Il nuovo spettacolo di Oscar De Summa si intitola L’infamante accusa di assenza. Il debutto, la settimana scorsa, al Teatro Metastasio di Prato.

Così all’improvviso, un giorno, ti capitano in casa due tizi. Che volete? chiedi tu. Perché siete entrati? Non ti rispondono, parlano d’altro. Che bell’appartamento, ben arredato, dicono. Sì, ma che volete? perché siete qui?
Sono due tizi poco raccomandabili, lo si capisce al volo. Uno indossa un impermeabile beige, che è l’abbigliamento consueto dei commissari di polizia di una volta, o della letteratura di genere di adesso. L’altro è tutto vestito di nero e ha un pesce che svetta sopra la testa. Strano, no? Ha tutta l’aria dello scagnozzo.
Potrebbe essere l’inizio di qualche famoso romanzo. Metti Il processo di Kafka. Oppure una scena di un lavoro teatrale. Metti Il compleanno di Pinter. In tutti i casi, dopo un po’ che stanno lì a sparare cazzate e a girarci attorno, ti fanno finalmente sapere che su di te pende un’accusa. Tu non capisci. Però hai la coscienza tranquilla. Non ho fatto niente di male, ti ripeti. Ci dev’essere un equivoco.
Una infamante accusa
Non è né Kafka né Pinter. È l’inizio di un copione teatrale che Oscar De Summa ha scritto ed è stato allestito lo scorso fine settimana al Teatro Metastasio di Prato, nel bel mezzo della Toscana. Titolo: L’ infamante accusa di assenza.
Personalmente, ero abituato a collocare De Summa dentro ai suoi avvincenti monologhi di provincia. Per i quali, del resto, è noto e applaudito anche all’estero. La sorella di Gesù Cristo, per esempio, è stato da poco allestito in versione belga. Un altro, Stasera sono in vena, rimane uno dei campioni fra gli spettacoli del formato assolo. Avevo pure apprezzato Rette parallele, visto qualche mese fa alle Moline a Bologna.
Bestia teatrale da monologhi, stavolta De Summa si presenta invece come attore, drammaturgo, regista di un testo a 11 personaggi. Abbandona il filone biografico e autobiografico, e ci tiene a confezionare (con il contributo di Lorenzo Guerrieri) un prodotto un po’ farsesco e un po’ pensoso. Cui aggiunge un pistolotto esistenziale finale.
Per me, una delusione.
Nel girone infernale della colpa
Torniamo alla trama. La vittima della misteriosa burocrazia penale, di cui ho parlato prima, per fortuna non sono io. È Demi, una ragazza di neanche vent’anni che, suo malgrado, si ritrova coinvolta nell’infernale girone di un processo. L’accusa? Lo dice il titolo: assenza

Assenza, da che? In principio non è chiaro. Lo si scopre solo più avanti, quando di fronte all‘incriminazione di assenza, Demi si dichiarerà colpevole.
Strappata dalla sua bella casa, alla sua adolescenza, la ragazza finisce infatti sul banco degli imputati. In un tribunale. Spazio della giustizia. E spesso pure del teatro.
Drammaturghi in tribunale
Di tribunali il teatro di ogni tempo è pieno. Da quello che giudica e assolve Oreste, con conseguenze piuttosto impegnative per le sorti del mondo (“la democrazia!”). Ai tanti processi che hanno per protagonisti i contestatori. Da Giovanna d’Arco (Paul Claudel) a Galileo (Bertolt Brecht). Per non parlare di Gesù. Anche la gente qualsiasi però. E questo è il filone in cui si inserisce il testo di De Summa. Un “giallo esistenziale. Lo dice lui stesso all’inizio, classificando il proprio lavoro.
Davanti a giudici uno come Pinocchio restava solo. Il teatro ha bisogno invece di qualche comparsa in più, per movimentare la scena. Un giudice, un avvocato, una pubblica accusa, un usciere. Qui ci sono tutti. E il poliziesco kafkiano dell’inizio si trasforma in farsa. Questo è il tono caricaturale, chiassoso, allucinato in cui si svolge il processo a Demi.

