Parallax di Mundruczó. Tanti “pieces of an identity” nell’Ungheria di Orbán

Pare che in una delle repliche di Parallax, creazione del regista ungherese Kornél Mundruczó, lo scorso autunno al parigino Festival d’Automne, a metà dell’opera alcune spettatrici abbiano lasciato, rumorose e indispettite, la sala.

All’opposto, la sera del debutto dello stesso lavoro nella sala Strehler del Piccolo di Milano, non volava mosca. Un silenzio che si tagliava. 

Parallax - Mundruczo - ph Nurith Wagner Strauss
ph Nurith Wagner Strauss

Si potrebbe buttare giù qualche riflessione smaliziata, sulla diversità dei pubblici. Ma non mi pare sia questo il punto.

Piuttosto: perché se ne sono andate, che cosa le ha agitate, o nauseate. E che cosa, ugualmente, ci lascia immobili, ma pure noi turbati, sulle poltrone comode della più accreditata tra le sale milanesi.

Quel personaggio, una donna anziana, che in mezzo alla scena se la fa addosso? Un coca party tra maschi senza mutande e copule sessuali esplicite? (un’orgetta, per dirla in parole spicce). Un gesto che profana i paramenti della tradizione funeraria ebraica per farne stracci?

Quale di queste tre visioni, nei 110 minuti di Parallax (creato nel 2020), incide di più sulla sensibilità europea occidentale?

Un mondo a parte

L’Ungheria, la nazione da cui il cinquantenne Mundruczó proviene e in cui lavora (da artista indipendente, e con parecchie difficoltà), è un mondo a parte da quello occidentale.

Vuoi la lingua (inespugnabile, che lo spettacolo traduce con sottotitoli italiani e inglesi). Vuoi un percorso storico, altro da quello occidentale (dai fatti del ’56 fino ai recenti 15 anni di premierato di Orbán). Vuoi la governance politica in cui si ritrova oggi quel Paese: estranea, o meglio, estrema e distruttiva quinta colonna, nel pur articolato orizzonte delle politiche UE.

Ci lascia intendere, Mundruczó, che in Ungheria, diversamente magari che a Londra o Parigi o Berlino, il problema dell’identità risulta molto pressante, ancora molto divisivo. Identità etnica (quella ebrea). Identità di genere (quella lgbtq+). Identità politica (l’essere un cittadino, consenziente o dissenziente, di quel Paese).

Il groppo della famiglia

In tre capitoli – che sono, rispettivamente tre nomi, Éva, Jonas, Léna – Parallax ci mostra l’intreccio di tre storie, già intrecciate nel groppo di una famiglia. Immaginatevi a Budapest, 2003, che in realtà potrebbe essere oggi.

Éva, una donna anziana, rovista tra vecchi documenti: tra orrore e lacerante attrazione, recupera dalla memoria la propria nascita nel campo di sterminio di Auschwitz e fa della propria madre un’icona dolorosa della Shoa.

La figlia Léna, che è venuta a trovarla, prova a ribaltare quell’eredità in vantaggio: intende capitalizzare quel vissuto e quei documenti per assicurare al figlio, che vive come lei a Berlino, un futuro migliore di quello che le è toccato.

Suo figlio, Jonas, non sa che farsene di quei passati e esplora invece il proprio orientamento sessuale: confusamente gay, è rientrato per a Budapest per il funerale della nonna e affronta perplesso il clima sociale di un’Ungheria, che tra i paesi europei va a collocarsi all’ultimo posto in tema di diritti civili.

Parallax - Mundruczo - ph Nurith Wagner Strauss
ph Nurith Wagner Strauss

Aggiungo, uscendo per un momento dalla narrazione, che l’identità professionale dello stesso regista e più in generale degli artisti ungheresi, è stata radicalmente messa in discussione in questo ultimo decennio: normalizzata, se non revocata, dall’occupazione politica che Orbán an ha esercitato sulle direzioni dei teatri e dei luoghi di cultura. 

Parallax come parallasse

Lo stesso titolo, Parallax, cioè parallasse, è illuminante. Dice la fisica, che uno stesso oggetto sembra cambiare la sua posizione a seconda del punto di vista da cui lo osserviamo. Anche dal punto del tempo. L’altro ieri. Ieri. Oggi. Sostituite l’oggetto, mettete l’identità. Cambiare il punto di vista, ne cambia il senso.

Sul tema, a me rimangono impresse le parole del mio amico ungherese, il regista Giorgio Pressburger, fuggito dal Budapest nel drammatico ’56. Ripeteva che il mistero di ogni individuo non si risolve in uno sguardo solo: abbiamo tante identità quanti sono i nostri interlocutori. Un po’ pirandelliano, ma per un artista nato nel 1937 (e scomparso nel 2017) ci sta.

