Non gliel’ho chiesto mai. Anche se le occasioni ci sarebbero state. Non gliel’ho chiesto, eppure credo che Luca Ronconi non amasse il mare, le spiagge, il sole. Troppa gente, troppa luce, troppa esposizione per un uomo che per tutta la vita si è schermato, dicendo “ho sempre preferito non lasciare traccia”.
E tuttavia, tracce, è inevitabile lasciarne.

Nascendo, prima di tutto. Oggi è l’8 marzo, e proprio in questa data, nel 1933, Ronconi nasceva a Susa, che è una delle città più belle (e più fenicie) della Tunisia. Susa è sul mare, ma solo per caso.
Susa, Tunisia
Attorno a quella nascita, mitologica quasi, negli anni Trenta, in quel luogo tanto esotico, apparentemente, molto si è congetturato. A cominciare dalle domande, brevi e puntute, che gli rivolto Dacia Maraini raccogliendo, alla fine degli anni Sessanta, flash dall’infanzia di numerose personalità: ventisei uomini e donne che stavano “facendo il Novecento” (E tu chi eri?, Bompiani, 1973). A Ronconi, Dacia Maraini aveva chiesto:
Tu dove sei nato?
A Susa, in Tunisia, l’8 marzo 1933.
Da una famiglia ricca o povera?
Né ricca né povera.
Che mestiere faceva tuo padre?
Mio padre? Mah, andava in giro per il mondo.
A far che?
Boh, vendeva delle cose.
Quali cose?
Sai, con mio padre non ci ho vissuto affatto. La mia famiglia è solo mia madre. Appena sono nato io, mio padre e mia madre si sono divisi.
E che faceva tua madre in Tunisia?
Insegnava. Era il tempo delle scuole italiane all’estero.
Cosa insegnava?
Insegnava lettere in una scuola italiana di Tunisi.
E perché si sono divisi i tuoi genitori? Te l’hanno mai detto? Gliel’hai mai chiesto?
Non gliel’ho mai chiesto.
Non ci si può sbagliare: totale reticenza. Della nascita laggiù a Susa, così distante da Roma (dove stavano tutte le sue radici) e così coloniale, Ronconi ha preferito disperdere le tracce, confondendole spesso, aprendo piste divergenti.

“Data la natura del personaggio, è d’obbligo l’incertezza” sostiene Giovanni Agosti che ha curato l’edizione di Prove di autobiografia, abbozzo di un ritratto di sé , registrato e trascritto in parole da Maria Grazia Gregori, e pubblicato con un corpus vasto e minuziose di note da Feltrinelli (2019).
Civitella Benazzone, vicino a Gubbio
Da un certo momento in poi, però, le tracce non si possono più confondere. Sono gli altri a seguirle, a fissarle, e poi diventano storia.

Luca Ronconi è morto a Milano, il 21 febbraio del 2015, 81 anni, mentre al Piccolo si replicava il suo ultimo spettacolo, Lehman Trilogy. Tre giorni dopo, per volontà espressa, il rito funebre si è svolto in Umbria, in un paesino schivo come lui.
Civitella Benazzone sta su una collina non troppo distante da quella dove, sotto l’occhio vigile di Gae Aulenti, lui aveva messo su casa. È vicina, anche, alla collina dove si trova l’edificio ristrutturato per essere luogo di studio, progettazione, sperimentazione per giovani attori, fondato nel 2001 da lui e da Roberta Carlotto, il casale che oggi è il Centro Teatrale Santacristina.
Sulla strada che porta a frazione Santa Cristina si incontra il bivio per Civitella Benazzone, frazione di un’altra frazione che, significativamente, si chiama Casa del Diavolo.
Più volte, percorrendo quella strada del diavolo, ho pensato di prendere la via di Civitella. Una volta l’ho fatto. In pochi chilometri e poche curve si sale al paese, che si aggrappa alla chiesa dei santi Andrea e Biagio.
In quello slargo, tre giorni dopo la scomparsa di Ronconi, si è consumato l’ultimo saluto. Cerimonia privata, ma con tanta gente, pianti, abiti e occhiali scuri, sui quali la sua sagace intelligenza si sarebbe certo divertita a ricamare.
Cimiteri di campagna
A me non piacciono i cimiteri. Non ci vado mai, da sempre. Ho fatto qualche eccezione: due riguardavano la mia famiglia, un’altra il Monumentale di Milano, un’altra ancora quello di Bolgheri, e poi questa, a Civitella Benazzone. La sola traccia che Ronconi, intenzionalmente, abbia inteso lasciare.

