loro, che prima di parlare o scrivere, bisognerebbe vederlo, questo Aplace of safety. Che non è uno spettacolo sui “migranti”: non c’è un solo migrante in scena (come non c’era nell’altro spettacolo di Kepler-452 che parlava di immigrazione, Perdere le cose, 2019).
Perché il soggetto su cui Baraldi e Borghesi hanno impostato la loro narrazione non è il coraggio o la disperazione delle centinaia di persone che ogni santo giorno, mese per mese, anno per anno, affrontano su barchini e gommoni le onde del Mediterraneo. Questo spazio geografico, che per chi abita le coste a Nord, è un mare con la sua storia e i suoi miti. Per i molti che partono dalle coste a Sud è invece un cimitero. No, una fossa comune.
Sul palcoscenico
A place of safety racconta il lavoro di quel ridottissimo gruppo di europei, bianchi, professionalizzati, che ogni giorno si impegna a evitare quelle morti. Presidiano il mare, accolgono a bordo persone in difficoltà, forniscono loro la prima assistenza, li fanno approdare in un place of safety.
A place of safety – ph Luca Del Pia
E queste persone sono là, in palcoscenico: Flavio Catalano italiano, Miguel Duarte portoghese, Giorgia Linardi e Floriana Pati, italiane entrambe, José Ricardo Peña texano, immigrato messicano di seconda generazione. Assieme a Borghesi.
In rappresentanza infinitesimale di tutti coloro che hanno deciso di fare questo mestiere. Salvare. Accanto a loro, nella scena iniziale, un cumulo di giubbotti di salvataggio, quelli arancione, e in alto la passerella per l’imbarco, e poi per lo sbarco at the place of safety.
Non professionisti
Se scrivo “attori non professionisti” scrivo una sciocchezza. Un marinaio (con le stellette della Marina Militare, messe da parte), un’infermiera (che si è lasciata alle spalle le corsie dell’ospedale), un capo-missione (che si interroga spesso sul senso della propria missione), un elettricista tuttofare (anche pagliaccio di bordo, per bambini, là sulla nave), una consulente legale (che insegna Diritto dei migranti alla Bicocca di Milano), sono il massimo grado del professionismo. Professionisti della vita.
ph Luca Del Pia
Qui, sul palcoscenico la riportano con tutta la propria esperienza di mare, acquisita in centinaia di salvamenti. Smentendo la stessa parola teatro. È un documento, piuttosto, questo che espongono al pubblico, con i loro corpi e la loro voce. Un documento tridimensionale. Agghiacciante, tragico, emozionante, se vogliamo riaprire il varco agli aggettivi della retorica.
Una missione
Quali sono i problemi che sorgono quando si vogliono raccontare le loro storie, la loro missione? (missione: altra parola complicata da usare, con la deriva coloniale e evangelica che comporta).
Il primo problema è l‘indifferenza. Il callo che noi europei, bianchi, abbiamo fatto alle morti in mare. Solo il naufragio di Cutro, solo il piccolo Alan sulle coste della Turchia, hanno ribaltato per qualche giorno le agende dei media. Come provare a togliersi di dosso l’indifferenza? Andare a vedere A place of safety.
Il secondo si chiama white saviorism. È l’immagine stereotipata del braccio dell’uomo bianco, che dall’alto si tende verso il basso, per salvare dal mare l’uomo non-bianco. Pelle bianca, nutrita dal colonialismo ha costruito l’Europa, così com’è adesso. Pelle bianca, che ha in tasca alcuni fra i passaporti più potenti al mondo. Come confrontarsi con la zavorra del white saviorism? Andare a vedere A place of safety.
ph Luca Del Pia
C’è un ostacolo. Questo spettacolo (che Kepler-452 ha realizzato con il sostegno produttivo di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato e Css – teatro stabile d’innovazione del Friuli Venezia Giulia), esaurite adesso le 4 repliche qui a Bologna, si potrà vedere altrove solo alla fine del prossimo autunno. Perché chi salva vite in mare lavora a migliaia di chilometri di distanza dai calendari dei teatri.
Europa
Era un problema anche perIl capitale (2022), il precedente lavoro di Kepler-452, che portava in scena gli operai metalmeccanici licenziati della GKN di Campi Bisenzio, provincia di Firenze. Eppure, quei “non professionisti”, sono riusciti in questo modo a far conoscere la loro storia, tutta toscana, in tutta Europa. Anche nel tempio teatrale tedesco della Schaubühne di Berlino.
Nicola Borghesi sulla Sea-Watch 5
Allora: è solo il Mediterraneo, o è anche l’Europa ciò che guardiamo da questo palcoscenico? L’Europa, sicuramente, perché ciò che Kepler-452 ha visto e registrato dai ponti della Sea-Watch 5 è il panorama “che si ammira dai confini del continente”.
Come ci rammenta Borghesi, verso fine di A place of safety: “presto o tardi diventeremo ciò che facciamo in questo tratto di mare. Da qui si vede chiaramente che l’unica verità dell’Europa è nei suoi confini”.
Quei confini tra il Nord e il Sud del mondo, a cui Alessandro Leogrande aveva dedicato il suo libro La frontiera (2015).
C’è un sacco di gente che oggi lavora per murarla, blindarla, filospinarla, piantonarla con armi, questa frontiera. Se potessero, anche sul mare. Soprattutto in Italia, perché ce l’abbiamo tutta intorno, vicina. Troppo, sostengono.
Eppure quando alla fine, a chiudere il lavoro di Kepler-452, arriva il Battiato di E ti vengo a cercare, all’Arena del Sole a Bologna, la commozione, l’empatia, le lacrime, i lunghissimi applausi, sembrano, per un momento, cancellare l’esistenza di tutti i salviniani, gli orbani, i trumpiani di questa irriconoscibile Europa. Solo per un momento, però. La durata di una canzone.
E ti vengo a cercare Anche solo per vederti o parlare Perché ho bisogno della tua presenza Per capire meglio la mia essenza.
ph Geraldine Morat Hofmeier
– – – – – – – – – – – – – – – – – A PLACE OF SAFETY di Kepler-452 regia e drammaturgia Nicola Borghesi e Enrico Baraldi con le parole di Flavio Catalano, Miguel Duarte, Giorgia Linardi, Floriana Pati, José Ricardo Peña, anche interpreti insieme a Nicola Borghesi assistente alla regiaRoberta Gabriele scene e costumi Alberto Favretto disegno luci Maria Domènech musiche Massimo Carozzi consulente per il movimento Marta Ciappina produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Metastasio di Prato, CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, Théâtre des 13 vents CDN Montpellier (Francia) in collaborazione con Sea-Watch e EMERGENCY il progetto gode del sostegno del bando Culture Moves Europe, finanziato dall’Unione Europea e da Goethe-Institut
A place of safety sarà in scena il 2 dicembre 2025 al Teatro Palamostre di Udine, e dal 4 al 7 dicembre 2025 al Teatro Metastasio di Prato.