E d’altra parte, tendo a concordare con lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo, quando adesso ci suggerisce che sia stata proprio l’enfatica sopravvalutazione delle identità (in altre parole: il wokismo) ad aver spinto le maggioranze, per reazione, verso le vittorie e la brutalità autoritaria dei Trump, dei Milei. E degli Orbán, naturalmente.

Parallax - Mundruczo - ph Nurith Wagner Strauss
ph Nurith Wagner Strauss

Il fascino della catastrofe

La sto facendo difficile. O magari troppo facile. Ogni spettacolo firmato da Mundruczó (e dalla drammaturga e sceneggiatrice Kata Wéber, che è anche sua moglie) non si risolve mai in modo lineare. Non basta scioglierne i contenuti. 

C’è qualcosa, nel fare teatrale di queste importanti figure dell’opposizione culturale ungherese, che travolge lo spettatore e lo lascia letteralmente senza parole. Avvinto dalla catastrofe.

Come, la scena che si ribaltava a 360 grandi, travolgendo tutto, in Imitation of life (al festival emiliano Vie nel 2019), come le torture efferate e sanguinolente di Hard to be a God (alla Biennale nel 2021). Al cinema, lo straziante parto in casa di Pieces of a Woman (2020), in parte autobiografico. 

A volte è un crescendo che mette paura, con minacciose selezioni musicali. A volte appunto una catastrofe.

Succede anche qui in Parallax. Ma non starò certo a spiattellare i momenti più climax dello spettacolo, quelli inaspettati, quelli disturbanti, per rendervelo più mansueto.

Quelle torve nubi

Però se lo accostate alla visione del film Quel giorno tu sarai (2021, titolo originale Evolution) che Mundruczó e Wéber hanno realizzato sulle stesse tre storie (film proiettato a lato dello spettacolo al Piccolo) molti aspetti che in teatro restano nell’aura delle sensazioni, prendono corpo drammatico e visuale. Ad partire dalle immagini che ricostruiscono il primo ingresso dei polacchi nelle camere a gas di Auschwitz. 

Film e spettacolo sono anch’essi oggetti, che per l’effetto di parallasse, possono mostrare dimensioni e sensi alternativi.

Il finale a teatro, sorprendente, aggiunge ancora un taglio diverso e, se posso esprimermi così, alleggerisce il peso di nubi torve.

Quindici anni di Proton Theatre

Resta da dire qualcosa sui meccanismi di una regia contemporanea in cui il ruolo delle riprese video, in diretta, con le cam in scena, è decisivo.

E resta qualcosa da dire anche sulla recitazione: un realismo e un’immediatezza – diciamo cinematografica – che qui in Italia si avverte assai raramente sui palcoscenici. 

Va specificato che tutti, a cominciare da Éva, dell’inarrivabile Lili Monori, alla figlia Léna di Emőke Kiss-Végh, al nipote Jonas di Erik Major, lavorano da 15 anni per la compagnia indipendente Proton Theatre (che Mundruczó ha fondato nel 2009 con Dóra Büki) e che in un prolungato lavoro di ricerca e improvvisazione, modulato da Kata Wéber, hanno costruito assieme Parallax.

 Kornél Mundruczó e Kata Wéber
Kornél Mundruczó e Kata Wéber

La parola regia

Su questo concetto di collettivo, su questo lavoro d’équipe, il termine semplificante di regia andrebbe rimodulato e meglio circostanziato, in un contesto europeo che cambia.

Cambia nonostante Orbán e Trump, anzi a causa forse loro. E promette enormi trasformazioni. Sempre di più “in prossimità della vita”, come Mundruczó invita a fare.

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PARALLAX
testo scritto da Kata Wéber, sulle improvvisazioni della compagnia 
regia Kornél Mundruczó 
con Lili Monori, Emőke Kiss-Végh, Erik Major, Roland Rába, Sándor Zsótér, Csaba Molnár, Soma Boronkay 
scene Monika Pormale 
costumi Melinda Domán 
luci András Éltető 
collaborazione artistica e producer Dóra Büki 
dramaturg Soma Boronkay, Stefanie Carp 
musica Asher Goldschmidt coreografia Csaba Molnár 
produzione Proton Theatre in coproduzione con Wiener Festwochen | Freie Republik Wien, Odéon-Théâtre de l’Europe, Comédie de Genève, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, HAU Hebbel am Ufer, Athens Epidaurus Festival, Festival d’Automne à Paris, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène européenne, International Summer Festival Kampnagel – Hamburg, CNDO Orléans, La Bâtie – Festival de Genève 

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