Se si ama questo genere di dialoghi, grotteschi, il dibattito processuale può risultare divertente. Non è il mio caso. De Summa scomoda celebrità, da Kurt Cobain a Nanni Moretti, ma anche superficiali giochi di parole (“la danza del mentre”) o piccole inutili volgarità: “al vostro vicino puzza il fiato?” è una domanda che viene rivolta al pubblico che assiste alle esuberanti prove attorali dei quattro tribunalizi.
Requisitoria, arringa, obiezione, il repertorio classico del dibattimento processuale si ingolfa tra le battute, gli scherzi, la caciara, la commedia all’italiana. Parlano e straparlano, in toga e parrucca, lo stesso De Summa e assieme a lui Mattia Fabris, Lorenzo Guerrieri, Andrea Macaluso.

La povera Demi (Valeria Sibona), intimidita, impotente, costretta alla sbarra degli imputati, non spiaccica parola. Anche perché quei quattro marpioni non la fanno parlare. Lei tace e acconsente.
Colpevole
La parte più pensosa del testo arriva adesso, quando Demi si riconosce colpevole.
Il che, se ho capito bene, farebbe riferimento allo scollamento di una generazione giovane (Demi ha 18 anni, la Generazione Z, gli Zoomer) e tecnologicamente avanzata (Demi smanetta agilmente su tutti i device).
La generazione – dicono – del congelamento emotivo, dell’inadeguatezza di fronte alle responsabilità, dell’assenza di empatia. Il richiudersi nel proprio io davanti al dolore del mondo.

Dice Demi:
“E allora li tengo chiusi quesi miei occhi
Quasi completamente
Per non vedere le bombe cadere sulle case dei civili
Per non vedere che fiumi ingrossarsi e strappare via alberi case e speranze
Per non vedere i miei coetanei accasciarsi a terra con un taglio nella pancia
Per non vedere madri consegnare a soldati sconosciuti i loro figli
Per non sentire il rumore che fanno migliaia di uomini che gridano per favore
Per non vedere scivolare verso il fondo bambini con la pagella cucita nella giacca
Per non capire il motivo di certe corde intorno al collo”.
Tutto questo ce lo racconta lei stessa, nello spiegone finale: il lungo monologo in cui si accalcano le visioni più drammatiche servite alla nostra coscienza dalla storia attuale ( forse sarebbe più giusto dire dai media che provano a raccontarla).
Attenzione però, l’ikikomori (il nome giapponese del fenomeno estremo di chi si rinchiude nella propria abitazione e evita qualunque tipo di contatto diretto con il mondo esterno, anche con i familiari) è già uscito dall’agenda di quegli stessi media. Cioè, non fa più notizia.
Una sparata di tromba
La scena (di Lorenzo Banci, con le luci di Matteo Gozzi) ha vividi colori. I costumi (di Chiara Lanzillotta) sono fantasiosi. Ogni tanto un controluce e una sparata di tromba segnano gli stacchi tra le scene. Alla fine, verso il settantesimo minuto, un’altra inutile volgarità dell’usciere manda tutti a casa. Buio. Fine.

Pochi i rappresentanti della Generazione Z nella replica domenicale, a cui ho assistito al Teatro Metastasio di Prato. Mediamente rappresentati i Millennial. Moltissimi i Boomer. Un pubblico vario, che lascia la sala – così è parso almeno a me – impensierito tanto quanto vi era entrato.
– – – – – – – – – – – – – – – – – – – – –
L’INFAMANTE ACCUSA DI ASSENZA
di Oscar De Summa
con un contributo di Lorenzo Guerrieri
con Oscar De Summa, Mattia Fabris, Lorenzo Guerrieri, Andrea Macaluso, Valeria Sibona
assistente alla regia Tommaso Rotella
progetto luci Matteo Gozzi
progetto musicale Oscar De Summa
scene Lorenzo Banci
costumi Chiara Lanzillotta
produzione Teatro Metastasio di Prato