Il cimitero di Civitella si trova poco fuori dal paese. In un settore un po’ discosto dal campo di sepoltura principale, c’è la piccola costruzione, affiancata da altre, di impianto verticale: la sua cappella di famiglia.
Con famiglia intendo, oltre alle sue, le spoglie della madre Fernanda Nardi e quelle di Mariannunziata “Nunzi” Gioseffi, insostituibile compagna di lavoro teatrale per lungo tempo, fino alla scomparsa, 17 anni prima di lui. Essenziale l’interno: pareti di marmo, un inaspettato imbuto di metallo per i fiori, una croce latina, basta.

L’aveva pensata e progettata lui, questa cappella, con l’aiuto dell’architetto e amico Marco Ferroni. E con quello di Margherita Palli, scenografa.
Davanti al piccolo edificio e tutto intorno, si respira l’aria calma e silenziosa che io associo al cimitero carducciano di Bolgheri, quello dei cipressetti, alti e schietti. Ma qui sono più numerosi i pini marittimi, la vista cade sulle vigne circostanti e sulle quinte collinari umbre, decisamente lontane dal mare, dalle folle.
8 marzo
Direte voi: ma ti pare il caso di parlare di cimiteri proprio nel giorno in cui cade l’anniversario della nascita?
Di tutto il teatro che Ronconi ha fatto, duecentocinquanta spettacoli, delle sue ingegnose costruzioni di scena, sorprendenti sempre, della sua analisi dei testi affidata alla voce dei suoi attori (e attrici, beninteso,) dei palcoscenici infine e delle città che lo hanno ospitato, restano oggi tracce numerosissime: archivi, registrazioni, filmati, libri, rassegne stampa….
E resta soprattutto la personale memoria di ciascuno di noi, spettatori del suo teatro. Che però, per definizione, è qualcosa che non persiste, che sbiadisce.
Così, proprio oggi, 8 marzo, data della nascita, mi pare che la traccia più solida e duratura che di lui ci rimane, sia proprio questa piccola cappella, in Umbria, in un cimitero di campagna. Come in un’elegia.
Non era così
“Ho sempre preferito non lasciare traccia”, oltre che una sua frase, era il titolo di un convegno, che si era svolto nel maggio 2024 a Roma, e a lui dedicato. Adesso, in occasione del decennale, molti sono poi stati, sui media, i modi per ricordarlo.

Per il numero 2/2025 del trimestrale Hystrio, ho scritto un articolo che inanella tutte le manifestazioni che, a cominciare da febbraio 2025, sono state programmate in molti teatri d’ Italia.
Imminente è quella intitolata Non era così, un ritratto di Luca Ronconi, che gemella i due teatri nazionali che Ronconi ha diretto per un ventennio di memorabili spettacoli. Il Teatro di Roma e il Piccolo di Milano.
Per la cura e la regia di Giacomo Bisordi, le due città hanno previsto due eventi speciali (a Roma, il 10 marzo) (a Milano, il 17), che metteranno assieme, oltre a numerosi materiali e testimonianze sugli spettacoli prodotti su quei palcoscenici, un gruppo fedele di attori che dal vivo si confronteranno con i loro personaggi di allora. Da Massimo Popolizio a Anna Maria Guarnieri, da Franco Branciaroli a Laura Marinoni, e poi ancora Galatea Ranzi, Massimo De Francovich, Giovanni Crippa.


Il programma della serata di Roma (lunedì 10 marzo, al Teatro Argentina)
Il programma della serata di Milano (lunedì 17 marzo, al Teatro Studio Melato)
